--Credi, caro Franci, dico io, le macchine di guerra, cannoni a tiro

rapido, mitragliatrici, areoplani e auto-blindate hanno reso assurdo il

Don Chisciottismo della cavalleria. E' il passatismo che si difende. Non

vuole morire, ma deve morire. Questa guerra ha esautorato il fucile,

immaginiamoci se non esautora il cavallo. Il cavallo è un milionario,

nato gran signore per non fare niente. L'altro giorno c'erano lì nei

prati 250 cavalli. Bisognava vedere che bersaglio per l'artiglieria! Ora

vedi, caro Franci, i comandi supremi della cavalleria italiana che erano

tutti più o meno dei germanofili, sicuri che la loro cara Germania

conservatrice e militarista avrebbe certamente vinto, sono oggi agitati,

sbalorditi dalla piega degli avvenimenti. Vedendo crollare la Germania

sognano archi di trionfo per il ritorno dell'esercito e vogliono ad ogni

costo coprirsi di qualche prestigio.

Non disprezzano più le macchine veloci. Molti sono felici di pedalare.

Gli squadroni sono pieni di biciclette e motociclette. Gli speroni si

impigliano nei raggi di bicicletta, poco importa. Ora vogliono

arrampicarsi sulle nostre auto-blindate. Hanno incorporato nella

divisione di cavalleria biciclette, motociclette e auto-blindate. Ci

metterebbero sopra, se potessero, soltanto ufficiali di cavalleria.

Lascerebbero volentieri i cavalli nei depositi purchè si dica che la

divisione di cavalleria ha forzato, sfondato, inseguito, accerchiato il

nemico. Dimenticano che ciò non è facile senza ruote, stantuffi,

pneumatici e benzina. Mi dispiace, caro Franci, di dichiararti che il

bel cavaliere elegante e romantico non ha più ragione d'essere fuori

degli album delle signorine. Finite le lance con banderuola blu! Oggi ci

vogliono le nostre mitraglianti auto-blindate in velocità. Se lo Stato

Maggiore italiano avesse avuto al principio della guerra questo senso

pratico di adattamento agli uomini e alle cose e si fosse liberato dal

concetto teutonico stupidamente importato con relativa meccanizzazione

di tutti gli organi, avremmo forse evitato Caporetto. Ne risultò una

continua falsa valutazione della responsabilità e un assurdo

particolarismo burocratico. Tutto si riduceva a queste frasi lanciate da

comando a comando:

«_Non mi faccia difficoltà--Si arrangi--Ricevuto l'ordine aspettare il

contrordine--Dare assicurazione_».

Nulla di più assurdo della concezione aprioristica professionale,

tedesca, secondo la quale il nemico deve prendere una tale o tal'altra

decisione solo perchè questa si presenta come la più logica. Questa

concezione elimina l'enorme valore guerresco dello spirito creatore. In

una razza come la nostra, carica d'individui geniali, ingabbiare così

burocraticamente lo spirito improvvisatore è stato un delitto. Abbiamo

inoltre disprezzato per molto tempo il fattore umano nelle truppe

logorando così, avvilendo, e anemizzando i reparti. La Germania ci aveva

regalato la stupida teoria delle formazioni ammassate che conducono ad

attacchi frontali con forze sempre insufficenti, urti ripetuti

digradanti per intensità e senza veri effetti.

La battaglia moderna invece si riduce quasi sempre a una lotta sui

fianchi. Vince colui che dispone di una riserva potente, pronta, non

nelle lontane retrovie dietro il fronte, ma nelle retrovie immediate di

una delle due ali. Questa riserva non deve esservi condotta nel momento

grave della battaglia, ma molto tempo prima. Lo Stato Maggiore tedesco

nella battaglia della Marna, settembre 1914, non ragionò così e fu

sconfitto. Il centro del fronte ha pure bisogno di riserve, ma la massa

delle riserve non deve mai essere disposta dietro il centro fintantochè

esiste una possibilità di accerchiamento. In settembre-ottobre 1914 in

Fiandra l'esercito tedesco tentò di avviluppare l'esercito francese.

