CAPITOLO XXIII.

Fra i lettori di romanzi una buona parte non cerca che l'interesse il

quale nasce dalla combinazione degli avvenimenti e dalle manifestazioni

della passione; codestoro trovano superfluo e fuor di luogo, in un

lavoro d'immaginazione come in opera d'arte, tutto ciò che ha la pretesa

di toccare gli alti quesiti della filosofia, della scienza, della

politica e dell'economia pubblica; impazienti di arrivare allo

scioglimento del nodo bene o male raggruppato che si trovano presentato

dinanzi dalla favola del racconto, dispettano ogni indugio che nel

cammino venga frapposto da considerazioni o da esposizioni che non sieno

azione di dramma. Per questi cotali non è scritto il presente capitolo:

e siccome all'intelligibilità dell'intreccio drammatico ed alla

conoscenza dello svolgimento dei fatti non nuocerà per nulla affatto

l'ometterne la lettura; così io consiglio senz'altro chi non si piace di

queste cui giudica vane fisime e inutili sopraccapi di filosofia, di

saltare a pie' pari l'intiero capitolo e ricominciare al XXIV, dove si

riprenderà la catena della narrazione.

Avendo poi in animo di scrivere in questo lavoro la storia non solo dei

fatti materiali della vita, ma dell'anima di certe individualità, in cui

rappresentate intiere classi, non mi parve potere a meno che affrontare

eziandio il gravissimo quesito dell'essere, della natura, del destino

oltre questa terra dell'anima umana: quesito che comprende la quistione

della coesistenza del bene e del male e quella della divinità. Qual è

l'uomo che pensa, il quale, anche quando si tenga attaccato alla fede

impostagli autorevolmente nell'infanzia dall'affermazione presentatagli

come indiscutibile dei maggiori, pur tuttavia non si trovi in dati

momenti faccia a faccia con questi terribili enimmi gettatigli innanzi

di forza dalla sfinge della vita? In quest'epoca in cui ogni credenza

vacilla e la crosta esteriore, per così dire, di tutto il mondo sociale

è una strana miscela di scetticismo indifferente e di audaci negazioni

rincalzate da vantati progressi di scienze positive, con qualche chiazza

qua e là di vernice d'ipocrisia, a mio avviso, nel substrato

dell'umanità, nelle viscere di essa e forse appunto in quelle classi

inferiori non abbastanza apprezzate e curate fin qui, di cui tuttavia

non si dà abbastanza pensiero la parte gaudente del genere umano; in

quelle classi di cui è intenzione del presente lavoro tracciare i

principali elementi; in quelle classi che, come già pel passato

emanarono dal loro seno il ceto medio, dovranno nell'avvenire dar la

materia d'una società diversamente atteggiata e d'una civiltà novella;

in quelle classi dico, serpe, e si agita, e fa suo cammino

inconsciamente un bisogno di fede nuova, più pura di pregiudizi, meno

materiale, più logica, se così posso dire, almanco nella sua estrinseca

forma. È inutile il dissimularselo. Le agitazioni politiche, le quali

dalla caduta del colosso napoleonico fino ad ora — e non accennano

cessare — hanno scombuiato il mondo, non sono che i prodromi d'una

rivoluzione sociale; ma questa, come quella politica, non sono che un

rimutamento esteriore dell'umanità, il quale avendo luogo nella materia,

implica, ed è manifestazione ed effetto d'un rimutamento necessario

avvenuto o da avvenire contemporaneamente nello spirito. L'idea domina

il mondo: lo spirito regge l'uomo; avete bel decretare con impotenti

aforismi materialistici che lo spirito non esiste e che l'idea è una

creazione della sostanza cerebrale; sarà sempre la modificazione della

parte immateriale dell'uomo che cagionerà e guiderà i mutamenti e i

progressi de' suoi fatti esteriori e de' suoi istituti. Perciò voi

vedete la quistione religiosa far capolino da per tutto sotto quella

politica. Invano la volete escludere; invano volete rimandarla al di

poi; riuscirete forse a ritardarne l'aperto scendere in campo; ma, dopo

avere assalito l'intelligenza dei pensatori nelle loro veglie

travagliose, dopo avere lottato nell'arena scientifica coi crogiuoli del

chimico, lo scalpello dell'anatomico e le deduzioni sperimentali del

fisiologo, lotta che ne acuisce come cote le armi, e la purga da molti

elementi d'errore; dopo avere oscuramente, confusamente agitate le

coscienze delle plebi, un giorno scoppierà nelle manifestazioni della

vita sociale, non colla violenza materiale, speriamo, ma con quella

ancora più irresistibile d'una nuova evoluzione della mente umana che ha

bisogno di trovare la sua forma, d'una necessità del progresso.

Io qui non sono nè propagatore di nuove dottrine, nè ambizioso cercator

di proseliti; sono espositore soltanto d'un complesso di pensieri a tal

riguardo, nel qual complesso mi pare scorgere che s'acquetino le

aspirazioni superiori dell'anima, le esigenze della ragione e i dati

positivi della scienza moderna.

Ciò detto, l'autore, si rintana nella sua parte passiva, e lascia

parlare i suoi personaggi.

* * * * *

— Io t'ho già detto, così parlò Maurilio, che fin da bambino la mia

mente era stata assalita dal tremendo quesito delle origini e del fine

dell'uomo, che le mie audaci interrogazioni spaventavano la fede

tranquilla ed umilmente rassegnata del buon Don Venanzio, e che questa

fede medesima cui quel vecchio, virtuoso sacerdote aveva fatto ogni

sforzo per radicarmi nel cuore, era venuta meno in me, innanzi

all'ardita analisi della mia ragione. L'edifizio scavato a poco a poco

sotto le fondamenta da questa potenza d'analisi, a un dato punto crollò

per intiero, ed io mi trovai in mezzo alle rovine di esso, innanzi

ancora d'aver letto Descartes nella condizione che questi assegna per

primo elemento, per punto di partenza all'acquisto della cognizione, con

un compiuto scancellamento dalla tavola dell'intelligenza d'ogni

affermazione a _priori_.

