l'imbecillità paurosa di suo marito notaio, pedante germanofilo,
disfattista, imboscato malgrado una buona salute e i suoi 25 anni, e le
dissi:
--Cara Rosina, sei troppo bella per coprirti con una camicia, toglitela.
Voglio analizzare la tua bellezza con cura e prendere delle note.
Salto dal letto prendo il mio libretto di note dispongo bene il corpo
nudo e coricato di Rosina:
--Chiudi gli occhi. Bene!... ora aprili!
Occhi meravigliosi. La cornea lievemente azzurrina venulata agli angoli
da piccolissime venette sanguigne, nuota in uno strano rosolio dorato.
La pupilla è nera cerchiata d'oro scuro...
Rosina è stupita, trattiene la sua allegria mi lancia un'occhiata
brillante e maliziosa che si lega bene al sorriso. Ecco il sorriso
sboccia, mobile losanga, e fiorisce tondo sui denti piccoli, freschi,
bianchi, saporiti. Penso ad una giovanissima Madonna di Raffaello, ma
più calda, passionale, dietro i cristalli di una _limousine_ veloce.
Io amo i seni piccoli, vivaci, spiritosi. Questi di Rosina sono invece
un po' grassi e lievemente materni. Ma la bella cupola militare del
ventre è perfetta. Sotto l'ombelico una lievissima depressione
perpendicolare discende, piccolo sentiero appena marcato e si perde
nell'ombra triangolare fra le cosce. Ancora più ammirevoli. Hanno
muscoli sodi, mascherati dalla più dolce carne. Bei cuscini soffici e
nuovi con ricche molle di muscoli.
Ma Rosina si annoia di tanta estetica scultoria. Nuovi baci, nuove
carezze e nuova pausa con relativo chiacchierio sul marito che Rosina
critica ora come un vizioso parassita amico delle prostitute.
Il nostro dialogo è interrotto da un balzo di Zazà che vuole accucciarsi
fra noi.
La mia cagnetta di guerra non conosce le donne. Ha sempre vissuto in
mezzo ai soldati ed è decisamente ostile ai dissolventi profumi carnali.
Mi ammonisce abbaiando, richiamandomi all'antica castità. La caccio via,
rimbalza su. La mando dall'attendente nel corridoio.
Io sono ormai sufficientemente premiato. Ho centellinato e masticato
deliziosamente tutte le ghiottonerie di quel letto imbandito come una
tavola di re.
Nell'annotare sul mio libriccino la mollezza soave delle due bende di
capelli che coprono le piccole orecchie di Rosina ho sentito gonfiarsi
nel mio cuore un oceano di pensieri e ormai il mio spirito vi veleggia
sopra, con le sue vele date al tondo soffio delle purezze astratte.
Dico a Rosina concludendo:
--Non ti potrò mai dimenticare, poichè sei veramente la figlia del
nostro Piave devoto e della vittoria!
Poi soggiungo:
--E anche la figlia della luna augurale!
Così, sporgendomi al balconcino, salutai la luna che avevo maledetto il
27 ottobre sul Carso, tutta gialla, allora, insozzata forse a dipingere
bandiere austriache.
Un'ora dopo ci accompagnava in carrozza rotolando in alto grassa, bianca
e felice la luna enorme. Fresca campagna dilatata dalla gioia della
vittoria. Passiamo sulla Secchia, rapita anch'essa di gioia lunare.
--Non cercarmi, non scrivermi, ti scriverò io, mormora Rosina
abbracciandomi. Mio marito è geloso, ti ucciderebbe!
Sento che Rosina sta per trasformare suo marito imboscato in un ardito.
--Non venirmi a cercare, ripete Rosina, verrò io a Milano da te.
Non l'ascolto. Penso di dare al mio prossimo poema i ribollimenti e
formicolii d'argento della Secchia che scorre dolcemente quasi nel mio
cuore. Le vigne alte sospese a braccia spalancate, aggrappate ai gelsi
mi danno colle loro grandi ombre nere animate dei consigli energetici.
Il vecchio cocchiere porta ora in equilibrio sul cappello a cencio la
pletorica luna piena. Vorrei affrettare il passo del cavallo. Sono
stanco di voluttà. Le ruote della carrozza svegliano in me il ritmo
pneumatico della mia futura blindata, nuova amante per le velocità della
prossima vittoria.
V.
IL PAZZO
Sono costretto di passare 2 giorni al deposito di Scandiano.
