CAPITOLO XX.

Il _medichino_, colle buste dei diamanti della contessa di Staffarda

sotto il suo mantello, era giunto all'uscio chiovato di ferro

dell'abitazione di Nariccia. Giusto che stava per suonare il campanello,

un battente dell'uscio si socchiuse e comparvero in quella penombra la

faccia pienotta, rubiconda ed ilare di Padre Bonaventura che usciva, e

quella terrea, umile e scura del padrone di casa che lo accompagnava fin

sul pianerottolo della casa.

Essi continuavano un discorso che all'accento delle loro voci ed

all'espressione degli sguardi onde lo accompagnavano doveva dirsi per

loro interessantissimo, e Gian-Luigi potè udire le seguenti parole

pronunziate dall'usuraio al frate:

— Sì, reverendo. Ella ha dato alla _Gattona_ il miglior consiglio che

sia del caso.... Io non penso che quel giovane abbia ad essere ciò che

il suo nome e quell'oggetto farebbero sospettare..... Ho delle buone

ragioni per credere che _quello là_ non esiste più.... Ma non importa: è

meglio cercare di saperne alcun che di preciso, tanto più per riguardo

di me che ci ho, più che interesse, alcun rischio da correre.... Dunque

la ringrazio ad esser venuto subito a pormene in sull'avviso e accetto

affatto il suo suggerimento: non dir nulla e far agire con prudenza la

_Gattona_, per aspettare di poi a prendere una risoluzione a cose meglio

chiarite. Chi sa che non ci sia poi in codesto qualche buon mezzo di

nostro vantaggio!...

Vide in quella nello scuriccio del pianerottolo staccarsi dal fondo nero

della scala che si affondava al di sotto la figura d'un uomo che

s'accostava.

S'interruppe sollecitamente, dicendo:

— Ah c'è qualcheduno qui; ed aguzzò i suoi occhietti birci per conoscere

chi fosse il nuovo venuto.

— Buon giorno, Nariccia: disse Gian-Luigi, abbassando la falda del

mantello onde si copriva la parte inferiore del volto: sono io.

— Ah ah! siete voi, dottore: esclamò Nariccia. Gli è di me che cercate?

— Appunto. Ho bisogno di parlarvi.

— Io vi lascio colla buona ventura; disse colla voce melliflua che gli

era abituale il gesuita; e Dio vi tenga nella sua santa grazia.

— _Amen_: rispose tutto compunto l'usuraio torcendo il collo: mi

raccomando alle sue preghiere, reverendo.

Padre Bonaventura fece un movimento colla mano che tramezzava fra un

segno d'addio ed un atto di benedizione sacerdotale, e s'avviò

senz'altro giù della scala.

— Venite avanti, dottore: disse allora Nariccia a Quercia, levandosi di

mezzo ai battenti per lasciarlo passare, ma rimanendo lì presso l'uscio

colla mano sulla serratura per esser egli a chiudere l'imposta quando

l'altro fosse entrato. È forse cosa di premura quella che mi avete da

dire?

— Sì, piuttosto: rispose Gian-Luigi penetrato nello scuro andito che

conduceva alle diverse stanze del quartiere.

— Allora, soggiunse Nariccia, il quale chiudeva intanto la serratura

colla chiave a doppia mandata, e faceva scorrere un paletto dall'una

all'altra imposta dell'uscio; allora vi darò udienza subito.

— Mi farete piacere.

In quella, Nariccia che aveva finito di serrare, si voltò verso

l'interno dell'appartamento; ma in quel moto fatto un po' in fretta,

sembrò che un capogiro lo prendesse; gli occhi gli si appannarono, le

gambe parvero mancargli sotto, le guancie gli si arrossarono e poi

impallidirono subitamente, ed egli si tenne al muro del corridoio quasi

temendo cadere.

— Che cosa avete? Gli domandò Quercia che vide codesto.

L'usuraio si era già compiutamente rimesso.

— Nulla, nulla, rispose. Gli è da qualche giorno che mi piglian così

delle vampe al capo, e mi sento come a girare il cervello.

— Uhm! disse Quercia esaminandolo, alla vostra età, colla vostra

complessione, codeste non son cose da non farci attenzione. Sono venuto

a trovarvi come avventore; ma credo che fareste assai bene ad accettarmi

anche come medico.....

Nariccia ebbe di subito paura che Gian-Luigi colle sue cure da medico

intendesse ripagato di poi quel servizio che veniva a domandargli; e

siccome ciò non gli piaceva niente affatto, fu lesto a rispondere:

— Vi dico che non è nulla e ch'io non ho bisogno di nessun medico.

— Tanto meglio!

Quercia era giunto all'uscio che metteva nello studiolo dell'usuraio, ed

alzò la mano alla gruccia della serratura per aprirlo.

— No lì: disse sollecitamente Nariccia, trattenendolo. Costì c'è un

altro che è venuto testè per parlarmi eziandio, ed è affatto inutile che

vi vediate reciprocamente.

Gian-Luigi si ritrasse con premura da quell'uscio ed abbassò la voce di

cui sino allora aveva usato nel suo tono naturale.

— Avete ragione, disse, m'è più caro non esser visto.