«La quistione del male aveva chiamata la mia attenzione da molto tempo.

Senza aver letto Bayle, che ne ha dato la formola, già sgomentavo e

confondevo la ortodossia del buon parroco del villaggio colla obiezione

di questo inesorabil dilemma: «Se il male esiste, o gli è per volontà di

Dio, o contro questa volontà. Ammettendo il primo, Dio non è nè giusto,

nè buono; non questo, perchè è l'autore del male, la qual cosa nessuno

potrà dire essere bontà; non quello, perchè punisce l'uomo d'aver fatto

quel male ch'egli Dio ha creato, a cui perciò ha concorso o cui almanco

ha permesso. Se Dio avesse escluso dalla sua creazione il male, l'uomo

non l'avrebbe commesso: e una bontà onnipotente non doveva ella far

così? Oppure si ammette che il male esiste contro la volontà di Dio, ed

allora questi non è più onnipotente, e vi è in questo universo, che voi

dite creato da Dio dal niente, qualcheduno o qualche cosa più potente di

lui, valendo ad agire contro la volontà di esso, ed è l'autore del

male.» A questo argomento il buon Don Venanzio, scandolezzato, tirava in

campo le vecchie armi della sua teologia, colle quali la scolastica

ortodossa non valse pur mai a rispondere vittoriosamente; e battuto

passo passo dall'incalzare del mio raziocinio, si ritirava nell'ultima

rocca del _credo quia absurdum_, fulminando colla scomunica le audacie

investigatrici della ragione umana.

«La Chiesa diffatti, innanzi a questo che fu sempre il più gran quesito

della filosofia, non ebbe mai una risposta trionfante, fuor quella

dell'anatema e dell'inquisizione. Anzi, nel suo formarsi traverso lo

scombuiamento delle prime età medievali, patteggiò, direi quasi,

coll'obiezione, ed amalgamando le superstizioni popolari, alcune

reliquie della parte più bassa del culto pagano, le filtrazioni di una

diversa teogonia dall'Oriente, costituì al Satana del volgo una potenza

per poco non pari a quella del Creatore, e consacrando coll'autorità

religiosa le tradizioni e le leggende, fece passare nell'ortodossia

l'idea eterodossa d'un semidualismo nel governo dell'Universo.

«La filosofia pagana non s'era volta di proposito a cotal ponderosa

quistione. Appena se l'aveva toccata passando; e Platone medesimo,

l'idealista, ed Aristotile avevano ammesso una specie di dualismo fra

due Eterni: lo spirito regolatore e governatore, e la materia increata,

ma da quello regolata e diretta. La società pagana tutta rivolta al

bello artistico, in certe circostanze e forme di sua costituzione che

escludevano gran parte di quel male fisico che assalse le plebi di poi

nel rovinìo di quella civiltà, aveva dirette le sue speculazioni al

bene, e non aveva mirato che sotto colori gai, poetici e ridenti i

grandi soggetti che s'impongono alla nostra mente: Dio, l'uomo ed il

creato. Ma all'infelice vivente nel medio evo, flagellato da mali d'ogni

sorta e da miserie incomportabili, questi oggetti sono apparsi in

tutt'altra guisa, traverso i suoi dolori e la sua disperazione. Il male

lo stringeva da ogni parte e sotto ogni forma, oppressione delle anime

ed oppressione dei corpi, servitù più dura che la schiavitù antica,

perchè sopportata più impazientemente, mentre la nuova religione e il

progresso dell'umanità avevano già fatto entrar nell'animo la coscienza

dei diritti individuali e la lusinghiera idea dell'uguaglianza

giuridica; violenze inaudite, guerre continue, pestilenze, carestie,

tutti i flagelli riuniti.

«Come non credere alla potenza di questo male? Com'era egli venuto al

mondo? Avrebb'egli avuto fine?

«Satana, il Dio del male, s'impianta e sovraneggia sempre più nel mondo,

anche secondo la dottrina cattolica. Il dualismo, che è base alle

cosmogonie asiatiche ed al gnosticismo alessandrino, si insinua nella

metafisica, nella morale, per non dire nel dogma della nuova religione,

aggiunta nociva all'opera divina del Nazareno. La Chiesa ammette il

principio cattivo e lo riveste d'una esistenza reale, che s'impone alla

fantasia sotto mille forme mostruose, che riempie di sua potenza la

natura fisica con tutti i fenomeni inesplicati dalla scienza bambina, e

la natura morale con tutti i giuochi delle passioni non disaminate dalla

psicologia in fascie.

«Sulle concessioni fatte al sentimento comune dall'ortodossia cattolica

esagera e travalica l'immaginativa popolare, la febbre dello sgomento,

l'ebbra cecità dell'ignoranza. Sempre udendosi dai loro sacerdoti

minacciare di questa misteriosa potenza, le masse ignoranti finirono per

dirsi che ella potrebbe forse con un culto disarmarsi e rendersi loro

propizia[9]. L'idea demoniaca favorita dalla Chiesa che credette trarne

profitto per sè, si volse in molte parti contro la medesima e suscitò le

follie morbose della stregoneria e passò all'eresia, aggiustando per le

credenze dell'Occidente una parafrasi del Manicheismo orientale. Satana

divenne creatore ancor egli; il mondo visibile è opera sua, cattiva al

pari di lui; i monarchi della terra sono necessariamente suoi ministri;

le potenze lo servono e la maggiore di tutte, la Chiesa Romana, è la più

efficace produttrice del male. Era nata l'eresia degli Albigesi cui

dovevano reprimere con tanta crudeltà i roghi dell'Inquisizione.

[9] Bellissimo è a leggersi in proposito il libro di Michelet

_La Strega_.

