CAPITOLO XIX.

Il Governatore mosse incontro al marchese con una premura non solamente

rispettosa, ma eziandio amorevole. Erano amici di lunga data, e al tempo

in cui era successo il dramma le cui memorie tormentavano ancora il

cuore e la coscienza di Baldissero, l'attuale Governatore, che era

soltanto capitano nelle Guardie, aveva partecipato a que' luttuosi

avvenimenti facendo da testimonio al marchese nel duello che abbiamo già

appreso aver avuto così tristo esito per l'avversario del marchese

medesimo.

Questi fatti nella vita stabiliscono fra coloro che vi ebbero parte una

meglio stretta attinenza che più non si scioglie. Il Governatore ed il

marchese non si vedevano di frequente, separati dalle loro occupazioni e

dal loro genere di vita, rarissimo era che si trovassero da soli e non

iscambiavano che gl'indifferenti discorsi usi a tenersi in presenza del

mondo; anche quando potevansi parlare liberamente non era mai che dalle

loro labbra uscisse la menoma parola che avesse rapporto a quel lontano

passato, e se ne guardava scrupolosamente sopratutto il Governatore, che

sapeva come con ciò avrebbe toccato poco pietosamente all'amico una di

quelle ferite interne che non si saldan mai; ma ad ogni volta che si

trovassero, i due antichi amici si davano una stretta di mano più

vigorosa che non solessero con altri, in cui c'era come una muta,

convenzionale intelligenza d'un segreto comune.

— Eh buon giorno! Esclamò adunque il Governatore andando a ricevere il

marchese alla soglia e porgendogli tuttedue le mani. Tu arrivi proprio a

proposito. Si discorreva appunto di cosa che alquanto ti riguarda.

Baldissero fece scorrere nel gabinetto il suo sguardo improntato di

supremazia, e vide il barone La Cappa che gli si profondava dinanzi in

un umilissimo inchino.

— Ah sì? Diss'egli rispondendo cortesemente al saluto del barone. Tanto

meglio! Io vengo appunto per ciò di cui forse stavate discorrendo.

Il barone La Cappa credette avere un lampo di ispirazione del genio

diplomatico.

— Egli è certo, pensò, che il Governatore dirà al marchese ch'io sono

venuto per parlare in favore dell'avversario di suo figlio, e ciò può

mettermi in mala vista presso di lui. È meglio che glie ne dica subito

io stesso e ripari tosto tosto alla cattiva impressione ch'egli potrebbe

averne.

Il Governatore aveva fatto sedere il marchese vicino al fuoco e

abbandonando egli stesso il suo solito posto presso la scrivania era

venuto porglisi daccanto. La Cappa rispettosamente si accostò in faccia

a Baldissero e disse coll'accento espressivo di un uomo che vuol far

credere di manifestare proprio il fondo del suo pensiero:

— Sì, Eccellenza, parlavamo di cosa che la riguarda, ed io apprendeva

dal signor Governatore com'Ella fosse interessata in certo avvenimento

successo ieri sera al ballo dell'_Accademia_. Prendo parte grandissima,

caro signor marchese, alla contrarietà, allo sdegno, dirò quasi, che

Ella dovette provarne, e deploro quant'altri mai la tracotanza di

quell'avvocatuzzo. Io era allo scuro affatto della verità della cosa, ed

ho _hasardè une démarche_ presso il nostro caro Governatore, di cui non

avrei nemmeno concepito il pensiero se fossi stato ben _renseigné_. Ero

venuto niente meno che a raccomandare quel cotal avvocato e quel suo

amico perchè fossero posti in libertà.

Il bravo barone diceva codesto con un certo sorriso di compassione verso

sè stesso che voleva significare: «Ve' s'io ne faceva innocentemente una

grossa!»

Il marchese lo ascoltava con una faccia seria e grave come quella d'un

magistrato che non lascia scorgere sulla sua fisionomia impressione

alcuna che gli faccia la difesa d'un imputato. A quelle ultime parole di

La Cappa alzò gli occhi e mosse le rughe del volto come se stesse per

parlare. Bastò codesto perchè il barone s'interrompesse e si atteggiasse

alla mossa d'un riverente ascoltatore.

— Ho molto piacere, disse il marchese, ch'Ella abbia fatta questa

_démarche_, perchè siccome identico affatto è il motivo della mia

venuta, spero che in due riusciremo di meglio a convincere il nostro

amico il Governatore, di arrendersi al nostro desiderio.

La Cappa rimase attonito che nulla più. Temette un istante che quella

fosse una canzonatura; ma il carattere del marchese non permetteva di

fare una simile supposizione, e l'aspetto della sua fisionomia la

escludeva senz'altro. Il barone volle esclamare, volle mostrare il suo

stupore, ma ebbe timore di far peggio e non seppe che tacere.

Il Governatore fu egli a parlare:

— Che? Diss'egli. Vieni anche tu per farmi lasciar andare quei due

miseruzzi di liberali? Ma tu non sai che essi hanno sul loro conto ben

peggio dello scandalo di ieri sera.....

— So tutto: riprese Baldissero. Vengo adess'adesso da Barranchi, il

quale mi ha detto ogni cosa....

— E non ostante ciò tu vorresti?

— Io vorrei esaminar teco se ci sieno proprio gli elementi di una

colpabilità che meriti trarre alla rovina due giovani ed alla

disperazione le loro famiglie. Che se non ci fossero, vorrei

persuaderti, e son certo verresti da te medesimo in questa persuasione,

essere il meglio, ammonitili, rimandarli senz'altro alle case loro.

Il barone, al trovare un così potente ausiliario alla missione che gli

aveva data sua figlia cui gli stava pur tanto a cuore di contentare, si

rallegrò tutto.

— S. E. parla proprio da quell'uomo che è: diss'egli con un'ammirazione

non scevra di piacenteria. Io sono perfettamente del suo avviso. Una

buona lavata di testa, come si suol dire, a quei capi scarichi, la

minaccia che se ci ricascano, vedranno il sole di Fenestrelle e _les

renvoyer_... Ecco tutto!.... E mi pare superfluo procedere a nuovi

arresti, gettare altre inquietudini nella città....

Baldissero si volse al Governatore domandando:

— Si tratterebbe forse di arrestare ancora degli altri?

— V'è un certo medico, rispose il Governatore, che mi pare molto

impeciato in tutto codesto, quel cotal dottor Quercia che dicono la

_coqueluche_ delle signore..... Qui il barone La Cappa s'interessa molto

per lui.....

— Mi consta, disse vivamente il padre di Candida, che gli è un

buonissimo suddito di S. M. ed affezionato al Governo..... Mio genero il

conte di Staffarda ne può far fede.

Il Governatore tornò a sogghignare a fior di labbra; ma il marchese con

quella serietà che gli era abituale disse al barone:

— Stia tranquillo La Cappa. Io spero, anzi credo che non sarà il caso

d'altri arresti nè di simili altri provvedimenti qualunque. Non è vero?

Il Governatore, a cui era diretta quest'ultima domanda, chinò il capo e

fece spalluccie.

— Non desidero di meglio, rispose, ma l'affare mi par più serio di

quello che tu creda. E se ti piace gettar gli occhi su queste prove.....

Accennava egli colla mano i libri sequestrati a Francesco, le carte

trovate nello stipo di Maurilio, e i rapporti dei delegati della

polizia.

— Volentieri: disse il marchese alzandosi da sedere per avvicinarsi allo

scrittoio sul cui piano erano le carte additale.

La Cappa avvisò che non gli restava altro da fare che andarsene. Aveva

ricevuto la quasi sicurezza che il dottor Quercia non sarebbe stato

inquietato, e gli tardava recare alla figliuola la notizia del suo

successo diplomatico. Prese commiato; nessuno disse pure una parola per

trattenerlo, ed egli si partì.

— Eccoti prima di tutto il rapporto di un agente che è fra i più zelanti

ed accorti, un certo Barnaba: così disse il Governatore, porgendo una

carta al marchese, il quale si diede a leggerla con ogni attenzione.

In quel rapporto erano esposti i fatti che abbiamo visto svolgersi, ed

esposti colle tinte più scure che potessero aggravarne il significato.

Il principale argomento per la colpabilità dei giovani incriminati, la

prova più significante era l'allegata identità del cantante Medoro

Bigonci col rivoluzionario ed esule romano Mario Tiburzio.

Quando ebbe letto, il marchese rimase un poco riflettendo, mentre il

Governatore lo stava guardando con una cert'aria interrogativa che

pareva dire:

— Eh? che ne dici? Ho io ragione sì o no?

Il marchese ripiegò lentamente il rapporto di Barnaba, e porgendolo

all'amico, disse con posata gravità:

— Sì certo, questo può esser molto..... e può esser nulla. Provato che

quel Bigonci sia un segreto agente del partito rivoluzionario, le

attinenze di quei giovani ed i loro convegni con esso acquistano una

grave presunzione di colpa; ma ciò rimane egli provato? Vi ha qualche

cosa che lo dimostri oltre l'allegazione di questo agente?

— A dire il vero, rispose il Governatore, finora una prova positiva non

si ha tuttavia.... ma si avrà. Quel cotale non si è ancora potuto

arrestare.... ma lo arresteremo; ed allora....

