CAPITOLO XVIII.

Ettore aveva udite le ultime parole dette da Virginia al marchese;

mentre la fanciulla gli scivolò daccanto nel partirsi, egli la saettò

d'uno sguardo che era tutt'insieme un'indagine osservatrice, una

interrogazione ed uno sfogo di sdegno. Tornato a casa dopo il suo

colloquio col Generale dei carabinieri, il marchesino aveva appreso dal

suo cameriere dove la cugina si fosse recata nella sua gita mattiniera,

chi avesse colà incontrato e i discorsi che erano passati fra Virginia e

Maria, secondo che lo staffiere aveva esattamente riferito; epperò

udendo le parole dalla cugina pronunciate non ebbe il menomo dubbio che

le riguardassero il suo avversario e rivale.

In verità non era senza qualche apprensione che il giovane, ubbedendo

sollecito alla chiamata paterna, presentavasi nel gabinetto del

marchese. A dispetto della sua leggerezza orgogliosa e della irriverente

petulanza del suo carattere, egli provava alcun impaccio a comparire

innanzi alla conosciuta severità di suo padre, dopo tal fatto in cui

sentiva istintivamente di non aver egli la più bella parte.

Stette egli un poco sulla soglia, e padre e figlio si guardarono un

istante in silenzio. Gli occhi di Ettore si chinarono innanzi a quelli

del marchese. In quello sguardo erasi compreso con meravigliosa sintesi

tutto ciò che si sarebbe detto a parole, tutto ciò che era negli animi

loro: di qua un'amara scontentezza, di là una pervicacia inflessibile,

ravvolta nelle forme d'una subordinazione, da cui era escluso l'affetto.

Fu il figliuolo che ruppe primo il silenzio.

— Di che giovane parlò ella Virginia? Posso io domandarle, padre mio,

chi si tratta di restituire alla propria famiglia?

Il marchese accennò al figlio la seggiola che aveva innanzi a sè, e da

cui s'era alzata poc'anzi la nipote.

— Venite innanzi, Ettore, diss'egli, e sedete. Vi permetto giustamente

la domanda che mi fate, perchè ha riguardo appunto a ciò di cui debbo

parlarvi, e per cui vi ho fatto venire.

Ettore si avanzò lentamente, pose una mano sulla spalliera della

seggiola che gli aveva additata suo padre, e in quell'attitudine disse

con disinvoltura, prima di sedersi:

— Ah! L'ho dunque indovinata. Ella vuol parlarmi dello stranissimo

incidente che mi capita. Sta bene; al momento che il suo cameriere venne

a recarmi l'imbasciata, io stavo appunto per mandare da Lei a chiedere

se mi avesse voluto favorire dieci minuti di colloquio.

Chi non l'avesse saputo, non avrebbe indovinato mai che padre e figlio

erano que' due, al vederne i contegni, all'udirne l'accento delle

parole. Il giovane sedette, prese l'atteggiamento d'un uomo sicuro

d'ogni sua cosa, e continuò a dire:

— Mi permette Ella che parli io per primo?

Il marchese fece un cenno di consentimento, e disse asciuttamente:

— Parlate.

Ettore in poche parole espose a modo suo i fatti che noi conosciamo;

poscia soggiunse:

— Sono corso dal generale Barranchi (e ne torno adess'adesso) per

ottenerne che il signor Benda fosse posto sollecitamente in libertà.

Barranchi da principio si mostrò assai disposto a contentarmi, e già era

sul punto di dar gli ordini opportuni, quando ravvisatosi, mi disse che

v'era una circostanza, cui non aveva di subito ricordata, e la quale

impediva si ottemperasse alla mia richiesta. Questa stessa mattina, per

tempo, diceva egli, il commissario Tofi erasi recato da lui a prevenirlo

essere necessario procedere all'arresto di quel cotale e di parecchi

altri per cagione di certe mene politiche ond'eran rei; che quindi

essendo il Benda sotto la grave accusa d'un delitto di Stato, egli non

poteva prendersi l'arbitrio di mandarnelo sciolto così senz'altro. Io

insistetti con tutto il calore di cui sono capace. Mi restituisse

almanco per ventiquattr'ore il mio avversario, e poi ne facesse quel che

più gli talentava: dovermi assolutamente siffatta riparazione pel torto

che mi aveva fatto, chè da gentiluomo e da buon amico, quale egli ha

sempre voluto essere con noi, non avrebbe dovuto fare intravvenire la

sua polizia fin dopo che fosse stata _vidée_ fra di noi la contesa

d'onore ed avrebbe dovuto ignorare assolutamente che avesse luogo il

nostro duello. Gli ricordai il tempo della sua gioventù: che cosa non

avrebbe fatto e detto quando era luogotenente nelle Guardie d'onore, se

alcuno fosse venuto a levargliene così dinanzi l'uomo con cui doveva

battersi? Che non direbbe e non farebbe anche adesso, se mai potesse

trovarsi in una simile occasione? Se un disappunto uguale fosse accaduto

al suo nipote San Luca, non si adoprerebbe ancor egli a far sì che in

alcun modo non patisse pure un appannamento la lucentezza dell'onor suo?

Insomma, perorai tanto che il conte mezzo scosso venne in questo

temperamento: di mandar subito a chiamare il Commissario e di consultare

con esso lui intorno a codesto; se appena appena, senza pericolo della

sicurezza pubblica, dello Stato, e che so io, si potesse accondiscendere

al mio desiderio, allora io non avrei preso commiato senza udire

spiccato l'ordine di rilascio del Benda. Il Commissario venne

sollecito[6]; e venne portando seco un fascio di libri e di carte, cui

disse testè sequestrati nelle perquisizioni fatte in casa di Benda e di

non so bene quali amici suoi. Da codeste carte e da codesti libri,

affermò apparire più chiara che mai e più grave che non si credesse la

colpa di quei signori; non potersi pensare assolutamente a nulla di

simile a ciò che accennava il generale; si compiacesse quest'ultimo di

gettare soltanto gli occhi sui titoli dei volumi e su alcune pagine d'un

manoscritto che gli additava, e vedrebbe tosto di quale importanza

fossero quegli arresti ch'egli si vantava d'aver consigliati. Il

Generale guardò quei libri, fece scorrere gli occhi su quelle pagine, e

vidi la sua fronte corrugarsi e i suoi baffi fremere d'indignazione.