Questo comprendendo il pericolo allungò il suo fronte. L'esercito

tedesco allungò ancora di più il suo, e la doppia corsa per avvilupparsi

l'un l'altro il fianco finì al mare.

Questi concetti in parte anteriori alla guerra hanno assunto un valore

speciale data la possibilità attuale di velocizzare il trasporto di

truppe, il vettovagliamento, e il munizionamento.

Nella guerra futura però non si potranno equipaggiare milioni di uomini.

Vi saranno piccoli eserciti di 100 mila uomini agguerriti e scelti, in

azione dinamica davanti alla nazione che tutta lavorerà a produrre per

loro.

Questi piccoli eserciti saranno costituiti di truppe celeri e

specialmente di artiglieria d'assalto cioè tanks terrestri e tanks

anfibie che colla solita striscia scabra o ventre di bruco supereranno

boschi, colline, fiumi sorprendendo il nemico. Vi saranno inoltre

areoplani-fantasmi carichi di bombe e senza piloti, guidati a distanza

da un areoplano pastore. Areoplani fantasmi senza piloti che

scoppieranno con le loro bombe, diretti anche da terra con una tastiera

elettrica. Avremo dei siluranti aerei. Avremo un giorno la guerra

elettrica.

Grideremo allora: «Finiamola coi vecchi esplosivi! Noi non sappiamo che

fare, ormai, della ribellione dei gas imprigionati che sussultano

rabbiosamente sotto i pesanti ginocchi dell'atmosfera!»

Vedo in sogno, sul confine di due popoli avanzarsi, dalle due parti,

rotolando sui binari le enormi macchine pneumatiche--elefanti d'acciaio

irti di proboscidi scintillanti puntate sul nemico.

Quei mostri bevitori d'aria sono guidati facilmente da macchinisti

appollaiati su in alto, come _cornacs_, nelle loro cabine tutte a vetri.

Le loro piccole figure sono arrotondate da una specie di scafandro che

serve loro a fabbricare tutto l'ossigeno necessario per la respirazione.

La potenzialità elettrica cosciente e raffinata di quegli uomini, sa

utilizzare l'amicizia e la forza dei temporali, per vincere la

stanchezza e il sonno.

Ad un tratto il più agile dei due eserciti ha bruscamente rarefatta

l'atmosfera del suo avversario mediante la violenta aspirazione delle

sue mille macchine pneumatiche.

Queste filano via, subito dopo, a destra e a sinistra, sui loro binari,

per lasciar posto a delle locomotive armate di batterie elettriche.

Eccole puntate come cannoni verso il confine. Degli uomini, ossia dei

domatori di forze primordiali, regolano il tiro di quelle batterie che

lanciano fra le dighe di un nuovo cielo irrespirabile e vuotato d'ogni

materia, grandi grovigli di fulmini irritati.

Li vedete voltolarsi nell'azzurro, codesti nodi convulsivi di serpenti

tonanti? Strangolano gli innumerevoli fumaiuoli branditi delle città

operaie; infrangono le mascelle aperte dei porti; schiaffeggiano le cime

bianche delle montagne, e spazzano il mare color di bile, il mare

urlante, che s'incava e si rizza follemente per atterrare le città

marittime. Venti esplosioni elettriche nel cielo, smisurato tubo di

vetro pneumaticamente vuoto, hanno riassunti gli spasimi coraggiosi di

due popoli rivali, coll'ampiezza e lo splendore delle formidabili

scariche elettriche interplanetari.--

Il mio sogno di guerra suscitò un uragano di applausi. Intervenne

pacatamente Raby:

--Oggi la nostra cavalleria medioevale può avere un impiego tattico. Ad

ogni corpo d'armata uno squadrone per il servizio di arginamento nelle

retrovie e per impedire alla fanteria di cedere. La cavalleria può

servire, data la forza di coesione disciplinata che la caratterizza.