— Intanto si è fatta la perquisizione nell'alloggio di questo Bigonci e

dei suoi compagni, non è vero?

— Sì: ed ecco il rapporto dell'altro agente detto il Rosso.

— Presso il signor Benda non fu trovato nulla di veramente grave....

— Che? Mi burli? E questi libri incendiari? E quella carta che il Selva

con tanta arte ed audacia giunse a distruggere? Non sono tutte queste

cose l'indizio dei mali propositi di codesta gente?

— Sì, ma non una prova d'una congiura, d'un vero cominciamento di atti

criminosi. Di quella carta, poichè fu distrutta, non possiamo al giusto

misurare il valore, e sopra semplici congetture io sento che si deve

andare adagio a procurar la rovina di tanti poveri giovani e delle loro

famiglie. Nella supposizione di quel Barnaba, d'una vera cospirazione,

qualche cosa che la riguardasse, corrispondenze od altro, avrebbe dovuto

trovarsi presso i supposti congiurati; ebbene quali documenti furono

sequestrati che valgano a fondare l'accusa?

— Documenti positivi... veramente no; ma quanto basta per rivelare le

tendenze, i concetti e la temerità di quella si può dire congrega. Da

questo scartafaccio (e pose la mano sopra il manoscritto di Maurilio)

apparisce come l'ispiratore di questa gente abbia da dirsi un certo

giovinastro senza nome e senza famiglia, un antico vaccaro inurbatosi

non so come, che ha studiato a casaccio non so dove nè per che mezzi, ed

ha manifestato in questo zibaldone un amalgama di teorie audacissime e

di dottrine sovversive, di tentativi letterari e di aspirazioni

politiche, di versi e di prose, un piccolo Rousseau in erba o qualche

cosa di simile con declamazioni alla Mazzini. Tofi ha avuto la buona

ispirazione di far arrestare anche questo Maurilio...

Siffatto nome fece dare in un sussulto il marchese di Baldissero.

— Maurilio! Esclamò egli con voce non priva di emozione. E' si chiama

con questo nome?

Tutta notte era stato presente alla sua memoria quel funesto caso della

sua vita, in cui un Maurilio era stato vittima della sua spada;

l'immagine di quest'uomo ucciso dalla sua mano, gli era comparsa più

viva e spiccata del solito nelle tristi fantasticaggini della sua

veglia; quel nome gli aveva suonato come una rampogna sotto la volta del

cranio pronunziato dalla sua coscienza; ed ora egli, questo nome non

comune, mai più trovato riunito alla personalità d'un uomo vivente, lo

udiva frammisto a quel viluppo d'incidenti a cui la tracotanza di suo

figlio obbligava lui stesso a prender parte. Una specie di superstiziosa

emozione lo prese, quasi un presentimento: che non a caso, che non

invano quel nome suonasse al suo orecchio in tal circostanza, e

l'individuo che lo portava gli si parasse innanzi nel suo cammino.

— Parlami di costui: soggiunse egli vivamente. Chi è questo Maurilio?

Donde viene? Che fa? Quale il nome del suo casato?

Il Governatore aveva notato la viva impressione provata dal suo amico,

ed a questo affollarsi di vivaci domande piene di curioso interesse,

rispose non senza stupore:

— Che ardore metti tu per questo cotale? Che cosa ti può interessare in

quel miserabile plebeo?...

Il marchese con un turbamento nei tratti del volto, tanto più notabile,

quanto più era ordinariamente composta ad impassibile dignità la sua

fisionomia; il marchese pose una mano sul braccio dell'amico e disse a

voce bassa ma improntata di profonda emozione:

— Ah! quel nome!..... Maurilio!..... Tu non lo ricordi quel nome?.... A

me si è impresso con incancellabili caratteri nel mio cervello, e non vi

sarà obliterato che dalla morte.... E ancora!....

Il Governatore guardava il suo compagno coll'aria stupita di chi a mezzo

un grave discorso ode proporsi ad un tratto il rompitesta d'un enimma;

stava per interrogare sè stesso, se il marchese non avesse dato di

volta.

Baldissero gli strinse più forte il braccio e continuò col medesimo,

anzi con più turbato accento:

— Era una mattina d'inverno anche quella.... Non la ricordi?.... Eravamo

giunti a Milano la sera prima, tu, Castelletto ed io; tu e Castelletto

foste a cercarlo...

Il Governatore si percotè colla mano la fronte.

— Ah! mi ricordo: esclamò egli, come si fa quando le parole vi sfuggono

di forza dalle labbra: quel povero Valpetrosa.....

Baldissero proseguiva:

— Ci scontrammo fuori Porta Romana; la neve copriva tutta la

campagna.... come oggi.... Egli si avanzò verso di noi, e non disse che

queste parole: «Se mi uccidete, vi raccomando mia moglie, — poichè ella

è mia moglie! — ed il mio figliuolo che sta per nascere...»

Il Governatore lo interruppe:

— Via, via, non è il caso di andare a rivangare tutte queste dolorose

memorie. Tu non hai da farti il menomo rimprovero. Ti sei regolato come

ogni uomo d'onore avrebbe fatto in tua vece, e tuo padre te ne ha

benedetto. Sua moglie l'hai tutt'altro che dimenticata ed essa ti ha

perdonato.....

— Ciò forse le ha accorciata la vita.....

— Eh no, per Dio!... Basta non pensiamo a codesto.....

— E il figlio?

— Il figlio di quell'infelice mi hai detto tu stesso che è morto appena

nato, quando tu eri già tornato in Ispagna.....

— Così mi disse mio padre.

— E quello che tuo padre ti disse ti conviene crederlo..... E poi non ci

fu frammischiato in quell'affare quel vostro intendente o segretario,

Nariccia?

— Sì.

— E non ti affermò ancor egli la morte del neonato?

— Pienamente.

— Dunque tu non avevi altri obblighi verso la memoria di quell'uomo.....

Capisco che l'udir questo nome il quale nei nostri paesi è affatto raro,

possa evocarti quei certi ricordi, ma non è neppure da pensarsi che il

presente Maurilio abbia alcuna attinenza con quello là. Maurilio

Valpetrosa apparteneva ad una famiglia di Milano, e questo è un misero

trovatello dei nostri campi.

— Un trovatello? Esclamò con qualche interesse il marchese.

— Sì: da se stesso egli si denominò per Maurilio Nulla. To', dà

un'occhiata a questa specie di professione con cui egli cominciò questo

quaderno di suoi scarabocchi, e vedrai.

Il marchese tolse in mano lo scartafaccio e lesse, scritte sulla prima

pagina, le parole seguenti:

«Chi sono io? Non so. Che cosa io pensi, che cosa io voglia, a che cosa

tenda l'agitazione di anima e di spirito che sì spesso mi domina e mi

sprona e mi tormenta, non so nemmanco.

Se la sapienza dell'uomo, come dissero i Greci, pone la sua prima base

nel conoscer se medesimo, oh quanto sono io lontano pur dal

cominciamento di essa!

Tuttavia havvi in me, sento in me, alcuna cosa che, quantunque non

sappia definirla, mi pare la parte migliore di me. È desso il mio

pensiero? È la intelligenza? È qualche cosa di comune a tutti gli altri?

oppure è speciale all'esser mio?

Sento così di frequente un bisogno immenso, irrefrenabile di effonder

l'anima mia!.... A chi? A nessuno che mi si presenti colle sembianze

d'uomo. In faccia ad un mio simile il mio labbro si rinserra

sdegnosamente muto, e mi pare che una mano di gelo si imponga come

coperchio a rinchiudere il cuore tumultuante.

Nella campagna solitaria ove conducevo al pascolo la giovenca, parlavo

alla natura, e la natura parlava a me; sentivo la sua gran voce, ora

soave come la carezza del zeffiro, che mi aleggiava sulla fronte, ora

terribile come il muggito della bufera che scuoteva le quercie... Qui in

città la gran voce tace per lasciar cinguettare il brulichio degli

uomini.

Conviene ch'io parli a me stesso. Uscendo dall'interna chiostra

formolate in parole, le audacie del mio pensiero, i sogni della mia

fantasia, per fermarsi su questo pezzo di carta, sarà come se i

lineamenti dell'anima ad uno ad uno venissero a riflettersi in uno

specchio che ne conservasse l'impronta. A poco a poco i tratti si

aggiungeranno ai tratti, l'immagine — forse — ne riuscirà discernibile,

e l'anima riconoscerà se stessa.

«Chi sono io? Mi ridomando. È il gran problema che incombe sulla vita di

tutti gli uomini. Per me si è fatto più crudo, più spiccato, più

imminente, direi, avendo voluto... (chi? Debbo dire il caso? o la

Provvidenza? o la malvagità degli uomini?)... avendo voluto la mia sorte

ch'io qui sulla terra fossi, in mezzo ad una razza umana organata a

famiglie, senza famiglia, senza legami di sangue, senza protezione di

parentela e di nome.

«La prima volta che mi ferì il nome di bastardo sputatomi sulla faccia

dalla Giovanna incollerita, non capii che cosa volesse dire quella

parola, ma sentii che era un termine d'ignominia ond'era espressa cosa

cui la gente faceva mia vergogna. Non mi sdegnai, non risposi, fuggii a

nascondermi.

