La stanza in cui erano rinchiusi Maurilio e Selva nelle parti inferiori
del castello, era fredda, piccola, umida, scura, selciata di mattoni la
cui polvere non mai spazzata, in quel momento, trovavasi ridotta ad una
specie di motriglia dall'umidità che ci entrava traverso le grosse
inferriate e la fitta graticola vestita di ragnateli della finestrucola
che in alto presso il soffitto si apriva nei fossi delle due torri, e le
cui imposte ned erano chiuse nè potevansi chiudere neppure, per la
semplice ragione che mancavano affatto.
In quella stanza di prigione i mobili non facevano ingombro. Da una
parte eravi un tavolato infisso al pavimento, per servire da letto;
dall'altra parte una brocca di terra cotta piena d'acqua, e un
bigonciuolo che serviva ad usi meno nobili ma necessari. Ecco tutto.
Maurilio, venendo dalle stanze superiori dove c'era maggior luce, al suo
entrare colà dentro non vide nulla che una chiazza bianchiccia in alto
della parete di faccia alla porta, ed era la finestrina per cui
penetrava un poco di barlume. Il secondino che dietro il cenno del
Commissario lo aveva accompagnato a quella carcere, tirato ch'ebbe i
chiavistelli, girato la chiave nella serratura, aperto il grosso
battente dell'uscio cigolante sui cardini, senza tante cerimonie diede
uno spintone per le spalle a Maurilio, affine di cacciarlo dentro, e col
medesimo rumore che aveva fatto testè ad aprire, richiuse sollecitamente
dietro di lui la pesantissima porta.
Maurilio vide l'ombra d'un uomo che pareva sorger da terra, agitarsi
innanzi a lui e slanciarsi verso di esso con una esclamazione; ricordò
il suo ingresso nelle carceri del palazzo chiamato ancora oggidì il
_correzionale_, e si trasse indietro vivamente con raccapriccio di
timore e di ripugnanza.
Ma Giovanni, le cui pupille s'erano già temperate alla poca luce di
quell'ambiente, aveva di botto riconosciuto in chi entrava l'amico suo,
epperò si era affrettato al suo incontro.
— Maurilio: diss'egli con un'intonazione di lieta sorpresa nella sua
voce vivace e francamente sonora: poichè anche tu avevi ad essere
uccello di gabbia, benedetto l'azzardo che ci congiunge: dico l'azzardo
perchè ho troppa stima del signor Commissario per supporre solamente che
questo possa esser l'effetto d'un gentile riguardo che ci abbia voluto
usare.
— Che? Esclamò Maurilio rassicurato e sentendosi rinfrancare di botto
alla voce, alla presenza, alla stretta di mano, all'abbraccio
dell'affettuoso amico. Sei tu, Giovanni? Arrestato anche tu!.... Oh!
come mi fa piacere il trovarti.
— Birbone! Disse Giovanni ridendo. Ti fa piacere vedermi in gattabuia!
— Eh! no di certo. Voglio dire.....
— So bene quello che vuoi dire: interruppe col suo riso schietto ed
aperto Giovanni Selva. Ma qui, tocca a me, che ci sono entrato alquanto
prima, il far gli onori dell'appartamento. Se non ci vedi ancora
abbastanza, dammi la mano e lasciati guidare.
Lo condusse al tavolato.
— Qui, continuò, è il sofà; egli è vero che questo è anche il letto, e
può, anzi deve servire eziandio da tavola. Semplificazione veramente
ammirevole!..... To', imita il mio esempio, e siedi sulla sponda di
questo tavolo-sofà-letto. Che bel vocabolo!... Non temere di guastarne
la spiumacciatura pei tuoi sonni della notte, sibarita che tu sei. La
sofficità di questi materassi non ci può patire. Non è qui che potrà
darti fastidio la foglia di rosa male ripiegata sotto la tua schiena, te
lo assicuro io. È presumibile che avremo delle belle ore innanzi a noi
da guardare quel «breve pertugio» lassù, che ci lascia venire
tropp'aria, troppo freddo e per compenso troppo scarsa la luce; per
fortuna abbiamo più sacca da vuotare a vicenda. Io ti dirò l'iliade del
mio arresto, tu mi conterai l'eneide del tuo, e poi terminerai di
espormi l'odissea delle avventure della tua vita. Oggi sono classico
come il prof. Paravia e parlo come un'appendice di Romani. Possa
quest'omaggio alla letteratura officiale rendermi benigni i Dei
infernali di queste bolgie governative! Queste chiacchere non ci
scalderanno, ma ci faranno passare il tempo. Siccome spero che non
saremo condannati alla sorte del conte Ugolino, spero bene che finirà
per venirci qualcheduno, da cui, mercè il sacrifizio dei pochi denari
che ci hanno levato di tasca, potremo ottenere una coperta per non
gelare come sorbetti e qualche mezzina di vino per non lasciare
intorpidirsi, come già mi sento le mani, anche il cervello.
Il programma di Giovanni fu seguìto appuntino. Dopo che l'uno e l'altro
ebbero narrato a vicenda come avesse avuto luogo il loro arresto, dopo
discorso non senza gravi apprensioni dei pericoli che sovrastavano a
loro, agli amici ed all'impresa, Maurilio, pregatone di nuovo dal
compagno, riprese il racconto della sua vita, interrotto all'alba di
quella stessa mattina, quando Selva aveva dovuto correre da Francesco
Benda per accompagnarlo in qualità di padrino al duello col marchese
Ettore di Baldissero.
— I giorni che passarono, poichè ebbi la fortuna di incontrarmi col
signor Defasi; così incominciò a raccontare Maurilio, recatosi prima
alquanto sopra sè come per evocare più nette innanzi alla mente le sue
memorie: quei giorni furono i più lieti e tranquilli che io abbia
passato ancora mai su questa terra. Quella buona e pietosa famiglia mi
pose un vero affetto. I miei studi interessarono il capo di casa e i
progressi del mio intelletto lo stupirono di molto. Ebbe di me stima
assai più ch'io non meritassi, e quasi ammirazione. Volle che con lui e
con i suoi, fossi non più nelle attinenze d'un inferiore, ma in quelle
d'un uguale. Spinse al punto il suo affetto e l'estimazione per me che
mi lasciò comprendere un giorno come non avrebbe disdegnato, me povero e
senza famiglia, accogliere come figliuolo concedendomi la mano d'una
delle sue ragazze.
— Ed ecco entrare finalmente in campo la molla o segreta o palese, ma
universale, delle azioni umane: la donna! Così disse Giovanni. Tu mi hai
detto già che una violenta passione era venuta a impadronirsi del tuo
cuore e darci fuoco a quella provvista di poesia che vi giaceva latente;
questa passione era ella appunto per la figliuola del tuo principale?
Maurilio scosse la testa con atto di negazione desolata.
— No; rispose. Ah! fosse stato così! Avrei svelato al signor Defasi
tutta la verità sul mio conto; ed egli così generoso verso tutti, così
ammirato di me, avrebbe tuttavia concessomi l'onore della sua alleanza.
La donna che avrei amata sarebbe stata mia. Ma il mio cuore invece — lo
sciagurato ch'io sono! — non fu tocco dalle domestiche virtù e dalla
modesta leggiadria delle figliuole del libraio; fu ad un punto acceso
dalla fiera bellezza, dalle superbe grazie di tale, appetto a cui il
povero trovatello è come innanzi alla gemma che orna il diadema d'una
regina, il verme della terra.
S'interruppe manifestamente esitante ancora innanzi alla rivelazione del
suo segreto.
Giovanni gli prese una mano e lo incoraggiò con una stretta, senza
parole, e con uno sguardo affettuoso.
Maurilio disse affrettatamente ed a voce bassa:
— Amo la contessina Virginia di Castelletto, cugina del marchese Ettore
di Baldissero.
E poi, come uomo che ha detto una sua gran vergogna, nascose la faccia
sconvolta nelle grosse mani.
— Cospetto! Esclamò Giovanni con accento tra di meraviglia, tra di
compassione. Per te questo amore è un terreno arido in cui non può
nascere il menomo fiore d'una speranza. Tanto varrebbe esserti
innamorato della luna! Valla ad arrivare! Mio caro, allorchè di queste
passioni impossibili entrano nel cuore d'un uomo, conviene strapparle
subito, ad ogni costo, anche portandosi via un pezzetto del proprio
cuore, chi abbia senno, risoluzione e coraggio d'uomo siccome hai tu.
— Eh! che cosa non ho io fatto per ciò? Proruppe Maurilio con impeto.
