Il 14 Giugno tutto è pronto. La nostra linea aspetta l'urto

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L'ALCÒVA D'ACCIAIO

F. T. MARINETTI

L'ALCÒVA

D'ACCIAIO

ROMANZO VISSUTO

NONO MIGLIAIO

CASA EDITRICE VITAGLIANO--MILANO

PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati.

Copyright by C. E. Vitagliano Aprile 1921

15-4-1921-5

Tip.-Lit. A GORLINI--Milano.

I.

L'OFFENSIVA DELL'AMORE

La sera del primo giugno 1918 nella baracca dei bombardieri piantata

spavaldamente a sghimbescio sopra una cresta montana di Val d'Astico, si

mangiava e beveva allegramente. Le lunghe lunghe forchette rosse del

tramonto s'intrecciavano con le nostre, arrotolando gli spaghetti

sanguigni e fumanti. Una ventina di ufficiali, tenenti, capitani,

colonnello Squilloni giocondo e pettoruto a capo-tavola. Fame da

bombardieri dopo una giornata di lavoro duro. Silenzio religioso di

bocche che masticano preghiere succolente. Teste chine sui piatti. Ma i

più giovani non amano le pause, e vogliono ridere, agire. Sanno la mia

fantasia feconda in beffe e mi eccitano con occhiate. C'è troppo

silenzio a tavola, e il buon dottore è troppo gravemente assorto nel

rito della pasta asciutta.

Con quattro bocconi io placo il mio stomaco poi mi alzo e brandendo una

forchettata di spaghetti, dico ad alta voce:

--Per non impantanare la nostra sensibilità, spostamento di due posti a

destra, march!

Poi tirando su alla meglio piatti, bicchiere, pane, coltello, spingo

brutalmente il mio compagno di destra, che a malincuore cede, tira su

tutto anche lui e spinge a destra. I giovani, pronti, eseguiscono

l'esercizio, ma il dottore sbuffa, brontola, grida. Lo sollevano di

peso. Il piatto di maccheroni gli si rovescia sulla giubba. Crollo di

bicchieri Inondazione di vino. Risate, urli, schiamazzo. Tutti spingono

il dottore, lo pigiano come l'uva. Schizzano le sue urla.

Dominando il tumulto, io comando:

--Spostamento riuscito! Tutti seduti! Ma guai, guai a chi lascia ancora

impantanare la propria sensibilità!... E tu, caro dottore, non

dimenticare che la più alta e preziosa delle virtù è l'elasticità. Come

potresti, senza elasticità, curare un bubbone, un callo, una sifilide,

una otite, o il rammollimento di certi superiori? Con elasticità,

abbiamo abbandonato il Carso dopo Caporetto, abbiamo riso mentre il

cuore piangeva nella ritirata. Come potremmo, senza elasticità,

schiacciare il passatismo austro-ungarico, rinnovare integralmente

l'Italia dopo la vittoria? T'impongo, caro dottore, d'interrompere con

elasticità futurista la tua spanciata passatista!

Tutti ridono. Il dottore mi guarda spaventato. Minacciandolo

burlescamente, impongo:

--Per non impantanare la nostra sensibilità, piatti e bicchieri nelle

mani! Giro totale della tavola, in corteo!

Il frastuono diventa infernale. Urti, scossoni, «Basta!» «Finiamola!»

pugni, capitomboli, «Accidenti!». Vortice rullio e beccheggio. Ma i

giovani sono tenaci e con forza imprimono alla ressa un giro tumultuoso

intorno alla tavola. Piace molto al colonnello il gioco bizzarro.

Soltanto il dottore non si diverte. Dov'è, il dottore? Dov'è? Tutti lo

cercano. E' fuggito sulla terrazza col suo piatto di pasta asciutta.

Fuori, fuori all'assalto! e si finisce il pranzo alla rinfusa, sbandati,

con grande scrosciar di risate nella risata fulva del Tramonto, tutto

nuvole di cristallo incandescente, bottiglie spumeggianti d'oro, cirri

di porcellana viola affastellati, luminoso banchetto aereo sospeso a

picco sulla pianura veneta crepuscolare.

I miei amici cantavano intorno al dottore l'inno della burla futurista:

_Irò irò irò pic pic

Irò irò irò pac pac

Maa--gaa--laa

Maa--gaa--laa

RANRAN ZAAAF_

Uccidevano così le nostalgie.

Alla vigilia di una grande offensiva nemica i combattenti italiani

dovevano spesso subire una ben più pericolosa offensiva; l'offensiva dei

Ricordi Amorosi. La sentivamo accanirsi sopra di noi e in noi, nel

nostro cuore e sulle labbra--quella sera fra gli agili ventagli di

piume rosate del cielo e i fiumi interni del nostro sangue felice. Ero

seduto col colonnello Squilloni, il capitano Melodia, il tenente Bosca e

il mio attendente Ghiandusso, sull'orlo a picco della alta montagna

scoscesa.

Muti in ascolto sorseggiavamo la sera dolce fresca mordente come certe

bevande arabe impreziosite e profumate di spezie e di fiori. Guardavamo

le città dell'immensa pianura veneta. Sentivamo laggiù Milano. A

quell'ora la ribollente città lombarda, dopo il lavoro curvo accanito,

accendeva tutti i suoi lumi azzurri guardando e bevendo con tutte le sue

finestre l'ossessionante linea curva del Fronte.

Le sue 800.000 anime buttavano via sul selciato i corpi affranti gretti

e rapaci per salire in alto e vedere, vedere. Su, su, a grandi grappoli

colorati, salivano le anime come palloncini sfuggiti alle mani dei

bimbi. Finalmente potevano immaginare, forse vedere ciò che i fratelli,

i padri, gli sposi, gli amanti facevano, combattevano, soffrivano

laggiù.

Io parlavo a Zazà, la mia cagnetta di guerra, fulva grassotta agile e

intelligentissima bastarda, nata sul Piave da una foxterrier purissima e

da un cane randagio. Una di quelle lunghe tenerissime conversazioni

astratte, piene di una filosofia indulgente tra due animali di sesso

diverso uno dei quali dimentica volentieri il suo genio per essere

semplicemente un cane. Mi sentivo cane per la mia fedeltà generosamente

data, prodigata, al nome radioso dell'Italia che dal Cengio vedevamo in

tutta la sua bella nudità dormente coricata fra i mari il cui respiro

salato ci veniva a quando a quando sulle labbra colla brezza.

I miei amici sgranavano confidenze a mezza voce e ricordi amorosi. Io

pensavo al mio probabile passaggio nelle automitragliatrici blindate e

sognavo una bella velocissima blindata per inseguire gli austriaci che

dovevano fra poco sferrare la loro grande offensiva. Il mio ottimismo

era più che mai convinto della vittoria finale. L'idea della morte non

preoccupava nessuno.

