Fra i lettori di romanzi una buona parte non cerca che l'interesse il
quale nasce dalla combinazione degli avvenimenti e dalle manifestazioni
della passione; codestoro trovano superfluo e fuor di luogo, in un
lavoro d'immaginazione come in opera d'arte, tutto ciò che ha la pretesa
di toccare gli alti quesiti della filosofia, della scienza, della
politica e dell'economia pubblica; impazienti di arrivare allo
scioglimento del nodo bene o male raggruppato che si trovano presentato
dinanzi dalla favola del racconto, dispettano ogni indugio che nel
cammino venga frapposto da considerazioni o da esposizioni che non sieno
azione di dramma. Per questi cotali non è scritto il presente capitolo:
e siccome all'intelligibilità dell'intreccio drammatico ed alla
conoscenza dello svolgimento dei fatti non nuocerà per nulla affatto
l'ometterne la lettura; così io consiglio senz'altro chi non si piace di
queste cui giudica vane fisime e inutili sopraccapi di filosofia, di
saltare a pie' pari l'intiero capitolo e ricominciare al XXIV, dove si
riprenderà la catena della narrazione.
Avendo poi in animo di scrivere in questo lavoro la storia non solo dei
fatti materiali della vita, ma dell'anima di certe individualità, in cui
rappresentate intiere classi, non mi parve potere a meno che affrontare
eziandio il gravissimo quesito dell'essere, della natura, del destino
oltre questa terra dell'anima umana: quesito che comprende la quistione
della coesistenza del bene e del male e quella della divinità. Qual è
l'uomo che pensa, il quale, anche quando si tenga attaccato alla fede
impostagli autorevolmente nell'infanzia dall'affermazione presentatagli
come indiscutibile dei maggiori, pur tuttavia non si trovi in dati
momenti faccia a faccia con questi terribili enimmi gettatigli innanzi
di forza dalla sfinge della vita? In quest'epoca in cui ogni credenza
vacilla e la crosta esteriore, per così dire, di tutto il mondo sociale
è una strana miscela di scetticismo indifferente e di audaci negazioni
rincalzate da vantati progressi di scienze positive, con qualche chiazza
qua e là di vernice d'ipocrisia, a mio avviso, nel substrato
dell'umanità, nelle viscere di essa e forse appunto in quelle classi
inferiori non abbastanza apprezzate e curate fin qui, di cui tuttavia
non si dà abbastanza pensiero la parte gaudente del genere umano; in
quelle classi di cui è intenzione del presente lavoro tracciare i
principali elementi; in quelle classi che, come già pel passato
emanarono dal loro seno il ceto medio, dovranno nell'avvenire dar la
materia d'una società diversamente atteggiata e d'una civiltà novella;
in quelle classi dico, serpe, e si agita, e fa suo cammino
inconsciamente un bisogno di fede nuova, più pura di pregiudizi, meno
materiale, più logica, se così posso dire, almanco nella sua estrinseca
forma. È inutile il dissimularselo. Le agitazioni politiche, le quali
dalla caduta del colosso napoleonico fino ad ora — e non accennano
cessare — hanno scombuiato il mondo, non sono che i prodromi d'una
rivoluzione sociale; ma questa, come quella politica, non sono che un
rimutamento esteriore dell'umanità, il quale avendo luogo nella materia,
implica, ed è manifestazione ed effetto d'un rimutamento necessario
avvenuto o da avvenire contemporaneamente nello spirito. L'idea domina
il mondo: lo spirito regge l'uomo; avete bel decretare con impotenti
aforismi materialistici che lo spirito non esiste e che l'idea è una
creazione della sostanza cerebrale; sarà sempre la modificazione della
parte immateriale dell'uomo che cagionerà e guiderà i mutamenti e i
progressi de' suoi fatti esteriori e de' suoi istituti. Perciò voi
vedete la quistione religiosa far capolino da per tutto sotto quella
politica. Invano la volete escludere; invano volete rimandarla al di
poi; riuscirete forse a ritardarne l'aperto scendere in campo; ma, dopo
avere assalito l'intelligenza dei pensatori nelle loro veglie
travagliose, dopo avere lottato nell'arena scientifica coi crogiuoli del
chimico, lo scalpello dell'anatomico e le deduzioni sperimentali del
fisiologo, lotta che ne acuisce come cote le armi, e la purga da molti
elementi d'errore; dopo avere oscuramente, confusamente agitate le
coscienze delle plebi, un giorno scoppierà nelle manifestazioni della
vita sociale, non colla violenza materiale, speriamo, ma con quella
ancora più irresistibile d'una nuova evoluzione della mente umana che ha
bisogno di trovare la sua forma, d'una necessità del progresso.
Io qui non sono nè propagatore di nuove dottrine, nè ambizioso cercator
di proseliti; sono espositore soltanto d'un complesso di pensieri a tal
riguardo, nel qual complesso mi pare scorgere che s'acquetino le
aspirazioni superiori dell'anima, le esigenze della ragione e i dati
positivi della scienza moderna.
Ciò detto, l'autore, si rintana nella sua parte passiva, e lascia
parlare i suoi personaggi.
* * * * *
— Io t'ho già detto, così parlò Maurilio, che fin da bambino la mia
mente era stata assalita dal tremendo quesito delle origini e del fine
dell'uomo, che le mie audaci interrogazioni spaventavano la fede
tranquilla ed umilmente rassegnata del buon Don Venanzio, e che questa
fede medesima cui quel vecchio, virtuoso sacerdote aveva fatto ogni
sforzo per radicarmi nel cuore, era venuta meno in me, innanzi
all'ardita analisi della mia ragione. L'edifizio scavato a poco a poco
sotto le fondamenta da questa potenza d'analisi, a un dato punto crollò
per intiero, ed io mi trovai in mezzo alle rovine di esso, innanzi
ancora d'aver letto Descartes nella condizione che questi assegna per
primo elemento, per punto di partenza all'acquisto della cognizione, con
un compiuto scancellamento dalla tavola dell'intelligenza d'ogni
affermazione a _priori_.
