stemma del villaggio posto sopra una porta, chiarisce il significato del
nome latino, giacchè mostra una coppa da comunione e il _panis
coelorum_, donde, per corruzione, il vocabolo _Pancellorum_. Questo
raccontano gli abitanti; ma il preteso «stemma» altro non è che un segno
cristiano che sta simbolicamente a significare per quale rito ai fedeli
venga aperta la porta del cielo. Si deve piuttosto pensare al casato di
una famiglia: Pancelli o Pacelli. Per singolare coincidenza, il dialetto
del luogo, diverso da quelli degli altri villaggi circonvicini, ha
strane attinenze con quello romano. Ed anche è singolare che, come ai
tempi de' Romani, si fanno qui pubbliche lamentazioni per morti, ciò che
si usa anche a Brandeglio: nel quale ultimo luogo vige ancora il costume
dei banchetti funebri, offerti alla desolata famiglia dai parenti e
dagli amici del morto. Sono pure tuttavia in uso i _maggi_ e le
_befanate_.
[Illustrazione: VICO PANCELLORUM — CAMPANILE ED ABSIDE DELLA CHIESA DI
S. PAOLO.]
[Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — VALLE DELLA LIMA: PONTE MAGGIO.
(Fot. Pellegrini).]
[Illustrazione: BALZO DELLA VERGINE PRESSO PONTE MAGGIO.
(Fot. Pellegrini).]
[Illustrazione: LIMANO — PIAZZA. (Fot. Pellegrini).]
Il paese si distende sul monte in forma quasi piramidale: poco distante
è la chiesa di S. Paolo, la cui antica torre fu di recente restaurata.
La chiesa appartiene al XIII sec. I rammodernamenti del '700 hanno
chiuso in pilastri di muratura gli originali capitelli romanici e le
grosse e basse colonne delle navate. Nacquero in Vico Pancellorum le due
eroiche fanciulle Anastasia e Lucia, i nomi delle quali ci conducono a
parlare dell'ultimo paese del Comune dei Bagni di Lucca che noi dobbiamo
illustrare, cioè di Lucchio, alla cui storia quei nomi sono intimamente
connessi.
LUCCHIO è posto sull'altra riva del fiume, poco dopo la _Tana a
Termini_, così chiamata perché indicante il confine tra la provincia di
Firenze e quella di Lucca. La Tana a Termini è una immensa grotta, della
quale inutilmente fu ricercata la fine e che contiene numerose
stalattiti dalle forme strane e bizzarre, ed ospita, tra gli altri, uno
speciale insetto senz'occhi.
Veduto dal piede della montagna, Lucchio presenta un singolarissimo
aspetto per la sua posizione a picco, onde sembra penzolare sul
precipizio sottostante, per le sue case che sembrano addossate l'una
sull'altra, per le aride roccie di cui si circonda. Quando vi si giunge
e si traversano le sue vie strette ed oscure e si veggono gli antichi
archi e i resti della famosa fortezza, si prova l'illusione di rivivere
in pieno medio evo.
[Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — STRETTE DI LIMANO.]
E allora il pensiero ritorna ai molteplici assedî che Lucchio sostenne
al tempo della Repubblica di Lucca e specialmente a quello del 1437,
quando Gaspero da Stazzema, castellano di Lucchio, stava per cedere la
rôcca a prezzo d'oro ai Fiorentini assedianti e già aveva riscosso il
denaro e si apparecchiava a compiere il suo tradimento. Fu allora che le
due giovinette di Vico Pancellorum, Anastasia e Lucia, simulando amore
per Gaspero, lo trassero seco in luogo remoto con adescanti lusinghe e,
là giunte, gli furono addosso e lo legarono ad un dirupo, chiamando
quindi a raccolta e consegnandolo al popolo perché ne facesse vendetta.
Così fu sventata la trama e Lucchio fu salvo. Il Senato rimeritò di
pubbliche lodi e di pubblica dote le eroiche fanciulle.
[Illustrazione: PANORAMA DI LIMANO. (Fot. Pellegrini).]
