canotto preso fra i ghiacci veloci di quelle buone bibite napoletane che
la mia gola bocca bruciata, beve remando colla lingua. Dormo male con
incubi e sobbalzi all'albergo S. Lucia. All'alba di nuovo in carrozza
con un mio piano d'uomo geloso e sentimentale.
Sei e mezza. Fa fresco. La mia carrozzella è ferma in agguato. Vedo la
porta di Bianca senza pericolo d'essere veduto.
Viene fuori la sferica mammelluta portinaia a vuotare le immondizie nel
carretto dello spazzino.
Bianca sta al pianterreno: a tre metri dalla sua finestra una cassetta
postale. Due bambini corpicini sparpagliati, gambe nude, passano
toccando tutto. Si fermano estatici dinanzi a un fanale dipinto di
fresco, verde. Lo toccano. Il portinaio di Bianca viene fuori a sbattere
il tappeto dell'entrata, scopa la soglia, lucida gli ottoni della porta.
--Fra cinque minuti mi sporcherò, pensa l'ottone luccicando sotto le
mani.
Bianca è in letto, dietro quelle griglie. Respira. La mia forza preme.
La sua tentacola nelle coltri del sonno. E' molto presto. Aspettiamo.
Tre bambine povere vanno a scuola, in nero, un fiocco rosso sui capelli.
Si fermano. Si raccontano.
Una bambina dodicenne elegante in azzurro, bionda, precede a passi
rapidi concisi di dovere--tac tac tac--la cameriera vecchia, rullante,
sbrindellona, ciabatte.
La bambina sbuffa:
--Auf! che tartaruga, la Maria! lo dirò a mammà.
Un bambino di 6 anni fa trascinare il peso delle sue gambe da una
giovane cameriera bruna che corre per non perdere l'appuntamento
coll'amante. Ogni tanto la cameriera si tira su la giarrettiera.
E' ancora presto. Molto tempo da aspettare.
Din din din campanello di chiesa. Rrrrrr di automobile catarroso in
questa rimessa. Ne esce il meccanico, gabbano grasso, lurido, nerastro.
Frescolino venato di tepori. Penso che quella cassetta postale comunica
forse col letto di Bianca. Dal letto Bianca può impostare. Se da fuori
io imposto una lettera, questa cadrà forse nel suo letto!...
Cip cip cip di uccelli. Un raggio duro lungo di sole si slancia giù dal
cornicione di una casa, picchia il selciato e lo apre: calce e oro
accecante.
La frusta del mio vetturino oscilla tra il mio naso e le griglie chiuse
di Bianca che io fisso.
Il cocchiere gira intorno alla carrozzella, calmando il cavallo
impaziente coi suoi: eheee eheee.
La targa di marmo che porta il nome della strada sembra chiudere colla
forza di un suggello la via la casa e la vita-amore di Bianca.
Penso che nella penombra calda sudata della sua camera da letto ora
entra la cameriera col cioccolatte. Calore, sudore, odore vanigliato
acidulo fra i seni di Bianca. Si sente la bocca arida, si ravvia i
capelli, domanda:
--La posta.
--Grazie.
Fuori strada in pendenza. Tutte le strade si inchinano sotto il peso del
calore per versare gente giù nel Golfo. Strade che si tuffano nell'acqua
fresca della sua voce che ricordo:
--Sono piccini, piccini, piccini i miei seni.
Il sole salta a piè pari giù dal cornicione con tutti i suoi pendagli e
fiocchi di fuoco pesante. Piomba nella strada precisando
burocraticamente le ombre.
Due postini con nella mano alzata un grosso pacco di dolori piaceri
angosce. Ciriguée-guée di cancello che s'apre. Peso del sole sulla
strada. Peso delle lettere nelle mani dei postini. Cameriere e portinaie
corrono intorno ai due postini abbeveratoi che tengono alte chiuse le
mani-rubinetti. Tac tac tac pac pac pac di passi.
Aspettiamo ancora, mentre il calore dilata sforza la strada. Attività
delle mosche sulla groppa del cavallo, sventagliamento della coda
autonoma.
La vita ancora triste tentennante si rinfranca a poco a poco. La strada
che era vuota, vergine, sola sonnolenta e floscia, aveva dimenticato i
passi umani.
Ora si svincola freme, scatta, si irrigidisce sotto le vite-passi che la
pungono di volontà-speranza.