«La quistione del male aveva chiamata la mia attenzione da molto tempo.
Senza aver letto Bayle, che ne ha dato la formola, già sgomentavo e
confondevo la ortodossia del buon parroco del villaggio colla obiezione
di questo inesorabil dilemma: «Se il male esiste, o gli è per volontà di
Dio, o contro questa volontà. Ammettendo il primo, Dio non è nè giusto,
nè buono; non questo, perchè è l'autore del male, la qual cosa nessuno
potrà dire essere bontà; non quello, perchè punisce l'uomo d'aver fatto
quel male ch'egli Dio ha creato, a cui perciò ha concorso o cui almanco
ha permesso. Se Dio avesse escluso dalla sua creazione il male, l'uomo
non l'avrebbe commesso: e una bontà onnipotente non doveva ella far
così? Oppure si ammette che il male esiste contro la volontà di Dio, ed
allora questi non è più onnipotente, e vi è in questo universo, che voi
dite creato da Dio dal niente, qualcheduno o qualche cosa più potente di
lui, valendo ad agire contro la volontà di esso, ed è l'autore del
male.» A questo argomento il buon Don Venanzio, scandolezzato, tirava in
campo le vecchie armi della sua teologia, colle quali la scolastica
ortodossa non valse pur mai a rispondere vittoriosamente; e battuto
passo passo dall'incalzare del mio raziocinio, si ritirava nell'ultima
rocca del _credo quia absurdum_, fulminando colla scomunica le audacie
investigatrici della ragione umana.
«La Chiesa diffatti, innanzi a questo che fu sempre il più gran quesito
della filosofia, non ebbe mai una risposta trionfante, fuor quella
dell'anatema e dell'inquisizione. Anzi, nel suo formarsi traverso lo
scombuiamento delle prime età medievali, patteggiò, direi quasi,
coll'obiezione, ed amalgamando le superstizioni popolari, alcune
reliquie della parte più bassa del culto pagano, le filtrazioni di una
diversa teogonia dall'Oriente, costituì al Satana del volgo una potenza
per poco non pari a quella del Creatore, e consacrando coll'autorità
religiosa le tradizioni e le leggende, fece passare nell'ortodossia
l'idea eterodossa d'un semidualismo nel governo dell'Universo.
«La filosofia pagana non s'era volta di proposito a cotal ponderosa
quistione. Appena se l'aveva toccata passando; e Platone medesimo,
l'idealista, ed Aristotile avevano ammesso una specie di dualismo fra
due Eterni: lo spirito regolatore e governatore, e la materia increata,
ma da quello regolata e diretta. La società pagana tutta rivolta al
bello artistico, in certe circostanze e forme di sua costituzione che
escludevano gran parte di quel male fisico che assalse le plebi di poi
nel rovinìo di quella civiltà, aveva dirette le sue speculazioni al
bene, e non aveva mirato che sotto colori gai, poetici e ridenti i
grandi soggetti che s'impongono alla nostra mente: Dio, l'uomo ed il
creato. Ma all'infelice vivente nel medio evo, flagellato da mali d'ogni
sorta e da miserie incomportabili, questi oggetti sono apparsi in
tutt'altra guisa, traverso i suoi dolori e la sua disperazione. Il male
lo stringeva da ogni parte e sotto ogni forma, oppressione delle anime
ed oppressione dei corpi, servitù più dura che la schiavitù antica,
perchè sopportata più impazientemente, mentre la nuova religione e il
progresso dell'umanità avevano già fatto entrar nell'animo la coscienza
dei diritti individuali e la lusinghiera idea dell'uguaglianza
giuridica; violenze inaudite, guerre continue, pestilenze, carestie,
tutti i flagelli riuniti.
«Come non credere alla potenza di questo male? Com'era egli venuto al
mondo? Avrebb'egli avuto fine?
«Satana, il Dio del male, s'impianta e sovraneggia sempre più nel mondo,
anche secondo la dottrina cattolica. Il dualismo, che è base alle
cosmogonie asiatiche ed al gnosticismo alessandrino, si insinua nella
metafisica, nella morale, per non dire nel dogma della nuova religione,
aggiunta nociva all'opera divina del Nazareno. La Chiesa ammette il
principio cattivo e lo riveste d'una esistenza reale, che s'impone alla
fantasia sotto mille forme mostruose, che riempie di sua potenza la
natura fisica con tutti i fenomeni inesplicati dalla scienza bambina, e
la natura morale con tutti i giuochi delle passioni non disaminate dalla
psicologia in fascie.
«Sulle concessioni fatte al sentimento comune dall'ortodossia cattolica
esagera e travalica l'immaginativa popolare, la febbre dello sgomento,
l'ebbra cecità dell'ignoranza. Sempre udendosi dai loro sacerdoti
minacciare di questa misteriosa potenza, le masse ignoranti finirono per
dirsi che ella potrebbe forse con un culto disarmarsi e rendersi loro
propizia[9]. L'idea demoniaca favorita dalla Chiesa che credette trarne
profitto per sè, si volse in molte parti contro la medesima e suscitò le
follie morbose della stregoneria e passò all'eresia, aggiustando per le
credenze dell'Occidente una parafrasi del Manicheismo orientale. Satana
divenne creatore ancor egli; il mondo visibile è opera sua, cattiva al
pari di lui; i monarchi della terra sono necessariamente suoi ministri;
le potenze lo servono e la maggiore di tutte, la Chiesa Romana, è la più
efficace produttrice del male. Era nata l'eresia degli Albigesi cui
dovevano reprimere con tanta crudeltà i roghi dell'Inquisizione.
[9] Bellissimo è a leggersi in proposito il libro di Michelet
_La Strega_.
