Monotonia, monotonia del sole operaio che cuoce i germi delle viti,

sguinzaglia i tafani sulle groppe dei buoi, accende pruriti nella carne

di quella contadinella, arroventa il dinamismo giocondo dei tre cani e

gonfia il mio petto d'un'ansia soffocante di amore e di guerra. Vita da

cow-boy. La nostra fattoria di Barchessa immobile, sola come una nave

sul mare infinito delle pianure. Tutto il giorno senza giubba, piedi

nudi nei fossi pieni di lucci, anatre, oche. Lucertoliamo al sole.

A schiena nuda sento ramificarsi sulla mia pelle il cervello di Fabre

formicolante d'insetti attivissimi in guerra. Intorno, le pianure

vastissime, aperte, senza alberi partono a grande velocità lontaaano

verso le radici del Grappa che si copre talvolta di nuvole e ribolle di

cannonate ovattate. Questo è certo un bombardamento più feroce di tutti

i precedenti. Ogni sera il Grappa si incorona di vampe convulse.

All'alba erro nell'immensa pianura semi-allagata.

Nick, Kim, e Zazà mi accompagnano. Sono divertentissimi. Ma Nick sempre

più innamorato di Zazà diventa insopportabile. Quel bellissimo cane

tutto muscoli scattanti è, come tutti i cani di razza, un mediocre

assalitore di femmine. Tenta, tenta, ritenta. Zazà si presta con mille

grazie e abilità impudiche. Nick non riesce. Lingua fuori,

esasperatissimo, continua anche lontano da Zazà il movimento convulso

della schiena. Io lo sollevo ogni tanto per la piccola coda dura come

per un manico e lo tuffo nei fossi per rinfrescarlo. C'è invece un altro

pretendente di Zazà, sempre in agguato a 50, 100 metri in giro davanti

una siepe o nell'erba. Piccolo cagnolino bastardissimo nero con enormi

orecchie da vampiro. Ghiandusso che lo ha dichiarato austriaco lo

rincorre a pietrate. L'odiato pretendente sparisce ma 5 minuti dopo

eccolo a pochi metri incollato a Zazà. Tutti addosso. Guaiti,

lacerazione, fuga.

L'altro giorno avevo Zazà al guinzaglio. Sicuro, non sorvegliavo. Ad un

tratto doppio peso al guinzaglio. E' lui, incollatissimo. Devo

piantargli il piede sul muso per sturacciolar via la mia cagnetta.

Evidentemente il piccolo bastardo è un amatore fulmineo.

Mentre le mie scarpe ruminano, brucano e masticano l'erba rasa, penso

che tutti gli erranti pastori e cow-boys delle pianure americane

portano nel loro corpo rimpicciolito dall'opprimente avviluppante

Infinito, una minuscola rosicchiante ossessione oscena o una miserabile

rapacità finanziaria. Essi non godono come me la vasta fusione dell'idea

di spazio e dell'idea di tempo fra il sciiivff sciaaff dei piedi nella

terra molle e pantanosa. L'abitudine delle vaste respiranti, dilatate,

pianure toglie loro ogni curiosità e ogni amore per i cieli, le nuvole,

le stelle e le polifonie degli insetti. Io che noto tutto, valuto,

catalogo ogni sensazione letterariamente, mi sento naufragare a poco a

poco nell'incoscienza dei pastori erranti.

* * * * *

Ma il capitano Raby mi sorprende in una di queste meditazioni e mi

invita ad accompagnarlo a Padova, dove si reca a vedere un suo compagno

morente all'ospedale. Ecco la divina velocità, maestra d'ogni energia e

d'ogni lirismo, furente inaffiatoio di varietà sorprendenti. Mezz'ora

dopo entriamo all'ospedale. Atmosfera tragica e storia ancor più tragica

di questo giovanissimo ufficiale di cavalleria che prese la sifilide a

Pinerolo, si curò col 606. Apparentemente guarito tornò a Pinerolo, vi

prese una blenorragia.