Due giorni di burocrazia militare aereati dalla compagnia del futurista
Virgilio Marchi, granatiere valoroso, ora invalido di guerra. E'
riuscito a improvvisare qui una piccola esposizione di quadri futuristi.
La visito per consolarmi dell'atmosfera imboscata discutendo
sull'equilibrio delle dinamiche architetture ideate da Marchi.
Spacco, sfondo e incendio la tediosa atmosfera di Scandiano con un
discorso ai bombardieri e una susseguente discussione sul futurismo col
generale Sacchero. Dormo male a Scandiano, assillatissimo dal desiderio
di conoscere presto la bella blindata che mi aspetta, le sue forme
snelle e il suo cuore carburante. Ma la mia propaganda futurista e
quella degli amici Marchi e Francesco Flora sembrano aver già
trasformato la piccola città ultra-passatista.
Ne sboccia l'ormai immancabile prodigio. Cosa è questo gridio di folla?
Usciamo dalla mensa. Sensazione di sommossa. Tutti corrono. Redarguisco
due sergenti che fuggono davanti a un pericolo inspiegabile. Sassate
fitte piovono su noi. Risacca di bambini e donne urlanti. Entriamo nella
vasta piazza erbosa e vuota davanti al palazzo Estense.
In fondo, vicino alla porta ducale, gesticola un pazzo. Nudo dalla testa
calva congestionata ai ginocchi. Ha le fasce alle gambe e le scarpe. Il
pazzo, curvo, cerca febbrilmente delle grosse pietre e le scaglia con
forza contro la cancellata del palazzo, dove si agitano confusamente
ufficiali e soldati.
Divertente e tragico consiglio di guerra sotto il fuoco accelerato del
pazzo. La sentinella ha dovuto spostarsi cercando di parare col fucile a
baionetta inastata i colpi molto precisi. La folla ondeggia allo sbocco
della via Cesare Battisti, con fughe repentine, quando il pazzo si
avvicina preceduto dalle sue pietre.
Appare veramente il dominatore di questa piazza lugubre, sonnolenta,
austera, troppo saggiamente imboscata lontano dagli aeroplani e dal
fronte. Nudità potente, forte torace, maestria di lanciatore di pietre.
Il membro pendente fuor dalla nicchia dei peli neri beffeggia
spavaldamente le morali freddolose, magnetizzando gli sguardi delle
ragazze che strillano paura, orrore, curiosità dietro le grate vezzose
delle dita sugli occhi.
Ad un tratto il pazzo si curva, prende una manata di sterco e la mangia
avidamente.
Forse per insegnare gli indispensabili sacrifici dello stomaco a coloro
che non si contentano di salvare la pelle ma la vogliono anche
riccamente nutrire mentre i combattenti bevono e mangiano il ferocissimo
fuoco solare delle battaglie.
Il pazzo ha impugnato due grosse pietre e con esse si percuote
atrocemente la fronte. Vendicatore selvaggio venuto dalle lontane
caverne e dalla amicizia dei mammuth egli vuole dimostrare che nella
media saggezza prudente non c'è virtù. L'ora è venuta di sfondare tutti
gli scrigni compreso quello della fronte, liberandone le generose
pazzie. Sputa ripetutamente il pazzo contro il palazzo ducale, sputa dal
fondo della sua violenza barbarica sulla mezza civiltà cauta dei
restauratori di palazzi antichi e di viltà moderne. E' un uomo
preistorico che dà meglio di me una lezione di futurismo agli imboscati
di Scandiano.
Ecco però i passatisti alla riscossa. Sono numerosi. Li guida il tenente
colonnello Tusini, piccola barba quadrata nerissima, quasi finta sul
viso bruno, nervoso, collerico. Lo segue un siciliano nerboruto e bruno,
il tenente Trafficante. Il pazzo indietreggia tirando sassi. E'
accerchiato. Sente il muro dietro di sè. Ha un minuto di esitazione, che
lo perde. Tutti si slanciano su lui, lo afferrano alla vita, lo
rovesciano a terra, quasi soffocato. Mi precipito per soccorrerlo,
mentre piovono sul suo capo calvo pugni violentissimi, accaniti,
esasperati dalla paura.
--Basta! basta! non massacratelo!
Un caporale atletico, impazzito più del pazzo gli imbavaglia con una
mano la bocca. Il pazzo tutto insanguinato torce spaventosamente gli
occhi senza implorare pietà; mentre un soldato lo strozza quasi col
braccio destro e dichiara solennemente:
--E' così che si tengono i pazzi.
Io gli grido:
--Ma i saggi come voi fanno schifo!