«Con l'amalgama confuso e soverchio delle letture ch'io aveva fatto, in
mezzo alle mie meditazioni io mi travagliava inutilmente e penosamente a
stringere il vero traverso il combattersi e l'urtarsi, il turbinare di
mille diversi, opposti argomenti. La Chiesa cattolica non aveva saputo
darne alcuna logica soluzione, ma il cristianesimo — che è cosa ben
differente dalla Chiesa — ne aveva pur data una sublime. «Il male — dice
in sostanza la vera religione di Cristo — è entrato nel mondo per fatto
d'una volontà intelligente, creata libera di scegliere il bene;
imperocchè Dio essendo la suprema libertà, ha fatto la creatura ad
immagine sua, cioè libera nelle sue determinazioni, epperò
risponsabile.»
«Il medio-evo non aveva potuto comprendere questa magnifica risposta,
egli che non poteva farsi il menomo concetto della libertà, oppresso
com'era e servo in tutto e per tutto, lo spirito ed il corpo. Non potevo
allora nemmanco comprenderla io che mi credevo in balìa alla cieca forza
della fatalità nemica d'ogni libero arbitrio. E poi mi rispondeva il
sofisma: «Se Dio ha creato l'uomo, egli l'ha fatto con tutte le sue
facoltà ed attributi, tale e quale. Tutto dunque nell'uomo proviene da
Dio, non c'è nulla di possibile in lui che non vi sia per espresso
volere di Colui che l'ha tratto dal nulla. Checchè faccia l'uomo,
qualunque partito abbracci, egli non si può muovere che in un cerchio
designato ed in condizioni già precedentemente stabilite; come dunque,
se fa il male può dirsi ch'egli ne sia l'autore, e l'autore a dispetto
di Dio?
«A conservarmi nelle opinioni spiritualiste, malgrado le letture cui già
m'era avvenuto di fare, fino ad una certa età avevano giovato le
apparizioni di quell'essere immateriale alla cui realtà avevo fermamente
creduto; cessando queste apparizioni, il dubbio anche sulla verità delle
medesime era entrato nell'animo mio. In quella mi cadde tra mano il
_Système de la nature_ del barone d'Holbach. L'apparenza scientifica di
quel dettato, la logica sofistica delle sue deduzioni, il calore stesso
di alcune sue pagine in cui vi par di sentire, traverso la convinzione
personale, la voce della verità, mi produssero una grandissima
impressione: a ciò si aggiunsero i trattati di Cabanis e di Destutt de
Tracy, e persino uno di Broussais che divorai coll'ardore con cui una
giovine donna dimentica il volo del tempo nella lettura d'un romanzo.
Credetti posto in sodo dalla filosofia, la scienza del ragionamento, e
dalla fisiologia, la scienza dell'osservazione, ambe d'accordo, che in
noi, che nei fenomeni della vita, che nel mondo universo non v'era che
materia, la quale, per necessità di leggi ad essa medesima inerenti,
doveva atteggiarsi a quelle varie forme ed a quei varii fenomeni.
«Spogliai l'uomo dello spirito immortale. Non vidi più in esso coi miei
autori, che un tutto di organi corporei e di funzioni proprie di questi
organi; l'_io_, la personalità umana non fu più un essere, un ente da
sè; non fu altro che un fatto, un prodotto dovuto a questa o quest'altra
disposizione delle molecole materiali. L'intelligenza e la sensibilità
non furono altro più che funzioni dell'apparecchio nervoso, come la
trasformazione degli alimenti in chilo ed in sangue, è una funzione
dell'apparecchio digestivo e di quello respiratorio. Il pensiero fu una
secrezione del cervello, come la bile è una secrezione del fegato e
l'orina delle reni. L'esistenza dell'anima non fu più che un'ipotesi, a
cui nessuna osservazione non dà fondamento, cui nessun ragionamento
rincalza, un'ipotesi gratuita, ed anzi un'idea priva di significato.
«Codeste opinioni mi angustiavano l'anima. Un profondo scoraggiamento,
un'apatìa, un intimo sdegno delle cose e di me, un abbassamento nella
forza del pensiero ed anco nella nobiltà dei sentimenti, n'erano
l'effetto. In me, contro quell'errore del mio intelletto, protestava
mutamente la coscienza: ma forse non avrei avuta la forza di scuotere
quel dannoso e torpido giogo del sofisma, se l'amore non fosse venuto ad
incitarmi l'anima, se nella crisi della suscitata passione non si
fossero con più vigore rideste le facoltà del mio spirito.
«E fu a questo mio spirito già scosso entro la mia carne, che venne a
favellare il vero lo spirito etereo delle mie visioni.
«Poichè mi ebbe detto il nome della donna all'anima della quale era
irrevocabilmente consecrata oramai l'anima mia, la soave apparizione mi
guardò un istante immobile, in silenzio, ma con dolcissimo lampeggiar di
tenerezza non dagli occhi soltanto, ma da tutta quella vaporosa forma di
contorni vaghi e sfumati: quindi non alle mie orecchie, ma proprio sotto
il mio cranio, direttamente al mio cervello, non per ondulazioni sonore,
ma per immediata comunicazione d'idee, udii suonare con ben altra
efficacia, con ben altra eloquenza ch'io non sappia tradurre in parole
la sostanza dei concetti seguenti.
«— Tu sei poeta: il pensiero sotto l'impulso dell'affetto si traduce in
te facilmente coll'armonia del verso; ma la forma in te, bada che non
pigli sopravvento sull'idea e non sciupi in lavoro di espressione la
forza che, concentrata, darebbe potenza e virtù al pensiero. Poeta è lo
spirito di tanto progredito nella evoluzione della sua esistenza
immortale, che può cogliere nei campi dell'eterno vero più chiare
apprensioni dell'assoluto, e queste tradurre in opere ed in linguaggio
umano a beneficio dell'umanità. Il tempo in cui all'orecchio dell'uomo
suonava più gradito e riusciva più fruttuoso il concento melodico dei
versi è passato. La fantasia lascia parlare oggidì la ragione; la poesia
— l'apprensione del vero — si deve fare oramai colla scienza. Lascia
gl'inni, i cantici d'amore, le odi: agisci e parla come uomo che ha uno
scopo, che lo vede, e che vuol camminare determinatamente verso di esso,
traverso tutti gli ostacoli e i labirinti della via. Quale lo scopo?
