Scatta in alto, il tappo rosso, Sole! Tutta la campagna colli, valli,

mare spumeggia di luce bionda. Corriamo, scorriamo schiumeggiamo anche

noi inaffiatissimi di rosso oro vaporante nel buon odore del caucciù che

sa di pane caldo. Divino spettacolo allietatore. Il sole che fu un

istante il tappo allegro ora diventa l'enorme faccia tonda e gonfia del

bevitore. Faccia calda di metallo in fusione con sale, iodio, bromo,

congestionata e gioviale.

Il Sole ha un nuvolone nero fumante fra i denti e lascia cadere giù il

mare come una colata verde schiumeggiante di bava. Forte riflusso delle

sue risate fragorose fra i pomodori degli orti e nel sangue dei nostri

cuori che vincono definitivamente in salute i pomi d'oro delle Esperidi

idiotissime sconfitte.

IX.

IL DEPOSITO FA SCHIFO

Genova è in festa per l'American-day. Suono di trombe, folla, folla,

folla. Balconi riboccanti, vasta primavera dilagante di toilettes

femminili, scugnizzaglia sospesa sui capitelli.

S'avanzano gli inglesi. Elegantissimi. In testa un giovane tenente dandy

con lo stick sotto il braccio. Furoreggia la banda Americana. Come un

bambino gioca il capobanda issando in alto il lungo bastone d'argento.

Più volte lo fa piroettare e intorno a sè lo mulina come per vestirsi di

veloci ruote d'argento. Poi lo punta davanti imitando lo stantuffo. Il

sole d'Italia squilla, scatta, rimbalza sulle trombe d'alluminio, si

affanna a lucidare e abbellire quel popolo venuto attraverso l'oceano

dal lontano pacifismo per fare anch'egli la guerra in nome della libertà

minacciata. Il sole polemizza coi pacifisti anch'egli verniciando di

giustizia vendicativa la primavera sanguigna dei Cow-boys.

Passano fra le due ali di popolo pigiato, variopinto che schizza bambini

tra le maglie dei carabinieri. La strada è vuota.

Sono le Forze invisibili che la mantengono così vuota sotto la pioggia

di fiori, fiori e cuori che cadono dai balconi.

Le Forze impongono a tutti un'incosciente ammirazione per le virtù

guerriere e per l'eroismo prossimo-sicuro di questi nuovi soldati

aggiunti a tanti altri impiegati laggiù al nuovo mestiere indispensabile

di cannoneggiare.

Gli americani hanno l'aria di soldati improvvisati. Passo elastico dei

pelli rosse. Questi lottarono nel Far-West per la loro libera razza

perseguitata. Quelli imitano in Europa la spavalda e scattante agilità

cauta, vellutata dei pellirosse fra le liane e nelle alte erbe.

Seguiamo la sfilata degli americani ordinatissimi, visi radiosi.

Zampilla dai loro passi un ritmo di Cake-walk. Poichè sono

sensibilissimo e il mio cuore subisce i pizzicati della mia

immaginazione visionaria, io vedo in sogno le grandi masse americane

rimescolate da sentimenti europei nei vasi capaci delle ampie città

lontane. Vedo le masse americane canalizzarsi verso i porti, riempire

gli enormi trasporti e in questo Waterland che contiene 12.000 soldati,

traversare le lunghe monotonie astratte meditanti dell'Atlantico, poi

colare come un fiume nelle città italiane e su, su ramificarsi nei

budelli delle trincee sotto crollanti soffitti di ferro nella battaglia

delle nazioni.

Ho un singhiozzo alla gola nel partecipare lucido e cosciente col mio

corpo di soldato e il mio cervello faro onnipresente a questa fusione

storica nel crogiuolo europeo.