La fortezza di Lucchio data dal secolo XII ed è una gigantesca
costruzione, dai valli massicci, dalle corti coperte di cui si veggon le
tracce, dal vasto fabbricato per la guarnigione. La chiesa, intitolata a
s. Pietro, è pur di costruzione assai antica ma fu rinnovata più volte:
vi è di notevole un altare in pietra nera. Anche assai antiche sono, per
la maggior parte, le case: anzi sulla porta di una di esse si legge la
data 1420. Recente invece, poichè del 1848, è la bella villa che Lady
Harvey contessa di S. Giorgio ebbe la fantasia di farsi costruire in
quel luogo alpestre e roccioso e ove passa ora buona parte dell'anno il
figlio di lei conte Alberto.
[Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — STRETTE DI LIMANO.]
Lucchio, ai tempi della Repubblica di Lucca, godé di una certa
autonomia; ma, trovandosi al confine tra il territorio fiorentino e il
lucchese, fu soggetto a scorrerie, a guerre, ad assedî, e più volte
conquistato e ripreso. Quanto al suo nome, v'ha chi lo fa derivare da un
Lucio romano che vi avrebbe fondato il castello, chi da _Lucus_, bosco,
o più propriamente dal _Lucus Feroniae_ ché a questa dea sarebbe stato
dedicato quel luogo. La vista che da Lucchio si gode è stupenda: e alla
vista si accompagna il ricordo degli avvenimenti che nelle sottostanti
vallate si svolsero, dalla vittoria di Metello su Catilina all'uccisione
di Tedici traditor di Pistoia e alla lotta che tragicamente finì al non
lontano castello di Gavinana, ove Francesco Ferrucci spirò l'anima
grande e con lui si spense la libertà di Firenze.
[Illustrazione: LUCCHIO — RUDERI DELLA FORTEZZA.]
[Illustrazione: LUCCHIO — PANORAMA.]
Molte e molte altre escursioni possono farsi dai Bagni di Lucca pur
rimanendo nei loro dintorni: ma di queste non faccio menzione, perché
escono dalla circoscrizione territoriale che mi sono assunto di
brevemente illustrare.
COREGLIA.
Il nome che questo paese ancor reca, cioè Coreglia Antelminelli, dice da
sé com'esso sia stato baluardo importante e residenza preferita della
famiglia Castracane degli Antelminelli, alla quale appartenne
Castruccio. Ma le memorie del luogo risalgono ad epoca molto anteriore
giacché ne troviamo menzione perfino in documenti del secolo X.
Dipendeva allora dalla Pieve di Loppia, nel Barghigiano; e un atto del
994 prova che le rendite ecclesiastiche dovute dagli abitanti di
Coreglia alla detta Pieve, furono dal vescovo Gherardo cedute in
enfiteusi ad un Rolando di Giovanni, progenitore dei Rodalinghi di
Loppia. Nel 1048 ne era signore Uberto di Rodilando che ne donò parte a
un Giovanni detto Ghezio e a un Guidone figlio di Tenzio: nel 1272 era
già capoluogo di Vicaria e contendeva con Castiglione e con Barga,
provocando più volte l'intervento del Comune di Lucca. Finalmente,
salito al potere Castruccio, Coreglia divenne sulle prime centro dei
suoi avversarî: ma il gran capitano la strinse d'assedio e dopo 58
giorni la costrinse ad aprirgli le porte. Morto Castruccio, ebbe
Coreglia per vicario Santi Castracane dei Falabrini di Lucca: ma il re
Giovanni di Boemia lo destituì e pose in suo luogo Francesco Castracane
degli Antelminelli. A lui, verso il 1340, il castello fu tolto dai
Fiorentini: se non che, nel 1352, egli riuscì a riconquistarlo e assunse
allora il titolo di Conte di Coreglia, riconfermatogli nel 1355 da Carlo
IV. A lui, i Pisani, divenuti padroni di Lucca, avevano assegnato _per
anni quindici il profitto delle gabelle del Bagno a Corsena_.
Pochi giorni dopo avvenuta tale solenne investitura, Francesco
Castracane moriva ucciso, con un de' figliuoli, per mano di Valeriano e
di Arrigo, figli del grande Castruccio. Successe allora nella signoria
di Coreglia l'altro figliuolo di Francesco, Nicolò: poi il castello,
alla morte di Paolo Guinigi signore di Lucca, tornò in potere dei
Fiorentini, i quali peraltro, nel 1438, lo rilasciarono alla Repubblica
di Lucca, cui rimase lungamente soggetto, con tutti i paesi della sua
Vicaria. Successivamente una parte di tal Vicaria passò al Comune del
Borgo a Mozzano e l'altra formò quello che è anc'oggi il Comune di
Coreglia, circoscritto dalla Fegana che lo separa dai Bagni di Lucca,
dall'Ania che lo separa dal Barghigiano, e dal Serchio che lo divide dal
Comune del Borgo a Mozzano.