Non ci ho potuto riuscire a niun modo. Questa fatale passione si è
tenacemente impigliata al più intimo dell'esser mio, ha gettato le
radici profonde nel substrato della mia natura, s'è fatta il sangue che
palpita nel mio cuore, s'è insinuata in ogni circonvoluzione ove sta lo
strumento del pensiero nel mio cervello, s'è fatta l'anima mia. Da
questo miserabil corpo non si può togliere più che colla vita: dallo
spirito forse mai più!... Forse l'ho già portata meco da esistenze
anteriori, e seguiterò ad averla connaturata colla mia essenza
individuale negli stadii infiniti della mia immortalità, aspirazione
fors'anco ad una meta di felicità non arrivabile nel tempo, punizione e
spasimo frattanto nella relatività delle vite incarnate.
Agitò la sua testa grossa ed arruffata, lanciò dai suoi occhi profondi
delle fiamme di sguardi: il sangue concitato gli colorò un istante i
pomelli delle guancie e la vastissima fronte parve in quella accarezzata
da una luce fosforica che la circondasse. La bruttezza delle sue
corporee sembianze scomparve un istante sotto il fugace rivelarsi della
luminosa natura dell'anima là dentro costretta. Una donna d'intelligenza
l'avrebbe trovato in quel punto meglio che leggiadro, imponente e
sublime.
Sì: continuò egli lasciando vibrare la sua voce, che acquistò ancor essa
un'insolita ed efficace armonia: questa passione, che fa da veste di
Nesso all'anima mia, l'ho portata meco da altre vite, da altri mondi.
Che cos'era quella indefinita ed incompresa aspirazione all'ideale che
affannava fin dai primi anni l'inconscia mia natura? Che cos'era
quell'ardore di innalzare nella schiera gerarchica delle intelligenze il
mio spirito audace ed ambizioso, mercè lo studio ed il sapere? Che cosa
quei tumulti inesplicabili che mi sobbollivano in petto, che mi facevano
fra mille temerarie idee dibattersi la ragione, come nave senza governo
in mar tempestoso? Che cosa quelle ineffabili chimere con sorrisi di
donna e con isguardi d'angelo che passavano lucenti frammezzo alle mie
fantasticaggini, adombrandomi un bene sconosciuto e cui non sapevo
definire? La prima volta che io l'ebbi veduta, lei, appena fu comparsa a
questi occhi, compresi tutto. La passione d'amore era lo svolgimento
dell'anima umana, essa era la legge suprema del mondo morale come in
quello fisico l'attrazione; e l'anima mia, fatalmente, per ignota
necessità, era avvinta a quell'anima che mi si rivelava con tanto
sfolgoramento di bellezza, oscuro pianeta di quell'astro lucente. Oh!
come lo ricordo quel momento in cui la prima volta quella beltà raggiò
nella penombra della mia esistenza! Se chiudo gli occhi, rivedo tal
quale il luogo, il tempo, e lei, e me, ed ogni oggetto circostante.
Chiuse diffatti gli occhi, e sulle sue pallide labbra si disegnò un
ineffabile sorriso, da potersi paragonare a quello del Joghi, indiano,
che nelle sue mistiche contemplazioni vaneggia di giungere al proprio
assorbimento in Brama.
E stette un poco, tacendo, in quella mossa prima di riprendere il suo
dire.
— Era una bella giornata di primavera; così riprese Maurilio di poi; un
lieto raggio di sole entrava nella bottega dei signor Defasi e faceva
ballare allegramente traverso il suo splendore i minutissimi atomi della
polvere. Il principale era seduto ad una sua piccola scrivania
esaminando i libri delle ragioni; io, assorto in una meditazione
indefinita e indefinibile, guardavo la danza di que' minuzzoli di
materia che turbinavano, all'aria che filtrava dall'uscio, entro quello
sprazzo di luce.
«Ad un punto una sfarzosa carrozza con due cavalli di prezzo si fermò
innanzi alla bottega; un domestico in livrea disceso dal seggio del
cocchiere ne venne ad aprire l'usciolo, e due donne uscite dalla
carrozza si diressero verso il fondaco, di cui il domestico s'affrettò a
spalancare l'uscio a vetri perchè potessero entrarci.
«Di quelle donne io vidi una soltanto. La sua testa mi apparve in mezzo
allo splendore del sole, più splendida ancora nello sguardo angelico,
nel sorriso divino. Sopra i suoi capelli color d'oro la luce faceva come
un'aureola di fuoco; la sua bellezza verginale spiccava su quel fondo
ardente come una sublime figura del Beato Angelico sull'oro della sua
tavola. S'avanzò con graziosa mossa verso il banco ingombro di libri; il
lieve rumore del suo passo, il fruscio delle sue vesti mi parve
un'armonia. La guardavo con occhi sbarrati, immobile, fiso, rapito, non
più presente a me stesso, non più sulla terra, non più conscio di nulla
che quella celestiale bellezza non fosse. Palpitavo e tremavo; sentivo
un ghiaccio corrermi nelle vene e una vampa di fuoco precipitarmisi nel
cervello. Credo che se avessi visto precipitare in quel punto sul mio
capo un colpo della falce della morte, non avrei manco potuto muovermi a
schivarlo, così ero impietrito. Era una visione beata che avrei voluto
durasse una eternità. Ella parlò. Che cosa dicesse non so, non capii, ma
bevvi avidamente coll'anima quella voce soave. Il padrone s'era alzato
dal suo posto ed era venuto riverente incontro alle due donne. Egli
rispose alcun che. Vidi che quella divina figura sorrideva, udii ancora
una volta la melodia di quella voce; poi l'apparizione scomparve, la
carrozza ripartì e mi sembrò che quella bellezza allontanandosi, seco
portasse lo splendor del sole, che miravo con sì gaio e intento sguardo
poc'anzi.
«Allora essa trovavasi al primo sbocciare della sua giovinezza, quasi
non uscita tuttavia dall'infanzia, eppure già donna per la imponenza
dello sguardo, pel sentimento alto e profondo che si manifestava nelle
sue sembianze, nel suo contegno, nel suo sorriso.
«Apprendere chi ella fosse lo desideravo colla più intensa vivacità del
mio volere, ma domandarlo non avrei osato mai. Il signor Defasi mi
soddisfece dicendo egli stesso, non richiesto, appena ella fu partita:
«— Che cara, bella e buona ragazza è questa mai! Essa è la contessina di
Castelletto; e da qualche anno la è una delle migliori avventrici del
mio fondaco. L'ho conosciuta che la era ancora una bambina, ed era già
così affabile e graziosa come adesso, con una certa dignità fin
d'allora, che era una meraviglia. Converrà mandarle subito questi libri
che ha domandato.
«Io sorsi di scatto dal mio cantuccio.
«— Vado io stesso all'istante, signor Defasi: dissi vivamente parendomi
un gran che il potere far subito alcuna cosa che lei in qualche modo
riguardasse.
«— Oh non c'è poi tutta questa premura: rispose affettuosamente il
principale, che postomi, come ti ho detto, molta stima ed affezione ed
innalzatomi, col migliorare delle sue fortune, al grado di suo primo
commesso, scambiava quel mio ardore per zelo di volerlo contentare. Non
occorre che vi scomodiate voi stesso, appena venga il galoppino lo
faremo trottar lui.
«— Oh no, caro padrone: io dissi quasi supplicando: lasciatemi andar me,
subito.
«M'accorsi alla guisa con cui il signor Defasi mi guardava, ch'e' molto
stupivasi di quella mia insistenza, di cui non sapeva darsi ragione;
sentii salirmi il rossore alle guancie come se vedessi scoperto quel mio
segreto nato pur allora, e che già tanto m'era caro.
«— Ho bisogno di uscire, balbettai, di prender aria, di fare un po' di
moto. Ho il sangue al capo. Questo mi servirà di passeggio.
«— Andateci pure allora: disse il principale colla sua solita bontà: e
passeggiate quanto vi bisogna. Voi veramente state di troppo chiuso fra
le pareti e fermo al lavoro. Ve l'ho detto tante volte che il vostro
indefesso studiare vi farebbe male. La gioventù ha mestieri di aria
libera e di moto. Nè dovete prendervi la menoma soggezione di me, perchè
sapete bene ch'io sono disposto a darvi tutte quelle ore ed anco tutti
quei giorni di vacanza che desideriate. Dunque to'; eccovi l'involto di
libri che recherete al palazzo di Baldissero, e poi non vi aspetto più a
casa che per l'ora di pranzo. Siamo intesi così?
«Io lo ringraziai, presi il mio cappello, e coll'involto dei libri sotto
il braccio via di corsa verso l'indicatomi palazzo.
