Prima d'uscire la marchesa s'infila al dito mignolo uno strano anello

che bilancia sospeso a tre catenelle un microscopico incensiere con un

granello d'incenso fumante. Traversiamo una sala popolata da tre

assiemi plastici di Boccioni in rissa con dei dinamismi violacei di

Russolo e dei cicloni gialli di Balla.

Usciamo. L'automobile è veloce. Roma notturna: ruderi presi a rasoiate

bianche dalle lampade elettriche.

La sala del Teatro dei Piccoli contiene molte russe agitate, zazzere

pittoriche, occhiali passatisti di professori, signore romane

magnetizzate dai titoli e dal cosmopolitismo, futuristi impazienti,

veleni critici in bottiglia con la relativa testa da morto sopra, tutto

il neutralismo elegante che si infischia della guerra continuando a

mendicare un sorriso e un invito dalla principessa tale, dalla duchessa

tal altra. Balordaggine snobistica, falsa intellettualità, smorfie pro e

contro il futurismo.

Sono seduto fra la marchesa Casati e la principessa di Bassiano,

americana gioviale semplice e intelligente.

Il pittore Besnard, illustre passatista, contende alla marchesa Casati

una parte della curiosità bisbigliante.

Il quadro dei selvaggi enormi fantocci di legno a colori e forme

sintetiche impone il silenzio. Aurora africana con balzi di colori. I

mormorii di stupore fanno pensare alla musica degli insetti sulle paludi

tropicali. Si soffoca dal caldo. Questo è accentuato da un'enorme

selvaggia rossa che s'avanza sulla scena. Ha un petto-ventre quadrato

che subitamente spalanca due sportelli e partorisce una piccola

marionetta.

I bambini nella sala schiamazzano dalla gioia. Interrogo i figli della

signora Giordana. Rispondono con entusiasmo che quelle marionette sono

le più belle, le più vere, le più vive. Ora danzano incalzate dalla

musica futurista di Malipiero, stramba, rude, originalissima. Il conte

di S. Martino che mi stringe la mano calorosamente dichiara ad alta

voce:

--Il vostro Depero ha molto ingegno. Non dimenticate, Marinetti, che io

sono un futurista della prima ora, non rimorchiato. Ho assistito a tutte

le vostre manifestazioni e ho sempre pensato che l'ingegno originale è

tutto nel vostro gruppo futurista.

XII.

UNA FESTA NAPOLEONICA

La sera dopo sono nel salotto di Donna Maria Mazzoleni. Ho una grande

stima e una viva simpatia per questa signora italiana che sa

mirabilmente vestire d'ogni grazia e d'ogni eleganza una vita energica

attivissima integralmente consacrata al patriottismo concreto e alla

pratica filantropia. Spirito largo senza pregiudizi e con spiccate

tendenze futuriste, Donna Maria Mazzoleni ha saputo fare del suo salotto

il ritrovo delle persone più significative e più originali della

capitale: diplomatici, poeti, artisti, musicisti, inventori, principi

indiani, celebrità del teatro, inaspettatissimi prodotti umani

dell'estremo oriente, ufficiali eroici, vincitori di record mondiali e

bellissime signore.

Questa sera non vi trovo che Missiroli, il pallido esitante indeciso ma

troppo intelligente farmacista d'ogni ideologia. Spirito tutto a trapani

inutili, a spaghetti senza sugo, cuoco accuratissimo di insipide

preziosissime salse spirituali. Una di quelle tipiche sibille a

rovescio, come io chiamo, i numerosi culturali falsi profeti che

sbagliando sempre nelle loro profezie diventano involontariamente degli

ottimi indicatori del futuro. Basta credere esattamente al contrario di

ciò che profetizzano: si coglie sempre nel segno.

Con mosse untuose da prelato Missiroli cerca d'inocularmi un po' della

sua ammirazione sconfinata per la Germania. Rifiuto brutalmente

l'iniezione. Egli colla piacevolezza di un cataplasma mi dichiara:

--Avete torto di parlar male di Benedetto Croce poichè egli è il padre

di tutte le vostre libertà futuriste.

Rispondo:

--Ho sempre avuto una profonda pietà per Benedetto Croce, malinconico

carabiniere che predica la libertà rivoluzionaria.

Entrano la contessa e il conte Bosdari nostro ambasciatore ad Atene.

Spingo a poco a poco la conversazione ad una precisa valutazione della

Grecia.

Bosdari dice:

--Il popolo greco è un popolo antiguerresco. Voleva rimanere neutrale.