Il capitano Melodia, viso asciutto e tagliente, occhi furbi, languidi di

ricco signore romano, ufficiale di cavalleria, volontariamente passato

nei bombardieri per amore del pericolo e per onorare il padre senatore.

Anima vivacissima piena di allegre pazzie e di buffonate temerarie. Era

celebre per le sue bizzarrie e avventure originali. Afflitto da una

blenorragia doveva, prima della guerra entrare all'ospedale o fare

istruzione ai suoi soldati. Preferì fare istruzione in Piazza d'armi e

comandare il suo squadrone stando seduto in carrozzino con a fianco

l'attendente. Brandiva la frusta con la mano destra per dare i comandi

mentre guidava il suo cavallo con le briglie nella sinistra. Un'altra

volta mandato in servizio di pubblica sicurezza in un villaggio di

Romagna si fece passare per principe del sangue, ingravidò la figlia

del sindaco e passò in rivista, il giorno dello Statuto, pompieri,

società operaie e carabinieri. Ebbe due mesi di fortezza.

Ora Melodia, sentendo parlare di morte, interviene dominando la

conversazione:

--In guerra, non ebbi mai la paura di morire. Son sicuro che non l'avrò

neanche nella prossima battaglia. Però, la conosco... La provai lontano

dal fronte, in condizioni veramente eccezionali. Ero all'ospedale di

Torino, un anno fa, per la mia ferita. Già guarito con una voglia pazza

di divertirmi e l'impossibilità assoluta di uscire dall'ospedale.

Divieti e sentinelle feroci. Pensai per tre giorni al mezzo di fuggire.

Al quarto una idea di genio: mi introduco nella camera mortuaria. I

piantoni discutono intorno al cadavere enorme di un Alpino che non si

poteva fare entrare in una cassa troppo corta. Aiuto anch'io. Tentiamo

vanamente. La cassa troppo corta è messa da parte e i piantoni se ne

vanno. Intanto io complotto con un mio amico e decido. La notte stessa

rientro nella camera mortuaria e mi sdraio nella cassa da morto troppo

corta, ma sufficiente per me. Mentre io bestemmio sotto per il rumore,

l'amico mi inchioda sopra il coperchio alla meglio, per modo che una

lunga fessura mi permetta di respirare. All'alba avvenne ciò che avevo

preveduto. I portatori macchinalmente mi sollevarono, mi buttarono con

brutalità sul carro. Questo sgangheratissimo e trascinato da due rozze

entrò due o tre volte nelle rotaie del tram con degli scossoni da

staccarmi le budella. Ad un tratto sento trombettare un automobile con

ferocia ingiuriante. Cosa fa il mio cocchiere? Certo dorme. Perchè non

si scansa? C'erano anche due autocarri che mi correvano addosso

addosso... e urlai urlai dal terrore! Sentivo veramente sentivo il

glaciale e lacerante terrore di morire.

Il racconto vissuto del capitano Melodia fu acclamato.

Tutti lo sapevano capace di quello e d'altro. Ma le risate morivano

sotto le ampie troppo soavi carezze della notte che dopo l'offensiva dei

ricordi amorosi e delle nuvole carnali sferrava una delirante offensiva

di stelle negatrici d'ogni eroismo terrestre. Stelle, stelle, stelle,

che beffeggiavano con lunghi trilli bianchi la compattezza delle

montagne e lo sforzo entusiasta delle cime, e la statura atletica del

nostro bel colonnello Squilloni ritto davanti a noi.

Squilloni è un simpaticissimo quarantenne, fiorentino pieno d'ingegno.

Maffia del suo capello alpino un po' piccolo sul viso giocondo fiero.

Occhi celesti di sbarazzino senza ironia. Gesti violenti che contrastano

col sorriso offerto per piacere a tutti. Comandante energico ma paterno

dei bombardieri che lo adorano.

Conosciutissimo nei caffè di Vicenza, di Thiene, di Schio dove passa e

ripassa muscoloso pettoruto col suo giardino multicolore di

decorazioni, raccogliendo sorrisi speciali di cocottes e

contraccambiandoli con risatine subito ricomposte nella fierezza

militare.

Bell'uomo che avrebbe tutte le fortune con donne della buona società;

forse disilluso, ora amante amato di tutte le prostitute.

Per loro canta accompagnandosi sulla chitarra, seccato se qualcuno canta

insieme con lui. Magnifico ufficiale, quattro volte medagliato, ottimo

organizzatore di batterie, goliardico e carnascialesco re dei bordelli.

Squilloni si volta e parla con voce importante all'Italia, alle città

della pianura, a noi: «Le stelle non mi piacciono e neanche le nuvole

rosee che paiono, a voialtri poeti, seni e cosce di donne. Domani si va

tutti, figliuoli, a fare un bagno di carne da Madama Rosa».

Il giorno dopo tutti nell'autocarro della spesa, per Campiello e Mosson

fino a Thiene, sbattuti dalle risate trionfali del Colonnello Squilloni

che ci conduceva verso ciò che chiama l'unico paradiso!

Sforzo del motore nelle salite vruu truu vruu truu. Poi respirazione

dilatata in discesa vraaaa svaaaa err tling tlaang.

Polverone. Odore di morte a Campiello. Vi sono trincee colme di cadaveri

della prima offensiva austriaca. Qui la nostra difesa fu accanita.

A un chilometro dalla casa ospitale, una automobile militare ci

sorpassa, filando a tutta velocità forse collo stesso obbietivo. La sua

sirena si sforza di imitare il raglio d'un asino in amore.

iii ooo iii ooooo

Noi sorpassiamo dei piccoli plotoni di scozzesi in gonnella, rudi gambe

e polpacci abbronzati e bitorzoluti. Marciano a passo ritmato più rapido

del passo militare alla conquista dei piaceri facili. A frotte veloci

meno ordinate, ufficiali e soldati grigioverdi.

Stop. Entriamo nella graziosa villetta. Per ufficiali. Fumo, fumo, fumo.

Non si respira, tenenti e capitani in grigio verde tozzi rudi, sporchi

polverosissimi, frustino o bastoncino in mano, tintinnio di speroni, nei

corridoi da transatlantico.

Le dame sembrano tutte bellissime, delicatissime, troppo fragili. Strane

statuette di cristallo, fra i voluminosi rullanti e beccheggianti maschi

di guerra in foia.

Il colonnello Squilloni è festeggiatissimo.

--Lei... ho già avuto il piacere di conoscerla. Mi ricordo, nel bordello

di Cervignano, offensiva di Maggio.