«Lungo la strada che avevo da percorrere, tenevo quell'involto con mani
quasi tremanti, come per un tesoro che portassi. Ella quei libri li
aveva già toccati, li avrebbe tenuti colle sue manine, avrebbeli
introdotti nel santuario dei suoi appartamenti, posatili sul guanciale
per leggerli la sera, avutili per delle ore sotto gli occhi. Li
accarezzavo collo sguardo, li invidiavo coll'anima: li stringevo al
cuore, come una cosa diletta. Mi pareva che essi dalle mie mani,
passando nelle sue, dovessero stabilire una specie di legame segreto fra
me e lei!...
«Giunto alla soglia del portone, la voce del custode mi ridestò dai miei
sogni di pazzo:
«— Dove andate giovinotto? Mi domandò egli.
«Quelle parole mi arrestarono con un sussulto, come se fossero le più
inaspettate e strane, mi trovarono sprovveduto affatto di risposta da
fare. Ristetti confuso e balbettante.
«— Ebbene? Ripetè il portinaio. Siete sordo, o non sapete dove avete da
andare?
«In quella una carrozza soprarrivava di trotto serrato, e voltando
rattamente sotto il portone, poco mancava che mi schiacciasse, interito
e sbalordito com'ero.
«Il portinaio che si spaventò forte del mio pericolo, mi prese ad un
braccio e mi tirò con violenza in là, gridando metà con rampogna e metà
con interesse:
«— Siete proprio sordo, chè non sentite le carrozze che vi vengono
addosso?
«Una testolina dai capelli d'oro comparve alla portiera, ed una voce
d'argento dimandò:
«— Che cos'è stato?
«Era lei! Io risentii il palpito nel cuore e la tenzone del sangue nel
capo, di poco prima.
«Il portinaio rispose; poi, siccome io continuava a tacere, vedutomi
l'involto tra mano, il portinaio medesimo me lo prese, ne lesse la
soprascritta, e disse alla signorina che io portava quella roba per lei.
«Ella avvisò tosto che cosa fosse.
«— Ah! i miei libri che mi manda il signor Defasi?
«— Sì... sì signora: ebbi pur finalmente la forza di balbettare con voce
che mi era strozzata nella gola e con labbra che mi tremavano
dall'emozione.
«Ella lasciò cadere su di me un suo sguardo benigno — su di me povero,
oscuro, miseramente vestito, in così umile condizione sociale; — e disse
con quell'accento la cui dolcezza al mondo nulla può eguagliare:
«— Vi ringrazio.
«Essa colla sua compagna salirono lo scalone: il domestico che era con
loro prese dal portinaio l'involto e le seguì: io sentiva sempre nel mio
orecchio l'eco di quella voce, il suono di quelle due parole.
«Approfittai della licenza datami dal principale e corsi ad accarezzare
le mie fantasticaggini nella solitudine dei viali. Di botto una crudele
vergogna m'assalse. In quali miserabili forme ero io comparso innanzi a
lei! Quasi avessi uno specchio davanti agli occhi la mia bruttezza e la
mia povertà mi risaltavano visibili e spiccate alla mente che a forza
doveva paragonarle alla beltà ed alla ricchezza di quell'angelica
creatura. Oh! s'ella avesse saputo che da quel meschinello disprezzato e
disprezzevole osava innalzarsi sino a lei la temerità d'un amore! Pensai
a Quasimodo il mostro creato da Victor Hugo nella _Notre Dame de Paris_,
che ama supremamente la bellezza femminea incarnata nella grazia di
Esmeralda. Ma in me c'era qualche cosa di più che non ci fosse in
quell'embrione abortito d'uomo; ma il mio affetto era immensamente più
nobile di quanto fosse la passione tra sensuale e canina di quell'essere
mantenuto dall'organismo nella zona inferiore dell'animalità; ma in essa
eziandio lo sguardo affermava che c'era qualche cosa di più della pura
bellezza fisica. Se questa mia veste di carne troppo misera e
disgraziata era indegna di rivolgere pure un desio a quella perfezione
di forme, non erano in me l'anima e l'intelletto capaci di levarsi
all'altezza e di parlare alla pari con quell'intelletto e con
quell'anima? Superbamente mi dicevo che sì; un orgoglio immenso
m'invadeva, e nella febbre di quell'agitazione pareva anche a me di aver
nella volontà e nel pensiero una forza da sollevare il mondo, purchè
trovassi il punto d'appoggio.
«Come fare per poter comparire agli occhi suoi in quel modo che indegno
non mi facesse della nobiltà non del suo blasone, ma della sua natura?
Questo pensiero si piantò fisso e potente nel mio cervello a regolare a
suo capriccio tutti gli altri a lui subordinati. Ne immaginai mille di
cose, tutte folli ed impossibili. Alla gloria fino allora non avevo
pensato mai. Non mi era nata mai la speranza, nè il desiderio, nè manco
l'idea che questa meschina personalità potesse innalzarsi al di sopra
delle altre per essere ammirata dalla nullità comune. Allora, di colpo,
vagheggiai la corona della gloria come un bene fra i più eccelsi; mi
parve anche, nell'intensità febbrile del mio pensiero, un diritto della
mia intelligenza. Oh! se avessi potuto recarle innanzi nella polvere
calpesta da' suoi piedi una fronte cinta del diadema che dà la sovranità
della mente riconosciuta e consecrata dalla fama! Ella avrebbe
apprezzata questa grandezza; ella non avrebbe più guardato all'infelice
viluppo, per accogliere quale sorella l'anima grande che si era
manifestata, come quella Principessa che baciava amorosamente le labbra
del deforme Alano Chartrain addormentato, per gli splendidi versi e pei
sublimi concetti che uscivano da quelle labbra.
«La gloria! la gloria. La mi abbisognava, la volevo. Essa mi appariva
più splendida nel guerriero e nel poeta. Sognai di diventar Napoleone;
sognai di esser Dante. Un Napoleone italico che combattesse le battaglie
della liberazione della patria, e poscia, acclamato da tutta una nazione
redenta e fatta potente, venisse a prostrarsi innanzi a lei per dirle:
«La mia grandezza è opera tua, la mia gloria sei tu; vieni a circondarti
tu pure di questa infuocata aureola che illumina il mio capo al di sopra
del comune livello dell'umanità.» Un Dante, rincalzato da tutto il
tesoro della scienza moderna, che gettasse di nuovo nel crogiuolo della
sua fantasia tutti gli elementi della vita, del pensiero e dell'affetto,
per trarne fuori l'enciclopedia del secolo travagliato, in un altro
splendido poema che comprendesse l'universo.
«Nemmeno pel pranzo non rientrai più in casa del signor Defasi. Mi
ridussi nella mia cameretta, mi vi chiusi dentro e su quello
scartafaccio su cui avevo cominciato a scrivere le emozioni dell'anima
mia, le lotte e i conquisti della mia intelligenza, su quelle pagine
scarabocchiai con mano febbrile i primi versi d'amore che erompessero
dal mio cervello. Quell'immagine giovanile mi stava sempre dinanzi. Io
le parlava come a persona viva che fosse presente e mi potesse
ascoltare. Una folle illusione mi faceva quasi sperare che la intensità
del mio desiderio e la forza delle mie preghiere varrebbero a
comunicare, non ostante ogni distanza ed ogni separazione, all'anima di
lei l'omaggio ed i tumulti dell'anima mia.
«Avrei voluto sapere di essa il nome di battesimo; quel nome con cui
l'aveva chiamata sua madre, col quale avrebbe avuto diritto di chiamarla
l'uomo a cui ella avesse dato l'amor suo. Conoscevo dell'idolo mio la
luminosa esistenza, non la voce con cui invocarlo ed evocarlo, non la
parola sotto cui volgerle la mia adorazione. Mi pareva che sapendo
questo nome era un raccostarmi di più a lei, era quasi un intromettermi
nel santuario della sua esistenza, era una maggiore rivelazione del Dio
a me suo adoratore. Come fare per giungere a questo scopo? Per un altro
sarebbe stata la cosa più semplice di questo mondo: interrogar
qualcheduno; forse lo stesso Defasi avrebbe potuto soddisfare alla mia
richiesta; ma io non avrei voluto a niun conto parlare di lei ad anima
viva. E tu se' il primo a cui ne tengo parola. Mi pareva una
profanazione; mi pareva che qualunque a cui mi rivolgessi avrebbe
sentito nel mio accento, avrebbe letto nel mio volto il mio caro segreto
cui con infinito pudore volevo a tutti nascosto.