Nella arena vasta si svolgerà una finta battaglia. Al centro un

cinematografista è seduto comodamente come un pascià vicino al suo

apparecchio mentre tutti sono in piedi militarmente. Simbolo del falso

genio-letterato tipo Romain-Rolland che guarda, controlla e merita una

bomba d'areoplano. Un fotografo punta la sua macchina sotto la seta nera

lucida come una groppa. Sembra un toro, corna puntate e zampe posteriori

aperte. O semplicemente un dannoso o inutile critico di strategia

militare.

Una compagnia di allievi caporali italiani entra nell'arena.

Allineamento perfetto. Geometria di linee. Tutti i torsi all'indietro

come per tirare una fune. Tutti i torsi in avanti come per slanciarsi.

Si vede il bianco dei polsini muoversi insieme, a distanza uguali, le

braccia remare nell'aria con parallelismo stupendo.

Dieee-tro-front! fulminei, senza oscillazione, torniti. Ripiegamenti sui

tacchi a gradi, a gradi, che sembrano arpeggiati e modulati come una

risacca dolce sulla ghiaia. Flessuosità del movimento che dà a tutta la

compagnia una snellezza precisa di onda.

Zazà, eroica e molto umana, abbaia d'entusiasmo per dimostrare che tutti

gli esseri vivi amano i ritmi marziali.

Una risacca d'applausi annuncia gli Americani. Entrano e si dispongono

su tutto il diametro dell'arena. Si tolgono la giubba e incominciano una

meravigliosa ginnastica con ondulazione di alte erbe sotto il vento e

relativi morbidissimi solchi scavati che gradualmente si chiudono.

L'entusiasmo è ancora ufficioso. Il sole esige uno spettacolo di lotta

ed ecco pesanti e colossali i nostri artiglieri di montagna al tiro

della fune cogli Americani. Primo strappo d'assaggio. Secondo più

deciso. Al terzo gli artiglieri d'un colpo sradicano gli americani

radicati patriotticamente nel terreno.

Il prorompente grido di Viva l'Italia fa impazzire Zazà che abbaia alla

feritoia della mia 74. La finta battaglia incomincia con cannoni da

montagna, muli e compagnie di mitragliatrici ci chiudono la strada. Ma

la squadriglia passa trionfante senza far male a nessuno sotto i grandi

fragori, fragori, rrrombi, rrrombi, rrrombi delle finte cannonate dei

forti genovesi.

In alto, il Sole, gattaccio d'angora dal pelo d'oro, si lecca i baffi

d'oro pregustando l'immancabile massacro di gran parte di quei giovani

muscolosi e sani che sanno ormai anch'essi verniciare i propri istinti

sanguinarii con nuovi ideali.

* * * * *

Il 24 luglio la folla genovese si accalca sul piazzale di S. Benigno

intorno alla nostra 8ª squadriglia di automitragliatrici blindate. Tutte

infiorate. Ogni comandante di squadriglia è ritto in piedi a 3 metri di

distanza dalla sua macchina. Sono stato incaricato dal colonnello di

ringraziare con un discorso le signore genovesi che hanno organizzato la

festa d'addio colmando di doni soldati e ufficiali partenti per il

fronte. Meriggio infuocatissimo. Il porto di Genova è irto di raggi

rimbalzanti poichè il sole infierisce sulle masse di carbone, pugnali

brillanti.

I ventagli blu dell'alto mare non rinfrescano i nostri visi di bragia.

L'esposizione di quadri e complessi plastici futuristi è stata

accatastata alla rinfusa nel porto, col groviglio delle sue fasce

coloratissime.

Flavia Steno parla in nome delle signore genovesi con sobria eloquenza,

ma indugia troppo a descrivere le sofferenze eroiche e gli orrori della

guerra che i miei soldati sono contenti di affrontare.

Il sole di lava comunica per invisibili tubature col mio cuore, vasi

comunicanti. Il mio entusiasmo sale per raggiungere il livello

dell'entusiasmo solare ed insieme porta su la sintesi luminosa dei

problemi da risolvere.