«Ora ch'io incomincio a gettar giù queste parole sulla carta, colla mano

tremante, colla testa in tumulto, colla dolce e profonda emozione con

cui si deve parlar d'amore la prima volta, con cui si inizia una segreta

corrispondenza con cara persona a cui tutto si crede dovere e poter dire

di noi; ora io conto intorno a diciott'anni di vita... Ah non so

nemmanco di sicuro da quanto tempo il destino mi ha balestrato a soffrir

sulla terra! Sono diciott'anni che un uomo mi raccolse abbandonato; ma

quanti giorni avessi allora di esistenza — forse mesi, forse già un anno

— non mi si disse mai, non lo seppe neanco chi non mi lasciò morir sulla

via.

«In questi diciott'anni, dolorosissimi avvenimenti avvicendarono la mia

combattuta esistenza: ma più gravi e più numerosi travagli e mutazioni

si fecero nell'anima mia, in quell'essere interno che non so definire,

dove tante idee s'intralciano e tanti diversi affetti si scambiano. Gli

è i risultamenti di questo interno travaglio che io qui voglio

registrare, per me — per me solo — a dar conto a me stesso dell'uso del

mio ingegno, della mia volontà, dell'effetto di quegli studi saltuarii,

abborracciati, ma cui è pur gran ventura che la sorte mi abbia concesso

e mi conceda tuttavia di fare.

«Le leggi del mondo fisico e quelle del mondo morale; le leggi

dell'organismo sociale come quelle dell'organismo del corpo umano; la

vita della terra che ci sostiene, ugualmente che la vita della schiatta

umana, delle masse dei popoli e degl'individui mi sembrano concentrarsi

e concertarsi in una grande unità, di cui la mia mente troppo debole, e

i miei studi troppo incompiuti, non possono darmi tuttavia la forza di

abbracciare il complesso, ma che travedo, trasento e perseguo, quasi per

istinto, traverso tutti i fatti dell'esistenza, dai moti della mia anima

rinchiusa nella carcere del corpo a quelli dei mondi nello spazio

infinito.

«Di questo travaglio analitico dell'intelligenza che si affanna alla

ricerca della gran sintesi, scriverò le espressioni e le fasi in queste

carte per conchiuderle il giorno in cui la morte mi faccia immota la

mano, o per troncarle il dì, in cui un diverso apprezzamento me le

faccia conoscere inutili e forse anco puerili.»

Il marchese lesse queste pagine con attenzione e non senza meraviglia.

— Un giovane in quelle condizioni, a quell'età, che scrive e pensa di

tali cose, diss'egli, non è fatto ordinario. È in lui la stoffa d'un

uomo di vaglia.

— Per ora, disse il Governatore, c'è un demagogo. Leggi qui a questo

punto ed a quest'altro..... se pure hai pazienza, e vedrai quali idee

sovversive della società e fin anco della religione bollano in quel

cervello esaltato.

Baldissero scorse cogli occhi le pagine che gli additava il suo

interlocutore e che erano state segnate colla matita rossa dal

Commissario di polizia.

— Leggerò molto volentieri, rispose di poi, queste cose che assai

m'interessano; vuoi tu lasciarmi recar meco per ciò questo scartafaccio?

— A piacer tuo: disse il Governatore chinando la testa con moto di

gentile condiscendenza.

In quella fu recato al Governatore un biglietto del conte Barranchi.

— Aspetta, disse il Governatore, dissuggellando la carta, a Baldissero

che pareva apprestarsi a partire: questa lettera ha forse riguardo al

caso di cui tu t'interessi.

— Ed è così infatti; soggiunse dopo letto quanto scriveva il comandante

della polizia; odi ciò che dice Barranchi:

«Caro Governatore,

«Quel tal Medoro Bigonci venne arrestato ancor egli; ma l'impresario del

Teatro Regio protesta che, essendosi ammalato il primo baritono, se lo

si priva ancora di codestui, egli non potrà più tenere aperto il teatro,

e quindi nemmanco darci la solenne rappresentazione di domenica sera, a

cui deve intervenire S. M. colla Corte in gala.

«Mio nipote San-Luca che conosce tutta la gente teatrale, è venuto qui

ad assicurarmi che questo Bigonci è nient'altro che un artista di canto

che sarà vittima d'una somiglianza, ma che egli metterebbe pegno

qualunque cosa che pensa tanto alla politica quanto al Gran Turco.

«Il Commissario mi riferisce che nelle sue risposte quel Bigonci si

contenne in modo — naturalmente negativo — da non poter nulla dedurne a

suo carico, e che mostrò certe lettere e certi ricapiti onde sarebbe

provata la sua vera identità come cantante.

«Le scrivo subito queste cose, caro Governatore, perchè sapendo come i

Baldissero padre e figlio desiderino la sollecita liberazione di uno dei

compromessi, Ella veda se vi ha modo di contentarli. Io non oserei

prendere su di me tanta risponsabilità; ma se V. E. mi vi incoraggia con

una sola parola, io darò senza ritardo gli ordini di rilascio per quel

Benda, a favore del quale anche a Lei sarà andato a parlare il marchese

di Baldissero.

«Mi creda, ecc.»

— Ebbene? interrogò il marchese quando ebbe udito la lettura di questo

biglietto. Che cosa conti di fare?

Il Governatore esitò un momentino.

— Primo impulso, e quello che seguirei più volentieri, sarebbe di

contentarti senza ritardo; ma tu capirai le considerazioni che me ne

trattengono.... Il ministero dell'interno è in una specie di gara con

noi militari. Se diamo passata a certe cose, farà comparire agli occhi

di S. M. che noi non siamo abbastanza vigilanti od abbastanza oculati.

Abbiamo ancora la disgrazia che il marchese di Villamarina passa colla

nomèa di velleità liberali, ed essendo egli ministro della guerra, si

crede che i militari per andargli a genio sieno più disposti a

tolleranza di quel che converrebbe... Certo io non posso essere

sospetto, ma pure....

Baldissero lo interruppe con un grave sorriso:

— No, il menomo dubbio non può nascere sul tuo conto di tepidezza

nell'affetto alla monarchia e nello zelo del tuo ufficio, e spero che un

sospetto di simil natura non debba nemmeno poter colpire me stesso.

Comprendo la forza delle considerazioni che ti trattengono, e non cerco

altrimenti di smuoverti dalla tua determinazione. Esaminerò io stesso di

meglio la cosa, poichè tu me lo concedi, e quando io mi confermi nella

mia persuasione che non vi sia in tutto codesto che imprudenza

giovenile, sfogo di liberalismo rettorico e nissun vero attentato contro

il legittimo Governo, allora ne parlerò io stesso di proposito al Re.

— E sarà il meglio che potrai fare: disse il Governatore.

Tese a Baldissero la destra e soggiunse:

— Spero che tu non l'avrai meco per ciò?

Il marchese gli strinse la mano con amichevole effusione.

— Che dici? Potresti pur pensare una cosa simile? A luogo tuo, io non

avrei fatto diversamente da quello che tu.

Baldissero si partì dal Governatore, accompagnato da quest'esso sino

all'anticamera.

A muovere San-Luca a recarsi da suo zio il generale dei Carabinieri per

testimoniare in favore di Bigonci era stato quell'amico e compagno di

Maurilio e di Selva, che chiamavasi Romualdo.

Assente per sua fortuna nel momento in cui facevasi la perquisizione ed

arrestavasi Maurilio nella casa del pittore Vanardi, Romualdo,

rientrando, vedeva scolpito sulla faccia spaventata di Antonio

l'annunzio che gravi novità erano intravvenute, ed udiva dalle vivaci,

colorite ed interminabili chiacchere della signora Rosa tutti i

particolari dell'avvenimento.

Romualdo avvertiva tosto tutta la rilevanza di questo fatto; il ritardo

di Selva nel tornare a casa gli faceva inoltre temere che ancor egli

fosse caduto negli artigli della Polizia, e capiva abbastanza che alcun

sospetto era nato intorno alla congiura — e fosse pure soltanto un

sospetto! — e che l'arresto di Mario, quando foss'egli conosciuto per

chi era realmente, importava la rovina di tutti i loro audaci disegni

patriotici, la perdita della libertà, e fors'anco della vita, per i

coraggiosi giovani cospiratori. Le fucilazioni d'Alessandria non erano

ancora tanto lontane che la loro memoria non legittimasse il timore di

nuove condanne a morte.

Metteva quindi il cervello alla tortura per cercar modo di trovare, se

non un mezzo di salute, uno spediente che riparasse almeno in parte la

minacciata rovina. Vanardi, sgomentito sino nell'imo fondo dell'anima,

proponeva scappar subito così lontano che non si potesse veder più

spuntare da nessuna parte sull'orizzonte il pennacchio prepotente e il

candido budriere d'un carabiniere del re di Sardegna; col qual mezzo

egli faceva anche quest'altro guadagno di mettere la salvaguardia d'una

distanza non facilmente superabile fra sè e i suoi creditori, che

incominciavano a tormentarlo.

Ma Romualdo non era a salvar sè che pensava soltanto, gli era a salvar

gli amici e l'impresa. Non potendo fermare la sua risoluzione su partito

alcuno, al buio com'egli si trovava delle circostanze che avevano

cagionato l'arresto, Romualdo determinò di andare attorno per la città

in busca di informazioni dalla voce pubblica, e di cercare intanto

sollecitamente di Mario, del quale importava saper le novelle e col

quale urgeva massimamente concertare il modo di governarsi.