«Con l'amalgama confuso e soverchio delle letture ch'io aveva fatto, in

mezzo alle mie meditazioni io mi travagliava inutilmente e penosamente a

stringere il vero traverso il combattersi e l'urtarsi, il turbinare di

mille diversi, opposti argomenti. La Chiesa cattolica non aveva saputo

darne alcuna logica soluzione, ma il cristianesimo — che è cosa ben

differente dalla Chiesa — ne aveva pur data una sublime. «Il male — dice

in sostanza la vera religione di Cristo — è entrato nel mondo per fatto

d'una volontà intelligente, creata libera di scegliere il bene;

imperocchè Dio essendo la suprema libertà, ha fatto la creatura ad

immagine sua, cioè libera nelle sue determinazioni, epperò

risponsabile.»

«Il medio-evo non aveva potuto comprendere questa magnifica risposta,

egli che non poteva farsi il menomo concetto della libertà, oppresso

com'era e servo in tutto e per tutto, lo spirito ed il corpo. Non potevo

allora nemmanco comprenderla io che mi credevo in balìa alla cieca forza

della fatalità nemica d'ogni libero arbitrio. E poi mi rispondeva il

sofisma: «Se Dio ha creato l'uomo, egli l'ha fatto con tutte le sue

facoltà ed attributi, tale e quale. Tutto dunque nell'uomo proviene da

Dio, non c'è nulla di possibile in lui che non vi sia per espresso

volere di Colui che l'ha tratto dal nulla. Checchè faccia l'uomo,

qualunque partito abbracci, egli non si può muovere che in un cerchio

designato ed in condizioni già precedentemente stabilite; come dunque,

se fa il male può dirsi ch'egli ne sia l'autore, e l'autore a dispetto

di Dio?

«A conservarmi nelle opinioni spiritualiste, malgrado le letture cui già

m'era avvenuto di fare, fino ad una certa età avevano giovato le

apparizioni di quell'essere immateriale alla cui realtà avevo fermamente

creduto; cessando queste apparizioni, il dubbio anche sulla verità delle

medesime era entrato nell'animo mio. In quella mi cadde tra mano il

_Système de la nature_ del barone d'Holbach. L'apparenza scientifica di

quel dettato, la logica sofistica delle sue deduzioni, il calore stesso

di alcune sue pagine in cui vi par di sentire, traverso la convinzione

personale, la voce della verità, mi produssero una grandissima

impressione: a ciò si aggiunsero i trattati di Cabanis e di Destutt de

Tracy, e persino uno di Broussais che divorai coll'ardore con cui una

giovine donna dimentica il volo del tempo nella lettura d'un romanzo.

Credetti posto in sodo dalla filosofia, la scienza del ragionamento, e

dalla fisiologia, la scienza dell'osservazione, ambe d'accordo, che in

noi, che nei fenomeni della vita, che nel mondo universo non v'era che

materia, la quale, per necessità di leggi ad essa medesima inerenti,

doveva atteggiarsi a quelle varie forme ed a quei varii fenomeni.

«Spogliai l'uomo dello spirito immortale. Non vidi più in esso coi miei

autori, che un tutto di organi corporei e di funzioni proprie di questi

organi; l'_io_, la personalità umana non fu più un essere, un ente da

sè; non fu altro che un fatto, un prodotto dovuto a questa o quest'altra

disposizione delle molecole materiali. L'intelligenza e la sensibilità

non furono altro più che funzioni dell'apparecchio nervoso, come la

trasformazione degli alimenti in chilo ed in sangue, è una funzione

dell'apparecchio digestivo e di quello respiratorio. Il pensiero fu una

secrezione del cervello, come la bile è una secrezione del fegato e

l'orina delle reni. L'esistenza dell'anima non fu più che un'ipotesi, a

cui nessuna osservazione non dà fondamento, cui nessun ragionamento

rincalza, un'ipotesi gratuita, ed anzi un'idea priva di significato.

«Codeste opinioni mi angustiavano l'anima. Un profondo scoraggiamento,

un'apatìa, un intimo sdegno delle cose e di me, un abbassamento nella

forza del pensiero ed anco nella nobiltà dei sentimenti, n'erano

l'effetto. In me, contro quell'errore del mio intelletto, protestava

mutamente la coscienza: ma forse non avrei avuta la forza di scuotere

quel dannoso e torpido giogo del sofisma, se l'amore non fosse venuto ad

incitarmi l'anima, se nella crisi della suscitata passione non si

fossero con più vigore rideste le facoltà del mio spirito.

«E fu a questo mio spirito già scosso entro la mia carne, che venne a

favellare il vero lo spirito etereo delle mie visioni.

«Poichè mi ebbe detto il nome della donna all'anima della quale era

irrevocabilmente consecrata oramai l'anima mia, la soave apparizione mi

guardò un istante immobile, in silenzio, ma con dolcissimo lampeggiar di

tenerezza non dagli occhi soltanto, ma da tutta quella vaporosa forma di

contorni vaghi e sfumati: quindi non alle mie orecchie, ma proprio sotto

il mio cranio, direttamente al mio cervello, non per ondulazioni sonore,

ma per immediata comunicazione d'idee, udii suonare con ben altra

efficacia, con ben altra eloquenza ch'io non sappia tradurre in parole

la sostanza dei concetti seguenti.

«— Tu sei poeta: il pensiero sotto l'impulso dell'affetto si traduce in

te facilmente coll'armonia del verso; ma la forma in te, bada che non

pigli sopravvento sull'idea e non sciupi in lavoro di espressione la

forza che, concentrata, darebbe potenza e virtù al pensiero. Poeta è lo

spirito di tanto progredito nella evoluzione della sua esistenza

immortale, che può cogliere nei campi dell'eterno vero più chiare

apprensioni dell'assoluto, e queste tradurre in opere ed in linguaggio

umano a beneficio dell'umanità. Il tempo in cui all'orecchio dell'uomo

suonava più gradito e riusciva più fruttuoso il concento melodico dei

versi è passato. La fantasia lascia parlare oggidì la ragione; la poesia

— l'apprensione del vero — si deve fare oramai colla scienza. Lascia

gl'inni, i cantici d'amore, le odi: agisci e parla come uomo che ha uno

scopo, che lo vede, e che vuol camminare determinatamente verso di esso,

traverso tutti gli ostacoli e i labirinti della via. Quale lo scopo?