Migliorar sè e concorrere al miglioramento della famiglia umana a cui la
vita terrena t'imbranca: scoprire colla tensione dello spirito, collo
sforzo della volontà, collo studio tuo particolare, che si connette e si
addenta, come ruota piccolissima in una gran macchina, collo studio
della umanità che fu e che è, e di quella eziandio che sarà, complesso
meraviglioso di tanti minuti sforzi individuali che forma il progresso
del mondo umano; scoprire una maggior parte di vero, e questa diffondere
e comunicare ed applicare, se possibile, a vantaggio di tutti.
«Tu ami. — Che cosa t'impone quest'amore? — Farti degno di lei. — Potrai
tu giungere sino ad essa in questa corta evoluzione di esistenza che ha
luogo sulla terra? — Forse no. — Che importa? — Bisogna lavorare per
avvicinarvisi almanco. Non è sospirando inutili versi amorosi che tu
riuscirai a spingerti verso di lei nè socialmente, nè moralmente, nè
intellettualmente. Consulta l'intima voce del tuo cuore, ed odi ciò
ch'essa ti dice. _Excelsior!_ Più su! Più su! nell'immensa catena degli
esseri.
«Come per pareggiarne la condizione umana ti conviene salire dagli
infimi gradi della scala sociale; così per avvicinarsi alla sublimità
angelica di una anima, è forza appurare ed affinare la propria. Il tuo
ingegno ti rivela parte dei bisogni dell'umanità presente, la tua
esperienza te ne mostra le miserie: applica quella potenza di pensiero
cui già raggiunse il tuo spirito ai fruttuosi travagli della scienza
sociale, aumenta in te i tesori d'una dottrina il cui complesso e
risultamento sia la conoscenza delle leggi che applicate possono
migliorare lo stato interno e quello esterno dell'uomo, la morale e la
economia pubblica, e quando tu così sarai in possesso d'un barlume di
più della verità, fallo splendere agli occhi degli uomini intorno a te.
Meriterai di questa guisa innalzarti nella gerarchia sociale: potrai
provare che nell'umile corteccia di rovere si trova la verga d'oro; e
s'anco l'ingiustizia umana ti lascia cadere e passare ignorato nel
mondo, sarà, al chiudersi di quest'episodio terreno della sua esistenza
immortale, migliorato il tuo spirito: il tuo spirito, a cui, ora, esso
stesso, da false apparenze traviato, ha l'audace stoltezza di non
credere!
«Drizza a ciò ch'io ti comunico tutta la tua attenzione: continuava in
quella stessa maniera ma con più autorità ancora a susurrarmi entro il
cervello la fantastica forma muliebre. Per me è lo spirito di verità e
di carità che ti parla. Questo non è senno mio, non è scienza mia, è un
raggio del sole dell'intelletto che da me, per divina provvidenza, viene
riflesso nell'anima tua. Alle illazioni della tua falsa scienza, alle
temerarie conclusioni di un'osservazione parziale che non abbraccia più
di un lato meschino della verità, odi ciò che risponde quella cognizion
delle cose che, innalzatasi su poggio più elevato, corre col suo sguardo
una maggiore estensione di vero.
«Tu ti affanni e bestemmi nell'argomentare intorno alla quistione del
male. Or sappi che il senso assoluto che si dà a questi due termini
_bene_ e _male_, secondo il dogma dell'antichità, non è esatto. Queste
due parole, come tutte quelle che esprimono l'esistenza e i suoi modi,
non hanno significazione immutabile nel regno del relativo che è la
terra, e pigliano un senso nuovo ad ogni volta che l'umanità concepisce
una nuova dottrina generale. In faccia alla verità assoluta non esiste
che il bene; il male si risolve in nient'altro che in una negazione
maggiore o minore del bene, la totale assenza di questo sarebbe il male
assoluto; e questa totale assenza nel mondo è impossibile. Il male
quindi non è cosa reale ed esistente per sè, è una cosa negativa, è una
privazione, e va cessando a seconda che nel suo cammino fatale — o per
dir meglio provvidenziale — l'umanità, come tutta la creazione, si viene
raccostando sempre più al bene assoluto. Ciò dà essenzialmente,
necessariamente il suo carattere di relatività al male. Nessuna potenza
rivale di Dio l'ha creato. Si crea da sè temporariamente, per mancanza
di bene. La legge dell'esistenza è il _meglio_[10], val quanto dire
l'indefinito, continuato, progressivo perfezionamento. Il male ed il
bene da noi percepiti non sono che due aspetti che ci presentano le
cose: considerate sotto il rispetto della morale pel bene e male morale;
considerate sotto quello del danno e dell'utile pel bene e male fisico;
considerate sotto quello dell'ignoranza o della conoscenza pel bene o
male intellettuale.
[10] Ciò disse il Leibnitz.
«Il bene d'oggi sarà male domani, perchè domani l'umanità sarà migliore:
il bene di ieri è già male al giorno d'oggi; ma mentre il bene diventa
male, mai quello che l'umanità ha già giudicato male non ridiventa bene.
Adunque il male assoluto, che sarebbe la negazione dell'essere, non
esiste; esiste il male relativamente ma di meno in meno, tendendo
gradatamente a scomparire: e questo è il progresso, la ragione suprema
dell'evoluzione universale. Bene e male sono luce e tenebre. Quello che
esiste è la luce; l'ombra non è cosa che esista, è la privazione della
luce.