E' stato strappato alla neutralità da Venizelos. Ora l'esercito greco

organizzato per forza dai francesi non vuole assolutamente battersi.

Venizelos non ha un vero seguito, nè un vero partito. Non vi sono

nazionalisti, nè patrioti in Grecia. Venizelos ha perduto il contatto

del suo popolo perchè ha fatto la rivoluzione con le forze degli

alleati, cioè con forze forestiere. _L'entente devait le laisser pourrir

dans sa neutralitè._ E' un popolo incurabilmente neutrale, pacifista,

ma non germanofilo. Non ha mai creduto nella potenza della sua Regina

tedesca. E' un'oca. I famosi schiaffi e la famosa pugnalata della Regina

al Re sono fiabe. Per molto tempo Venizelos non è riuscito, neanche coi

denari, a trovare 50 individui che gridassero: morte a Costantino! Ma i

francesi hanno una grande influenza ad Atene, una vera prepotenza,

spadroneggiano.

Comprendo che Bosdari si è urtato profondamente con Venizelos. Bosdari

ha un fondo d'incurabile germanofilia. Conclude:

--Ho fatto capire a Venizelos che l'unica potenza la cui amicizia può

permettere alla Grecia di non essere la misera vassalla dell'Inghilterra

e della Francia è l'Italia.

Donna Maria Mazzoleni che sa meglio di Madame di Sevigné dirigere il suo

salotto intellettuale con varietà e contrasti interessanti mi prega di

declamare le mie parole in libertà «_Treno di soldati turchi ammalati_».

Rompo con forza decisiva l'atmosfera di finezze diplomatiche. Vivo

successo di declamatore. La conversazione è orientata ormai sulle

demolizioni utilissime compiute dal movimento futurista e sulla

rivoluzione pittorica creata da noi in tutto il mondo col predominio

lirico, plastico del genio nostro. Altri invitati sopravvenuti

raccontano le leggendarie cazzottature del teatro Costanzi, le

burrascose esposizioni futuriste a New York a S. Francisco. Un attaché a

l'ambasciata Cinese spiega l'influenza decisiva del pittore Boccioni

sull'arte dell'estremo oriente. Si parla molto di una grande festa che

il conte Primoli darà domani nel suo palazzo napoleonico in onore dei

mutilati.

* * * * *

Vi partecipai colla marchesa Casati che mi presentò al famoso Loulou

Primoli. Raffinatissimo, colto, intelligente, ma tragicamente passatista

figlio di una Bonaparte, maestro d'ogni cortesia e d'ogni bizzarria

erotico-sentimentale.

Salgo colla Marchesa per una scaletta piena di fiori e di statuette di

Napoleone. Il guardaportone, personaggio dell'impero, saluta tutti e

lascia passare tutti.

Siamo in casa del Passato. Passato vinto, indulgentissimo, disilluso e

nostalgico. La scala sale girando con grazia e portando faticosamente la

sua balaustra carica di stoffe rosso e oro. Infilata di camere

rosso-oro. Vere cappelle asfissianti di fiori e di profumi artificiali.

Fiori, fiori, falsi e naturali in scatole, scrigni, vasi e vassoi.

Ritratti, ritrattini, ninnoli intimi preziosissimi, ricordi, album,

fotografie d'ogni dimensione, autografi enormi come di giganti e flebili

sbiadite calligrafie di regine morte. Tutte le cose sacre d'una vita

sontuosa che preferisce il ricordo alla crudele realtà presente, tutto

marcato dall'affetto e dal tempo messo in vetrina spudoratamente, con

ostentazione quasi oscena. Ultima offensiva d'un passatismo disarmato

che utilizza le sue fragili armi senza grazia alla rinfusa per fermare

ad ogni costo il futurismo vittorioso e le sue velocità furenti. Questa

sala contiene due pezzi di chiese distrutte, tre portantine pregne di

profumi imperiali, due madonne di bronzo decapitate e una grande grata

panciuta di vecchio legno dorato tolta dal coro di una chiesa di Siena.

La portantina sussurra che le donne del tempo che fu sapevano meglio

amare. Dalla grata panciuta cola come da una chiusa la cadenza morbida

d'un canto chiesastico. Ma le due Madonne tendono sinistramente le mani

vuote come per ridomandare ai rigattieri ebrei le loro teste

probabilmente vendute a parte.

L'odore di muffa aggredisce le nari. Polvere, polvere. Bricabrac di cose

vecchie, morte affastellate. Sembra la vendita all'asta di una reggia

che l'ultimo erede reale offre per necessità ad un popolo

rivoluzionario. Questo però non compera, invade, devasta e brucia.