--Signor colonnello, si ricorda di Madama Rosa a Cormons? Mi disse:

Salutami tanto il caro Squilloni!...

Interviene un capitano inglese ubriaco:

--Moi aussi, monsieur le colonnel, je vous ai connu au bordel de Verona.

Squilloni rideva godeva da studente o marinaio l'allegria del bordello,

scalo di tutti i cuori naviganti in guerra. Comprensione e cordialità

assoluta di popoli e sessi alleati.

Prima saletta: Porta aperta con tenda sulla campagna torrenzialmente

inondata di stelle che aspetta gli areoplani. Nel centro la lampada con

tendina blu scura proietta un tondo cerchio di luce studiosa e

scientifica sul tavolo. Luce d'intenso lavoro spirituale. Luce per

progetti d'ingegneria. Sembra un laboratorio preparato per una veglia

saggia e feconda. Quale incubo feroce ha scatenato tanti sessi vocianti

in questo asilo del pensiero? Tin tin toc ploc di piedi sulla scala di

legno. Un grosso tenente di fanteria con ampio ondeggiamento del corpo

imbottito e armato spinge su come un pastore la donna scelta pecora

fronzoluta mezzo nuda che sembra adornarsi salendo delle foglie verdi e

dei papaveri della tappezzeria. Una magrissima biondina che tutti

chiamano non si sa perchè _pantera_, gira coraggiosamente col suo

fragile corpo minuto fra le gomitate i fianchi rocciosi e le dure

pistole degli ufficiali. Tutti guardano in alto verso il corridoio dove

le porte si richiudono ogni tanto su dei chiarori di camere chirurgiche

per rapide operazioni. Meccanizzazione dell'amore. Sento la casa vibrare

di un meccanico ininterrotto stantuffare d'istinti rudi denudati di ogni

civiltà. Instancabili donne-motori.

Uragano di rumori, voci, luci.

Urari-ciacipiera-teloo... Io sono ancora vergine questa sera... Non ci

credo... Andiamo a godere biondino... Dove è andato il pancione?...

Viva il nostro colonnello Squilloni! Urla risate applausi, tutti si

precipitano verso il divano dove il capitano Melodia che ha indossato

una vestaglia gialla finge di sedurre il tenente Bosca e lo tiene fra le

braccia. Comincia poi il giuoco tradizionale di spingere a viva forza e

trasportare in camera un amico che non si decide, mentre altri catturano

una ragazza. I due pigiati a spintoni e a pedate sono insaccati nella

porta semi aperta.

--Via, via, presto, forza, dentro! Ti abbiamo scelto la bimba, eccola

pronta!

Una milanese pallida, carina, con i capelli corti, neri, ricci e

cocciuti pettinati all'indietro, mi bacia. La seguo. Camera

piccolissima, letto grande, coperta rossiccia gibbosa, bitorzoluta,

tutta sporca di piedi eroici per continuare e imitare forse le Doline

del Carso perdute. Ma si ripigliano, si ripiglieranno con la sana

virilità della razza che sa prendere bene e tenere sotto le donne e le

montagne sue. Plafone ingenuo e primitivo. Odore acuto di Contessa

azzurra.

--Come ti chiami?

--Maria.

--Di che parte d'Italia?

--Sono Milanese.

--Anch'io.

--Vieni sarai contento.

E mi abbraccia col   tin tin   glin glin   di troppi braccialetti.

Quando ritorno in sala un mio amico dice a Maria che sono Marinetti.

Maria pianta il nuovo cliente viene da me, mi dà un bacio e dice:

--Se avessi saputo che tu eri il celebre futurista ti avrei dato dei

baci più raffinati.

--Perchè?

--Perchè ho letto tutti i tuoi libri. Ero abbonata anche a Lacerba.

Esco. Giù, fuori della porta, vedo tre soldati che parlano a una

prostituta alla finestra. Si tengono per mano come collegiali, scherzano

indecisi, ansiosi. La prostituta è scesa anch'essa. Si avvicina ai

soldati. Dà in fretta 5 lire a ognuno di loro poi ripassando di corsa

vicino a me seguita dai soldati mi dice:

--Mi facevano pietà.

Mi dirigo verso l'autocarro dicendo a Squilloni:

--Bordello! Ultimo rifugio del cuore!

--Certamente, risponde Squilloni, il bordello è la soluzione sintetica

di tutti i problemi dell'Amore. Credo che avrete finalmente sconfitto

tutte le offensive delle nostalgie sentimentali.

--No, non ho pensato all'amore. Ho ideato invece l'architettura del mio

nuovo libro che sarà meraviglioso, siatene sicuro.

Voglio che questo libro danzi, danzi, danzi vivo e palpitante con ritmo

giocondo fra le mani del lettore. Voglio che la sua danza pazza d'amore

e di sconfinato eroismo trasformi le mani del lettore in quelle

agilissime del giocoliere. Scatterà anch'egli fuor dalla poltrona e

ritto si sforzerà di aumentare la sua statura sulla punta dei piedi

ballerinamente nell'ebbrezza ascensionale che lo spingerà a gareggiare

in temerario equilibrismo col ritmo selvaggio del mio libro. Sarà ebbro

di guardarlo in alto quasi in bilico sull'improvviso zampillo di gioia

che gli schizzerà dal cuore. A braccia aperte aspetterà che ricada che

ricada finalmente.

Ma intendiamoci parlo del lettore geniale, amico d'ogni coraggio

spirituale! Con ferocia brutale il mio libro piomberà sul naso del

passatista imbelle acidulo e occhialuto che trema sotto i suoi vetri

come un microbo sotto il microscopio. Si staccherà da lui per

rimbalzargli addosso furente e per schiaffeggiarlo.

Ma con quanta grazia ridente e primaverile si spalancherà sotto gli

occhi vivaci del lettore geniale per profumarne l'anima! Vedo allora gli

orli bianchi delle mie pagine fremere ammorbidendosi e iridandosi con

gli amoerri beati, la metallicità persuasiva e gli invitanti riflessi

rosei-azzurri del mare che scivola, scivola, scivola verso la forza

tonda e rossa del sole al tramonto. Ecco il mio libro segue i consigli

del mare e veleggia bianco per seguire il sole che scivola esso pure

gonfiandosi d'orgoglio e di morte giù dal suo morbido letto di tenerezza

crepuscolare.

Stracciatelo, bruciatelo pure questo libro mio. Rinascerà perfetto. Se

un giorno sarà stanco come credo delle stanze chiuse e meticolose fugga,

fugga le inevitabili biblioteche e si slanci aprendo le pagine come ali

in cielo. Subito immensificato dal suo ardore si tramuterà in un

areoplano simile a quello ricco di raggi che si libra e ronza con

garriti e applausi sulla mia testa mentre entro nel forte Corbin di Val

D'Astico.

* * * * *

Oggi 11 giugno 1918.

Sono un tenente dei bombardieri che ha fatto il suo dovere. Ma non mi

sento degno di te, libro mio preferito. Mentre il mio cuore batte sicuro

il mio passo non lo sa cadenzare con eguale sicurezza. Ho il passo

indeciso, malfermo ondeggiante, ferito, che ripete sulla terra le

punture dilanianti d'una piaga infame e assillante aperta nel mio

fianco. Piaga di Caporetto, piaga enorme che sento vivere soffrire,

imputridire e che presto bisogna, ad ogni costo bisogna colmare, colmare

con un nuovo ultravermiglio generosissimo sangue a fiotti bollenti, a

torrenti nel suo centro e sugli orli il cui viola sinistro ricorda le

botti sventrate dai fuggiaschi ubriachi, le schifose avvinazzate bombe

incendiarie su Cervignano e il putrido violaceo fuggente tramonto del 27

ottobre. Guarire, guarire quella piaga! La guariremo. Già domino il mio

passo e lo cadenzo. La grande battaglia è prossima e tutto nel mio corpo

s'avventa verso quell'ora decisiva dalla quale nascerà il nuovo passo

Italiano, quello d'avant'ieri sul Carso, passo elastico, martellante,

padrone delle nobili elegantemente femminili strade italiane.

Mi siedo alla mensa dei gloriosi Gialli del Podgora, 11 fanteria,

brigata Casale, nel Forte Corbin. Pranzo giocondo, chiassoso. Circa 30

ufficiali pigiatissimi che divorando rossa pasta asciutta parlano

golosamente della prossima inevitabile offensiva austriaca. I gialli del

Podgora hanno ornato di fiori gialli la sala. Volete che io parli di

voi, cari Gialli, della vostra gloria passata e della prossima, sicura?

Volentieri! Mi abbandono. So che saprete dare col vostro slancio al

giallo della smisurata bile italiana lo scoppiarne fragore purpureo

della vittoria definitiva!

Si brinda alla gloria di Boccioni, di Sant'Elia e degli altri futuristi,

primi fra tutti gl'interventisti italiani.

Declamo parole in libertà che varcano tonando le porte della sala aperte

sulla terrazza e si tuffano nell'ampio respiro freschissimo dell'Astico.

I rumorismi della battaglia Bulgara cantata da me svegliano certo le

batterie austriache di Tonezza e gli applausi che li salutano completano

la polifonia di echi delle montagne e l'infinita orchestra volubile dei

contro-echi. Usciamo sulla terrazza del forte che sbarra a picco la

valle profonda di oltre 1.000 metri. Poi su su per una scala di ferro

fra i calcinacci e i rottami delle cupole d'acciaio già disalveolate

perchè il forte è già in parte smantellato.

La tenerezza carnale rosea del crepuscolo inonda la vallata, spalma di

olii dorati le groppe dure, le gravidanze grottesche, i gomiti ostili,

le ondate ribelli e i rigonfiamenti pietrificati delle montagne.

I nostri 75 campagna rispondono rabbiosamente ai forti austriaci di

Tonezza...

L'altissima terrazza sembra una passerella di corrazzata che navighi

nelle acque seriche, viola azzurre dorate del crepuscolo, entrando in un

golfo di sogno fra monti sereni che sognano.

Ecco un nostro 149 del Cengio colpisce un baraccamento austriaco sulla

groppa del Cimone. Vi scoppia un'incendio. Lentezza molle disinteressata

del suo fumo che sale scapigliandosi e tentacolando con grazia una prima

stella.

Braaaaaa... di echi come frane di ghiaia. Un lontano soavissimo ronzio

di aeroplano bevuto dagli ultimi rossori del Tramonto. Cip cip cip

d'uccelli negli alberi rabbrividenti. Pi, pi... pi... di pulcini e

galline sotto la porta del forte.

Il maggiore Sannia m'invita a seguirlo nei sotterranei del forte.

Lunghi corridoi di carcere. Scale a chiocciola fra feritoie di vento

azzurro. I nostri passi echeggiano. Pedali d'organo che prolungano

cannonate lontane. Una camerata buia con strani movimenti d'alghe

marine. Sono soldati che dormono. Altra camerata con respirazioni e

puzzi folti, aspri, stipati, selvaggi, ammoniacali. Finalmente un

moccolo sospeso lingueggia giallastro e ci guida verso dei pacchi

enormi di sonno e di odore di stiva.

--Su, alzati! dice il maggiore scuotendo uno dei dormienti.

E' un disertore austriaco. Indovino i piccoli occhi celesti nel viso

biondiccio. Breve interrogatorio. Appartiene alle truppe d'assalto,

parla Italiano, si dice slovacco. Ha lavorato in Italia in una fabbrica

di birra.

--Perchè hai disertato?

--Perchè il mio tenente mi ha schiaffeggiato ieri. Ogni sera di

pattuglia. Sono stanco.

--L'offensiva austriaca è sicura, non è vero?

--Sì--e anche la data fissata--il 15 giugno alle 2 e mezza dall'Astico

al mare, ma l'attacco importante sarà nel centro.

--Ti hanno dato da mangiare e da bere?

--Sì.

Rimontiamo. Sulla terrazza sotto i trilli gioiosi delle prime stelle fra

gli immensi ventagli freschi dell'Astico sicuro ritmato come il sangue

d'un uomo forte, il maggiore Sannia dice:

--Dato lo stato dei due eserciti è ormai sicuro che il primo dei due che

oserà un'offensiva generale e non la vincerà sarà perduto per sempre...

Quanto diversi, i nostri disertori! Noi abbiamo avuto nella brigata solo

3 soldati fucilati per diserzione. Uno appena uscito dalla linea fu

subito inseguito da una pattuglia ordinata da me e fucilato a tre passi

dai reticolati austriaci. Gli trovai addosso una lettera che spiegava

la sua diserzione veramente strana dato il suo ottimo stato di servizio.

Scriveva alla moglie: «Non mi farò ammazzare dal dispiacere. Domani mi

darò prigioniero agli austriaci. Conserverò così la pellaccia per il

dopo-guerra quando verrò a spaccarti il cuore per pagare il tuo

tradimento...» Il secondo disertore fu preso dai carabinieri mentre

abbandonava la linea. Disse: «Non vado via per paura. Me ne frego degli

austriaci. Voglio andare a Trapani a uccidere mio padre che ogni notte

va a letto colla mia fidanzata.»

E il maggiore concluse: «Con simili disertori si deve assolutamente

vincere la guerra.»

II.

LA DAMA AL BALCONE E LE SERENATE MASSACRATE

Il 14 Giugno tutto è pronto. La nostra linea aspetta l'urto con

sicurezza. Si parla di nuove batterie austriache non ancora individuate.

I pessimisti insistono sulla pericolosa propaganda disfattista che

Milano e Torino particolarmente inoculano colla posta ai soldati in

linea. Io ho trattenuto tutta la posta delle batterie nella baracca del

Gruppo. Credo preferibile distribuire un rancio accurato invece di

troppi sentimentalismi postali alla vigilia di una battaglia decisiva.

Tutto lo schieramento di batterie che dal forte Corbin lungo Val

D'Astico gira la cima Ardé e seguendo la cresta di Sculazzon in Val

D'Assa raggiunge gli Inglesi a Cesuna, con le sue 200 bombarde, e le

mitragliatrici e i fucili della brigata Casale, è pronto all'urto che si

prevede furibondo, decisivo.

Abbiamo bene pranzato nella baracca di legno e lamiera del Gruppo

bombardieri, che appoggia le spalle a dei roccioni grigio ferro in forma

di piccole torri. Fumiamo serenamente sull'orlo della Vallatella Silà

verdissima bacinella quieta, colma di silenzio alpino, sospesa da un

lato alle creste del Cengio e dall'altro alla strada che va al forte

Corbin. Dolcezza languida, mansueta della sera madreperlacea che cede

docilmente all'ombra salente delle valli profonde. Un frastuono ci

scuote.

Allegria degli echi turbati da una singolare mandolinata. Sono i miei

bombardamenti che vogliono invitare gli austriaci alla prossima danza.

Eccoli sotto di noi. I due primi grattano disperatamente due mandolini,

due altri li seguono battendo a gomitate e a calci delle latte di

benzina. Dietro viene sculettando e sgambettando il violoncellista. Ha

per violoncello un lungo attaccapanni di ferro. L'orchestra si ferma per

fare agli ufficiali una serenata, sotto la gesticolazione frenetica del

più fantastico direttore d'orchestra.

Porta in testa una gamella obliqua, sulle 33, a guisa di berretto

inglese. Si è legato sul culo le falde rialzate del cappotto per imitare

l'antica foggia militare italiana. Buffonescamente insulta i suonatori

cadenzando la melopea con lazzi e pernacchi fragorosi. La tempesta di

rumori e di grida sveglia gli accampamenti nella Vallatella Silà.

Applausi. Applausi e ironie volubili degli echi freschi ventilati da

morbidi rombi lontani.

L'orchestra si ferma davanti al Comando del Gruppo. Il capitano mi prega

di parlare. Si affollano bombardieri, artiglieri e suonatori.

--Cari bombardieri, cari artiglieri e fanti d'Italia, grazie di tutto

cuore per la serenata a noi e per i meravigliosi pernacchi scagliati

contro gli austriaci! La vostra fragorosa allegria dimostra al cielo,

al sole che tramonta e alle stelle, che sapete spavaldamente

infischiarvi di tutti i pericoli! Voi avrete appreso dalle molte

informazioni che se non è certa è probabile la grande battaglia questa

notte alle due e mezza. Io personalmente ci credo. Ad ogni modo ciò non

vi preoccupa, come vedo, non può preoccupare nessuno poichè altre

informazioni e queste certissime mi hanno convinto come hanno convinto

tutti i capi che l'intera linea italiana dall'Astico al mare è pronta,

assolutamente pronta non soltanto a resistere a qualsiasi offensiva

austriaca, ma anche a rintuzzarla vittoriosamente. Ricordatevi:

qualsiasi offensiva, anche strapotente, sarà massacrata. Cadorna non era

un generale incapace. Ebbe soltanto il torto di non dimettersi, quando

si sentì stanco e logorato. Fu lui che scelse la linea del Piave, ed è

una linea forte. Ora è di acciaio. Resisterà. La lotta sarà aspra, e vi

saranno momenti gravi, forse delle oscillazioni. In quei momenti,

pensate che quella pianura veneta, laggiù, è il letto della nostra sposa

unica e divina: l'Italia... il letto delle vostre spose che adorate...

Voi, ritti in piedi, custodite la porta, e la scala che gli austriaci

vorrebbero assalire! Pensate che cedendo il passo un solo istante voi

permettereste vergognosamente a quelle canaglie di entrare in casa

vostra, piombare nel vostro letto e possedere le vostre donne. Meglio

morire! Sono certo che nessuno di voi vorrà essere un vile idiota e

becco contento. Ed ora andate a dormire, sarete svegliati a tempo

opportuno!

Giudicai opportuno di svestirmi per riposarmi meglio.

In branda a 6 centimetri dal tenente Bosca. Abbiamo fra di noi come

orinali un bossolo da 75 ed una scatola da conserva. Ogni 5 minuti

(verifico l'orologio alla mano) la notte silenziosa succhia una nostra

granata da 149 uuuussss uuufff. Mi addormento.

Alle 2 e mezza siamo svegliati dal bombardamento.

--Bosca, ci siamo.

Mentre ci vestiamo sentiamo crescere, addensarsi e centuplicarsi i

sibili delle granate austriache che fanno, passando sui roccioni e sul

tetto di lamiera, l'illusione d'un'enorme corrente d'acqua col loro

rumore di seta lacerata. Passano a un metro o due dalla lamiera che

vibra e vanno a scoppiare in val Silà.

Bombardamento feroce, pieno, continuo. Abbondanza di munizioni. Gli

austriaci credono siano annidate molte batterie in Val Silà.

Siamo tutti in piedi col respiratore inglese bene saldato al viso. Fuori

buio. Un vago sentore d'alba verso il Cimone. La vallatella è piena di

fragori violenti, irritatissimi, fra le vendette gli squarciamenti e le

minacce urlanti degli echi. Controllo tutto, chiamo gli uomini. Sul

tetto di lamiera scorre dilatato il fiume dei sibili. Ho l'impressione

di essere immerso in quel fiume che cresce. La baracca sembra

abbracciata da un'inondazione di sibili. Verifico il respiratore di ogni

bombardiere. I gas lagrimogeni cominciano ad agire sui nostri occhi.

Bizzarrissima sensazione di piangere senza dolore. Albeggia.

Tutte le nostre batterie rispondono con un fuoco precipitato. Le vampe

continue e fitte vestono il Cengio d'un convulso drappeggio di fuoco.

Val Silà è piena di fumi bianchi, grigio-perla che si sfilacciano forati

dalle vampe delle nostre batterie.

Ecco una sorpresa che ci lascia presto indifferenti: un nuovo tipo di

granate austriache che scoppiando lanciano in alto lunghissimi vermi

ondulosi e perpendicolari alti 50 e talvolta 100 metri.

Strani vermi di fumo anellato che talvolta non riescono a rizzarsi e

allora si sviluppano orizzontalmente scrosciando e borbottando nella

vegetazione. Sono granate segnali che servono ad indicare agli

osservatori austriaci un punto di caduta invisibile nelle vallate

profonde. Le batterie austriache di Campolongo, Luserna, Tonezza,

sembrano avere una questione personale con Val Silà. Concentramento di

fuoco contro di noi. I telefoni non rispondono più.

Il mio attendente Ghiandusso viene con una catinella piena d'acqua

seguito dalla mia cagnetta Zazà. Ghiandusso le impone i soliti esercizi

ed eccola seduta sul culo, schiena ritta con un giornale piegato in

bocca.

Senza togliermi il respiratore, faccio la mia toilette a dorso nudo

nell'acqua diaccia. Non posso lavarmi il viso, e parto col capitano per

raggiungere i miei amici in batteria a Sculazzon. Il monte Priaforà

fiata vampe. Fiati di fuoco tra le labbra nere, occhiate di fuoco sotto

le palpebre nere, stilettate di fuoco dalla pancia nera del monte. BRAA

bububu BRAA vuvuvu delle valli. La strada che ci conduce a Forte Corbin

è tempestata dalle granate. Nel forte trovo il capitano Melodia, magro,

onduloso, allegro e pronto alla beffa. Scendiamo con lui in un

sotterraneo che dà al camminamento Cima Ardè.

Il mio capitano si è munito di due lampadine elettriche. Dopo avere

seguito per 10 minuti un tortuoso camminamento sotto il cielo sibilante

e lampeggiatissimo giungiamo ad un vero pozzo di miniera. Curvi ci

inoculiamo in una galleria tutta stillante su un terreno sempre più

sdrucciolevole. Il pozzo scende nella spina dorsale di un costone

fortificato. Riconosco ormai il cammino che ci deve condurre alla famosa

Dama al Balcone. Infatti dieci passi dopo sbocchiamo nel fulgore

sfarzoso di centomila feste da ballo riunite. Sono i centomilioni di

candele del massimo proiettore che sorveglia le posizioni Austriache in

Val D'Astico. Pausa abbacinante. Poi sentiamo la danza furibonda e il

ta-ta-ta-ta-tà capriccioso, spietato, ironico e femminile della

mitragliatrice Saint-Etienne che, sei metri a destra, sputa come una

Andalusa fuoco di passione e garofani rossi dal suo balcone mascherato

di fogliami. E' lei la leggendaria Dama al Balcone della brigata Casale.

Una Saint-Etienne prodigiosa. Si ricorre a lei per la difesa dei punti

pericolosi. Non si inceppa mai se è servita e accarezzata dal suo amico

mitragliere Buco, un pugliese magrolino, olivastro, dagli occhietti

furbi tutti a lampi che si mescolano ai lampi d'una risata bianca

continua. Meccanico provetto. Non ha mai bisogno di smontare la sua

amante per pulirne il cuore. La domina impugnandone la groppa flessuosa,

la pizzica, la solletica. E la Dama elegante in nero si curva giù sugli

abissi dove fervono le serenate austriache e sputa, sputa i suoi

innumerevoli fiori veementi che uccidono i romantici e audaci suoi

serenatori.

Buco mi saluta offrendo la sua risata allegra allo splendore elettrico

bianco azzurrino del proiettore. Siamo glorificati, divinizzati dalla

versicolore splendida pazzia delle farfalle che si slanciano ebbre d'oro

nel gran fascio di luce, cozzano ruzzolano, piroettano contro il grande

occhio vetrato divenuto ormai accecante.

La rabbia delle cannonate in rissa con tutti gli echi mugolanti accresce

la fantasia e il mistero di questa notte ultra-romantica innamorata di

morte e d'ilarità crudele. Tragicamente come uno spettro dalla tonda

pancia di metallo in fusione, il proiettore che funziona a distanza esce

dalla sua caverna e s'avanza sul binario Decauville fin sull'orlo della

roccia a picco, poi retrocede senza rumore e si cela nel buio.

Dal fondo della caverna i foto-elettrici regolano, sulla sfera girevole

di un apparecchio i movimenti di spostamento e di accensione. Ma le

rotaie sotto il proiettore brillano e si torcono come serpenti

fosforescenti e il mio sogno ultra acceso vede realmente camminare un

formidabile spettro dalla pancia vetrata tutto convulso nello sforzo di

liberarsi dalle farfalle in foia. Si avvicina austero e minaccioso alla

troppo civetta Dama mitragliatrice che schiamazza, sbraita sempre più

contro i suoi corteggiatori della valle.

La bella Dama d'acciaio respira golosamente l'eccitante miscela degli

odori notturni: vaniglia, violette, acacie e menta selvaggia, tutti

pepati dall'odore aspro dominatore della balistite.

Sembra ballare pazza di gioia la sua strana danza a schiena curva.

Fumano i suoi capelli sciolti. Il mitragliere le stringe i fianchi e

l'ombra ingigantita della coppia bizzarra danza proiettata a cento metri

davanti a noi sul tondo, enorme cerchio di luce che il fascio luminoso

del proiettore stampa sulla nebbia. Vicino, sotto, sopra, intorno, altre

ombre strabilianti: le nostre. Labirintica prospettiva fra gli specchi

irreali numerosissimi di questa festa da ballo.

Buco mi dice: «Come è bella la mia dama! Elegantissima! Come balla bene!

E' un po' capricciosa e suscettibile, ma non con me. Con me è buona! Mi

è stata sempre fedele, mi preferisce a tutti! Mi dà tutto il suo spirito

e il suo ingegno... Gode, veramente gode quando io la olio di baci... ha

un odio speciale per quella stupida, pettegola che vorrebbe tenerle

testa là davanti a noi!».

Sentiamo infatti le numerose pallottole della mitragliatrice austriaca

frugare brutalmente a 2 metri sopra le nostre teste nella vegetazione

buia.

La Dama al Balcone la deride, la insulta a perdifiato: «Idiooota

ta-ta-ta-ta-ta-ta-   Idiooota ta-ta-ta-ta-ta.»

Rispondono tutti gli echi del muraglione di faccia, ma una gran nebbia

ci vieta di vedere malgrado gli sforzi insolenti del proiettore la

strada austriaca da dove scendono gli assalitori. Gli echi irritati o

sedotti ridono essi pure, conquistati dalla festa da ballo,

moltiplicando i loro lunghi

gia-a-a-a-a-a gia-a-a-a-a-a gia-a-a-a-a-a

Sembrano frane di ghiaia o meglio grida di popolo sfamato sotto

l'opulenza esplodente di questi palazzi rocciosi. Le stelle altissime

palpitano come segnali luminosi di una lontanissima battaglia di

pianeti.

No! no! sono le sonagliere di molleggianti equipaggi invitati celesti!

Mille, mille bocche ridenti di dame lontanissime affacciate allo Zenit.

Si sbracciano, si sbracciano per gettare nella grande festa da ballo

perle, perle ossessionanti e tali da mutare presto la danza in una rissa

di folgori avvinghiate, che si contendano delle campane montane. Ma le

stelle purtroppo sono già ridiventate ciò che sono in realtà: i rubini

che ornano i volanti dinamici delle gonne alle divine ballerine che non

balleranno purtroppo mai con noi! Saluto Buco, e passo sotto una vôlta

fronzuta. Urto nelle spalle di un enorme bombardiere.

Siamo in una delle piazzole della batteria di Melodia. Fooc!

srrrrrrrrrrrr. Seguiamo in alto l'ascensione di una bomba da 58. Eccola

già in discesa mugolando giù giù nella vallata SCRABRAAANG. Si riprende

il camminamento.

III.

LA BATTAGLIA CHIMICA E GLI ALONI AZZURRI

Nei prati alti che strapiombano sulla confluenza dell'Astico e

dell'Assa, la battaglia si spalanca davanti a noi con un milione di

vampe febbrili e dei vasti roteanti volumi d'aria che ci squassano fra

la vegetazione torturata e singhiozzante.

A destra scoppia nel folto fogliame nero

SGRAGRANG-GRAANG

una Spraangranata. Il graticcio di verdura che ricopre il camminamento

diventa per me un pergolato satanico dai grappoli furibondi. La terra

sembra sventrata dagli atletici colpi di reni delle nostre bombarde.

Invisibili sotto di noi slanciano a gara con brutalità ubriaca i loro

bottiglioni di sciampagna esplosiva in alto, in alto e li guardano

ammirati la bocca al cielo, senza curarsi degli immensi tondi maestosi

rimbombi che quell'alcool massacrante produce a 600 metri sotto di loro.

Ci sdraiamo per riprendere fiato su un declivio mentre la luce torbida

dell'alba sbianca la curva dei fumi e svela sui fianchi prativi di

Campolongo in faccia a noi i villaggi di Rotzo e di Albaredo. Piccole

mandre di casette bianche dal tetto rosso, umili, timide, infantili,

estatiche, beate.

Le nostre batterie da 149 tirano accanitamente con sempre nuove rotaie

buttate sulla valle contro la Croce di Alenburg. La Croce appare

incensata da fumi bianchi, neri; blocchi, cerchi, ovi, losanghe, pacchi

di fumo che spacchettano delle stelle violente d'argento votivo.

Più giù 3 case di Rotzo godono d'essere spaccate. Si fumano

spensieratamente da sè come pacifiche sigarette. Invitano, implorano o

sfidano le granate nostre che le sfondano con voluttà crudelissima. Il

villaggio di Rotzo ha delle linee semplici, caste, sante come dipinto da

Giotto sotto gli elastici ondulanti arabeschi e guinzagli che gli

scaglia forse il genio dinamico plastico di Boccioni. I volumi mostruosi

e lenti dei fumi sono assaliti dalle pressioni d'aria formidabile,

giganteschi boa di forze torride che li arruffano, impacchettano,

globalmente. Salgono i fumi, ma sono ricacciati giù, scopati dalle

ventate furenti e rinascono più tenere, più tranquille, più attente, più

sottomesse le sette casette di Rotzo. La luce che cresce dà ai tetti il

colore del sangue. Sono forse segnate per il macello quelle strane

pecorelle? Il campanile è da tempo decapitato. Penso al tragico fermento

molecolare di quelle fragili mura che presentono l'urto acuto di

diabolico pesce d'acciaio che li sfascerà. Sembrano anche bianche polpe

di cadaveri in fondo al mare grigio verde fumoso di quest'alba

sottomarina fra gli assalti voraci degli innumerevoli squali esplosivi.

Valli, valloni, valloncelli, burroni, vallette, conche e torrentelli si

sono svegliati, gemono, singhiozzano e strillano a perdifiato. Poi una

collera li invade e scoppiano ovunque moltiplicando i loro grugniti,

rutti, sputacchi, vomiti lugubri. Le valli ampie sono sdegnose nelle

loro digestioni sonore e senza fretta ingoiano i pesanti fragori per

rivomitarli masticatissimi tra i denti stridenti dei loro echi che

brillano e tintinnano di passione.

Sentiamo sotto i piedi risuonare i polmoni, le budella e fino in fondo

lo sfintere della montagna dove si sono infilati, asserragliati e

stipati infiniti rumori. Alle nostre spalle frana una valanga di echi

appassionatissimi. Li distinguo tutti: ovoidali, sferici, serpentini,

piramidali, cubici, stracciati, tutti accalcati nella furia goliardica

di partecipare alla battaglia. Risse, corse, fughe, salti, capitomboli e

coiti forsennati di rumori.

Ormai gli echi si sono fatti esperti, attentissimi, tutti al loro posto

come vedette.

SPRANG-SPRANG di cannonata e BRAAAA BRAAAA di echi. Vi sono in alto

loggioni di Echi affollatissimi che fischiano. Sono molto più numerosi

delle cannonate. Ogni cannonata è aspettata da 10, 20, 30 echi pronti a

schiacciarne il fragore sbranarlo, lacerarlo, liquefarlo, spremerlo,

allungarlo, spezzettarlo per poi riscagliare tutto con schizzi, sputi,

scherzi, rabbuffi e risate, risaaaate, risaaaate infiniiiiiiiiite.

Sento lontanissimo dietro di me rumoreggiare dei colossi che certo

buffonescamente calpestano la lamiera del mare Adriatico. Certo le

platee della pianura veneta applaudono e ridono. Nel cielo, migliaia di

rumori ginnasti dondolano sui trapezi del vento, giuocano e ridono.

Noi non possiamo ridere, colla faccia presa dal respiratore inglese, che

ci dà, colle sue tubature, dei profili di originalissimi palombari

immersi in un mare di gas asfissianti e lagrimogeni. Ecco la terribile

iprite!

Gli ufficiali verificano il respiratore inglese sul viso dei soldati.