[6] Abbiam visto che questa era stata causa, onde Tofi

interrompesse l'interrogatorio di Maurilio.

«— Corpo d'una bomba! Esclamò colla sua voce tonante. Se mai vi fu gente

degna d'esser mandata a Fenestrelle, si è quest'essa. Io mi felicito

assai d'aver avuta la buona idea di dar l'ordine che fossero arrestati.

Abbia pazienza, marchese, soggiunse volgendosi a me, io vorrei di gran

cuore poterla contentare; ma i diritti di S. M. innanzi ad ogni cosa;

noi teniamo alcuni birbanti rei di crimenlese, e non possiamo lasciarli

andar più neppure per un momento. Trasmetterò tosto tosto questi

documenti e i rapporti che li accompagnano al Governatore, e chiederò

senza ritardo un'udienza a S. M. per renderla informata di tutto.

Tentai tuttavia insistere, ma per quanto dicessi tutto fu nulla. Allora

tornai a casa avendo in animo di pregar Lei, la cui parola è più

autorevole, di voler interporsi affine di ottenermi soddisfatto quello

che mi pare legittimo mio desiderio.»

Il marchese aveva ascoltato suo figlio, sempre nel medesimo

atteggiamento, silenzioso ed immobile, ed alle sembianze mal si sarebbe

potuto scorgere quale impressione fosse la sua; quando Ettore ebbe

finito, il padre si tacque ancora per un po', quasi riflettendo seco

stesso sulle cose udite, poscia, levando lentamente il viso e fissando

sul volto del giovane uno sguardo severo, imponente e dignitosamente

corrucciato, egli disse:

— Ettore, molte cose vostre mi dispiacquero e mi tornarono indegne di

voi e del nome che avete l'onore di portare; quest'ultima più di tutte

mi spiace e la trovo indegnissima del vostro titolo, del vostro casato.

Il figliuolo fece un trasalto sulla sua seggiola, le guance gli

arrossarono, si morse le labbra, e facendo forza per contenersi,

proruppe tuttavia con voce resa balzellante dall'emozione:

— Le sue parole sono severe, padre mio, e mi pare che posso dire troppo

severe. Ho il diritto di domandarle come mi può colpire di così tristo

giudizio, ch'io ho la coscienza di non aver meritato.

Il padre lo guardò più severo di prima. Innanzi a quella grave

fisionomia non ci sarebbe stato individualità, per quanto audace, che

non si fosse sentita alcuna soggezione, come d'inferiore appetto ad un

dappiù.

— La vostra coscienza v'inganna: diss'egli con voce lenta, contenuta, ma

piena d'autorità e di forza. Pensate bene ai fatti vostri; voi, ieri

sera, avete mancato inescusabilmente a quel debito d'urbanità, a quelle

nobili maniere che per noi — per noi: ripetè battendo sulla parola —

sono una legge nelle attinenze verso chicchessia...

Ettore interruppe vivamente, come uomo in cui la passione trabocca:

— Ecchè? Ella vuol darmi sì brutto carico per un po' di lezione data

alla tracotanza d'un borghesuccio...

Il marchese guardò suo figlio aggrottando la fronte ed alzò una mano ad

imporgli silenzio.

— Voi vi permettete d'interrompermi: diss'egli con fiera freddezza.

Il giovane si tacque.

— La tracotanza, continuava il padre, non fu per nulla da parte altrui.

E voi dovreste sapere che ad un Baldissero si spetta dar lezioni di

gentilezza come di generosità, di tratti squisiti come di valore; che

abbandonarsi a certi atti plebei gli è un discendere noi stessi al grado

della bassa gentuccia che li usa; che codesti atti in uomo della nostra

sfera imprimono una macchia più a chi li adopera che a colui contro il

quale sono adoperati. Ciò voi dimenticaste, e questa dimenticanza merita

la condanna che vi ho espresso.

Ettore masticava i suoi baffetti in una contrarietà profonda e vivace,

cui si sforzava a contenere perchè non prorompesse in isdegno. Suo padre

essendosi taciuto, credette di poter a sua volta parlare senza incorrere

in altra censura.

— Ella non conosce le nuove temerità di questa nuova borghesia che vien

su colla ricchezza, aiutata colla stupidità dell'uguaglianza civile

accordatale dall'improvvido codice, parodia delle leggi francesi. Ella

giudica le cose colla norma del tempo della sua giovinezza, dopo

avvenuta la ristaurazione, quando leggi e costumi concedevano

efficacemente alla nobiltà quel posto che le compete. Ma ora non è più

così. Le leggi, per deplorevole errore della Monarchia, ci vengono

spogliando di quei diritti che i nostri nemici chiamano privilegi e che

sono necessarii a costituire una vera ed efficace aristocrazia, senza la

quale, Ella sa meglio di me non potervi essere mai un sodo e conveniente

organamento della società. I costumi seguitano pur troppo lo esempio

delle leggi, e gl'interessi contrarii delle classi inferiori, contenuti

un tempo, ora trovando in quelle infauste leggi un appoggio, spingono al

di là e fanno a soverchiarci se noi, tutti d'accordo e con ogni mezzo,

non siamo pronti e risoluti al riparo. Que' riguardi che si avevano un

tempo e che si devono avere alla nobiltà, ora diminuiscono nel popolo

con sempre crescente proporzione. È molto scemato quel senso di rispetto

che in presenza di un nostro pari faceva chinare le teste del volgo. I

borghesi, col mezzo degli studi dell'Università, si vedono aperta la

carriera delle alte cariche, quasi come noi: con troppo scandaloso

eccesso, noi vediamo della gente da nulla oggidì, la cui plebea natura

mal riesce larvata da un titolo recente, nei primi posti della

magistratura e dell'amministrazione. Non c'è che l'esercito e la

diplomazia che rimangano immuni ancora da questa vergogna. Mercè le

industrie, delle quali il Governo ha la stoltezza di proteggere e

favorire lo sviluppo, i plebei arrivano alla ricchezza, cui le

disposizioni legislative non assicurano più bastantemente in possesso

all'aristocrazia: e da ciò pigliano audaci pretese di farla alla pari,

di stare a tu per tu con noi. Guai alla nobiltà se essa risolutamente,

violentemente non rigetta col suo contegno in quel basso loco che le

spetta la classe inferiore e impertinente dei borghesi! Bisogna

camminarle addosso e schiacciarla, prima che ci soprammonti. Ecco le mie

idee! Questo signor Benda, ricco figliuolo d'un fabbricante, conta fra'

primi di quelli che si chiamano liberali, val quanto dire dei più

impertinenti e de' maggiori nostri nemici. Percotendolo col mio guanto

sulla guancia io ho schiaffeggiato quella sciagurataccia di moderna

invenzione rivoluzionaria che chiamasi democrazia.

— Non si tratta di schiaffeggiarla questa democrazia: rispose colla

medesima severità il marchese: si tratta di vincerla e di renderla

impotente; epperò occorre che l'aristocrazia in ciascuno dei suoi membri

— se fosse possibile — nei principali almanco, sia superiore in tutto e

per tutto, passi innanzi per ogni modo, virtù, talenti, operosità,

benemerenza di qualunque sorta, ai campioni delle nuove popolaresche

pretese. Iddio ci ha fatta la grazia di metterci nelle prime file

dell'umanità, sui gradini superiori della scala sociale; noi dobbiamo

coi nostri atti renderci e mostrarci degni di tanto favore. Noi dobbiamo

per nostro onore e per nostro dovere mantenerci in quell'alto grado in

cui ci volle la Provvidenza; ma per ciò equivalenti ed acconci bisogna

pur che ne sieno i mezzi. Abbiamo nel passato la regola della nostra

condotta nel presente e nell'avvenire. Come si formò ella l'aristocrazia

moderna nello scombuiamento prodotto dal rovinìo dell'antica società?

Emersero fra le predestinate razze invaditrici quelli che avevano più

forza e più valore individuale, la cui personalità meglio spiccata e

robusta aveva intorno a sè maggior potenza d'influsso e quindi autorità

meno contestata d'impero. Allora erano tempi e circostanze, in cui

dominava quasi sola e doveva dominare la forza: gli è con questa che

s'imposero ai popoli per diritto di conquista le aristocrazie d'Europa.

La potenza del pensiero, allora menoma, era tutta raccolta e

rappresentata nel clero cristiano; e l'aristocrazia da poco convertita

ebbe la saviezza di fare bentosto alleanza col clero medesimo e

prevalersi per ciò anche dell'autorità morale e intellettiva. Nel nostro

tempo le condizioni sono mutate. La forza materiale del braccio e del

valore non tiene più il primo posto nella schiera degli elementi di

dominio; vi sono successe due altre forze: quella della ricchezza e

quella dell'ingegno e della dottrina, la quale, nemmanco, non è più

esclusiva dote del clero. Bisogna che l'aristocrazia, per conservare il

suo primato s'impadronisca dell'una e dell'altra e ne usi a beneficio

dell'intiera associazione. Quanto alla ricchezza, lamento al pari di voi

quelle disposizioni legislative che conducendo al frazionamento

obbligatorio delle grandi proprietà ed allo svincolo di esse, ne tolgono

la sicura, continuata e irrevocabile possessione nelle nostre famiglie;

ma Carlo Alberto si è arrestato a mezzo dell'opera e non gli è bastato

il cuore di segnare il decadimento compiuto della nobiltà. Conservando i

maggioraschi, egli ci ha lasciato un mezzo di riparare in parte al danno

delle innovazioni introdotte nel diritto di successione; al resto

occorre che ripari la nostra prudente attività, la quale, prendendo

esempio dalla savia nobiltà inglese, domandi ai perfezionamenti

dell'agricoltura, ai miglioramenti delle proprietà un aumento di

rendite.

Ettore non potè tanto contenersi che una smorfia ironicamente

significativa non manifestasse quanto poco fosse a suo genio codesto

mezzo di rivalsa.

Il marchese padre si accorse del sentimento nato nel giovane, e

interrompendo lo svolgersi del suo primo discorso, gli disse con

vivacità:

— Avesse l'aristocrazia del nostro paese, al pari di quella

dell'Inghilterra, prescelto codesta via e codesti mezzi allo accorrere

sui gradini del trono, alle pericolose carezze della monarchia, per

abbassarsi agli uffici di cortigiani! Oggi noi, non per cagione del

regio favore, ma per necessità delle cose, per libero consentimento

universale, saremmo a capo senza contrasto, senza minaccie, senza odii,

di tutta la popolazione, come rappresentanti naturali e necessari d'ogni

vitalità del paese.

Il figliuolo chinò il capo come chi non vuole discutere, ma che non è

persuaso.

Ripigliando il suo dir primitivo, il marchese continuava:

— Quanto all'intelligenza, al pensiero, alla dottrina, pur troppo molti

dei nostri (e, duolmi dirlo, voi stesso Ettore, siete fra quelli) molti

pur troppo si lasciano passare innanzi i borghesi; e non è

coll'arroganza, non è colla ragione dei duelli che si possa conservar

più una supremazia di cui non siasi capaci. La scienza tiene e terrà

sempre più il campo, e chi la possederà sarà il padrone della terra.

— Perdoni, padre mio, disse Ettore con accento in cui non mancava il

rispetto, ma apparivano il fastidio di siffatta discussione e il suo

pieno dissentire dalle idee manifestate dal padre. Noi ci siamo

ingolfati in troppa metafisica di considerazioni. Confesso che in

codesto io non ci valgo niente. Ho sempre creduto che appunto la

Provvidenza mi avesse fatto nascere in questo alto grado per esentarmi

dai bassi lavori e dagli studi cui è condannata la borghesia. Pensare a

migliorare l'agricoltura, a far progredire la scienza, è opera che si

confà alle classi inferiori. Me Dio ha posto, senza tanti discorsi, al

di sopra degli altri; e quel grado, pur ch'io sappia mantenermelo colla

spada, come con essa lo acquistarono gli antichissimi miei maggiori!

Ecco la filosofia civile che mi suggerisce il mio buon senso, e non ne

cerco altra. Ma scendendo da cotanta generalità al mio caso particolare,

le dico appunto che la suscettività impostami dal mio grado esigeva che

ad una parola impertinente di quel da nulla io rispondessi come ho

risposto. Capisco che con questa maledetta invasione di pretese

uguagliatrici, io del mio atto, quantunque contro uno così da meno di

me, debbo esser pronto a dargliene ragione colle armi: e non ho esitato

menomamente ad accordargli codest'onore, e credo far tutto ciò che mi

detta il più scrupoloso sentimento di delicatezza adoperandomi

perch'egli sia sollecitamente posto in condizione da ricevere da me

quella soddisfazione di che mi ha mandato a richiedere.

— Ed oramai codesto non basta: disse col suo più autorevol tono di voce

il marchese.

— Come! Esclamò Ettore con un sussulto.

— Non basta: continuò collo stesso accento il padre. Voi aveste torto

nella contesa che faceste nascere con quel giovane.....

— Sa Ella al giusto come si passarono le cose per potermi dar torto?

— Lo so..... e da Virginia medesima.

— Ah Virginia.....

Ettore voleva soggiungere della parzialità che sospettava in sua cugina

a favore del giovane borghese, ma si tacque, contentandosi di atteggiare

le labbra superbe ad un sorriso ironico.

— Questo contrattempo della Polizia concorre sventuratamente ad

accrescere il vostro torto: seguitava il padre. Per ripararlo, io

otterrò la sollecita liberazione di quel giovane, e voi andrete primo a

tendergli la mano.

Ettore sorse in piedi come spinto da una molla.

— Oh codesto, prorupp'egli, io non farò mai. Gli manderò a dire che mi

rimetto a sua disposizione per un altro convegno; ed ecco tutto. Non

posso far di più che accordargli l'onore di battermi.

— Batterti! Esclamò una donna a faccia orgogliosa, che era entrata in

quel punto e s'avanzava con mossa superba. Ti vuoi battere con quel

borghese di ieri sera. L'ho capita. _Mon Dieu!_ è egli possibile che

t'entrino in testa siffatte idee? Un Baldissero si batte con un suo

eguale, ma non con un plebeo.

Era la marchesa, la donna la più infatuata della sua nobiltà che potesse

esser mai; era un rinforzo che arrivava al figliuolo per la sua

resistenza alle generose idee del padre.

Se il marchese nella sua gioventù aveva nel matrimonio vagheggiato il

bene d'una compagna amorevole, degna, capace e desiosa d'essere una

confidente, una confortatrice, un consiglio: che del marito facesse suoi

travagli e piaceri, propositi e speranze; la signora marchesa eragli

stata compiutamente una delusione. Era essa la vanità personificata.

Nulla arrivava a toccarle l'anima che l'omaggio reso ai quarti del suo

blasone; al suo cervello essa non lasciava giungere che il profumo delle

adulazioni; il suo cuore non palpitava che per le emozioni

dell'orgoglio. A farla consentire con premurosa voglia alle nozze col

marchese, non era stata la fama di valore di costui, la bella sua

presenza, che ne faceva uno dei più eleganti cavalieri del suo tempo,

l'ingegno e la leggiadria delle maniere, era stata soltanto la purezza

nobiliare del suo stemma portato dai suoi maggiori alle crociate. Quindi

non gli aveva ella recato nella vita comune nè vero amore, nè

l'abbandono fiducioso onde si assembra e si fa quasi una sola

l'esistenza di due vite, ma soltanto un esagerato concetto della dignità

e della grandezza aristocratica del nome. Quante volte il bisogno

d'affetto, cui pure possedeva potente l'animo del marchese, non gli fu

amaramente propulsato dall'aridità di quel cuore di donna! Come spesso

l'animo del gentiluomo si sentì ferito e dolorò nel trovarsi ad ogni

occasione daccanto il freddo contatto d'un'anima che non capiva ragione

d'affetto, che non aveva per nessuna guisa quello che Dante chiama

intelletto d'amore? Aveva egli sperato, l'anima compagna e temprata al

medesimo sentire, in cui quindi potesse effondersi, trovarla poi nel

figliuolo; e fu invano anche questo. Nel figliuolo primogenito si

ritrovava esatta la riproduzione dell'asciutta, fredda, vanitosa,

arrogante anima materna. La famiglia del marchese era spoglia di ciò che

ne fa la maggiore dolcezza e il pregio invidiabile; egli stava sopra di

essa come un capo riconosciuto ma non amato, come un superiore innanzi a

cui si cede, ma sotto il rispetto pel quale c'è l'indifferenza. Se non

fosse stato della amorevole e riconoscente Virginia, il marchese non

avrebbe saputo più che cosa fosse la tenerezza di un affetto. In questa

solitudine del cuore le triste memorie del passato, di cui abbiamo avuto

già un cenno, lo angustiavano con segreto, incomunicato e tanto più

fiero tormento.

E il falso giudizio del mondo lo invidiava come uno dei più felici della

terra: lui ricco, lui nobilissimo, lui dei primi dello Stato, lui padre

di prospera prole!

— Madre mia: rispose Ettore alle parole pronunziate dalla marchesa

entrando; avrei forse potuto esimermi con ragione dall'onorare di tanto

quel cotale, ma un Baldissero quando si tratta di battersi non la guarda

più così pel sottile, ed ora che ho accettato la partita, non è più il

caso di discutere su questo punto. Avvenne inoltre tal fatto per cui mi

trovo posto nella più strana e spiacevol condizione che potessi

immaginare.....

E narrò in breve alla madre dell'arresto di Francesco.

— _Mais c'est très-bien!_ Esclamò la marchesa con piena soddisfazione.

Ecco le cose perfettamente aggiustate! Barranchi si è regolato proprio

da quell'uomo di senno che è; gli scrivo un bigliettino per dirgli bravo

e per raccomandargli che tenga un po' più a lungo al fresco quel

cervellino bruciato.

Il marchese si alzò e col viso accigliato, colla voce ferma che dinota

la volontà più risoluta, disse alla moglie:

— Voi non farete nulla di tutto ciò; ed io in questo momento stesso vado

ad adoperarmi per far riporre quel giovane in libertà.

La marchesa fece un atto di profondo stupore.

— Voi farete codesto?

— Sì: rispose asciuttamente il marchese.

Mentre la moglie pareva voler formolare alcuna obiezione, si battè

leggermente alla porta, e il marchese avendo detto s'entrasse, comparve

Michele il domestico, che venne ad annunziare come il signor Giacomo

Benda chiedesse di parlarne con S. E.

— Gli è il padre di quel giovane; disse vivamente la marchesa. Che viene

egli a fare? Pensate voi di riceverlo?

Il marchese non rispose che con un chinar del capo, e rivolto al

cameriere ordinò s'introducesse il signor Benda.

— Lasciatemi: soggiunse alla moglie ed al figliuolo quando il domestico

fu uscito. Conviene che io lo riceva da solo.

La marchesa incominciò qualche osservazione contro il partito di

ricevere quel cotale; ma il marito la interruppe bruscamente:

— Gli è a me che spetta decidere ciò che si debba o non si debba fare:

diss'egli con forza. Prego tutti a ricordarlo.

La marchesa e il figliuolo si partirono di là senza altro; un momento

dopo il padre dell'oltraggiato si trovava in presenza del padre

dell'oltraggiatore.

Giacomo Benda l'industriale era stato allevato in un'epoca in cui il

rispetto alla nobiltà e la persuasione della naturale e legittima

superiorità di essa erano sentimenti comuni alla borghesia, massime a

quella così detta piccola, a cui apparteneva per nascita egli stesso, la

quale appena erasi levata da poco, mercè il lavoro ed il risparmio,

fuori del gran serbatoio della plebe. Di credersi uguale ad un titolato

non gli era mai passato in mente, e per quanto fosse venuta aumentandosi

la sua ricchezza, mai non aveva sognato che ciò lo raccostasse alla

schiera de' Semidei per cui fin da giovinetto aveva visto serbate, e

credeva giusto che fossero, le grandezze e le distinzioni sociali. Di

prepotenze il suo carattere ardito, fermo e leale non era acconcio a

sopportarne da nessuno; ma era ben lungi dal creder tali quei privilegi,

che erano concessi alla nobiltà e ch'ella stessa si arrogava così

risolutamente, per cui, in competenza con un plebeo, il nobile dovesse

sempre passare innanzi. In fondo egli aveva l'animo d'un libero

cittadino, ma nei tratti della vita aveva le abitudini d'un vassallo. In

qualità di commerciante egli aveva dovuto e doveva essere a contatto con

varia gente dei varii ceti ed aveva trovato nei clienti più nobili, in

generale, più generosa facilità degli altri nell'accondiscendere ai

prezzi, la qual cosa era fatta, com'è facile ad intendere, per

accrescere in lui quella deferenza che già nutriva per la classe

privilegiata. Di questa da lungo tempo aveva imparato a stimare fra i

più degni di riverenza il marchese di Baldissero e in occasione

ordinaria sarebbe stato coi più umili — non però servili — contrassegni

di sommesso ossequio che il padre di Francesco si sarebbe presentato

innanzi a lui. Ora però, a farnelo avanzare con più eretta fronte in

cospetto del polente titolato, a dargli un contegno di più libera

risoluzione, da cui non era tuttavia escluso il rispetto, concorrevano

lo sdegno, il timore, la passione che gli avevano suscitato nell'animo

l'arresto del figliuolo, la perquisizione fatta in casa sua, la notizia

dell'oltraggio inflitto a Francesco dal marchesino e la susseguente

sfida a duello.

Nel primo momento, dopo la partenza dell'agente di polizia, delle

guardie e dei carabinieri che conducevano arrestato Giovanni Selva, la

mente confusa non aveva saputo suggerire nissun partito da abbracciarsi

per venire in soccorso di Francesco nè anche al padre di quest'esso.

Quell'angustiata famiglia erasi raccomandata alla protezione del dottor

Quercia che le era apparso in tale occasione rivestito d'una certa

autorevolezza, e che aveva manifestato di potere sovvenirli; ed aveva

per allora in codesto solo un barlume di speranza. Ma quando Virginia

ebbe mandata pel valletto la sua lettera a Maria, e questa, per subita

ispirazione, determinò rispondendole invocare la protezione di lei; fu

tal fatto narrato dalla figliuola a Giacomo quasi una rivelazione di

quello che gli tornava di fare: ricorrere cioè al marchese di

Baldissero. Sor Giacomo non dubitava punto che l'arresto di suo figlio

non fosse opera di questo illustre e potente personaggio; e che unica

ragione avesse a darsene alla scena avvenuta la sera innanzi al ballo,

la quale gli era poi stata raccontata. Al suo dolore si aggiunse quindi

una indignazione più che legittima; e tutta la sua ordinaria reverenza

per l'aristocrazia non impedì che trovasse quello un sopruso bello e

buono da farne i più alti e calorosi richiami. Si decise recarsi dal

marchese e _farsene sentire_; ma la moglie, a cui comunicò questo

partito e che l'approvò molto ed anzi lo spinse ad effettuarlo

sollecitamente, cominciò per ammorzare alquanto colle sue osservazioni e

preghiere le fiamme dello sdegno nell'animo di Giacomo: «pensasse,

diss'ella, che si trattava di riaver presto e salvo il figliuolo, e che

tutto il resto era nulla, ch'egli aveva da parlare ad un potente il

quale teneva in mano la sorte di Francesco; guai ad irritarlo! Sapeva

bene come sono i grandi della terra, che la verità non la vogliono

sentire e che si lascian vincere, più che da ogni altra cosa, dalla

umiltà delle supplicazioni. Il recriminare, l'inveire sarebbe stato

inutile a rimediare a ciò che era avvenuto, ed avrebbe invece

compromesso il presente. Esser sempre vera la favola del vaso di terra e

di quello di ferro; il primo aversi da guardar ben bene dall'urtar nel

secondo, altrimenti ne andrebbe senza fallo in frantumi ad ogni volta.»

Giacomo trovò questi ammonimenti della moglie dettati dal buon senso e

promise conformarsi ad essi.

— E oltre il resto, soggiunse la signora Teresa, ricordati di parlare

anche di quell'orribile cosa che è la sfida..... Gesummaria! che nulla

di simile abbia più ad aver luogo! Il marchese può impedirlo, e tu l'hai

da pregare per le sante piaghe.....

— Sì, sì, sta tranquilla; rispose il marito. Gli parlerò anche di

codesto, e non avremo più ragione veruna di stare in transito.

La moglie lo fece vestire cogli abiti da rispetto; e lo accompagnò fin

sotto l'atrio, fino a che fu salito nella carrozza, seguitando a

consigliarlo e sollecitarlo, quantunque egli non ne avesse bisogno il

meno del mondo.

Quando adunque Giacomo venne introdotto in presenza del marchese, la sua

anima, era occupata e turbata da parecchi sentimenti che si oppugnavano:

la indignazione che, quanto più egli pensava al fatto successo, tanto

più trovava giusto motivo di crescere; la persuasione della necessità in

cui si trovava di non fare inalberare l'orgoglio del marchese, ma di

commuoverlo; la soggezione naturale in lui, che si credeva in una

condizione subalterna, di dover presentarsi, e come richiamante, innanzi

ad uno dei primi personaggi dello Stato. Pur tuttavia, entrò, come

dissi, con una certa risolutezza nel gabinetto, predominandolo in quel

punto la coscienza dell'aver ragione e il risentimento del torto

sofferto; ma nel trovarsi in cospetto a quella imponente figura d'uomo,

avvezzo a vedersi dinanzi umili cervici, il quale dritto presso il

camino, rispondeva con un lieve cenno di capo protettore e cortesemente

incoraggiante agli inchini di lui, Giacomo sentì pigliare il sopravvento

tutta la sua primitiva soggezione.

— Signor marchese, cominciò egli con voce che non era affatto sicura e

rivelava la profonda emozione. Eccellenza..... io vengo..... mi perdoni

se vengo a disturbarla..... Ella mi vede tutto commosso..... E ne capirà

la ragione, e indovinerà fors'anche il motivo della mia venuta, quando

le avrò detto ch'io sono il padre di quel giovane che ieri sera con suo

figlio..... di quel povero giovane che fu arrestato questa mattina.

Il marchese fece un nuovo cenno pieno di cortesia e rispose con voce

affatto benigna:

— Lo so; come conosco gli avvenimenti che pur troppo successero.

Giacomo, incoraggiato da quell'accento come dall'espressione di

fisionomia del marchese, fece vivamente un passo verso di lui.

— Ah signor marchese, che le dirò io adunque di più?... Ella è padre...

Ella deve conoscere le angustie di un cuore di padre... Io non ho che

quello di maschi... Ah per carità mi salvi, mi renda mio figlio!

E siccome in quell'istante la sua commozione fu tale che superò ogni

altro riguardo, il povero padre strinse le mani in atto supplichevole, e

due lagrime gli vennero agli occhi.

Quelle poche parole, quell'atto, quelle lagrime fecero sull'animo

generoso del marchese maggior effetto di qualunque più eloquente

discorso. Chiunque poteva scorgere a prima veduta che quell'uomo

d'aspetto robusto e di forme piene di forza, non doveva avere molta

facilità a quell'espressione di debolezza che è il pianto, come la sua

voce rude non aveva pratica all'accento della supplicazione; ed ora

sentire quest'ultimo su quelle labbra inavvezze, vedere le lagrime

colare su quel volto abbronzato d'uomo che ha praticato fin da giovane

colla fatica, che ha combattuta e vinta la fortuna, era la prova più

spiccata e solenne del profondo dolore, dell'ineffabile passione che lo

opprimeva.

Il marchese fece un passo verso il fabbricante, gli tese con atto

cordiale la mano, e serrando amichevolmente quella che il borghese pose

con timidità nella sua, disse con vera espansione e con interessamento:

— Si rassicuri signor Benda. Sì, due padri sono assai presso a

comprendersi anche senza tante parole. E le dirò tosto che in questo

stesso momento in cui Ella mi venne annunziata io era sulle mosse per

recarmi dal Comandante generale della Polizia a parlare in favore di suo

figlio.

Giacomo rasserenò la sua faccia, e i suoi occhi brillarono d'una luce di

speranza, che era quasi la gioia d'una certezza. Strinse con emozione la

mano aristocratica, che stava ancora congiunta alla sua tozza e

grossolana di plebeo, ed esclamò con espressione di riconoscenza

infinita:

— Oh mi basta e non occorr'altro.... Sia Ella benedetta, sig.

marchese.... Eccellenza voglio dire... Posso senza più correre a

tranquillare quella povera anima di madre — mia moglie — che sta là

nell'angoscia che io le lascio pensare.... La buona donna ama quel

ragazzo cento mila volte più che la pupilla de' suoi occhi..... Vado a

dirle: sta lieta che domani, che oggi stesso Francesco ci sarà

restituito.