Poichè le donne patriottiche d'Italia hanno il difetto di piagnucolare

troppo, poichè le altre meno patriottiche si lamentano dei disagi

imposti dalla guerra voglio parlare senza diplomazie alle donne

Italiane, dimostrando che l'ambiente delle caserme e dei depositi è

talmente asfissiante di cretinismo e vigliaccheria da mutare la trincea

in paradiso.

Parlo con tono rovente nel silenzio radioso mentre le campane antiche

sgonnellano su e giù come donne ubriache sull'altalena.

--Donne d'Italia, voi che sentite fervere nel sangue l'odio per il

nemico ereditario da scopar via ad ogni costo, non compiangeteci. Noi,

nuovi Italiani, ben più alti sereni eroici dei nostri avi, siamo

allenatissimi alle sofferenze eroiche della guerra!... Dopo 20 giorni di

vita rattrappita, grigia, strangolata e un po' pidocchiosa di caserma

siamo felici di partire. Compiangiamo gli imboscati che amano il

Deposito, poichè noi, nuovi Italiani, dopo 3 anni e mezzo di guerra

siamo senza stanchezza e pieni di ottimismo fisiologico e morale. Il

Deposito sappiatelo, il Deposito ci fa schifo schifo, schifo!

Rumori, brusio, grande emozione nel gruppo degli ufficiali superiori.

--E voi donne, così dette Italiane, che piagnucolate sulla mancanza

dello zucchero, non vi siete mai domandato nella vostra sconfinata

cretineria se avete nella zucca il sale sufficiente per vivere?

Ricordatevi che noi continuiamo e vinceremo questa guerra difendendo e

salvando così non soltanto la libertà di pensiero e lo spirito del

mondo, ma anche ogni elasticità e lo chic, al quale tenete tanto, dei

vostri vestiti e delle vostre case contro il peso professorale, la

goffaggine, la balordaggine grottesca dei tedeschi!... Ma indovino in

voi più ghiottoneria che amore d'eleganza, tanto più che scocca l'ora di

colazione. Per ringraziarvi dei vostri fiori, o pseudo-italiane, vi

porteremo tornando dopo la vittoria qualcosa che farà tacere finalmente

i vostri pianti sulla mancanza di burro... Vi porteremo del buon grasso

di cadavere austriaco, per le vostre tartine!... Arrivederci.

Evidentemente un alto e glorioso destino era riservato alla nostra

ottava squadriglia. Dopo la grande vittoria del Piave 15 giugno il

Comando Supremo preparò con perizia e con metodo l'offensiva generale

predisponendo particolarmente le truppe celeri che dovevano

fulmineamente lanciarsi nella prima ferita grave del fronte nemico. Le

blindate costituivano coi bersaglieri ciclisti e la cavalleria queste

truppe celeri, ma le tradizioni militari davano d'altra parte una

importanza enorme alla cavalleria e una importanza minima e discutibile

alle blindate. Nei circoli militari si negava la resistenza della

blindatura non soltanto alle scheggie di granata, ma anche al fuoco

delle mitragliatrici. Una volta colpiti i pneumatici cosa poteva fare

una autoblindata? Come utilizzarne la velocità in caso di strade rotte e

di guadi?

Tutte queste obbiezioni pesavano su noi, mentre le Forze predisponevano

tutto in favore della nostra tipica e personale vittoria veloce. Infatti

il 25 luglio giunge l'ordine di caricare su un treno tutta l'8.ª

squadriglia. Risparmiamo così ogni sciupio alle nostre macchine che

simili alle celeri Fiat dei grandi circuiti devono giungere vicino al

campo di battaglia in assoluta efficenza. Portata a destinazione la 8ª

squadriglia sarà immediatamente sottoposta a una prova di allenamento in

una serie di brevi manovre con cavallerie e bersaglieri ciclisti.