Credo anche a dei colpi di mano isolati con plotoni lanciati che

appiedandosi combattono coi ciclisti. I plotoni di cavalleria sono

adatti al collegamento dei corpi d'armata. Nella fitta rete stradale

rotta da canali e fossi del Veneto una divisione di cavalleria in massa

diventa un elegante suicidio.

--D'altronde, concludo io, nulla di più assurdo che polemizzare contro

la cavalleria oggi. E' tardi per perfezionare. L'offensiva è ormai cotta

a puntino, bisogna servirla in tavola. Sono convinto che è imminente.

--Macchè, macchè! gridano tutti, sei un illuso. Preparati a rimanere

tutto l'inverno in questa palude.

--Scommetto ciò che volete... scommetto con te Raby che il 27 ottobre

prossimo, anniversario di Caporetto, noi sferreremo una offensiva

generale, formidabile. Sarà decisiva e vittoriosa. In novembre la guerra

è finita.

Grida, fischi, schiamazzo.

--Scommetto una succolenta cena con donne eleganti al Cova di Milano.

--Accetto! risponde il capitano Raby, mi preparo alla tua bella cena con

digiuno e castità.

Volpe si avvicina e sotto voce:

--Forse hai ragione. Mando subito un telegramma al mio agente di cambio

a Genova. E' il momento di comprare.

L'indomani sera ero invitato a pranzo dal generale Filippini comandante

la prima divisione di cavalleria. Speravo di apprendere qualcosa di

preciso, ma in realtà ero già convinto da una voce intima che non

ammetteva discussione.

A tavola sono seduto in faccia al generale Grazioli comandante il corpo

d'armata d'assalto. Ha sul petto un giardino multicolore di medaglie.

Alto, elegante, viso lungo intelligente addolcito come da una sensualità

soddisfatta, bell'uomo quarantenne d'aspetto giovanile.

Parlo a Grazioli degli arditi, esponendogli le loro inquietudini, la

loro aspirazione sempre contrariata verso dei privilegi ai quali essi

hanno diritto. Morale altissimo. Ma soffrono di non essere nettamente

distinti dalla fanteria. Vogliono una disciplina elastica, un riposo

assoluto quando sono nelle retrovie. Rifiutano le marce, le

esercitazioni quotidiane e le corvées. Esigono di essere portati in

autocarro sulla linea del fuoco. Concludo:

--Sono dei cavalli da corsa, che non vogliono prepararsi alla corsa fra

le stanghe di una carrozzella.

Il generale Grazioli e il generale Filippini sorridono, e con tono

militare mi espongono la loro volontà di disciplinare ad ogni costo gli

arditi.

--Pensate, mi dice Grazioli, 200 arditi di Reggio Emilia sbandati dopo

Caporetto, venuti dagli ospedali hanno lanciato alcuni mesi fa delle

bombe in una stazione e l'hanno saccheggiata. Sentendosi troppo pigiati

sul treno che li portava si sono arrampicati sul tetto dei vagoni.

Viaggiarono così 50 Km. Si dovette fermare il treno prima di un tunnel

per non massacrarli. Io credo che gli arditi vanno trattati come

fanteria scelta. Tanto più che molti degli arditi attuali non sono mai

stati al fuoco! Disciplina, disciplina, questa è la migliore garanzia

del loro massimo rendimento nella offensiva futura.

--Quando, generale?

--Diaz è tornato da Parigi, dice Grazioli, senza avere ottenuto i 300

mila americani richiesti. Clemenceau Foch e Loyd George hanno risposto

che per ora non era il caso d'impegnare nuove forze sul fronte italiano.

Noi non abbiamo molti uomini, oggi. Il ministero d'altra parte esita a

decretare l'operazione obbligatoria per gli erniosi, che ci darebbe

cento mila uomini di più in un mese. La Francia à ottenuto così 350.000

uomini!