In questi tre corsi d'acqua passano, ai punti di confine, tre ponti che
meritano di essere qui ricordati. Il primo a incontrarsi, da chi si
rechi dai Bagni di Lucca a Coreglia, è quello sulla Fegana, torrente che
scende dalle vette dell'Appennino e si getta nel Serchio.
Il ponte, ideato con ardito disegno dall'architetto Nottolini cui si
debbono molti pregiati lavori nel territorio lucchese, fu cominciato a
costruire sotto il Governo Borbonico, nel 1841. Gli avvenimenti politici
del '47 ne fecero sospendere i lavori, né il Governo Lorenese si curò
mai di riprenderli. Finalmente, dopo ben 27 anni, nel 1874 la grandiosa
opera fu tratta a compimento e riuscì degna di vera ammirazione, poiché
consta di un unico arco avente metri 48,50 di luce e 7 di saetta, senza
alcun appoggio, per modo che il Ponte alla Fegana occupa, per la sua
ampiezza, uno dei primi posti fra i ponti d'Italia.
L'altro ponte che successivamente s'incontra, cioè il _Ponte a
Calavorno_, merita di essere ricordato per altre ragioni: cioè per la
sua antichità e per la bizzarra sua architettura. Il nome gli derivò dal
Castello di _Calavorno_ anticamente esistente in quel luogo. Si
argomenta che sia stato costruito dagli Orlandinghi o Rodalinghi,
signori feudatarî di Loppia, i quali erano patroni dell'ospedale di S.
Leonardo in Calavorno.
È noto che, nel medio evo, gli ospedali si costruivano abitualmente in
vicinanza dei ponti, per renderne più facile l'accesso, ed è quindi
probabile che i Rodalinghi curassero la edificazione sì del ponte e sì
dell'ospedale. Si opina da taluni storici, ma non è certo, che il
primitivo ponte a Calavorno venisse distrutto dall'incendio che i
Lucchesi appiccarono a quel Castello nel 1171: certo, nel secolo XIV, il
ponte era così mal ridotto che, nel 1376, gli ufficiali delle varie
Vicarie circostanti chiesero più volte, alle pubbliche autorità, sussidî
per effettuarne il restauro: e i sussidî furono in parte concessi e il
ponte ricostruito nella forma che anc'oggi conserva.
La sua architettura ricorda quella del Ponte del Diavolo per lo
sbilancio di altezza tra i soli due archi che lo compongono: l'uno de'
quali ha 47 braccia di luce e una curva molto accentuata, mentre
l'altro, a sostegno della parte pianeggiante, è appena un terzo del
principale: ponte, per conseguenza, assai scomodo al valico: ma bello e
pittoresco alla vista, tanto più perché incorniciato dalle alte e verdi
montagne, dall'alto delle quali lo guardano i paesi di Ghivizzano, di
Coreglia, di Vitiana, di Lugnana da un lato, di Gioviano, di S. Romano,
di Cardoso dall'altro. — Meno notevole è il terzo dei ponti su
ricordati, cioè quello in pietra sull'Ania, ove è anche un popoloso
borgo di cui dovremo far parola tra breve. — Ora torniamo a dire di
Coreglia.
[Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — PONTE A CALAVORNO. (Fot. Spooner).]
Le case del grosso paese si aggruppano fitte tra loro e stanno, a dir
così, scaglionate lungo le vie ripide e anguste: una volta eran difese
da solide costruzioni militari, giacché Coreglia, come sappiamo, fu
castello e fortilizio di molta importanza al tempo dei Castracane. — Ora
sono state ammodernate e ritinte in varî colori ed hanno, per buona
parte, assunto un aspetto di pulitezza ed eleganza, indizio delle
floride condizioni economiche de' lor proprietarî. Delle antiche
fortificazioni non mancano resti, specialmente nella rôcca o fortezza,
che domina il paese dal vertice del monte e che mostra ancora i ruderi
de' suoi muraglioni. — Fino al principio del secolo XIX vi esisteva
accanto una bellissima torre, che un prete insipiente, divenutone
possessore, distrusse per adoprarne le pietre come materiale da
costruzione.