Migliorar sè e concorrere al miglioramento della famiglia umana a cui la

vita terrena t'imbranca: scoprire colla tensione dello spirito, collo

sforzo della volontà, collo studio tuo particolare, che si connette e si

addenta, come ruota piccolissima in una gran macchina, collo studio

della umanità che fu e che è, e di quella eziandio che sarà, complesso

meraviglioso di tanti minuti sforzi individuali che forma il progresso

del mondo umano; scoprire una maggior parte di vero, e questa diffondere

e comunicare ed applicare, se possibile, a vantaggio di tutti.

«Tu ami. — Che cosa t'impone quest'amore? — Farti degno di lei. — Potrai

tu giungere sino ad essa in questa corta evoluzione di esistenza che ha

luogo sulla terra? — Forse no. — Che importa? — Bisogna lavorare per

avvicinarvisi almanco. Non è sospirando inutili versi amorosi che tu

riuscirai a spingerti verso di lei nè socialmente, nè moralmente, nè

intellettualmente. Consulta l'intima voce del tuo cuore, ed odi ciò

ch'essa ti dice. _Excelsior!_ Più su! Più su! nell'immensa catena degli

esseri.

«Come per pareggiarne la condizione umana ti conviene salire dagli

infimi gradi della scala sociale; così per avvicinarsi alla sublimità

angelica di una anima, è forza appurare ed affinare la propria. Il tuo

ingegno ti rivela parte dei bisogni dell'umanità presente, la tua

esperienza te ne mostra le miserie: applica quella potenza di pensiero

cui già raggiunse il tuo spirito ai fruttuosi travagli della scienza

sociale, aumenta in te i tesori d'una dottrina il cui complesso e

risultamento sia la conoscenza delle leggi che applicate possono

migliorare lo stato interno e quello esterno dell'uomo, la morale e la

economia pubblica, e quando tu così sarai in possesso d'un barlume di

più della verità, fallo splendere agli occhi degli uomini intorno a te.

Meriterai di questa guisa innalzarti nella gerarchia sociale: potrai

provare che nell'umile corteccia di rovere si trova la verga d'oro; e

s'anco l'ingiustizia umana ti lascia cadere e passare ignorato nel

mondo, sarà, al chiudersi di quest'episodio terreno della sua esistenza

immortale, migliorato il tuo spirito: il tuo spirito, a cui, ora, esso

stesso, da false apparenze traviato, ha l'audace stoltezza di non

credere!

«Drizza a ciò ch'io ti comunico tutta la tua attenzione: continuava in

quella stessa maniera ma con più autorità ancora a susurrarmi entro il

cervello la fantastica forma muliebre. Per me è lo spirito di verità e

di carità che ti parla. Questo non è senno mio, non è scienza mia, è un

raggio del sole dell'intelletto che da me, per divina provvidenza, viene

riflesso nell'anima tua. Alle illazioni della tua falsa scienza, alle

temerarie conclusioni di un'osservazione parziale che non abbraccia più

di un lato meschino della verità, odi ciò che risponde quella cognizion

delle cose che, innalzatasi su poggio più elevato, corre col suo sguardo

una maggiore estensione di vero.

«Tu ti affanni e bestemmi nell'argomentare intorno alla quistione del

male. Or sappi che il senso assoluto che si dà a questi due termini

_bene_ e _male_, secondo il dogma dell'antichità, non è esatto. Queste

due parole, come tutte quelle che esprimono l'esistenza e i suoi modi,

non hanno significazione immutabile nel regno del relativo che è la

terra, e pigliano un senso nuovo ad ogni volta che l'umanità concepisce

una nuova dottrina generale. In faccia alla verità assoluta non esiste

che il bene; il male si risolve in nient'altro che in una negazione

maggiore o minore del bene, la totale assenza di questo sarebbe il male

assoluto; e questa totale assenza nel mondo è impossibile. Il male

quindi non è cosa reale ed esistente per sè, è una cosa negativa, è una

privazione, e va cessando a seconda che nel suo cammino fatale — o per

dir meglio provvidenziale — l'umanità, come tutta la creazione, si viene

raccostando sempre più al bene assoluto. Ciò dà essenzialmente,

necessariamente il suo carattere di relatività al male. Nessuna potenza

rivale di Dio l'ha creato. Si crea da sè temporariamente, per mancanza

di bene. La legge dell'esistenza è il _meglio_[10], val quanto dire

l'indefinito, continuato, progressivo perfezionamento. Il male ed il

bene da noi percepiti non sono che due aspetti che ci presentano le

cose: considerate sotto il rispetto della morale pel bene e male morale;

considerate sotto quello del danno e dell'utile pel bene e male fisico;

considerate sotto quello dell'ignoranza o della conoscenza pel bene o

male intellettuale.

[10] Ciò disse il Leibnitz.

«Il bene d'oggi sarà male domani, perchè domani l'umanità sarà migliore:

il bene di ieri è già male al giorno d'oggi; ma mentre il bene diventa

male, mai quello che l'umanità ha già giudicato male non ridiventa bene.

Adunque il male assoluto, che sarebbe la negazione dell'essere, non

esiste; esiste il male relativamente ma di meno in meno, tendendo

gradatamente a scomparire: e questo è il progresso, la ragione suprema

dell'evoluzione universale. Bene e male sono luce e tenebre. Quello che

esiste è la luce; l'ombra non è cosa che esista, è la privazione della

luce.

