Microscopico stabilimento di bagni che magnetizza i miei muscoli
polverosi. Al sole obliquo una cuffia rosso carminio di bagnante. La
vedo guizzare nel molle cristallo verde col roseo lampo dei polpacci.
Snella agilissima, ma meno snella, meno agile della mia 74. La strada
curva è girata, o meglio presa in giro dalla nostra fusione veloce
tlantlantrintrrrrr trrrr. Polverone sferico, blocchi di caldo roteanti.
Trombe d'aria sbatacchiate fra le facciate delle case sovraccariche di
biancherie roventi alate. Ondeggiare frenetico della mia 74 fra le
resistenze dei metalli. Anguillare sulle anguille affettuose delle
rotaie.
Incrociamo delle automobili festive, veri salami-proiettili. A Varazze,
urrah! la mia 74 incontra le sue 7 sorelle e torniamo in squadriglia
sferzati dai lunghi raggi del tramonto, in una gara pazza di velocità
verso Genova e Rapallo.
Ognuno dei miei 7 compagni auto-mitraglieri pretende che la sua amante
blindata sia più veloce della mia. Le 8 donne d'acciaio lanciate
gareggiano, gareggiano, gareggiano, precipitando il ritmo dei loro
cuori-motori fra i mille ostacoli ganci ombre insidiose, riflessi lunghi
e corti, rosse occhiate languide delle bettole e maledette lanterne dei
passaggi a livello. Il mare si precipita contro le scogliere sotto la
strada, infrangendo con fracasso ogni barriera. Folla urlante di
onde-faccie schiumose di sudore rosso per vedere, per vedere la corsa
delle blindate impazzite. Entrando in Genova la mia 74 è in testa. Ritmo
perfetto, dominatore del cuore-motore obbedientissimo a me. Rallentiamo
sotto la curiosità affannosa e ronzante delle lune elettriche. Ma fuori
verso Nervi dove il mare sventaglia dolorosamente sulla ghiaia la tosse
dei suoi risucchi malati, la gara riprende, le agili donne d'acciaio
corrono cantando felici d'essere possedute da maschi e di possedere il
lunghissimo tortuoso corpo della strada con lesbica virilità.
La luna piena succosa che si sbuccia dalle nuvole sull'orizzonte marino
è il nostro traguardo magnetico.
Le sette blindate che mi seguono tentano ad ogni curva di sorpassarmi. I
miei amici ignorano il segreto della mia superiorità. Ognuno maneggia
sapientemente la propria amante, ma non ha raggiunto il grado di fusione
perfetta che mi lega alla mia 74. Tutti i calcoli meccanici sono
cancellati da questo slancio impetuoso che io imprimo ora con la mia
volontà al cuore-motore. Correre, correre, correre, accelerando cento
altri acceleratori sconosciuti e misteriosi che mi sono nati sotto i
piedi, sotto le dita, sul volante e nella mia fronte. Non sento più la
pressione invidiosa delle altre sette macchine dietro di me. Sono
distanziate. Ecco gli esuberanti volumi di vegetazione di Camogli e in
mezzo a loro in fondo alla strada che strapiomba sul mare la luna, la
bella luna di carne tiepida e profumata da infilzare. Stop. Ho vinto la
gara.
VIII.
GLI EQUIPAGGI DELLA LUNA SBARCANO A RAPALLO
Possiamo ormai tutti in squadriglia languidamente rallentare nella
grande magia dei profumi notturni, fra le diafane aeree mani lunari che
viaggiano nella brezza e supplicano i giardini di bagnarsi nel mare.
Quando entriamo nel giardino del Casino delle Delizie, la luna alta
armata di tutti i suoi fascini si è già impadronita del golfo
meraviglioso.
Dall'alto cassero di madreperla la Luna ha calato la sua lunga scala
nell'acqua intenerita. Subito ha messo in mare i suoi canotti bianchi
costruiti con la polpa di favolose noci di cocco. Gli equipaggi della
luna vengono a terra alzando in cadenza fuor dalle onde i lunghi remi
d'argento, perchè ne grondino perle innamorate e sguardi spiralici di
bionde bionde che quando dormono guardano ancora coi loro denti di
perle. Clic cloc gott gott plic ploc sotto la prua. Languida sonnolenza
di acque tessute di corpi in fuga, volubili, che si sciogliono sotto la
carezza delle pale scivolanti.