«Una strana idea m'assalse. Mi ricordai ad un tratto di quell'aerea
forma che fino dall'infanzia a lunghi intervalli era comparsa ai miei
occhi, aveva parlato alla mia mente, confortatrice, consigliera,
amorevole protettrice. Da lungo tempo ella non si era mostra più, ed io
caduto, per conseguenza di alcune letture, in un nuovo scetticismo — e
ti parlerò eziandio, se non l'hai discaro, di questi travagli dell'anima
mia — io mi era sforzato a persuadermi che quelle apparizioni erano
stati null'altro che fantasimi del mio cervello ed a ritenerle come
illusioni morbose della mia immaginativa. L'amore che mi doveva ridonare
la fede — la nuova fede su cui ora fonda il mio spirito l'edifizio delle
sue convinzioni, dell'enciclopedia umana e delle conoscenze che è giunto
e giungerà mai ad acquistare — la fede nel mondo superiore, senza cui
manca all'essere uomo un elemento essenzialissimo pel suo proprio
svolgimento e perfezionamento — l'amore che doveva ridonarmi questa
fede, cominciò per farmi creder di nuovo alla realtà dell'esistenza e
dell'intromissione nella mia vita di quello spirito incorporeo che mi
era apparso in vaporose sembianze sotto forma di giovane donna.
«Siccome mi era dolce pensare che fosse mia madre a visitarmi pietosa
dal misterioso mondo di là della tomba; siccome non dubitavo che gli
oggetti postimi addosso nell'abbandonarmi infante non appartenessero a
mia madre, e specialmente quel rosario; io presi quest'ultimo dal luogo
riposto in cui gelosamente lo custodivo, lo strinsi con passione fra le
mie mani, me lo serrai sul cuore che palpitava concitato e con
un'aspirazione indefinita, inesprimibile dell'anima, pregai:
«— Madre mia, o qualunque tu sia, spirito mio benigno, vedi il mio
desiderio e soddisfalo tu, se puoi. Spirito immateriale, tu devi leggere
entro il pensiero, tu devi scorgere entro i segreti ripostigli
dell'anima. Vieni pietosa a parlarmi di lei, vieni a darmi quella forza
e quel merito che mi possano accostare all'altezza di quella creatura,
vieni a svelarmi, sia pur anche il più infelice, l'avvenire di
quest'amore che sento, che conosco essersi fatto la ragione e la
sostanza della mia esistenza.
«Stetti quasi tremante, con un palpito pieno di dolcezza, con un'intima
emozione che mi faceva correre lievi brividi per le vene, stetti, nella
mia cameretta invasa dalle ombre della sera, aspettando quell'aura
leggerissima d'alito che mi pareva soffiarmi in fronte all'apparizione
del fantasma, quell'opalino chiarore in mezzo a cui soleva disegnarmisi
innanzi l'incorporea forma.
«Aspettai vanamente.....»
— Ah! Esclamò Giovanni, del quale lo pseudorazionalismo, rincalzato da
un po' d'umore beffardo alla Voltaire si ribellava contro la secondo lui
puerile credenza nelle apparizioni di esseri estraumani. La tua mente,
rinforzata pel crescer cogli anni delle forze fisiche, rinvigorita per
gli studi maggiori e più assennati, non era più capace di quelle
fantasmagorie a cui si prestava nella puerizia e nella prima
adolescenza.
Maurilio fece un lieve sorriso scuotendo la testa.
— Aspetta, aspetta: diss'egli. Tu ti affretti di troppo ad imbrancarmi
nel gregge degli uomini positivi che credono soltanto a quell'universo
di cui le parti si possono misurare col bilancino e scomporre nella
storta del chimico. Ho passato per quello stadio ancor io: fu una crisi
cui attraversò fra le tante, quest'anima; come già ti ho detto, l'amore
me ne trasse, e l'apparizione dall'amore invocata ed evocata, fu il
primo atto che mi riscattò dalla schiavitù in cui ero caduto del
materialismo.
— Dunque la tua apparizione ebbe luogo? Domandò Giovanni con più
interesse di quanto la sua incredulità avrebbe fatto supporre.
— Sì..... Attesala invano in quell'ora mesta e soave del crepuscolo, che
era pure stata quella in cui mi si era presentata la prima volta, io
tornai a discredere, e indispettito meco stesso, proverbiandomi della
debolezza che mi dicevo esser cagione di cotali vane e sragionate
lusinghe, uscii nuovamente di casa per tornare a dare sfogo almeno col
moto del corpo, al tumulto dell'anima, all'agitarsi del pensiero.
«Dove mi recassero le gambe, anche senza preciso comando della mia
volontà, è facile indovinare. Uscii, riscotendomi, dalla riflessione in
cui ero assorto, quando mi ritrovai in faccia al portone del suo
palazzo. Mi fu impossibile strapparmi di là. Una forza centuplicata
d'attrazione pareva inchiodarmi i piedi sopra i sassi di quel selciato.
Il cuore mi batteva, mi batteva; la testa mi era rintronata; gli occhi
non vedevano distintamente; i lumi che apparivano dalle finestre mi
parevano mandare non raggi ma mille sprazzi di scintille che turbinavano
come un fuoco d'artifizio; i rumori mi giungevano al cervello ora come
lontani e traverso una tramezzatura soppannata, ora come accresciuti a
cento doppi di forza da quasi indolorirmene.
«Stetti colà, di questo modo, non so quanto tempo. La mia mente intanto
sognava. Quest'io che s'agita in me vestiva nuove forme e conquistava
nuovi destini. Il materialismo che aveva confuso e identificato me
spirito a questa miserabil carne che mi circonda, che disconoscendo
l'essere intimo e superiore mi aveva fatto credere che intelligenza,
volontà e pensiero non erano che risultamenti della materia organata;
questo crudele, empio e sofistico filosofismo cedeva di botto le armi
all'invasione d'un amore che nulla aveva di sensuale ed aleggiava
purissimo nelle sfere della spiritualità. Senza più contrasto riconobbi
possibile che quella parte essenziale di me a cui la potenza appartiene
di volere e di pensare, fosse di altre forme vestita, più nobili, più
acconcie e leggiadre. Sentii nel carcere delle disadatte membra
incatenata l'anima: ed è quest'anima cui riconobbi non indegna di amare
a quel modo quella tanta idealità incarnata in tanta bellezza.
«La nobile fanciulla rappresentava per me tutto quello che vi ha di
superiore negli affetti e nella capacità intellettiva della natura
umana. Fin da bambino l'anima mia, inconsciamente, aveva anelato a quel
mondo superiore dell'idealismo, dove le deficienze della creazione
inferiore nella grossolanità della materia non alterano, non
avviliscono, non contraffanno l'archetipo dell'idea divina; il non aver
mai potuto attingere colle mie aspirazioni pure un adombramento di
quella suprema bellezza, i duri attriti della vita sociale in mezzo alle
cui più grosse difficoltà il destino mi aveva balestrato, una scienza
insufficiente, carpita, per così dire, a casaccio in mal digeste
letture, mi avevano fatto disperare di giungere non fosse che alla
soglia di quel mondo superiore, mi avevano fatto negare che quel mondo
esistesse. Ad un tratto la luce di quella regione celeste mi raggiava di
pieno negli occhi con quella verginale beltà. Io era forse indegno di
arrivarlo; ma l'ideale esisteva e la perfezione di forme illuminata
dall'idea in quell'essere di fanciulla n'era un'incarnazione sublime.
«Perchè la mia anima non aveva ella vestite delle sembianze che stessero
a paro con quelle di lei? Era ella una condanna, od una mia colpa od
un'ingiustizia? Era codesto un segno dell'inferiorità essenziale dello
spirito mio? Ma se nella chiostra del mio pensiero sentivo una forza che
abbracciava i mondi, e più audace che non avessi trovato in altrui, si
elevava a battere alla porta dei misteri della creazione! E questo era
un mistero terribile e impenetrabile eziandio; ma era: che due anime,
forse pari e degne l'una dell'altra per loro intima natura, si potevano
trovare quaggiù separate per la disparità delle forme, per la distanza
delle condizioni sociali, a distribuire le quali cose è forse una legge
eziandio, ma a noi cotanto ignota che la chiamiamo caso. Ora l'opera di
questo caso o legge misteriosa potrebbe la volontà umana, collo sforzo
portentoso del suo travaglio, distruggere, riparare, sconvolgere? In
altri e più speciali termini, il povero trovatello, miserabile, brutto,
disprezzato, reietto avrebbe potuto coll'intelligenza, colla virtù,
colla grandezza dell'opera sua elevarsi sino alla superba fanciulla,
bella, nobile e ricca, che a lui appariva nell'orizzonte della vita come
all'umile pastore delle montagne la splendida luce della stella del
mattino?
«Ecco il quesito che già mi poneva dinanzi inesorabilmente, come
l'enimma della sfinge, la febbre della passione.
«Fino a quando sarei rimasto colà inchiodato a quei ciottoli della
strada noi saprei dire; ma un avvenimento me ne venne a strappare.