--Eppure, generale, questo è il momento di attaccare l'Austria.

--Vede, risponde Grazioli, se si potesse essere sicuri che la guerra

finisse prima dell'inverno, noi potremmo impegnare tutto il nostro

esercito in una offensiva finale conservando come riserva la sola classe

del '900. Cioè giuocare tutte le nostre carte. Ma se la guerra dovesse

durare come è probabile, ancora un paio d'anni, la partita si

convertirebbe in un fallimento.

--Ma, generale, chi non risica, non rosica!

Tornando alla fattoria di Barchessa, sono più che mai convinto che

sferreranno la grande offensiva il 27 ottobre. Penso che dei generali di

alto valore, come Grazioli, sono purtroppo isolati e resi insensibili da

ciò che chiamo guerrismo o mestiere della guerra. Monotona abitudine del

fronte da tenere senza colpi audaci, senza carte giuocate, nella

speranza che la guerra finisca lentamente da sè. La guerra, invece, è

l'unica cosa al mondo che non ammetta l'abitudine. Bisogna giocarla. Chi

vince vince, chi perde perde, e buona notte, non ne parliamo più!

XVI.

LE VILLE NOSTALGICHE

Sulla strada Ferrara - Padova le nostalgiche ville venete nascondono la

faccia nel fresco dei loro parchi tenebrosi voltando la schiena

impaurita alla furente trepidante azzannante velocità degli automobili

di guerra.

La villa De-Concilis ha tutte le eleganze settecentesche in questo

atteggiamento tremante di bella coricata, un po' sotto la strada, con la

faccia tuffata nella tenerezza avviluppante del suo giardino intenso,

pieno di passioni verdi-rossastre violacee che l'autunno punge di

acredini tragiche. Teme nella schiena il rombo precipitoso e i blocchi

sconquassati del rumore e i rotolanti globi del polverone solare.

Un brivido passa sull'acqua patetica delle vasche cosparsa di foglie che

sembrano le bucce di molli cuori femminili trascinati via pei piccoli

canali dalla corrente delle lagrime. Brividi, sospiri, febbrili contatti

di foglie come di mani leggere in amore... Ma non è la solita brezza che

anima il bosco sentimentale. L'atmosfera è turbata. Il silenzio non sa

dove rifugiarsi poichè tremendi scossoni d'aria valangano giù dalla

strada.

Sono, per un giorno, ospite della marchesa De Concilis buona e

indulgente amica della mia amica Maria Baldini. Questa abita con suo

marito in una villa vicina e verrà fra poco.

L'aspettiamo in giardino. La marchesa De Concilis elegantemente vestita

di nero, seducente col suo languore carnoso e le sue curve delicate che

non guastano la linea generale. Corto-vestita, nella sedia a dondolo,

mostra per indolenza il polpaccio tornito che dalla caviglia affusolata

e spiritosa sale sensualizzandosi con promesse-offerte di morbide-sode

cosce affettuose. Intuisco e fiuto la forza sana del dorso quasi groppa

di bella fattrice resistente.

Il viso pallido, d'un pallore giovane ma intriso di piacere. Gli occhi

neri un po' grossi di bel gatto angora che finge di sognare pur

sorvegliando il canestro dei pesci. Deve essere ghiotta, tutta

consacrata ai piaceri della tavola dopo una rinunzia semi-forzata quasi

totale agli adulterii aspri turbolenti che bruciano. Il corpo

s'appesantisce. Forse lo stomaco è un po' stanco d'avere goduto tanti

pranzi saporosi.

Ora, dopo la lauta colazione, la bellezza della marchesa è più languida.

Il viso vorrebbe disfarsi nella pace buia fresca del sonno.