In quella finestra aperta una cameriera scopa, scopa, scopa da circa
un'ora. Gran Dio come hanno sporcato la casa: la risporcheranno.
Un operaio porta un water-closet di porcellana al fianco. Una serva
porta un pezzo di campagna verde sulla testa. Un altra ha fra le braccia
un pezzo di battaglia sanguinosa e un pezzo di delitto rosso in una
carta gialla. Un vecchio passa oscillando, calvo, sudato sotto un enorme
vaso di palme, Oriente, viaggio.
Ad un tratto il sole mi trapana il cranio con un consiglio!
--Cosa fai, cretino? cosa aspetti? cosa sorvegli? Dà una mancia al
portinaio e entra.
Il consiglio è ascoltato.
* * * * *
Alle 5 del pomeriggio io stringevo finalmente fra le braccia una
prodigiosa felicità che mi riempiva la gola di dolci singhiozzi. Bianca
era mia, mia, assolutamente mia come non era stata mai.
Dopo due ore di amore forsennato, atroce, lacerante, disperato,
scendiamo languidi stanchi felici nella strada affocata per portare le
nostre anime al mare che ha i lenti balsami le filosofiche brezze
persuasive i lunghi sorrisi d'oro ridente e prezioso. Ondeggiamo nella
carrozzella a Mergellina. Sera calda, gonfia di tutti gli odori
agrodolci leziosi delle alghe. L'aria ha una tenerezza di carne sana
spalmata di salsedine. Il promontorio di Posillipo sembra oscillare
sulle sue palafitte di riflessi. Bevo nella bocca molle viva
instancabile di Bianca tutto l'ardore contenuto il languore mortale e
gli abbandoni del golfo profumato che si sdraia nella notte
smisuratamente affettuosa, dove i soffi del vento si sollevano come
coltri sudate.
Il mare azzurro tremante sospiroso, lecca la strada con mille appetiti
minuti, mille fissità di luci, e mille luci scivolanti affaccendate.
Al largo la lastra del Golfo sembra un viso di donna estenuato,
pallidissimo che aspetta, invoca esige, esige, la delizia suprema.
Sono esausto. Parlo a Bianca e il cuore mi crolla giù di rinuncia e
sciolgo tutti i nodi della volontà, offro tutto me stesso alla vittoria
dell'amore assoluto. Un demonio assurdo mi costringe ad avvilirmi,
annientarmi. Forse ho troppo sofferto della pienezza esuberante di forze
e della rigidità costrittrice. A Bianca regalo rutta la mia vita,
l'amore l'amore!
Sono sincero?
Una voce interna urla: no! Ma è una voce che non riconosco, estranea,
troppo simile a quella di quel venditore di cocomeri che vende nella
ironia bianca dell'acetilene grandi cuori spaccati e freschi.
Inesplicabilmente Bianca rifiuta con tono reciso. Sembra divenuta la mia
stessa coscienza energica. Travasamento d'anime. Bianca è il futurista.
Io sono il passatista sentimentale dai nervi lacerati che si aggrappa
vuole la continuità, l'eternità, l'assoluto del cuore!
Bianca dice:
--Non ci vedremo forse mai più. Io sposerò lui. Vuoi sapere il suo nome?
Si chiama Leone Paris, figlio dell'avvocato Paris. Trent'anni. E' stato
il mio primo amante. Tu sei il secondo.
--Perchè ti sei data a lui?
--Era appena arrivato dal Benadir. Dopo molte imprese audaci. Non l'ho
mai amato, ma è buono. Era ammalato. I medici non speravano di salvarlo.
Sono stata per lui come una sorella. Per me ha voluto guarire. Si è
curato con una energia straordinaria. Io seguivo ogni giorno questo suo
sforzo verso la vita. Ogni giorno egli esigeva qualcosa di più da me...
--Così senza amore sei stata sua?
--Ho creduto che quell'affetto sarebbe diventato amore. Ciò non avvenne.
--Ed ora?
--Ora egli sa tutto, accetta tutto, sa di te senza sapere il tuo nome.
Mi vuole sposare.
--E tu?
--Io sento che quello è il mio destino. Egli mi ama in modo assoluto.
Quando gli ho detto che corsi il rischio di avere un bambino da te, mi
disse: Perchè non l'hai voluto? Lo avrei fatto mio!...