Quella medesima carrozza che la mattina era venuta alla porta del
fondaco, uscì di sotto il portone del palazzo. Come un lampo mi passò
davanti la visione di quella bellezza colla sua aureola di capelli
d'oro. Non deliberai, non pensai, non seppi nemmeno quel che facessi; ma
d'un balzo mi trovai seduto sulla predella di dietro della carrozza. Più
volte mi avvenne poi di fare quel medesimo; ed ancora ieri sera di
questa guisa l'accompagnai al ballo dell'Accademia. La carrozza si fermò
alla porta del Teatro D'Angennes. Vidi lei discendere ed entrare colà
dentro. Rimasi alcuni minuti perplesso. Non ero ancora entrato mai in
nessun teatro: non osavo avventurarmi in quel luogo di cui non avevo la
menoma idea; non sapevo come fare; ed una irresistibile forza mi traeva
a seguitarla. Cedetti e di slancio m'introdussi nella stanza d'entrata
come farebbe chi si gettasse in una voragine di fuoco. Il portinaio mi
arrestò domandandomi il biglietto. Arrossito sino alla radice dei
capelli, confuso, balbettante, mi feci spiegare che cosa fosse, come
avessi da fare per procurarmelo, e mi affrettai a seguire le datemi
indicazioni. Pagai ventiquattro soldi, che per me rappresentavano anche
allora una somma di qualche rilievo, e seguii i passi di alcuni che
entravano eziandio in quel momento.
«Era già tardi: lo spettacolo incominciato e la folla in platea tale che
ai nuovi venuti non era possibile più lo entrarvi. Dal di là della
soglia nel vestibolo, di sopra le spalle e le teste di coloro che mi
erano davanti, vidi un ambiente pieno di luce con in mezzo un lampadario
ad innumerevoli fiammelle. I suoni dell'orchestra e i canti degli
artisti lo riempivano d'armonia, e le onde sonore di quella musica
venivano a percuotermi travelate e ad intermittenze la testa.
«Dello spettacolo mi curavo poco; ma volevo vederla — lei!
«Udii due de' miei vicini che si dicevano: — qui non si può veder nulla.
Andiamo su in _paradiso_, chè qualche cantuccio da allogarci ce lo
troveremo.
«S'avviarono di fretta su per le scale, ed io li seguii.
«Quando fui al secondo pianerottolo uno di quei tanti usci che erano nei
corridoi, l'uscio appunto che si trovava precisamente in faccia a chi
finiva di salire quella branca di scala, si aprì. Ne venne fuori un
giovane, il quale avendo ancora da dire qualche parola a quelli che eran
dentro, tenne un istante, standovi sulla soglia, mezzo aperta la porta.
Rimasi piantato là innanzi. Il mio sguardo penetrato là dentro aveva
visto disegnarsi sul fondo luminoso del teatro il divino profilo di lei.
Ella teneva il gomito appoggiato al parapetto e la testa un po'
reclinata posando lievemente sulla mano la guancia; ascoltava più che
attentamente con emozione la musica, e la sua mossa naturale,
abbandonata, di cui ben vedevasi ella non esser conscia per nulla, era
la più graziosa, la più avvenente, la più adorabile ch'esser possa mai.
«Ma ratto la visione fu tolta agli occhi miei. L'uscio s'era richiuso,
il giovane era partito senza punto badare a me; io mi ritrovava più
impacciato che prima di quel che dovessi fare. Essa era là, così vicino
a me, separata soltanto da un uscio e da pochi passi. Ma codesto non mi
bastava: gli era vederla ch'io voleva, di ciò avevo bisogno; l'ardente
desiderio di contemplarla era insaziato in me e da non saziarsi. Salii
di volo le scale che ancor rimanevano; giunsi nel loggione, e capii
tosto che doveva esserci colà un punto da cui avrei potuto vederla.
Corsi sollecito all'estremità verso il proscenio dalla parte opposta a
quella dove avevo visto ch'essa si trovava; dall'ultima apertura d'onde
non si può vedere sul palco scenico che da chi si trova in prima linea,
ed ancora stentatamente, trovai modo di gettare uno sguardo nel
sottoposto teatro. La vidi; e ciò mi bastò. Mi appoggiai colle spalle
alla parete, e stetti senza più muovermi, senza più batter palpebra,
cogli occhi fissi su quell'adorata visione.
«Come già ti dissi, non ero stato mai in nessun teatro; quel caldo,
quell'afa, quel rumore mai non mi avevano avvolto; era un tutto nuovo
ambiente per me in cui non sapevo ancora, direi quasi, respirare, e per
cui opprimendomisi il petto mi veniva impacciata la circolazione del
sangue e procurato di questo un ingombro al cervello. Continuavano per
me le percezioni ad essere confuse, pressochè senza giusta misura, ora
troppo vive, ora troppo smussate, or tarde, or lente, uno stranissimo
complesso che non sapevo più se era vita o fantasmagorìa, se realtà o
sogno.
«Musica teatrale e canto drammatico non avevo udito mai. Conoscevo
solamente i canti di chiesa e il suon dell'organo che nella mia infanzia
al villaggio m'intenerivano l'anima, senza pur ch'io ne sapessi e
cercassi sapere il perchè. Di poi, dacchè ero a Torino avevo sentito
scuotermisi le fibre e sussultare i nervi a qualche marcia concitata
suonata dai corpi di musica della guarnigione. Non conoscevo con
linguaggio di melodia che due sole espressioni, la religiosa e la
guerresca: tutto il resto degli umani affetti e delle passioni del cuore
che trova una voce così efficace nell'infinito degli accordi musicali,
era ancora libro chiuso per me. Ero in condizioni tali da rendermi le
prime impressioni che ne ricevevo, le più forti e profonde che mai:
quelle prime impressioni che in cuor giovenile hanno pur sempre
intensità ed efficacia cotanta. Al momento in cui ero giunto ad
allogarmi in quel cantuccio del loggione, suonavano pel teatro due voci,
una d'uomo e l'altra di donna, due voci soavi che s'accordavano insieme
a meraviglia in una melodia piena di passione e d'incanto. Aveva
incominciato la voce di tenore, poi quella di donna aveva risposto e per
ultimo si assembravano insieme con islancio d'inesprimibile effetto.
Cantavan d'amore; si davano un addio, separati quali dovevano essere
dalla sorte; si scambiavano un pegno del mutuo affetto che li stringeva,
e si giuravano eterna la fede.»
— Buono! Interruppe Giovanni: gli è la _Lucia di Lammermoor_ che tu hai
udito.
— Non so, rispose Maurilio, non avevo guardato i cartelloni, non li
guardai nè anche di poi, non me ne venne pure il pensiero. Le parole non
potevo capir bene, ma capivo a meraviglia la musica, e ne capivo ancora
di più il significato e la bellezza, vedendone le emozioni dipingersi
sulle sembianze di lei..... Quelle medesime emozioni che provavo io,
nascosto nel mio cantuccio, compiutamente ignorato. Ella stava immobile,
tutto tutto attenta alla scena, non prestando il menomo ascolto alle
chiacchere che colla signora ond'era accompagnata facevano parecchi
giovani civili e militari che si scambiavano e succedevano in quella
loggia. Io ne vedeva di tre quarti il viso leggiadro, e il puro ovale
delle sue guancie spiccava a meraviglia sul fondo rosso della
tappezzeria; i suoi occhi di colore indefinito, ora verdi come il mare,
ora azzurri come il cielo, ora scuri come una perla nera, limpidi sempre
come la stella del mattino, i suoi occhi strani di cui non v'ha pari, di
inesplicabile, ma sublime, ma inarrivabile bellezza.....
— Un momento: interruppe di nuovo Giovanni Selva. Sì, gli è vero che gli
occhi di quella ragazza sono veramente straordinarii ed hanno una certa
segreta malìa che non si può definire; ve ne hanno pochi in verità di
tali occhi, ma per bacco non sono i soli, e un paio di simili ce l'hai
tu stesso, Maurilio.
— Io? Esclamò il povero innamorato arrossendo sino alla fronte.
— Tu, in verità. Sicuro! Più ci penso e più ci trovo una gran
rassomiglianza fra questi tuoi che lucicchiano qui in queste tenebre
come quelli d'un gatto e gli occhi di quella nobile donzella. Ma
continuiamo il tuo racconto. Che cosa facevano quegli occhi ammirabili
ed ammirati?