— Venite dunque nella mia camera: soggiunse l'usuraio, e poichè mi dite

che sono cose di premura quelle onde volete discorrermi e siete un

vecchio amico, darò a voi la precedenza, e farò ancora aspettare

quell'altro.

Introdusse il _medichino_ nella sua fredda camera in cui non una favilla

di fuoco a temperarne la gelata atmosfera; gli additò per sedere una

semplice seggiola col piano poveramente impagliato, e presane una pari

sedette egli stesso in faccia al suo visitatore.

Alla luce, che era maggiore in quella stanza che non nel corridoio,

Gian-Luigi vide nel volto di Nariccia certi indizi che, per quanto poco

foss'egli addentratosi nello studio della medicina, eragli facile

conoscere come sintomi di un male minacciante.

— Nariccia, diss'egli osservandolo bene, la vostra indisposizione non è

poi tanto quel nulla che voi credete. Se voi mi date retta vi farete

fare qualche cosa.

L'usuraio fece un sogghigno che voleva essere malizioso, e crollò le

spalle.

— Ecco lì! I medici vogliono sempre trovar dei malati, come gli avvocati

vogliono farvi litigare.

— Rassicuratevi: disse Quercia che comprese il segreto sentimento del

suo interlocutore. In me vedete tutt'altro che un medico in cerca d'un

cliente. Sapete bene ch'io non esercito la professione. Posso dar

qualche consiglio _gratuitamente_ (e pesò sulla parola) ad un amico, ma

non mando mai nessuna lista di _visite_ a chi abbia avuto tanta fiducia

in me da consultarmi.

Nariccia accostò la sua seggiola al dottore.

— Bravo! Diss'egli. È quello che ci vuole per me. Io non sono mica —

grazie a Dio ed alla Madonna della Consolata — così malato da aver

bisogno d'un medico; ma tuttavia il vero è che da un po' di tempo mi

sento così, tutto stonato, e che qualche buon consiglio d'uno che se ne

intenda mi può venire molto a taglio.

Gian-Luigi prese il polso dell'avaro, ne esaminò la lingua, gli fece

trarre il respiro con forza, e poi gli disse freddamente:

— Mio caro, voi siete minacciato niente meno che d'un colpo apoplettico.

L'usuraio fece un sobbalzo sulla seggiola e il volto gli s'impallidì

sotto la tinta terrea della sua carnagione.

— Un colpo apoplettico! Esclamò egli con voce mal ferma..... La Santa

Madonna del Carmine mi tenga lontana una tanta disgrazia!..... Dite voi

per davvero?

— Davverissimo! Voi avete dalla natura le più belle disposizioni del

mondo per avere un accidente, e la vita che fate è adatta a bella posta

per aiutare quelle disposizioni...

— Come! La vita che faccio? A me par tutt'altro. I colpi apoplettici

vengono a quelli che si nutriscono di robe grasse e sostanziose, che son

ghiotti! ed io invece non uso che i più frugali cibi.....

— Sì, delle porcherie, le quali non vi procurano altro che cattive

digestioni, e queste son quelle che vi giuocheranno un giorno o l'altro

qualche brutto tiro. Tutti gli eccessi non valgono nulla per la salute,

e se i ghiotti si rovinano per eccesso di cose nutritive, voi vi

rovinate per l'eccesso contrario, caricando il ventricolo d'una massa di

alimenti poco acconci ad una buona e normale nutrizione. E poi, vi par

egli alla vostra età di dover aver così poco riguardo a voi stesso?

Siete sempre chiuso in questo antro mefitico, e qui dentro, affè di Dio,

vi si gela come in una ghiacciaia....

— Io non patisco il freddo: perchè avrei da gettare via i denari per

abbruciar della legna?

— Non patite il freddo! Bravo! Ma intanto questa temperatura da Siberia

vi restringe di troppo il sistema venoso, la circolazione del sangue si

fa impacciatamente, e nulla favorisce di più le congestioni. Voi siete

minacciato da un travaso nel cervello.

— Misericordia!.... E che cosa fare per antivenirlo?

— La miglior cosa sarebbero due buoni salassi, quanto meno un'abbondante

operazione di mignatte.

Nariccia scosse la testa con risoluta negazione.

— Siete pazzo? Mettermi a letto e starci parecchi giorni in questa fine

del carnovale, in cui c'è tanto da fare e c'è il mezzo di guadagnare

qualche cosa... Ditemi qualche altro rimedio più conveniente ai miei

interessi.

— Ah! se preferite gl'interessi alla salute....

— Che? Non ci sarebbe un altro mezzo?

— Così sicuro, no; ma tuttavia una certa diversione potrebbero farla

degli attivi purganti.

— A questo posso acconsentire. Sì.... scrivetemi voi una brava ricetta

che mi faccia proprio bene... S'intende che la scrivete come amico, non

è vero?

— Sì, sì, state tranquillo; rispose Quercia ridendo; non manderò per

essere pagato.

Si alzò, depose sopra un tavolino le buste che teneva sotto il mantello

e scrisse un'ordinazione. Gli occhi di Nariccia si posarono curiosi ed

interrogativi su quelle buste coperte di marocchino rosso ornato di

filetti d'oro con impressovi in oro eziandio uno stemma ed una corona

comitale.

