Il signor Nariccia quella mattina si sentiva male per davvero. Partitosi
da lui Gian-Luigi, conchiuso l'altro contratto per cui era venuto il
gioielliere X, rimasto solo, l'usuraio aveva proprio capito che il
_medichino_ gli aveva parlato da maledetto senno, e che la sua salute
era, se non già colpita, seriamente minacciata da un grave malore. Volle
riconfortarsi l'animo di quel modo con cui soleva eziandio rallegrarsi
il cuore il vecchio Arom, come sogliono fare tutti questi avidamente
cupidi dell'oro, posseduti dall'accanita ed implacabile ed insaziabile
passione dell'avarizia: nel riporre entro il suo forziere i diamanti
recatigli da Gian-Luigi e i gioielli del signor X, dopo essersi chiuso
ben bene a chiave nella sua camera, si compiacque a vagheggiare i mucchi
d'oro lucente monetato che dormiva serrato in sacchetti a tiro della sua
mano.
Un sorriso di trionfante soddisfazione veniva alle labbra anche a lui,
nel rivedere e ricorrere le sue ricchezze; ma tratto tratto una stretta
del malanno che si veniva preparando nel suo organismo lo faceva star
lì, gli mandava una rapida vicenda di caldo e di gelo per tutto il
corpo, gl'impediva il rifiato e gli copriva d'una pallidezza cadaverica
le guancie. E' si appoggiava con una mano allo scrigno aperto,
coll'altra si premeva il cuore che o sospendeva o raddoppiava il
battito, e lasciava svanire la vampa non senza un vivo sgomento
nell'animo pauroso e codardo.
— Davvero che ci ho qualche cosa che non ho avuto mai: diceva egli a sè
stesso. Il dottor Quercia ha ragione, e farei molto bene a dargli
retta.... Salassi e sanguette no: codesto costa subito un occhio della
testa; ci vogliono chirurgo, flebotomo e che so io..... E poi quanto
tempo mi ruba, condannandomi ad ammuffire in letto! No, no, non se ne fa
nulla; ma quella medicina che mi ha scritto il dottore?.... Se non
costasse di molto.... Potrei provarla; tanto più che la non mi toglie ai
miei affari; ma quei maledetti speziali fanno pagare così caro le loro
droghe!.... E poi; che abbia proprio da diventare malato, io che sono
sempre stato bene?.... Non mi sento più così forte e robusto come un
tempo, è naturale; ma sono ancora in buona età; vivo parcamente, non ho
vizi di sorta: e perchè avrei da ammalarmi?
Parve restar persuaso da queste buone ragioni che una malattia per lui
era impossibile; e si mise con più alacrità a maneggiare il suo denaro.
— Quest'anno i miei guadagni furono ancora maggiori degli anni scorsi,
ma non sono tuttavia quello che possono essere, quello che vorrei... Ho
camminato bene, sono giunto ad un bel risultamento, gli è vero: quando
penso che sono venuto a Torino, or sono trent'anni, misero, scalzo, con
trenta soldi in saccoccia, sapendo appena leggere, scrivere e far di
conti, ed ora!....
Diede un'occhiata al suo scrigno e sorrise.
— Sì ora sono padrone di una bella sostanza; ma non mi basta ancora. Ci
ha tuttavia di quelli che ne possedono di più di me, e vorrei essere
innanzi a tutti. Ah se tutti i giorni facessi i guadagni che ho fatto
questa mattina! Con cinquanta mila lire avere un valore di 200 mila!...
Perchè l'ho, questo valore, l'ho nelle mani e son certo — quasi certo
almeno — che non mi si toglie più. Che bravo Quercia! come il Signore mi
ha favorito a voler che io conoscessi quello sciupadenari che sa così
bene spennare le sue ricche amanti... a mio profitto! Mai più, mai più
egli avrà cinquanta mila lire da restituirmi alla ventura settimana; e
se la famiglia della contessa vorrà riavere i suoi diamanti, oh oh la
discorreremo...
Prese un libro di sue ragioni in cui soleva scrivere le sue partite del
dare e dell'avere, e fra le somme sborsate registrò quella delle 50 mila
lire date a Gian-Luigi. Nel tracciare questa cifra, pareva colpito da
una nuova e bizzarra idea.