— I suoi occhi si lumeggiavano così bene delle interne emozioni
dell'anima che a me le rivelavano più chiaramente che non avrebbe potuto
fare la parola. La tenerezza, la pietà, il nobile diletto delle generose
commozioni apparivano nei raggi di quegli sguardi sicuri e modesti, non
cercatori nè pur curanti dell'omaggio ammirativo d'altrui, e nella loro
indifferenza della gente non disdegnosi nemmanco nè oltraggiosamente
superbi. Si vedeva che in quell'anima risiedevano, come in loro proprio
luogo, tutti i più degni affetti ed i più nobili sentimenti, i quali in
quel punto, suscitati dalla malìa di quella musica, attestavano collo
splendore dell'esterna bellezza la loro divina presenza. Oh! come sentii
che era capace di sublimissimo amore quell'essere che m'accorsi
palpitare com'io palpitava, a quelle onde di meravigliosa armonia! Oh
come avvisai che felicissimo sarebbe l'uomo il quale potesse porre una
mano su quel cuore e sentirlo battere per lui! A me il solo provare
insieme con lei le emozioni di quei momenti, tornava un massimo diletto,
pareva una ventura che alcun poco ci raccostasse. Quanti altri erano
colà ad udire i medesimi suoni e partecipar quindi delle emozioni
medesime! Eppure mi pareva che dalla massa comune noi due soli, ella ed
io, ci separassimo per provare più veramente e più altamente quelle
sensazioni che il genio del musico aveva voluto suscitare, e percepire
più chiaro, più giusto, più completo l'ideale della sua creazione. Non
ero geloso di tutti gli altri che dividevano meco la felicità di
respirare nel medesimo ambiente di lei, di commuoversi delle medesime
dolcezze; nessuno di certo sapeva innalzarsi alla altezza delle
sensazioni di quell'angelica creatura; io superbamente mi dicevo che
coll'ardore dell'amor mio ci arrivavo. Non ero geloso il meno del mondo
di quegli eleganti che nel suo palchetto ciarlavano e ridevano con
zazzere arricciate, con baffi incerati, con guanti bianchi alle mani e
la lente nell'occhiaia, azzimati, ornati, studiati nell'acconciatura e
nelle mosse, leggiadrissimi di bellezze da figurino, ameni fors'anco ed
ingegnosi ed arguti nella conversazione e nel motteggio, ma senza un
lampo nella fronte e negli occhi d'una superiorità qualsiasi dell'anima
o dell'ingegno. Perchè esserne geloso? Ella se ne curava così poco!...
«Lo spettacolo dopo quel canto a due fu interrotto, e grandi applausi
suonarono per tutto il teatro durante più d'un quarto d'ora. Capii di
poi che un atto era finito. Quel fracasso, a cui non ero abituato, mi
rintronava fieramente con dolorosa vivezza entro la testa. Mi serrai al
petto le braccia e chiusi gli occhi come se isolandomi per la vista,
potessi anche sceverarmi dal baccano di quella folla strepitante in
quella gran sala, che si apriva come un vasto pozzo luminoso al di sotto
di me, entro il quale mi pareva rimuggisse il demoniaco tumulto
dell'inferno di Dante.
«Mi pareva così di rientrare alquanto in me stesso, e ne avevo immenso
bisogno. Quel giorno era troppo ricco d'emozioni per l'anima mia. Due
tremende rivelazioni mi si erano fatte: quella dell'amore e quella d'un
nuovo mondo nell'arte. L'intelligenza vacillava abbracciata tenacemente
dalla passione, e sentiva che da questa stretta, fatale come la lotta di
Giacobbe coll'angelo, doveva uscirne o ringagliardita con più forti ali
al volo, o spossata ed impotente. L'idea vedeva squarciarsi dinanzi un
velo, e il suo sguardo penetrava nella zona senza limiti e misure del
sentimento dalle forme indefinite, e capiva che scorrendo in quel campo
od avrebbe attinto nuova grazia alle sue creazioni, o si sarebbe
smarrita nelle incertezze di contorni sfumati d'una sentimentalità senza
sostanza. E l'amore intanto mi stringeva come con una tanaglia il cuore,
mentre mi cantava sotto il cranio la melodia di quell'ultimo accento
d'addio dei due amanti.
«Le palpebre abbassate non mi precludevano così bene l'adito alle
pupille della luce ond'era invaso il teatro, che nel campo scuro innanzi
ai miei occhi non tardasse ad aprirsi come un cerchio rossigno, il quale
allargandosi occupò tutto lo spazio indefinito della mia visione, e nel
centro, frammezzo ad un'aureola più luminosa, mi apparve la figura di
lei, quale avevo vista testè, quale non avevo che ad aprire gli occhi
per vedere viva e reale.
«La contemplai meco stesso, come un'immagine stampata nella mia mente.
Intorno alla seria e dolce sua fisionomia aleggiavano, per così dire, le
note melodiose di quel canto d'amore onde l'anima mia s'era impregnata;
i suoi sguardi lampeggiavano di una luce sovrumana e mi parevano fissi
su me raggiandomi addosso un soave calore. Ebbi di botto il bisogno di
vedere la realtà di quell'immagine. Aprii gli occhi. Aimè! Essa era
volta verso l'interno della loggia e non mi presentava più che le ricche
ed abbondanti treccie dei suoi capelli dorati raccolte in un voluminoso
ammasso sopra della sua nuca.
«Ricominciarono i suoni ed i canti. Non ti dirò tutte le sensazioni che
passarono nell'anima mia, perchè non la finirei più. Era un sogno, un
mirabile succedersi di fantasie, di visioni impossibili, di chimere
ineffabili. Non vivevo più della vita terrena; ero trasportato come in
un'esistenza superiore, con altri sensi, con altre percezioni; ero nel
delirio della pazzia o del genio: non mi riconoscevo più me stesso; non
sentivo più di me che il mio amore in un turbine d'emozioni
inesprimibili.
«Il dramma musicale seguitava la sua splendida evoluzione di melodie.
Udii i gemiti della fanciulla innamorata cui sacrificavano all'interesse
in un matrimonio abborrito, imponendole un tradimento alla sua fede;
udii i canti di festa per le infaustissime nozze; udii la voce di dolor
disperato e il grido di maledizione che mandò l'amante tradito, tornato
giusto a tempo per assistere all'irrevocabil sanzione di quell'infame
patto che gli toglieva l'amor suo per sempre. Rabbrividii,
raccapricciai, riarsi. Vissi della vita immaginata di quell'infelice,
sentii me stesso trasportato in quegli avvenimenti ed io parte
principale; soffrii del dolore di quella musica che piangeva, che
minacciava, che supplicava, che malediva. Il concerto sublime, affatto
nuovo per me, di suoni e di voci in quel grandioso finale che svolgeva
la sua imponente frase solenne, mi produsse un magico effetto. Parevami
di sentirmi capace di qualunque maggior virtù, di qualunque eroismo, di
qualunque sacrifizio. Per lei, innanzi a lei, avrei incontrato felice la
morte del martire....
«Ella pure era trasportata e commossa.... Sì, certo; non era una folle
superbia la mia, le nostre due anime si incontravano nei sentimenti
medesimi.....
«Come passarono rapidi quei momenti i quali pur tuttavia furono occupati
da tanta immensità di pensieri e di sensazioni!.. Ella, prima che lo
spettacolo terminasse, si partì. Non potei più rimanere colà neppur io.
Feci il possibile per affrettarmi a venir fuori da poterla ancora vedere
prima che salisse nella carrozza; ma la troppa gente che era stipata nel
loggione, e traverso cui dovetti aprirmi il passaggio, mi ritardò
talmente che quando fui alla porta del teatro, la carrozza da cui ella
era trasportata più non poteva non che raggiungersi, vedersi
nell'oscurità della notte.
«Girai lungamente per le strade e le piazze di Torino, senza direzione,
senza pensieri ben precisi nella testa, con tutto un caos di idee
indiscernibili e di inesprimibili affetti. Batteva la più limpida luna
che esser possa. Quei concenti musicali mi ronzavano dentro il capo,
confusi l'uno coll'altro, vaghe reminiscenze che non potevo afferrare e
far concrete. Pensavo a lei, pensavo al mio avvenire; poi ad un tratto
mi ricordavo del villaggio e della mia infanzia, dei maltrattamenti
della Margherita e delle soavi parole e della fisionomia amorevole di
don Venanzio; di colpo tutto quel mulinìo di pensieri cessava e svaniva,
e mi trovavo colla testa vuota, con una smemorataggine strana e che mi
stupiva, con non altra sensazione più che una specie d'indolorimento nel
cervello affaticato. I piedi mi si piantavano di per sè a quel punto
dove mi trovavo; guardavo stupito o meglio stupidito intorno a me;
fissavo la luna, le stelle, l'ombra scura delle case allungata nelle
vie, il rossigno chiarore oscillante dei lampioni alle cantonate. Mi
riscuotevo in sussulto ed un nuovo èmpito di pugnaci pensieri m'invadeva
il cervello.