Bianca è una donna intelligente che ha il culto maniaco delle eleganze
morali. Strano tipo di donna involontariamente futurista, essa
perfeziona e conserva preziosamente il valore eccezionale, tipico della
nostra avventura. Vuole che questa rimanga la meravigliosa avventura
della sua vita. Io, invece, sono la preda dell'assurdo.
Ho trovato in Bianca una bella amante ardente lirica,
disinteressatissima, generosa e fugace e mi accanisco a volere
trasformarla in una moglie!
Con frasi rotte dai singhiozzi parlo, parlo, a Bianca per convincerla,
strapparla alla sua decisione. Bianca rifiuta:
--Mi vuoi tutta per te, per sempre. Pazzia! Te ne pentiresti. Non voglio
sacrifizi!
Io mi esalto all'idea magnetizzante di averla averla sempre, sempre,
tutte le notti della mia vita e mi inebrio del pericolo che vedo
nettamente in una sua possibile accettazione.
Non sono sincero. Sono sull'orlo di una spaventosa sincerità.
Bianca mi mormora commossa:
--Credi, credi, ti pentiresti più tardi. Non voglio. Rifiuto. Il tuo
temperamento ha un destino tumultuoso, violento irto di contrasti e di
fragori che non amo. Tu sai che io sono stanca, stanca della vita.
Voglio la calma, il riposo, tutto il riposo, tutto il riposo pei miei
poveri nervi massacrati. Egli è buono, mi ama, mi accetta come sono.
La voce di Bianca mi fa impazzire dando subitamente un sapore diabolico
alla sua carne ricordata ai suoi baci alle sue carezze che mi stringono
ancora spiralicamente. La guardo e il mio cuore si slancia assetato
verso la sua dolcezza. Come vivrò senza la presenza di quel sorriso? Il
velluto di quella pelle! Quelle tenere gote tessute di gioia solare! I
suoi occhi, come dimenticarli? Sento, sento che quella piccola lingua
scorrente sulle labbra arse può dare la felicità.
Affannosa ascensione su, su, di angoscia in angoscia fino al delirante
singhiozzo amaro, fino allo straripamento delle lagrime più dolci, nel
lago altissimo di quell'amore in cui vorrei annegarmi, annegarmi
annegarmi!
Rompere, rompere ad ogni costo gli ultimi nodi della sua volontà! Mi
umilierei, mi distruggerei con una gioia infinita. Ormai il mio cervello
non sorveglia più il mio cuore. Ho perso ogni controllo. Sono un suicida
ebbro di morire.
Bianca rifiuta. Decisione irrevocabile. Il lunatico demonio che s'è
impadronito delle nostre forze sentimentali vuole che Bianca rifiuti
assurdamente un dono assoluto in nome di alcune vane suscettibilità e
inutili fierezze, o semplicemente perchè la logica sia una volta di più
bandita dagli affetti umani.
A mezzanotte ci lasciammo con un lunghissimo tenerissimo bacio sulla
soglia della casa della zia.
All'alba riparto per Roma e Firenze.
Mi addormentai. Risvegliandomi nella stazione di Roma vidi e sentii il
mio cuore come un panno bagnato di lagrime torto fra le mani brutali da
una lavandaia sudanese muscolosissima. Cuore gualcito, ma lavato,
pulitissimo. Cuore fresco di bucato.
XIV.
UNA FESTA PETROLINIANA
All'Hôtel Baglioni di Firenze trovo un telegramma di Maria che rimanda a
più tardi il nostro incontro forse fra 15 giorni a Padova. Me ne
rallegro e a zonzo cogli amici inasprisco la mia volontà di prossima
offensiva al fronte nel tepore vile della città cosmopolita,
antiguerresca.
Però Firenze migliora. Gli alberghi di Lung'Arno trasformati in
ospedale, sono ridiventati italiani. Da quegli eleganti piccoli giardini
invernali la lingua italiana era quasi esclusa. Cubava, rotolava la
goffaggine ia - ia - teutonica. Motoreggiavano tutte le =rrrrrr=
snobistiche di Parigi Londra New York. Le bocche Americane mangiavano
parole inglesi masticandole meccanicamente con mascelle quadrate
d'acciaio. Steli pallidi di Misses piegavano bisbigliando parolette
cretine sotto il vento della moda ammirativa, e la borghesia della città
seguiva quel ritmo accentuando beceramente i toni e le forme. Oggi vedo
ai balconi soleggiati degli alberghi i feriti italiani in camici bianchi
e grigi che godono nell'aspettare il colpo di cannone meridiano della
colazione, lontano dalle corvées.