— Piano: disse il marchese con un leggero sorriso levando la sua destra

da quella dell'industriale. Non bisogna credere che il mio potere sia

perfettamente uguale alla mia buona volontà. Ci porrò tutto il mio

impegno, glielo prometto; ma potrebbe anche darsi che non riuscissi così

bene come Ella ed io desideriamo....

— O che? Interruppe bruscamente Giacomo. La mi canzona? Quando quegli

stesso che ha fatto eseguire l'arresto....

Il marchese si dirizzò della persona in tutta l'imponenza della sua alta

statura, e prendendo una mossa più dignitosa e solenne, disse con

accento più imperioso che non avesse ancora usato:

— Crederebbe Ella che io abbia avuto alcuna ingerenza in codesto?

Il padre di Francesco capì che aveva detto ciò che non conveniva e

commesso uno sproposito.

— No, s'affrettò a soggiungere, non voglio dir ciò: ma in fatti gli è

per riguardo a S. E. che....

— Niente affatto: interruppe di nuovo e con più asciuttezza il marchese.

Fu creduto che suo figlio avesse mancato alla riverenza dovuta a S. M.

in un luogo che questa onorava della sua presenza.

Giacomo ebbe un subitaneo impeto d'impazienza cui non valse a frenare.

— E perchè fu creduto codesto di mio figlio, mentre non si credette del

suo, il quale infliggeva al mio Francesco tale insulto cui un uomo non

può tollerare a niun modo?

Ma appena pronunziate siffatte parole, il padre di Francesco ne capì

tutta la gravità, e temette essere andato fuor di strada ed aver

compromesso l'esito del suo ricorso al marchese.

— Ah! mi perdoni: s'affrettò egli a soggiungere. Io sono così

commosso.... Ella lo vede.... Non so bene quel che mi dica..... Si

compiaccia figurarsi un momento in che stato si trova l'anima mia.....

Ero così tranquillo, così felice colla mia famiglia, ieri soltanto!...

Ancora questa mattina io mi sono alzato senza il menomo presentimento

del guaio che già m'era piombato addosso e di quello che minacciava. Noi

ci amiamo di tutto cuore; siam fatti così; padre e madre e figli siamo

sempre vissuti insieme l'uno accosto all'altro; gli è come se le nostre

esistenze fossero intrecciate in una.... Dia retta! Le dirò questo per

esempio. M'è venuta un giorno la falsa idea di mettere la mia

figliuola.... (ho anche una figliuola).... in collegio. Mi pareva che

poichè ero ricco dovessi farle dare una educazione, come si suol dire,

più brillante in qualche istituto di primissimo ordine. Scelsi

addirittura quello del Sacro cuore.... e fu colà che mia figlia fece

colla signorina di Castelletto una conoscenza che la nobile damigella

volle gentilmente rinnovata questa mattina..... Ebbi torto: il buon

senso di mia moglie vi si era opposto, ma io aveva persistito. Ebbi

torto per due ragioni: prima perchè quel collegio frequentato dalle

zitelle delle più nobili famiglie non era luogo adatto alla figliuola

d'un fabbricante; poi, perchè avevo pensato che noi in casa si potrebbe

avvezzarci alla mancanza di quel caro folletto d'una ragazza. Breve!

Dopo alcuni mesi mia moglie non poteva più resistere, ed io meno di lei;

ed andammo a levar la nostra Maria dal collegio per riaverla di nuovo

con noi, sotto i nostri occhi, sempre.... Perdoni se io abuso della sua

bontà... Gli è per dirle come ci sia impossibile viver separati dai

nostri figli, come sia troppo, veramente troppo per noi il vederceli

tolti. Ora che cosa ci avviene? Ad un tratto apprendo che mio figlio, il

quale non fo per dire, ma è pure urbano ed educato quant'altri mai,

venne pubblicamente svillaneggiato ieri sera nell'iniquo modo ch'Ella

sa... Scusi: non vorrei dir nulla che offendesse il signor marchesino

suo figlio; voglio anche ammettere che un qualche torto sia da parte del

mio Francesco; ma per carità di Dio, Eccellenza, si metta nei panni di

un giovane oltraggiato a quel modo, di me povero padre e non troverà

forse eccessive le mie parole...

Il marchese dignitoso sempre, fece un atto colla mano che pareva dire:

— È giusto; continuate pure.

E il padre di Francesco, in cui l'èmpito dei sentimenti aveva superato

oramai ogni barriera di soggezione, continuò con maggior calore:

— Che gli sia venuta al mio Francesco l'idea di domandare una

riparazione, chi l'oserà biasimare? Se la legge, se il Governo, se i

tribunali o che so io ce la dessero questa riparazione, allora si

avrebbe torto a ricorrere ad altri mezzi. Ma sì: quale di noi borghesi

potrebbe ottener fatto un processo al figliuolo d'un'Eccellenza? La cosa

si metterebbe in tacere, e addosso al povero borghese cascherebbero

ancora le sprezzanti risate del bel mondo... Ah! io non voglio mica

lamentarmi nè far la critica al nostro buon Governo; Dio mi guardi!

Ricordo soltanto le cose come sono per iscusare un po' la temerità che

ebbe mio figlio di sfidare a duello il suo... Il duello, un'assurdità

che non può entrare nella mia testa grossa. Se a me fosse capitata una

cosa simile, quando ero giovane, ed anche adesso che non son più

giovane, giurabacco! non avrei ricordato altro in quel momento se non

che la Provvidenza mi ha dato a capo di queste braccia robuste certe

mani che non sono di pan cotto per farmi rispettare da chicchessia.....

Ma io sono ancora un rozzo uomo del popolo, e certamente avrei torto

marcio eziandio. Mio figlio è più incivilito..... Basta; crede Ella un

bel gusto quello d'un padre a cui viene annunziato che il figliuolo dopo

aver ricevuto il più fiero insulto, corre pericolo di essere ammazzato

in paga dall'insultatore, che certo è più destro nelle armi di lui?....