Infatti le stoffe rosse danno l'illusione delle fiamme e i profumi densi

si inacidiscono fino all'acredine dell'odore di bruciato e di sangue.

Folla di signore. Dominano le cretine:

--Oh ma chère, chère, chère madame, quelle joie de vous revoir!

Tipica frenesia balorda e grottesca delle signore spalmate di falsa

aristocrazia, orgogliose tacchinescamente di trovarsi in un salotto alla

moda select unico. Tutte un po' seccate di trovarsi così numerose.

Sarebbero raggianti di potere compiangere molte amiche assenti. Ma non

avrebbero allora il piacere di vedere il loro privilegio notato da

molte.

La maschera di cera di Napoleone assiste impassibile a questa nuova

ritirata di Waterloo.

Tutto in vetrina, anche i gloriosi mutilati da festeggiare. Sono seduti

immobili nelle poltrone rosso e oro del grande salone. Visi rudi cotti e

riplasmati dalle carezze ferree corrosive delle rose granate. Visi

scabri, tipici come il Carso. Pezzi di sole ancora fumanti e vibranti.

Ora sono un po' pacificati, ma vi passa sopra il brivido di una

irritazione. Perla il sudore su quella fronte. Sentono il peso

insopportabile di quel lusso sfarzoso ammucchiato con boria. Nei loro

occhi oscilla l'anima tra le preoccupazioni di denaro e il piacere

inusitato dei ricchi omaggi mondani. Intorno accaparranti fastidiosi

tutti i brusii mormorii delle donne che vorrebbero essere materne e

invece urtano sbadatamente tutti gli spigoli doloranti di quelle

sensibilità troncate.

Silenzio! silenzio! Il celebre Battistini canterà una canzone

napoletana.

Vola con grazia lentamente poi si slancia patetica in alto la grande

voce del cantante meraviglioso, un po' sciupata, ma piena ancora di

magie. Si gonfia, si arrotonda, cerca di spalancare l'angoscia

appassionata del golfo di Napoli, rompendo e travolgendo pareti, stoffe,

soffitti di oro fuor dal bricabrac passatista, per toccare le vivide,

fresche, elettriche stelle d'Italia che brillavano certo nella

battaglia su quei soldati come su dinamo instancabili dalle scosse

micidiali. Gli applausi e le approvazioni sventagliano mille idiozie ma

hanno il rumore della risacca notturna sui Faraglioni tetri, eroici di

Capri.

Ora si aggira, in mezzo ai busti, statue, statuette, il Bonaparte

padrone di casa e direttore di questo immane esibizionismo d'intimità

napoleoniche. Cortesissimo, pieno di grazie delicate, ma tozzo, stanco,

grosse spalle finite, tirate giù dall'enorme _tight_ verde-blu scuro e

il cravattone quadrettato grigio-perla e blu.

Loulou Primoli ringrazia i suoi invitati con molti sorrisi nella faccia

rossa un po' cotta dai liquori, baffi grigi, gote gonfie, cascanti,

occhi scuri sagaci d'antiquario.

Esco colla Marchesa Casati, felice di rivedere all'aperto la mia amica

futurista in un'altra serra calda che abbia per soffitto l'arco caldo

azzurro del cielo romano.

XIII.

I VELENI DEL GOLFO

Sono stanco di artifici e di snobismi esasperati. Bianca mi aspetta a

Napoli!

Il giorno dopo alle due del pomeriggio appena entrato nello

scompartimento soffocante sono preso da un'ansia inaspettata. Il treno è

zeppo. Quasi tutti napoletani. Sono forse le loro voci cadenzate che mi

spremono i nervi mutando completamente la mia sensibilità. Il mio cuore

raddoppia i suoi battiti. Vorrei aprire la mia giubba grigio-verde per

respirare, respirare il grande alito passionale del golfo. Ma è ancor

lontano, molto lontano. Perchè non parte il treno? Sono pigiato sul mio

sedile, ma non sento più nulla, tutto assorto nella visione interiore

bruciante di Bianca. Dunque l'amo pazzamente? Forse. Sono strabiliato

dalle bizzarrie della mia anima che porta con se in guerra ridendo e

combattendo spensieratamente un amore sepolto, ma vivo ora scattante.

Il treno parte accelerando col suo ritmo il ritmo del mio cuore che

s'avventa per frugare nei ricordi, precisare le sensazioni.