— La somma di 50 mila lire, diss'egli, mi è sempre stata favorevole e di
buon augurio. I miei primi guadagni che mi apersero la strada della
fortuna, quali furono? Le cinquanta mila lire che mi diede quel povero
Maurilio Valpetrosa per suo figlio e le altre cinquanta mila che mi
diede il vecchio marchese di Baldissero per farlo scomparire; e se la mi
andava bene ne avrei preso altre cinquanta mila dalla contessa di
Castelletto per ritrovarlo di nuovo....
A questo punto s'interruppe e diede in una scossa.
— Ritrovarlo!... E se fosse ora ritrovato in quel giovane in cui
s'incontrò la _Gattona_?
Appoggiò il gomito al forziere che aveva tuttavia aperto dinanzi e
sostenne la fronte colla mano in una profonda meditazione.
— Oibò! Diss'egli poscia crollando le spalle. Codesto è quasi
impossibile. Quel bambino fu smarrito senza che mai nessuno pensasse a
battezzarlo col nome di suo padre, e quanto a quel bottone di livrea che
potrebbe essere stato di Stracciaferro, esso indicherebbe piuttosto che
si tratta dell'altro ragazzo... E poi perchè alcun altro non potrebbe
avere un simile bottone? Bisognerà che parli ancor io colla _Gattona_
per averne il cuor netto.
Fu interrotto in questi suoi pensamenti che molto lo preoccupavano da un
pugno che senza riguardi e con violenza impaziente percoteva nell'uscio
richiuso.
— Ehi signor Nariccia; gridava traverso la porta la voce aspra di
Dorotea. La viene o non viene a far colazione? È passata l'ora da più di
venti minuti.
— Vado, vado: rispose l'avaro affrettandosi a chiudere con ogni cura il
suo forziere: e poscia, aperto l'uscio della camera, si recò nella
cucina dov'egli soleva fare i suoi pasti, senz'altro bisogno di stanza
apposita da pranzo.
A capo d'una lunga tavola presso l'affumicata parete era posta una
tovaglia che un tempo si poteva supporre essere stata bianca, ma che ora
aveva un colore indefinibile, ornata di grossolani rammendamenti ed
anche di qualche strappo non ancora rappezzato: sopravi erano posti un
tondo della più infima maiolica sverniciato, incrinato e scrostato, una
servietta del colore della tovaglia, rotolata e legata da una
cordellina, una fetta larga due dita di pane da soldato, un bicchiere
dal vetro opaco, una caraffa con acqua d'un vetro ugualmente sporco, una
forchetta di ferro con un coltello dal manico di legno rozzo, senza
vernice ed una saliera di vetro rotta da una parte.
Appena vide entrare nella cucina il suo padrone, Dorotea prese in una
credenza un piatto di terra grossolana, lo scoperchiò d'un altro
piattello che ci stava sopra e lo pose in mezzo la tavola: era
un'insalata di radiche.
Nariccia sedette sopra una seggiola dal piano di legno, innanzi al
desco, spiegò sulle sue ginocchia la servietta sporca, fece il segno
della croce e borbottò alcune parole di preghiera, poi prese il piatto
di terra, e colla forchetta si fece calare nel tondo che aveva dinanzi
un poco di quelle radiche in insalata.
— Mentre la mangia codesto, disse Dorotea, io le farò cuocere l'uovo.
L'usuraio fece un cenno affermativo colla testa.
Sul focolare, in mezzo ad un mucchietto di cenere, stavano quattro
carboni accesi, con sopravi due piccoli bastoni i cui capi non si
toccavano e che facevano salir su una riga sottile di fumo leggero
leggero. Al di sopra pendeva per la catena un ramino con dell'acqua.
Dorotea raccostò alquanto i due pezzi di legna, ci soffiò sopra e mise
dentro l'acqua un uovo.
Nariccia frattanto aveva ritagliato in tante liste la fetta di pan nero,
e poi, preso colla forchetta un pizzico di quelle radiche, aveva provato
a mangiare. Ma il boccone gli pareva insipido e sentiva una ripugnanza
ad inghiottire che nulla più. Tentò ancora una volta, e poi lasciata
andare la forchetta sulla tovaglia, tirò in là dinanzi a se il piatto, e
disse con voce dolente e piagnolosa:
— Questa roba non mi va giù. E sì che le radiche mi piacciono più d'ogni
altra cosa; e mi fanno anche bene alla salute.....
Sentì il rumore del soffietto, con cui Dorotea cercava di rianimare il
fuoco.
— Che cosa fate? Domandò egli ritrovando nuovamente di botto la voce e
l'accento che gli eran soliti.
