gassosa di luce azzurra. Atmosfere ruotanti che si sfrangiano simili a
ruote dentate della gran macchina della battaglia. Il mistero mi
avvince, la divinazione mi incoraggia. Ogni ruota è formata, tessuta di
innumerevoli piccole ruote. Più queste piccole ruote snelle e
combacianti sono numerose, più l'alone o ruota globale chiude fortemente
il nucleo che è più compatto. Quando è facile decifrare e contare le
ruote secondarie che girano sul combattente, questo ha un nucleo più
fragile e più scoperto; e la massa di sensibilità vissute, ondeggiando
elasticamente e agganciandosi ad altri aloni, lo protegge poco o
affatto.
Potenza della nostra razza meravigliosa e della sua sensualità dentata,
polputa e coperta di bocche come una piovra! In quelle ruote azzurre vi
sono tutte le forze affettive dei congiunti, amici, parenti, figli,
madri, amanti e bambini che unite alle forze dei dolori e piaceri
passati corazzano i combattenti. Avevo già ammirato la bella qualità
d'uomini che distingue la brigata Casale, uomini forti, agili,
scattanti, con muscoli visibili, denti e capelli ben piantati. Li ho
sentiti i migliori della razza eletta perciò capaci di amare, più amati,
più ricordati, più istintivi. Amici del sole e del mare, sanno agire
bene senza pensare, hanno quasi tutti oggi un forte alone azzurro
d'affetto e di coraggio protettore; vincono, vinceranno, hanno già
vinto, ne sono sicuri.
Infatti mentre cresce dovunque la spavalderia gesticolante del sole
scopando via con le sue lunghe scope d'acciaio e d'oro flessibilissime
le immani matasse di fumi, nebbie, fragori, rumori, io constato che fra
questi combattenti dagli aloni azzurri vi sono pochi morti, molti
feriti, ma questi raggianti e sicuri d'una prossima più forte salute
domani.
Tre ore dopo rientravo al Gruppo. Riordinamento delle linee telefoniche
rotte. I guardafili corrono sulla strada. Uno porta l'apparecchio
telefonico, l'altro rotoli di filo. Incontro dei porta-ordini in
biciclette veloci che ondeggiano su e giù nei vasti buchi scavati dalle
granate. Il fuoco austriaco rallenta sempre più. Giungono le ultime
granate colleriche disperate. Trovo al Gruppo bombardieri le prime
notizie e le voci che corrono false, vere, imprecise. Molti feriti,
pochi morti. I nostri muli massacrati. I nostri fanti contrattaccano con
gli Inglesi a Cesuna per riprendere i 300 yards perduti. Una baracca
nostra vuota in fiamme. Il bombardamento austriaco si accanisce ancora
su Campiello. Gli Austriaci hanno preso cima Ekerle agli Inglesi. Molti
colpi sono caduti su Piovene e su Schio. L'offensiva austriaca è
generale dal Val D'Astico fino al mare; con fluttuazioni la linea nostra
resiste poderosamente. Sento nell'aria la sicurezza della vittoria.
Alle 10 il bombardamento che è cominciato alle due e mezza di notte è
completamente cessato. Val Silà riprende la sua fresca anima alpina,
bacinella di silenzio puerile, tenero, nostalgico. Ma l'invade un nuovo
frastuono veramente inaspettato. E' il corteo orchestrale di ieri sera
che gira spaccando i timpani colla virulenza delle latte percosse, i
lazzi, i pernacchi. Hanno aggiunto due chitarre e un clarinetto. Il
direttore impazzisce gesticolando di gioia; sembra guidare
buffonescamente l'anima ancor commossa della Patria alla fiera finale
dove saranno macellate e mangiate dai panciuti e ghiotti cannoni le
mandre austriache.
Mi addormento in baracca affranto, soddisfatto. Sonno pesantissimo.