I rematori hanno il corpo nudo plasmato d'argento vivo, ma tornito,
senza frange, intriso di luce intensa che non abbaglia, anzi seduce gli
sguardi. I loro visi sono mandorle d'argento, e vi scorrono sopra gli
smeraldi degli occhi che guardano e si celano sotto alghe verdi.
Quando a braccia tese fanno leva sulle pale affondate, i rematori
rovesciano le facce bianche sotto una doccia di latte immateriale.
Bevono un sorso lungo poi rapidamente insieme si leccano le labbra colla
lingua di rubino acceso, serpentello di fuoco sull'argento del viso.
Un'immensa dolcezza preme sulla montagna boscosa che digradando scende
sino agli ultimi coni circonflessi di verdura di Portofino, vasca
d'angeli. «Venite giù, venite giù, Monti, rocce, terrazze e giardini;
nell'acqua tenera abbandonatevi!»
Nell'estasi dilagante, gli equipaggi della Luna intonano un canto grave,
pieno di serena malinconia che sale sale sale allargandosi, si ferma
lentamente, ricade estenuato. Ma con scatto improvviso, eccolo di nuovo
in alto su quella nuvola di tiepida neve abbagliata. La voce trema in un
do bianco prolungato con tale soavità da rapire nel sogno i giardini
coricati sul mare e soffocare alla gola gli alberi svegliati in una
straziante voluttà di piangere. I lunghi canotti della Luna hanno ora
tutti i remi alzati, le pale grondanti di perle, ad aspettare che il
canto solenne ricada finalmente giù dalle troppo fredde nuvole nel
grembo carnale del golfo.
Perversamente il Casino delle Delizie protende le terrazze a scaglioni,
le balaustre curve appassionate, gli aloes infilzanti, le rose suicide
alle ringhiere e le vetrate spalmate di stelle e levigate dai pianti del
mare. Frusciaaare, schiumaaare, tubaaare delle onde colombe sulle tombe
rapite ai cimiteri e come culle rimorchiaaate dai profumi del maaare.
Il Casino delle Delizie offre una magica festa ai suoi invitati. Sotto
le quercie e i pini ombrelliferi una orchestrina di nervi e fibre,
tremolanti archetti di pudore, clarini di mandre sognate,
tamburelli-cuori rapiti al petto delle bambine, chiama gli usignoli a
spasso nei dintorni, perchè le armonie non siano troppo flebili.
Ed ecco gli usignoli saltellare fuori dai piccoli tunnel fronzuti e
inoculare l'adamantino sangue del loro canto nelle ramificate arterie
del silenzio, sotto le palme che spandono l'anima sognante del Nilo.
Giungono i primi invitati: ufficiali e soldati mutilati. Il loro
incedere ha un ritmo sincopato sulla ghiaia scricchiolante dei viali.
Scatti obliqui e cadenze rotte che scuotono l'estasi generale.
Ma sono bene accolti, e piovono i gorgheggi e le fughe a ventaglio di
perle sonore fra un diluvio di profumi.
Le ombre della notte e le forze della dolcezza lunare non sdegnano, ma
avviluppano con mille carezze e moine questi corpi umani preziosi che
l'affamatissima battaglia ha rosicchiato.
Alcuni si affacciano alle terrazze tonde, prue illusorie con alti
pennoni e bandiere addormentate. Ben diverse da quelle che aizzavano
come mantici il fuoco del sangue nelle risse per l'intervento.
Altri vanno oscillando su passerelle che ricordano i transatlantici.
Ogni mutilato insegue, sembra, col suo movimento troncato il membro
rapito che certo non dorme in un cimitero del fronte ma vive,
trasfigurato, la vita delle carni immateriali nella scìa della luna. O
lassù, nell'elastico sorprendente tessuto delle nuvole.
I mutilati sono ricevuti dalle Ombre e dai Profumi che stendono amache
penose, divani spirituali, cuscini di sospiri.
Noi soli siamo materiali e pesanti. I nostri applausi di uomini interi
stonano coll'imprecisa vellutata cortesia degli usignuoli e delle onde
che stendono gementi tappeti d'argento per gli equipaggi della Luna.
Frusciaaare schiumaaare tubaaare di onde colombe sulle tombe rapite ai
cimiteri e come culle rimorchiaaate dai profumi del maaare.
L'orchestra di nervi e fibre patetiche annuncia l'arrivo scivolante
delle dame. Previdente pensiero dei grandi sarti inspirati che hanno
fasciato appena di stoffe leggerissime quei mobili corpi femminili,
perchè l'aroma della voluttà si spanda in giro inebriando le nari
veggenti dei ciechi di guerra.
