CAPITOLO XII.

Gian-Luigi, nel salire in carrozza, disse al cocchiere:

— A casa, di galoppo.

Cinque minuti dopo il legnetto entrava nel cortile della casa in cui

abitava il dottor Quercia.

Questi scese sollecito e levandosi in punta di piedi, a bassa voce disse

al cocchiere che si chinava verso di lui per udirne gli ordini:

— Andrai tosto ad avvertire i capisquadra della _cocca_ che si radunino

stassera alle sette nella taverna di Pelone.

Il cocchiere fece un cenno affermativo.

— Poi verrai qui e starai pronto ad ogni evento tu e la carrozza.

Detto questo corse su delle scale verso il suo quartiere. Quell'altra

faccia sospetta che gli serviva da domestico gli venne incontro fino

sull'uscio del pianerottolo.

— Ho udito la carrozza: gli disse, appena Gian-Luigi fu entrato; ed ho

pensato che era Lei che tornava. Abbiamo qualche cosa di nuovo?

— Sì: rispose Gian-Luigi. Aspetta che ti do due lettere da portare.

Si mise al suo tavolino a scrivere di fretta. Un bigliettino vergò sopra

un elegante fogliolino di carta lisciata, il quale diceva in lingua

francese:

«Contessa. Due miei amici, due bravi giovani, gli avvocati Benda e

Selva, furono arrestati per sospetti politici — affatto a torto, ve lo

giuro. Bisogna che per mezzo del conte e di vostro padre mi aiutiate a

farli rimettere in libertà. Fra due ore al più tardi sarò da voi a

spiegarvi meglio la cosa, ma frattanto non perdete tempo e pregate il

conte a parlare al generale Barranchi in favore de' miei protetti, e

scrivete al barone La Cappa di volere interporre la sua valevole

protezione presso il Governatore. Addio, vi bacio le mani e sono —

quegli che vi ama alla follia — Luigi.»

Sopra un pezzettino di carta qualunque scrisse:

«Seguite colui che vi presenterà queste parole di mio pugno. — Seguitelo

subito. — Preme — Q.»

Diede i due scritti al domestico il quale con istrana famigliarità, di

sopra la spalla del padrone, aveva letto tutto ciò che questi era venuto

scrivendo.

— Questo, disse Quercia accennando il bigliettino, lo porterai...

E il domestico interrompendo con un insolente sogghigno:

— Alla contessa Staffarda ci s'intende... Ma dica un po', sor

_medichino_, che cosa è l'arresto di questi due di cui fa cenno? Sono

essi dei _nostri_?

— No: riprese Gian-Luigi crollando impazientemente le spalle.

— Be'... Io son di parere allora che la fa male Lei ad immischiarsene...

La Polizia non bisogna toccarla, se non ci tocca... Lasci un po' che

arresti chi vuole, quando la non ci viene a rompere le tasche a noi.

Il _medichino_ si volse con tutta l'autorità e l'imponenza della sua

supremazia.

— Olà! Mi pare che tu ti picchi di farmela da mentore eh?... Non tollero

di queste seccaggini, io... fai quello che ti dico senza rompermi le

tasche, ne prendo un altro a tua vece.

— Non parlo più: disse il domestico raumiliato. Mi pareva.... credevo

bene.....

— Ti pareva falso e credevi male..... Stai certo che tutto ciò ch'io

faccio gli è pel bene della _cocca_ e non seccarmi altrimenti.

Quest'altro fogliettino recherai in via porta..... nº..... piano

terreno, uscio a dritta, appena nel vestibolo. Batterai nell'imposta

sinistra due colpi, poi dopo un piccolo intervallo un altro, poi dopo

altra pausa ancora tre; allora la porta ti si aprirà ed a chi ti verrà

innanzi farai i segni dell'iniziazione massonica; quando ti avrà

risposto, domanderai se esso è Medoro Bigonci..... Ricordati bene questo

nome..... Alla risposta affermativa gli consegnerai quella carta, che ti

farai restituire, ed appena sia pronto lo condurrai in _Cafarnao_,

passando non per la bettola ma per la bottega di _Baciccia_. Io sarò là

ad aspettarvi.

— In _Cafarnao_! Esclamò il domestico stupito all'estremo. Proprio in

_Cafarnao_? Ripetè come se credesse di non aver capito.

— Sì: disse asciuttamente Gian-Luigi.

— Un estraneo?

— Egli è tale di cui si può fidare completamente, e le cose che abbiamo

da dire, sono di natura da non esser dette che nel più segreto

nascondiglio del mondo. D'altronde, giunto nella retrobottega di

_Baciccia_ gli benderai gli occhi e non gli leverai la benda finchè non

sia penetrato fino nel mio gabinetto. Conducendolo fuori si farà lo

stesso, così vedrà nulla di nulla. Ve l'ho già introdotto io altra volta

di questa guisa ed ei non ha il menomo sentore della vera destinazione

di quel nostro sotterraneo riparo.

Mandò un sospiro quasi di rimpianto e mormorò fra i denti:

— E se l'avesse, egli non ci metterebbe i piedi di certo. Hai capito? —

Riprese parlando ad alta voce al domestico.

— Farò come la vuole.

— Benissimo. Vai e sollecita.

Il domestico si partì; Gian-Luigi si cambiò frettolosamente di abiti da

capo a piedi ed avviluppatosi in un ferraiuolo uscì ancor egli e si

diresse verso un'estremità della città, da quella parte precisamente in

cui erano i quartieri più antichi e poveri, e in essi la taverna di

mastro Pelone[4].

[4] Nella descrizione di codesti luoghi non sarò molto preciso

per evitare che si attribuisca a questa od a quella casa il

teatro delle scene che sto per narrare: — vere pur troppo in

gran parte.

Eravi colà — ora non esiste più — un gran quadrato di case

ammonticchiate l'una accosto all'altra in una massa compatta, traverso

cui non passava nessuna via pubblica, ma si aprivano molti cortili e

cortiletti la più parte umidi e sporchi, i quali, comunicando fra loro

per anditi bassi e porte, formavano una specie di labirinto cui solo

poteva percorrere senza smarrirsi chi ne avesse acquistato il filo colla

pratica.

La bettolaccia di Pelone si apriva in questo quadrilatero dalla parte

che costeggiava la viuzza di cui ho parlato nell'aprirsi di questo

racconto: nel lato precisamente opposto, il quale si trovava allo

estremo lembo delle abitazioni e quindi metteva sopra i viali, quasi

all'altezza medesima della taverna, vedevasi un muro che separava da un

tratto di terreno incolto, corrente presso le case fra queste ed il

viale, un cortiletto in fondo a cui biancheggiava una casetta d'un

piano, ristorata di fresco, la quale colla sua lindura e pulitezza

faceva strano contrasto alla miseria delle casipole che la circondavano.

Quella casetta aveva una misteriosa storia cui raccontavano con mille

varianti le comari del quartiere. Molti anni prima era di proprietà d'un

vecchio misantropo che la fama diceva ricco assai e che viveva da

povero, solo, senza servi, senza conoscenti, senz'attinenza nessuna di

nessuna sorta. Le vecchie, che ricordavano averlo visto, dicevano che

aveva la faccia d'un birbante: che pareva il delitto incarnato in un

omiciattolo macilento, rugoso, sporco, scontroso e ributtante. Lo si

accusava d'ogni più orribil fatto — e sopratutto di essere uno stregone.

Dicevasi che la notte strani rumori si sentivano in quel locale, e che

il diavolo ci doveva venire di sicuro a tener compagnia a quel

solitario. La casa aveva il medesimo aspetto del padrone; le muraglie

n'erano verdastre; i ragnateli pendevano dapertutto, il tetto pareva

minacciare rovina; la grondaia cascava staccata da una parte: gli

scalini per cui si saliva al peristilio dell'unico ripiano erano

disfatti e le lastre di pietra vacillavano sotto il piè vacillante di

quel vecchio che solo varcava quella soglia. Era una casa che da lustri

e lustri si lasciava andare in rovina.

Un giorno il vecchio misantropo non fu visto uscir più secondo che

soleva tutte le mattine; le imposte delle finestre rimasero

ermeticamente chiuse, e non fu udito più, nè visto colà dentro cenno di

vita alcuno. Passarono e due e tre giorni di siffatta guisa, finchè la

pubblica autorità, avvertita, penetrò di forza in quella casa, e trovò

il vecchio appiccato per la gola ad un trave del soffitto. Non c'era

traccia alcuna di violenza; nulla era derubato; si pensò che il vecchio

medesimo, stanco di quella sua vita da orso, s'era ammazzato: si fece il

suo bravo processo verbale e, dopo qualche giorno di chiacchere d'ogni

fatta, la cosa fu posta in oblio. Il vecchio non lasciava eredi. Il

fisco prese possesso di quella catapecchia, e la lasciò nello stato in

cui si trovava, non sapendo che farne. Per molti anni essa rimase

disabitata, e le comari del quartiere affermavano che la notte ci

tornava lo spirito tormentato del vecchio omicida a farci chiasso.

Finalmente quattro anni prima dell'epoca del nostro racconto, tutti i

vicini stupirono nel vedere muratori e falegnami e poi tappezzieri

all'opera a cambiare quelle luride muraglie in un'elegante dimora piena

d'ogni ornamento e di ogni sontuosità che per comodo e per lo sfarzo

della vita abbia saputo inventare la civiltà moderna.

Il dottor Quercia aveva comperato quella casa e la faceva con grande

spesa ridurre a _petite-maison_ per farne il nido de' suoi amori e delle

sue avventure galanti.

Gli è verso questa sua casetta che Gian-Luigi diresse i suoi passi.

Giuntovi, aprì la porta del muro che metteva nel cortile e la richiuse

dietro sè appena entrato. Alla destra, addossato al muro, eravi

all'interno un casotto da portinaio, ma la porticina e la finestra

chiuse compiutamente anche alla luce dinotavano che non ci stava

nessuno. Gian-Luigi traversò il cortile camminando sulla neve caduta,

che nessuno aveva spazzato, e salito i tre scalini, che egli aveva fatto

mettere di marmo e riparare da una piccola tettoia di ferro e cristalli

(di quelle che diconsi _marquises_) aprì la porta di legno ben lavorato

con ornamenti di bronzo, ed entrò, chiudendo anche qui studiosamente

l'uscio dietro sè non solo con doppia mandata del serrame, ma con un

forte paletto di ferro, che fece scorrere dall'una all'altra imposta.

Varcata la soglia eravi un breve andito a colonne che metteva in una

sala piuttosto vasta, costrutta ed ornata secondo l'architettura ed il

gusto dell'arte pompeiana. Il rumore dei passi era ammortato da uno

spesso e ricco tappeto, e due bocche di calorifero alle due pareti

laterali a chi entrasse mandavano un dolce tepore come di stufa per

fiori. Senza deporre nè cappello nè ferraiuolo, Gian-Luigi traversò la

sala ed entrò in una camera il cui uscio trovavasi precisamente in

prospetto a quello d'entrata. Era un salotto ritirato, quieto, con tutte

le delicature del lusso moderno, con diffusavi una luce semicrepuscolare

che invitava l'anima al raccoglimento, i sensi all'abbandono, la voce a

suonare sommesso. Sulle pareti era tesa una tappezzeria di seta gialla a

fiorami d'ugual colore ma di tinta più scura; di seta gialla erano

coperti il lettuccio da sedere, il sofà da starci due a discorrere, le

seggiole a spalliera ricurva per accogliere comodamente la persona, le

poltroncine, soffici tutti quanti, colle molle elastiche, e

_capitonati_. Il legno dei mobili, degli usci, la cassa de' fiori presso

la finestra in cui profumavano l'aere viole mammole, resedà e vaniglia,

le cornici dei due alti specchi che si appoggiavano a due mensole

elegantissime erano bianchi coi fregi e gli orli dorati. Un piccolo

lustro dorato, di elegante forma, pendeva a metà dalla vôlta bellamente

dipinta d'ornamenti architettonici e di vedute di paesi fra quelli

inquadrate. Un più elegante tappeto copriva il pavimento e nel camino,

tutto rivestito di marmo finissimo, ricco di belle scolture, dietro

alari e paracenere elegantissimi di bronzo dorato ardeva un bel fuoco

che una mano attenta doveva avere da poco tempo rianimato.

Gian-Luigi non si fermò neanche in questo salotto, aprì l'uscio che era

alla sua destra e s'introdusse in una camera da letto che era tutto

un'eleganza ed una gaiezza. Le tappezzerie, di seta altresì, erano di

color celeste; di bianco e di celeste era incortinato il letto di legno

di mogano, prezioso per egregio lavorio; dalla finestra per tendoline di

seta rosea coperte di mussolina bianca si stacciava una luce a tinte

soavi e calde che si rifletteva con effetto molto pittorico sugli orli

dei mobili dorati; la vôlta formicolava di fiori e d'amorini sorridenti

vagamente dipinti in ogni mossa; dal mezzo pendeva un canestrino

indorato nel quale fioriva una di quelle strane piante erratiche a cui

non è bisogno per germogliare e vivere la prosa della terra, ma che si

alimentano poeticamente dell'aria, e in mezzo c'era luogo ad una lampada

che dal cristallo opaco mandasse il suo lume travelato, non a

rischiarare, ma ad assistere in quel tempio della voluttà ai dolci

misteri della notte. Due specchiere alte da terra alla cimasa superiore

della parete si facevan faccia dall'una all'altra parte della stanza, e

il letto, posto in mezzo, era riflesso da ambedue all'infinito in una

interminabile infilata.

Il giovane, entrato, chiuse studiosamente dietro sè la porta, come se

temesse che alcun occhio profano avesse da vedere ciò ch'egli stava per

fare, e non la chiuse soltanto colla stanghetta a molla, ma diede colla

chiave due mandate al serrame, quasi per esser sicuro che nessuno

potesse venire a sorprenderlo. La precauzione poteva in vero dirsi

soverchia, poichè aveva egli già serrato e il portone da via, e la porta

d'ingresso della casina, e ben sapeva che nessuno aveva chiavi da

penetrar colà dentro contro sua voglia o ad insaputa; ma il segreto che

si celava in quella camera così elegante da parer fatta per gli amori

soltanto, era pure di sì gran rilievo che per abitudine da non

trascurarsi mai, egli s'era imposto ogni fatta di maggiori cautele cui

potesse suggerire la più diffidente prudenza.

Gian-Luigi gettò uno sguardo sopra una mensola dove stava un gruppo di

bronzo dorato in istile _rococò_, rappresentante con allusione

mitologica varii amorini incatenatori del Tempo, il quale portava sulle

sue spalle un orologio a pendolo.

— Di già le dieci ore!.... Come passa il tempo! Decisivamente la

giornata è troppo corta per le tante cose che m'impone questo lavoro di

Gigante assalitor dell'Olimpo..... Ah delle volte sono stanco!....

Vide in una delle specchiere, innanzi a cui si trovava, la sua faccia

giovenile, impressa di tanta baldanza e risoluzione, e sorrise a sè

stesso.

— Eh via! Sono troppo innanzi nel cammino per fermarmi..... E lo potrei

d'altronde?.... Sono preso fra i rocchetti d'una macchina ch'io guido

bensì, ma di cui sono schiavo insieme. Il giorno ch'io mi arrestassi o

volessi ritrarmene sarei inevitabilmente schiacciato.

Le sue sopracciglia si aggrottarono un momento in fiera guisa.

— Io che voleva esser libero! Soggiunse con molta amarezza. Io che

voleva dominare..... e che voglio!

Crollò le spalle e s'avviò senz'altro, con passo d'uomo che non ha

esitanza di sorta, verso la specchiera che era in fondo alla camera. Si

drizzò in punta di piedi, e trascelto in mezzo ai fiori scolpiti della

cornice un bottoncino di rosa, cui nulla poteva far distinguere dai

moltissimi altri che vi si ammassavano uniti ai fiori sbocciati, vi

premette su lentamente col pollice inguantato, perchè l'azione della

pelle non avesse da appannare la doratura. La specchiera girò adagio

adagio sopra cardini invisibili, e lasciò scorgere un ambiente entro il

muro in cui s'apriva nel suolo una scala a chiocciola che s'affondava

tenebrosamente al di sotto.

Gian-Luigi accese una lampada a cristallo chiuso che trovavasi in una

nicchia entro la parete di quello stretto stanzino intermurale, poi

fatto ritornare a posto la specchiera, e rimasto egli così in una

oscurità profondissima, si diede a scendere rischiarandosi del raggio

che mandava innanzi a sè la lampa da minatore.

Discese per l'altezza di circa dieci metri e trovossi in un vano uguale

a quello da cui dall'alto partiva la scaletta; fece cadere il raggio

della lucerna sopra una porta di legno afforzata da lastre di ferro,

nella quale presso il muro umidiccio, chiazzato di bianco qua e là per

l'efflorescenza del nitro, aprivasi un bucherello in una lastra d'ottone

fortemente, non che invitiata, incastrata nel legno. Era una di quelle

serrature inglesi che si dicono _a pompa_ che impossibile lo aprirle ad

ogni grimaldello, impossibile quasi il romperle e scassinarle.

Gian-Luigi trasse dal taschino del panciotto un anello d'acciaio in cui

erano infilate parecchie piccole chiavi, e trasceltane una, l'ebbe

appena introdotta in quel bucherello della toppa che la porta si aprì

chetamente senza fare il menomo rumore. Un corridoio s'internava

sottoterra e lasciava luccicare nella densa nebbia delle sue tenebre

tratto tratto alcune fiammelle di lampa rischiaratrice che parevano

chiazze sanguigne nel fondo nero di quell'oscurità. Un'aria fredda,

umidiccia, pesante percoteva nel volto chi entrasse e gli si aggravava

sulle spalle come un mantello di gelo che lo vestisse. Un silenzio

sepolcrale ammoniva chi camminasse per quell'_ombre visibili_ esser egli

separato dal mondo dei viventi come se rinchiuso nella tomba. Qualche

goccia di acqua infiltrata rompeva soltanto quella mutezza cascando

tratto tratto con lieve rumore sul suolo. Gian-Luigi si avviluppò di

meglio nel suo mantello e serrato anche qui alle sue spalle l'uscio

pesante camminò innanzi di buon passo e coll'andatura di uomo pratico

dei luoghi e della via.

A seconda che avanzava, il terreno che saliva si faceva più asciutto, e

l'aria più libera e più mossa. Giunse così dopo un centinaio di passi ad

una rotonda tutto murata, di cui il pavimento era composto di lastre

irregolari di pietra e nella quale dall'alto pioveva per parecchi forami

un po' di luce diurna ed aria esteriore. In quella rotonda facevano capo

due altre gallerie cieche, uguali a quella che Gian-Luigi aveva allor

allora percorso venendo dalla sua casina; di questi altri due condotti

sotterranei uno metteva alla taverna di Pelone, l'altro alla

retrobottega di quel _Baciccia_ che abbiamo udito menzionare dal

_medichino_, il quale la faceva da ferravecchi e mercante di mobili

usati. Questi tre _tunnels_ correvano sotto l'ammonticchiamento di

quelle casaccie che ho detto, sino al centro di quell'isolato vasto e

compatto dove quella rotonda trovavasi sotto un cortile interno il quale

raramente o non mai veniva visitato da persona che non vi abitasse; e

gli abitanti di quella miserrima casa erano la feccia morale e materiale

della popolazione.

Ma la rotonda di cui ho detto, non era mica la meta dei passi di

Gian-Luigi. Essa non era che il vestibolo del luogo a cui era diretto.

Un uscio forte e grosso come quell'altro che era a capo del corridoio

sotterraneo, apriva i due suoi battenti sopra uno scalino che lo

rialzava dall'umidità del suolo, su cui traverso i fori della vôlta era

caduta e cadeva un po' di neve che veniva liquefacendosi tosto.

Gian-Luigi trascelse un'altra di quelle chiavettine che aveva radunate a

mazzo in quell'anello d'acciaio, cui l'abbiamo già visto trarre dal

taschino del suo panciotto, ed aprì colla medesima guisa anche questo

uscio.

Al di là di esso continuavasi a salire per cinque altri gradini, che si

seguivano in un andito ascendente, accuratamente murato, colla calce

lisciata e scialbata. Più asciutto si faceva l'ambiente, un'aria più

pura si respirava; piccole aperture a mo' di feritoie, aperte qua e colà

con arte che le dissimulava, servivano da sfiatatoi e facevano penetrare

un certo dubbio chiarore crepuscolare, come servivano a rinnovar l'aria.

Gian-Luigi aveva già chiuso alle sue spalle anche quest'uscio della

scala, quando, ravvisatosi, tornò ad aprirlo e lo lasciò rabbattuto. Poi

salì i gradini; depose la lanterna sopra una panca che trovavasi in una

specie d'anticamera in cui metteva la scaletta, e sospinse un uscio che

trovò aperto innanzi a sè.

Entrò in una vasta cameraccia, aerata ancor essa, come la gabbia della

scala e l'anticamera, mercè que' certi sfiatatoi che ho detto, i quali

non bastando a gran pezza ad illuminarla, era mestieri di una lampada,

che pendeva dalla vôlta continuamente accesa a rischiarare l'infinita,

confusa, enorme, varietà di oggetti d'ogni fatta che facevano ingombro

colà dentro, non lasciando libero di quell'ampio stanzone che uno spazio

di circa due metri in metà.

Ogni cosa qualunque che possiate immaginare di quelle che servono

all'uso dell'uomo, avreste potuto colà rinvenire: armi e vestiario,

mobili ed utensili da lavoro, arnesi di cucina e suppellettili eleganti

da salotto signorile, materassi e biancherie, quadri, bronzi e strumenti

musicali, stoffe, tappeti, stipi, casse di ferro e stoviglie, oriuoli a

pendolo e da tasca, gioiellerie, e cenci e cordami, perfino libri e

quaderni di musica, perfino crocifissi e statue di Madonne di varia

materia e lavoro, candelieri, vasi da chiesa, paramenta da altare e da

sacerdote celebrante, argenteria da tavola, tabacchiere di preziosi

metalli, decorazioni cavalleresche, bottiglie di vino, parrucche, barbe

posticcie, pali di ferro, martelli, tanaglie, ascie, le più ignobili

come le più sontuose cose del mondo. Se il signor Bancone, quel ricco

banchiere che due notti innanzi era stato derubato, avesse mai potuto

penetrare colà dentro, avrebbe riconosciuta la principale delle sue

casse di ferro, nella forza e nel segreto congegno dei serrami della

quale tanto confidava, rotta e sventrata giacente in un angolo.

A ragione questo celato riparo l'avevano battezzato col nome di

_Cafarnao_. Ma aimè su molti di quegli oggetti — orrida vista! — c'erano

macchie di sangue.....

Gian-Luigi s'inoltrò fra quel _pandemonio_ e venne presso ad una tavola

che stava nello spazio lasciato vuoto in metà. Su quella, al di sopra di

una delle gambe che la reggevano, vedevasi un anelluccio attaccato ad un

tondello di ottone; il _medichino_ prese quest'anello e tirò su con

forza un'asticina di ferro che entrava nella tavola, e la quale, per

mezzo d'un filo metallico, metteva in moto nella bettola di Pelone un

martello nascosto che batteva dei colpi contro l'interno della parete

dietro il banco del taverniere medesimo. Diede tre strappate ad un

piccolo intervallo l'una dall'altra, poi levatosi il cappello ed il

ferraiuolo, fece per gettare l'uno e l'altro sopra un viluppo di

materassi e di balle di lana che era alla sua destra. Ma là, sopra

quell'ammasso di cui s'era fatto un comodo giaciglio, stava lungo e

disteso un omiciattolo colla faccia sottile, col naso appuntato, il

quale aveva aperto un occhio per guardare il _medichino_; un occhio

vivo, irrequieto, malizioso, ironico ed impertinente.

— Sei tu, Graffigna? Disse Gian-Luigi deponendo altrove il mantello ed

il cappello. Che cosa fai tu costì?

Graffigna tirò giù lentamente le gambe, l'una dopo l'altra, si drizzò in

piedi, e rimanendo appoggiato allo stramazzo su cui poco prima giaceva,

rispose colla sua voce esile da falsetto, che strideva come l'unghia

d'un avaro sopra lastra di vetro:

— Dormivo. Si lavora tutta la notte di santa ragione da quel bravo

Graffigna che si è, e un po' di riposo lungo il giorno vi ristora un

uomo come una scodella di brodo con dentrovi un mezzetto di _barbèra_.

Qui poi si può dormir tranquilli senza la paura della zampa del gatto.

Pur tuttavia sono così avvezzo a non dormire che d'un occhio, che l'ho

sentita venire, sor _medichino_.... ed ecco l'affare!

— Va bene... Non voglio disturbarti... Sta pure sdraiato a tua posta.

— La mi burla!... Conosciamo i nostri doveri verso i superiori, che

diavolo!... La disciplina o che il boia m'impicchi... Non esco di lì,

io... Ed a meno che Ella me ne dia espressamente l'ordine...

— Sì, proruppe il _medichino_ con qualche impazienza. Sdraiati, ascolta

soltanto due parole che ti ho da dire, e poi russa pure come quel maiale

di Stracciaferro che allorchè dorme qui dentro fa tremar le vôlte.

Graffigna allungò di nuovo chetamente il suo corpo mingherlino e disse

con voce più sottile che mai:

— _Che scusi_, ma non son io che sarei capace di mancare alle

convenienze come quell'animalaccio di Stracciaferro. Io mi rimetto a

giacere per obbedirla, e son tutto orecchie ad ascoltare le sue parole;

e poi quando Ella mi avrà dato i suoi ordini, se la mi permetterà, avrò

anch'io da spifferarle quattro ragioni in croce.

— Quel che t'ho da dir io, è detto in due motti. Primo, cercherai i

quattro supremi consiglieri della _cocca_ e loro comanderai a mio nome

di trovarsi qui stassera alle sette. I capi-squadra sono avvisati di

radunarsi nella bettola di Pelone.

Graffigna si levò su a sedere sul suo giaciglio con atto di molto

interesse.

— Oh oh! Esclamò egli. Ci sono dunque grandi cose in aria?

Gian-Luigi chinò in segno affermativo la testa.

— Benone! Disse tutto lieto il galeotto mentre tornava a sdraiarsi.

— In secondo luogo, continuava il _medichino_, ho grande interesse di

sapere chi sia quel poliziotto che stamattina si recò a fare una

perquisizione in casa Benda. Ho chiamato Pelone appunto per averne

alcuno schiarimento, che mi penso egli potrà darcene. In difetto,

quand'egli non sappia o non voglia parlare...

— Eh eh! disse tranquillamente Graffigna: si potrebbe farlo cantare

anche contro voglia.

— No: interruppe vivamente Gian-Luigi; nessuna violenza... D'altronde

Pelone ci è troppo necessario per disgustarlo... e troppo pericoloso per

farcelo diventar nemico. Quand'egli taccia, fa di scoprir tu con ogni

mezzo che ti parrà migliore, e quando tu lo abbia conosciuto...

Il _medichino_ parve esitare.

— Quando io lo abbia conosciuto? Ripetè Graffigna ficcando i suoi

occhietti vivacissimi negli occhi di Gian-Luigi.

— Farai di modo da sapere eziandio le sue abitudini, e dove si possa

cogliere solo, allo scarto...

— Ho capito..... È un impaccio?

— È un impaccio.

Quei due uomini, così diversi di sembianze e di natura e d'intimo

valore, si guardarono un momento in silenzio e si compresero. Gian-Luigi

sviò primo le sue brune pupille e si diede a passeggiare su e giù per

quello spazio di pochi metri libero in mezzo al _Cafarnao_.

— Stia tranquillo sor _medichino_; fra un'ora mi metterò in campagna e

spero poterle dire quanto prima che gli è un affar fatto.

Il _medichino_ non rispose e seguitò a camminar con passo concitato e a

capo chino. Dopo un poco si fermò presso la tavola, battè del piede sul

pavimento con impazienza collerica e disse rabbiosamente:

— Quell'eterno lumacone di bettolier dell'inferno non viene. E sì che ho

tirato di forza!

Riprese l'anelluccio della tavola e tornò a dare, ma con più violenza,

tre strappate.

— Prenda pazienza: disse con vocina sempre più esile Graffigna

seguitando il giovane col suo sguardo ironico e scrutatore: ci sarà

gente nell'osteria e non potrà aprire la porta segreta; e poi quel

benedett'uomo è così lento e lungo in ogni sua mossa!.... Frattanto se

la mi permette dirò io a Lei qualche cosa che non manca neppure

d'interesse.

— Parla! Disse vibratamente Gian-Luigi continuando a passeggiare in

lungo e in largo.

— Prima di tutto ho una commissione da farle, una commissione

importantissima, mi disse chi me la diede.

Il _medichino_ si fermò in faccia a Graffigna di colpo.

— Chi?

— Ester, la bella figliuola di quel brutto scellerato di _Macobaro_.

Gian-Luigi crollò le spalle e si rimise a passeggiare.

— Dove l'hai tu vista?

— A casa sua. Sono andato ieri sera da quel sacco di tutte le malizie

d'un vecchio ebreo per intenderci sulla compra di qualche masserizia fra

tutta questa roba che ci ingombra maledettamente. Quell'avaraccio è

indegno di appartenere alla cocca. Ha una indiscrezione di pretese che

trarrebbe i calci dalle scarpe d'un santo; e non è mai quel cane da

offrire pure una goccia di _branda_ ad un amico..... Basta; a grande

stento mi avanzò qualche miserabile spicciolo che mi disse avrebbe

portato in conto.....

— E che tu ti sei affrettato di consumare in tanta acquarzente.

— _Cribbio!_ Come si fa? Con tante fatiche e con questa vitaccia che si

mena, se non si tiene un po' su la macchina, vi casca l'asino di

sotto..... Per farla breve, mentre quel vecchio schifoso, dopo mille

storie, andò a prendere quei quattro miserabili soldi, Ester che era

sempre stata immobile in un cantuccio, agucchiando certi panni al lume

d'una lucernetta che pareva far la veglia ad un morto; Ester mi saltò

innanzi con quella sua bella faccia d'alabastro, con quei suoi lucidi

occhioni scuri, con quelle sue labbra rosse come il sangue che spiccia.

«— Per l'anima vostra, mi susurrò all'orecchio con voce soffocata, in

cui si sentiva che ella parlava da maledetto senno: date questo

biglietto e il più sollecitamente possibile a Luigi: si tratta di vita o

di morte.» E nel pormi in mano la cartolina ripiegata mi serrò con forza

convulsa le dita fra le sue così esili e bianche, in quel momento gelate

come il marmo. Si sentivano intanto trascinar le pianelle di quel

vecchio esoso di suo padre, — come mai una sì bella creatura può essere

nata da un mostro simile? — ed essa, lesta come uno scojattolo come un

augellino, fu d'un salto seduta di bel nuovo al suo lavoro, che non

pareva aver mosso pure la punta del dito mignolo; e guardandomi con

un'espressione capace di rimescolar le budelle ad un vecchio peccatore,

teneva l'indice della mano destra in croce sulle labbra a raccomandarmi

il silenzio.

Gian-Luigi tornò ad arrestarsi presso il galeotto.

— E quel biglietto, l'hai tu costì?

— Sì signore: rispose il mariuolo tirandolo fuori da una tasca e

porgendolo.

Il _medichino_ lo prese con isgarbo impaziente: si recò sotto la lampada

che pendeva dalla vôlta, e rottone quasi disdegnoso il suggello lesse

queste parole:

«In nome di Dio Eterno, bisogna che ci parliamo. Fa d'ingannare la

sorveglianza sempre più sospettosa di mio padre, e vieni. Un tempo ne

trovavi i modi e le ore. Il Signore ha — debbo dire benedetto o

maledetto? — ha fatto fecondo il nostro amore. Sono madre. Mio padre mi

ucciderà, se tu non mi salvi. Salvami, Luigi!»

Questi spiegazzò la carta nella mano in un moto vivace di contrarietà

stizzosa: poi tornò a rispianarla e lesse un'altra volta il biglietto.

Stette un po' immobile con quel foglio innanzi agli occhi, sotto ai

raggi della lucerna come riflettendo: quindi stracciò in minutissimi

pezzi la carta e riprese ad andare su e giù, gettando qua e colà gli

squarci che teneva in mano, del modo che fa del frumento il seminatore

nel campo.

Graffigna lo seguitava sempre con quel suo sguardo malizioso.

— Cattive nuove, eh? Diss'egli dopo un poco. Gelosie, rampogne, pianti e

supplicazioni, ci scommetto. Ah quelle benedette donne ce ne dànno dei

fastidii da portare! E dire che quando si è giovani non se ne sa star

senza! Eh! eh! Ho avuto ancor io i miei grilli al mio tempo e so da che

parte spuntano i corni della luna..... ed anche gli altri corni. Testè,

quando ho acceso il fuoco nella casina, avevo pensato di mettere quel

bigliettino sulla mensola del salotto, perchè Lei, venendo, lo vedesse

di subito e lo prendesse: ma poi mi sono detto: no, Graffigna, non

conviene; il _medichino_ può venir qui accompagnato da qualche donnetta,

oppure qualche sottanino può venirci anco prima di lui ad

aspettarvelo..... Eh eh! si sa che gagliardo d'un mariuolo Ella è in

punto a codesto...

Gian-Luigi che camminava sempre a capo chino e pareva non prestare la

menoma attenzione al chiaccherio del suo compagno, ora, come infastidito

d'un tratto da quella fluenza di parole, volse la faccia sdegnosa verso

Graffigna, e gli disse imperiosamente:

— Taci!

— Non parlo più..... di tale argomento, perchè quanto al resto ho

qualche cosa da dire di assai rilievo, e che la prego di ascoltare.

Il _medichino_ sedette presso la tavola e tamburellando colle dita sul

piano di questa disse:

— Allora parla, e fa presto.

— Il _colpo_ che si è fatto nella banca l'altra notte fu un bel _colpo_,

non c'è che dire, ma io ne ho in vista tre altri ugualmente e forse

ancora più belli.

Graffigna tacque un istante come per aspettare una parola d'encomio o di

curiosità o d'incoraggiamento a continuare, da parte del _medichino_; ma

questi, appoggiato il gomito destro e sorreggendo la sua fronte alla

palma della mano, rimaneva immobile, fisso lo sguardo ardente sulla

figura da faina del galeotto. Questi continuava:

— Fra cotali tre _colpi_ c'è da scegliere quello che più torna: io son

d'avviso che conviene prenderli in considerazione tutti tre, prepararli

bene e col dovuto intervallo farli l'uno dopo dell'altro. Il primo

sarebbe contro il marchese di Baldissero. Si potrebbe scegliere una

notte in cui i padroni fossero al ballo, come avvenne la notte scorsa:

parte dei domestici profitta di quest'occasione per andarsela a godere;

rimangono in casa ordinariamente due vecchi e le cameriere, gente di cui

si può aver ragione con poca difficoltà. Introdursi là dentro è

facilissimo pel cortile che, mercè le scuderie, comunica con un altro a

cui si può aver accesso. La disposizione delle stanze nel quartiere del

marchese possiamo conoscerla a puntino per mezzo di una donna che fu

abbastanza lungo tempo al servizio di quella famiglia, la _Gattona_,

ch'Ella avrà già udito a menzionare. Gli è vero che da venti e più anni

la _Gattona_ è uscita di là; ma la casa è pur rimasta tuttavia colle

medesime disposizioni interne, e non c'è altro di mutato se non che

nelle stanze dove stava ai tempi della _Gattona_ l'antico marchese, ora

abita l'attuale; ed è in queste stanze che giace il _morto_.

Nell'attuale stagione si sono esatti gli affitti e delle case della

città e delle campagne; e quel birbone d'un milionario di marchese deve

avere in cassa parecchie buone migliaia di lire.

Graffigna fece di nuovo una pausa; Gian-Luigi non aprì bocca, nè si

mosse, tenendo pur sempre gli occhi fissi sul suo interlocutore.

— E uno! Esclamò Graffigna poichè ebbe atteso un momento. Passiamo al

secondo. Questo si dovrebbe fare dal signor Benda.

A questo nome Gian-Luigi si riscosse. Innanzi alla mente gli passò di

botto leggera e graziosa l'immagine della giovane Maria.

— Codesto poi no: interrupp'egli con vivacità; al signor Benda non ci si

ha da pensare.

— Perchè? Dimandò con accento mellifluo la voce squarrata di Graffigna.

Quel bravo signore ha nei suoi scrigni qualche decina di mille lire.

— Quella casa è ben custodita....

— Peuh! Sclamò il galeotto alzando le spalle. Un tamburo maggiore per

portinaio che con una succhiellatina bene aggiustata si fa azzittire per

sempre; due cani che con un buon boccone si acchetano....

— Alcuni degli operai dormono colà.

— Sì, due capi-fabbrica. Be'! C'è modo di metterli anche loro alla

ragione. Ma il fatto gli è che non si avrebbe bisogno di penetrare di

soppiatto, la notte, per andare a portarne via colle scarpe di feltro il

gruzzolo; gli è di pien giorno alla chiara luce dei sole, se ci fosse il

sole, che secondo il mio progetto si avrebbe da compier l'impresa. Dico

mio progetto, così per dire, ma non sono così superbo da non confessare

che il progetto è di Lei, sor _medichino_, e ch'io non faccio altro che

applicarlo a quel caso particolare.

— Spiegati: disse Gian-Luigi sempre immobile in quel suo atteggio

pensieroso.

— Ecco la cosa! Si fomenta un bel dì o per le paghe o per le ore di

lavoro, o per questo o per quell'altro — e ce ne sono mille di possibili

pretesti — una buona sommossa degli operai....

— Impossibile! Interruppe il _medichino_. Quegli operai amano moltissimo

il loro principale che li tratta bene; sono stato poc'anzi stesso in

caso di averne una irrefragabil prova.

— Eh via! Lo amano, ma quando loro si sapesse persuadere che levandogli

la pelle acquistano un tanto nel borsellino, glie la leverebbero subito.

Conosco gli uomini, io! Vi saranno delle eccezioni? Santa pazienza, ce

ne sieno pure; ma noi non è colle eccezioni che abbiamo da fare. Le idee

che Ella ci ha dato l'ordine di spargere hanno attecchito anche colà.

Gli è così naturale! Chi non ha nulla troverà sempre un'ingiustizia che

altri possieda e non egli; e il povero si lascierà sempre assai

facilmente persuadere che è suo diritto pigliare al ricco... Breve;

Marcaccio le potrà dire che anche in quegli opifici, come nel più degli

altri, si sono fatti degli aderenti... Un bel giorno adunque, sapendo

metterci a dovere il fuoco sotto, li faremo bollire a nostro vantaggio.

Nato un tumulto, gli amici dell'ordine e del padrone, che sono sempre i

più timidi e pacifici, si spaventano e se la sgusciano; noi aggiungiamo

buona parte dei nostri uomini alle file dei riottosi; mentre quegli

altri strepitano nella fabbrica, i nostri — e mi faccio una festa di

esserne ancor io del numero — si insinuano nella casa; la polizia è

lontana, e prima che arrivino soldati e carabinieri a metter l'ordine

l'operazione è compiuta, gli amici hanno sgattaiolato, si arrestano

alcuni de' più sori e dei più innocenti degli operai — e il giuoco è

fatto...

— No: proruppe con forza Gian-Luigi; per ora non si ha da pensare a

codesto.

— Perchè? Tornò a domandare Graffigna col medesimo accento di prima.

Il _medichino_ alzò la fronte dalla palma della mano, e saettando d'uno

de' suoi sguardi più risoluti il mariuolo che gli stava dinanzi, disse

con accento che non ammetteva più nè risposta, nè osservazione:

— Perchè non voglio!

Graffigna curvò il capo in segno di ubbidiente rassegnazione.

— Passiamo al terzo — forse il migliore; riprese egli a dire dopo

brevissima pausa. Qui trattasi d'un _colpo_ cui da lungo tempo vengo

pensando e studiandone il modo. Sarebbe quello di far ballare i tanti

_gialletti_ che ammuffiscono nelle casse di Nariccia.

— Ah ah! Esclamò Gian-Luigi con un'espressione che era un

incoraggiamento a continuare.

— Sicuro! Qui l'affare è semplicissimo. Quel vecchio birbante di usuraio

è solo con quella sua vecchia sgualdrina di serva. Le muraglie di quel

suo alloggio sono sorde come il cuore del padrone, e non lasciano passar

grido, nè rumore di sorta. Basta intromettersi colà dentro in tre o

quattro, e il conto di ambedue que' squarquoi è bello ed aggiustato.

Gian-Luigi abbassò la faccia e mormorò con accento di ripugnanza:

— Ah sangue! Sempre sangue!....

— Il difficile sta nel penetrare in quelle stanze, chiuse con tanto

lusso di serrami da disgradarne qualunque prigione; ebbene quest'unica

difficoltà spero che potremo superarla. Occorre un buon ferraio che

dalle impronte di cera sappia trar fuori a dovere le chiavi che ci

vanno. Queste impronte è tanto facile ottenerle che le ho già prese io

medesimo andando sotto varii pretesti nell'antro di quel succiadenaro.

La _cocca_ oggidì manca pur troppo di un operaio così abile da far

simili chiavi complicate, pulite in modo, che senza bisogno di ritocco

facciano a prima prova l'ufficio loro. Avevamo quel povero Topaccio, ma

la scellerata d'una giustizia ce l'ha spedito a dar calci all'aria.....

Mandò un sospiro di profondo rimpianto.

— Quella è stata una perdita!... Non l'abbiamo mai più potuto

rimpiazzare a dovere, e gli è gran danno alla nostra associazione. Ora

mi dice Marcaccio che quel suo amico Andrea, frequentatore ancor esso

della bettola di Pelone, è l'uomo fatto apposta, che un più abile e

destro di lui in tal mestiere non è da trovarsi in Torino, e che non ci

sarebbe segreto di serratura che a lui non bastasse l'animo

d'indovinare. Sinora gli è ancora irretito da qualche scrupolo di quella

che chiamano onestà, ma le parole di Marcaccio cominciano a scuoterlo, e

la miseria che gli monta sui talloni lo caccia verso di noi. Fra pochi

giorni l'avremo nelle nostre file; egli fabbricherà bravamente le false

chiavi che andranno chete chete come olio, ed ecco messo il becco

all'oca.

Quando Graffigna si fu taciuto, successe un silenzio di qualche minuto.

Gian-Luigi pareva assorto in tutt'altri pensieri che quelli onde lo

aveva intrattenuto il suo tristo compagno. Ad un tratto però, sollevò il

capo che aveva tenuto basso sino allora e disse come parlando a se

stesso:

— Nariccia se lo merita. Spogliarlo, lui, non è che pretta giustizia.

— Certo! Esclamò Graffigna.

— La sua ricchezza è infame, infamemente acquistata.

— Infamissima.

— