Occupato, poco dopo la morte di Castruccio, dai Fiorentini, fu nel 1357

ripreso da Francesco Castracane, che vi dimorò lungamente e vi condusse,

dopo perduta la prima moglie Giovanna e il figliuoletto Filippo, la sua

seconda moglie Tobiola, figlia di Bandino dei Conti Guidi di Romena,

dalla quale ebbe più figli. Dopo di lui, vi dimorò il figlio Nicolao

fino al 1369, nel quale anno, Carlo IV, che aveva liberato Lucca dalla

signoria dei Pisani, tolse ai Castracane il possesso di Ghivizzano e lo

passò alla Repubblica lucchese, lasciando a quelli solo pochissime terre

tra cui il castello di Tereglio. — Fu allora che i Castracane emigrarono

a Fano, ove tuttora dura la lor discendenza. Dopo varie vicende, alla

morte di Paolo Guinigi tiranno di Lucca, il castello di Ghivizzano fu

assalito e conquistato dai Fiorentini guidati dal conte Francesco

Sforza, il quale lo tenne fino al 14 maggio 1441, nel qual giorno ne

fece restituzione alla Repubblica di Lucca, ai cui Anziani gli abitanti

di Ghivizzano, al pari di quelli di tutta la Vicaria di Coreglia, fecero

giuramento di fedeltà. Né la storia di quel castello registra, da allora

in poi, altri eventi di speciale importanza. Solo gioverà ricordare che

nel 1592 la famosa rôcca, testimone di tante guerre sanguinose e di

tante cavalleresche avventure, fu ceduta a un Marcantonio lucchese _per

abitarvi avendo promesso di racconciarla_, e che oggi vi si trova

collocato, molto praticamente se anche molto prosaicamente, un granajo!

— Ebbe, in quei tempi, Ghivizzano molti uomini preclari o nelle armi o

nella diplomazia o nelle leggi: tra i quali i Nucchi o Nucxi da

Ghivizzano che si distinsero nei servizî prestati alla Repubblica di

Lucca e dai quali derivò la nobile e ancora esistente casata dei

Ghivizzani, e ser Nicolò notaro della Repubblica e Giovanni ambasciatore

al Duca di Milano e Arrigo giureconsulto, uno dei compilatori dei nuovi

Statuti della Repubblica ordinati dal re Giovanni di Boemia.

Veramente stupenda è la veduta che dal piazzale della chiesa di

Ghivizzano si gode: ché, mentre al di sotto si stende il paese cupo e

severo nella sua antichità pittoresca, dinanzi si scoprono verdi

praterie ed ampie vallate in mezzo alle quali si snoda tortuosamente il

Serchio come un immenso serpe d'argento e il quadro s'incornicia di alte

montagne sparse di numerosi villaggi e in fondo s'innalza maestosamente

la catena delle Alpi Apuane. Onde non a torto il castello di Ghivizzano

fu considerato come uno dei più belli ornamenti delle pendici appennine

della provincia lucchese.

L'ultimo paese del Comune di Coreglia, al quale dobbiamo accennare, è

TEREGLIO: grosso borgo disteso sul vertice d'una montagna in guisa tale

da aver dato origine al detto popolare

Tereglio lungo lungo

Se avesse la cappellora somiglierebbe un fungo.

Vi si accede da una strada ruotabile che aveva fatto costruire,

spendendovi ingenti somme, la duchessa di Lucca Maria Luisa, e che

avrebbe dovuto continuar fino a Modena, passando al di sotto del

Rondinajo. Ma rimase interrotta e anche il tratto esistente è in

condizioni deplorevolissime.

Tereglio, nel secolo XIV, fu un castello continuamente disputato fra i

Guelfi e i Ghibellini: passò poi, come vedemmo, ai Castracane per

cessione fattane loro dal re Carlo IV: quindi seguì le vicende del

Comune di Coreglia e fu poi ceduto alla Repubblica di Lucca per 11000

fiorini d'oro. Nel 1848 fu punto di sosta alle truppe toscane moventi

alla guerra. La chiesa serba reliquie di s. Bonifazio e contiene alcuni

dipinti non ispregevoli e un Crocifisso dipinto, del secolo XIII, opera

di uno dei Berlinghieri di Lucca. Devonsi pure notare: un ciborio in

marmo (sec. XIV), un bel lavabo in pietra serena del sec. XV con

ornamenti scolpiti a bassorilievo e infine una statua dell'Angelo

annunziatore da assegnarsi al sec. XIV sebbene porti la data 1588 che

sta certo a indicare un posteriore restauro.

Fanno generalmente capo a Tereglio coloro che vogliono tentare

l'ascensione del RONDINAJO, la cui vetta, alta 1964 m. sul livello del

mare, dista da quel villaggio circa 10 chilometri, ed è la più elevata

dell'Appennino toscano.

Una strada scabrosa e difficile, ma rallegrata dall'alternarsi di

panorami svariati e stupendi, conduce innanzi tutto al luogo detto

_Sasso a Mottone_, e così chiamato per essere appunto un masso colossale

tagliato nella viva roccia ed alto circa 40 metri. Più di una volta ne

precipitarono le povere contadine che si arrischiarono a salirvi per

farvi erba.

L'incantesimo principale dell'ascensione consiste nei contrasti che

presentano le diverse vedute: ora burroni scoscesi e precipizî

spaventosi in fondo ai quali rumoreggiano le acque di impetuosi

torrenti: ora praterie verdeggianti e valli incantevoli e poggi vestiti

di selve maestose. — Oltrepassato l'_Albero della Madonna_ del quale

narra la leggenda che fu improvvisamente fatto sorgere dalla Vergine del

Soccorso per salvare un uomo che stava per precipitare nel fondo, si

giunge all'_Ospedaletto_, ove erano l'antica dogana e un ricovero pei

viandanti, donde il nome del luogo, cioè _Ospitale_, _Ospitaletto_ e poi

_Ospedaletto_. Superiormente s'incontra il _Belvedere_, del quale

veramente può dirsi che il nome gli fu con ragione attribuito, giacché

più bel vedere di quello che presenta quel punto non si potrebbe

immaginare, mentre l'occhio raggiunge la pianura fiorentina e i monti

del Casentino e quei del Valdarno. Traversato il _Ponte del Poeta_,

oggimai rovinato, ma serbante i segni della vecchia architettura

pregevole, si raggiunge la _Foce a Giovio_, dalla quale lo sguardo

spazia per la vallata modenese, riconoscendone varî paesi, quali

Fiumalbo, Sant'Andrea, Le Tagliole, Pieve a Pelago etc. — Di là, per

raggiungere la vetta del Rondinajo, occorre girar la montagna, che dal

lato di mezzogiorno è assolutamente inaccessibile: e così s'incontrano i

resti di una antichissima via, costruita di ciottoli, che reca il nome

di Strada d'Annibale e che la tradizione afferma costruita dal grande

guerriero cartaginese. Poi, superando passi difficili e talora anche

pericolosi, sì che i contadini, in certi punti, prima di passare si

fanno il segno della croce, e traversando rupi e massi e macchie e frane

innumerevoli, si arriva alla vetta del Rondinajo, dalla quale sembra

infinito il mondo che si svela allo sguardo. La grandiosità dello

spettacolo è tale che non solo la parola sarebbe impotente a

descriverla, non solo la fotografia sarebbe incapace a ritrarla; ma

anche l'arte del pittore rimarrebbe sgomenta, come dinanzi ad impresa

soverchiante le sue forze.

[Illustrazione: RONDINAJO. (Fot. Pellegrini).]

Lassù pare quasi istintivo il silenzio. Chi oserebbe parlare, dinanzi a

quella solennità, che vorrei dir religiosa, della natura? Chi oserebbe

turbare col suon della voce quei misteriosi silenzî, quella pace

profonda, infinita? L'anima si riempie dello stupefacente spettacolo e,

in sé raccolta, ammira, palpita, gode: pure è un godimento che porta in

sé una strana mestizia.

E poi, anche quando si è giunti ben alto, è pur fatale e necessario

discendere.

BARGA.

«Terra nobile e popolosa, dalla natura più che dall'arte munita,

capoluogo della Garfagnana granducale, di vicariato e di comunità nella

dioc. di Pisa, già di Lucca, comp. Pisano. — Risiede a mezza costa

dell'Appennino che scende nella valle del Serchio, fra i torrenti

_Corsonna_ ed _Ania_, nel 28° 9′ long., 44° 4′ 6″ latit., 20 miglia a

sett. di Lucca, 34 da Pisa, 64 a maestro di Firenze. È di figura

sferoidale con un interrotto recinto di mura e tre porte, circondata da

due burroni che fiancheggiano due opposti risalti del monte Romeccio,

sul cui fianco meridionale essa giace».

Così, nel _Dizionario della Toscana_, al principio del suo articolo su

Barga, il Repetti. — L'altitudine del paese è di 410 metri sul livello

del mare: onde ben si comprende come abbia sedotto l'animo del nostro

poeta georgico, Giovanni Pascoli, cui suggerì tante immagini e tanti

motivi della vita campestre.

Io ne riassumerò più brevemente che per me si possa la storia, più

ancora premendomi di ricordare le molteplici e stupende opere d'arte che

Barga possiede, nuovo documento che la nostra _Italia Artistica_ non si

restringe alle raccolte di capolavori radunati nelle Gallerie e nei

Musei delle grandi città, ma ha sparsi e disseminati i suoi tesori anche

nei più piccoli e alpestri villaggi.

[Illustrazione: PANORAMA DI BARGA.]

Per ciò che si riferisce all'antica storia di Barga (lasciando da parte

la questione se alla Barga di Garfagnana o ad altre del Pietrasantino si

riferisca un documento del 754) basterà ricordare che nel secolo X vi

signoreggiarono i già più volte nominati Rolandinghi, come appare da

pergamene del tempo che si conservano nell'archivio arcivescovile di

Lucca. Vi signoreggiarono, ma più che altro dal punto di vista

economico, riscuotendone rendite e decime: ma giurisdizione politica vi

esercitava la Repubblica di Lucca, con l'annuenza degli Imperatori o dei

Marchesi di Toscana loro vicarî. — Di speciali privilegî le fece

concessione la Contessa Matilde, la quale poi, col suo atto del 17

novembre 1102, ne fece, insieme cogli altri suoi possedimenti, donazione

alla Chiesa. Però anche dopo la morte della Contessa, Barga continuò a

dipendere dal governo lucchese, come gli annali e le cronache attestano

in modo non dubbio, narrando de' suoi tentativi di emancipazione e delle

punizioni che le inflisse il governo di Lucca e dell'assedio che contro

questo sostenne, aiutata dai Pisani e dai Pistoiesi, quando papa

Gregorio IX fulminò l'interdetto contro i Lucchesi e del successivo

ritorno sotto il dominio di questi che per denari l'ottennero da

Federigo II. Intanto avvenivano frequenti lotte tra Barga e i paesi

circonvicini della Garfagnana, specialmente per motivi di confini, come

quando nel 1298 vi fu questione tra la Vicaria di Barga e quella di

Castiglione, in seguito alla quale i Lucchesi, guidati dal podestà

Osimo, l'assalirono e ne smantellaron le mura.

[Illustrazione: BARGA — PANORAMA. (Fot. Jacopetti).]

[Illustrazione: BARGA — PORTA REALE O MANCIANELLA

(VEDUTA DALLA PARTE INTERNA).]

Successe un periodo di relativa tranquillità, fino alla morte di

Castruccio avvenuta nel 1328. Allora i Barghigiani reputarono di lor

convenienza darsi alla Repubblica fiorentina, anche per liberarsi dalle

agitazioni che lor procuravano le continue lotte tra Lucchesi e Pisani:

e con contratto 31 gennaio 1331, a mezzo dei loro rappresentanti Neri di

Monte Garullo, Bizzarro e Natino Bizzarri, giurarono obbedienza al

Comune di Firenze che vi spedì un presidio, e promisero di guerreggiare

come ai Fiorentini fosse piaciuto e di non far tregua coi loro nemici e

di accogliere quanti uomini a piedi o a cavallo fosse loro piaciuto

mandar nel paese: di contro i Fiorentini si obbligarono a difender la

terra di Barga e le sue adiacenze contro ogni aggressore e di mantenervi

la pace. Ma furono vane speranze. Ben presto Simone Filippi pistoiese,

vicario in Lucca pel re Giovanni di Boemia, mandò ad assediare il

castello di Barga, provocando un primo intervento delle milizie

fiorentine al comando di Amerigo Donati. L'anno seguente (1332) i

Lucchesi sfidarono nuovamente a battaglia i Barghigiani che, sprovvisti

di vettovaglie, dovettero cedere. Ma nel 1341 Barga tornò sotto la

signoria di Firenze per atto di compra stipulato con Mastino della

Scala, allora signore di Lucca. Se non che di nuovi assedî la

stringevano ora Francesco Castracane, ora le milizie di Pisa, ma senza

risultati: ché i Barghigiani, fedeli a Firenze, coll'aiuto delle truppe

di questa città e col concorso perfino delle proprie donne, si

difendevano eroicamente e riuscivano a sgominare i nemici. Né miglior

resultato ebbero alcuni successivi tentativi di toglier Barga a Firenze,

tra i quali è più specialmente da rammemorare quello del famoso

condottiero Nicolò Piccinino: al quale pertanto, come narra nella sua

_Istoria fiorentina_ Scipione Ammirato, i Barghigiani inflissero una

tale lezione che lo costrinsero a levarsi dal campo in rotta, con

vergogna e con perdita di molta sua gente.

[Illustrazione: BARGA — ESTERNO DI PORTA MACCHIAIA. (Fot. Magri).]

Del valore e della fedeltà degli abitanti di Barga restano molte

testimonianze, tra le quali è notevole quella che il citato storico

Scipione Ammirato lasciò al proposito del pericolo corso dal paese, nel

1554, di cadere in mano dei Francesi. «Né si temeva, egli scrive, dei

Barghigiani, uomini avvezzi alla guerra e soprattutto animosi e fedeli:

ma questo non bastava, per esser la muraglia vecchia e debole e perché

essendo alcuni fuorusciti di fuori, avriano avuto caro che la sua patria

si volgesse a parte francese».

[Illustrazione: BARGA — PORTA MACCHIAIA. — UNA VIA DI BARGA.

(Fot. Magri).]

[Illustrazione: DUOMO DI BARGA. (Fot. Magri).]

Tuttavia non piegarono: e le lusinghe tentatrici del generale Foureaux

non fecero presa negli animi retti e inflessibili dei Barghigiani. —

Tanto che allorquando alcuni Francesi passarono di là vicino, il

commissario fiorentino Pandolfo Cortinelli e quello di Barga capitano

Grandi, reputandoli spie di Carlo VIII, subito dettero opera «a

rinforzare Barga, scavando li fossi fatti dai rivellini, ponti levatoi,

rialzare le mura e approvvigionare la terra». — Ma i Francesi si

allontanarono per altre vie, come per altre vie si allontanò il

bolognese Annibale Bentivoglio, pur sospettato di voler prendere Barga,

come importante luogo strategico, quando da Bologna muoveva verso Pisa:

e chi sa che non ne avesse intenzione e ne venisse dissuaso dai

preparativi di difesa fatti immediatamente dai Barghigiani sotto la

guida dei capitani Ciriaco da Borgo S. Sepolcro e Ceccone Turignoli da

Barga.

Oggetto, ancora per qualche tempo, di contese tra Pisani, Fiorentini e

Lucchesi, finì Barga col restare a Firenze durante la dominazione dei

Medici e fu quindi annessa, nel 1847, alla Toscana, della quale seguì le

ulteriori vicende fino alla unificazione del Regno d'Italia: né pochi

furono i Bargei che valorosamente combatterono e perirono per la libertà

della patria.

La figura del paese, posto sopra un ripiano terminante con due opposti

rialti, su per giù come Fiesole, somiglia a quella di una barca; onde il

nome di Barga e lo stemma del luogo, rappresentante appunto una barca

sopra un monte.

[Illustrazione: BARGA — DUOMO: PARTICOLARE DELL'ARCHEGGIATURA

DELLA FACCIATA. (Fot. Magri).]

Le vie sono per la maggior parte irregolari, ripide e strette, come nel

medio evo solevasi fare in quasi tutti i paesi, per ragioni strategiche;

ad alcune peraltro recano ornamento ricchi palazzi ed altri decorosi

edificî. — Meritano di essere specialmente ricordate le tre porte di

Barga. — Quella principale, che serve d'ingresso al paese, si chiama

Porta Reale o Porta Mancianella perché conduceva al popolo di Manciana:

la coronano una bertesca e alcuni merli, opere tutte però o restaurate o

totalmente rifatte. Anche vi si vede un quadro della Madonna, fattovi

porre nel 1814 dalla signora Carrara-Cardosi per voto in occasione del

suo primo parto: e da allora la popolazione vi tiene un lume acceso. La

Porta Mancianella è annoverata tra i monumenti della Toscana, anche per

ragione della sua importanza storica, pei molteplici fatti d'arme dei

quali fu testimone. I bastioni che la fiancheggiavano, il baluardo e la

torre che la proteggevano furono demoliti.

Porta Macchiaia, così chiamata perchè metteva alla Macchia

dell'Appennino, ma detta anche Porta Latria perché conduceva nel popolo

di Latriani, ebbe a sopportare nel 1437 l'assalto delle truppe milanesi

e lucchesi guidate da Nicolò Piccinino: e fu in quella occasione

smantellata e guasta, sebbene eroicamente difesa dai Barghigiani

sostenuti dai soldati fiorentini inviati da Francesco Sforza: tanto che

gli assalitori furono respinti e dovettero ritirarsi con gravi danni e

con non poco disdoro. La porta fu immediatamente restaurata e affidata

alla custodia di un capitano e munita di una piccola torre dalla quale

veniva esercitata la vigilanza durante la notte, quando la porta era

chiusa.

[Illustrazione: BARGA — DUOMO: FRAMMENTO DI ORNAMENTAZIONE

ESTERNA. (Fot. Magri).]

La terza porta, che occorre qui ricordare, è quella detta di Borgo che

fu testimone della battaglia avvenuta l'8 febbraio 1437 fra i Fiorentini

e i Lucchesi guidati da Nicolò Piccinino. Questa porta aveva un'antica

lunetta che fu demolita. — Pochi passi fuori di essa è il sobborgo detto

delle Fornacette. Ivi i Della Robbia, si dice avessero le loro fornaci.

[Illustrazione: BARGA — DUOMO: PARTICOLARE DELL'ARCHITRAVE DELLA PORTA

MAGGIORE. (Fot. Magri).]

[Illustrazione: BARGA — DUOMO: PORTA DI PONENTE. FRAMMENTI DI

ARCHITRAVE. (SEC. XII).]

Barga possiede varie chiese notevolissime per antichità e per opere

d'arte.

[Illustrazione: BARGA — IL DUOMO: LATO SUD ED OVEST CON GLI

AMPLIAMENTI DEI SECC. XIII, XIV, XVII. (Fot. Magri).]

Il Duomo si erge maestoso su di un vasto piazzale, detto l'Arringo,

circondato da alte mura, ove in antico si radunava il Consiglio.

Veramente incantevole è la veduta che di là si presenta allo sguardo: in

basso il largo e verdeggiante piano di Barga: all'intorno innumerevoli e

vaghi paeselli: in fondo le Alpi Apuane, colla ripida Pania e col

singolarissimo Monte forato. — Sul piazzale dell'Arringo vedasi l'antico

Palazzo Pretorio, già residenza dei commissarî e potestà di Barga.

All'esterno dell'ingresso, sorretta da un pilastro d'angolo, sporge una

grande tettoia. Sui muri sono gli stemmi de' governatori di Barga,

nominati a rappresentare la Signoria di Firenze.

[Illustrazione: BARGA — DUOMO: IL CAMPANILE (SECC. XIII E XVIII) E

LA SCALACCIA. (Fot. Magri).]

Una iscrizione del 1614-15 ricorda che il potestà Fabio di Carlo

Serragli, restaurò in quel tempo la pittoresca loggetta del Pretorio; ma

l'edificio ebbe poi a soffrire nuovi e più gravi danni per il terremoto

del 1739. Durante i varî restauri perdette in parte l'originale

carattere: le porte, con archi in pietra, vennero ostruite o ridotte, e

riscialbati i muri esterni, ricoprendo antichi stemmi affrescati a

colori, dei quali stemmi rimane tuttavia qualche visibile traccia.

[Illustrazione: BARGA — FACCIATA DEL DUOMO (SEC. XII E PORTALE

DEL XIII). (Fot. Magri).]

Lo stemma scolpito più remoto è del 1396:

† ARMA VENERABILIS VIRI BARTOLOMEI

GERARDI ONORABILIS CAPITANEI

BARGE PRO COMVNI FLORENTIE ANNO

MCCCLXXXXVI DIE VIII IVNII.

Al sec. XV appartengono quelli de' Rondinelli, de' Giachi, de' De Rossi,

de' Serragli; al sec. XVI altri de' Galluzzi, de' Rondinelli, de'

Petrucci, degli Strozzi; al sec. XVII gli stemmi de' Gori, de' Serragli,

de' Filicaja, de' Monaldi, de' Petrucci, de' Bartoli. Di Francesco Del

Nero d'Empoli, potestà e commissario dal 1730 al 33, è lo stemma più

moderno.

Degno di speciale menzione è quello robbiano del XVI sec. con l'arme de'

Rondinelli cinta da una ghirlanda in rilievo, di fiori e frutta,

sorretta dalle ali di un cherubino. Vi si legge:

RINALDO DI NOFRI

RONDINELLI P.A ET

COMESSARIO MDXXVIII.

[Illustrazione: BARGA — INTERNO DEL DUOMO: NAVATE DEI SECC. XIII E XIV

E CAPPELLONE DEL SEC. XVII.]

Notevole è pure lo stemma policromo di terra di Montelupo, del sec. XVI:

FAUSTUS BELTRAMINUS

NICOLAI IVR. CONS. FILI

AEQUES DIVI STEP[H]ANI

POTESTAS BARGIE MDLXXXV.

[Illustrazione: BARGA — AMBONE NEL DUOMO (SEC. XIII). (Fot. Magri).]

Sul prato dell'Arringo si solevano giustiziare tanto i colpevoli di

delitti comuni, quanto coloro che cadevano in mano dell'Esecutore di

Giustizia per reati politici: come avvenne a quel tal Marchetto da

Montefegatesi, che, per aver favorito i Pisani contro i Fiorentini, fu

preso e «fu impiccato lì in Aringo, al pero, a dì 4 marzo 1501», secondo

narra Jacopo Manni nelle sue _Cronache di Barga_. Dall'Arringo discende

una lunga scalinata, chiamata comunemente Scalaccia.

[Illustrazione: BARGA — DUOMO: PARTICOLARE DEL PULPITO. S. GIOV.

BATTISTA (SEC. XIII). (Fot. Magri).]

Ma osserviamo senz'altro il Duomo. — Questo mirabile edifizio,

annoverato tra i monumenti nazionali, fu costruito a più riprese, dal

secolo XII al sec. XVII, sopra una più antica chiesa. Il Muratori cita,

in proposito, una pergamena del 913 in cui è fatta menzione del Duomo di

Barga. Esso è in travertino ed ha sul davanti una scalinata di sei

gradini. La facciata attuale, semplice e nuda, — già fianco sud della

chiesa del XII sec. — non ha altra ornamentazione se non quella di una

doppia serie di archetti a sesto intero (fuorché uno a sesto acuto,

posteriormente sostituito all'antico) ricorrenti sotto il cornicione e

aventi nei capitelli varî disegni di animali e di figure umane. Nel

mezzo si apre la porta maggiore, alla quale sovrasta un arco scolpito a

foglie d'acanto, con un architrave a basso rilievo recante grappoli

d'uva e due uomini intenti a coglierla. La porta è fiancheggiata da due

colonne: al sommo di esse si affacciano due leoni, uno dei quali rotto,

l'altro recante tra le gambe una figura umana.

[Illustrazione: BARGA — DUOMO: L'ANNUNCIAZIONE E IL PRESEPIO.

PARTICOLARE DELL'AMBONE (SEC. XIII). (Fot. Alinari).]

[Illustrazione: BARGA — DUOMO: L'ADORAZIONE DEI MAGI.

PARTICOLARE DELL'AMBONE (SEC. XIII). (Fot. Alinari).]

L'interno della chiesa è a tre navate, sostenute da colonne con archi a

sesto intero e diviso in due piani, uno superiore ed uno inferiore. La

luce discende nel tempio da strette e lunghe finestre, per le quali

filtra tenue, soave, diffondendosi con mistica dolcezza all'intorno. Il

Duomo di Barga contiene varie pregevoli opere d'arte. Senza soffermarmi

su quelle di minore importanza, come l'affresco rappresentante santa

Lucia, notevole del resto per la antichità, come il quadro

dell'Annunziata, attribuito a Federico Zuccari e come altri quadri, tra'

quali: una grande Crocifissione su tavola sagomata (sec. XIV), una

interessante tavola del XVI sec. coi tre santi Rocco, Giuseppe e Antonio

e nel fondo la veduta dell'antica Barga, una bella _Deposizione di

Cristo_, del 1600, firmata da Giovanni di Francesco Bizzelli, pittore

fiorentino, discepolo di Alessandro Allori, una _Decollazione di s.