Le guance di pesca succosa prendono nel sorriso accogliente ombre

sfumate di placido ardore. Il sorriso si scioglie in tenerezza digestiva

distrattamente erotica e materna. Ha il braccio sinistro abbandonato

sui fianchi di sua figlia Gisella dodicenne, vivo ritratto suo più

colorito, più ardente con languori irrequieti. Quella fresca miniatura

lega la figura della marchesa al corpo del marchese De Concilis che

continua virilmente le curve della moglie nelle sue guance un po' flosce

di seduttore maturo sensuale pigro e raffinato. Il marchese musicista mi

parla d'una sua opera inedita, che darebbe se fosse energico, se non ci

fosse la guerra, e se il bosco non avesse tante ombre snervanti.

Con le mani irrequiete la piccola Gisella abbottona e sbottona la

fondina del mio revolver voltando i grandi occhi neri indagatori verso

la strada ad ogni urlo di automobile che s'avvicina prima flautato

quiii, quiii, quiiiiii implorante, esasperato demente... Eccolo. Eccolo.

La macchina rapida invoca minaccia esige un varco, un varco ad ogni

costo, presto; perchè il delirante spasimo della velocità guerresca non

sia rallentato...

Con arrogante slancio danze baldanze da spaccamonti viene una seconda

automobile. Tremano le foglie. Rompe l'aria una terza macchina.

Petulante schiamazzare di fischi. Passano così, incalzandosi

infilzandosi forse laggiù, 6 automobili diaboliche spazzole sulla stoffa

della polvere arroventata. Il parco assalito geme e Gisella trema:

--Mi porti con lei in blindata. Sa, non ho paura.

--Povera piccola, mormora sonnecchiando la mamma; non ha più i suoi

amici per giuocare. Ormai è grandicella, disprezza le bambole e si fa

far la corte dagli ufficiali... Ma è piena di saggezza. Fa da sè il suo

letto ogni mattina. Sa, Signor Marinetti, non abbiamo più quella brava

cameriera. Siamo privi d'ogni comodità: niente burro e niente

zucchero...

--Io non mi curo del burro, interrompe Gisella, nè dello zucchero!

Voglio andare in blindata, alla battaglia, con Lei. Mi porti in

blindata.

Sento che la tragedia del burro e dello zucchero opprime l'anima

zuccherina e burrosa di tante belle dame veneziane come la marchesa De

Concilis costretta a consumare ora tutte le riserve d'adipe nutritissimo

delle floride braccia mammelle e cosce.

Il marchese si allontana con Gisella. Subito la Marchesa si sveglia per

interrogarmi sulla nostra amica Maria che ritarda.

--Strana, la vostra passione! Maria è intelligente, anzi geniale,

adorabile. Ma quel suo neutralismo è assurdo. Non capisco come possiate

andare d'accordo voi due...

--Non è neutralista Maria!... Ma ama di contraddirmi, bizzarria e

capricci... E' anche influenzata da quello stupido marito odioso pedante

vero professore di tedesco.

--Alle tre, mi mormora la marchesa, noi andiamo in automobile a Padova.

Parte con me anche Gisella. Resterete solo con Maria tutto il

pomeriggio. Sono o non sono una buona amica?

--Una amica eccezionale, unica! Vorrei ricambiarvi il favore. Non avete

bisogno d'un confidente segreto?

--Oh no! sospira la marchesa abbandonandosi sulla sedia a dondolo. Per

me, ogni poesia è finita.

La sua anima è già ripresa dall'incubo doloroso: zucchero, burro, burro,

zucchero!

--Ecco Maria!

Saluti, baci, abbracci, chiaccherio.

--Ti lascio con Marinetti. Noi andiamo a Padova, torneremo presto.

Rimango solo con la mia amica ansante, febbrile. Ha dovuto fare in

fretta, inventare mille bugie per liberarsi dal pedantissimo e

professorale marito e dai suoi lunghi piagnistei sulla guerra. Maria

Baldini è un bel tipo di falsa magra milanese fine nervosa pungente e

smorfiosa. Viso asciutto, occhi azzurri vivissimi. Ma i fianchi rivelano

una mollezza passionale e la bocca una praticità volitiva.