Gli usignoli supplicano le dame di danzare. Sono obbediti. E la musica
tutta vortici e pennacchi vaporosi rapina i corpi delle donne. I ciechi
le guardano a quando a quando poi godono la Luna. Allora le teste
rovesciate all'indietro bevono il bianco fuoco d'amore coi loro tragici
occhiali neri. Penso ai risucchi di piacere delle piccole rade buie
incappucciate di verdura quando bevono la luna.
Noi facciamo danzare le belle donne ma non le tratteniamo. Anzi
imponiamo loro di trascurarci. Tutte a gara sviluppano il flirt
semilascivo coi mutilati nelle penombre favorevoli, per le scale coperte
e gli spiralici sentieri che sgusciano dall'ombra e s'affacciano sullo
splendore del golfo lunare. Coppie strane dove un agile corpo di donna
giovane è accarezzato un attimo, ma preferisce accarezzare un corpo
maschio infranto che zoppica, ondeggia. Questi tende una mano sola, e
non può tender la bocca per baciare.
Il gesto della donna diventa materno per accarezzare un mento d'argento,
che la luna subito con dolce meccanico furore salda alla carne. Ride il
sangue del mutilato in questa bizzarra officina improvvisata di metalli
innamorati e carni che sognano di metallizzarsi. Il torso di quel
tenente bersagliere si rizza con forza nella pienezza della sua
virilità.
--Non ho più labbra, dice, ma il bacio non è indispensabile in amore!
Parlo male ma so cantare, e anche danzare... Che importa se la mia
spina dorsale avrà poi bisogno di tre giorni di ossigeno per rimettersi?
Ora che gli equipaggi della Luna sono sbarcati bisogna che io balli per
dimostrare che si può far all'amore in mille modi sconosciuti. Questi
profumi deliranti urlano come l'odore della balistite che mi bruciava
sul Carso... Urlano, urlano l'eroismo e l'amore!... Balliamo e cantiamo.
Questa è una nuova trincea dove però la nemica non ci fa male anzi ci
nutre tutti col suo piacere. Se continua, mi guarirà! Farà, farà anche
rinascere le mie labbra! Balliamo cantiamo insieme!
_Ognun lo sa e ben ci conoscete
perchè l'allegria con noi portiam._
_Un cuore ardente e gioventù abbiam,
un cuore ardente e gioventù,
se pur con le stampelle camminiam._
_Chi siete?... Siamo la ganga
perchè amiam le bimbe, il vin
spumante e di Rapallo il mar!_
I mutilati cantavano. Frusciaaare schiumaaare tubaaare delle onde
colombe sulle tombe rapite ai cimiteri e rimorchiate dai profumi del
mare.
Tre mutilati danzavano, cercando di aggraziare i gesti nascondendo fra i
capelli delle dame i visi spaccati o cotti dalle esplosioni. Due altri,
in uniforme elegante e accurata, mutilati d'una gamba all'inguine si
rizzavano e sulle stampelle tentavano di cadenzare uno strano ritmo di
nave rullante. Un alpino mi domanda scusa di passarci davanti danzando,
poichè ogni volta la sua manica vuota sfiora il viso della signora
seduta accanto a me. Questa è una signora milanese: grandi occhi chiari
di bambina e bocca carnosa sempre ridente sotto pesanti capelli biondi
che le imperlano la fronte di sudore. E' buona, intelligente, piena
d'imprecise indulgenze e facilità nei suoi flirt svariati. L'amai con
passione 5 anni fa; poi la vita ci separò. Siamo molto amici. Le parlo
da cuore a cuore e lei mi risponde con assoluta sincerità.
--Io adoro la danza, ma non ho mai avuto tanto piacere come nel danzare
con quel tenente bersagliere dalla mascella d'argento. Io non mi capisco
troppo: sono una civetta, forse qualcosa di peggio... ma tu mi
capisci... Era così felice di stringermi fra le braccia. Siamo stati
anche giù nel buio sulla riva. Ha tentato di baciarmi il seno, ho
lasciato fare... Quando si è così poco vestite come siamo noi, signore,
oggi, è molto facile cadere... Deve essere tanto infelice poveretto!...
_... Da quando la guerra era scoppiata
Rapallo in silenzio qui dormiva,
ma tosto che la ganga è arrivata
il silenzio e la quiete qui spariva.
Chi siete?... Siamo la ganga
perchè amiamo i fiori, il cielo
azzurro e di Rapallo il mar._
Sono diventato l'amico d'un capitano alpino mutilato della gamba e
coscia destra chiacchierone e gioviale. Questa sera certamente ha
dimenticato ciò che ha perduto.