--E' entrato pochi giorni fa all'ospedale, mi dice il capitano Raby. Ha

delle febbri misteriose, dimagra. Avant'ieri l'ho trovato con un braccio

al collo. Mi raccontò che nell'agitare il termometro si era rovesciato

completamente il pollice contro l'avambraccio.

Entriamo nella sala. Il maggiore medico ci dice in fretta:

--E' morto stanotte. Ha le ossa disfatte e disgregate dal 606.

Ci avviciniamo al cadavere. Non si può resistere dal fetore. Dal naso

esce una materia verdastra e delle grandi bolle che scoppiano emanando

un odore di putrefazione avanzata. Il maggiore dice gravemente:

--L'uomo ha trovato due sole medicine: il chinino per la malaria e il

mercurio per la sifilide. Gli antichi greci, persiani, indiani, cinesi

frizionavano il corpo sifilitico con una pomata mercurale. Abbiamo fatto

pochi progressi. I giovani in genere non resistono al 606, le loro ossa

sono troppo fragili, si sfasciano, vedete.

* * * * *

26 agosto, sveglia dolorosa alle due del mattino.

Incominceranno all'alba le grandi manovre tra il Bacchiglione e il

Brenta per prepararci all'avanzata tra Piave e Tagliamento. Saremo coi

bersaglieri ciclisti in testa al primo corpo d'armata d'assalto sotto il

comando del generale Grazioli. Ore tre, in macchina. Lotta tra la luna

quasi piena che investe gli alberi coricandone le ombre lunghissime e i

fanali delle blindate. Queste squassano, sfasciano sventolano le loro

ombre nerissime geometriche. La campagna si gonfia di pulsazioni

scoppianti di motociclette. Freddo. L'interno delle auto-blindate che

diventa un forno al sole è, questa notte, una gelatiera. Un side-car

con fanale bianchissimo che ci sorpassa sembra un pezzo di vita intima

invernale strappata a un castello da un vento pazzo. Fantastica fuga

d'una poltrona con relativo sedentario, le gambe prese nella coperta,

davanti al fuoco del camino.

Le truppe si concentrano in un immenso prato di monte Galdella, orlato

di squadroni di cavalleria. Si indovinano i cavalli sotto gli alberi.

Fiati, fiati di fieno, sterco, piscio, acri ammoniacati mordenti.

Agitazioni di groppe e code sventaglianti. Nel buio sfilano le colonne

di cavalleria. Ci accodiamo alla terza. Il corpo d'armata d'assalto ha

il compito di rastrellare il terreno conquistato da noi e stabilire le

prime linee difensive.

Corteo lentissimo. Davanti a noi i cavalleggeri al trotto si fermano e

mandano pattuglie in avanscoperta. Ci fermiamo, poi lentamente avanti.

Caldo nauseante di olio bruciato nella mia blindata chiusa. Il rumore

del motore con nota d'organo ostinata mi dà sonno. Apro lo sportello per

non dormire. Una strada di campagna ci beve nel folto dei suoi fogliami.

Ingombro di batterie da montagna someggiate con muli. Un reparto

d'assalto fez neri. Arditi che sembrano scolaretti in ricreazione.

Scapigliamento disciplinato. Si addensano, precipitano la marcia. Passo

più che bersaglieresco. Violenti, velocissimi con maffia gloriosa. Penso

all'assurdità delle manovre, cretine in tempo di pace poichè comandate

da ufficiali invecchiati in caserma e imbelli; cretine in tempo di

guerra poichè gli ufficiali che le comandano sono quasi tutti feriti e

perciò svogliati dall'assenza del personaggio più importante: il signor

Pericolo.