«La legge di camminare verso il meglio è una legge che regola tutta la
creazione: all'uomo essa costituisce la sua legge morale. Guarda
soltanto la tua meschinissima terra, che è un punto meno che
impercettibile nell'infinito numero dei mondi nello infinito spazio:
l'evoluzione cosmica nelle fasi della sua esistenza è un incessante
travaglio di progressione verso il successivo miglioramento. La geologia
ti parla di questi immensi scambiamenti di forme e di condizioni, in cui
ti pare la natura siasi provata in vari saggi a raggiungere i tipi della
creazione attuale. Non erano tentativi, non erano abbozzi; erano tipi
compiuti e i più perfetti possibili nelle condizioni d'esistenza di quei
periodi; a voi viventi nell'epoca attuale una maggior perfezione
relativa conseguita fa sembrar quelli poco meno che aborti, come fra
migliaia di secoli le creature più perfette che abiteranno il vostro
globo, troveranno voi imperfettissimi accenni delle loro forme, delle
loro facoltà, della loro intelligenza. Del progressivo sviluppo delle
facoltà umane ti parlano con linguaggio irrepugnabile l'archeologia, la
storia, la legislazione.
«La stessa forza di progressione che ha plasmato e plasma
successivamente in tipi sempre più perfetti le forme degli esseri sulla
crosta della tua terra, ha dunque regolato il nuovo conquisto d'idee e
del successivo più ampio lume di verità nel mondo intellettivo e morale
del genere umano. Ma questa è ella una forza, cieca, senza ragione,
inerente fatalmente alla materia medesima? No. Questa è la forza dello
spirito della vita; questa è la manifestazione mediata nella materia
della volontà creativa.
«Ma perchè, potrebbe dirsi, questo lento e travaglioso trascinarsi verso
il meglio? Dio, poichè si afferma la sua esistenza, non avrebbe potuto e
dovuto far addirittura la creazione perfetta, e così rendere impossibile
sempre ogni negazione di bene?
«Ma come volete voi, intelligenze limitatissime, poste appena sul
limitare del tempio della verità e della luce, conoscere e giudicare le
ragioni dell'intelligenza infinita che è luce e verità assoluta? Anco la
luce fisica che vi abbellisce il mondo corporeo avrebbe potuto esser
creata di guisa che tutto e sempre ne fosse inondato senza ripari lo
spazio; e l'armonia delle cose avrebbe dovuto esser diversa. La
creazione diversamente atteggiata avrebbe risposto ad un diverso
concetto; ma quello che è nella mente di Dio non può essere che il
concetto migliore.
«L'universo non doveva essere pari con Dio; la perfezione nelle
intelligenze create, era un fare degli esemplari dell'intelligenza
infinita e del bene assoluto: era un assurdo anche per la vostra logica.
Lo spirito creatore, essenzialmente ed assolutamente libero, creò
spiriti in una relativa libertà contingente, da cui potesse nascere la
rispettiva imputabilità, ed aver luogo il rispettivo travaglio
provvidenzialmente volontario del proprio immegliamento.
«Gli spiriti innumeri che animano la creazione tutta nell'universo
infinito, e che si manifestano col fenomeno della vita prima
inconsciente, poi conscia; gli spiriti tutti furono creati semplici
colla virtù di svolgere le proprie facoltà apprensive traverso le varie
esistenze e colla forza di volontà di determinarsi, forza adattata alle
diverse circostanze delle loro condizioni successive. Essi possono così
volgersi al bene come da questo astenersi — il che costituisce
relativamente il male, e questo graduato secondo la minore o maggiore
astensione dal bene. — L'ampiezza, la misura, il carattere di questo
bene possibile allo spirito sono diversi, secondo le varie esistenze
dello spirito medesimo, diverse fra di loro eziandio per le capacità
maggiori, che nelle successive sue evoluzioni, esso viene acquistando.
Se quest'individualità di essere volente che chiamiamo spirito od anima,
ha nella sua transitoria esistenza conseguito una maggior parte di quel
miglioramento che era la relativa perfezione in quel periodo di vita
assegnatagli, e' si presenterà alla soglia del periodo successivo — un
gradino più elevato nell'infinita scala che ha da percorrere — meglio
dotato di qualità, più capace ancora di progresso e di bene: se invece
le sue opere furono da quel suo bene possibile più o meno lontane, esso
si troverà di tanto meno progredito di quanto fu maggiore o minore in
lui la negazione del bene....»
Giovanni Selva, che ascoltava con maggior attenzione e longanimità di
quanto si sarebbe potuto aspettare dalla sua spigliata ed impaziente
natura, interruppe a questo punto:
— Ma questa è nè più nè meno che la teoria di Dante di cui mi piace, se
mi concedi, ripeter qui i versi.
— Dilli pure: soggiunse Maurilio. So a quali vuoi alludere, ma non
dispiacerà anche a me il riudirli.
— Eccoli qua:
Voi che vivete, ogni cagion recate
Pur suso al Ciel, così, come se tutto
Movesse seco di necessitate.
Se così fosse, in voi fora distrutto
Libero arbitrio, e non fora giustizia
Per ben letizia, e per male aver lutto.
Lo Cielo i vostri movimenti inizia,
Non dico tutti; ma posto ch'io 'l dica,
Lume v'è dato a bene, ed a malizia
E libero voler: che se fatica
Nelle prime battaglie del ciel dura,
Poi vince tutto, se ben si nutrica.
A maggior forza ed a miglior natura
Liberi soggiacete, e quella cria
La mente in voi, che 'l Ciel non ha in sua cura,
Però se 'l mondo presente disvia,
In voi è la cagione, in voi si cheggia,
Ed io te ne sarò or vera spia.
Esce di mano a lui che la vagheggia,
Prima che sïa, a guisa di fanciulla,
Che piangendo e ridendo pargoleggia,
L'anima semplicetta, che sa nulla;
Salvo che mossa da lieto fattore,
Volentier torna a ciò che la trastulla.
Di picciol bene in pria sente sapore;
Quivi s'inganna, e dietro ad esso corre,
Se guida o fren non torce suo amore[11].