Tum Tum... Dilatazione lieta di questo rumore sfaccendato e in vacanza.
Subito le campane sbrodolano il loro piombo fuso sull'Arno giallo
sporco. L'Arno! lenta corrente di sudiciume dei secoli, patina liquida
di tutte le facciate delle case scolorite come vecchi quadri male
incorniciati in un cielo da museo.
Inerzia. Atmosfera svogliata. La rompe un groviglio di miagolii di gatti
che a gomitoli balzanti si precipitano fra le mie gambe.
Solita caccia quotidiana intorno alle trattorie. La polizia sequestrò
ieri venti grossi gatti già pelati e pronti per la padella. I
neutralisti bestemmiano contro la guerra che costringe a mangiare in tal
guisa. Io compiango con l'anima di Baudelaire i poveri gatti che soli
sanno dinamizzare con risse e amori diabolici i pederastici chiari di
luna dell'Arno. Le campane di Firenze hanno le monotonie e le insistenze
balorde che caratterizzano lo stile di Benedetto Croce e di Romain
Rolland. Scodellano in giro suoni, rumori, dondondondondon vecchie idee
sciupate, nostalgie e latte e miele sentimentale sull'immane bricabrac
di case, chiese polverose affastellate alla rinfusa e scopate tutte
sull'altra riva dell'Arno perchè questa sia tutta pulita per i
forestieri in estasi, ignoranti, ma compratori. In fondo, verso le
Cascine, i camini delle officine fumano, fumano distrattamente con
spiraliche sciarpe d'ozio oblioso infischiandosi, infischiandosi degli
operai che chiamano e della guerra che esige munizioni.
Ma alle due del pomeriggio seguo un fiume di folla che mi conduce al
parco di Boboli.
Grande festa patriottica. Nell'anfiteatro sulle gradinate a semicerchio
Veneri, Apolli e urne bianchissime spiccano sulle alte muraglie verdi di
bossi e lauri.
Agitazione di ventagli, cappelli di paglia, vestiti bianchi e rosa,
ombrellini verdi, viola, rossi, sotto il sole ardente impressionista.
Una faccia spunta dietro la nicchia di una Venere cantando:
_Vorrei essere Tirteo..._
E' quella Venere forse che canta con la mano sul sesso per accentuare il
sentimento.
Grande pastorale in costume con coro campestre.
A sinistra nel folto del viale che sale verso il parco alto, molti
carabinieri ritti come in agguato sembrano pronti ad acciuffare una
massa rossa che canta nel verde, massa troppo rivoluzionaria di coristi
camuffati da soldati francesi.
Corteo simbolico. Una Italia in manto rosa con stella sulla testa.
Scende cantando:
_Maggio sei bello, ma Firenze è assai più bella._
Si slanciano giù furiosamente i teutoni, con pelli di tigre, elmetti
alati, tridenti e lance:
_Siam i re dei barbari_
In mezzo a loro Attila e la Germania in rosso sangue di bue col chiodo
in testa.
Risponde l'Italia cantando parole assurde sul tema:
_T'amo come il fulgor del creato_
Duetto dell'Italia e della Germania.
Vicino a me una bambina dice:
--Guarda che occhiacci fa la Germania!
Si avanza grottesca la Repubblica Francese con fantaccini in pantaloni
rossi. Marsigliese.
Segue l'Inghilterra con molti scozzesi. I gonnellini quadrettati
divertono le donne che però preferiscono questa carica di bersaglieri
piume al vento, e la sciabola sguainata del suo capitano. Questo, rosso
apoplettico, ha un diverbio fiero con Attila quasi impaurito.
Scoppia la battaglia. Pastori, pastorelle, soldati francesi inglesi,
italiani inseguono verso l'alto parco i teutoni fugati in disordine. Ma
un tripode stretto da fucili, baionette e tricolore fuma incenso e
promette pace. Si svolge un corteo di vestali subito cancellato da un
battaglione americano di cow-boys, e pellirosse marziali. Il popolino
toscano non trattiene più la sua gratitudine per l'aiuto americano.
Dopo il corteo delle città invase o irredente Udine, Trento, Trieste,
la marcia dell'Aida accompagna l'entrata solenne su cavallo bianco della
Pace con un ramo d'olivo in mano.