Gli dico che la mia bionda amica ha un capriccio per lui ed egli
tendendomi il viso molto vicino mi sussurra con gioia visibile:
--Me ne sono accorto... Mentre eravamo giù insieme vicino all'acqua
seduti ho preso la sua mano e l'ho portata sulla mia coscia metallica.
Veramente ho notato un piccolo movimento come di scottatura che la sua
bella mano ha avuto nel toccarla. Questo m'è capitato altre volte.
Inconvenienti del nostro mestiere. Ah! Ah!... Io rimedio subito portando
la mano della donna un po' più su.
E rideva, rideva, con gioia infantile senza rancore per la guerra poichè
gli aveva concesso questa notte di delizie. Poi riprese a cantare:
--Forza, orchestra!...
_Quando noi passiamo ci guardate
e dite che siam pazzi tutti noi
ma le pazzie nostre perdonate,
perchè siam pazzi sì, ma un poco eroi.
Chi siete?... Siam gli sciancati
Chi siete?... Siam gli avariati,
perchè abbiam fatto l'Italia,
col sangue nostro e la gioventù._
La mia amica mi prende il braccio e mi sussurra:
--Vieni, andiamo giù.
--Farai soffrire il povero tenente.
--Non preoccuparti; tornerò da lui dopo. Ora voglio stare con te. Tu non
sei un mutilato, ma mi fa un po' paura vederti partire per il fronte.
Non c'è più nulla fra di noi, ma io ti voglio sempre bene lo sai. E
questa sera ho un desiderio pazzo, pazzo, pazzo che questa benedetta
guerra finisca. Hai visto quei poveretti come sono conciati... Tu sai
che sono una buona patriota, ma non capisco, non riesco ad ammettere,
malgrado tutti i miei sforzi, la necessità di questa eterna, brutale
carneficina.
Io chiusi la bocca della mia amica con un lungo bacio. Tanto più utile
che prevedevo il lungo suo discorso contro la guerra e preferivo
ascoltare quello più eloquente e più patetico che la luna prodigava ai
suoi equipaggi lussuosi d'argento vivo remanti nei gorghi di perle:
--Abbandonati, anima,--cantava la Luna--sciogliti, dimentica, acquètati.
Ho dei rosolii che dissolvono ogni collera, ogni ferocia; ho dei balsami
che addormentano i rancori. Tutte le volte che ho voluto fermare la
guerra m'è bastato colmare le trincee col latte benefico della mia luce
e subito le sentinelle in vedetta hanno reclinato il capo invaso dal
sonno e dal pessimismo tenerissimo, dimenticando le pattuglie nemiche in
agguato. Le mitragliatrici avversarie non hanno avuto più per loro
altro interesse che quello di un notturno apparecchio telegrafico o di
cani abbaianti. Sono la dispensatrice del nichilismo perfetto, del
dissolvimento totale e di tutti i soavi abbandoni alla deriva d'una
qualche corrente molle di baci, alcool, pigrizie, o sogni. Io sola
vincerò la guerra la notte in cui spegnerò con carezze troppo lente il
sangue solare dell'uomo, costringendolo a disprezzare l'ultima attività
aggressiva del coito per negare e sognare unicamente.
--Hai sentito, cara Amica, le argomentazioni della luna in favore della
pace universale, eterna? Sono subordinate come le tue argomentazioni
alla distruzione della vita. Alle origini lontane dell'umanità noi
vediamo popoli accaniti offrire agli Dei cadaveri sanguinanti. Poi un
Dio ebraico affamato anch'esso di carne umana. La terra nel suo viluppo
d'atmosfere contiene delle forze dominatrici, intricatissime e
difficilmente decifrabili che noi definiamo con parole inefficaci quali:
primavera, gioventù, eroismo, volontà ascensionale delle razze,
rivoluzione, curiosità scientifica, slancio del progresso, civiltà,
record. Tutte queste Forze indubbiamente telluriche adorano il sangue
umano, cioè la lotta, il bisogno di distruggersi vicendevolmente
simboleggiato dalle onde schiumose del mare. Queste Forze dominano la
maggioranza più viva dell'immenso formicaio umano. Maggioranza d'istinti
selvaggi e implacabili, tutti più o meno sanguinarii.