Completamente isolato nel mio sogno, vedo Bianca, la sento!

Bionda, bionda, gracile, flessuosa con quei suoi occhi pieni d'oro

verde, bellissimi occhi che ridono e bruciano sotto la capigliatura di

scintille e polvere d'oro. Chissà se mi sarà possibile vederla un po' a

lungo a Napoli? Sua zia bisbetica e provinciale ha una franca antipatia

per me. Ma Bianca saprà dovrà superare ogni difficoltà per vedermi!...

La risento nelle mie braccia come la prima volta in casa mia nel mio

appartamento di Chiatamone 5 anni fa. Aveva un vestito leggerissimo,

sembrava nuda. Io l'ubriacavo di poesia. In un attimo i miei baci

travolsero ogni sua volontà. Scapigliata, languida, eccitatissima!

Invocava un pettine per ravviarsi i capelli. Ricordo ancora di aver

chiamato la mia cameriera Giulia che offrendomi il pettine mi spaventò

col suo viso inferocito dalla gelosia.

Andammo a pranzare insieme. Pioveva. Bianca si abbandonava sul mio

braccio felice della pioggia che ci isolava dal mondo. La marea d'una

passione violenta mi portava sulle vette acute delle fantasie più

suicide. Le dicevo:

--La mia vita è lì sulla tua bocca... tutta la vita in un tuo bacio!

Le proposi di partire per Sorrento. Non volle. Ma in carrozzella

semi-aperta sentii che ogni sua difesa era vana. Tutte le forze della

luce, dei profumi, dei suoni e dei rumori si coalizzano, impongono,

esigono che ogni ritardo sia abolito. I baci nostri sono fitti,

precipitati, affannosi. Sembrano incalzati dalla pioggia in una

elettrica furia di vibrazioni. Scendiamo dalla carrozzella. Nel

giardino le nudità pericolose troppo bianche delle statue sembrano

uscite dal coito acre mordente schiaffeggiante di quel mare virile.

Convinco Bianca che docile viene dove voglio. Ansando come un ladro la

guido per la mano nel buio della scala, poi nel buio appartamento, piego

il suo corpo che trema sul letto nel buio, svestendola febbrilmente con

le mie mani convulse che si sbagliano, strappano, strappano le ultime

barriere davanti alla piena irruente della mia passione.

Bianca è quasi nuda. Non vuole la luce. Io esigo lo splendore illuminato

di quel corpo ed eccolo finalmente tutto da baciare con mille elogi

deliranti, carezze che frugano si arrampicano insistono divorano.

Velocità d'incendio che nessuno potrà spegnere.

--Stiamo al buio, te ne prego...

Io rifaccio la luce. Ma lei implora:

--No! No! che scandalo! che scandalo! Sei cattivo! Caro, caro, mi piaci

tanto! Mi piace il tuo temperamento impetuoso, ma Dio mio! non ti calmi

mai! Fermati con questo tuo dinamismo!

Bianca ride.

Io rispondo:

--Dinamismo plastico!

Ridiamo insieme. Risate che sfumano nelle strette feroci dove le nostre

anime si spremono.

--Ho paura, dice Bianca, penso che mi farai soffrire, terribilmente

soffrire.

Si rituffa nell'incosciente abbandono, soffocando le sue grida sotto le

ondate pesanti del piacere. Poi un tremito convulso l'assale. Mi ricordo

che questo tremito non cessava più. Mormorava e implorava:

--Ho freddo, freddo, tanto freddo, riscaldami, amore!

Io la riprendo. Eccola beata, rapita, bambina. La sua anima alla deriva

nuota come in una scia di bollore lunare. Con precisione ricordo i suoi

piccoli strilli di spavento-pudore mentre girava cercando le sue vesti

nella camera, nuda, minacciata dalla luce che io accendevo e spegnevo.

Mangiammo insieme delle frutta nella sala da pranzo, poi la ricondussi

in carrozza alla casa della zia, senza pensare che non l'avrei riveduta

per un anno. Che schianto! Per un anno la cercai senza ritrovarla,

invocando il suo ritorno disperatamente. Il mistero di quella lontananza

e di quel silenzio mi tormenta oggi più che mai.

Bianca non seppe non volle spiegarmi nulla, quando la rividi, un anno

dopo. Mi parlò di un fidanzato. Compresi che non poteva essere sincera.

Certo avrebbe aperto tutto il suo cuore se avesse potuto. Mi disse:

--Ho fretta questa sera. Domani mattina alle 10. Avremo tutta la

giornata per noi.