La villa è assolutamente deserta. Il giardiniere è in fondo al bosco.

Nella camera da letto della marchesa, colla mia disinvoltura di guerra

io abbraccio e svesto Maria.

E' convulsa di desiderio, scossa da brividi felici, allegrissima, pur

dichiarandomi insistentemente che è stanca di vivere.

--Credimi, credimi, sono stanca, stanca! (poi tra due baci lunghi

avviticchiati). Neanche il mio piccolo Adolfo adorato mi attacca alla

vita!... Tu solo, tu solo dài un sapore alla vita! Ma la vita con mio

marito è insopportabile. Figurati, è diventato ardente, ora! Che orrore!

Una volta almeno passava le giornate al Pedrocchi coi suoi amici

germanofili... Sai, tutti contro la guerra quei professori!... Anch'io

sono contro la guerra. Se non ci fosse la guerra saresti sempre con me a

Padova. Invece, ora mi devo sorbire mio marito! Gliene faccio di tutti i

colori. Certamente il mio contegno deve esasperarlo. Scenate terribili.

E' così pesante, minuzioso, meschino! Osservazioni miserabili su ogni

cosa! E avaro, avaro, sino alla pazzia. Noi stiamo bene, lo sai. Ebbene,

se la piglia colla guerra e mi rifiuta tutto. Bisogna che io gli dica:

«Ma guarda il tuo vestito. Un professore non deve avere le scarpe rotte.

Quando ti decidi a comprarne un paio? Risponde che costano caro. Poi fa

le smorfie amorose. Dio, che schifo! Quando non posso proprio rifiutarmi

gli dico: «Spicciati!» Oppure: «Dal momento che la cosa mi annoia voglio

essere pagata per le mie prestazioni. Ti faccio un prezzo ridotto: 500

lire».

Maria ride, si agita, coricata sul letto, gesticola colle belle gambe

nude tornite che lancia freneticamente da tutte le parti. E' un

temperamento isterico di bambina viziata, tutta bizzarrie, capricci,

scatti nervosi incomprensibili e assurdità assolutamente pazze. Mi dice:

--Ti ho scritto ieri una lunga lettera, per finire tutto fra noi.

--Perchè?... Non capisco.

--Ho stracciato la lettera; non pensarci... Quando mio marito non sa

cosa fare mi parla male del futurismo. Non sa nulla, ma ti odia. Crede

che ci sia un semplice flirt fra di noi. Cioè, non vuole sapere. Ha il

terrore di sapere. Scherza ironicamente su me e su te. Che pachiderma!

Talvolta mi guarda negli occhi, paurosamente. Forse vede spuntare nel

mio sguardo la possibilità d'una confessione e cambia discorso! Sa che

sono capace di questi colpi di testa. L'altra mattina disapprovava la

scelta del collegio per Adolfo. Lo trova costoso. In realtà è un

collegio per bambini snob, con dei sistemi di educazione troppo chic, un

collegio come direi puf puf... puf. Insisteva. Mi sono seccata, gli sono

saltata addosso e craac colle due mani gli ho graffiato le guance. Tutto

insanguinato! ah! ah! ah! Che ridere! Lui, il professore, così

preoccupato della sua pelle. Subito panni freddi, compresse gelate!...

Dopo le mie sfuriate però si calma, non mi secca più. E' un uomo lento,

ha bisogno di essere trattato male... Anche tu hai bisogno di essere

trattato male. Se ti dicessi per esempio che io desidero la sconfitta

dell'Italia cosa mi faresti?

Io la prendo, la stringo, la bacio, la stritolo. Implora pietà. Si

abbandona all'amplesso e mi grida nello spasimo!

--Caro! Caro! Sarò buona! Sarò docile! Farò tutto quello che vuoi! Ho

scherzato. Penso tutto ciò che vuoi. Amore! Amore!.... Amore! Viva la

Guerra! Viva la guerraaa! Viva la guerraaaa!...