Hanno tutti il naso prolungato mostruosamente dalla tubatura di caucciù

che scende nella gialla musetta. Alcuni sembrano formichieri, altri

fanno oscillare dei misteriosi cordoni naso-ombelicali. Una luce di rogo

crepita improvvisamente dietro di noi: sono strani viluppi neri di

resina e catrame che cuociono e fumano sospesi su cavalletti come porci

impalati, spandendo un acre odore-vapore anti-ipritico.

La trincea sembra un laboratorio chimico pieno di scienziati impazziti.

Impazziti forse dalle continue nuove miscele sempre più pericolose

azzannanti e massacranti che la valle smisurato lambicco fornisce a noi

pronti ma un po' ansanti nel risolvere i problemi di questa così lirica

e pur scientifica battaglia chimica: acetilene, solfuro di carbonio,

acido solforoso, cloropicrina.

TUM-TUM BROONG

d'un nostro 75 da campagna.

Rispondono gli echi

BRAA

bu-bu-bu-bu-bu-bu

vu-vu-vu-vu-vu-vu-vu.

Entrano in scena i grossissimi calibri. Sulle bottiglie, i bottiglioni

di esplosivo inebriante crollano ormai i barili giganti. E la frenetica

gioventù baldanzosa dei gas a lungo compressi si scatena nella domenica

di tutte le libertà omicide. I barili non bastano. Bisogna sventrarsi,

pensano i cannoni, e gettare a manate e a palate sulle montagne in giro

le nostre lunghissime budella di bronzo. Inghirlandiamone anche le cime

che ora tintinnano sotto i primi buffetti dorati del lontanissimo

faticoso sole nascente. I rumori salgono, salgono, come spiraliche

budella nere a strangolar le cime perchè se mai vi fosse un nostalgico

pastore a sognare, possa pensare d'essere immerso a capofitto colle

punte dei monti nel più spaventoso inferno di tutte le religioni.

Prendiamo il camminamento e poi la trincea della brigata Casale. Si

scende dietro le spalle dei fucilieri che scattano, sparando

pim-pam-pam-pam.

Un gruppo di mitragliatrici innaffia giù con un ta-ta-ta-ta-ta-ta-ta che

non cessa, un burrone a 300 metri sotto di noi granulato di piccole

forme che salgono. I nastri delle cartucce corrono su a tuffarsi nella

macchina sussultante come frettolose di trovarvi il varco e per la canna

precipitare con gioia contro i corpi vivi che appetiscono.

Sulle bocche delle mitragliatrici si aprono e chiudono fulmineamente

orchidee e giaggioli scarlatti, argentei e dorati. Flora tropicale dalla

telegrafica fecondità.

Valle Ghelpa mette 200 metri di vuoto tra noi e la trincea austriaca di

Cima Tre Pezzi incoronata di fumi neri zaffiro, smeraldo e celeste

verdolino delicatissimo. Svolazza via un fumo elegantissimo a mille

pieghe come una veste di Poirée. Sentiamo che la battaglia infuria a

destra dove si dice gli inglesi abbiano ceduto. Siamo a Sculazzon fra le

mie bombarde con l'amico Mattoli.

Si tira verso destra in un punto della valle ormai trasformato in un

vulcano. Il ritmo della fucileria opprime il cuore. Corre voce nella

lunga trincea della brigata Casale che gli austriaci hanno conquistato

900 yards agli inglesi con un principio di accerchiamento che avrebbe

per obiettivo il Cengio. Tutto il blocco di montagne che s'incunea fra

l'Astico e l'Assa è in pericolo. Passano uomini e uomini con cassette di

munizioni. Hanno spostato le mitragliatrici verso la destra. I telefoni

però funzionano. Ordine di cessare il fuoco delle bombarde. Ma una lieve

angoscia ci punge nello straripamento dei fumi che ormai hanno invaso

tutto il paesaggio oscurandolo. Siamo ripiombati in una specie di notte

caotica fra gli altissimi scossoni dell'aria dove viaggiano come su

mille binari paralleli i proiettili dei grossi calibri. Impera ora il

280. Interviene tirannicamente il 305 di tratto in tratto. Questo che

scoppia è certo un veliero carico di esplosivi spinto in questo mare di

fumi per colmare, incagliandosi, lo stretto che separa gli Austriaci e

gli Inglesi.

Oh con quale fierezza italiana io ammiro i buoni fanti della brigata

Casale che sparano nella trincea! In uno squarcio di luce ancor torbida

una allucinazione o una realtà stranissima assale i miei occhi. Ogni

soldato che spara sussultando al suo parapetto ha uno strano alone

azzurro-rosso intorno a sè. Sembra un molle globo di nebbia, una ruota

di fumo azzurrino. Ne noto tre, quattro, venti, cento. Mi alzo e

nell'angosciosa precipitante frenesia della fucileria seguo la trincea.

Certo ogni combattente appare ai miei occhi come un nucleo opaco o

meglio come il mozzo di quella misteriosa ruota di diafano azzurro.

Intuisco così la presenza della vita vissuta che avviluppa ogni

combattente nel momento della battaglia.

Sono grovigli di giorni passati, di gioie godute, di dolori sofferti che

affettuosamente si arrotondano sull'uomo nel giuoco supremo; quando le

forze ostili lo assaltano da ogni parte. Ogni ruota azzurra è diversa

dall'altra, non so se per l'età, le condizioni di vita, o la coscienza.

Malgrado le ondate sbattenti dei fragori e degli echi polifonici io odo

quelle ruote azzurre veramente vive chiamare, gridare, implorare. Voci

di donne in lagrime, gridio di bambini al sole e la madre impietrita che

singhiozza, e il viso del padre che si scolora leggendo il giornale, e

la bocca soavissima fresca che mostra le sue perle più ricca di ogni

ricchezza.

Ecco sfioro la schiena d'un forte soldato dal viso cotto dal sole: sono

nel suo alone azzurro e tremo come chi entra nella casa dove è morto

qualcuno fra pianti disperati. Il soldato che m'è vicino e che spara,

spara, affrettando i colpi è forse un marinaio. Chi pensa più alle

fischianti pallottole che cinguettano sul capo coi primi passeri

indifferenti? Sono preso dalla gioia di scoprire una nuova legge. Ben

lontano dai Bergson seduti nelle cretine poltrone universitarie trovo

nel momento più pericoloso d'una battaglia la soluzione di molti

problemi che i filosofi non potranno mai scoprire nei libri, poichè la

vita non si svela che alla vita. Il segreto amplesso del passato e del

futuro nella stessa coscienza si rivela a coloro che tutto il passato

hanno vissuto, sudato, pianto, baciato, morso e masticato e che vogliono

fra le carezze o le gomitate della morte vivere, baciare, masticare e

soffrire il loro futuro.

L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto · 第 1 / 20 段