Bianca è un'amante strana. In fondo la credo una innamorata dell'amore.

Sensuale e cerebrale. Odia le ore d'amore rubate in fretta alla vita. Le

piace organizzare bene le voluttà. Ha un corpo ideale d'amante

predisposto a tutte le raffinatezze del piacere. Non lo dimenticherò

mai. Ho bisogno di lei. Che occhi mutevoli! Occhi di carnevale! Era

felice di questa immagine e l'accoglieva aprendo la sua bocca ardente

come per mangiarsela fra i dentini bianchi... Sento, sento che se avessi

qui Bianca con le sue labbra che si liquefanno fra le mie la soavità del

nostro bacio sarebbe tale da fermare di colpo questo treno.

Dunque, sono innamorato come un pazzo di Bianca. Perchè, perchè non la

prendo con me, strappandola alla sua vita ambigua di signorina che ha un

amante, ne ebbe forse già due, sotto la sorveglianza balzana di parenti

ostili, libera e prigioniera inesplicabilmente?

Bianca è capricciosa. Ogni volta che io ebbi il dono del suo amore la

trovai diversa. Ricordo il nostro quarto convegno a Palermo. Sembrava

ridiventata pura come una vergine. Per un nulla le vampe al viso. Mille

pudori e la lunga difesa di ogni angolo del suo corpo. Poi dopo il primo

amplesso riapparve la fragorosa luce dei suoi occhi di carnevale che

ridevano offrendo la bocca come un fiume di delizia nel paradiso, la sua

bocca nuda, aperta e inquietante. Una strana sensualità quasi oscena nel

sorriso di quel viso roseo, ardente fra i capelli biondi,

sparpagliamento di scintille sul guanciale.

Ricordo un'altra volta: Bianca benchè legata dalle abitudini signorili e

sdegnose della sua vita semi-aristocratica, venne con me felice in un

piccolo albergo da marinai piuttosto sporco. Unico albergo che non fosse

pieno, in una città marittima. Era elegantissima, nasino al vento, quel

nasino all'insù birichino e francese. Volle portare da sola la mia

valigia fra i camerieri stupefatti, per dimostrarmi la forza dei suoi

muscoli. Le dissi:

--Questa stanza è brutta, ma vale cento paradisi.

Mi rispose spensieratamente:

--Somiglia a una camera d'albergo di Alessandria d'Egitto.

Sapevo che Bianca aveva già molto viaggiato con sua zia in Oriente. Più

volte mi aveva parlato di Costantinopoli. Nondimeno la sua allusione ad

un albergo simile a quello che ci ospitava mi turbò, quasi mi fece male.

Quel giorno a letto più nitidamente mi si conficcò nel mio spirito

questa verità spaventosa! Bianca aveva due anime. Mi offriva la prima

ingenua, fresca, fremente, pudica, tutta in lacrime e confusioni soavi;

poi al secondo amplesso mi spalancava una seconda anima di lussuria

gogliardica, ironica quasi clownesca, un'anima da caffè concerto di

secondo ordine. Diceva con mille scatti buffi:

--Mi piacciono, mi piacciono i tuoi baci sulla schiena, ma non li

voglio... Per carità non toccarmi il puff... Il mio puff è scemo,

resterà scemo, non capisce nulla... In quanto a lei, lei! Elle est très

délurée... Lei è pazza, pazza da legare. Colpa tua! Ora è pazza!...

Veramente pazza!

Allora Bianca diventava frenetica, moltiplicava i suoi baci e le sue

carezze rivelando di tanto in tanto una sapienza sensuale da cortigiana.

Diceva con voce puerile:

--Queste sono le rotelle del carrettino!

Poi facendomi ammirare il suo ventre perfetto e, con un dito

sull'ombelico, soggiungeva:

--Questa è la piccola buca delle lettere tutte per me.

Su quel vasto letto, in quella brutta camera d'albergo si esercitava la

pressione del porto tutto catrame, fumo, carbone, antenne, sole

accecante ruvidissimo nelle alberature, polvere salata, scricchiolio di

ruote, carri, carrucole, peso dei cavalli monumentali e dei carriaggi

sul selciato di bragia, treni di piombo ripiombanti sulle rotaie e odori

furenti.

Ero torturato, inquieto. Ma il mio petto si sfasciò dalla delizia quando

Bianca mi ridonò la sua prima anima infantile, vergine, con queste

parole:

--Ed ora stiamo buoni. Voglio soltanto che tu mi mangi un po' la

boccuccia.