A mezzo giorno due nostre cannonate mi svegliano dandomi l'illusione di
Ghiandusso battente alla mia porta. Grido nel sonno «Ava-a-anti». Ho
preso due cannonate per un innocuo bussare alla porta, tanto il mio
sonno fu profondo.
Tre giorni dopo il generale Monesi in automobile si ferma davanti alle
baracche del Gruppo. Entra, allegro. Eccellenti notizie. Con La
sicurezza di un generale vittorioso, dopo avermi detto di avere
assistito alla serata futurista di Brescia mi parla del piano fallito
degli Austriaci che speravano di tagliarci fuori facendo cadere tutto il
massiccio nostro (Forte Corbin, Cima Arde, Cesuna) giungendo al Cengio e
poi al Pao con un aggiramento. Le nostre posizioni perdute del Tonale
sono riconquistate. Asiago, il Grappa sono fermi. Abbiamo perduto una
parte del Montello sul quale pesa lo sforzo principale degli Austriaci,
che sono però contenuti.
Il generale Monesi parte sotto una pioggia dirotta, mentre si straccia
il nebbione agitato e dilaniato dal vento che sale da Val D'Astico
inesauribile caldaia di nebbie. I nostri 75 campagna non tacciono mai e
i loro proiettili hanno dei rumori di siluri sull'acqua.
Ptoo!... fisssss
Pto! Pto! Pto! fiiiiii
Ptoo! Ptoo! Ptoo! fiiiii
Il 19 giugno all'alba vedo venirmi incontro Zazà allegra e civettante
con in bocca un foglio di carta, seguita dal suo nuovo corteggiatore
Ligò cagnolino buffo incrocio di barboncino e di buldog bastardo.
Agilissimo con mosse di cavallino, fulvo come Zazà ma frenetico di
mosse, musino delicato con una strana punta rosea-nerastra, occhi
acquosi-grigi, grazioso, intelligente, vivace, non più giovanissimo. E'
sempre in foia. Assale amorosamente Zazà e le strappa il foglio di
carta. Io prendo a volo il foglio e leggo: «Bollettino Diaz--9011
prigionieri austriaci e circa 300 mitragliatrici austriache catturate.
Le nostre truppe stanno riconquistando il Montello e ricacciando gli
austriaci nel Piave».
Il 21 giugno sera sorveglio e dirigo un lavoro di mine per piantare una
nuova baracca. Tre bombardieri intorno al pistoletto conficcato in una
piega della roccia. La mazza bene impugnata da braccia rudi gira sulla
mia testa scintillando ogni volta rosea in alto negli ultimi raggi
obliqui del sole. Il secondo bombardiere ogni tanto spinge il
raschietto nel buco per togliere la polvere. Con cura introduco la
sabulite, capsula e miccia. Tutti via a 50 metri di distanza. Il
bombardiere dà fuoco e fugge
Tum Tum PRAANG
Poi i tonfi toonfi dei blocchi ricadenti. Zazà abbaia e corre mentre un
porta-ordini in bicicletta arriva trafelato. Il capitano legge e mi
comunica l'ordine di partire per Scandiano e raggiungere le squadriglie
di Auto-Mitragliatrici blindate alle quali sono assegnato.
IV.
UNA DONNA-PREMIO
Il 22 giugno, partendo da Val Silà a piedi seguito dal mio attendente
Ghiandusso, che chiacchiera volubilmente, sento subito rinascere nelle
mie gambe l'inebriante elasticissimo passo del Carso. La strada scende
fra i grossi calibri Inglesi che gli artiglieri alti, biondi, casco
coloniale e braccia nude ripuliscono cantando. Quelle voci aspre un po'
velate di marinai d'oltre Manica contrastano con le morbide ondate
profumate del vento estivo che ci viene un po' stanco dall'immensa
pianura veneta giù sotto il Cengio.