VI.
UN'ESPOSIZIONE FUTURISTA NAVALE
La caserma di S. Benigno a Genova ha tutti i difetti delle caserme, ma
una qualità eccezionale che la rende forse unica al mondo ed è quella di
cavalcare con la sua mole rossa il promontorio montagnoso del Faro.
Domino così facendo colazione su una delle terrazze: a sinistra
l'anfiteatro di Genova coi suoi vetri in fiamme, tetti d'ardesia
verniciati di argento solare, e pensili giardini tropicali. Davanti, il
colmo alto mare di cobalto; a destra, le criniere di fumo di
Sampierdarena; e sotto, il porto formicolante irto e fumoso.
Mi pare di essere sulla terrazza di un meraviglioso grattacielo
italiano. Giù, giù, il porto lavora energicamente per la guerra
mondiale. Grande bocca d'Italia aperta ai carboni che cortei di navi le
portano sfuggendo ai sottomarini, microbi circolanti nelle vene-arterie
del mare.
Uno di questi cortei di navi si abbozza confusamente, sull'arco
dell'orizzonte. I carboni ingoiati dai treni corrono facendo correre le
forze che nutriranno il fronte congestionato di fuoco. Sotto di me, navi
e treni mescolati.
I treni s'intrufolano fra le navi. Simmetrie eleganti disinvolte di
rotaie a fasci argentei. Le rotaie luccicano imperative come leggi
davanti ai treni lentissimi asmatici, sotto fumi rivoluzionarii. Peso
delle chiatte incastrate nell'acqua carbonosa. Sono scaricate da omini
microscopici che portano velocemente sulla testa coffe di carbone
correndo sull'oscillare elastico delle assi sospese. Andirivieni degli
omini fra le chiatte e i cumuli di carbone alti e cosparsi di brilli.
Brillano pure i torsi nudi sudati.
In alto il sole comanda, dirige tutto, meccanico sanguigno dalle
roteanti braccia d'oro dirigendo le antenne, le gru e gli elevatori
elettrici che viaggiano su ponti di ferro pattinando oleosamente e
portando a braccio teso mascelle metalliche ghiotte di carbone.
Una dura volontà solidale di guerra fa gonfiare i bicipiti degli
elevatori che girano orgogliosamente sui piedi uniti per farsi ammirare
come buoni patrioti da tutte le case attentissime dell'anfiteatro-porto.
Ribollimento frenetico d'oro solare fra le navi. Spirali, fantasie,
ramificazioni dei fumi bianchi-grigi, perlacei che salutano i
lontanissimi combattenti.
Ma insiste la pressione dell'alto mare colmo di cobalto che vuole
straripare sull'orlo della diga: cobalto freschissimo che schizza, balza
dai moli al mio colletto di mitragliere S. Etienne, e si frange blu sui
vetri dell'ultimo piano di S. Benigno. Questi vetri si offrono bersaglio
ai cannoni di una possibile squadra nemica.
S'avanza invece e si delinea in alto mare un corteo amico di navi
variopinte.
12. No! 22. Altre ancora si sbozzano. Sono 29.
Il sole le vernicia. Balzano, lingueggiano, s'intrecciano le linee
colorate dinamiche sui loro scafi alberi e ciminiere. Tutte camuffate.
Poichè non possono entrare nel porto già pieno, esse si dispongono in
lunga fila parallela alla diga. Lo spettacolo mi gonfia d'entusiasmo.
Volo coi miei sguardi che si avventano gioiosi verso le navi. Grido ai
miei amici mitraglieri tutti in piedi, tutti presi al collo dal blu
inebriante dell'alto mare:
--Ecco la prima grande esposizione futurista! Una sala alta 50 Km. dal
pavimento di cobalto. Ventinove giganteschi quadri e complessi plastici
colorati in movimento. Guardate! Quella linea rosea sulla prima nave a
destra, quella linea slanciata che si arrotonda suggerisce l'idea di una
poppa di nave mentre ne copre il ventre in realtà. La vera poppa essendo
colorata in turchino, come vedete, vien presa a distanza per il turchino
dell'alto mare... Sulla seconda nave l'angolo acuto nero quasi a fior
d'acqua suggerisce l'idea di un basso bompresso di piccolo veliero.