Il 26 luglio io monto col capitano Raby e coi tenenti Bosca,

Paccagnella, sulla mia auto-blindata 74 caricata su vagone aperto nella

stazione di S. Albania nel porto di Genova. Tutte le auto-blindate

caricate sono infioratissime. Folle di donne bambine alle balaustre del

passeggiatoio. Piovono fiori. Sventolio di bandiere. Squilli di trombe.

Ma non è la solita partenza per il fronte. Ci sentiamo veramente l'anima

di meccanici e volantisti intorno ai motori terrestri o aerei destinati

a vincere un record pericoloso, decisivo. Quando però la locomotiva

fischia e il lungo treno sovraccarico di macchine da guerra irte di

mitragliatrici si mette in moto l'infantile, chiassosa, patetica

sensibilità popolare della partenza per il fronte accende fulmineamente

tutti. In equilibrio fra i 2 taglia-fili della mia 74 io divento in

tutto simile ai miei soldati e lancio a gara manate di cuore alle

ragazze che sbocciano fitte ai balconi.

Prima fermata lunga a Sampierdarena, sull'alto viadotto ferroviario fra

gli applausi delle finestre affollate e dei panni colorati sospesi alle

corde. Tocco quasi con la punta delle dita la punta delle dita

appassionate di due sorelline che mi mandano baci con nome e indirizzo.

Sono brune. Capelli pesanti come i giardini liguri. Occhi che

riassumono i languidi spasimi del Mediterraneo notturno. Labbra ardenti

come le montagne di Sicilia coronate di boschi incendiati nei tramonti

d'agosto. Denti bianchissimi e precisi come le casette strette tutte in

fila bianca in fondo alle rade italiane quando si giunge sopra una nave

veloce all'alba. Le due sorelle si chiamano Augusta e Vittoria. Mando

loro i miei baci, ma vorrei berle poichè le sento fresche, colorate,

ardenti e salate come due sorsi del mio Mediterraneo.

La mia anima futurista attraverso mille balzi elastici ha raggiunto la

sua più divertente e sana trasfigurazione. E' diventata l'anima d'una

recluta di 20 anni.

X.

VITA DA COW-BOYS

--Per Iddio! Aspettare ecco la vera angoscia di questa guerra! Aspettare

gli ordini, aspettare le manovre, aspettare l'offensiva. Ora siamo a

riposo in una brutta fattoria perduta nell'immensa pianura paludosa...

Per quanto tempo? Aspettare non vuol dire riposarsi. Se fossi a Milano o

a Roma farei almeno dell'utile propaganda. Qui non si fa nulla. Per

fortuna il nostro cuoco è veramente meraviglioso!

Parlo ai miei compagni dell'8ª squadriglia, tra monumentali paste

asciutte sanguigne sotto la lampada fumosa assalita da tutte le farfalle

di una afosa sera di agosto.

--Io, dice il tenente Volpe, rimpiango la mia caccia e la mia pesca.

Volpe è un ligure magro, asciutto, quarantenne, agente di cambio e

viveur, furbissimo, pratico. Ma si sente che al denaro e alle donne

preferisce in realtà il piacere originario della sua razza.

--L'ultima mia pesca, che bellezza! Con tre amici in un guscio bene

equilibrato. Al largo di Genova calma perfetta... Una luna enorme che

sembrava una torta... Otto rematori con dei remi lunghi, lunghi.

Acciughe, acciughe, acciughe; a manate, a palate. Tonnellate di

acciughe. La barca era tutta piena di argento. Otto tonnellate, 9 mila

lire! Affondavamo quasi sotto il peso. Il bordo sorpassava l'acqua di 10

centimetri. Attenti! non imbarchiamo acqua per carità!... Ma a me piace

anche la caccia. Andavo ogni anno sul valico del Turchino. Uccelli

d'ogni specie. All'alba si vedevano venir su col vento di tramontana...