Siamo di punta coi bersaglieri ciclisti in contatto silenzioso col

nemico. Un razzo enorme sfascia il suo fuoco nel cielo. Sono gli arditi

che indicano al comando il punto estremo conquistato. Giunge a cavallo

un maggiore affannato. Con voce rotta dall'emozione dice al generale:

--Vi è un tiro di artiglieria infernale sulla nostra destra. Minaccia di

accerchiamento. Bisogna ripiegare. Ritirata.

Le sue parole spaventate (da chi?) e i suoi gesti tragici sono di una

comicità sublime in questo silenzio quasi assoluto che trasuda il

bisbiglio degli uccelli negli alberi soffocati dal caldo quasi torrido

di questa aurora d'agosto. Penso che se i reparti d'assalto colla

cavalleria e le blindate s'infischiassero eroicamente di questo tiro

d'artiglieria infernale non ci sarebbe proprio bisogno di ritirarsi.

Tutto dunque dipende dall'accoglienza che noi faremo al signor Pericolo.

Le manovre servono soltanto a stabilire qualche servizio logistico e a

distribuire medaglie!

Ore tre del pomeriggio. Riprendo la manovra nella mia blindata

tropicale. Innumerevoli errori. Il generale temeva quel punto fosse

battuto dall'artiglieria. Non è così. Vi sono solo delle mitragliatrici.

Due maggiori dichiarano che le mitragliatrici sono 12. Invece sono due.

Constato una volta di più che la nostra razza è legata alla

improvvisazione e alla realtà. Non crede negli esami preparatorii, non

ama le finte, risolve tutto quando l'esame finale è decisivo.

Vado avanti colla mia blindata e un plotone di cavalleggeri appiedati,

baionetta inastata. Mi seguono curvi in fila, defilandosi dietro la mia

blindata che rincula con la poppa armata di tre mitragliatrici. In fondo

la strada è sbarrata da 2 mitragliatrici coperte di fogliame. Un giudice

di campo mi dichiara che non posso fare nulla. Io punto colle due

mitragliatrici le due avversarie.

Un capitano dei bersaglieri ciclisti insorge.

--Guardi che le mie due mitragliatrici sono puntate e la strada è

sbarrata.

Rispondo:

--Le mie sono puntate e blindate. E' mezz'ora che io inseguo i suoi

bersaglieri. Lei non ha avuto il tempo di fare lavori di sbarramento.

Del resto mentre io la mitragliavo i miei uomini hanno tolto tutti gli

sbarramenti.

--Non è possibile.

--Il giudice di campo deciderà.

A 50 metri da noi, altro dialogo tra due reparti avversari.

--Lei con le sue mitragliatrici è fuori uso.

--Io considero prigioniera la sua sezione.

--Se vuole, si accomodi, signor capitano!

Mi consolo dell'ironia scoraggiante e del caldo tropicale con

l'ammirare una giovine mugnaia in rosa ritta sulla chiusa d'un mulino

con un orinale azzurro nella mano destra. Beve estatica il tapaplum

tapaplum di 3 cavalieri che galoppano sotto il ta-ta-ta-ta di una

mitragliatrice innocua, a salve.

=Ssssssssssss= della limpida vasta gomma di acqua convessa

dell'affioratore. Gonfia gelatina trasparente che contiene tutto il

sapore dorato dell'agosto. Cristallo mobile che porta l'immagine precisa

della mia blindata.

=Rrrrrrr= d'areoplano in cielo. Un fascio di sole fuor delle nuvole

investe una bandiera azzurra alla finestra d'un cascinale.

Passa un cavaliere con una bandiera rossa e bianca nello stivalone.

Davanti, il prato è una fusione di smeraldi. Quattro bambini pastori. Si

chiamano forse Rosa Italia, Ninette France, Nik Wilson, John Bull.

Sorvegliano 2 groppe enormi cubiche: un toro cieco che si chiama

certamente Berlino, una vacca elegante magrissima che si chiama senza

dubbio Vienna.

Mascelle: bruuc bruuc bruucroff bruucroff.

Fiati: fuu fuu.