— La vede bene: rispose Dorotea, senza nemmanco voltarsi; le faccio
cuocere il suo uovo.
— Disgraziata! Non posso trangugiare nemmanco un boccone, e voi mi
sciupate la legna a farmi cuocer l'uovo! Toglietelo subito dal fuoco.
— Ma ora non gli è nè cotto nè crudo, questo uovo.....
— Non importa. Finirete di farlo cuocere un'altra volta e sarà
buonissimo la stessa cosa..... Ma non tenete acceso un momento di più
quel fuoco, oggi che la legna è così cara.
La fantesca, borbottando fra i denti, fece a senno del padrone. Questi
colla sua forchetta rimise nel piatto di terra le poche radiche onde
s'era servito; poi s'alzò da sedere per tornare nella sua stanza; ma nel
muovere il primo passo un capogiro lo assalì di nuovo, e dovette tenersi
alla tavola, chè gli pareva di dover cadere.
Allora tornò a ricordarsi della ricetta che gli aveva scritto il dottor
Quercia.
— Bisognerà proprio che mi decida a prendere quella medicina..... Purchè
non costi tanto caro!... Dorotea, soggiunse ad alta voce, venite qui
meco che voglio mandarvi a fare una commissione.
— Eh! un momento: rispose brusco la vecchia serva: io non ho da
mangiare? Mi si misura già tanto a spilluzzico questo gramo nutrimento;
vorrebbe adesso addirittura che ne facessi senza?
Nariccia non rispose nulla; andò verso l'uscio e quando fu per uscire si
rivolse indietro a dire con tono quasi raumiliato:
— Bene! Quando avrete mangiato, Dorotea, verrete di là da me... Ma
guardate di non mangiar troppo di quelle radiche: le sono indigeste e vi
potrebbero far male: e l'uovo lasciatelo per mio pranzo.
— Sì sì, lascierò stare il suo uovo; borbottò la serva dietro l'usuraio
che usciva: mangerò pan nero asciutto asciutto, che il fistolo lo colga!
Nariccia era appena fuor della soglia della cucina, quando si sentì il
suono del campanello dell'uscio che metteva sul pianerottolo.
— Un'altra seccatura: disse col suo tono burbero la vecchia fante
gettando dispettosamente sulla tavola le liste di pan nero, tagliate dal
padrone, e ch'essa erasi recata in mano per mangiarsele: non mi
lascieranno mai tranquilla un momento questa mattina.
Ma l'avaro, voltandosi indietro a parlarle dal corridoio, disse col suo
tono untuoso da impostore:
— Non vi disturbate pure Dorotea. Fate in pace il vostro asciolvere, e
vado io stesso a veder chi è.
Dorotea riprese il suo pane, borbottando fra sè più burbera e più
bisbetica che mai:
— Chi è? chi è?.... Lo so già fin da prima chi è: un qualche povero
diavolo che viene a farsi sgozzare qui in questa caverna d'usuraio....
Uhm! Questo vecchio senza cuore diventa ogni giorno più avaro e più
tristo. Non mi pare poi d'avere un'anima tenerella, ma se non ci fossi
abituata da tanto tempo, credo che ora non ci potrei resister più. Colle
sue madonne, e coi suoi santi, e colle sue giaculatorie questo vecchio
esoso non ha nè fede, nè legge.... È impossibile che il Signore tolleri
uno scellerato che profana così il suo nome e la religione.... Ho il
presentimento che qui deve precipitare qualche gran disgrazia, e che
l'ha da coglierci me pure.... Ah! se non fossi così vecchia, gli è ben
vero che me ne andrei lontano lontano; ma sì, dove potrei cacciarmi ora
per vivere? e coi pochi salari che questo birbante mi ha sempre pagato
non ho manco potuto mettere insieme quattro pochi di soldi per
assicurarmi la vecchiaia. E certo se un bel giorno divento malata, o
quando sarò tanto innanzi negli anni da non poter più servire, questo
cane d'un impostore è capace di gettarmi fuor di casa come un cencio
frusto....
Intanto che Dorotea prevedeva a quel modo il tristo avvenire che
l'aspettava, Nariccia, aperto colle solite precauzioni l'uscio d'entrata
nell'alloggio, aveva visto che il sopravvenuto era il portinaio, ch'egli
quella mattina stessa aveva fatto avvertire passasse da lui a pigliarne
certi ordini. Questi ordini, che Nariccia si affrettò a dare al
portinaio, uomo rozzo, d'anima come di corpo grossolano, riguardavano la
povera famiglia d'Andrea e di Paolina. Il portinaio doveva salire alla
soffitta da loro abitata e farsi subito pagare del dovuto affitto: se si
rifiutavano di pagare, senza remissione, il portinaio doveva discendere
nella strada la loro poca roba, prenderli per un braccio tutti e
metterli fuori, chiudere la soffitta, recarne la chiave al padrone ed
appiccare al portone da via il cartellino dell'appigionasi.