La minoranza meno viva o stanca o vecchia o ferita ha creato le idee
pure, i sentimenti puri, le vaste bontà, la soavissima pace, l'amore
umano, ed altre astrazioni di dolcezza serena che varcando le montagne
aspre dei desideri e le irte foreste delle ambizioni, dovrebbero
finalmente pacificare tutte le razze imponendo loro un ritmo morbido
come quello di questo golfo innamorato e fedele alla luna. La parte
turbolenta e istintiva del formicaio umano è spesso affranta e disillusa
del suo andare crudele e sanguinante. Si ferma ed ammira inebriata le
soavi pigrizie affettuose che la minoranza saggia ha lanciato in cielo e
che ormai navigano anch'esse imperiture sulla curva della Terra. Ma la
sosta è breve, le Forze di voluttà aggressiva e di primavera crudele,
incalzano di nuovo la maggioranza giovane e virile. Più furibondo che
mai il ritmo di distruzione e di morte ricomincia, e se le contese
piccole, minute non bastano, si afferrano a volo le vaste astrazioni di
bontà e di pace per farne delle bandiere al nuovo massacro. Si scagliano
le folle in guerra, massacrando gli uomini, per massacrare la guerra!
Altri si slanciano su aeroplani a lungo perfezionati perchè possano
varcare tutte le atmosfere e gareggiare con le stelle. Immagina, amica
mia, qui in questo golfo quattro o cinque aviatori già pronti sui loro
apparecchi dalle eliche rombanti per la grande gara. Immagina il loro
dialogo.
--Dobbiamo, dice l'uno, assolutamente a costo della vita salire a 20 km.
di altezza, vincere o morire, amici!
Poi a mezza voce al meccanico fedele:
--Hai bucato il serbatoio dell'altro aeroplano?
--Sì, risponde il meccanico con occhiata radiosa. Fra un'ora il vostro
concorrente precipiterà in mare.
--Grazie, son sicuro di vincere, gli altri non mi fanno paura.
E così gli aeroplani della grande gara ultra-terrestre si slanciano nel
cielo ove ecco appare il Rabbi di Galilea col viso più tragicamente
pallido di quello crocifisso sul Golgota. Gli occhi al cielo
disperatamente guardano con bontà infinita e tremendo dolore il Padre
dei padri, riassunto di forze cosmiche che ha l'implacabile e muto X
rosso sul viso di tenebra azzurrina. Il Rabbi piange e dice:
--Padre, tu mi hai trasmesso il germe della divina bontà e dell'assoluto
perdono e quello più prezioso ancora dello sconfinato amore, ma essi
vogliono soltanto uccidersi o lacerarsi a lungo per meglio assaporare il
sangue. E in nome della bontà ritornano al massacro--e non si riposano.
La loro forza dà la morte. Il loro amore è sanguinante. Il bimbo
nascituro insanguina la madre per scagliarsi verso la vita. La sua
vergine sorella sarà domani insanguinata dal maschio che la primavera
frusta con le sue belle flessuose verghe di profumi. Padre tu hai creato
l'amore: e per l'amore si fanno guerra. Hai dato a loro il sogno della
bontà, ma questa scoppia con straripamenti di lave guerriere come un
vulcano. Se vuoi che l'amore eterno, puro, e la bontà serena e la pace
di cuori intrecciati regnino finalmente, spacca, spacca la terra,
distruggila senza pietà!
E il Rabbi alto nel cielo piange, mostrando con le due mani aperte come
fiammeggiano le ferite degli uomini. Ma la luna grida al Rabbi con un
lungo stridente gocciolìo di cristalli:
--No! no! Non spaccare la terra! E' mia! la cullerò, l'assopirò, la
svenerò deliziosamente. Sarà pallida come me, finalmente pacificata in
una vasta, continua voluttà carnale!
Giù intanto sulla riva gli equipaggi della Luna si imbarcavano. I remi
riprendevano il loro grave sonnolento fruscia-a-are, fruscia-a-a-are
fruscia-a-a-a-are schiumare tubare nelle onde colombe sulle tombe rapite
ai cimiteri e rimorchiate dai profumi del mare.
Sparvero ad uno ad uno ritirando su, su fino al cassero della Luna tutte
le scie d'argento, i canotti bianchi, e le vaste reti di profumi pieni
di pesci d'oro guizzanti.
La mia amica languiva al mio braccio, io avevo sonno; ma i mutilati
riaccendevano con le stampelle alzate l'orchestrina di nervi e fibre che
sull'alta terrazza miagolava, strillava, singhiozzava come mille gatti
in groviglio d'amore.