All'ingresso del paese è una delle più antiche tra le chiese della
provincia di Lucca, cioè la chiesa dedicata a s. Martino e costruita nel
secolo VIII, come si rileva da un documento dell'archivio parrocchiale.
Questa però non è la chiesa principale di Coreglia: la principale è
quella di S. Michele, costruita nel 1200. Doveva esser bellissima di
architettura, come si rileva da qualche tratto del lato destro in cui le
antiche forme non sono del tutto scomparse; ma le modificazioni
apportatevi col rialzarne il soffitto, coll'aprirvi dei finestroni
barocchi, sostituendoli alle primitive finestre a feritoia, col
sopraccaricarne le pareti di stucchi, ne hanno alterata la fisonomia e
guastato l'aspetto.
Per fortuna si rispettò la facciata, ove fa ancora bella mostra di sé
una statua di s. Michele, attribuita a Matteo Civitali. Il campanile,
invece, fu deturpato e ai vecchi suoi merli fu sostituito un terrazzo a
colonnine che, dice il Pierotti, è, dal punto di vista dell'insipienza,
una meraviglia a vedersi! Meno male però che gli sono rimaste tre
antiche pregevoli campane. — Nell'interno della chiesa colpiscono
l'occhio del visitatore due statue rappresentanti l'_Annunziazione_,
statue che per la grazia delle forme, per l'espressione nei volti della
Vergine e dell'Angelo, per la nobiltà dello stile, furono attribuite a
Nino pisano o, per lo meno, alla scuola ed al tempo del celebrato
scultore. La stessa chiesa possiede una magnifica croce processionale
del secolo XV, nella quale non sai se più ammirare l'originale genialità
del disegno o la finezza del cesello; un calice, pur cesellato, del
secolo XVI ed una ricca pianeta.
Sott'altro aspetto è pur meritevole di esser visitato, a Coreglia, il
palazzo Rossi, nel quale è accolta una ricca collezione etnografica di
oggetti svariatissimi, ma specialmente di armi, appartenenti a popoli
selvaggi. La vista di questi oggetti, portati direttamente a Coreglia da
abitanti del luogo tornati da regioni lontane, ci fa subito ricordare
che siamo nella patria degli emigranti, oltre che nella metropoli dei
«figurinai», come la definisce Matteo Pierotti in un gustoso suo
scritto, al quale mi permetto di attingere qualche notizia e di
stralciare qualche periodo.
Se l'arte di formare in gesso è diffusa nella maggior parte dei paesetti
del territorio lucchese, essa ebbe peraltro le origini sue e il suo
maggiore sviluppo in Coreglia. Pensa il Pierotti che le figurazioni
simboliche sui frontoni delle chiese, gli angeletti preganti sui
tabernacoli e sulle urne per gli olii santi, le fonti battesimali
scolpite con figure di re e di guerrieri, di papi e di martiri, i
capitelli aggraziati in tutte le forme più varie e più singolari, le
terre vetrinate robbiane che nelle chiese dei paeselli più umili gettano
un sorriso di cieli azzurri e di figure bianche fra le colonne marmoree
degli antichi altari, sieno stati pei figurinai una scuola perenne di
sentimento d'arte e di visioni poetiche.
Lo stesso scrittore riferisce un suo colloquio col nestore dei figurinai
di Coreglia, dal quale resulta che l'arte del formare in gesso esiste in
quel paese da due o tre secoli e che fu trovata — secondo la tradizione
— da un frate, per caso.
Questo frate tentava di restaurare alla meglio, con un po' di gesso, una
figura robbiana della chiesa, quando il gesso, cadendo, andò a posare
sulla faccia di un piccolo Crocifisso, disteso sopra l'altare. Quando il
frate andò a riprendere il gesso, lo trovò secco e, con sua grande
meraviglia vide, dopo averlo staccato, che vi era rimasta una impronta
nitidissima del volto di Gesù Cristo. Così si sarebbe trovata l'arte del
formare in gesso, arte che a Coreglia si diffuse ben presto e andò a
mano a mano perfezionandosi.