— Va bene: disse il portinaio che nella bassa e crudele anima sua, degno
servitore dell'usuraio, non vedeva punto la bruttezza di quest'azione
spietata. Per fortuna appunto, Andrea non c'è, chè l'ho visto uscir io
poc'anzi insieme con un suo compagno che è solito a ricondurlo a casa
ubbriaco la sera, e molto probabilmente non tornerà più a casa fino a
notte con una delle sue sbornie famose; abbiamo tutto il tempo di fare
l'operazione senza impacci e resistenza, che quella miseruzza di Paolina
e i suoi tisichelli di bambini non sapranno farne altra che di lagrime e
di strilli. Quando Andrea torni, troverà lo sgombero compiuto e non gli
resterà che stridere: chè invece s'egli fosse in casa, gnaffe! l'affare
sarebbe un po' serio; ha un certo umore e certi pugni a capo di certe
braccia!.....
— E dunque andateci subito e sollecitate: disse Nariccia impaziente.
Stamattina ci vennero delle signore in carrozza a visitare que'
spiantati; certo hanno loro dato denari, e possono pagarmi..... e sarà
tanto di meglio, ch'io riacquisti quel poco che mi viene, che da sì
lungo tempo mi si fa aspettare, e che temevo perduto..... Che se non
pagano, non si meritano sicuramente nessuna pietà..... Andate.
Il portinaio, con tutta indifferenza, salì zufolando le scale e in breve
tempo giunse alla porta della soffitta di Paolina.
— Si può? Diss'egli rozzamente urtando col piede nelle imposte chiuse
dell'uscio.
— Chi è? Domandò di dentro la voce debole e quasi soffocata di Paolina.
— Sono io, il portinaio.
— Ah! Vi faccio aprir subito.
S'udì il passo lieve d'un bambino che veniva verso la porta, e questa fu
aperta dal più grandicello dei figli della misera donna.
Il portinaio entrò colla sua faccia da villano che ha una gran villania
da fare.
Paolina giaceva in letto oppressa dal suo malanno: affannoso ne era il
rifiato, profonda e dolorosa la tosse, ma pure nell'anima sua era
entrata una certa dolcezza, che sembrava quasi una speranza.
L'accoglimento che le era stato fatto e le dolci parole dettele in casa
della buona signora Teresa l'avevano alquanto riconfortata, più ancora
le avevano recato del bene la presenza nel suo tugurio di quei due
angeli di carità, che erano le signorine Maria Benda e Virginia di
Castelletto, i soccorsi recatile onde i bambini suoi avevano potuto aver
cibo, e i denari lasciatile per cui potevasi dalla miserrima famiglia
pagare l'affitto al padrone di casa ed avere ancora tanto in serbo da
campar tutti per parecchi giorni.
Andrea aveva inoltre rinnovate coi più solenni giuramenti le sue
promesse di rammendarsi; e la sventurata Paolina aveva tuttavia la
debolezza di credergli; ora, giacendo in letto, le si presentava alla
mente, come possibile in un prossimo avvenire, la chimera di nuovi
giorni di pace e di letizia, uguali a quelli che erano trascorsi un
tempo, quando Andrea, innamorato di lei, savio e laborioso, l'avea
sposata e mandava innanzi a meraviglia la fondata e crescente
famigliuola. Era essa in queste dolci immagini, quando il portinaio,
colla feroce commissione datagli da Nariccia, venne a battere all'uscio
della soffitta.
— Sora Paolina, disse di botto il portinaio, gli è il padrone che mi
manda a vedere se finalmente avete preparato i denari della pigione da
dargli.
La povera donna si sollevò sul suo strammazzo puntando il gomito e disse
con meraviglia, in cui c'era pure una tema crudele che subitamente
l'assalse:
— Come la pigione?.... Se mio marito è sceso giù, non è più d'un'ora,
per andarla a pagare.....
Il portinaio ruppe in una grossolana risata:
— Sì, pagare quello lì: prima che egli faccia un miracolo simile mi
cascherà il naso.