Questi arresti e la perquisizione erano evidentemente dei fatti che si

attaccavano alla comparsa nella sera precedente di quel personaggio

sospetto cui Mario venendo aveva trovato nel camerino della portinaia e

dal quale il congiurato s'era accorto essere stato seguito cautamente su

delle scale. Sarebbe stato assai bene avere dalla portinaia alcuna

informazione in proposito, e Romualdo pensò che niuno era al mondo più

atto a codesto che la moglie di Antonio, la buona, vivace e ciarliera

signora Rosa; ma, come un'idea ne mena un'altra, questo gli fece

avvisare come fosse assai probabile che alle ciarle appunto della

signora Rosa con _madama_ la portinaia si andasse debitore dei sospetti

e della visita della Polizia.

Romualdo parlò di proposito, a questo riguardo, alla brava donna,

mettendole innanzi tutto il danno che ciarle imprudenti potrebbero

cagionare; Antonio, il marito di lei, rincarò la dose, strepitò che la

era stata di certo quella benedetta linguaccia a comprometterli nei suoi

eterni pissi pissi, or con questa, or con quella delle donnacole della

casa, che intanto la Rosa poteva andar lieta e superba che aveva messo

in sull'orlo dell'abisso suo marito e la famiglia e gli amici del

marito, e chi sa ancora se poteva evitarsi il capitombolo nel

precipizio! e certo se una sola ciarlatina veniva tuttavia ad accrescere

l'imprudente, involontaria delazione, la era una spinta da non potersi

più parare in nessun modo dalla catastrofe.

La Rosa rimase a tutta prima sbalordita; ma la non era donna da

abbandonarsi così agevolmente per vinta. Protestò fermo e forte che Ella

non aveva detto nulla, non aveva scoperto nulla di nulla, perchè di

fatto non la sapeva neppure una briciola di quanto e' venivano

maneggiando nei loro segreti convegni; che ad ogni modo le sue ciarle

erano sempre le più innocenti del mondo, perchè la era donna abbastanza

di senno per sapere quello che si ha da dire e quello che si ha da fare

e che non sarebbe stato per suo fatto mai che nè la concordia d'una

casa, nè la pace d'una famiglia, nè la sicurezza di nessuno avrebbe da

rimanere compromessa; e qui, scambiando parte ed eloquenza, passava da

difenditrice di sè medesima ad accusatrice d'altrui: e che gli era un

grave torto far di questi nasconderelli ad una moglie che, come lei, si

meritava stima e fiducia dal marito; e che la testa sulle spalle la

aveva ancor essa e dentrovi due dita di cervello, forse più che non

altri; e che a dare un consiglio ci valeva tanto bene che, forse e senza

forse, s'ella avesse saputo di che si trattava e le avessero dato retta,

non si troverebbero ora in quel bello spineto; e qui voltando, come dice

Dante, il discorso per punta a suo marito, soggiunse: che gli era in lui

un gravissimo torto, come padre di famiglia, quello di cacciarsi in

queste mattane, e per delle bubbole d'idee sconclusionate rovinare in un

amenne moglie e figli e tutta la baracca.

Antonio era così avvilito dell'animo che non aveva più bastante vigore

da contrapporsi alle invettive ed alle conclusioni della moglie, alla

quale in cuore la paura gli faceva dar la ragione; Romualdo giudicò

rettamente che per finirla bisognava dar passata a quello sfogo e non

contrastar menomamente alle concitate di lei deduzioni.

— Mia cara signora Rosa, diss'egli: tutto questo sta bene, ma ora, a

pigliarla comunque, gli è di quel senno di poi di cui sa che son piene

le fosse e che serve ad un bel niente. Lasciamo stare quello che è stato

e pensiamo a quello che è. S'Ella ci sa spillar fuori dalla portinaia

alcuni particolari sull'uomo di ieri sera, la ci può giovar molto.

La Rosa si acquetò di subito. La cosa era troppo grave e la toccava

troppo da vicino, perchè non le dèsse tutta l'importanza; ella era poi

di cuore inclinata a fare il maggior bene che potesse anche a chi gli

era indifferente, figuriamoci poi ora che erano in ballo così ponderosi

suoi interessi! Inoltre la buona donna aveva sì fatto la brava in

presenza del marito e di Romualdo che la rimproveravano, ma in fondo

della sua coscienza c'era pure una vocina che le veniva dicendo come

tanto tanto innocenti non fossero di questi effetti le chiacchere tenute

colla portinaia, e il rimorso ch'ella ne sentiva si aggiungeva a

stimolarne lo zelo.

— Lasciate fare a me: diss'ella racconciandosi un poco e in fretta in

fretta i panni dattorno. In due salti sono giù dalla portinaia, e non

sono chi sono se in cinque minuti non le ho tratto il filo della

camicia.

Entrò pochi secondi dopo nel camerino della portinaia, dove le comari

del quartiere erano in numero completo e vivissimamente impegnate in

ciarle che s'incrociavano senza soluzione di continuità sull'importante

argomento dei fatti straordinarii avvenuti quella mattina nella casa.

Era colà la gran cuffiona della comare Marta, la lingua più affilata e

meno temperante — a detta di monna Ghita, che pure non si lasciava

passare nessuna davanti in codesto, — di tutto il quartiere; c'era la

bocca sdentata e il mento lanuginoso della Polonia, la rivenditrice di

pignatte e di pentole che stava di faccia: chi non c'era delle brave

pettegole del pian terreno di quella strada? Le dicerie che avevano

corso in quello scambio di supposizioni e di fiabe erano d'una

fenomenale assurdità. I giovani erano stati arrestati tutti; le cagioni

del fatto erano variamente allegate, ma tutte gravissime: nella casa

loro la Polizia aveva trovato cose! cose da fare orrore! La supposizione

che Barnaba la sera innanzi aveva fatta sorridendo alla portinaia, tanto

per ispillarne la verità, che cioè in casa il pittore si fabbricassero

monete false, era per alcune diventata una realtà luminosamente

stabilita; altre che si pretendevano meglio informate volevano che quei

giovani fossero stati scoperti gli autori dei misteriosi delitti che da

qualche tempo avvenivano, e fra gli altri del furto negli uffizi di

banca del signor Bancone, di cui da due giorni discorrevasi per tutta

Torino; e ve n'erano anche di quelle che pronunziavano la misteriosa

parola di politica, ed affermavano sotto voce che gli arrestati erano

frammassoni, gente che rinnega Dio e la Chiesa, che commette mille

orribili sacrilegi e nefandità, nascosta nelle cantine, e che costoro,

fra gli altri, avevano giurato di dar fuoco ai quattro canti della città

e sgozzare tutti i preti e far perire tutta la povera gente.

In verità quella rispettabile assemblea di vecchie ciane, per dirla alla

fiorentina, mostravasi assai poco propensa alla causa degli arrestati;

non c'era che la portinaia, la quale credevasi in dovere di recare in

mezzo alcune parole in loro difesa; ma aimè! la era quella una difesa

assai poco abile ed efficace, perchè si limitava a dire che vedendoli,

quegli individui, nessuno mai più si sarebbe aspettato che avessero

qualche cosa da spartire colle manette della Polizia e colla paglia del

carcere.

L'entrata di Rosa in mezzo a questo sinedrio di cuffie, produsse, come

si suol dire, una viva sensazione. Le ciarle inaridirono un momento

sulle bocche ancora aperte, gli occhi lanciarono una mitraglia di punti

interrogativi con una curiosità elevata alla quinta potenza: le

pettegole si serrarono intorno alla nuova venuta come in una rocca cinta

d'assedio si stringe intorno ad un convoglio di viveri la guarnigione

affamata.

Rosa non ebbe da interrogare, chè le richieste delle altre le fioccarono

addosso come gragnuola; non ebbe da usare arte nessuna a trar fuori da

monna Ghita il racconto della visita dello sconosciuto, la sera

precedente, perchè di proprio impulso la portinaia afferrò quella

propizia occasione per narrare la ventesima o la trentesima volta tutti

i particolari, tutte le parole, tutti gli atti che avvennero, ed anche

alcuni che non avvennero in quel famoso abboccamento coll'uomo il quale

rassomigliava da sbagliarlo, a detta sua, col _fumista_ di via Santa

Teresa; abboccamento cui l'acuta penetrazione e l'infallibile giudizio

della moglie di Bastiano le avevano fatto ritenere come strettamente

collegato cogli strepitosi avvenimenti della mattina che aveva

susseguito.

Rosa, quando ebbe saputo ciò che le importava, fece il miracolo di

sbrigarsi dalle ciarle interrogative e dalle mani adunche di

quell'onorevole congrega, e corse ad informarne Romualdo, il quale,

provvisto di quelle nozioni, s'affrettò ad andare in traccia di Mario.