Il tenente bersagliere correva dimenandosi e cantando:
--Un valzer pazzo, il più pazzo dei valzer, vogliamo! E' troppo lento,
questo! Sfondiamo il pianoforte!
Con un pugno rovesciò a terra il pianista e si mise a tempestare la
tastiera con le mani e coi piedi. Sradicò con un calcio il pedale e si
sforzava di scandire un valzer terrificante colpendo, di tanto in tanto
i bemolli col suo mento d'argento. Gli ultimi saluti della Luna,
ironici, mettevano fra lui e la tastiera una risata candida di fiume
africano che cento elefanti bevessero con proboscidi d'argento russanti
come canne d'organo.
--Bisogna che la Primavera scoppi nel pianoforte. Mi sento nel sangue, e
anche voi, cari mutilati, vi sentite nel sangue una Primavera diabolica,
mille primavere equatoriali. L'Africa mi divampa nelle gote e arroventa
il mio mento! Se non fosse d'argento sarebbe già liquefatto!
I mutilati intorno danzavano tutti, tutti, alcuni sulle mani e sui piedi
come orsi, altri sulle stampelle, altri in bilico su un piede. Altri si
rincorrevano come belve nei cespugli.
Fuori sulla terrazza, uno più ebbro degli altri, sull'altalena,
abbracciato con una donna seminuda volava volava inargentandosi in alto
di luna tra i fogliami. Certo un soprannaturale sciampagna li esaltava.
Anche le donne erano impazzite. Una vergine bellissima si spalancò così
a pochi metri di distanza, fra due rosai, al desiderio feroce d'un
alpino, che, mutilato delle due braccia, realmente le mangiava di baci
il viso, imprimendole il suo amore fra le poppe coi colpi reiterati del
suo petto.
Un'ora dopo sulla soglia del Casino paradisiaco io gridavo ai miei
amici:
--Male molto male! Siamo realmente avvelenati, avvelenati di chiaro di
luna. Occorre immediatamente una sana furente bevanda di Velocità. Cento
strade succhiate! Andiamo a Chiavari a tutta, tutta, tutta velocità.
Sarà meglio di una corsa, un tuffo.
--Ah! ah! gridano tutti, ci sono però i passaggi a livello, carri,
carrette, cani e marmocchi.
--Macchè! Tutto dorme ancora, scavalcheremo ogni ostacolo, saremo una
ventata di ferro, proiettili, folgori, non lasceremo respirare il
pericolo, strozzeremo la morte nel suo letto e capriolandole sopra le
pizzicheremo i piedi senza morire!
Tutti in macchina. La mia 74 in testa. Padroneggio elasticamente il
volante. La mia 74 ne gode. Corre, corre con lunghi brividi. Ronza il
carburatore felice. Le candele sono eccezionalmente pulite. Ritmo
perfetto. Martelli deliranti di precisione gioiosa. Sento nel cambio di
velocità gli ingranaggi amoreggiare come labbra. Unirsi. Volere.
Scorrere. Scattare. Forza vellutata. Velluto in delirio. Dolce
aggressività delle ruote. Pneumatici danzanti aerei. Gas addomesticati
disciplinatissimi, pronti a tutto, perchè si corra, corra, corra, corra
un correre di corrente modulatissima oliata ebra di correre, quasi
liquida e pur metallica, leggera e non di meno prensile. Docile alla
strada ma come un maschio che imponendo sembra subire il ritmo della
femmina beata. E' beata di ricevermi la strada che si sbianca nei
brividi delle prime luci spasimi sotto le ombre massicce delle montagne
lungo l'ampio sussurrare del mare pieno di giochi di gatti bianchi che
miagolando rincorrono a zampate, spruzzi di baffi rimbalzanti nel refe
argenteo rapito alle vele della Luna. Correre, correre tuffandosi nella
vegetazione nerissima.
Trapaniamo forse la midolla nera della notte?
Balza fuori la mia macchina. Oliatissima morbida mia carezza nel grembo
di questa valle. La luce cresce come se colasse fuori dal mio motore
cuore arroventato.
Ecco un altro tuffo nella penultima galleria... Interminabile... Mi pare
di essere nel collo ebro, premuto, scoppiante di una smisurata bottiglia
d'alcool. Il mio motore tira bene, bene. Esce, esce, escirà, deve
escire! Sto sturando la bottiglia della valle lunga e nera con la
pressione dei miei pneumatici-pollici che non cedono. Il cavaturaccioli
è fortissimo! Forza! forza! Viene. Forza! Ecco!