La sua curiosità non potè frenarsi: tese egli una mano con una mossa

avida e riguardosa nello stesso tempo, da paragonarsi a quella del gatto

che colla zampina cerca levare il marrone dal fuoco, afferrò la più

grossa di quelle buste e l'aprì. Una voce di stupore e d'ammirazione

uscì dal suo petto quasi involontariamente.

— Che magnifici diamanti! Esclamò egli mentre i suoi occhi scintillavano

come se la luce di quegli stupendi brillanti si ripercotesse nelle sue

pupille.

Gian-Luigi alzò con calma il capo, guardò freddamente Nariccia e disse

col più semplice tono di voce:

— Gli è appunto di ciò che son venuto a parlarvi.

E continuò a scrivere la ricetta. Quando ebbe finito la porse

all'usuraio dicendogli:

— Prendete subito questa roba, oggi stesso, e spero ne avrete

giovamento.

— Sì, grazie: rispose Nariccia, prendendo la carta dalle mani del

_medichino_; ma i suoi occhi birci erano sempre fissi sul luccicar dei

diamanti, e la sua salute in quel momento gli era quello a cui pensava

di meno.

— Non è vero che sono stupendi? Disse Quercia con tutta indifferenza.

Ma sul primo effetto, cui non era stato capace di padroneggiare,

Nariccia aveva già fatta prevalere la riflessione. Il _medichino_ gli

aveva detto che di ciò appunto era venuto a parlargli. Certo trattavasi

di qualche transazione in proposito. Il mercatante, no, dirò meglio

l'usuraio, aveva già preso il sopravvento, e fu con tono reso affatto

impassibile che Nariccia rispose:

— Mi par veramente che sieno belli, ma questa non è la mia _partita_: io

non me ne intendo di molto, e non potrei portarne un giudicio proprio

esatto.

— Lasciate un po'; voi ve ne intendete benissimo, e siete maestro anche

in questa come in tante altre materie.... Aprite, aprite tutte quelle

buste, contemplatene a vostro agio il contenuto, e quando vi sarete

fatta un'idea del valore di questo tesoro che vi ho recato, allora vi

esporrò la proposta che sono venuto per farvi.

Nariccia, ora compiutamente padrone di sè e in sull'avviso per

dissimulare le impressioni che la vista di sì ricchi brillanti produceva

in lui, aprì con calma gli astucci e guardò con freddezza tutti quei

diamanti che luccicavano di mille fuochi anco nella penombra di quella

stanza a stento illuminata dalla luce grigiastra della giornata nevosa.

— Che cosa ne dite? Domandò di poi il _medichino_ che teneva i suoi

occhi ardenti fissi sul volto impassibile dell'usuraio. Che valore

assegnereste a questo tesoro?

— Ma! Esclamò Nariccia facendo spalluccie. Se fossero tutti veri....

— Ne dubitereste?

— Allora potrebbero benissimo valere parecchie decine di mila lire....

— Delle decine! Proruppe Quercia con voce concitata. Siete proprio

sempre quel medesimo!... Dite delle centinaia...

— Oh oh! delle centinaia... Non esagerate.

— Vi dico di sì... Non c'è manco la regina che ne abbia dei più belli.

— Uhm!... Ma veniamo a noi... Qual è questa proposta che siete venuto a

farmi?

— Ho bisogno urgente di cinquanta mila lire.

A queste parole l'usuraio cristiano fece il medesimo sobbalzo quasi

spaventato che aveva fatto l'usuraio ebreo.

— Dio buono! Cinquanta mila lire!...

— Solamente per pochi giorni... Voi ci metterete il tasso che più vi

piace e vi lascierò in pegno questi diamanti.

— Per quanti giorni?

— Fino a lunedì mattina... Allora verrò infallantemente a riprenderli e

a riportarvi il vostro denaro.

— Cinquanta mila lire, affè, sono troppe... Ve ne darò trenta mila

coll'interesse di 50 lire per giorno.

— Ne ho bisogno di cinquanta mila.

Nariccia prese di nuovo in mano una busta dopo l'altra ed esaminò

attentamente i gioielli.

— Ve ne do quaranta mila.

— No: disse allora seccamente il _medichino_ alzandosi. Se non volete

far voi questo affare, ne troverò millanta altri che vi acconsentiranno

con premura.

E tese una mano come per serrare gli astucci e riprenderli.

— Un momento! S'affrettò a dire Nariccia. Gli è solamente fino a lunedì

che me li lasciereste in pegno?

— Sì.

— E mi paghereste 100 lire al giorno d'interesse?

Gian-Luigi fece un sogghigno di disprezzo e mormorò in mezzo ai denti:

— Ladro!

Ma Nariccia mostrò di non aver udito.

— Ve li pagherò; disse di poi Quercia con brusco accento.

— S'intende che dopo il lunedì, se tardate a venirmi a restituire la

somma e pagare il totale degli interessi, ad ogni giorno che passerà,

saranno altre 100 lire che s'aggiungeranno al vostro debito.

Il _medichino_ fece con impazienza un cenno affermativo.