Non avendolo trovato nell'altro suo riposto alloggio, Romualdo pensò che

non avrebbe potuto coglierlo altrove che al teatro, dove si sarebbe

recato alle prove ch'egli era obbligato di farci per sostituire il primo

baritono ammalato; e delle quali prove s'avvicinava l'ora. Diffatti al

teatro Medoro Bigonci non era ancora venuto; ma Romualdo camminando

lentamente sotto i portici in quella direzione per cui supponeva che

l'amico sarebbe sopraggiunto, lo incontrava poco stante sulla cantonata

fra piazza Castello e via di Po.

Mario, visto appena da lungi Romualdo, gli fece un cenno impercettibile

perchè lo seguitasse, e col passo tranquillo d'uno che passeggia per suo

diletto, cambiato il cammino, si avviò verso il mezzo della piazza

deserta di passeggeri, dove si rammontava la neve che seguitava a

fioccare.

Romualdo fu lesto a raggiungerlo.

— Qui, gli disse di subito Mario, con questo tempaccio, saremo osservati

di meno e certo non ascoltati da nessuno, quantunque lì presso (ed

additava le torri scure del palazzo Madama) abbiamo il covo della fiera

belva della Polizia..... Selva e Benda sono arrestati e tu vieni per

avvisarmene.

— Selva e Benda? Esclamò Romualdo che non potè frenare un moto di

sgomento. Ne sei sicuro?

Mario chinò il capo in segno affermativo.

— Allora tutto è scoperto: continuò Romualdo. Sono venuti a casa nostra

a fare la perquisizione cercando di te, ed hanno arrestato Maurilio.

E qui di fretta, nelle meno parole che si poteva, ripetè all'amico

quanto era avvenuto e quanto per mezzo di Rosa erasi appreso di poi

dalle ciarle della portinaia.

Il cospiratore tacque un istante, quando Romualdo ebbe finito,

aggrottando le sopracciglia nella contenzione del suo cervello per

meditare.

— Sono sospetti che si hanno soltanto oppur delle prove a nostro danno?

Diss'egli di poi, parlando sotto voce, quantunque nella vastità della

piazza, in cui si trovavano i due amici, non ci fosse che un deserto di

neve. Voglio sperare che sieno sospetti soltanto, ed a noi che dobbiamo

lottare, tocca il trovar modo da distrurli..... Ragioniamo un po'. Se

prove realmente ci fossero, avrebbero proceduto agli arresti in più

larghe proporzioni. Selva alla prima volta fu lasciato libero, e non fu

preso che in casa Benda per un avvenutovi episodio; Vanardi stesso non

sarebbe stato lasciato tranquillo. D'altronde si potrebbe supporre che

la congiura fosse da qualche traditore svelata alla Polizia; ma come

immaginare che fossero denunziati i nostri nomi che ignorano tutti,

fuorchè pochi dei capi, fra cui impossibile un tradimento?... Sono le

ciarle della portinaia a quella spia poliziesca di ieri sera che hanno

data la sveglia. Ma come, e per qual caso quella spia si è ella cacciata

là dentro, evidentemente a nostra intenzione, forse forse più

specialmente per me?

Si fermò un istante assorto in più profonda riflessione.

— Sì per me: ripetè egli. Il modo con cui mi ha guardato, l'essermi

venuto dietro di quella guisa...

Fece un movimento quasi contratto, come di chi vede apparirsi alla mente

un'idea ancora fuggitiva in cui si contiene la verità, e per afferrarla

fa un atto anche colle membra, come se ciò ne l'avesse da aiutare.

— Ma la figura di quell'uomo io l'ho vista altra volta, in altri tempi,

in altri luoghi... Dove? Dove?

Si volse di scatto a Romualdo.

— Sai tu s'egli sia piemontese quel cotale?

— Non so... ma probabilmente sì... anzi certo, perchè se fosse

altrimenti, monna Ghita non avrebbe taciuto la circostanza importante

ch'egli parlasse in modo diverso da noi.

— Io in Piemonte è la prima volta che ci vengo. Dunque se l'ho veduto...

e più ci penso e più mi persuado che gli è così..... l'ho veduto in

altro paese... In Francia? No, non mi pare... In Roma?...

Ebbe come un lampo di visione nella memoria.

— Sì, in Roma... Aspetta ch'io raccolga le mie idee. Un poliziotto!...

Quel pane d'infamia si comincia a mangiarlo di buon'ora, chi ha l'anima

vile; ed in Roma ho avuto appunto di che spartire con quella scellerata

Polizia...

Mandò un gridolino, che soffocò tosto, di sorpresa e di soddisfazione.

— L'ho trovato!... Mi ricordo che il Delegato di polizia che procedette

al mio interrogatorio in Roma e mi tenne il linguaggio più burbero e più

minaccioso che seppe non aveva l'accento romano. Stemmo in faccia l'uno

all'altro quasi mezz'ora, e i miei lineamenti dovettero imprimersi nella

sua memoria come i suoi si stamparono nella mia... Quel Delegato, ne

metterei pegno la mano, è l'uomo di ieri sera.

— Ma allora, disse Romualdo profondamente turbato, egli conosce

appuntino l'esser tuo...

— Non basta ch'egli lo conosca, interruppe Mario vivamente: bisogna che

lo provi. Per ciò non potrà allegare altro che la sua affermazione.

Questa basterà ed anche troppo, quando non vi sia nissun argomento in

contrario a mia difesa; ma se troviam modo — e bisogna cercarlo

assolutamente — di recare in appoggio della mia identità innocente con

Medoro Bigonci qualche altra affermazione autorevole, si metterà la

denunzia del poliziotto in conto d'uno sbaglio dovuto ad una

rassomiglianza, e il pericolo potrà essere superato.

— Dove trovare quest'affermazione autorevole? Domandò Romualdo sempre

turbato quel medesimo.

E Mario sempre calmo, con tutta libertà di mente:

— C'è qualcheduno che può procurartela. Aspetta.

Trasse di tasca un taccuino, vi stracciò un foglio e vi scrisse su poche

parole colla matita.

— Gli è certo, diss'egli poi, che adess'adesso sarò arrestato in teatro,

dove i birri già m'aspetteranno; appena ciò sia, tu corri dal dottor

Quercia a casa sua, di cui ti scrivo qui sopra l'indirizzo; narragli

l'accaduto senz'altro ed esponigli di che si ha bisogno. Gli è

quell'uomo, a cui vi ho detto ieri sera che dovremo il concorso della

plebe: egli può molto, e vuole, e sa!.... Non dubito ch'egli ci trarrà

d'ogni impaccio.

— Sta bene: rispose Romualdo, riponendo accuratamente in un portafogli

la cartolina datagli da Mario.

— Ed ora, disse questi sorridendo, vado a farmi arrestare.

Si diresse di buon passo, traverso la piazza, alla volta del teatro,

dove giuntovi appena, la sua previsione fu pienamente effettuata.

— Gli è Lei il signor Bigonci? Gli domandò un uomo d'ignobil sembiante.

— Io in persona.

— Si compiaccia venir con noi (erano in due) al Palazzo Madama, dove il

signor Commissario lo aspetta.

— Il signor Commissario? Esclamò Mario con uno stupore che niun valente

comico avrebbe saputo finger di meglio. Non so che cosa abbia da fare

con me il signor Commissario.

— La lo saprà, quando gli sarà venuta dinanzi.

— È giusto. Andiamo pure.

Ma qui il povero impresario, che era già in una maledetta bizza pel

ritardo di Bigonci nel venire alle prove; l'impresario saltò in mezzo

esterrefatto.

— Come! Gridò egli. Me lo conducete via? E le prove?

— Che cosa importa a noi delle vostre prove? Ci fu dato ordine di

portarlo dal Commissario appena lo trovassimo, e ce lo portiamo.

— Ma almanco lo si lascierà venir tosto a far queste benedette prove,

senza cui non posso andar avanti.

— Sì, bravo, contateci su: risposero i birri ridendo ironicamente. E' ci

vorrà un poco prima che costui ne abbia gli occhi netti.

— Oh povero me! Esclamava l'impresario. Ma io sono un uomo rovinato.....

Io protesto.

Come è facile immaginare, tutte le esclamazioni e tutte le proteste del

pover'uomo non giovarono a nulla, e Medoro Bigonci fu tratto in arresto.

Mentre l'impresario si disperava della più bella, nell'emozione che

questo fatto aveva destato in mezzo a tutti gli artisti colà radunati,

Romualdo si accostò chetamente all'impresario medesimo e presolo ad un

braccio per chiamarne a sè l'attenzione, gli disse:

— Senta un po' qua signore.

Romualdo, che pochi anni addietro aveva dato fondo al suo patrimonio

scialandola da giovane elegante, era stato frequentatore assiduo di

spettacoli e conoscente famigliarissimo del mondo teatrale[7];

l'impresario non avevalo ancora dimenticato e volentieri si rese

all'invito di lui, appartandosi alquanto dagli altri.

[7] Le avventure di Romualdo ho narrate nel _Novelliere

Contemporaneo_.

— Oh sor avvocato: cominciò senz'altro l'impresario colla passione d'un

uomo che vede recarglisi un grave danno irreparabile: a me le mi toccano

proprio tutte! Questa, le dico io, che mi rovina senz'altro. La stagione

è già andata fin adesso zoppicando, e quest'ultimo colpo mi rovescia

colle gambe in aria. Senza Bigonci io non ho più uno spettacolo

tollerabile da mettere in iscena, e mi conviene chiudere il teatro. Si

figuri il mio danno! Ho l'ultimo quartale da pagare. In quest'ultima

settimana di carnevale avrei fatto i migliori introiti di tutta la

stagione, che mi avrebbero alquanto rimpannucciato. Che! Non posso

nemmanco dar la rappresentazione di domenica per la venuta della Corte!!