«La legge di camminare verso il meglio è una legge che regola tutta la

creazione: all'uomo essa costituisce la sua legge morale. Guarda

soltanto la tua meschinissima terra, che è un punto meno che

impercettibile nell'infinito numero dei mondi nello infinito spazio:

l'evoluzione cosmica nelle fasi della sua esistenza è un incessante

travaglio di progressione verso il successivo miglioramento. La geologia

ti parla di questi immensi scambiamenti di forme e di condizioni, in cui

ti pare la natura siasi provata in vari saggi a raggiungere i tipi della

creazione attuale. Non erano tentativi, non erano abbozzi; erano tipi

compiuti e i più perfetti possibili nelle condizioni d'esistenza di quei

periodi; a voi viventi nell'epoca attuale una maggior perfezione

relativa conseguita fa sembrar quelli poco meno che aborti, come fra

migliaia di secoli le creature più perfette che abiteranno il vostro

globo, troveranno voi imperfettissimi accenni delle loro forme, delle

loro facoltà, della loro intelligenza. Del progressivo sviluppo delle

facoltà umane ti parlano con linguaggio irrepugnabile l'archeologia, la

storia, la legislazione.

«La stessa forza di progressione che ha plasmato e plasma

successivamente in tipi sempre più perfetti le forme degli esseri sulla

crosta della tua terra, ha dunque regolato il nuovo conquisto d'idee e

del successivo più ampio lume di verità nel mondo intellettivo e morale

del genere umano. Ma questa è ella una forza, cieca, senza ragione,

inerente fatalmente alla materia medesima? No. Questa è la forza dello

spirito della vita; questa è la manifestazione mediata nella materia

della volontà creativa.

«Ma perchè, potrebbe dirsi, questo lento e travaglioso trascinarsi verso

il meglio? Dio, poichè si afferma la sua esistenza, non avrebbe potuto e

dovuto far addirittura la creazione perfetta, e così rendere impossibile

sempre ogni negazione di bene?

«Ma come volete voi, intelligenze limitatissime, poste appena sul

limitare del tempio della verità e della luce, conoscere e giudicare le

ragioni dell'intelligenza infinita che è luce e verità assoluta? Anco la

luce fisica che vi abbellisce il mondo corporeo avrebbe potuto esser

creata di guisa che tutto e sempre ne fosse inondato senza ripari lo

spazio; e l'armonia delle cose avrebbe dovuto esser diversa. La

creazione diversamente atteggiata avrebbe risposto ad un diverso

concetto; ma quello che è nella mente di Dio non può essere che il

concetto migliore.

«L'universo non doveva essere pari con Dio; la perfezione nelle

intelligenze create, era un fare degli esemplari dell'intelligenza

infinita e del bene assoluto: era un assurdo anche per la vostra logica.

Lo spirito creatore, essenzialmente ed assolutamente libero, creò

spiriti in una relativa libertà contingente, da cui potesse nascere la

rispettiva imputabilità, ed aver luogo il rispettivo travaglio

provvidenzialmente volontario del proprio immegliamento.

«Gli spiriti innumeri che animano la creazione tutta nell'universo

infinito, e che si manifestano col fenomeno della vita prima

inconsciente, poi conscia; gli spiriti tutti furono creati semplici

colla virtù di svolgere le proprie facoltà apprensive traverso le varie

esistenze e colla forza di volontà di determinarsi, forza adattata alle

diverse circostanze delle loro condizioni successive. Essi possono così

volgersi al bene come da questo astenersi — il che costituisce

relativamente il male, e questo graduato secondo la minore o maggiore

astensione dal bene. — L'ampiezza, la misura, il carattere di questo

bene possibile allo spirito sono diversi, secondo le varie esistenze

dello spirito medesimo, diverse fra di loro eziandio per le capacità

maggiori, che nelle successive sue evoluzioni, esso viene acquistando.

Se quest'individualità di essere volente che chiamiamo spirito od anima,

ha nella sua transitoria esistenza conseguito una maggior parte di quel

miglioramento che era la relativa perfezione in quel periodo di vita

assegnatagli, e' si presenterà alla soglia del periodo successivo — un

gradino più elevato nell'infinita scala che ha da percorrere — meglio

dotato di qualità, più capace ancora di progresso e di bene: se invece

le sue opere furono da quel suo bene possibile più o meno lontane, esso

si troverà di tanto meno progredito di quanto fu maggiore o minore in

lui la negazione del bene....»

Giovanni Selva, che ascoltava con maggior attenzione e longanimità di

quanto si sarebbe potuto aspettare dalla sua spigliata ed impaziente

natura, interruppe a questo punto:

— Ma questa è nè più nè meno che la teoria di Dante di cui mi piace, se

mi concedi, ripeter qui i versi.

— Dilli pure: soggiunse Maurilio. So a quali vuoi alludere, ma non

dispiacerà anche a me il riudirli.

— Eccoli qua:

Voi che vivete, ogni cagion recate

Pur suso al Ciel, così, come se tutto

Movesse seco di necessitate.

Se così fosse, in voi fora distrutto

Libero arbitrio, e non fora giustizia

Per ben letizia, e per male aver lutto.

Lo Cielo i vostri movimenti inizia,

Non dico tutti; ma posto ch'io 'l dica,

Lume v'è dato a bene, ed a malizia

E libero voler: che se fatica

Nelle prime battaglie del ciel dura,

Poi vince tutto, se ben si nutrica.

A maggior forza ed a miglior natura

Liberi soggiacete, e quella cria

La mente in voi, che 'l Ciel non ha in sua cura,

Però se 'l mondo presente disvia,

In voi è la cagione, in voi si cheggia,

Ed io te ne sarò or vera spia.

Esce di mano a lui che la vagheggia,

Prima che sïa, a guisa di fanciulla,

Che piangendo e ridendo pargoleggia,

L'anima semplicetta, che sa nulla;

Salvo che mossa da lieto fattore,

Volentier torna a ciò che la trastulla.

Di picciol bene in pria sente sapore;

Quivi s'inganna, e dietro ad esso corre,

Se guida o fren non torce suo amore[11].

[11] DANTE, _Purg., c. XVI_.

— Sì: riprese a dire Maurilio: Dante colla potenza del suo genio ha

travisto la verità. Ma quella libera scelta ch'egli sembra rinserrare

nella cerchia della vita umana dello spirito ha da aver luogo in tutte

le sue vite, anche in quelle che si passano prima che arrivi al grado

pur tuttavia sì infimo dell'umanità nel nostro pianeta.

— Tu dunque, interrogò Giovanni, ammetti per la nostra anima delle

esistenze anteriori alla presente come di quelle posteriori?...

— All'infinito, proruppe con impeto Maurilio; all'infinito e le une e le

altre. Me lo disse il mio benigno spirito. Da qualunque parte si volga,

qualunque cosa consideri l'uomo, si trova in mezzo a due infiniti, o per

dir meglio, egli, nella sua vita contingente e temporaria è sempre

avvolto, compreso, perduto nell'infinito. Quando incominciarono ad

esistere gli spiriti intelligenti e volenti? Vi fu ella prima una

materia senza intelligenze che la guidassero e se ne servissero? La

forza necessariamente coesistente alla materia non fu ella sempre

l'attributo di un volere che capisce? Il mondo e le intelligenze

speciali che gli danno ragione di essere, e l'intelligenza assoluta e

prima non coesistettero ab eterno? Ma l'infinito mondo spirituale non ha

mandato e non manda che a fiotti su su nella via ascendente del

progresso verso l'assoluto forse da non arrivarsi mai, il suo popolo di

anime immortali che iniziano la loro carriera dagli ultimi gradi della

vitalità nei varii globi dello spazio interminato. L'immensa folla si

intorpidisce in quelle dense aure della materialità più crassa e non

comincia ad affinarsi che dopo un lungo periodo di tempo, e s'affina

così lentamente che lunghe sono le sue stazioni nei mondi e nei gradi

inferiori: noi viventi su questo pugno di terra all'epoca presente con

tante deficienze tuttavia, siamo spiriti attardatici dall'eternità nel

cammino delle esistenze e non pervenuti ancora che a questo misero e

debol grado di miglioramento dell'umanità terrestre.

Poichè Maurilio qui si tacque un momento, il suo ascoltatore ne prese

occasione per dire:

— Tutto questo è poetico in sommo grado, e non nego che ha del grandioso

ed alcun che di logico, onde rimane colpita la mia ragione; ma vi è una

quistione precedente ed affatto pregiudiciale, e si è quella

dell'esistenza dell'anima immortale. I Francesi sogliono dire che per

fare un _civet de lièvre_, conviene prima di tutto avere questo povero

diavolo di lepre. Per far passare quest'anima traverso le esistenze come

uno scolaro per varii anni del corso universitario, affine di arrivare

alla laurea della perfezione, bisognerebbe anzi tutto mettere in sodo

che quest'anima esiste. Non è già ch'io voglia sostenerne la non

esistenza, ma poichè tu dagli argomenti dei materialisti t'eri lasciato

sedurre a credere quell'esistenza una ipotesi non giustificata, bramerei

un po' sapere se il tuo spirito ha combattuti quegli argomenti, e come

ha fatto per di nuovo radicarti nella credenza contraria.

— Sì, lo spirito combattè il mio errore, e ti dirò in breve le sue

ragioni.

«Primo torto dei materialisti è quello di voler applicare le scienze

positive, l'astronomia, la chimica, la fisica, la fisiologia a risolvere

dei problemi che non sono di loro competenza, e per cui quindi esse non

hanno mezzi acconci e sufficienti. La scienza non si occupa

immediatamente del problema di Dio e dell'anima; pur tuttavia,

considerata senza sistematico preconcetto, quando a tali problemi si

vogliano applicare le conoscenze scientifiche attuali, lungi dal

favorire la negazione, esse affermano al contrario l'intelligenza e la

sapienza delle leggi che regolano la natura e l'esistenza nell'uomo

eziandio di qualche cosa che è estraneo e superiore alla materia.

«La scienza certamente ha distrutto l'idea meschina ed affatto umana che

di Dio s'era fatta l'antichità. In ogni epoca l'uomo concepisce siffatta

idea in armonia col grado di sviluppo del suo sapere e della sua

intelligenza. Al Dio vendicativo, appassionato, antropomorfo dei dogmi

dell'antichità, il genere umano più illuminato ha da sostituire e viene

sostituendo una concezione di Dio che più s'accosta a quell'assoluto cui

pure mente umana non potrà mai comprendere; ma l'affermazione

dell'intelligenza suprema dirigente si snebbierà sempre più

luminosamente, mercè la scienza più vasta, innanzi agli uomini fatti più

dotti.

«I materialisti, ridotte al sommo tutte le loro argomentazioni, fondano

il proprio sistema su questa affermazione: che le forze onde viene

diretto l'universo, non lo dirigono punto, che queste forze non sono le

guidatrici della materia, ma ne sono anzi le schiave, e che gli è la

materia inerte, cieca, sprovvista d'intelligenza che per forza propria,

presa non si sa d'onde, si dirige mercè delle leggi di cui ella è

incapace ad ogni modo di apprezzare l'essenza e l'efficacia.

«Questa temeraria affermazione rincalzano essi con ragionamenti che si

possono ridurre alla seguente formola: «La forza è una proprietà della

materia; ora una proprietà della materia non può essere considerata come

superiore, creatrice ed ordinatrice della materia medesima; dunque

l'idea di qualche cosa di estraneo alla materia è un concetto assurdo.»

Ma essi pongono per prima cosa, come aforisma, ciò appunto di cui è da

discutersi, che la forza sia una proprietà della materia: chiamati su

questo terreno a provare tale loro asserto, essi non hanno che questo

ragionamento: «S'incontrano sempre insieme la forza e la materia:

_dunque_ la prima è una qualità della seconda.»

«Ma tutto nell'universo dimostra che la materia è soggetta alla forza.

Invano i materialisti si sforzano con delle false deduzioni da false

esperienze a provare il contrario. Guardate il mondo inorganico. Tutto

in esso è regolato dalla legge. _Numerus regit mundum._ Questa legge si

traduce, si rappresenta allo spirito umano colle cifre d'un numero.

Tutto è armonia, e l'armonia è composizione di numeri: il suono, il

colore, la forma medesima appartengono al numero, perchè ogni figura è

determinata dalla cifra. L'ordine numerico regna dappertutto. Il fatto

meno significante in apparenza è il risultamento di certe leggi tanto

quanto l'avvenimento di maggiore importanza. Di che cosa è capace la

materia sola? Che diverrà un atomo d'ossigeno o di carbonio se voi lo

immaginate all'infuori d'ogni legge? Supponiamo un istante che questa

legge del numero non esiste, noi avremo distrutte tutte le armonie

dell'universo. Ora, la facoltà matematica può essa appartenere alla

materia? No, poichè gli è la legge che presiede alle combinazioni della

materia medesima, che quindi è ad essa superiore e la governa.

L'esperimentazione vi dice che il suono, la luce, il magnetismo non sono

materia, ma diversi modi di movimento. Ora chi ha ordinato questo modo

pel suono e quest'altro per la luce? Chi regola quelle forze?

Evidentemente sono quelle forze medesime, od una forza superiore che

tutte le abbraccia. La materia non è in tutti questi movimenti che il

soggetto passivo.

«Questo pel mondo inorganico; ma se noi passiamo al mondo organico la

evidenza d'una forza estranea e superiore alla materia ci si fa più e

più sempre luminosa. Dal primo istante in cui si manifesta la vita nei

più bassi ordini della medesima, sia vegetale che animale, noi ci

troviamo tosto a fronte una forza o legge direttrice che sceglie per

ciascuna individualità esistente nel gran serbatoio della natura quegli

elementi che sono necessari e li coordina nel modo che occorre per

formare e mantenere il tipo della specie a cui quell'individualità

appartiene. A chi non appare questa forza organica particolare anche nel

regno vegetale, che si potrebbe chiamare lo spirito delle piante, per

cui si manifesta un essere virtuale che fa obbedire alla sua

esplicazione la materia di cui si giova? Il fatto della scelta degli

elementi costitutivi del proprio tipo è un fatto intelligente; ma la

materia per sè può dirsi intelligente e capace di scegliere? Essa è

puramente passiva, dotata di certe proprietà che la rendono suscettiva

di obbedire alle leggi; conviene che queste intervengano per regolarla,

ordinarla, informarla. Come potrebbe essa la materia avere un disegno e

tendere ad uno scopo? Come, senza intelligenza, produrre degli esseri

intelligenti? E come, se si nega lo scopo nelle parti e nel tutto

dell'universo, questa materia pur tuttavia agirebbe con risultamenti

d'una innegabile utilità finale?

«Dal mondo vegetale passando a quello animale l'evidenza della forza

intima che informa gli esseri e ne crea l'individualità, si fa sempre

maggiore. È apparso un fatto capitale: la presenza del sistema nervoso

che produce e forse direbbesi più giusto perfeziona ed estrinseca la

sensibilità (poichè io non vorrei negare che nessuna sensibilità affatto

appartenga all'essere pianta) e si fa mezzo e stromento

dell'intelligenza. Dallo stato rudimental in cui si trova nei zoofiti

sino al suo più compiuto sviluppo nella specie umana, il sistema nervoso

è il segno dell'animalità e presiede a dei fenomeni immateriali.

L'essere, salendo su per la scala dell'organismo dal vegetale

all'animale, acquista via via coscienza di sè, la sensazione, poi la

riflessione delle sensazioni, l'intelligenza. Ad ogni grado del suo

stato, quella forza intima che è in lui e che lo costituisce si forma

intorno colla materia che lo circonda, quegli organi che gli sono adatti

e che rispondono alla sua presente condizione virtuale. Gli elementi

sono sempre i medesimi, pescati da tutti nel medesimo serbatoio; ma come

si farebbe che questa molecola di ferro, che ora fa parte d'un uomo,

appartenne ieri ad un altro animale, ad un vegetale, era poc'anzi nel

suolo della terra, e tornerà nel suo giro infinito a passare da questi a

quelli? Perchè questi medesimi atomi costituiscono ora un corpo, ora un

altro, vestono ora una forma, ora un'altra? La materia è sempre la

medesima: e s'ella fosse tutt'insieme materia e forza, e se la forza è

unica, come può avvenire che produca fenomeni così distinti? La forma

degli esseri organici dipende adunque dallo spirito che sta in essi e

che si riveste a seconda di materiali elementi. Tutti sono costituiti

delle medesime molecole, e non una di essa appartiene in proprio

all'individuo che temporaneamente la possiede, ma con vicenda incessante

passano tutte dagli uni agli altri. Quando l'essere vivente muore, che

cosa succede? Nulla è distrutto, nulla cambiato nella materia; essa è

imperitura; non è che la forma la quale si disfaccia: è cessata quella

forza intima che disponeva gli elementi materiali in quella certa guisa

e li obbligava a regolarsi secondo leggi speciali che son quelle della

vita, e con una fenomenìa alquanto diversa secondo la diversità della

specie di quell'essere organico: gli atomi tornano esclusivamente sotto

la direzione generale delle altre leggi universali della natura. Lo

spirito che è stato quello che ha plasmato quella forma, si è ritirato

da essa e la lascia cadere e disfarsi.

«Nel corpo umano in un dato tempo non si ha più una sola molecola di

quelle che v'erano dapprima[12]; eppure chi oserebbe dire che l'uomo è

cambiato? Chi non sa che la medesima volontà, che la medesima

intelligenza continuano? Chi non conosce il fenomeno della memoria, il

quale se fosse cosa inerente alla materia, questa per intiero

scambiandosi, dovrebbe con essa dileguarsi?

[12] È credenza oramai volgare che il corpo umano si rinnovelli

affatto nel periodo di sette anni; ma recenti lavori di accurati

fisiologisti hanno considerevolmente accorciato questo periodo.

Secondo Moleschott, ed altri, il corpo rinnova la maggior parte

della sua sostanza in uno spazio di tempo da 20 a 30 giorni.

«Ma quest'essere che nell'uomo acquista la più spiccata personalità

sulla terra mediante la più libera facoltà di volere, la più ampia

facoltà di comprendere; quest'essere onde viene, qual'è il suo fine

passando traverso questa vita, a qual destino è chiamato quando si

sciolga dal presente involucro di carne e lasci disfarsi quella forma

che la sua forza intima gli ha radunato dintorno?

«Collo studio dell'embriologia fu dimostrato che l'embrione umano passa

per differenti fasi, in cui si possono vedere adombrate le fasi diverse

corrispondenti per cui nei tempi anteriori ha dovuto passare l'umanità,

prima di arrivare alla forma presente. I vertebrati superiori rivestono

successivamente, come in abbozzo, i principali caratteri delle quattro

grandi classi del loro tipo. In codesto molti videro un'immagine delle

fasi cui nel corso delle età antichissime la medesima classe d'animali

ha successivamente attraversate, progredendo nella scala degli esseri.

Nel vedere la rassomiglianza che l'embrione umano offre successivamente

cogli embrioni delle tre classi dei vertebrati inferiori a quella dei

mammiferi; si è domandato se lo stato presente non sia un risultamento

delle evoluzioni passate e quella una traccia delle evoluzioni medesime.

Or bene, queste che paiono — e forse sono — rivelazioni del passato di

questa nostra forma materiale onde siamo rivestiti, dànno eziandio un

adombramento del passato che dovette percorrere il nostro spirito prima

di diventar degno di circondarsi della forma d'uomo e di costituire

quest'essere che nel basso mondo terreno tiene il primato

dell'intelligenza.»

— Capisco tutta la tua teoria: interruppe Giovanni. Lo spirito comincia

la sua esistenza dai più infimi gradi della manifestazione della vita e

traversa tutti questi gradi acquistando sempre nella coscienza e nella

volontà, finchè giunge all'essere uomo, ultimo grado.....

— Su questa terra! Aggiunse impetuosamente Maurilio. Qui o in mondi pari

a questo avrà più o meno esistenze secondo che più o meno saprà trar

profitto della sua incarnazione umana; ma quando di tanto si sarà

appurato da poter varcare a mondi superiori, allora prenderà il volo per

gli spazi eterei ad arrivare più benedette e più luminose sfere, in cui

ad esso maggiormente risplenda il sole della verità e dell'intelligenza.

E tutto questo movimento del mondo spirituale frammischiato e serventesi

e informatore del mondo materiale: quest'ascensione infinita ed eterna

degli spiriti verso l'assoluto che non arriveranno mai, traverso gli

spazii dell'infinito, in tutti i mondi che lo popolano, nell'eternità

del tempo!... L'uomo ed ogni spirito in qualunque corpo racchiuso, in

qualunque mondo vivente, è di questa guisa quale esso stesso si è fatto.

Come la sua intima virtualità gli raduna intorno gli organi e le forme

che corrispondono alle sue facoltà; così il suo destino, la sua

condizione temporaria nelle varie vite gli sono assegnati, per una legge

direi così di equilibrio che è la volontà e la giustizia di Dio, dalle

condizioni e dallo stato della sua anima...

— E ciò vuol dire: interruppe di nuovo Giovanni: che chi soffre in

questa vita gli è per iscontare il difetto di merito che non s'è

procurato nelle vite anteriori?

— Vuol dir questo, ma non esclusivamente. Lo spirito fra una ed altra

incarnazione riacquista più o meno chiara la coscienza delle esistenze

del suo passato, e può abbracciare con uno sguardo più o meno

apprensivo, più o meno intelligente, a seconda del grado di elevazione a

cui è giunto, il complesso dell'opera sua. Gli è allora che giudica sè

stesso, gli è allora che si conosce, che apprezza quanto s'è allontanato

relativamente dal bene, gli è allora che quanto più la sua volontà si è

predisposta al progresso verso il meglio si pente e si propone

correggersi. La sua libera scelta allora può fargli accettare nuove

esistenze incarnate in misere condizioni da dover soffrire e lottare,

perchè le sofferenze affinano appunto l'anima, per dirla con Dante, ed

ogni lotta vinta è un passo stampato innanzi nella via del

perfezionamento. Sotto l'impero di questo dogma tutti — tutti senza

eccezione — sono _vocati_, e tutti riusciranno eletti; ma

successivamente. La vita eterna è per ciascheduno e per tutti una eterna

e solidaria educazione. Il destino dell'uomo — che è il destino d'ogni

spirito — non è più quello di andarsi ad annientare nel torpore d'una

beatitudine eternamente immobile, ma di camminare senza posa nella

strada dell'infinito alla ricerca ed alla pratica del meglio.

Qui Maurilio si tacque. Gli occhi splendevano sotto le sue sopracciglia

sporgenti, come carboni accesi nelle tenebre d'una stanza la sera; dal

pallore del suo fronte pareva raggiare una lieve aureola come pallido

chiaror fosforico: la voce, l'accento, l'eloquenza delle parole, che qui

troppo male si seppe tradurre nel freddo linguaggio scritto, avevano un

calore, un'efficacia, una forza inesplicabile di persuasione onde tutto

fu penetrato l'animo di Giovanni.

Questi, commosso, senza poterne dire chiaramente il perchè, strinse con

forza la mano dell'amico e si tacque ancor esso; ed ambidue si

guardarono un poco in silenzio, le pupille fisse nelle pupille, una

corrente di elettricità scambiantesi con soave fremito dall'uno

all'altro.

La plebe, parte II · 第 32 / 37 题