— Ed io non vi ritornerò neanche il menomo di questi astucci, finchè non

mi avrete pagato in totalità capitale ed accessorii.

— Ma sì, ma sì.... Finiamola per amor del cielo!....

— Va bene, va bene... Vo di là un momento e torno subito.

Nariccia prese il maggiore degli astucci che conteneva un bellissimo

diadema e si mosse per uscire; ma Gian-Luigi l'arrestò per un braccio.

— Dove portate voi quella busta?

— Di là..... un momento: rispose l'usuraio, facendo guizzare a destra e

a sinistra i suoi occhietti balusanti.

— Per che cosa farne? Tornò a domandar Quercia non lasciandogli libero

il braccio.

— Così..... per osservarli meglio, da me solo.... a un'altra luce.....

— Voi volete farli vedere a qualcheduno?

Nariccia esitò un momentino, e poi credette più spediente il confessare

il vero.

— Ebben sì..... Ve l'ho già detto ch'io non mi intendo abbastanza di

queste cose..... E capirete che per avventurare una somma simile, ho

piacere di essere completamente assicurato sul valore del pegno che mi

viene offerto. Per fortuna quell'altra persona che mi attende di là, è

appunto uomo competentissimo in siffatta materia.....

Quercia lo interruppe con molta vivacità.

— Ma io non voglio che nessuno li veda fuori di voi.....

— No? Disse lentamente e con sospetto Nariccia, deponendo sulla tavola

l'astuccio. Riconoscete che questo vostro desiderio non è fatto per

rassicurarmi di molto. Nella nostra professione, mio caro, la prudenza

non è mai troppa, e se voi non acconsentite a codesto, vi dico in verità

che non vi ha nulla di fatto.

Gian-Luigi lasciò scorgere qualche esitazione.

— Se questi diamanti sono davvero quel che voi dite, io vi porterò

subito di qua le 50 mila lire: soggiunse Nariccia con tono insinuante.

Quercia diede una scrollatina di spalle che mostrava i suoi scrupoli

essere passati.

— Va bene: finì egli per dire. Non temo nulla dall'esame di

chicchessiasi; ma soltanto vi prego di levarli dalla busta; non c'è

nessuna necessità che si veda questo stemma e s'indovini a chi

appartengono.

— Avete ragione.

Nariccia levò dagli astucci i pezzi principali e li recò nel suo studio,

dove stava aspettando quell'altra persona ch'egli aveva detto.

Il caso aveva voluto che quello fosse appunto un gioielliere, il sig. X,

il quale da canto suo, trovandosi in urgente bisogno di denaro, era

venuto da Nariccia per un'operazione uguale a quella che ci aveva

condotto il _medichino_, recando egli eziandio da sua parte per pegno

alcuni gioielli del suo fondaco.

L'usuraio pose sotto gli occhi del gioielliere i diamanti che aveva

recato, e domandogli bruscamente:

— Che cosa ne dite di questa roba?

Il sig. X fece un atto di meraviglia:

— Cospetto! Quei diamanti li riconosco; sono quelli della contessa di

Staffarda.

— Ah sì?

— Di certo. Sono il suo gioielliere io, e non è guari ch'ella me li ha

dati tutti a ripulire e riattare.

— Benone! Allora voi sapete appuntino quanti astucci ella ne abbia e di

quanti pezzi consti tutto il corredo completo.

— Perfettamente.

— Ditemeli un po'.

Il gioielliere fece l'enumerazione e la descrizione di tutti i pezzi, e

Nariccia fu chiaro che Quercia glie li aveva recati tutti per davvero.

— E il valore complessivo di tutto quel corredo quale pensate voi che

possa essere?

— Affè! se lo si volesse vendere, e ch'io ne avessi i denari, non

esiterei a darne duecento mila lire, sicuro di fare un buon contratto.

Nariccia non potè contenere un sorriso.

— Eh eh! si lasciò scappar detto. Io l'avrò forse ad un quarto soltanto

di questa somma.

— Come! Si decidono a venderlo per sole 50 mila lire?

— A venderlo no: me lo danno in pegno soltanto; ma prima che chi mi reca

questo pegno abbia in suo potere una somma sufficiente da ripagarmi

capitale ed interessi, son certo che ce ne passerà dell'acqua sotto il

ponte di Po.

— Ho capito.... E chi vi ha recato questo pegno è il dottor Quercia.

— Siete un bravo indovino!

— Ci ho poco merito. Ne ho udita la voce testè quando si è accostato

alla porta di questa camera... E le sue intime relazioni con quella

povera contessa, tutti le sanno.

— Non occorre, spero, che vi raccomandi il segreto.

— Figuratevi!

Nariccia tornò presso Gian-Luigi colle cinquanta mila lire in denaro

sonante.

Abbiamo visto come l'usuraio faceva i suoi conti che quegli stupendi

diamanti mai più gli si sarebbero potuti levar dalle unghie: da parte

sua il _medichino_, uscendo di quella casa colle tasche piene d'oro,

così la pensava seco stesso:

— Domenica sarà il giorno della gran crisi. La mi va bene, ed allora

Candida non avrà più bisogno de' suoi diamanti pel ballo di Corte, e

Nariccia avrò mezzo di fargli rendere quel tesoro e imporgli silenzio

senz'altro per tema di peggio; o la mi va male, ed allora, allora affè

un'oncia di piombo nella testa, e buona notte ai suonatori. S'aggiusti

chi resta.