Non è tutto. Ecco che questo povero giovane oltraggiato vien preso dagli

sgherri e tratto in prigione come un malfattore, violato il suo

domicilio e manomesse le cose sue; mentre il suo competitore, quegli che

ha veramente il torto (perdoni, voglio dire che ha una parte di torto

anche lui), se ne rimane tuttavia tranquillo come se di nulla fosse.....

Domando io se questo è giusto!.... Io mi sono detto che ciò non potrebbe

piacere nè anco a V. E., e che per ottenere rimediato un torto così

grande, non avrei dovuto far di meglio che ricorrere a Lei medesima.

Ella mi ha già detto che nostro figlio ci sarebbe restituito; Ella mi ha

accolto con una bontà che mi ha dato ansa a sfogare fin troppo — e glie

ne domando ancora perdono — tutto ciò che mi bolliva qua dentro; una

bontà che mi dà ansa a chiedere e sperare da Lei ancora qualche cosa di

più.

Il padre del marchesino aveva ascoltato con una benignità veramente

incoraggiatrice. A queste ultime parole di Giacomo non espresse una

domanda, ma diresse al suo interlocutore uno sguardo che era un punto

d'interrogazione.

Benda rispose sollecito:

— Ella nel suo retto senso di giustizia, non può negare che al mio

figliuolo spetti una riparazione.

Il marchese fece francamente un segno affermativo colla testa.

— Ma questa riparazione avrebbe da essere quella barbara d'un duello?...

Ah no! Gli è come padre... no, gli è a nome di qualche cosa di più sacro

ancora, per la povera anima d'una madre che morrebbe della morte di suo

figlio, ch'io la prego a fare che un duello non abbia luogo.

— Si tranquilli: disse il marchese con quella sua parola grave e l'atto

solenne. Lo impedirò.

— Ma una riparazione?...

— L'avrà tuttavia, e tale che nulla gli lascierà a desiderare. L'avrà da

mio figlio, l'avrà da me stesso, glie lo prometto.

Giacomo, in un impeto di riconoscenza, prese la mano del marchese e glie

la baciò:

— Signor marchese, Ella avrà le benedizioni di un padre e d'una madre

che le saranno riconoscenti sino alla morte... Noi siam nulla appetto a

Lei; ma se mai per caso potessimo in alcun modo servirla, Ella non avrà

sempre mai che a farci un cenno, e la famiglia Benda si metterà nel

fuoco per Lei.

Il marchese liberò adagio la sua mano e disse con un nobile sorriso:

— Loro signori non mi dovranno riconoscenza nessuna. Io non farò altro

che ciò di cui sono in debito.

Partito Giacomo, il marchese si affrettò a recarsi dal generale

Barranchi.

Questi lo ricevette meglio di quello che si riceve un superiore: lo

ricevette come si usa fare ad un uomo dal quale si può sperare qualche

vantaggio e temer qualche danno. Si disse troppo onorato che il marchese

avesse voluto recarsi da lui; lo avesse mandato a chiamare, ed egli, il

generale, sarebbesi affrettato ad accorrere a sentire gli ordini di S.

E.; si protestò disposto a far tutto quello che stesse in lui per

contentare i desiderii del marchese, per obbedirne ogni menomo cenno.

Ma quando il padre di Ettore gli ebbe manifestato lo scopo della sua

venuta, il generale con mille espressioni di rincrescimento gli fece la

medesima risposta che aveva finito per fare al figliuolo: trattarsi d'un

affar di Stato, essersi posto la mano sopra un vero nido di

rivoluzionari, essere state sequestrate delle carte che manifestavano i

rei propositi di tutta quella gente, il Benda trovarsi in tutto ciò

fortemente compromesso, non dipender più dalla sua autorità

l'assecondare il desiderio del marchese, ed ancora che dipendesse, non

lo potrebbe far tuttavia, ed il marchese medesimo, chiaritosi del come

stessero le cose, lo avrebbe condannato se avesse interrotto il corso

alla giustizia del Re.

— Certo che sì: rispose con calma il marchese. Quando fossero in giuoco

gl'interessi ch'Ella dice, io mi guarderei bene dall'insistere, ma la

pregherei a non tacciarmi d'indiscreto, se le domando di vedere queste

carte compromettenti e i rapporti degli agenti di polizia che

certificano la colpevolezza di questi giovani. A dirla qui fra noi, la

nostra polizia,... quella subalterna (aggiunse di fretta con un sorriso,

per non ferire le suscettività del generale) è un po' ombrosa e non

delle più oculate. Ella sa quante volte già ha in codesto ecceduto per

isbaglio, per zelo fuor di posto, e S. M. ne fu assai malcontenta.

Il generale dei carabinieri fece irti i suoi baffi in una smorfia e si

agitò sulla sua seggiola in una specie di malessere. Le parole del

marchese gli ricordavano i rimproveri del Re, e l'ammonimento datogliene

ancora il giorno innanzi.

— Ad evitare ogni inconveniente ed ogni maggior dispiacere per tutti,

soggiunse il marchese dando alla sua voce tutto il tono d'autorità onde

pel grado, pel sangue, pel reale favore poteva giovarsi, io desidero

appunto vedere quei documenti affine di farmi un esatto concetto della

cosa e sapermi regolare in conseguenza.

— Io glie li sottoporrei senza ritardo: rispose con premura Barranchi:

se fossero ancora in mio potere; ma la cosa era troppo grave perchè io

tardassi ad informarne chi di dovere, e mandai tutto al Governatore.

Il marchese si alzò sollecito senza attendere altro.

— Andrò adunque dal Governatore.

Il generale lo accompagnò fino all'uscio dell'anticamera con ogni

contrassegno di riverenza; e il padre di Ettore si affrettò a recarsi

dal Governatore, dove, alla fine del capitolo XVI, l'abbiamo visto

arrivare mentre nel gabinetto di questa superiore autorità si trovava

ancora il barone La Cappa.

La plebe, parte II · 第 27 / 37 题