Sono lenti, sembrano tirare il carretto per superare il valico.--Passano

a un metro dalla testa.--Non bisogna tirare quando vengono su. E'

questione di calma: tu li lasci passare, poi ti volti e pam, pam, una

botta nel culo. Te li vedi venir giù, a due a due. Se tiri prima che

siano passati, quelli che seguono scappano via.

Il tenente Sacco ragazzone forte pieno di orgoglio infantile, figlio di

papà. Viene dal corpo degli automobilisti. Vuol passare per un

conoscitore di donne. Fiero di aver goduto qualche libertà e qualche

cocotte. Attacca ironicamente il tenente Lattes israelita pallido,

occhiali, poca salute, intelligente tipo di lavoratore, sensualissimo,

goloso, furbo, mellifluo, un po' strisciante.

--L'amico Lattes, dice Sacco, rimpiange il suo imboscamento di un anno

al comando supremo.

--Taci! tu hai fatto la guerra molto meno di me. Ti dai delle arie da

viveur per due o tre prostitute dei Portici Po...

--Io non sono stato giolittiano e neutralista come te, e leccapiedi di

tutti i professori germanofili. Dove eri nelle giornate di maggio?

--E tu, dove eri?

--Io, risponde Sacco, era ancora un ragazzo, ma almeno mi divertivo con

fior di mezzi.

Risata generale. L'espressione _fior di mezzi_ suscita una ilarità

irrefrenabile. Il tenente Paccagnella, effettivo, bel ragazzo snello,

elegante, viene dal corpo dei mitraglieri, già ferito due volte. Un po'

effeminato nelle mosse. Interrompe annunciando che fra due giorni

cominceranno le manovre con la 1ª divisione di cavalleria e i

bersaglieri ciclisti per prepararsi alla grande offensiva prossima.

Il capitano Raby a capo-tavola ride ironicamente. Ventisei anni,

grassoccio, tende alla pinguedine. Mangia poco ma ne soffre perchè

ghiotto. Faccia quadrata, grassa, piccoli occhi; tipo di turco.

Se avesse il fez! Pigro, molle, dorme molto, intelligentissimo, però.

Nasconde evidentemente delle riserve di energia preziosa. Ha inventato

un motore a scoppio senza cambio molto semplificato. Grande memoria, sa

quasi tutto. Crede fermamente nella teosofia, vuole spiegare tutto colla

gradazione teosofica delle vite. Ufficiale effettivo di cavalleria.

Dice:

--Io non credo assolutamente nella cavalleria come truppa celere, utile.

Non credo nelle tanks data la canalizzazione del Veneto. Ho comandato

per due anni le autoblindate, a Gorizia e durante la ritirata, e ci

credo. Se potremo slanciarci avanti coi bersaglieri ciclisti faremo

cose grandi. Tutto al più qualche plotone di cavalleria per collegamento

fuori dalle strade. Possono evitare gli accerchiamenti.

Il piccolo Bosca entra nella sala brandendo una bottiglia di moscato.

--Altro che cavalleria! ci vogliono donne, donne per prepararci!

E' dimagratissimo dagli innumerevoli infortunii sul lavoro erotico.

Corpo esile fragilissimo, ma grande forza nervosa e volontà.

Intelligente, pratico, attivo, coraggioso e assetato di cocotte.

Il capitano annuncia:

--Domani andremo alla messa di Bevadoro per valutare il bel sesso dei

dintorni.

Sigarette e sigari in bocca usciamo tutti nella calda notte d'estate che

si sprofonda incalcolabilmente su l'incalcolabilmente vasta pianura.

cra cra cra cra cra cra cra cra cra cra cra cra

Polifonia oceanica di rumori, scatti, tonfi. Rane. Rospi. Officina

filanda di scricchioliii organizzati cra cra cra cra cra cra cra cra cra

cra cra cra.