Recossi in casa di fretta per riporvi i denari; e là trovò Romualdo, il

quale, dopo l'abboccamento con Massimo d'Azeglio, secondo le istruzioni

avute da Mario, era venuto a cercare di lui e impazientemente stava

aspettandolo.

Gian-Luigi lesse le poche parole scritte dall'emigrato romano, udì la

narrazione dell'arresto avvenuto di quest'ultimo fatta da Romualdo, e in

brevi detti promise si sarebbe adoperato a vantaggio dell'arrestato, ed

avrebbe di sicuro ottenuto non fosse provata la sua identità.

Romualdo partissi; Quercia ripose i denari avuti da Nariccia in un

cassettino segreto del suo stipo, trasse da quel luogo medesimo un

involto di letterine profumate, la cui calligrafia rivelava la mano

d'una donna, e con esse s'avviò alla casa della _Leggiera_.

La cortigiana era scesa allor'allora da letto ed avvolta in una

magnifica veste di lana di Persia ovattata e foderata di seta color di

rosa, stava sdraiata mollemente nella calda e voluttuosa atmosfera dello

stanzino riposto, dove non accoglieva che gl'intimi amici.

Noi sappiamo già che un alto personaggio era stato a toglierla dal dorso

nudo del cavallo nel circo per allogarla in quella sontuosità di

appartamento nell'onorevole qualità di sua _mantenuta_. Questo alto ma

poco stimabile personaggio era un Principe appartenente ad una famiglia

regnante in Italia, il quale viveva allora alla Corte del Re di

Sardegna, seminando di tollerati scandali il severo e bigotto ambiente

della Reggia di Carlo Alberto; Principe di animo poco nobile e di

costumi corrottissimi, che traditore alla causa della patria ed a Carlo

Alberto suo benefattore nel tempo della guerra dell'indipendenza, messo

di poi sopra un trono grande come un guscio di castagna dalla riazione

del 1849, si divertiva a far da piccolo Tiberio, o meglio da Alessandro

Farnese sui suoi sudditi, finchè cadde estinto senza lagrime di nessuno

sotto il coltello di un regicida.

Non era lungo tempo che l'augusto e spregevole personaggio erasi partito

dall'alcova della cortigiana, quando il _medichino_, del quale i servi

conoscevano i privilegi, era lasciato entrare liberamente nel gabinetto

dell'antica amazzone da circo equestre.

Al vedere il giovane, la donna mandò un gridolino di gioia e si sollevò

alquanto sui cuscini con cui rifiancava la sua abbandonata persona sopra

il sofà.

— Ma bravo, ma bravissimo! Esclamò essa battendo insieme le mani. T'è

proprio nata un'idea felice a venir qui in questo momento... Ho avuto

una lunga conferenza, troppo lunga, col _Prince charmant_ (così chiamava

essa il Duca che sciupava intorno a lei i denari dei contribuenti), e mi

ha stanca colla sua nullità principesca. Ho le ganascie che mi dolgono

dagli sbadigli rientrati; mi sento bisogno di rifarmi un poco lo

spirito, l'umore..... e il resto: e tu sei l'uomo apposta.

Lo sguardo provocatore e il sorriso procace accompagnavano acconciamente

le folli parole.

Ma l'aria preoccupata di Gian-Luigi e la sua seria risposta non si

acconciarono al tono con cui la _Leggera_ aveva incominciato il

colloquio.

— Mia cara, diss'egli colle sopracciglia aggrottate: io mi trovo in

gravissime circostanze, in cui si decide o la mia perdita assoluta, od

uno splendido trionfo... E tu puoi aiutarmi.

Zoe sorse di scatto, e fu presso a lui, fattasi seria essa pure,

mettendogli una mano sulla spalla e fissandolo coll'ardente pupilla del

suo occhio d'un grigio verzigno.

— Si tratta di quell'impresa, di cui tu mi hai confidato i propositi e

mi hai divisato in nube le fila?

— Sì.

Gli occhi della donna s'illuminarono d'una strana fiamma, vivace ed

intensa.

— Tu sai che per essa io sono pronta a dare tutto che posseggo e tutta

me stessa... Tu sai che gli è appunto per quei tuoi disegni che tu

piacesti supremamente all'anima mia, che vincesti il mio fiero disprezzo

degli uomini, che mi hai legata a te corpo ed anima, e per sempre; tu

sai che per ciò, più che per ogni altra cosa, io che non ho amato mai

nulla, ti ho amato e ti amo..... Parla, comandami, ed io farò tutto

quello che vuoi.

— La Polizia pare aver avuto qualche sentore dell'opera nostra; ha posto

gli artigli sopra alcuni che senza saperlo lavorano pel nostro successo,

me stesso circonda di certe fila di cui sembrami tenti farmi intorno una

rete da impigliarmivi. Qualche sospetto incomincia ad esser nato che il

misterioso capo di quella schiera di ribelli alla società onde si

spaventano i sonni dei felici gaudenti dell'oggi, possa esser io, perchè

un accorto esploratore viene frequentando la taverna di Pelone, e quel

medesimo, ne son certo, ha proceduto all'arresto di coloro che t'ho

detto, e tutt'oggi me lo trovo pertinace seguitatore tra i piedi.