Queste navi furono camuffate dagli armatori inglesi sui disegni del
pittore futurista inglese Newinson allievo e ammiratore di Balla e di
Boccioni. Così il genio futurista italiano, imprimendo attraverso le
sue esposizioni europee i suoi ritmi dinamici e le sue volanti
colorazioni all'ingegno plastico inglese, può vincere la cubatura
pesante tedesca e i suoi pericolosi sottomarini. Ogni nave così
trasfigurata contiene 4 o 5 illusioni di mezze o piccole navi da
trascurare o da sbagliare tirandoci sopra.
I pittori futuristi nei quadri precedenti creavano compenetrazioni e
simultaneità di linee e colori nel tempo e nello spazio. Volumi e colori
dell'esterno-interno apparente-reale lontano-vicino, colore, peso,
odore, rumore da suggerire a noi che li guardavamo.
I pittori futuristi che dipinsero queste grandi navi o complessi
plastici-naviganti vogliono anch'essi con le loro linee compenetrate e
le loro simultaneità di colore e forma, suggerire ciò che non c'è,
nascondere ciò che c'è, traendo in inganno e beffeggiando i sottomarini
in agguato! Ah! ah! ridiamo, amici, ridiamo di gioia poichè tutti i
simboli si armonizzano e si perfezionano. I sottomarini altro non sono
che critici passatisti di questa grande esposizione futurista navigante.
Critici pieni di bile compressa e d'invidia, che sognano di uccidere le
lampeggianti sfolgoranti creazioni del genio novatore. Inutile spiegare!
Il sole è il più sollecito e più eloquente dei conferenzieri e il più
chiaro illustratore.
La fila delle navi-quadri s'immobilizza, a 3 Km. da Sampierdarena, nel
mare. Andiamo, amici, a visitare a nuoto la prima grande esposizione
futurista!
Mezz'ora dopo tutti in costume da bagno entravamo in mare allo
stabilimento Colombo vera tonnara di donne e bambini. Cento salvagenti
verdi, costumi neri, cuffie rosse. Vasto guizzare e anguillare di
braccia e gambe. Grassi mappamondi rammolliti. Corrono bambini come
piccole stelle di carne. Migliaia di scimmie scimmioni scimmiette. Donne
e bambini aggrappati alla corda, sono violentemente strappati
dall'ondata schiumante pigiati, spremuti come frutti banani pere o
datteri sopra un unico gambo investito dal vento. L'ondata si precipita
sui bagnanti come la voluttà si slancia sui nervi. Colle mani pesanti di
schiuma, rotola, impasta, strizza, pesta, spalma questa pasta di
femmine, d'imbelli e d'imboscati per insegnar loro un po' di guerra. Tra
le potenti dita bianchissime del mare la pasta umana sprizza il suo
lievito di paura.
iiiiiiiii ui ui
iii
iii
nitriti gridiii
guaiiiti.
L'umanità subisce il coito delle forze. Ecco, donne e bambine si
avanzano con paura-coraggio, frenetica allegria e isterico terrore
contro l'urto dell'ondata... Voglio, non voglio, temo, ho paura
scappiam, restiamo, pigliamola in faccia. Dio! i capelli!... Tutta
bagnata!... Che freddo! l'acqua sulle gambe e sul ventre! Mi do a te, mi
apro tutta a te, mare rude, potente invadente massiccio, mare
sverginatore, uccidimi possiedimi mare guerra, eroismo massacro! Ho
paura, mi fai male, sei troppo brutale, mi piaci, ti odio!...
Aiii Aiii Siii Siiii
Aaaaaaaaa iiiii
Una mamma va incontro all'ondata portando fra le mani un grosso tondo
bambino nudo. Sembra volerlo lanciare con un calcio di foot-ball contro
l'irruente alta schiuma, che crolla
Taaaraagiiiiuuu
gggiiii uuuu
giaaaa.
Disinvolta, quella mamma! Sembra snaturata. Eroica certo e il destino la
ricompensa poichè il suo tondo marmocchio ruzzola nell'onda, capriola ed
eccolo più sano di prima sulla sabbia. Vorrei l'Italia fosse così
disinvolta nel lanciar la sua prole contro il nemico che schiuma di
rabbia e d'odio eterno come il mare.
--Amici! grido allora, usciamo da questa coloratissima tavolozza che ha
per colori donne e bambini e ondate schiumose!
A nuoto ci lanciamo nel ribollimento argenteo abbagliante verso il
pavimento di cobalto della grande esposizione futurista da visitare.
Lontano qua e là, a destra, teste nere d'altri visitatori. Barche
nerissime irte di rematori e simili a pettini neri coi denti al cielo.