Tutti i rospi della terra lavorano al tornio 3 miliardi di granate nere

per bombardare di nero tradimento-terrore-ironia la troppo bianca lirica

spasimante luna fiduciosa che nasce a sinistra. Dietro di noi la

fattoria massa nera calda fende col suo tetto-prua il dilagaaante fresco

oceano lunare di rumori odori argentei fieri acri.

Sssssssssssssssssiiiiilenzio lunare.

La luna soffia a gote bianche piene nel suo megafono di raso bianco per

imporre il ssssssssiiilenzio. Taaaaaci! Vieeeeeni! La notte è

attentissima a tutti i rumori. Alziamo la testa e incensiamo colle

nostre sigarette la via lattea.

Via lattea, muta rivolta di caratteri tipografici. Polvere di rumori già

uditi... pinpinpinpindipingere... punpunpunpungere. Punteggiatura. Ritmo

di telegrafo Morse. Stelle parole telegrafate d'amore o di guerra:

200.000 uomini di riserva!... Presto! ad ogni costo! chiudere il varco

del fronte... e del cuore che muore!

La notte è attentissima a tutti i rumori. Bau bau bau della passione

folle asmatica. Chi è chi è che abbaia? Quel cane o il mio cuore? Irto

erotismo che abbaia verso la vulva soave colma di latte tenerezza, la

luna. Bau bau. Hoooo pau pau pauraaa di non averti sotto le labbraaaa in

questa notte spaventosamente vuotata dalla tua assenzaa.

L'abbaiare del cane sveglia in alto a sinistra la costellazione dello

Scorpione, smisurato dinamismo inchiodato. Lo Scorpione spara le sue

stelle di punta che sembrano rumori di guerra: pan! in alto. Ta-pum! più

giù. Poi pan! Ta-pum! in fondo all'orizzonte.

Ti ti ti ti ti ti ti ti ti d'insetti.

I volumi degli alberi setacci di rumori si sfasciano sotto la pasta dei

rumori. Catalogare tuttiiii rumori presto, presto impacchettarli e

spedirli a volo ai lontaniiisssimi silenzi affamati di rumori.

Il cielo nero è un orecchio infinito circonvoluto, circoncanalato,

contatore di rumori. 3 miliardi, 6 miliardi, 9 miliardi di rumori!

Le acque veggenti copiano, copiano, azzurri copialettere della notte

attentissima.

La costellazione dello Scorpione è una muta fucileria di stelle, sparate

contro il lontano ma prossimo Sole. Ma se ne infiiiiischia laggiù la

locomotiva di quel treno di guerra che corre stringendo nella sua pancia

sotto le sue mani di grasso fumo il rovente Sole imbavagliato che urla

lunghe griiiida rosse disperatissssssime e trionfali di

fuuuuufufuoooocooo.

* * * * *

La chiesa di Bevadoro puzza come una stalla ed è piena di contadine che

hanno un odore forte, belle vesti a colori. Alcune zoccolanti. Altre

fruscianti in calze di seta e scarpini.

Siamo seduti sul primo banco. Don Luca, prete di Bevadoro, rude

sessantenne, abbronzato, ha due piccoli ragazzini di otto anni che

servono la messa. Sembrano ammaestrati. Don Luca fa un cenno e il primo

ragazzino gli solleva la tonaca nera. Subito l'altro ragazzino tira

fuori dalla tasca della sotto-tonaca un vasto fazzoletto giallo e lo

pone nelle mani aperte del prete. Queste soffiano tre volte

rumorosamente un gran naso rossastro poi si ricongiungono. Il fazzoletto

ripreso automaticamente dalle mani alzate del secondo ragazzino sparisce

nella tasca. Allora il primo ragazzino lascia ricadere la tonaca. Don

Luca comincia:

--Dunque oggi vi parlerò dell'Immacolata Concezione... Taci, Giuseppino,

fa silenzio! (rivolgendosi a un moccioso). Come vi dissi nella predica

precedente, i profeti avevano annunciato che una vergine di Galilea...