Code incensieri e code ventagli contro le mosche

Turutuum turutuum di cannonate sul Grappa.

Tuf tuf tuf tuf tuf della mia autoblindata.

Tuf--tuff--tuff della lavandaia che sbatte e sciacqua quei panni forse

bende insanguinate nel fosso d'oro blu.

Blu blu blu blu blu di tacchine berlinesi e romantiche.

Plaaff plaaff di sterco di vaaacca vaaacca.

Valaaa bireee vekiii moreee.

Bruuc bruucrof.

=Zzzzzzz= di mosconi tedeschi che tornano =zzzzzz= insistono =zzzzz=

pungono metodici, filosofici. I 4 bambini pastori giuocano colla palla

di caucciù solare che rimbalza sul prato verde.

John!... Wilson!... France!... Italiaaaa!...!

* * * * *

Da tre giorni l'intiera 8ª squadriglia si esercita al tiro della

mitragliatrice. Mentre crediamo poco nella collaborazione della

cavalleria in caso di celere offensiva abbiamo grande fiducia nelle

nostre auto-blindate. Si lavora energicamente sotto il sole tropicale

che trasforma la mia 74 in una vera scatola di cottura.

Ricordo di aver per il primo nella mia _Battaglia di Tripoli_ paragonato

la mitragliatrice a una donna seducentissima perfida capricciosa e

crudele con la sua lucente cintura di cartucce. Trovo ora che l'immagine

è precisa specialmente se si tratta di caratterizzare queste nostre

mitragliatrici S. Etienne vendute dalla Francia all'Italia, più parigine

e più femminili di ogni altra mitragliatrice, più passionali e più

perfide. La mitragliatrice S. Etienne è un'arma perfetta, ma esige cure

tali da stancare qualsiasi amante devoto. Sarebbe docile e continua, se

ben fissata sul candeliere in terra. Ma soffre di affacciarsi alle

finestre troppo strette della blindata. Non ama gli scossoni polverosi

della velocità, esige una oliatura leggerissima, dirò meglio una

toilette da Istituto di bellezza. Altrimenti si inceppa, mastica le

cartucce invece di spararle e si ingombra lo stomaco colla polvere.

Brutto affare sentirsi accerchiati mentre la S. Etienne ha le bizze. Il

mio sergente ha svestito interamente una delle due S. Etienne in cupola.

L'aiuto, seconda cameriera affaccendata intorno al corpo della dama che

andrà al ballo. Eccola rivestita. Spara; poi di nuovo si inceppa. Il mio

sergente bestemmia:

--Accidenti, ora fa la matta! Questa stupida non ama l'olio!

Si soffoca nella mia blindata. Salto fuori per respirare pensando a

un'altra donna che fa la matta nella sua ultima lettera. Si chiama

Bianca, è bionda, fiorentina, sensuale, sta a Palermo, spera di

incontrarmi a Napoli. L'ho amata, ma la sua natura bizzarra piena di

svolte misteriose, sincerità e snobismi, calcoli e generosità assolute,

mi esaspera specialmente ora in questo periodo della mia vita di guerra,

inadatto alle complicazioni e ai diabolismi erotico-sentimentali. Sarei

contento di non rivederla più. E' una mitragliatrice graziosa, precisa,

ma turbolenta e piena d'inceppamenti. D'altra parte, come incontrarla

ora? Mi scrive una lettera assurda ponendomi l'ultimatum. Vedersi a

Napoli o non vedersi più!

Il capitano Raby mi batte sulla spalla con queste parole inaspettate:

--Non posso andare ora in licenza, se vuoi andarci tu, puoi partire fra

due ore.

Scatto di gioia e accetto. Questa gioia mi irrita. Sento che il fascino

della mitragliatrice lontana mi domina, ma dico con tono strafottente:

--Caro Raby, grazie. Parto perchè non temo le mitragliatrici.

XI.