[Illustrazione: BAGNI DI LUCCA — COREGLIA.]
Si cominciò, come comportavano l'indole dei tempi e il desiderio degli
acquirenti, dalla riproduzione di soggetti sacri o allegorici: poi si
passò ai busti di sovrani e di uomini illustri: finalmente ai monumenti
e alle opere d'arte, non senza trascurare, per il pubblico minuto e
volgare, le figurine dozzinali di uomini, donne e animali...
specialmente di animali; onde il Fucini poteva ricordare, nel noto
sonetto,
.... l'amìo di Lucca che fa' gatti
(li fa cor gesso, creda da sbagliassi!)
Del resto, i figurinai si dedicano anche alle decorazioni in gesso; e
quelle, ad esempio, dei padiglioni che figuravano all'esposizione di
Chicago erano tutte opera loro. Taluno di essi ebbe realmente valore
d'artista: e si ricorda quel Pier Angelo Sarti che fu ammirato dal
Canova e che, nominato dal governo inglese _formatore_ del _British
Museum_, formò in gesso tutte le sculture del Partenone e ne presentò,
sempre per incarico del governo, la riproduzione a Luigi Filippo. Il
Sarti fu pure poeta ed ebbe l'amicizia del Foscolo.
Anche Vincenzo Barsotti di Tereglio (Comune di Coreglia) vissuto nella
seconda metà del secolo XVIII, divenne _formatore_ abilissimo ed ebbe
studio a Roma e riprodusse le più celebrate sculture classiche, per
incarico di Pio VI e di Luigi XIV.
[Illustrazione: IL MONTE “LA PANIA„.]
I figurinai cominciano da ragazzi, come _garzoni_: poi divengono padroni
e formano la _compagnia_. — Vanno in ogni parte del mondo: in Germania,
in Russia, in Oriente, ma più specialmente in America. Perciò, al loro
ritorno, sono designati col nomignolo di _americani_: e perciò, come
scrive il Pierotti, «Le osterie, i caffè, le rivendite portano il nome
di qualche città americana: passa il _Caffè Nord-America_, la _Trattoria
Buenos-Ayres_, la _Drogheria Brasiliana_, tutti esercizî che si aprono
in casette e villini nuovi e puliti, fabbricati per lo più da figurinai
che hanno lasciato di girare il mondo e si sono ritirati in patria a
godersi le sudate agiatezze. Sulle porte e per la strada si vedono a
colpo d'occhio questi fortunati possessori di migliaia di dollari e di
milioni di _reis_, si indovinano dal taglio degli abiti, dalle forme
esotiche dei cappelli, dall'aria di lavoratori in vacanza, occupati
tutt'al più a sorseggiare il _punch_ nero e l'arzillo vinetto montanino,
che offrono liberalmente, con una curiosa passione anfitrionica, agli
amici del paese ed ai forestieri che non conoscono né di nome né di
vista. Nei giorni di festa anzi, troneggiano nei caffè e nelle osterie,
attorniati dagli ammiratori trincanti e pagano invariabilmente le
consumazioni di tutti gli avventori noti ed ignoti che si trovano agli
altri tavolini».
[Illustrazione: IL MONTE FORATO.]
Dal lavoro dei figurinai è derivata a Coreglia quell'agiatezza che spira
da tutto il suo aspetto. — Essi, per lo più, riescono, in varie serie di
viaggi, a mettere insieme discrete fortune e tornano poi a godersele nel
loro paese, ove comprano e edificano o restaurano qualche villetta e
vivono e muoiono in pace. Taluno è anche riuscito ad ammassare vistose
sostanze, mettendo negozî di lusso nelle principali città d'Europa e
d'America. Tra questi il Barone Vanni, già figurinaio egli stesso ed
oggi lor mecenate, fondatore di una scuola di plastica e di disegno pei
figurinai, nominato barone dall'imperatore d'Austria e commendatore dal
Re d'Italia, raccoglitore di opere d'arte da servir di modelli, di
quadri, di medaglioni robbiani, di sculture e maioliche, con cui ha
formato un Museo che è al tempo stesso un'_Accademia di Belle Arti_ pei
formatori in gesso o, come il Pierotti li chiama, per gli scultori del
popolo.