«Corsi a casa e mi rinchiusi nella mia povera soffitta, entro cui
guardava con quella specie di suo calmo sorriso la sembianza di volto
della luna. Aprii le invetrate, e la fronte esposta all'aria fresca
della notte mi appoggiai coi gomiti al davanzale e stetti là continuando
quella corsa matta del mio cervello fra le più strane immagini alla più
impossibile chimera.
«La luna venne calando mano a mano, e poi sparì; mi rimanevano dinanzi
le stelle tremolanti che mi parevano uno scintillìo di sguardi che mi
osservassero dal fondo dall'infinito.
«— Che cosa siete voi, esseri misteriosi dello spazio interminato?
Esclamai tendendo loro le braccia con aspirazione dissensata. Soli di
mondi innumerevoli, vedete voi travagliarsi nelle vostre sfere
l'intelligenza? lottare la vita? palpitare l'amore? Vivete voi? Soffrite
voi? Amate voi?.... E perchè? A quale conclusione camminate voi o mondi
nell'eterno avvolgimento delle orbite vostre?.... La spiegazione di
tutto l'universo è il nulla, il risultamento di tutto il lavoro della
immensa natura è una cieca necessità senza ragione che in un momento può
distrursi da sè stessa e ripiombare la materia nella fusione primitiva,
e noi intelligenze che possiamo apprendere al nostro passaggio un lembo,
un adombramento della verità, dobbiamo disfarci e disperderci nel nulla,
perchè questa verità intiera non sia mai da nessuna intelligenza, da
consciente volontà abbracciata? Perchè avremmo adunque l'idea
dell'infinito? Perchè allora quest'amore che mi pare coesista eterno
nell'anima mia e debba accompagnarmi nell'eternità del futuro?.... Oh
amore! Sei tu dunque l'ultima ragion delle cose?.... Sei tu il centro di
attrazione dell'universo? Sei tu il Dio supremo dell'esistente?
«Un fiotto di fede e di poesia invase l'anima mia, su cui era passato
l'amaro soffio della negazione. I versi e le immagini sobbollirono nel
mio cervello. Mi slanciai al mio tavolino, accesi la mia lucernetta e
con mano convulsa sotto l'impeto della pressante ispirazione, indirizzai
a quella sublime bellezza che mi era apparsa nella vita, un secondo inno
d'amore.
«La testa mi abbruciava, il cervello mi doleva come se la fronte fosse
un cerchio di ferro che soverchiamente stringesse l'intelligenza; il mio
cranio pareva un letto di Procuste all'espansione del mio spirito; il
sangue mi si affoltava nei polsi con penosa violenza. Mi parve ad un
punto che il mio collo era troppo debole a sostenere il mio capo invaso
e saturo da un mondo d'idee; posai le braccia sul piano della tavola e
sopra di esse reclinai la testa occupata da tanta tenzone. Non mi parve
chiudessi gli occhi, ma pure innanzi alle mie pupille la fiammella della
lucerna si affievolì, si scemò, si ridusse ad un punto impercettibile
che pareva una di quelle stelle di menoma grandezza che mi apparivano
poc'anzi nell'abisso de' cieli. Dalla finestra che avevo lasciata
aperta, entrò un fresco alito di vento che corse ne' miei capelli come
la carezza leggiera d'una mano amorosa, che mi temperò l'ardor della
fronte sfiorandola come il soffio d'un bacio soave. Nella mia stanza non
era tenebra, e non vi era tuttavia luce terrena. Un indescrivibile
chiarore pallido, azzurrigno, mite come il riflesso d'una perla, era
diffuso intorno a me quasi una nebbia leggiera; somigliava alla luce
delle nebulose, cui travede nelle incalcolabili distanze dello spazio il
telescopio dell'astronomo. Era un sopore il mio? No. Ero tolto al
movimento della vita, alle impressioni più grossolane dei sensi
corporei, ma perdurava in me la coscienza di me stesso. Vi ha una razza
d'insetti, i cui figli, appena sbocciati vermiciattoli, hanno mestieri
di cibarsi del corpo vivo d'un'altra specie di animaletti. I genitori di
questi crudeli vermi, i genitori che muoiono tosto dopo allogate nel
nido le uova che saranno i loro figli cui essi non vedranno mai; i
genitori, dico, per ammirabile guida di quell'istinto che è uno dei più
grandi misteri della natura, vanno alla caccia di quegli animaluncoli
della cui carne i loro nati avranno bisogno di pascersi, e poichè
occorre che questa carne sia viva tuttavia, presili, col loro
pungiglione li feriscono in guisa che la vita permane in essi, ma ogni
possibilità di movimento è loro tolta da poter difendersi dal morso dei
neonati e nemmanco fuggirlo.
«Io era press'a poco in quella condizione. Vivevo e sentivo di vivere,
ma nello stesso tempo era come dire sospeso il giuoco per cui la volontà
trasmette i suoi cenni ai muscoli per via dei nervi, pareva fra la parte
di me che determina e quella che obbedisce, sciolto momentaneamente il
legame.
«Tra la luce della lucerna offuscatasi e me, parvemi veder sorgere come
un fumo biancolastro, come un vapore, una forma diafana che s'atteggiò a
sembianze di donna. Un'intima contentezza mi nacque nel cuore e si
dilatò per tutto l'esser mio. Era la mia visione che da tanto tempo mi
aveva abbandonato: era dessa che tornava a visitarmi. La medesima
incertezza sfumata di sembianze, ma in essa pure il medesimo
adombramento di quel soave ed amoroso sorriso. La salutai con
un'aspirazione del cuore entro il mio corpo immobile come un cadavere.
Ella mi rispose con un moto avvenente del capo, poi si chinò verso di
me; udii intorno a me suonare come un lieve susurro; parevami fosse quel
venticello della finestra che murmurasse entro i miei capelli. Ma questo
susurro, ma questo mormorio parlava. Capii le seguenti parole:
«— Ella si chiama Virginia!
«Virginia! Questo nome si ripetè come da un'eco sotto la volta del mio
cranio, penetrò come una dolcezza sino al mio cuore, si stampò nella mia
memoria per non iscancellarsene mai più. Intorno ad esso mi parvero
raggrupparsi tutte le armonie che avevo udite quella sera o che mi
risuonavano ancora in tumulto entro la testa. Mi parve che in vero non
altro nome poteva essere il suo fuor di codesto; che dovevo saperlo e
che l'avevo dimenticato; che invocandola con questo dolcissimo nome
verginale doveva al mio rispondere il suo pensiero.
— E questo, in realtà, è egli il nome di quella ragazza? Domandò
Giovanni Selva.
— Lo è: rispose Maurilio. Il mio spirito benigno non mi ha mai
ingannato.
— Senti: disse allora Giovanni con serio accento ponendo amorevolmente
la destra sulle mani che Maurilio teneva intrecciate sulle sue
ginocchia. Io non voglio contraddire per vaghezza di discussione le tue
credenze a questo riguardo; ma in faccia ad avvenimenti che escono dalla
cerchia comune dei fatti terreni, consentimi, ed anzi deve essere tuo
desiderio eziandio, che tali avvenimenti si cimentino alla critica della
ragione, e se si potrà trovare ad essi una spiegazione che non esca dai
limiti della natura....
Maurilio interruppe vivamente:
— Ma nulla di quanto accade nell'universo mondo, non esce mai dai limiti
della natura. Perchè l'uomo non ha tuttavia certificati con una scienza
che ha la vista corta alcuni fenomeni cui trova più comodo negare;
perchè non ha scoperto ancora le leggi onde questi fenomeni hanno
origine e regola, superbamente afferma che quei fenomeni non sono nella
natura, e che questa non ha leggi per essi. Ma la diva natura, che è la
volontà e la logica di Dio, abbraccia tutto, tutto, tutto, l'esistente
ed il possibile, il sensibile e il sovrasensibile; ed è uno strano e
temerario rimpicciolirla il volerla rinserrare negli angusti termini
dell'intelligibile e dell'apprensibile umano. Per me non vi ha nè
sopranaturale, nè oltrenaturale; vi ha una immensa natura di cui l'uomo
non apprende che una menoma parte: quella più direttamente in contatto
con esso, della quale ha già ampliata colla scienza di molto la
cognizione e l'amplierà ancora in avvenire, ma per non giunger mai in
questa vita terrena ad abbracciarne pur l'idea del complesso. La chimica
e la fisica hanno allargato di molto alla cognizione umana il campo
della scienza della natura: le meraviglie dell'elettrico e del
magnetismo afferrate dallo studio di questo secolo sarebbero parse cosa
sopranaturale alla poca scienza dei nostri padri; la poca scienza di noi
rigetta ancora fra le favole e le illusioni fenomeni cui non solo
crederà ma spiegherà, come ha spiegato la legge dell'attrazione, la
scienza dell'avvenire. Nulla dunque di sopranaturale, bensì di sottratto
alla volgarità comune dei sensi dell'uomo...