Quell'ora d'amore è stata così assorbente e intensa che non ci siamo

accorti dell'uragano.

Fuori con Maria Baldini godo il crepuscolo limpido gioioso sulla

campagna fresca e soddisfatta. Ogni verde di pianta e d'erba ha il suo

tono preciso. A sinistra le voluttà dilatate brillanti dei giardini

sotto le manate di viola porpora e d'oro che l'autunno il vento e il

sole al tramonto rimescolano buffamente. A destra il canale Battaglia

con un ritmo lento d'acqua verde ammonisce ironicamente la veemenza

delle automobili militari e degli autocarri che si incrociano sulla

strada come vampe di grossi calibri. Con ritmo lento il canale Battaglia

ci accompagna sino al ponte. Un carabiniere. Tre carabinieri. Altri

carabinieri qua e là vigilano quella villa dove abita il generale Diaz.

La placida Villa Bondi dell'Orologio, facciata a colonnine, architettura

piena di grazia e moine, parco folto e invitante all'amore, contiene il

pensiero ordinato della nostra guerra mentre il canale Battaglia ha il

ritmo sicuro della Nazione e la strada scaglia automobili, autocarri e

motociclette verso il ponte, sotto un Caproni maestoso inghirlandato dal

volo capriccioso di tre caccia.

Sento l'offensiva prossima. In Albania e in Macedonia gli Austriaci

avevano 4 divisioni contro 2 e mezza dell'Intesa. Ora ne hanno 6 poichè

ne hanno ritirato 2 dalla Romania. Non potendo facilmente fermarsi

sulla linea di Nisch gli austriaci debbono formare una linea salda sul

Danubio. Questa linea esige 20 divisioni per lo meno.

Stanno racimolandone 6 in Ucraina e ne ritirano 8 dal fronte Italiano.

Fra pochi giorni vi saranno dunque circa 50 divisioni Austriache contro

le nostre 50 divisioni.

XVII.

DUELLO FRA CAVIGLIA E LA PIOGGIA

--Su, Ghiandusso, non fare l'imbecille. Sei ubriaco da far schifo. Non

ho bisogno di te in questo momento; farò io.

Ghiandusso si allontana barcollando, col sergente Locatelli. Hanno

bevuto in due un'intera bottiglia di grappa rubata alla padrona della

fattoria. La certezza dell'offensiva, la speranza di rivedere la sua

bella terra friulana hanno sconvolto dalla gioia Ghiandusso. Ho dovuto

fare la mia cassetta da me ed ora sto disponendo con cura i petardi

nell'interno della mia 74, illuminato di luce elettrica.

Massimo ordine e massima comodità. Tutti i nastri di cartucce lucenti e

precisi. Tutte le pistole di riserva per gli uomini e per me. Tutti i

petardi. Passato il Piave, ci lanceremo alla punta estrema dell'esercito

col pericolo di essere accerchiati e di cadere in imboscate. Se le

mitragliatrici si incepperanno ce la caveremo coi petardi. Siano molti e

tutti a posto. Ho concesso poco spazio al vestiario e alle vettovaglie.

Non avremo tempo di cambiarci e le nostre bocche si arrangeranno alla

meglio. Poche scatole di marmellata, ecco tutto. L'interno della mia

blindata 74 mi appare lucente, ricco di riflessi dorati, modernissimo

come l'interno d'una alcova per piaceri sani, giocondi e felici. Alcova

d'acciaio per grandi amori futuristi.

Alba augurale del 15 ottobre. Partiamo dalla fattoria Barchessa. La

nostra colonna di blindate e autocarri si ferma a Dolo. Locatelli calmo

dorme in fondo dietro di me. Ghiandusso chiacchiera come una grondaia.

Il vino e i liquori gli fanno male. Ha un piccolo viso raggomitolato,

verdastro e gli occhi tristi.

L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto · 第 9 / 20 段