Il pasticcio frenetico dei simboli e delle musiche d'ogni tempo e d'ogni
popolo ingigantisce. L'agitazione delle bandiere e lo svolazzamento dei
manti trasformati in scope veloci, mi dà la sensazione d'una tragicomica
rivolta di palcoscenici napoletani o d'uno sciopero violento a mezza
opera al Teatro San Carlo.
Penso che quel grande futurista che si chiama Petrolini demolitore
d'ogni romanticismo ha voluto prendere definitivamente a calci la storia
e la vecchia retorica con una sintesi futurista di neutralismo
fiorentino, + gentilezza floreale toscana + ossessione della pace +
ammirazione servile pei forestieri ricchi, + amore estivo per la
campagna + cretinismo congenito degli organizzatori di feste.
Giungo a Milano a mezzanotte. Sciopero di carrozze. Sul piazzale, nella
luce azzurra delle lampade velate crocchi di soldati e di prostitute
vocianti affaccendate nei contratti erotici. Inquietudine delle notti di
guerra in città, tempestate dai galoppi della lussuria e dell'alcool sui
letti divorati e vomitati spensieratamente!...
Consegno la mia valigia a uno strano facchino improvvisato. E' un
gobbetto con ambiguità pederastiche e un'inesauribile chiacchera di
beghina.
Dice con smorfie e risucchi di saliva pieni di orrore e ripugnanza
schifiltosa:
--Dio mio, Dio mio, tutte quelle donnasse! quelle porcasse! Povera
Milano! Stanno lì ogni sera... Tutta la notte a fare réclame coi
soldati! E' una indecenza! Povera Milano non si riconosce più...! E i
profughi, che disgrassia... Date indumenti, date indumenti! Lo so, lo
so, sono povera gente. Ma, date indumenti, date indumenti! Sono restato
a piedi io e senza scarpe!
Il gobbetto che mi segue portando la valigia mi racconta che è figlio di
un portinaio di Via Cerva. Per colpa dei profughi vive in un
ripostiglio, quasi di mendicità; porta gli abiti del padrone di casa. Di
notte fa il facchino. Certo ha due, tre altri mestieri meno
confessabili. Ad un tratto si ferma con un bizzarrissimo lustrascarpe
vestito da sportman stivaloni, berretto e cane lupo a guinzaglio. Il
gobbetto mi spiega poi che quel lustrascarpe è spagnuolo e fa l'usuraio
dei cantanti in Galleria. Originale flora mostruosa di questa tropicale
fermentazione di guerra.
A Milano, confido la mia sicurezza nella vittoria prossima, grandiosa,
all'amico Notari, geniale patriota, instancabile, fattivo. Con lui
assisto a una assemblea interventista. Piccolo teatro gremito. Sono sul
palcoscenico. Il signor Del Crema, viso paonazzo grondante di sudore,
spinge affannosamente alla ribalta la sua eloquenza e la sua pancia,
botti spaccate che schizzano, tuonano, sputacchiano, inaffiano rosso. I
suoi paroloni-piedoni pigiano l'uva dell'assemblea. Come, dove salvarsi?
Vedo mani sul viso, parafanghi. Braccia alzate come parafulmini. Tutti i
cappelli delle signore abbassati, paralumi. Beato chi aveva davanti un
più alto spettatore, paravento. Una donna fuggì, gonna svolazzante,
paracadute. Ma urtò contro un uomo pietrificato dal sonno, paracarro!
Vorrei chiacchierare col pittore Rosai. Si è calato giù sotto la
ribalta.
Del Crema continua. Pancia, eloquenza non formano più che un unico
pallone gonfio, gonfio, gonfio che sta per esplodere:
--Violenza, violenza! violenza! Bisogna colpire, colpire, colpire!
Invisibile, ma pronto Rosai colpisce l'ultima parola in pieno con un
potente:
tum--tum
della grancassa. Ilarità fragorosa. Grandine, valanga di risate. Del
Crema sembra ferito in pieno nel tamburo della propria pancia.
Io crollo a terra corpo e gambe in convulsione di allegria. Del Crema
bestemmia, sbuffa, si arrabbia, non può ripigliare il suo discorso.
Entra nella sala una folla di donne politiche. Acclamazione, vocio.