Venendo da te, qui sotto le tue finestre, l'ho trovato ancora, come

segugio che attende la cacciagione alla posta. Tutto m'indica, e più

d'ogni altra cosa l'istinto, che quello è un pericoloso e risoluto

nemico di cui bisogna sbarazzarci.

Gian-Luigi s'accostò alla finestra e rimosse la tendolina per guardare

nella strada sottoposta.

— Ed eccolo ancora là, soggiunse, i suoi occhi grifagni fissi

precisamente sulle tue finestre.

Zoe accorse ancor ella presso i vetri ed appoggiandosi con mossa amorosa

a Gian-Luigi, guardò nella strada di sopra la spalla di lui. Vide la

tenebrosa figura di Barnaba che sotto la tesa del cappello saettava

quelle finestre di occhiate sinistramente espressive.

Nel vedersi guardato dai due giovani, l'agente poliziesco sussultò,

abbassò gli occhi e la testa, e lentamente si mosse come per

allontanarsi di là.

Ma la _Leggera_ nel vedere quell'uomo aveva fatto un certo moto ancor

essa che non isfuggì all'acume osservativo del _medichino_.

— Che fu? Diss'egli, piantando i suoi occhi in quelli della donna. Tu

conosci quel cotale? Zoe ruppe in una risatina che era perfettamente

naturale e sincera.

— No: diss'ella; ma la mia vanità femminile ha or ora ricevuto un

buffetto. Quello che tu mi riveli per un poliziotto io l'ho preso per un

innamorato, vedendolo da parecchi giorni girarmi intorno alla lontana e

covare con isguardi accesi la mia dimora.

— Da parecchi giorni tu dici? domandò Quercia.

— Sì, forse un mese... L'ho creduto un adoratore cui le povere fortune

fanno timido... E poi quella figura, a dirti tutto, mi metteva in un

certo pensiero, non so perchè. Non mi ricordo aver avuto nulla mai da

spartire con un simile individuo, eppure le sue sembianze non mi riescon

nuove. Occupavo alcuni momenti delle mie ore più noiose a cercare di

scavar fuori dalla massa dei tanti ricordi del mio passato, se, come,

quando e dove avessi visto codestui o qualcuno che gli rassomigliasse;

non ci sono mai riuscita, e certo per la buona ragione che di sicuro non

ho mai avuto la menoma attinenza con lui. Ora tu hai soffiato sopra

tutti i miei castelli di carte. È un poliziotto che ci fa da

esploratore. Il malanno lo colga...

— Sì; e bisogna che noi aiutiamo il malanno a far quest'opera buona...

Sediamo, Zoe, ed ascoltami.

La _Leggera_ tornò a sdraiarsi abbandonatamente sul lettuccio da sedere;

Gian-Luigi si gettò sopra una poltrona che era lì presso; ma si ridrizzò

tosto con un brusco movimento nel sentire un oggetto sopra le molle

elastiche del seggiolone; si volse a guardare, vide una cosa

lucicchiante e la prese in mano.

— Che cos'è codesto? Diss'egli, sollevando un collare che brillava di

diamanti. Cospetto! Il gran collare dell'Ordine dell'Annunziata in casa

tua!

Zoe ruppe in una gran risata.

— Gli è il mio _Prince charmant_ che ne fa sempre qualcuna delle sue con

quella testuccia che ha un cervello da passerotto. Ieri sera è venuto

qui dopo il ballo dell'Accademia in tutta l'imponenza della sua _tenuta

di gala_, per abbacinarmi collo sbarbaglio della sua montura e delle sue

decorazioni; e partendo ha dimenticato il collare[8].

[8] Quest'episodio è affatto storico. Buona parte dei miei

lettori lo ricorderà tuttavia.

— Va benissimo: disse allora Gian-Luigi che si compiaceva a fare mandar

riflessi sotto la luce dalle gemme e dall'oro di quel collare ch'egli

maneggiava con un sogghigno sulle labbra tra di scherno, tra di

cupidigia, tra di disprezzo. Ecco un bellissimo pretesto che ci porge il

caso, mercè la augusta smemorataggine di quella meschinissima Altezza

Reale, perchè tu abbia quanto prima un nuovo colloquio con lui. Puoi

fargli domandare un momento d'udienza, e portandogli il suo collare.....

La _Leggera_ interruppe crollando le spalle con una mossa molto

irriverente pel suo principesco amante.

— Che io mi scomodi per andare da quel capo d'assiuolo?... Mai più!...

Gli scriverò che venga di nuovo, e subito a casa mia per udire

urgentissime cose che ho da dirgli, e il babbuino sarà felice di avere

da me un secondo abboccamento... Non gli dirò che trattasi di riprendere

quel giocattolo, perchè sarebbe capace di mandarmi qualcheduno de' suoi

ufficiali a ritirarlo, o di lasciarmelo qui senza crucciarsene

dell'altro.