[11] DANTE, _Purg., c. XVI_.
— Sì: riprese a dire Maurilio: Dante colla potenza del suo genio ha
travisto la verità. Ma quella libera scelta ch'egli sembra rinserrare
nella cerchia della vita umana dello spirito ha da aver luogo in tutte
le sue vite, anche in quelle che si passano prima che arrivi al grado
pur tuttavia sì infimo dell'umanità nel nostro pianeta.
— Tu dunque, interrogò Giovanni, ammetti per la nostra anima delle
esistenze anteriori alla presente come di quelle posteriori?...
— All'infinito, proruppe con impeto Maurilio; all'infinito e le une e le
altre. Me lo disse il mio benigno spirito. Da qualunque parte si volga,
qualunque cosa consideri l'uomo, si trova in mezzo a due infiniti, o per
dir meglio, egli, nella sua vita contingente e temporaria è sempre
avvolto, compreso, perduto nell'infinito. Quando incominciarono ad
esistere gli spiriti intelligenti e volenti? Vi fu ella prima una
materia senza intelligenze che la guidassero e se ne servissero? La
forza necessariamente coesistente alla materia non fu ella sempre
l'attributo di un volere che capisce? Il mondo e le intelligenze
speciali che gli danno ragione di essere, e l'intelligenza assoluta e
prima non coesistettero ab eterno? Ma l'infinito mondo spirituale non ha
mandato e non manda che a fiotti su su nella via ascendente del
progresso verso l'assoluto forse da non arrivarsi mai, il suo popolo di
anime immortali che iniziano la loro carriera dagli ultimi gradi della
vitalità nei varii globi dello spazio interminato. L'immensa folla si
intorpidisce in quelle dense aure della materialità più crassa e non
comincia ad affinarsi che dopo un lungo periodo di tempo, e s'affina
così lentamente che lunghe sono le sue stazioni nei mondi e nei gradi
inferiori: noi viventi su questo pugno di terra all'epoca presente con
tante deficienze tuttavia, siamo spiriti attardatici dall'eternità nel
cammino delle esistenze e non pervenuti ancora che a questo misero e
debol grado di miglioramento dell'umanità terrestre.
Poichè Maurilio qui si tacque un momento, il suo ascoltatore ne prese
occasione per dire:
— Tutto questo è poetico in sommo grado, e non nego che ha del grandioso
ed alcun che di logico, onde rimane colpita la mia ragione; ma vi è una
quistione precedente ed affatto pregiudiciale, e si è quella
dell'esistenza dell'anima immortale. I Francesi sogliono dire che per
fare un _civet de lièvre_, conviene prima di tutto avere questo povero
diavolo di lepre. Per far passare quest'anima traverso le esistenze come
uno scolaro per varii anni del corso universitario, affine di arrivare
alla laurea della perfezione, bisognerebbe anzi tutto mettere in sodo
che quest'anima esiste. Non è già ch'io voglia sostenerne la non
esistenza, ma poichè tu dagli argomenti dei materialisti t'eri lasciato
sedurre a credere quell'esistenza una ipotesi non giustificata, bramerei
un po' sapere se il tuo spirito ha combattuti quegli argomenti, e come
ha fatto per di nuovo radicarti nella credenza contraria.
— Sì, lo spirito combattè il mio errore, e ti dirò in breve le sue
ragioni.
«Primo torto dei materialisti è quello di voler applicare le scienze
positive, l'astronomia, la chimica, la fisica, la fisiologia a risolvere
dei problemi che non sono di loro competenza, e per cui quindi esse non
hanno mezzi acconci e sufficienti. La scienza non si occupa
immediatamente del problema di Dio e dell'anima; pur tuttavia,
considerata senza sistematico preconcetto, quando a tali problemi si
vogliano applicare le conoscenze scientifiche attuali, lungi dal
favorire la negazione, esse affermano al contrario l'intelligenza e la
sapienza delle leggi che regolano la natura e l'esistenza nell'uomo
eziandio di qualche cosa che è estraneo e superiore alla materia.
«La scienza certamente ha distrutto l'idea meschina ed affatto umana che
di Dio s'era fatta l'antichità. In ogni epoca l'uomo concepisce siffatta
idea in armonia col grado di sviluppo del suo sapere e della sua
intelligenza. Al Dio vendicativo, appassionato, antropomorfo dei dogmi
dell'antichità, il genere umano più illuminato ha da sostituire e viene
sostituendo una concezione di Dio che più s'accosta a quell'assoluto cui
pure mente umana non potrà mai comprendere; ma l'affermazione
dell'intelligenza suprema dirigente si snebbierà sempre più
luminosamente, mercè la scienza più vasta, innanzi agli uomini fatti più
dotti.
«I materialisti, ridotte al sommo tutte le loro argomentazioni, fondano
il proprio sistema su questa affermazione: che le forze onde viene
diretto l'universo, non lo dirigono punto, che queste forze non sono le
guidatrici della materia, ma ne sono anzi le schiave, e che gli è la
materia inerte, cieca, sprovvista d'intelligenza che per forza propria,
presa non si sa d'onde, si dirige mercè delle leggi di cui ella è
incapace ad ogni modo di apprezzare l'essenza e l'efficacia.
«Questa temeraria affermazione rincalzano essi con ragionamenti che si
possono ridurre alla seguente formola: «La forza è una proprietà della
materia; ora una proprietà della materia non può essere considerata come
superiore, creatrice ed ordinatrice della materia medesima; dunque
l'idea di qualche cosa di estraneo alla materia è un concetto assurdo.»
Ma essi pongono per prima cosa, come aforisma, ciò appunto di cui è da
discutersi, che la forza sia una proprietà della materia: chiamati su
questo terreno a provare tale loro asserto, essi non hanno che questo
ragionamento: «S'incontrano sempre insieme la forza e la materia:
_dunque_ la prima è una qualità della seconda.»