— Ve lo dico in verità: insistette Paolina in cui però la paura della
nuova disavventura cresceva nel cuore.
— Ed io vi dico in verità ancora più vera che il padrone di casa, del
vostro uomo, non ha visto manco l'ombra, e che di denari non ne ha avuto
neppure un quattrino.
— O mio Dio! mio Dio! Esclamò con istraziante dolore la povera donna,
che incominciava ad esser chiara di un nuovo fatalissimo fallo di suo
marito. Eppure mio marito ha preso seco i denari per andarlo a pagar
subito, il padron di casa..... L'ho visto io..... perchè grazie alla
Provvidenza ed alla carità di due brave signorine, questi denari ce li
abbiamo.....
— Non dubito punto che vostro marito sia uscito coi denari che dite:
interruppe ruvidamente l'uomo di Nariccia; ma ciò di cui sono certo, si
è che invece di soddisfare al suo debito col padrone di casa, è andato
secondo il solito a consumarseli all'osteria. L'ho visto io giustamente
venir fuori del portone a braccetto con quel suo ordinario compagno da
bettola, quel grande, grosso, dal pelo rosso.....
— Marcaccio? Pronunziò Paolina con voce che era un gemito.
— Appunto! Credo bene che si chiami così.
La moglie d'Andrea cadde riversa nel suo giaciglio come se fosse stata
colpita al petto da un urto simile a quello che la sera innanzi nella
taverna di Pelone le aveva dato la mano del marito ubbriaco; due
lagrime, due sole, ma cocenti, le spuntarono nelle scarne occhiaie, e
sulle labbra livide si disegnò un movimento, un tremore che quasi poteva
dirsi un sogghigno, ma pieno di disperazione. Ogni accarezzata lusinga
della sua fantasia, ogni illusione del suo povero cuore era di colpo
distrutta! Pure, pensando ai suoi bambini e parendole troppo terribile
la sorte loro e troppo ingiusta verso di essi la Provvidenza, se vero
fosse ciò che paventava, la misera volle tuttavia appigliarsi ad un
ultimo ramo di speranza.
— Aspettate: diss'ella al portinaio: forse ho sbagliato; mio marito non
avrà preso seco i denari... Forse sono ancora costì, e ve li do subito a
voi medesimo.
Si gettò addosso comecchessiasi la sua stracciata vestaccia e saltò giù
dal letto con vivacità datale dalla passione di quel crudele momento.
Corse a quel tréspolo azzoppato che serviva loro da tavolino e cercò con
mano avida in una scatola senza coperchio che vi era su, entro la quale
ella stessa aveva posto le monete datele dalla carità quella mattina. La
scatola era vuota. Non solo mancavano i denari che si erano messi in
gruppetto separato per pagare la pigione, ma erano spariti anche gli
altri, mercè cui la infelice donna aveva calcolato d'avere il pane della
famiglia per molti giorni.
Alla debolezza di Paolina affranta di anima e di corpo, quel colpo fu
troppo grave. Si abbandonò sulla più vicina seggiola, pallida come una
morta, e non ebbe più forza nè di parlare, nè manco di pensare, nè di
volere cosa nessuna. Un'atonia dolorosa la invase: il suo stato poteva
rassomigliarsi a quello d'un caduto in acqua vorticosa, che lotta finchè
gli bastan le forze contro la corrente, e poi ad un tratto sente
mancarsi ogni vigore, capisce che nulla può salvarlo più, chiude gli
occhi e s'abbandona al suo destino.
— Ah ah! diceva con sciocco e crudele trionfo il portinaio. Voi vedete
se c'era da credere che Andrea lasciasse manco la croce d'un centesimo.
E' vi ha fatto un _repulisti_ completo. Eh! lo conosco per bene io, quel
buon soggetto. Avesse delle migliaia di lire, che è capace di fonder
tutto alle carte e bevazzando qui da compare Pelone. Dunque non c'è più
caso di star lì a fare altre considerazioni. Il padrone ve l'ha detto e
ridetto che non vuole più avere dei pigionali della vostra risma.
Potrebbe farvi staggire tutta questa poca roba..... ma siccome non c'è
manco tanto che basti a pagar le spese di giustizia, così ve le lascia
portar via, al diavolo, dove volete..... Ma vuole aver subito libera
questa soffitta. Avete capito?
Paolina, mezzo dissensata, sollevò la testa e guardò il portinaio con
aria così smarrita che mostrava non aver ella proprio compreso.