Nello scendere dal treno a Napoli io constatai che una lotta si era

scatenata fra il mio cervello volitivo pieno di idee di guerra e di

prossima offensiva e il mio cuore tremante, vinto, liquefatto,

napoletano. Irritatissimo, sconvolto, con le lagrime in gola,

traballavo nella carrozzella traballante pei vicoli notturni.

Napoli nei primi anni di guerra, fu sempre sfacciatamente illuminata

negozi e caffè. Ora imitava finalmente le altre città mascherandosi di

azzurro per paura di un secondo bombardamento di aeroplani. Per

difendersi e nascondersi i napoletani hanno riempito le strade di

piccole lune graziose copiate sulla grande loro luna speciale.

Piccole lune da strada! Piccole lune quasi tascabili! Questa arrotonda

una fresca volta di grottazzurra di Capri. Vi tremano sotto liquide

turchesi e gioielli d'acqua.

In quest'altra piccola luna da strada scintilla il fondo abisso del mare

con palombaro e lampadina elettrica fra guizzi fulminei di pesci. Ma la

giocondità rossa bianca napoletana schizza fuori dalle botteghe radendo

il selciato. Una giocondità tutta a risate represse, occhiate,

sghignazzamenti, baci veloci, strette di mani incandescenti, gomitate

d'oro, luci schiacciate, spremute fra i battenti delle porte sulle

soglie nei buchi del marciapiede.

L'allegria napoletana cede un poco, ma non troppo, alla severità della

guerra. E' ottimista il vasto golfo carnale, indulgente e distratto. Sa

che dopo i malefici iettatori aerei con relativo sterco esplodente

ritornerà la pace pei soldati vittoriosi carichi di passione da spandere

in canti larghi tali da colmare tutti i pozzi del terrore materno.

Così io penso che nel mio cuore la guerra di ferro e fango saprà

vincere la dolce e velenosa guerra dell'amore. Molleggia la mia anima in

carrozzella per le strade spaccate forse dalla passione. Quanti buchi

affettuosi! Il mio spirito virile somiglia al mio cocchiere che tira

ferocemente, tira a strappi brutali il cavallo sfiancato fuor dai

binari. Ma il cavallo sfiancato come il mio cuore va dove vuole, a

destra, a sinistra, resistendo alla mano violentissima che lo strappa.

Non m'ispira pietà quel cavallo, tanto è di caucciù indifferente sotto

le frustate tremende in testa, atroci.

Il selciato è più che napoletano, svaccato. Il cocchiere accanito

sradica fuor dai binari il cavallo, sturacciolando la carrozzella che

balza come un fa bemol fuori dalle righe musicali. Arpeggio violento

strappato nelle corde tese delle strade notturne, molli di languore

erotico, arpe coricate degli abbandoni carnali.

Povera carrozzella dell'amore e del canto nostalgico che con schianti e

singhiozzi si strappa dai binari ferrei della vita di guerra.

Il cocchiere bestemmia:

--Accidenti! Fetente!

In realtà dove vanno a finire le ruote del mio cuore, lo sa il Padre

Eterno!

Ma i vicoli splendono sgargianti infischiandosi degli areoplani.

All'imbocco di questo vicolo il viscido argento profuso dei pesci fuor

dalle casseforti sfasciate del mare. Più su, tutti i fatti di sangue

dei pomodori e dei cocomeri. Venti passi più innanzi crollati giù e

dormenti tre rosei volumi di grassi bambini pneumatici da réclame. A

destra in vetrina la morbida materna bontà cedevole delle mozzarelle

troppo femminili che godono il proprio fresco immacolato candore.

Bisogna bene passar la sera in un caffè concerto. Non potrò vedere

Bianca prima di domani mattina. Nello schiamazzo luminoso della sala

Umberto, canta una donna in gonnellino vermiglio, pallido visetto che

suda sotto ciocche nerissime, pesanti. Occhiate di liquirizia. La

canzone trascina voci e anime di spettatori.

Mamma dice

non devi morir

di malinconia;

c'è il biondino

che ti vuol bene.

Perchè aspettare?

sono sei mesi

che non scrive più

forse è morto.

A tutte le frasi sagge e interessate della madre il ritornello risponde

con un'ondata grave, triste, ostinata, religiosa:

Voglio il mio amore

che vive in trincea,

voglio il mio amore

che aspetta e spera.

Voglio il mio amore

che alla sua bella,

che alla sua bella

ritornerà.

L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto · 第 7 / 20 段