«Ma tutto nell'universo dimostra che la materia è soggetta alla forza.
Invano i materialisti si sforzano con delle false deduzioni da false
esperienze a provare il contrario. Guardate il mondo inorganico. Tutto
in esso è regolato dalla legge. _Numerus regit mundum._ Questa legge si
traduce, si rappresenta allo spirito umano colle cifre d'un numero.
Tutto è armonia, e l'armonia è composizione di numeri: il suono, il
colore, la forma medesima appartengono al numero, perchè ogni figura è
determinata dalla cifra. L'ordine numerico regna dappertutto. Il fatto
meno significante in apparenza è il risultamento di certe leggi tanto
quanto l'avvenimento di maggiore importanza. Di che cosa è capace la
materia sola? Che diverrà un atomo d'ossigeno o di carbonio se voi lo
immaginate all'infuori d'ogni legge? Supponiamo un istante che questa
legge del numero non esiste, noi avremo distrutte tutte le armonie
dell'universo. Ora, la facoltà matematica può essa appartenere alla
materia? No, poichè gli è la legge che presiede alle combinazioni della
materia medesima, che quindi è ad essa superiore e la governa.
L'esperimentazione vi dice che il suono, la luce, il magnetismo non sono
materia, ma diversi modi di movimento. Ora chi ha ordinato questo modo
pel suono e quest'altro per la luce? Chi regola quelle forze?
Evidentemente sono quelle forze medesime, od una forza superiore che
tutte le abbraccia. La materia non è in tutti questi movimenti che il
soggetto passivo.
«Questo pel mondo inorganico; ma se noi passiamo al mondo organico la
evidenza d'una forza estranea e superiore alla materia ci si fa più e
più sempre luminosa. Dal primo istante in cui si manifesta la vita nei
più bassi ordini della medesima, sia vegetale che animale, noi ci
troviamo tosto a fronte una forza o legge direttrice che sceglie per
ciascuna individualità esistente nel gran serbatoio della natura quegli
elementi che sono necessari e li coordina nel modo che occorre per
formare e mantenere il tipo della specie a cui quell'individualità
appartiene. A chi non appare questa forza organica particolare anche nel
regno vegetale, che si potrebbe chiamare lo spirito delle piante, per
cui si manifesta un essere virtuale che fa obbedire alla sua
esplicazione la materia di cui si giova? Il fatto della scelta degli
elementi costitutivi del proprio tipo è un fatto intelligente; ma la
materia per sè può dirsi intelligente e capace di scegliere? Essa è
puramente passiva, dotata di certe proprietà che la rendono suscettiva
di obbedire alle leggi; conviene che queste intervengano per regolarla,
ordinarla, informarla. Come potrebbe essa la materia avere un disegno e
tendere ad uno scopo? Come, senza intelligenza, produrre degli esseri
intelligenti? E come, se si nega lo scopo nelle parti e nel tutto
dell'universo, questa materia pur tuttavia agirebbe con risultamenti
d'una innegabile utilità finale?
«Dal mondo vegetale passando a quello animale l'evidenza della forza
intima che informa gli esseri e ne crea l'individualità, si fa sempre
maggiore. È apparso un fatto capitale: la presenza del sistema nervoso
che produce e forse direbbesi più giusto perfeziona ed estrinseca la
sensibilità (poichè io non vorrei negare che nessuna sensibilità affatto
appartenga all'essere pianta) e si fa mezzo e stromento
dell'intelligenza. Dallo stato rudimental in cui si trova nei zoofiti
sino al suo più compiuto sviluppo nella specie umana, il sistema nervoso
è il segno dell'animalità e presiede a dei fenomeni immateriali.
L'essere, salendo su per la scala dell'organismo dal vegetale
all'animale, acquista via via coscienza di sè, la sensazione, poi la
riflessione delle sensazioni, l'intelligenza. Ad ogni grado del suo
stato, quella forza intima che è in lui e che lo costituisce si forma
intorno colla materia che lo circonda, quegli organi che gli sono adatti
e che rispondono alla sua presente condizione virtuale. Gli elementi
sono sempre i medesimi, pescati da tutti nel medesimo serbatoio; ma come
si farebbe che questa molecola di ferro, che ora fa parte d'un uomo,
appartenne ieri ad un altro animale, ad un vegetale, era poc'anzi nel
suolo della terra, e tornerà nel suo giro infinito a passare da questi a
quelli? Perchè questi medesimi atomi costituiscono ora un corpo, ora un
altro, vestono ora una forma, ora un'altra? La materia è sempre la
medesima: e s'ella fosse tutt'insieme materia e forza, e se la forza è
unica, come può avvenire che produca fenomeni così distinti? La forma
degli esseri organici dipende adunque dallo spirito che sta in essi e
che si riveste a seconda di materiali elementi. Tutti sono costituiti
delle medesime molecole, e non una di essa appartiene in proprio
all'individuo che temporaneamente la possiede, ma con vicenda incessante
passano tutte dagli uni agli altri. Quando l'essere vivente muore, che
cosa succede? Nulla è distrutto, nulla cambiato nella materia; essa è
imperitura; non è che la forma la quale si disfaccia: è cessata quella
forza intima che disponeva gli elementi materiali in quella certa guisa
e li obbligava a regolarsi secondo leggi speciali che son quelle della
vita, e con una fenomenìa alquanto diversa secondo la diversità della
specie di quell'essere organico: gli atomi tornano esclusivamente sotto
la direzione generale delle altre leggi universali della natura. Lo
spirito che è stato quello che ha plasmato quella forma, si è ritirato
da essa e la lascia cadere e disfarsi.
«Nel corpo umano in un dato tempo non si ha più una sola molecola di
quelle che v'erano dapprima[12]; eppure chi oserebbe dire che l'uomo è
cambiato? Chi non sa che la medesima volontà, che la medesima
intelligenza continuano? Chi non conosce il fenomeno della memoria, il
quale se fosse cosa inerente alla materia, questa per intiero
scambiandosi, dovrebbe con essa dileguarsi?