La mia cagnetta Zazà sculetta, abbaia e m'invita a correre. Corro con
lei fuori dalla strada. La montagna è tutta riplasmata dal
bombardamento. Mi fermo e bevo la visione calda e nutriente della Patria
coricata immensamente che sembra sollevare con ritmo felice l'ampio
petto della pianura tatuato di strade e villoso d'alberi che il sole
imbrillanta di un sudore dorato. La città e i villaggi sono i suoi
amuleti.
Oggi è il 22 giugno; 22 doppio di 11, mio numero preferito, numero
fortunoso che mi lega alle forze favorevoli e all'Italia.
A Campiello fra tre buche profonde di 305, trovo il mio carrozzino con
mulo e bagagli. Tutti su con Zazà abbaiante. Ghiandusso dice:
--Guardi quella granata da 280. Non è scoppiata. Dorme nel suo buco come
un porcellino. Mi sembra di andare alla fiera.
La strada già rovente è piena di soldati inglesi che corteggiano con
omaggi incerti le belle popolane italiane. Ghiandusso sentenzia:
--La guerra è stata fatta per _mescià le rasse_!
Giungo a S. Orso, Comando della decima armata. Io provo sempre uno
schifo istintivo nell'entrare nei comandi. Quasi sempre deprimentissimi
ambienti dove regnano due generi di imboscati odiosi: _gli sgobboni
arrivisti_, pavoni e tacchini di Stato Maggiore che antepongono sempre
la loro carriera alla Patria e i _fiacconi rammolliti_ che pensano
unicamente a migliorare la mensa e allo champagne. Ho inoltre un
profondo orrore per i generali che hanno quasi sempre delle civetterie
ridicole di vecchie mantenute. Ma Caviglia fa eccezione e il suo
ambiente è quasi degno di lui.
Mi riceve affettuosamente e subito mi descrive sul plastico la battaglia
del Montello, precisandomi tutti gli errori e tutte le correzioni già
suggerite e in parte compiute con successo. Con la sua sorprendente
calma ultra-piemontese, alto, freddo, pochi gesti, assoluto equilibrio
fisiologico, armato d'un buon senso spoglio di frasi, egli parla del
maneggio delle fanterie che non fu lodevole. Disapprova i due attacchi
sui fianchi del Montello che furono come era prevedibile massacrati
dalle artiglierie nemiche. Bisognava invece sferrare un attacco unico
centrale, con 4 reggimenti, dopo avere simulato con un violento
bombardamento le due azioni ai fianchi.
Caviglia dice:
--Badoglio ha creato un meraviglioso schieramento di artiglierie...
Quando Badoglio ha il tempo di riflettere è un generale capace e
potente. Ad ogni modo è il nostro miglior generale.
Caviglia parla poi del Duca D'Aosta che era a Fogliano quando gli
austriaci irruppero sulla nostra riva. Fu più volte invitato a
ritirarsi, rispose sempre «No, rimango!» Il duca è un uomo coraggioso,
freddo, e di gran buon senso. Quando gli sottopongono dei piani militari
li esamina bene poi dice spesso: «Non vanno, portatemene degli altri».
Riesamina, accetta o rifiuta senza boria, nè presunzione. Ha un ottimo
capo di Stato Maggiore: Fabbri. Dall'Astico al mare il morale delle
nostre truppe è semplicemente meraviglioso.
--Ho visto i rincalzi assalire gli autocarri partenti per la linea con
gioia trionfale. La popolazione del Piave è pure calma, sicura. Durante
la battaglia del Montello ho visto i contadini arare la terra, e i
bambini in piedi attenti intorno ai 75 campagna controbattuti.
Parto da S. Orso con la convinzione che Caviglia è veramente il capo
predestinato a stringere nel suo congegno volitivo, intuitivo e decisivo
tutte le probabilità favorevoli e sfavorevoli, tutti i calcoli, tutte le
forze degli uomini, della pioggia, del sole, e del terreno come
altrettanti fili convergenti a quella meravigliosa tavola di commutatori
elettrici che ha nel cervello. Bisogna che ad ogni costo Caviglia abbia
il comando supremo della prossima immancabile battaglia finale.