LA MARCHESA CASATI E I BALLI FUTURISTI

In treno riepilogo le cose da sbrigare nella mia licenza: gruppi di

giovanissimi futuristi da visitare, propaganda da intensificare, prima

rappresentazione dei balli futuristi di Depero ecc. ecc. Dominano nella

mia fantasticheria sonnolenta le figure di due donne: Maria, amica

affettuosa e intelligente purtroppo influenzata da un marito professore

germanofilo. La vedrò a Roma. E Bianca che amo un poco, molto, non so,

desidero, odio, strangolerei o trascurerei, vedremo.

Mi ero proposto 4 anni fa di eliminare durante la guerra qualsiasi amore

importante. Non tanto per gelosia, quanto per portare al fronte un'anima

serena, spensierata e gogliardica. Vi sono riuscito a metà.

Nel compartimento vi sono molte donne. Il mio istinto le valuta. Una è

coricabilissima, l'altra è coricabile, la terza è traversabile quando si

ha molto freddo e molta noia nei nervi.

Davanti a me, la moglie un po' volgare, ma bella bionda, sensuale un po'

cocottesca di un venditore di formaggi milanese. Seduto vicino, un

tenente aviatore romano chiacchierone, gioviale, scherza invita tutti a

dividere il suo cestino poi mangia parlando colla signora milanese:

--Stamattina, ho volato su Peschiera. Fui attaccato da un cacciatore

austriaco. Subito l'ho contrattaccato, ma non ho potuto sbatterlo giù.

Aveva un motore più forte del mio. Nel cielo di Torbole me ne sono

venuti due addosso, di cacciatori austriaci. Ho dovuto tagliar la corda.

Mi avevano forato le due ali come due setacci. Alle sette ero sulla

piazza di Peschiera. Vedevo gli uomini sulla piazza...

--Oh! conosco bene Peschiera! risponde la signora milanese con una

assoluta indifferenza per l'eroismo aviatorio. E' una bella cittadina...

Non butti via quel cestino. Servono molto i cestini per spedir la roba.

In tempo di guerra tutto è buono...

La mia ironia assapora questo urto violento tra il cretinismo di una

donna mediocre e la verbosità di un eroe nato per fare l'impiegato e

proiettato in alto nelle battaglie aeree dalla guerra, questa miracolosa

trasformatrice di valori umani.

A Bologna cambio treno. Nello scompartimento altro paesaggio umano:

Alla mia destra e davanti a me due commercianti ricchi fornitori di

guerra.

Fingendo di sonnecchiare li ascolto.

Quello di faccia calvo, pancione dice:

--Che sole, al lido d'Albaro! Ci si sta bene. Come a Napoli. Pesce

fresco. Abbiamo passato io e mia moglie una giornata divina.

La moglie che gli sta vicino, grassa impellicciata, quarantenne, vecchia

luna, approva col vasto seno.

--Se un affare mi va bene, mi prenderò in affitto una villa per

l'inverno prossimo. Non capisco come si possa, quando si può, preferire

di passare l'inverno nel fetido nebbione milanese. Ora c'è molto lavoro.

Io quest'anno per il lavoro non ho fatto la campagna.

Penso che per questi imboscati il fronte temibile è Milano con la nebbia

per nemico.

Senza rancore, continuo ad ascoltare.

Il mio vicino di sinistra altro tipo di fornitore di guerra, trentenne,

magro, racconta con solennità:

--Siamo stati su, in montagna, sopra Pontedecimo. Una signorina

americana colla sua brava licenza di carrozza pubblica ci ha portato

dappertutto. Come guidava bene! Abbiamo scovato così su, su, in un

piccolo villaggio del burro in quantità! Ne ho un pezzo nella valigia. A

proposito, tu non sai che il bel Luigi è morto! Non si sa più nulla di

lui. Abbiamo fatto tutto per sapere se era prigioniero. E' certamente

morto. Se avesse voluto! Dopo la prima medaglia ha voluto partire

ancora! Già non è stato mai un giovane capace e serio. Faceva il bel

giovane. Eleganza e donne! Suo fratello sì, che ha guadagnato dei soldi!

Sua sorella è stata veramente fortunata, ha sposato un milionario!

Il primo fornitore risponde malinconicamente come parlando a se stesso:

--Io ho 4 vagoni di caolino fermi a Modane. Dall'Inghilterra! Cosa vuoi,

nella mia fabbrica di porcellana tutto carbone, esclusivamente carbone!

Noi non abbiamo come voi aria compressa e ventilatori. Per raggiungere

certe calorie tutto carbone. Senza di che si cuoce lì bene e male là.

Colla porcellana è così!

Il secondo fornitore:

--E' un anno che io aspetto 80.000 lampadine elettriche dall'Olanda!...

Sono 35 anni che lavoro con Bianchi. Ci si sta bene, un personale d'oro.

Mi addormento mescolando nel mio sogno il personale d'oro veramente

tutto d'oro massiccio fantasticamente aggredito da 80.000 lampadine

elettriche che gli scoppiano sulla testa. Traverso in sogno la fabbrica

di porcellana con le pazze calorie equatoriali. Valico montagne di burro

e mi sveglio a Roma nell'oro ricco, rovente, dorato di un sole pacifista

di burro sontuoso.

Nella folla scorgo il poeta Mario Carli, capitano degli arditi ferito,

ora direttore di _Roma Futurista_. Ecco Balla, veloce, paglietta con

nastro a colori dinamici, cravatta di celluloide tricolore.

Abbracci. Entusiasmo. Sopraggiunge un gruppo schiamazzante di

giovanissimi futuristi quattordicenni tutti affannati dalla speranza di

partire presto volontari, tutti irti d'odio contro le isradicabili spie,

il governo languido ecc...

All'Hotel Flora, una lettera di Bianca che mi aspetta a Napoli e una di

Maria che mi aspetta a Firenze.

La sera vado dalla Marchesa Casati che desidera essere accompagnata da

me alla prima rappresentazione dei balli futuristi di Depero.

La Marchesa Casati è uno dei nostri più originali prodotti nazionali.

Questa milanese geniale ha saputo per due anni di seguito battere

clamorosamente in eleganza eccentrica e in sbalorditiva creazione di

bizzarrie e snobismi tutto ciò che di più originale, elegante,

eccentrico snobistico conteneva Parigi.

Essa rimane la prova vivente che l'Italia se vuole può domani vincere

anche il primato della moda Parigina. La Marchesa Casati è inoltre

appassionata conoscitrice d'arte futurista, la difende e l'impone nella

società romana. Sono meriti importanti che io particolarmente apprezzavo

mentre l'Italia si valorizzava integralmente al fronte.

Suono al cancello della sua villa in via Piemonte. Il campanello fa

subito accendere laggiù in fondo al giardino buio il lampadario della

scala esterna. Paaak. Ripercussione magica in un ambiente predisposto

agli stupori. La porta s'apre: servo negro bello in frak elegantissimo.

Nell'atrio un odore chiesastico. Forse incenso? No. Piante marine.

Profumo dolce, acre, selvatico che accentua la bianchezza carnale d'una

statua mutilata nella penombra. Sono nella biblioteca a fondo oro

vecchio: le lampade non rischiarano che i tappeti. Questi imbavagliano

le voci del palazzo. Entra il servo negro. Mi tende un vassoio con due

cok-tails. Se fossi vagneriano penserei ai due filtri d'Isotta. Prendo

il mio, bevo: cok-tail eccellente, non troppo forte, fantasioso, tonico.

Ho nel sangue un ritmo africano sincopato e la ribalta accecante d'un

caffè concerto.

Il negro scompare con l'altro cok-tail, secondo filtro per Lei!