Il portinaio ripetè in tono ancora più chiaro le sue parole, e le
conchiuse con una dichiarazione tanto esplicita da non lasciar più
dubbio nessuno.
— Io, dunque, disse, prendo questi vostri quattro stracci, ve li calo
giù nel cortile, e voi fateveli portare poi dove vi piace.
E siccome pose tosto mano all'opera, Paolina, per quanto offuscata dal
dolore avesse la mente, dovette andar persuasa che quello non era un
sogno crudele, ma una tristissima realtà.
La disperazione le ridonò ancora alcun po' di vigore per rivolgere
alcune preghiere al cuore indurito di quel degno agente dell'usuraio;
soggiunse, Andrea sarebbe forse venuto più tardi a pagare, si aspettasse
almeno un giorno o due ch'ella avesse potuto trovare un ricovero a' suoi
figli. Niente affatto! Il portinaio fu inesorabile; e venti minuti dopo
la poca e povera roba di quella disgraziata famiglia era giù nel cortile
in un piccolo mucchio, e sopra di essa stavano accoccolati i bambini
piangenti e la madre che non piangeva più, che aveva nelle membra il
tremore, e negli occhi l'ardore della febbre.
Sul loro capo calava la neve che seguitava sempre a fioccare.
Ma non era passato molto tempo che in quel cortile, intorno alle
masserizie ed alle persone della povera famiglia s'era formato un
capannello, in cui le parole che suonavano nei vivaci discorsi non erano
d'elogio al padrone di casa. Erano popolani abitanti di quel miserabile
quartiere che imprecavano e maledivano alla barbarie di messer Nariccia
e si sfogavano in minaccie contro di lui, che si sarebbero tradotte in
fatti niente graziosi per esso, quando fosse comparsa a vista di
quegl'indignati la faccia ipocrita di quello scellerato usuraio. Dorotea
medesima corse rischio di passarla brutta, avendo voluto ficcare il naso
là in mezzo, tiratavi dalla curiosità, mentre andava dallo speziale a
procurarsi la medicina di cui Quercia aveva scritto la ricetta e che
Nariccia s'era deciso di prendere. Le imprecazioni contro il padrone
ebbero una tal recrudescenza e presero un dato momento una direzione
così personale per la vecchia fantesca, ch'ella stimò bene allontanarsi
più che in fretta. Ritornata a casa Dorotea raccontò a Nariccia quello
che accadeva nel cortile, e l'usuraio, spaventato, non si credette
sicuro se non mettevasi sotto la salvaguardia della polizia, inviò
pertanto il portinaio al _Comando di piazza_, e due _veterani_ non
tardarono ad arrivare per porre l'ordine in quel cortile col loro
bastone e colla loro autorità.
Ma che cosa fare di quella donna e di quei bambini? Il quesito sarebbe
stato di ardua soluzione, se l'intromissione d'un personaggio, che al
suo primo comparire si dimostrava fatto per comandare, non ci avesse
provvisto. Questo personaggio era il dott. Quercia medesimo, il quale,
terminata la sua segreta conferenza colla _Leggera_, passava di là, non
a caso, ma per recarsi in quella sua casina sul viale dove l'abbiamo già
accompagnato una volta, essendo quella strada la più breve per
arrivarci.
Gian-Luigi ordinò che la donna, in cui il male era oramai precipitato in
uno stadio gravissimo, fosse trasportata all'ospedale, i bambini fossero
condotti in un vicino asilo, dov'egli pagando li ottenne subito
ricoverati. Quando egli aveva finito di disporre pel compimento di
quest'opera buona, al mormorio lusinghiero della gente colà raccolta, un
omicciattolo s'accostò pianamente al dottore, e gli disse sotto voce:
— Questo fatto veramente provvidenziale darà alla _cocca_ il
fabbricatore di chiavi false che ci abbisogna.
Il _medichino_ riconobbe Graffigna, che s'era così bene camuffato, da
sembrare affatto un'altra persona, gli fece un lieve cenno
d'intelligenza e si allontanò. Graffigna disse allora a sè stesso:
— Andiamo a cercare di Marcaccio e di Andrea; costui adesso non ci
scapperà più di sicuro.
E si diresse verso la taverna di Pelone. Vedremo più tardi quali tristi
effetti avesse sulla sorte di Andrea e su quella medesima di Nariccia la
crudele determinazione di quest'ultimo, che scacciava di casa sua la
donna malata e i bambini dell'artefice ferraio.