Si cacciò le mani ne' capelli come chi è cascato in un abisso di

desolazione, da cui non vede mezzo di uscire.

— Dia retta: gli disse Romualdo: forse c'è ancora un mezzo di scampo.

— Sì? Esclamò il pover'uomo. S'Ella mi procurasse questo mezzo, sor

avvocato, mi renderebbe un servizio de' più fioriti che si possano.

— Ricorra alla nobile Direzione dei teatri. Sono tutti personaggi

titolati e potenti che possono efficacemente adoperarsi a far liberare

Bigonci.

— La dice bene, ci ho già pensato, ma Ella sa pure che il Commissario

Tofi, quando ha qualcuno nelle unghie, a lasciarlo andare....

Converrebbe almeno sapere che cosa ha dato motivo all'arresto di

Bigonci.

— Credo d'averlo indovinato. Bigonci ha la disgrazia di somigliare

moltissimo ad un certo rivoluzionario romano che è al bando di tutte le

polizie, e lo si sarà scambiato per quello. Io li ho conosciuti ambedue,

e davvero che c'è da sbagliare. Se qualcheduno testimoniasse di codesta

cosa...

E l'impresario sollecito:

— Questo qualcheduno può essere Lei....

— Molto volentieri; ma io essendo amico di Bigonci e coabitando con esso

lui, la mia parola non può avere tutta quell'autorità che si vorrebbe

quando non sia confermata da quella d'un altro.

— Senta, caro avvocato, andiamo insieme dalla Direzione teatrale. Ella,

che sa parlar meglio di me — un avvocato è fatto apposta — esponga le

cose a mio nome; e se ciò non basterà ancora, allora vedremo qual altra

pedina sia il caso di muovere.

Così fecero. La Direzione teatrale, composta a quel tempo di titolati

del più puro sangue aristocratico, si commosse assai all'affermazione

che, mancando Bigonci, la rappresentazione dell'ultima domenica del

carnovale non avrebbe potuto aver luogo; e promise pigliar interesse per

questa faccenda. Ad un punto interrogò, com'era naturale, se

l'impresario conoscesse le ragioni dell'arresto di quel cantante, e

Romualdo senza esitare ripetè ciò che aveva già detto all'impresario, e

poi con tutta sicurezza soggiunse:

— Ma io e qui l'impresario possiamo far fede che questo è realmente un

mero errore materiale, frutto di quella straordinaria rassomiglianza.

Gli è da cinque o sei anni che noi conosciamo Bigonci; e sempre

l'abbiamo conosciuto per artista di canto e sotto il suo nome, e ne

possiamo rispondere.

— Gli è vero? Domandò il presidente della Direzione all'impresario.

Questi non osò negare, nè contraddire menomamente il suo compagno; ma

non osò neppure dir franco di sì; curvò il capo in una mossa dubbia, che

gli altri presero per affermativa. Il presidente della Direzione scrisse

senza ritardo una lettera di ufficio al generale Barranchi, nella quale,

appoggiandosi sulla testimonianza dell'impresario, si negava l'identità

dell'arrestato col rivoluzionario Mario Tiburzio e si faceva un

pressante richiamo per la pronta liberazione del baritono Bigonci, la

cui presenza era necessaria al buon andamento degli spettacoli nel

teatro di S. M.

Mentre uscivano dall'ufficio della nobile Direzione teatrale Romualdo e

l'impresario ebbero la fortuna d'incontrare il conte San-Luca il quale

recavasi alla sua solita stazione al caffè Fiorio.

Nel tempo della sua vita spendiosa ed elegante, Romualdo era stato per

due carnovali di seguito vicino di _sedia chiusa_ al teatro Regio col

conte San-Luca, ed aveva avviata con esso una certa amichevole relazione

che s'era stretta ancora di vantaggio nelle frequenti volte che si erano

trovati di compagnia nella casa d'una celebre prima donna cui

proteggevano ambedue ed in certe cene che regalavano di conserva

all'appetito delle corifee del Corpo di ballo. Benchè Romualdo, ridotto

al verde, avesse cessato da un po' di tempo quel genere di vita,

tuttavia il conte San-Luca degnavasi ancora rispondere con garbo al

saluto che il giovane borghese gli dirigeva, trovandolo per istrada,

così bene che per le attinenze del passato, Romualdo si credette in

facoltà di fermare il nobile zerbino per informarlo della grave

disgrazia che aveva colpito l'impresario e minacciava far sospendere il

corso delle rappresentazioni del massimo teatro torinese.

A San-Luca parve cotesta una cosa tutt'altro che da prendersi a gabbo, e

quel passo che alle istanze del marchesino di Baldissero aveva rifiutato

di fare presso suo zio, si decise di farlo ora che vide minacciata di

un'immatura fine la serie de' suoi divertimenti. Corse adunque dal conte

Barranchi, e tanto disse e tanto fece, affermando, testimoniando,

giurando l'innocenza dell'incriminato baritono, che ne ottenne quella

lettera che abbiamo vista scritta dal comandante della Polizia al

Governatore della città.

A ciò venne ad aggiungersi la pratica iniziata dalla nobile Direzione

teatrale, la quale avendo dato luogo ad uno scambio sollecito di

dispacci dall'una parte e dall'altra di quella stessa giornata, ebbe per

risultamento un compromesso mercè cui la Polizia consentiva a ciò che il

sig. Bigonci andasse in teatro lungo il giorno alle prove e la sera alla

rappresentazione, ma ci andasse accompagnato da due arcieri travestiti

che sempre lo custodissero a vista, e finita la sua parte lo rimenassero

nella carcere assegnatagli al Palazzo Madama: frattanto si appurerebbero

di meglio le cose per prendere poi a questo riguardo una risoluzione

definitiva.

Ma Romualdo non si contentò d'essersi adoperato in questo modo e d'aver

ottenuto codesto. Avendo poscia appreso tutto ciò che era capitato,

assai gli doleva e della pena in cui era la famiglia Benda, e del modo

barbaro e villano in cui Selva era stato trattato nel suo arresto, e del

pericolo gravissimo che incombeva sui tre carcerati amicissimi suoi,

Maurilio, Francesco e Giovanni, e sul buon Vanardi stesso e la sua

famiglia, e su se medesimo. Pensando e ripensando quali modi possibili

gli si presentassero mai da tentare per ottenere alcun riparo

all'avvenuto danno ed a quelli più gravi minacciati, dopo averne

immaginato di mille guise spedienti gli uni meno accettabili degli

altri, si fermò ad un tratto sopra un proposito che era strano, quasi

temerario, ma che gli sembrò presentare alcuna probabilità di successo.

Aveva udito la sera innanzi narrato da Mario Tiburzio un suo colloquio

con Massimo d'Azeglio venuto di quei giorni in Torino, a detta di tutti,

non senza intendimenti politici; aveva udito come questo patriota che

disposava insieme nel suo liberalismo le delicature dei modi

aristocratici coll'amore della democrazia e della libertà, nutriva molte

speranze per la causa italiana nei generosi e nazionali, ancora segreti

sentimenti del re; come appartenente egli stesso a quel ceto nobiliare

che teneva in Piemonte l'assoluto sopravvento, benchè per opinioni da'

suoi pari disgiunto, Romualdo supponeva che alcun influsso di

protettorato potesse esercitare colla sua parola Massimo D'Azeglio, il

quale d'altronde conosceva, stimava ed amava l'animo forte, le

convinzioni profonde e l'onestissima operosità patriotica di Mario

Tiburzio. L'amico di Mario e di Selva sapeva d'altronde che gli uomini

di superiore intelligenza non amano stare e non istanno soggetti alla

volgare tirannia di quelle regole delle forme sociali, per cui i

rapporti fra persona e persona ricevono limiti ed ostacoli spesso

impacciosi; e dagli scritti del nobile piemontese e da quanto conosceva

della vita di lui, Romualdo era chiarito della superiorità

dell'intelligenza di Massimo; poteva quindi esser quasi certo che

presentandosi a lui, benchè ignoto affatto e di persona e di nome, ma

presentandosi con fare appello alla generosità di quel carattere, ne

sarebbe stato accolto ed ascoltato senza fallo.

Romualdo non lasciò raffreddare in sè il calore di quella risoluzione;

si avvide che, indugiando, ne avrebbe perduto il coraggio, e si diresse

senz'altro verso la locanda d'Europa, allora chiamata albergo Trombetta,

dove sapeva alloggiato il D'Azeglio.

Entrò sotto quel portone, salì quelle scale fino al pianerottolo

dell'uffizio della locanda col cuore che a dire la verità gli palpitava

un pochino. Si trattava di comparire innanzi ad un uomo cui la gloria

già acquistatasi dava una imponenza maggiore che non faccia l'autorità

ufficiale d'una carica governativa. Al primo garzone che gli venne

incontro, Romualdo colla faccia sicura d'un uomo che domanda la più

semplice cosa del mondo, chiese:

— Massimo d'Azeglio c'è?

A Romualdo pareva che questo nome bastava da sè, e non aveva punto

bisogno d'essere scortato da nessun titolo; ma così non parve al

cameriere. Questi guardò bene dall'alto in basso il giovane che lo aveva

interrogato, poi rispose con tono che mostrava codesto esame non avergli

ispirato molta deferenza pel visitatore:

— Mi par bene che il marchese d'Azeglio non sia ancora uscito.

E voltosi ad un uomo attempato che sedeva dietro un tavolino

nell'uffizio, domandò a sua volta:

— N. 87 c'è?

L'uomo del tavolino si volse a guardare un gran quadro di legno nero in

cui erano schierati in file regolari i numeri di tutte le camere

dell'albergo con un gancino a cui si appiccava la chiave di quelle non

occupate o di cui l'occupante fosse uscito.

— C'è: rispose come uno Spartano l'uomo attempato.

— Sa Ella dove sia il numero 87? Domandò il cameriere a Romualdo.

— No: rispose questi che ignorava compiutamente la geografia di quella

principale fra le locande torinesi.

— Su, all'ultimo piano: disse il garzone, e mentre Romualdo cominciò a

salire, fattosi alla ringhiera della scala tirò una corda che fece

suonare un campanello nella stanza di passaggio dell'ultimo ripiano.

Il nostro giovane continuò a scalpitare, salendo, la lista di tappeto

che copriva il mezzo dello scalone di marmo, e poscia la stuoia più

democratica che dal secondo piano in su sostituiva il tappeto, e quando

giunse proprio in alto della casa, trovò dritto sull'ultimo scalino un

altro cameriere che era postato là come un punto interrogativo.

— Cerco il numero 87: disse Romualdo senza aspettar altro.

Ma l'Azeglio, avvezzo ad essere disturbato da mille fastidiosi

inutilmente, aveva dato ordini opportuni in proposito.

— Mi dica il suo nome: ribattè il cameriere, sul quale l'aspetto del

giovane non pareva aver fatto una impressione diversa da quella del suo

compagno al primo piano; ed io andrò ad annunziarlo.

Romualdo trasse di tasca un suo taccuino e sopra un foglio che ne

stracciò scrisse il suo nome e sottovi queste parole: «Le sono affatto

sconosciuto, ma vengo a chiederle un grandissimo favore per quattro

giovani patrioti.»

Il cameriere prese la carta e sparì voltando in un corridoio. Il battere

del cuore di Romualdo non cessò in quei pochi momenti che stette

aspettando; e quei momenti furono pochi davvero. Il garzone ricomparve

all'angolo del corridoio e disse al giovane che aspettava:

— Mi segua.

Camminarono un tratto e poi si fermarono ad una porta sopra cui era

scritto il numero 87, e nella toppa della cui serratura stava ficcata la

chiave.

Il cameriere battè leggermente nell'uscio colla nocca delle dita.

— Avanti: disse dall'interno della stanza una voce velata, un po'

debole, quasi stanca, ma gentile e piacevole.

L'uscio fu aperto, il garzone si trasse in disparte, Romualdo entrò e si

trovò faccia a faccia coll'alta e spigliata persona di Massimo

d'Azeglio.

— Venga avanti: disse l'illustre scrittore, aguzzando gli occhi, col

serrar delle ciglia, per un vezzo che era abituale alla sua miopia,

verso il giovane che entrava inchinandosi.

Era l'Azeglio avviluppato in una vestaccia di lana bianca che dimezzava

di forma fra la zimarra e l'antico lucco fiorentino, con un capuccio che

cascava dietro le spalle, e colle mani se ne teneva egli serrate al

corpo le falde, mentre drizzatosi in piedi faceva un passo nella

direzione della porta ad incontrare chi entrava.

Era quella dall'Azeglio occupata una piccola e modesta cameretta, con

una semplice tappezzeria di color chiaro appiccata alle pareti, con un

piccolo letto senza cortinaggio, con pochi mobili di semplice legno

verniciato, con una modesta valigia in un angolo, con un piccolo

caminetto alla Franklin, in cui ardeva un fuoco niente superbo. Quella

stanza non rispondeva alla dignità del titolo marchionale e

dell'aristocratico lignaggio, ma all'umiltà ed alle mediocri fortune

dell'artista, del letterato e del secondogenito di nobil famiglia.

La finestra si apriva nella parte esterna della casa e si vedeva,

precisamente di faccia, al fondo della piazza reale, sorgere la massa

imponente del palazzo regio, dimora di Carlo Alberto. Presso ai vetri

della finestra era un piccolo tavolino con sopravi alcuni fogli, di cui

uno scritto a metà, e la penna, tuttavia bagnata d'inchiostro, posatavi

daccanto; si vedeva che l'Azeglio era stato interrotto mentre scriveva e

s'era tolto pur allora da quel tavolino, traendo indietro per alzarsi la

poltrona che gli stava dinanzi. La cominciata scrittura, a cui Massimo

stava lavorando, era il famoso opuscolo, che tanto utile effetto doveva

produrre in Italia col titolo: _Gli ultimi casi di Romagna_.

Romualdo non seppe a tutta prima che inchinarsi, come ho detto,

pronunziare le usate parole di saluto e guardare con intentiva, ma

rispettosa attenzione quella simpatica figura sorridente, illustrata

dalla fama.

— Lei dunque è il signor Romualdo, incominciò l'autore d'_Ettore

Fieramosca_, guardando sul fogliolino che il giovane avevagli mandato, e

ch'egli teneva ancora in mano; e viene da me per un favore?

— Signor sì: rispose il giovane: ed Ella comprenderà meglio la ragione

della mia temeraria venuta, quando le avrò detto che uno di quei

patrioti per cui vengo ad interessare la sua generosa bontà, è Mario

Tiburzio.

Massimo d'Azeglio sogguardò un istante il suo interlocutore con acuità

di sguardo profondamente scrutativa. La missione politica cui l'illustre

scrittore aveva assunta non era ignota al partito assolutista che teneva

allora l'impero in Piemonte, e ben sapeva l'Azeglio di essere osservato,

spiato, e circondato di tranelli e d'insidie, affine di coglierlo in

fallo ed aver un pretesto d'ordinargli lo sfratto dagli Stati del re, a

dispetto delle sue aderenze e del suo nome. E che questo avvenisse prima

ch'egli avesse potuto, non che compiere ma tentare l'opera per cui era

venuto, sommamente avrebbe doluto all'Azeglio; quindi senza nascondersi

per nulla, senza infingersi menomamente, stava egli in sulle guardie con

quella finezza di discernimento che non poteva dirsi furberia, la quale

troppo spesso confina coll'inganno e colla mala fede, ma che era una

prudente avvedutezza naturale al suo ingegno, onde governava i suoi atti

e parole.

Il fatto d'uno sconosciuto che gli si presentava senza ricapiti di

sorta, e di colpo veniva a gettargli innanzi il nome di uno dei più

esaltati tra i rivoluzionari italiani, era tale da far nascere sospetto

anche nel più confidente e nel meno avvisato degli uomini; laonde

Massimo stette un momento prima di rispondere, e affondò quel suo

sguardo limpido e sereno negli occhi di Romualdo. Ma fu un istante.

Osservatore acuto ed esercitato degli uomini e delle cose, il nobile

patriota non tardò a leggere sulla fisionomia di chi gli era venuto

innanzi l'onestà, la sincerità e insieme quella ammirazione per colui

che veniva a supplicare, la quale, anche all'animo degli uomini

superiori, è la dolcezza d'un omaggio non disgradito. Fece seder

Romualdo innanzi a sè, e con piglio pieno di fiducioso abbandono e tale

da ispirare la più compiuta fiducia, disse a sua volta:

— Ella conosce Mario Tiburzio?

Romualdo sentì l'obbligo di spiegare le relazioni che passavano fra lui

e l'emigrato Romano, e di narrare il modo onde avevano avuto principio;

poi finì per esporre come Mario fosse stato arrestato e al pari di lui

tre altri giovani suoi amici, ne disse il modo e raccontò eziandio

quanto era stato combinato fra lui e Mario, e quanto egli aveva già

incominciato ad operare affine di ottenere distrutti i sospetti della

Polizia e liberati i quattro giovani.

D'Azeglio lo ascoltò in silenzio, molto attento e con evidentissimo

interesse. Poscia manifestò il più gran rincrescimento delle cose

avvenute e il suo grandissimo desiderio che le cattive conseguenze di

tali arresti si potessero impedire. Taciutosi un momento, recandosi

sopra sè, si volse quindi con vivacità al suo interlocutore, dicendogli:

— È Ella venuta per caso affine di avere in me un altro testimonio da

escludere l'identità di Mario?

— No, signore: rispose Romualdo con accento pieno di sincerità. A

codesto non avevo nemmanco pensato.

— Tanto meglio!... Per quell'opera avrebbe trovato in me uno stromento

affatto inefficace. Io non sono buono a mentire. Non è mica un elogio

che mi faccio; è un fatto che espongo. La mia natura è così: a dire il

contrario del vero non ci ho gamba, e le parole, se il voglio fare, mi

si strozzano nella gola. Tutt'al più posso tacere il vero.