Giovanni_, dipinta nel 1626 da Baccio Ciarpi discepolo di Santi di Tito,

il _san Niccolao_ vescovo, il _san Pietro_, la _Madonna del Rosario_ in

parte dovuti pure al pennello del Ciarpi, sino alla gigantesca figura di

_san Cristoforo_ di Niccolao Landucci da Lucca — tavole e tele sparse

nelle varie cappelle — ricorderò ora quelle opere che sono veramente

degne di particolare menzione.

[Illustrazione: BARGA — DUOMO: VEDUTA DI BARGA ANTICA.

(PARTICOLARE DI UNA TAVOLA DEL SEC. XVI).]

Tra queste l'ambone in marmo che, nelle sue linee generali e

nell'aspetto suo complessivo, si presenta condotto alla stessa maniera

di quelli esistenti a Brancoli e a Pistoia. Le sculture per quanto

primitive e rozze acquistano un carattere di rude sincerità e d'ingenua

schiettezza.

Il pulpito è del secolo XIII e appartiene, senza dubbio, ad una

maestranza comacina. — È sorretto da colonne di marmo rosso, due delle

quali poggiano sui corpi di grossi leoni. Uno di questi ha tra le gambe

un drago alato: un altro tiene fra le zampe un uomo disteso che gli pone

in bocca la mano sinistra, mentre colla destra lo trafigge alla gola.

Un'altra delle colonne poggia sulla schiena gibbosa di un vecchio

barbuto, più che originale, grottesco. Tutte le colonne hanno capitelli

lavorati: tre a foglie di acanto, uno a figure diverse di animali reali

e mitologici.

Le facciate del pulpito sono adorne di bassorilievi e quella anteriore

ha inoltre un leggìo sorretto dai quattro simboli degli evangelisti. —

Questa facciata rappresenta, nel bassorilievo, l'Adorazione dei Magi: di

essi, due sono a cavallo e procedono verso la Vergine recante in collo

il Bambino: il primo è ormai giunto e presenta, inginocchiato,

l'offerta. — Compiono il riquadro alcune figure di Santi.

L'altra tavola è divisa in due e suddivisa in tre distinti

scompartimenti. — Uno è occupato dalla rappresentazione

dell'Annunziazione fatta dall'arcangelo Gabriele a Maria: l'altro

comprende, nei suoi due quadri, la figurazione della Natività del

Signore. — Nel primo di questi due quadri si vede la Vergine in letto,

con accanto s. Giuseppe: sopra è una figura non precisabile, in veste

talare, ma colle ali d'angelo, aperte: da presso è il Bambino in culla,

fasciato, con accanto l'asino e il bue. — Nel secondo quadro si osserva

il lavacro del Bambino compiuto dalle due donne dei vangeli apocrifi,

Zelemi e Salomè, una delle quali versa acqua nell'urna. Tanto attorno a

questa, quanto attorno all'altra facciata precedentemente descritta,

girano alcune iscrizioni di responsorî, alle quali sovrastano i

cornicioni intarsiati a fiorami.

[Illustrazione: BARGA — DUOMO: VEDUTA DI BARGA ANTICA.

(PARTICOLARE DI UNA TAVOLA DEL SEC. XVI).]

Tra le varie cappelle del Duomo la più importante è quella del

Sacramento nella quale, oltre ad un altare di stile secentesco e ad

alcune opere moderne, si ammirano due pregevoli lavori Robbiani. Uno di

questi, anzi, fu attribuito da taluni allo stesso Luca, il che è

discutibile. Si tratta di un ciborio incastrato nel muro, in forma di

piccolo altare. Nel mezzo si apre una porticina, fiancheggiata da due

angeli che, in vago atteggiamento, sostengono l'aperta cortina.

I Bagni di Lucca, Coreglia e Barga · 第 5 / 7 段