Schio è tutta sonante di canti al sole, quando vi entro sul mio
carrozzino. Non riconosco quasi più la cittadina che sonnecchiava
quest'inverno sotto le alte batterie austriache sdegnose. Oggi è
veramente fiera d'aver subito i coiti furenti dei 305. Sulla piazza,
incontro la fanfara dei primi bersaglieri che tornano dal Piave.
Esplosione lirica del pomeriggio infocato. Passo aggressivo, fucili e
tascapani fioriti, tutte le trombe al cielo spinte su dalle rudi facce
di cuoio lucenti di sudore. Sopra, squilla il sole come la più bella
tromba bersagliera lanciata in alto nel ritmo danzante della marcia.
Vorrei proseguire, ma non posso, tanto la massa irruente di quelle forze
guerresche mi s'avventa con prepotenza sul viso, preme su di noi come un
Simun di gioia selvaggia. Gridano capriolando davanti ai bersaglieri i
monelli in delirio. Le porte delle case, le finestre, i balconi spremono
grappoli di donne e bambini scroscianti applausi, fiori sui cani
abbaianti. Zazà si slancia, ma la ripiglio a volo, e tenendola fra le
gambe guido a destra il mio mulo che dà calci con un'imprevedibile anima
poetica.
Mi viene incontro a ondate sbatacchianti, l'anima italiana
tempestosissima, irta di belle pazzie, scamiciatissima. Dei bersaglieri
riposano la bocca e se l'asciugano mentre gli altri a gote gonfie
sembrano dilatare le case con globi violenti di suoni scagliati al
cielo. E gli occhi ridono, e tutti ridono. Dietro le prime trombe
marziali e cadenzate, saltellano si sganasciano e si divertono altre
trombe mattacchione.
Abbiamo vinto, tutto è permesso. Vi sono molte donne a guardarci.
Spandono buon odore i bei seni accaldati sotto i capelli pesanti. «Un
bacio, via, bella mora, non fa male! Che belle chiappe... Evviva la
fila, signor tenente... Vieni giù biondina! Viva i bombardieri!... Viva
i bersaglieri!... Viva la fila dei bersaglieri che resiste a tutti i
colpi!»
Un bersagliere colossale sembra quasi ingoiare la sua tromba, poi si
curva fingendo di cadere a destra, a sinistra buffamente. Ogni tanto uno
sgambetto all'amico davanti, una gomitata a sinistra e colla mano destra
rema rema accarezzando le facce delle donne. Quella curva lo magnetizza:
un pizzicotto. Colla mano sinistra scuote in alto la tromba bavosa
mentre la sua mano destra arrotondata sulla bocca prolunga il suono dei
pernacchi tumultuosi e dei lunghi uuu... uu-uu-uu- uu-uu-uu prr prr prr
prr oooooooo aaaaaa.
Bacia tutte le donne per forza. Queste stizzite ridono, strillano,
ruzzolano quasi sotto il peso brutale nello schiamazzo dei bambini e dei
cani. Il sole volantista arroventato ritto nel polverone incandescente
delle strade celesti, gonfia dall'alto dei gas di gioia insalamandoli
nella strada come in un enorme pneumatico torrido.
Il mio carrozzino segue la corrente di quella passione popolare ed ecco
a 100 metri da una strada laterale sbocca un battaglione scozzese.
Contrasto prodigioso. Passo lento in cadenza, saggio, ritmato, monotono
col dolce ondeggiamento dei gonnellini quadrettati color pinete
alpestri, giubba kakì, berretto in forma di barchetta rovesciata
sull'orecchio, fasce a mezzo polpaccio fissate da nastro e fiocco rosso.