— Io ho pensato che Ella potrebbe aiutarci: disse allora Romualdo: il

come, non l'ho nemmeno cercato. Mi sono detto fra me e me: quando egli

sappia come stanno le cose non negherà di accordarci il suo patrocinio,

e il modo di questo Massimo d'Azeglio saprà trovarlo assai più

facilmente e meglio acconcio di quello che io gli saprei suggerire. Non

sono stato a riflettere dell'altro, e sono venuto.

D'Azeglio sorrise, stette un poco assorto in sè, guardando traverso la

piazza tutto bianca di neve, le brune muraglie del castello, la neve che

continuava a fioccare con denso turbinar su se medesima, e in fondo alla

scena, per così dire, il severo palazzo reale; poi disse ad un tratto,

come cedendo ad un interno sentimento che prorompa:

— Ebbene sia: Ella ha ragione d'esser venuto. Tenterò la salvezza di

quei poveri giovani, e con ciò tenterò eziandio qualche cosa di maggiore

pel bene d'Italia.

Si tacque un momento quasi cercando le parole con cui aveva da

esprimersi; poi crollando lievemente la testa con atto pieno di grazia e

d'abbandono e sorridendo di quella sua guisa gentile ed amichevole,

soggiunse:

— Io non ho autorità nè influsso di sorta presso nessuno degli alti

funzionari che regolano a lor posta lo Stato, anzi sono loro grandemente

in uggia ed in sospetto, e una parola mia farebbe peggio; non è quindi a

nessuno di essi che penso indirizzarmi. Dacchè sono in Torino,

quest'ultima volta, ho sempre pensato di domandare un'udienza al Re; ora

le cose sono ad un punto che la desidero e la stimo necessaria più che

mai. Domanderò sollecitamente questa udienza, e per essere sicuro del

fatto mio, la domanderò per mezzo del marchese di Baldissero, il quale,

benchè di opinioni affatto contrarie alle mie, mi stima, e cui io stimo

oltre ogni dire. Al Re francamente, insieme con tutte le altre cose che

voglio dire, parlerò dei suoi amici, signor Romualdo, e spero di

ottenere dal cuore di Carlo Alberto la più clemente risposta.

— E non si può dubitare dell'esito: proruppe Romualdo con un calore

contenuto che era un entusiasmo di buona lega frammisto a riconoscenza.

Ella avrà tolto dalle angustie la famiglia di Benda, avrà salvata quella

di Vanardi; avrà conservato all'Italia dei giovani che son pronti a dare

per essa, quandocchessia la vita....

Qui si fermò ad un tratto, e chinò gli occhi con aspetto dubbioso ed

esitante, come chi vede affacciarglisi ad un tratto una difficoltà od

uno scrupolo di molta rilevanza.

— Ma, soggiuns'egli tosto di poi con accento privo della foga di

poc'anzi, ma non di una certa dignitosa sincerità, sollevando di nuovo

gli occhi sull'Azeglio che lo guardava sempre con quella sua attenzione

benignamente osservativa: ma supplicare di grazia Carlo Alberto, noi...

imperocchè gli è come se noi medesimi lo supplicassimo.... noi che in

realtà congiuriamo a suo danno e vogliamo abbattuto il suo governo che

stimiamo avverso ai destini ed ai diritti della nostra patria!... Lo

dobbiamo noi? Lo possiamo in coscienza?...

Massimo d'Azeglio prese vivamente la mano del giovane e la strinse nella

sua.

— Bravo! Esclamò. Ecco uno scrupolo che mi piace.

— E poi, continuava Romualdo, l'avere dal Re una grazia anco a quel modo

ottenuta, non implicherebbe un tacito impegno da parte nostra di

rinunziare ai nostri propositi e disegni? E noi ciò non possiamo fare a

niun modo. Un giuramento solenne, e più ancora le nostre convinzioni non

ce lo permettono. Fino alla morte, con ogni mezzo che ci si presenti,

noi dobbiamo e vogliamo adoperarci per la libertà e per l'indipendenza

d'Italia....

— E va benissimo: interruppe con vivacità l'autore di _Niccolò de Lapi_.

E ciò dovete fare, e farete, ci conto su. Ma la questione sta nei modi

di questo adoperarvi per la santa causa della patria. Certo riavendo da

Carlo Alberto la libertà tolta loro dalla sua Polizia, i vostri amici

non dovrebbero più vagheggiare nè tentare impresa nessuna che fosse

contro la persona o lo scettro di quel Re... Io non voglio saper nulla

dei vostri attuali progetti; ma conosco abbastanza le follie e le

illusioni di quel partito a cui in disperazione d'altro mezzo avete dato

il nome, per esser certo che voi scambiate per attuabili delle chimere

impossibili. Non vi domando in nessuna guisa una promessa di rinunziare

a quei pazzi disegni di cui le circostanze medesime vi mostreranno

l'assoluta vanità. Sono sicuro che a quei propositi vi siete appigliati

perchè non vedevate altro modo di agire in pro della libertà: quando io

stesso vi possa additare un mezzo più sicuro e più leale da ciò, confido

che voi l'adotterete eziandio, rinunciando alle tenebrose congiure.

— Questo mezzo, disse allora Romualdo, è certo quello di cui Ella ha già

tenuto discorso a Mario: procedere verso l'indipendenza d'accordo coi

Principi, ottenendo da loro medesimi a spizzichi la libertà.

Azeglio fece un cenno affermativo.

— Gli è quello, rispose, e primo fra i Principi in questa strada spero

si possa ottenere Carlo Alberto.

— Ma chi si fida di lui? Chi può credere in esso?

— Vi domanderò di credere non alle sue parole, ma alle sue opere.....

Senta, signor Romualdo: nell'abboccamento ch'io avrò col Re, il primo

argomento del mio discorso non sarà quello dell'arresto de' suoi amici;

gli parlerò delle condizioni, dei bisogni, dei desiderii d'Italia, delle

speranze e delle aspirazioni di quel gran complesso di spiriti liberali

che si viene formando per tutta la penisola, il quale non è più una

congiura che si nasconda, non è più una setta, nè manco un partito, ma

può dirsi ed è la opinione pubblica, che dalla sua universalità, dalla

più chiaramente acquistata coscienza dei suoi diritti, viene prendendo

il coraggio di manifestarsi all'aperta luce del giorno. Gli è di questo

coraggio che abbiamo bisogno in Italia, più che di quello di cimentare

la libertà ed anco la vita in cospirazioni segrete, cui forse la pura ed

assoluta morale non approva nemmeno; gli è questa massa di tranquilli

patrioti palesi che dobbiamo adoperarci ad accrescere con una legale ed

onesta propaganda negli scritti, nei discorsi, in ogni attinenza nostra;

perchè accrescendo questa massa aumenteremo sempre più la forza che ha

da spingere sulla strada del patriotismo i Principi colle loro forze già

belle e ordinate, senza bisogno di convulsioni, di guerra civile e di

danni di nessuna specie. Parlerò adunque di codesto al Re, e lo metterò,

come si suol dire, fra l'uscio e il muro, per non uscire di là,

altrimenti che con una parola definitiva. Se questa sarà qual'io la

desidero, e la spero, allora ogni opera di congiura sarà non che

inutile, dannosa; e credo abbastanza nel vostro patriotismo per essere

certo non la vorrete proseguire; allora non esiterò a chiedere a Carlo

Alberto di rimandar liberi que' giovani che domani avrà di certo suoi

soldati nella lotta dell'indipendenza. Se invece dalle risposte del Re

non avrò la certezza della sua compiuta adesione al nuovo programma

nazionale che io gli esporrò in tutti i suoi particolari, allora taccio

affatto de' suoi amici e lascierò le cose alla salvaguardia della

Provvidenza. Questo proposito le va?

— Compiutamente: rispose Romualdo con accento in cui erano riconoscenza

insieme ed ammirativa adesione. Guardi, signor marchese.....

Azeglio lo interruppe sorridendo:

— Ah! lasci stare il marchese, la prego. I miei buoni amici, i popolani

di Roma, mi chiamavano sor Massimo; è il modo con cui mi piace di meglio

sentirmi a chiamare.

Romualdo s'inchinò.

— Quando Ella ci dica: sul mio onore potete fidarvi di Carlo Alberto,

noi ci fideremo.

Massimo rimase un istante in silenzio, quasi come se fosse perplesso.

Poi scosse la testa, si alzò e recossi alla finestra, dove si pose a

guardare fiso verso il palazzo reale.

— Potrò io darvi quest'assicurazione? Là dentro, fra quelle muraglie

laggiù, alberga una sfinge che tiene in pugno i destini d'Italia. Varrò

io ad esserne l'Edipo? Uscirà essa, questa sfinge, dal suo cupo silenzio

o dal dubbio linguaggio?... Vedremo. Ad ogni modo una cosa posso

accertarle: ed è che non sarò ingannatore altrui che ingannato io

stesso... ed ho già visto abbastanza di cose e conosciuto di uomini al

mondo, per non lasciarmi così agevolmente ingannare.

Romualdo, dopo molti altri discorsi coll'illustre cittadino, uscì da

quella modesta camera di locanda più ammiratore e più fiducioso che mai

dell'intelligenza, del cuore e del carattere di Massimo d'Azeglio.

La plebe, parte II · 第 28 / 37 题