Tentano di criticare, discutere nella pienezza geniale del mare che
bolle sicuro di sè. Piove fuoco argenteo vivo di gioia artistica. Ogni
onda ha una sua idea in cresta che fiammeggia. Per essere più degno e
più intriso d'arte sublime mi arrampico su un trampolino e
Patapluum Plufff
giaaaa ggggggggg di schiuma
Nuoto sott'acqua a occhi aperti, vedo in alto una volta incendiata.
Scintille di rumori nelle orecchie blublublublu bloblo tlac tloc gott
gluglu.
Emergo. Luce anguillante di pittura futurista in ogni onda. Elastici
tessuti di riflessi viola gialli, verdi, azzurri. Si prolungano così
ramificandosi i sincronismi celesti dei raggi.
Il mare è una tavolozza sovraccarica di colori. Pennello vivente, voglio
nuotandovi dentro dipingere anch'io un quadro.
Comincio col nuotare alla rana. Formo così un groviglio duro di linee.
Poi a destra, nuoto alla marinara sul fianco come le donne formando una
capigliatura di linee molli sfumate. Balzo a sinistra e nuoto _over_
facendo ruotare il braccio sinistro col braccio destro teso in avanti.
Dipingo nell'acqua una ruota. Mi slancio con un _braccetto_ vigoroso
facendo ruotare alternativamente le due braccia, ma tenendo la testa
fuor d'acqua.
Nel mare si dipingono così due ruote davanti alla prima ruota. Tuffo la
testa nell'acqua accelerando il doppio movimento alternato delle mie due
braccia rotanti. Intuisco con gioia il liquido meccanismo di orologeria
colorato che nasce da me.
Vedo accendersi il rosso di quella nave camuffata come un incendio,
torcersi quella spirale azzurra intorno alla ciminiera come una molla
gigantesca sulla quale una nuvola elasticamente molleggia come un saluto
di padre eroico al figlio combattente.
Gioia di rinvigorire il corpo perfezionandone i tessuti, aguzzandone i
muscoli, perchè scattino dalla schiena ai piedi come una codata di
pesce! Gioia di acquistare la potenza guizzante d'un grande pesce-spada
prima di partire per il fronte. Le bocche dei cannoni nemici amano
simili pesci temerari. Mi succhio un dito. Sono fresco e saporito. Il
pasto dei cannoni, porrebbe essere veramente succulento. Ma la fortuna
sorride ai grandi pesci audaci che ora come me si nutrono lo stomaco del
buon carbone tot igienico che le navi-quadri- futuristi spargono sul
mare.
A grandi bracciate, facciamo il giro solenne dei conoscitori di quadri.
Intorno ad ogni nave camuffata coloratissima ride il pavimento liquido
moltiplicando la bollente gioielleria dei riflessi. Chi può comperare
pescecanescamente l'opera impagabile? Le navi a tinte rosee hanno
intorno a loro mille riflessi di carne femminile come migliaia di donne
bagnanti che applaudano. Le navi a tinte purpuree e gialle hanno intorno
dei riflessi in forma di vetrate insanguinate e rotte e talvolta
l'intera cattedrale di Reims sommersa. Il sole stanco di conferenze e
proiezioni sulla lavagna del cielo abbandona la sala della grande
esposizione. Occhiata d'oro vermiglio, fronte e calvizie di fuoco
sereno!
--Somiglia alla tua! mi grida un compagno, nuotando.
Sulla calvizie del sole si posano con ali febbrili di farfalle, due
idrovolanti.
Torniamo con un ampio giro che ci conduce verso gli affastellamenti di
tettoie e camini e la foresta di fumi Ansaldo. Nuotiamo come squali
guidati dalle gigantesche carni sanguinolente che gli alti forni
sembrano masticare. Magnetismo delle colate d'acciaio. Il ritmo delle
presse e dei magli titanici cadenza le nostre bracciate, mentre la
nostra bocca sputa schiuma bianca come i torni sputano limatura
argentea.
Entriamo sempre più nell'oceanica sinfonia dei rumori del ferro in rissa
col ferro. Attacchi e contrattacchi, boxe. Fierezza dell'acciaio,
Cocciutaggine di colossi in fusione. Nell'aggrovigliato paesaggio di
rumori ormai quasi buio si accaniscono a quando a quando le immense
fruste e i lazos delle fiamme rosse. Fiuto la presenza di mille cannoni
antiaerei nuovi sui loro candelieri colla bocca al cielo pronta ai
lunghi sputi precisissimi di fuoco zenitale.
Sono nuovi pennelli ultra-dinamici di Balla per ridipingere le nuvole
all'aurora. Fiuto le nuove Tanks già costruite con un volantista un
cannoniere e un cannone da 37, serrate, armatissime, ultrasintetiche
come libri futuristi.
Vedo poi giganteggiare il cannonissimo 381 allungato che dovrà tirare da
Venezia a Pola (130 Km.) simbolo perfetto del genio italiano a
lunghissima portata.
VII.
LA 74
Non conoscete la mia nuova amante? Ve la presenterò. Intendiamoci,
quella preferita, che escluderà tutte le altre e sarà forse definitiva.
Non ha un nome, ha un numero e ciò mi piace poichè ogni Rosina è sempre
tradita dal ricordo di un'altra Rosina, ogni Maria dal ricordo di
un'altra Maria. La mia nuova amante si chiama 74, 7 e 4 fanno 11, il mio
numero augurale che mi segue dovunque e mi è più o meno sempre
favorevole.
La mia 74 ha una salute di ferro, anzi d'acciaio, una meravigliosa
sensibilità, ma blindata. E' capace d'offendere e d'uccidere. Mentre è
assai difficile ferirla mortalmente. La conobbi ieri nel cortile della
caserma di S. Benigno. Mi aspettava in riga con le sue sette compagne
che le rassomigliano come sorelle. Con delle differenze però importanti.
Sono tutte donne autoblindate color verdone scurissimo, tutte armate.
Ma la mia è la più agile di tutte, ha un cuore-motore più forte, e il
fuoco delle sue ironie mitragliate non ha debolezze nè distrazioni. Fu
la sorte a designarmi come compagno della bella 74. Subito le baciai i
fianchi d'acciaio, la grande palpebra metallica e lei mi ringraziò con
un mezzo giro della sua cupola ornata d'un fascione tricolore. Volli,
allora, penetrare nella sua anima. Tutta affettuosa, la mia 74 mi aprì
sportello destro e sportello di sinistra cosicchè occupando il
seggiolino della sua volontà e impugnando il volante dei suoi segreti
pensieri la slanciai fuori a bella velocità giù per la strada tortuosa
che scende al porto di Genova. Sento la gioia gonfiare le arterie della
mia 74 che mi porta cantando. Non ha una voce sola, ma un'orchestra di
voci bene intonate. Ora godo il languido canto lamentoso del suo
cuore-motore che fa da freno in discesa. La sua gioia cresce ed ecco
flauti, clariiini, violiiini accompagnano il ritmo delle ruote.
La mia 74 ha forse un difetto; i suoi fianchi sono troppo vasti per
poter anguillare e correre senza urtare nelle strade ingombre di Genova.
Debbo preoccuparmi anche del suo culo di acciaio veramente poderoso
armato di una mitragliatrice a guisa di pungiglione. Con mano molle, ma
pronta al volante consiglio i suoi fianchi di non agganciare a destra e
a sinistra tram e carrozze.
--Su presto! le grido, ti conduco a Rapallo, a salutare i miei cari e
poveri amici mutilati. Vi sarà danza questa sera, belle donne e canti al
chiaro di luna sul mare.
Il cuore-motore della mia 74 precipita i suoi battiti e mi risponde come
un cavallo con nitriiiti, nitriiiti, nitriiiti.
La sua allegria si manifesta nel mostrarmi tutte le sue virtù. Ecco il
ci-ci-cigolio di mille passeri giulivi nelle sue giunture-costole
d'acciaio. Sarà bello amarla e stringerla con passione, o meglio viverle
nel cuore quando si batte.
Ma sono stanco di goderla dall'interno, voglio vedere le sue forme
potenti correre fra le raggere tropicali di questo pomeriggio sulla
strada di Varazze.
Lascio il volante al mio volantista Menghini, che avrà pieni poteri in
mia assenza sul cuore-motore della mia 74. Ho aperto lo sportello di
sinistra. Seduto di fianco sul seggiolino colla schiena presa nella
cinghia-spalliera ho le gambe penzoloni fuori a picco sul mare di
schiaffi pugni bava e smeraldi vendicatori.
Gioia disinvolta sfrenata di darmi così alla molleggiante velocità com'è
una saltatrice sul cavallo nel circo dopo il bel cerchio di carta
sfondato. Mi sento preso così a mezzo corpo dall'immensa rabbia amorosa
dell'orizzonte marino. La mia gamba destra allungata verso l'invisibile
acceleratore della velocità spirituale; la mia gamba sinistra piegata
sul predellino fuori.