Perchè mai son tutte brutte le donne che frequentano le assemblee? Tutte
tragicamente incoricabili, tenaci consigliere di castità.
La loro eloquenza ha lo sviluppo epidemico del colera e della peste.
Una donna stridula impreca contro le signore disfattiste e germanofile
ma è subito interrotta da un uragano di altre voci stridule e mani
fragili unghiute. Cento colli allungati di galline per raggiungere una
mano alta piena di grano:
--Fuori i nomi! fuori i nomi! fuori i nomi!
Pollaio esasperato dalla mancanza di galli... I galli imboscati non sono
galli.
Torno al fronte pensando senza rancore che gli imboscati sono utili non
fosse altro per dar risalto alla bellezza dei combattenti.
Nella tradotta m'addormentai al ritmo di questa canzone che dei fanti in
un compartimento vicino trascinavano con voce di sonno alcoolizzato:
Non hai tu un deputato?
Un parente cornuto
che ti venga in aiuto?
Non hai tu un ministro
o qualche altro ruffiano
che ti stenda la mano,
per levarti dal freddo
dal rischio e dal gel?
Se tu sapessi
quanti imboscati
dormono laggiù
di certo la trincea
lasceresti
pel bosco anche tu!
XV.
CAVALLERIA MEDIOEVALE E BLINDATE FUTURISTE
Il ritmo del treno non riesce a uguagliare in celerità il battito del
desiderio che l'idea dell'offensiva suscita in me. Che cosa si aspetta?
Sento il momento venuto. L'ora tipica, unica col suo nodo di forze
favorevoli penderà fra poco sul nostro capo. Gli eserciti francesi e
inglesi al comando di Foch attaccano violentemente la Germania che cede,
poco, ma cede. Il morale delle nostre truppe è forte, sereno,
consolidato dalla grande vittoria del 15 giugno e dall'enorme
propaganda, metodica, accanita. Bisogna dunque sferrare l'offensiva
finale.
Non curandomi dei miei vicini di compartimento io mi tasto il petto, le
cosce, le gambe come si palpa una granata prima di introdurla nel
cannone. Mi sento bene. Non temo il lieve dolore al ginocchio sinistro
che ogni autunno si ricorda di Plava.
Ferito da una grossa scheggia all'inguine, caduto sotto il pietrame e i
sacchi a terra della batteria sfasciata, mi rialzai con la faccia
bruciata e calandomi i calzoni inzuppati di sangue ammirai lo
straordinario viola della mia coscia e del mio ginocchio pesto. Ora
sono risanati.
Nella fattoria di Barchessa trovo i miei compagni a tavola sotto la
lampada pacifica, che mangiano discutendo questioni di servizio e di
faticosissime manovre con la cavalleria.
A tavola con noi un simpatico ufficiale di cavalleria: Franci di
Pietralunga, raffinato, coraggioso ma sempre velato da una melanconia
inspiegabile.
Io tento di concludere la discussione:
--E' assurdo volere accordare il medio-evo della cavalleria col
futurismo delle blindate! Salvo rari momenti la cavalleria è stata
sempre fuori di posto in questa guerra. Assurdo l'impiego strategico per
divisioni! Duemila cavalli offrono un bersaglio enorme. Se domani avremo
da inseguire il nemico basterà un solo suo cannone ben puntato per
fermare qualsiasi massa di cavalleria nostra. La cavalleria non può come
la fanteria camminare ai fianchi della strada o nascondersi dietro gli
argini o nei fossi. Un cavaliere è facilmente individualizzabile su una
strada. Se poi il nemico è in rotta completa senza neppure un cannone
per proteggere la sua fuga, si presenta il problema della velocità dei
cavalli che naturalmente è mediocre a meno di ammazzarli la sera del
primo inseguimento.
--La cavalleria, interrompe Raby, è stata nei due primi anni di guerra
un bosco elegante. Come cavalleria, bene inteso, poichè appiedata diede
innumerevoli eroi a Monfalcone e sull'Isonzo nel corpo dei bombardieri
e in quello dei mitraglieri.
Franci scattò:
--Dimenticate le nostre gloriose cariche suicide in retroguardia dopo
Caporetto.
--Le ho viste con questi occhi e non le dimentico, disse Raby. Ho visto
eroismi sublimi, ma vani. Una sola delle mie blindate dal Tagliamento al
Piave serviva più che 4 o 5 squadroni.