[12] È credenza oramai volgare che il corpo umano si rinnovelli
affatto nel periodo di sette anni; ma recenti lavori di accurati
fisiologisti hanno considerevolmente accorciato questo periodo.
Secondo Moleschott, ed altri, il corpo rinnova la maggior parte
della sua sostanza in uno spazio di tempo da 20 a 30 giorni.
«Ma quest'essere che nell'uomo acquista la più spiccata personalità
sulla terra mediante la più libera facoltà di volere, la più ampia
facoltà di comprendere; quest'essere onde viene, qual'è il suo fine
passando traverso questa vita, a qual destino è chiamato quando si
sciolga dal presente involucro di carne e lasci disfarsi quella forma
che la sua forza intima gli ha radunato dintorno?
«Collo studio dell'embriologia fu dimostrato che l'embrione umano passa
per differenti fasi, in cui si possono vedere adombrate le fasi diverse
corrispondenti per cui nei tempi anteriori ha dovuto passare l'umanità,
prima di arrivare alla forma presente. I vertebrati superiori rivestono
successivamente, come in abbozzo, i principali caratteri delle quattro
grandi classi del loro tipo. In codesto molti videro un'immagine delle
fasi cui nel corso delle età antichissime la medesima classe d'animali
ha successivamente attraversate, progredendo nella scala degli esseri.
Nel vedere la rassomiglianza che l'embrione umano offre successivamente
cogli embrioni delle tre classi dei vertebrati inferiori a quella dei
mammiferi; si è domandato se lo stato presente non sia un risultamento
delle evoluzioni passate e quella una traccia delle evoluzioni medesime.
Or bene, queste che paiono — e forse sono — rivelazioni del passato di
questa nostra forma materiale onde siamo rivestiti, dànno eziandio un
adombramento del passato che dovette percorrere il nostro spirito prima
di diventar degno di circondarsi della forma d'uomo e di costituire
quest'essere che nel basso mondo terreno tiene il primato
dell'intelligenza.»
— Capisco tutta la tua teoria: interruppe Giovanni. Lo spirito comincia
la sua esistenza dai più infimi gradi della manifestazione della vita e
traversa tutti questi gradi acquistando sempre nella coscienza e nella
volontà, finchè giunge all'essere uomo, ultimo grado.....
— Su questa terra! Aggiunse impetuosamente Maurilio. Qui o in mondi pari
a questo avrà più o meno esistenze secondo che più o meno saprà trar
profitto della sua incarnazione umana; ma quando di tanto si sarà
appurato da poter varcare a mondi superiori, allora prenderà il volo per
gli spazi eterei ad arrivare più benedette e più luminose sfere, in cui
ad esso maggiormente risplenda il sole della verità e dell'intelligenza.
E tutto questo movimento del mondo spirituale frammischiato e serventesi
e informatore del mondo materiale: quest'ascensione infinita ed eterna
degli spiriti verso l'assoluto che non arriveranno mai, traverso gli
spazii dell'infinito, in tutti i mondi che lo popolano, nell'eternità
del tempo!... L'uomo ed ogni spirito in qualunque corpo racchiuso, in
qualunque mondo vivente, è di questa guisa quale esso stesso si è fatto.
Come la sua intima virtualità gli raduna intorno gli organi e le forme
che corrispondono alle sue facoltà; così il suo destino, la sua
condizione temporaria nelle varie vite gli sono assegnati, per una legge
direi così di equilibrio che è la volontà e la giustizia di Dio, dalle
condizioni e dallo stato della sua anima...
— E ciò vuol dire: interruppe di nuovo Giovanni: che chi soffre in
questa vita gli è per iscontare il difetto di merito che non s'è
procurato nelle vite anteriori?
— Vuol dir questo, ma non esclusivamente. Lo spirito fra una ed altra
incarnazione riacquista più o meno chiara la coscienza delle esistenze
del suo passato, e può abbracciare con uno sguardo più o meno
apprensivo, più o meno intelligente, a seconda del grado di elevazione a
cui è giunto, il complesso dell'opera sua. Gli è allora che giudica sè
stesso, gli è allora che si conosce, che apprezza quanto s'è allontanato
relativamente dal bene, gli è allora che quanto più la sua volontà si è
predisposta al progresso verso il meglio si pente e si propone
correggersi. La sua libera scelta allora può fargli accettare nuove
esistenze incarnate in misere condizioni da dover soffrire e lottare,
perchè le sofferenze affinano appunto l'anima, per dirla con Dante, ed
ogni lotta vinta è un passo stampato innanzi nella via del
perfezionamento. Sotto l'impero di questo dogma tutti — tutti senza
eccezione — sono _vocati_, e tutti riusciranno eletti; ma
successivamente. La vita eterna è per ciascheduno e per tutti una eterna
e solidaria educazione. Il destino dell'uomo — che è il destino d'ogni
spirito — non è più quello di andarsi ad annientare nel torpore d'una
beatitudine eternamente immobile, ma di camminare senza posa nella
strada dell'infinito alla ricerca ed alla pratica del meglio.
Qui Maurilio si tacque. Gli occhi splendevano sotto le sue sopracciglia
sporgenti, come carboni accesi nelle tenebre d'una stanza la sera; dal
pallore del suo fronte pareva raggiare una lieve aureola come pallido
chiaror fosforico: la voce, l'accento, l'eloquenza delle parole, che qui
troppo male si seppe tradurre nel freddo linguaggio scritto, avevano un
calore, un'efficacia, una forza inesplicabile di persuasione onde tutto
fu penetrato l'animo di Giovanni.
Questi, commosso, senza poterne dire chiaramente il perchè, strinse con
forza la mano dell'amico e si tacque ancor esso; ed ambidue si
guardarono un poco in silenzio, le pupille fisse nelle pupille, una
corrente di elettricità scambiantesi con soave fremito dall'uno
all'altro.