Il _medichino_ seguitava a maneggiare quella collana colla medesima

espressione che ho detto poc'anzi nella sua fisionomia.

— Sì, un giocattolo; diss'egli come parlando a sè stesso; ma un

giocattolo che rappresenta la potenza, la dignità, l'autorità

nell'ordine com'è oggidì organato della gerarchia nella società umana.

Derisione della sorte, e ingiustizia dell'assetto presente delle cose!

Queste supreme insegne a cui cadono in preda per favore della nascita e

per privilegio di sangue? Ad un miseruzzo dall'anima imbelle e dalla

mente pusilla, che è una caricatura d'uomo ed una parodia di essere

ragionevole! Guardatelo da lontano quel _mannechino_ nella pompa della

sua divisa ricamata e degli abbaglianti ordini cavallereschi che

gl'ingemmano il petto, vi parrà qualche cosa di degno della riverenza

umana; avvicinatelo e superate per esaminarne il valore quella

suggezione che ispira, per l'abitudine tiranna della ragione, l'altezza

del grado, vedrete sotto la pelle del leone la natura del somaro;

grattate quella vernice lucente onde si ammanta e troverete sotto di

essa l'ignobile ceppo di legno innalzato dallo scherno oltraggioso del

caso sui gradini del trono all'ammirazione della gente.... E intanto in

quella massa di esseri pensanti che sta umile, povera e soggetta, che

vive nel nulla, cui ingoia il nulla, e viene e passa e si discioglie

come la goccia d'acqua nell'immenso mare, fra quegli esseri oppressi

sempre, condannati sempre, che hanno torto sempre, per cui esiste il

dovere soltanto, e il diritto non mai, quanti per cuore, per animo, per

intelletto, più degni e capaci!....

Palleggiò ancora un istante nella mano quel gingillo d'oro tempestato di

gemme, come se lo volesse soppesare, e poi lo gettò sopra un vicino

tavolo con atto tra d'impazienza e tra di disdegno.

— Bah! non pensiamo a codeste miserie... Ecco ciò di cui ho bisogno tu

discorra ed ottenga promessa dal tuo scimmiotto di Principe che faccia

sollecitamente.

Come avete indovinato, quello di cui intendeva Gian-Luigi era la

liberazione di Maurilio, Giovanni e Francesco, e l'affermazione che

Medoro Bigonci non aveva nulla di comune con Mario Tiburzio.

— Non basta, soggiunse di poi il _medichino_, bisogna che S. A. ci tolga

eziandio dai piedi l'inciampo di quel poliziotto. Io costui l'ho già

raccomandato ad uno de' miei uomini, ed alla prima occasione avrà il

fatto suo; ma egli mi par furbo, sta sulle guardie, ed ha molti modi da

sfuggire alle mani di Graffigna che può agire soltanto con assai

prudenza. Un giorno o l'altro quel demonio di Graffigna saprà pur

coglierlo; ma frattanto sarebbe utilissimo che un comando dall'alto, una

disposizione d'uffizio lo scartasse dai nostri piedi. Tu mi capisci? Il

tuo Principe può valerci anche a codesto.

— Capisco: disse la cortigiana con atto e sembiante molto riflessivi; ma

gli è il modo di entrare in codesto discorso che non so trovare, e la

ragione per interessare a far ciò l'indolenza di quell'egoista.

— Il modo?.... Una bella donna ha da essere imbarazzata per la guisa di

far cascare il suo discorso saltuario più qua o più là?.... La

ragione?... Un tuo capriccio è la migliore di tutte; e la minaccia d'un

temporaneo ostracismo dal tuo _boudoir_ lo renderà invincibile.

Zoe percosse le mani una coll'altra in aria di trionfo.

— Ho trovato di meglio, e son sicura del fatto mio. Il _Prince charmant_

si è lamentato meco più volte che al Re fossero state narrate certe sue

più impertinenti scappatelle e le relazioni che ha meco, per cui il Re

gli viene regalando di tanto in tanto qualche buona ripassata. Dirò che

il rivelatore di cotali segreti è questo poliziotto.... come si chiama?

— Barnaba.

— Il quale da parecchi dì sta spiando intorno alla mia casa. Sii pur

certo che il Principe non glie la perdonerà, maligno com'è sotto la sua

leggerezza e nullaggine, e saprà aggiustarlo egli per le feste.

— Sta bene. L'hai pensata proprio a dovere. Allora scrivi subito e

sollecita la venuta del tuo Principotto.

La _Leggera_ si fece accostare un tavolierino su cui era un elegante

_buvard_ con elegantissimo calamaio, e scrisse di fretta alcune righe

sopra un fogliolino di carta profumato.

Quand'ebbe finito, disse a Gian-Luigi suonasse il campanello, ed alla

cameriera che si presentò diede ordine il bigliettino scritto

allor'allora fosse tosto recato al suo indirizzo.

— Levatemi di qui questo tavolino: soggiunse ella di poi alla cameriera

che stava per partire.

— No: disse Gian-Luigi, il quale, mentre Zoe scriveva, era stato dietro

di lei guardando con una strana espressione di curiosità la mano della

donna a tracciare le parole sulla carta: no, lasciate pur lì quel

tavolino e ritiratevi.

La cameriera uscì e Zoe levò sul volto del _medichino_ uno sguardo

interrogativo.

— Ho bisogno che tu mi scriva ancora due parole: un nome, al basso d'un

pezzo di carta.

Zoe sollevò vivamente la testa e guardò entro gli occhi il suo compagno

— il suo complice.

— Un nome! Diss'ella. Il mio?... Che cosa vuoi tu fare del mio nome?

Gian-Luigi atteggiò le labbra ad un diabolico sogghigno.

— Non è il tuo: rispose. Hai tu un nome, povera creatura che appartieni

al par di me alla schiera dei derelitti?... Il tuo è un nome d'accatto,

simile a quello che si dà al cane od al cavallo dal padrone che l'ha

comperato, e cui domani il capriccio d'un altro padrone può cambiare....

Io intendo un vero nome, reale, autorevole, cui la sciocchezza comune è

usa di rispettare, con cui si possono coprire onte, vizi e magagne

maggiori di quelli a cagion de' quali affettano i sedicenti onesti del

mondo di avere a schifo la povera plebe.

— Qual nome? Domandò con sollecita curiosità la cortigiana.

— Quello della contessa di Staffarda.

La _Leggera_ mandò un'esclamazione e stette lì mirando intentivamente

nel volto Gian-Luigi. Questi trasse da un portafogli un quadrilatero

oblungo di carta e mettendolo spiegato innanzi alla donna, soggiunse

accennando col dito l'angolo a destra del foglio:

— Qui scriverai queste parole: Candida Langosco contessa di Staffarda,

nata La Cappa.

Zoe appoggiò i due gomiti al tavolino che aveva dinanzi, e sostenendo

alle mani il suo mento, disse con voce quasi sommessa e lentamente

pronunziando:

— Questo pezzo di carta ha da servire per una cambiale?

— Per un _pagherò_ che devo dare a _Macobaro_.

— E la firma della contessa?...

— Deve starci a rincalzo della mia.

— Perchè non l'hai domandata alla contessa medesima?

— Perchè il suo concorso l'ho già ottenuto in altro modo, e conosco il

proverbio che troppo tirando si strappa.

— Ma io non ho la scrittura uguale a quella della contessa.

— Tu hai una calligrafia che molto facilmente può imitare quella di

qualsiasi altra donna; e tanto più la scrittura della contessa. Ti

osservavo poc'anzi appunto mentre scrivevi e mi son venuto confermando

appieno in quella opinione che avevo venendo qui, che cioè tu valessi a

rendermi molto bene questo servizio.

— Ancora, per imitare quel modo di scrivere, converrebbe avessi sotto

gli occhi un esemplare...

— L'ho recato. Eccoti, le lettere della contessa. E trasse fuor di tasca

l'involto che aveva preso nel segreto cassettino del suo stipo.

La _Leggera_ afferrò avidamente quel pacco, lo sciolse e, presa a caso

una lettera, si diede a leggerla con un impertinente sorriso sulle

labbra.

Povera Candida! Se essa avesse saputo mai in quel momento che le segrete

espansioni dell'amor suo confidate in una carta che avrebbe dovuto esser

sacra al suo indegno amante, che le più calde manifestazioni della sua

sciagurata passione, erano abbandonate in preda allo scherno profanatore

d'una cortigiana!

— Anzi, continuava quello sciagurato giovane in cui le sfrenate passioni

avevano oramai cancellata ogni delicatezza del senso morale, queste

lettere fo conto di lasciarle in deposito presso di te. Possono avvenire

molte circostanze in cui elleno diventino un'arma atta a salvarmi da

qualche precipizio, entro il quale mi capiti di cadere, e di cui essendo

io posto nell'impossibilità di servirmi, tu dovresti valerti a mio

vantaggio..... In altro momento ti spiegherò più particolarmente la

cosa..... Ora veniamo a quei che più preme..... Questa tua firma mi deve

ottenere cinquanta mila lire.

Zoe lasciò andare di mano la lettera della contessa e riprendendo quella

mossa che aveva poco anzi, tornando a fissare il suo acuto nel cupo

sguardo di Gian-Luigi, disse, pesando bene sulle parole:

— Ma questo è un _falso_ che mi domandi?

Il _medichino_ crollò impazientemente le spalle:

— Ebbene sì: diss'egli con ruvido accento: è un _falso_..... Hai tu

paura?

La cortigiana stette immobile e silenziosa, guardando fisso il giovane

nella stessa maniera.

— Ne prendo io tutto il carico: soggiunse Gian-Luigi. Se anco la cosa

venisse scoperta, chi mai giungerebbe a pur sospettare che tu sei stata

a scrivere quel nome? Io ti giuro che non parlerò.

Zoe non disse molto, ma staccò dal mento, cui sosteneva con ambe le

mani, la destra, e presa la penna intinta d'inchiostro, sopra un foglio

di carta, che aveva vicino, si pose sbadatamente a tracciar dei

caratteri, come fa chi prova una penna prima di accingersi a scrivere.

La plebe, parte II · 第 29 / 37 题