Ma una visita a Coreglia non sarebbe compiuta, da chi non salisse al
luogo detto _La Croce_ per ammirare di lì la distesa delle Alpi Apuane
che, in quel punto, sono battezzate col nome di _Uomo morto_, sembrando
che dalla Pania della Croce si distenda una figura umana colle mani
giunte, e per ammirarvi altresì l'effetto di quello che Giovanni Pascoli
chiamava il secondo tramonto: cioè l'infiltrarsi dei raggi solari, dopo
che l'astro è scomparso dietro le montagne selvose, a traverso il fóro
di quel monte che fu per questo chiamato _Monte forato_.
Come in quasi tutti i paesi di montagna, così, anche a Coreglia, il
ceppo del paese collocato sull'altura ebbe le sue propaggini al piano: e
così, al di sotto del paese primitivo se ne formò un altro che reca
appunto il nome di _Pian di Coreglia_. — Ma di questo nulla è da dire:
né molte parole occorreranno per alcuni degli altri paeselli formanti il
Comune di Coreglia. — Così di VITIANA basterà ricordare l'antica
esistenza, se uno strumento del 994 parla delle decime pagate dai suoi
abitanti e cedute a Rodilando dal vescovo Gherardo di Lucca. — Vitiana
rientrava anticamente nel piviere di Loppia e passò in quello di
Coreglia più tardi. — Piccoli borghi, ma pur essi di antica origine e
tutti ammirevoli per la graziosa posizione e per le belle vedute, sono
GRUMIGNANA e LUCIGNANA o LUSIGNANA, anche quest'ultimo passato dal
piviere di Loppia a quel di Coreglia e ricordato tra i casali o castelli
concessi a titolo di contea dall'imperatore Carlo IV a Francesco
Castracane degli Antelminelli. Più interessante di tutti, per l'aspetto
suo e per le memorie storiche, è certamente GHIVIZZANO. Il visitatore
che vi si rechi ha l'impressione di trovarsi dinanzi un pezzo di medio
evo rimasto quasi immutato nei secoli: quasi, perché, in questi ultimi
tempi, qualche stonata ritintura alla facciata di alcune case, qualche
intonacatura delle vecchie pietre e qualche altro infelice
racconciamento hanno un po' alterato le linee del quadro: ma ancora
l'interna struttura del paese e i viottoli tortuosi e gli oscuri
sotterranei nei quali si aprono di quando in quando gli spiragli delle
feritoie, e i ruderi delle mura e la rôcca ridestano i ricordi e
l'immagine della vita medievale e riconducono il pensiero a quell'età di
delitti e di fede, di battaglie e di amori.
Il documento più antico in cui si trovi notizia di Ghivizzano è l'atto
del 994 col quale il vescovo di Lucca Gherardo II ne faceva cessione ai
Rolandinghi di Loppia. — Allo stesso anno 994 risale la costruzione
della chiesa, primamente dedicata a s. Martino, ma successivamente
passata sotto la protezione dei santi Pietro e Paolo. In questa chiesa è
una pittura di ignoto maestro, rappresentante la Circoncisione. Vi si
trovano pure, incastrate nel pavimento e ben conservanti gli antichi
intagli e le antiche sculture, le tombe di Giovanna e di Filippo
Castracane: moglie la prima di Francesco, cugino del gran Capitano, e
figlio l'altro di lei. Queste tombe serbano ancora le loro iscrizioni
che, rispettivamente, son le seguenti:
Sulla tomba di Giovanna:
_Sepulcrum Nobilis Dominae Dominae
Giovannae Uxoris Nobilis Comitis
Domini Francesci Kastrakanis
Quae Obit De Mense Maii. A. D._
MCCCXXXVI
Sulla tomba di Filippo:
_Hic iacet Filippus filius D. Francesci
Comitis Coreliae qui obit A. D._
MCCCLXVII
_Die_ XXI _Mensis Augusti._
[Illustrazione: LAGO SANTO (M. 1501 SUL MARE). (Fot. Pellegrini).]
Il castello di Ghivizzano che, come vedemmo, andò nel 994 in possesso
dei Rolandinghi, rimase sotto la giurisdizione di quelli fino al secolo
XIV, nel quale passò ai Castracane, che lo elessero a lor residenza e a
centro delle loro operazioni guerresche, dalle quali gli derivarono
insieme penose agitazioni e fulgida gloria.