— Come vuoi: soggiunse Giovanni: ma pur tuttavia mi ammetterai che
questi sensi, per quanto volgari, sono dati all'uomo perchè, mercè
l'aiuto della ragione, colla potenza riflessiva e critica, e' si faccia
capace di tutta quella verità cui possa arrivare. Quando la immensa
maggioranza degli uomini, e con a capo di questa alcuni eminenti per
ingegno e per istudio, affermano che certi fenomeni sono tutt'altro che
esistenti nella realtà naturale delle cose, noi abbiamo un elemento di
giudizio irrefragabile per credere piuttosto che la verità è dalla parte
di codestoro. Tu mi dirai: sono invece i pochi dall'altra parte che,
avendo una organizzazione speciale e più eletta, vedono e sentono meglio
e più in là della grossolanità sensitiva della comune degli uomini. Ma
chi ci può affidare della verità di siffatta ipotesi? È pur cosa posta
in sodo che il cervello umano è, in parecchi individui ed in parecchi
casi, soggetto all'allucinazione; nè tu vorrai darmi per apprensioni di
alcuna parte di vero i delirii della febbre e della pazzìa, le chimere
d'un fantasticante, le immagini dei sogni.
— Chi sa? Ve ne possono essere dell'una e dell'altra sorte: fallacie del
senso intimo e fugaci visioni guaste dal mezzo ambiente o dallo
stromento apprensivo.
— Ma quale allora la stregua a misurare il grado di attendibilità di
queste manifestazioni e sceverarne i vaneggiamenti dalle realtà?
— Quale? Quella ragione che tu invocavi poc'anzi colla sua critica
riflessiva.
— Ma la ragione comincia per dire a me che tutto questo è un
assurdo.....
— Ciò non è la ragione che lo dice; è un pregiudizio. Se tu, a mezzo del
secolo scorso, avessi detto all'uomo più colto di quel tempo di
criticismo e di acume osservativo, avessi affermato ad un enciclopedista
che sapevi un mezzo di dar moto e spasimi ad un cadavere, il tuo
ascoltatore, che voleva appunto mettere in seggie la natura e gettare
abbasso tutto ciò che credeva all'infuori di lei; egli che non aveva
ancora il menomo sentore del galvanismo, ti avrebbe risposto crollando
le spalle che la sua ragione gli diceva la tua assertiva essere un
assurdo.
— La ragione, se non altro, mi dice fondatamente che quando d'un
fenomeno si può dar la spiegazione che entra nei limiti delle leggi e
delle regole conosciute, è pericoloso e nocivo, o quanto meno, è vano
andar cercandone di strane spiegazioni che turbano ad ogni modo la
logica di quel complesso di regole e di fatti cui comprende l'uomo sotto
nome di natura...
— Ne turbano il falso e ristretto concetto; si armonizzano invece in una
più ampia apprensione dell'opera di Dio... E quando poi la ragione ti
dicesse che colla spiegazione dei tuoi limiti e regole conosciute non si
spiega niente?...
— Aspetterei allora a pormene il quesito; e prima di ammettere che la
scienza positiva ha torto, vorrei anzi ammettere che la mia intelligenza
o il mio organismo sono in difetto. Del resto io vado molto guardingo
nel riconoscere la realtà di questi fatti non ispiegabili colle norme
della nostra conoscenza scientifica moderna. Il più delle volte tali
avvenimenti non sono niente affatto certificati. Ora qui, nel caso
nostro, mi trovo a fronte una tua affermazione, a cui mi piace e devo
prestare ogni credenza. Ma del fatto così provato nella sua materialità,
lasciami cercare la ragione in quei fenomeni che per me sono naturali,
non in quelli che eccedono la comprensione ch'io posso avere della
natura. Se questa ragione la trovo in tal modo, perchè non mi vi
acqueterei più volentieri che non in un ordine nuovo di fenomeni e di
leggi a cui ripugna il mio intelletto, e di cui la scienza non mi dà la
menoma prova?
— Udiamo adunque la tua spiegazione materialista: disse Maurilio col suo
strano sorriso.
— Eccola. Lungo tutta la giornata la tua mente era rimasta fissa in un
solo pensiero, la tua anima ferma in un solo desiderio: il pensiero di
lei, il desiderio di saperne il nome. La passione, fattasi, appena
sorta, gigante nel tuo cuore, la tensione continua della facoltà
pensativa, l'effetto straordinario e profondo che fecero sulla tua
natura impressionabile una stupenda musica primamente udita, un nuovo
spettacolo non visto mai, cagionarono in te quel certo eccitamento
nell'organo cerebrale, cui produce con più o meno differenza ed
intensità la ebbrezza dei vapori alcoolici, il delirio della febbre, il
misterioso fenomeno del sogno, quello stato speciale morboso della parte
intellettiva pel quale certe fantasmagorie soggettive prendono
proporzioni e natura di cose estrinseche, oggettive e reali. Tu non
avevi pensato ad altro di tutto il giorno; era naturale che sognassi di
codesto; il tuo organismo è disposto a queste astrazioni della fantasia
ed a far concreti questi fantasmi del tuo cervello; nulla di più
naturale che ciò succedesse in siffatta occasione e con tanto maggior
potenza di verosimiglianza. Tu non hai visto che le idee del tuo
cervello prender corpo apparentemente all'infuori di te nella lanterna
magica d'un sogno, riflessione anormale ed inconscia del tuo pensiero.
Maurilio scosse la testa, sorridendo ancora a quel modo.
— E come va che questo sogno, che questa riflessione anormale, che
questa fantasmagoria morbosa, o come vuoi chiamarla, mi apprese una
verità che ignoravo? Poichè il fatto è che quel nome erami del tutto
ignoto, e quello dettomi dall'apparizione fu il vero.
Giovanni esitò un poco per cercare una ragione.
— È un indovinamento, disse poi, che forse non si deve che al caso.
— Ah! il caso? Esclamò Maurilio con accento di trionfo. Questa sì che è
la spiegazione per cui non si spiega niente: questo sì che è il comodo
mezzo d'uscir d'impiccio in ogni più grave quesito che vi affacci la
natura e l'anima umana. La creazione? Il caso. L'armonia infrangibile di
essa? Il caso. La presenza e la comparsa dell'intelligenza in mezzo al
mondo della materia? Il caso..... No: questo cieco Dio, cui crea la
cecità dell'uomo, non ispiega nulla. A seconda che sminuisce l'ignoranza
umana si restringe l'azione e la potenza di questo nume senza ragione.
Noi chiamiamo caso il risultamento di leggi che ci sono ignote così da
non averne sospettato pure l'esistenza. Se l'umanità potrà progredire di
tanto che legga in tutte le pagine del gran libro di Dio, il regno
dell'azzardo, che mano a mano si rimpicciolisce, sarà del tutto
scomparso.
Fece una pausa di pochi minuti, recandosi sovra se stesso e stringendosi
colle sue grosse mani la fronte vastissima, come per raccogliervi ed
ordinare le idee che vi si agitavano per entro. Poscia ad un tratto
risollevò il capo e riprese a parlare con più forza, e direi quasi con
più autorità:
— Ma non fu questo del nome di lei il solo vero che il mio benigno
spirito in quella notte memoranda mi apprese. Ti ho detto che sotto
all'influsso di quell'eccelso amore, già la fede aveva ripreso a
picchiare alle porte della mia intelligenza per abbattervi la negazione
trincieratavisi col sofisma, già aveva invaso l'anima mia colla
ineffabile forza dell'affetto; ma difettava tuttavia la ragione logica e
suprema che coordinasse gli elementi sparsi, che chiarisse i confusi,
che assodasse i dubbi di quel sistema completo di credenze onde si
compone la scienza prima dell'uomo: quella di Dio, dell'essere
dell'anima nostra e del suo destino. L'amoroso spirito delle mie visioni
mi formolò nella parola umana la verità apprensibile dal nostro
limitatissimo intelletto dell'essere e della ragion delle cose. Vuoi tu
udirla o Giovanni?
— Sì, sì, con molto piacere: esclamò Selva che, non ostante la sua sino
allora conservata indifferenza e quasi dovrebbe dirsi ripugnanza a tutto
ciò che sapeva di metafisica, di superiore cioè alla ristretta
materialità della creazione, sentivasi pur tuttavia vivamente
interessato come da una nuova curiosità che ne avesse assalito lo
spirito. Parla, chè io ti ascolto con ogni attenzione, non rinunciando
certo al diritto di critica della mia ragione, ma non disdegnando a
priori le allegazioni e gli argomenti della tua credenza.
Maurilio, senza prepararvisi dell'altro, cominciò a parlare.