Mariettin! sì, sì, te. E' una vergogna venire in chiesa così scollata

per eccitare i soldati! (rivolgendosi a una ragazza che arrossisce, Don

Luca scende fra i banchi e le tira l'orlo della camicietta). Sei una

sgualdrina! Dunque i profeti avevano annunciato che una vergine di

Galilea sarebbe stata scelta come sposa da Giuseppe il falegname, e

divenuta madre pur rimanendo immacolata, avrebbe dato la luce al divino

bambino Gesù. Ora è in Paradiso. Come la vostra vacca nella stalla è

circondata da tante mosche, così la Beata Vergine è circondata da tanti

angeli nel paradiso. Tantum eeergooo! Silenzio!... Quest'anno ha

tempestato. Non verrò a raccogliere l'uva nelle case. Quelli che

vogliono portarmela vengano coi canestri nella canonica.

Sacrameeeentuuum!

Don Luca fa poi un primo giro di questua tra i banchi della chiesa. Ma

davanti al primo banco tira con ostentazione dal portamonete due soldi e

li fa cadere rumorosamente nel piatto.

Fuori, un vecchio contadino che ara un campo mi dice:

--Eravamo 14 uomini in famiglia prima della guerra, e coltivavamo 83

campi. Oggi tutti gli uomini in guerra e poche donne qui.

Poi riprende a pungolare due vacche e 6 buoi aggiogati che tirano

l'aratro.

--Valaa Furboon. Haa le vacchee! Rombon canaiaa. Bigioo valaaa. Vaacheee

vaacooon ve beee.

Una contadinella quattordicenne ma già forte, muscolosa impugna le

stanghe dell'aratro pesando sopra col busto in avanti. E' graziosa. Con

civetteria mi guarda voltando la testa all'indietro. Mette in rilievo le

natiche e mostra con scatti abili delle belle gambe nude e rudi cuoiate

dal sole. Le domando perchè le due vacche sono aggiogate in testa. Mi

risponde:

--Per segnà la strada.

Fffuuu fffuuu fffuuu fffuuu dei fiati bovini

Tlin trac tin tin tliiiin di catene e gioghi.

Sono coricato in un solco; intorno a me corrono, battagliano i tre cani

della squadriglia: Zazà, Nick e Kim. Kim è un foxterrier bastardo con

muso da levriero dolce, stupido incoscente, ragazzaccio. Vuole fare

tutto, andare da per tutto, velocissimo ma senza coraggio. Nick puro

Ruffterrier tipo di uomo sanguigno ambizioso e prepotente, avventuroso,

rissoso, indipendente. Poche idee. Pochi odii violentissimi. E' un po'

pazzo. Fa una maffia elegante di balzi arcuati, pomposi, inutili su

delle alte erbe imaginarie. Morde tutto. Insegue anitre, oche, galline,

mosche e farfalle. Si tuffa in tutte le pozzanghere; poi si ricorda ad

un tratto di Zazà e le fa una corte spudorata, brutale. Zazà si dà delle

arie di cacciatrice di topi. Scava buchi e fruga in fondo per cercarvi

delle talpe, corre velocissima ma si stanca presto. Fa la cura delle

erbe. Golosa, intelligentissima e artista.

Quando scoppia una rissa tra il suo adoratore Nick e il grosso bracco

della fattoria, Zazà si sdraia per assistere. Spesso abbaia per

annunciare a Nick il bracco nemico e aizzarli.

Kim ama anche lui Zazà, si slancia e la rovescia. Zazà rotola sotto, poi

scatta e morde Kim che fugge, ritorna. Addosso a Zazà che rotola

regolarmente. Nick disprezza Kim. Ma se il bracco assale Kim, Nick con

spavalderia di uomo atletico, interviene feroce.

L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto · 第 5 / 20 段