Pausa. L'atmosfera ha delle intenzioni speciali. La turbo camminando su

e giù. I miei scarponi enormi con speroni sono felici di stonare fra le

delicatezze sornione delle luci striscianti.

Con un lampo-slancio entra Swift il levriere bianco che veloce si corica

in tondo nella poltrona bianca, profonda. Ritmo freddo polare di calme

astrazioni filosofiche. Swift sembra un cordame bianco per frenare le

probabili vele di questa casa che naviga nel sogno.

Swift sembra anche un salvagente bianco.

Una larga cadenza musicale di profumi e fruscii annunzia il terzo ritmo:

la bella Marchesa!

Saggia pazzia danzante aerea. La sua mano stesa. La sua voce chiara.

Giovialità. Allegrezza d'alba primaverile. La prima impressione di

naturalezza infantile centuplica i valori estetici della figura alta,

agile, tagliente e pur flessuosa, inguainata e pure libera nel mantello

di Paquin crespo di Cina nero con bordo infiorato di oro vecchio.

Non le vedo il viso poichè le lampade illuminano soltanto i tappeti.

La Marchesa apre un poco il mantello per offrire alla luce i suoi

pantaloni turchi Calot in broccato oro vecchio orlati di pizzi

veneziani. Ripete più volte il gesto di tirar sul seno una fascia d'oro

vecchio che conduce giù i miei sguardi agli scarpini turchi oro vecchio

con fibbia nera e tacchi alti madreperlacei. Ma le due mani che portano

e sembrano rincorrere ciascuna due perle enormi sfiorano la parete e

fanno scaturire altre luci da altre lampade cosicchè appare la faccia

pallida e felina, una faccia di tigre sbiancata da un chiaro di luna

intrepido.

Grandi occhi neri, lenti che fissano un punto poi un altro con le pause

di un proiettore. Ricordo il proiettore italiano che dal monte Corada

fissava dopo il lungo nostro bombardamento le trincee austriache del Kuk

travolte, sfondate, impaurite nell'attesa del nostro assalto. Qui

l'assalto è dato dai cavalloni convulsi rossi dei capelli che le

incorniciano la faccia.

Ma la Marchesa non vuole dar l'assalto a nessuno. Ride, scherza, parla

d'arte e della rappresentazione dei balli futuristi che andremo a

vedere. La voce fresca e senza trucchi musicali contrasta col dilagare a

ruota, a spirali, a volute degli sguardi muti. Questi sono pure sguardi

naturalissimi, non vogliono nulla, nè fingono nulla, ma le occhiaie

vaste e fonde contengono una involontaria magia di cerchi azzurri che si

svolgono all'infinito.

Certamente quegli sguardi potrebbero essere fatali ad un inesperto

navigatore di mari femminili. Essi sprofonderebbero intorno le pareti

per creare la penombra verdastra carica d'insetti lussuriosi e veleni

profumati delle foreste native. La marchesa è una milanese bella

intelligente e immaginosa che ha saputo crearsi un'atmosfera

equatoriale, selvaggia, dolce e truce tragicallegrissima. Sudan

imbellettato in automobile.

La bocca è bella, prominente, ma poco civile. Mascelle graziose ma

forti, da belva onesta. Le dimostro che nessuna donna ha mai avuto una

distanza così grande fra le nari apertissime, mobili e le labbra.

Risponde con una risatina a scatti, assolutamente inadatta al senso

delle parole:

--Conoscete il mio pappagallo dell'equatore che si chiama Bra-cadabrà?

Nell'angolo buio un arabesco bianco, giallo, verde appollaiato stride:

--Bracadabrà, Bracadabrà, Bracadabrà.

Il grido del pappagallo lega i colori delle sue penne al rosso dei

capelli della marchesa al nero degli occhi e delle nari, al rosso sangue

della bocca e alla cravatta di celluloide bianca, rossa, verde

dell'amico Balla che entra cantando:

--Bracadabrà, Bracadabrà.

L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto · 第 6 / 20 段