Splendore dei cuoi e degli ottoni. Tutti calmi con l'azzurro mite degli
occhi rapito ai cieli di Scozia, tutti obbedienti per sempre al peso del
fucile e degli zaini eleganti. Accompagnano la marcia con una melopea
che senza urto s'innalza, si spande
o-eee o-eee o-eee hurraaa!
o-eee o-eee o-eee hurraaa!
I bersaglieri salutano con tutte le trombe alzate, pigiano donne e
bambini sulla sinistra e offrono con un frastuono infernale la destra
all'altra razza che passa.
Lenta - grave - forte - solenne. - Uno - due - uno - due, con piccole
risatine brevi negli occhi senza voltar la faccia, uno - due, uno -
due, venuti da lontano e sicuri della strada futura marciano gli
scozzesi. Quando il tenente dà l'ordine, allora soltanto i pifferi
nordici spruzzano allegria, e le sacre zampogne incominciano a gonfiare
pance e mammelle con gioia comandata fra le braccia degli antichi
montanari gonnelluti che le portano maternamente--nazii iii ziii biii
biuu.
I bersaglieri suonano il _tippereri_ senza parole urrara pum - pumb
papapapum - pumb para pum pum-pumpum.
Rispondono gli Scozzesi
_Adioo miabeladioo._
Passa il carreggio Inglese. Lussuoso scintillio di ottoni sui cavalli
fortissimi. Zampe ingonnellate di lunghi peli. Il sole sembra ruzzolar
giù magnetizzato sui finimenti ghiotti di scintille. In alto sui carri
verde scuro pieni di cose ricche inutili i guidatori in kakì faccia
rossa polverosa colla pipetta all'angolo della bocca.
Dietro, vengono più grandi, terremotando, gli autocarri inglesi,
scatoloni colossali o palchi automobili per assistere ai cortei.
Smisuratamente sproporzionatamente. I volantisti, pipino in bocca,
faccia rossa polverosissima sembrano arrampicarsi come topi sui volanti.
Questo secondo autocarro è ancor più grande. L'ultimo gareggia con le
case. E' forse una casa di Folkestone col suo giardinetto a guisa di
strascico. Portano tutto con loro gli Inglesi. Ogni battaglione
trascina una città di case dinamiche riboccanti di spettatori.
Noi italiani combattiamo quasi nudi, ma ognuno ha purtroppo nel cuore un
pensile giardino di donne-fiori i cui capelli pesantissimi ci incurvano
in avanti sui golfi lunari del pericolo.
L'indomani sera in treno per Verona leggo il trionfale comunicato di
Diaz: «_Dal Montello al mare, il nemico sconfitto ed incalzato dalle
nostre valorose truppe, ripassa in disordine il Piave_».
Alla stazione di Verona quasi buia mugola asserragliato e ribollente uno
dei reparti d'assalto che va a riposo. Odore acre e mordente di belve
vittoriose. Ballano nelle corse e nei gesticolamenti i fiocchi dei fez
neri tra il vociare turbinoso, le gomitate e gli spintoni. Gli arditi
hanno occupato il caffè della stazione. Si intravede un rimescolio di
braccia nude stantuffare e rubinettare fiaschi di vino e bicchieri di
birra, fra una fantasmagorica agitazione di luci azzurre e di ombre
caricaturali. Ogni discussione sembra una rissa. Tutti si pigiano. Fame
e sete azzannante e arraffante nel buio. Grandinare di bottiglie,
bicchieri. Bestemmie degli ufficiali presi nei vortici della folla
grigia-nera che non cede, resiste alle lente sbuffanti locomotive in
manovra coi meccanici che si sporgono gridando.
Mi sento chiamare. E' il colonnello Trivulzio alto montanaro dal viso
sessantenne alcoolizzato ma solidissimo, occhi giocondi vivacissimi,
pipa in bocca. Ha lasciato il suo reggimento di fanteria per il comando
di un reparto d'assalto. Fra le gomitate, gli urli dei suoi fez neri, mi
racconta:
--A Meolo, c'era da ridere. Una battaglia di clown e buffi napoletani.
Vero bordello pieno di risse di avvinazzati. Ma quanto sangue e quanti
morti! Però tutto era allegro. Non ho mai visto tanta confusione. Pensa,
una nostra mitragliatrice tirava su una mitragliatrice austriaca che
tirava su una nostra mitragliatrice! Una nel culo dell'altra. Tutte e 3
sulla stessa riga. Non si capiva dove era la linea. La linea oscillava
continuamente. Alberi spaccati, reticolati che non prevedevamo, tutti i
fili telefonici rotti. Ad un tratto, io mi avanzo con una mitragliatrice
in una boscaglia e sbocco in un prato. Ma, ta-ta-ta-ta-ta... due, tre
mitragliatrici austriache! Ai! ai! indietro, indietro! sono troppi,
siamo pochi!
E il colonnello Trivulzio descrive con gesti comici questa subita
ritirata buffissima di gente scottata.
--Ci rannicchiamo dietro gli alberi, 50 metri indietro. Tre secondi.
Altri fez neri ci arrivano alle spalle come scolari in baldoria. Subito
tutti in piedi ci slanciamo nel prato. Che casino! Che casino! Ma vi era
una sicurezza straordinaria! Avevamo la vittoria nelle ossa. Avanti,
indietro, si perdeva, e riguadagnava. Si perdeva con strafottenza di
ricconi alla tavola del giuoco. «Dobbiamo far saltare quei tre cannoni?»
mi domanda un caporale. Tutti rispondono: «No, no, no, per carità!
Glieli prenderemo, non facciamo saltare nulla. I cannoni sono nostri e
torneremo fra mezz'ora a riprenderli.» Eravamo tutti tranquilli come
Battisti! Trenta pariglie di cavalli nostri furono prese dagli austriaci
e riprese da noi mezz'ora dopo.
Attraverso la calca con Zazà nelle braccia e fuori per Verona buia.
Qualche bettola, a ciglia semichiuse. La sbornia già spinge fuori i
gruppi-viluppi, le coppie-canore e gli arditi pugni e pugnali pronti
fieri, irritatissimi di non veder davanti a loro la città inginocchiata
con tappeti di donne morbide sul selciato, lampade e giardiniere di
donne ai balconi. Sotto un portone nero, una zuffa fra carabinieri e
arditi. Intervengo poichè un enorme carabiniere ha avvinghiato e porta
sotto il braccio poderoso un frenetico magro ardito che batte coi piedi
l'aria con ritmo di telegrafia Morse.
--Via, non si trattano così dei soldati vittoriosi.
--Ma, signor tenente, mi ha sferrato un pugno nel naso. Guardi come
sanguina.
--Lo lasci andare, è ubriaco. Bisogna concedere una sbornia agli eroi.
--Se lei me lo comanda, signor tenente, lo lascio andare.
Ecco liberata la belva gloriosa nella città buia. Avrò delle noie, ma
non importa.
Giro tutta la notte cogli arditi aizzando e moltiplicando i canti,
ebbro non di vino ma di quell'alcool trasfigurante che tutti i filosofi
sognano di sciogliere e distruggere nei lambicchi meticolosi e freddi e
che si chiama Patriottismo. In questo senso non diverrò mai un
antialcoolico.
All'alba nello scompartimento di seconda classe che mi porta a Modena
trovo finalmente il Premio che mi offre la Patria.
Un'italiana veramente bella. Bruna, delicata, morbida e flessuosa.
Trentenne, con occhi capelli e denti eccezionali.--Ma adagio! Ve la
descriverò a poco a poco. Freno tutti i miei slanci compreso quello del
mio lirismo descrittivo. La contemplo sommerso nell'ammirazione.
Ghiandusso la guarda estatico. Zazà le si accuccia vicino, quasi sulle
gambe. Io attacco discorso. Pronto, incalzante, intuitivo. La sento
entusiasta della vittoria. Parlo della battaglia. La bella signora
ascolta, vive tutti i gesti. Si chiama Rosina Millari di Oderzo. Ricca
profuga un po' sperduta, poichè non ama i parenti che la ospitano. Deve
passare la giornata a Modena senza scopo per raggiungere la sera stessa
una villa fuori di città. Invito la bella a colazione. Esita. Ma le
forze mi sono favorevoli. Non si può veramente rifiutare nulla a un
soldato vittorioso. Alla stazione di Modena non si può mangiare.
L'affollamento dei soldati ci costringe a uscire al più presto coi
bagagli suoi e miei, Ghiandusso-Zazà, tutta una famiglia improvvisata e
poco dopo installata all'Albergo d'Italia.
Ho l'anima di un soldato italiano. Sapete cosa significa avere 40 anni,
del genio, molto fascino, una potente irradiazione di idee personali
nuovissime e sane, regalate al mondo, dei poemi potenti creati, altri da
scrivere, e nondimeno volontariamente e con entusiasmo giocare il tutto
con disinvoltura per la propria terra e la propria razza in pericolo?
Mi direte che un tenente di più al fronte è poca cosa. Ma questo tenente
ha un nome luminoso, una parola eloquente, diventa perciò un esempio, un
faro, un richiamo, una bandiera vivente di coraggio e fede per tutti
coloro che credono in lui. Ecco ciò che sono. Un accumulatore di energia
patriottica, utilissimo e assolutamente disinteressato. Militarizzare
così il più ribelle dei temperamenti, disciplinando e strangolando il
proprio orgoglio, sempre sull'attenti davanti a dei superiori che non lo
sono. Ecco degli eroismi profondi e dolorosissimi che meritano, cari
passatisti e care passatiste, dei premi da afferrare con mani rudi e
pochi riguardi!
Nella camera dell'Albergo d'Italia io entrai come si entra da un
pasticcere quando si è stati privati di zucchero per molto tempo. Parlai
d'amore con lirismo variopinto e modulatissimo offrendo tutti i
trampolini vellutati alla dedizione della bella donna, ma in realtà io
la conquistavo si può dire d'autorità.
Non era una corvée che imponevo ai nervi della mia amica, li mandavo
anzi in licenza sulle spiagge d'un gran mare di voluttà perchè vi
guizzasse il suo spirito al quale io superiore cortese insegnavo a
nuotare.
La stanza era accesa dai riflessi delle mille bandiere che infuocavano
le facciate delle case. Mobili giardini pensili. Rosso che sembra
veramente ringiovanito. Il verde vile di Caporetto è diventato un verde
Piave, un verde Mare Adriatico, diventerà un verde Isonzo. Il cielo
incandescente sembra roteare come un viluppo gesticolante di bersaglieri
scamiciati, feroci, urlanti, la bocca piena d'Italianità selvaggia e
d'orgoglio, amore - vendetta - rapina - eroismo - maffia.
Mi voltai per seguire la bella mia affaccendata nell'aprire i suoi
bagagli. Un morso delicato nella nuca. Poi la svestii. Si lasciò fare
languidamente, con tutte le moine che distinguono le amanti venete e il
loro chiacchierio di uccellino che maledice la gabbia, implora la
libertà e non conosce altro cielo che quello che brilla nell'acqua dello
scodellino. La stordii di baci e di carezze infinite. La presi e ripresi
con foga, con slancio, delirando. Poi mi fermai. Buttai sul divano
l'anima che mi aveva servito fino allora e ne tirai fuori un'altra dalla
profondità dei miei nervi.
--Bisogna, pensai, che io valuti con precisione scientifica e occhi di
buongustaio il premio offertomi dal destino.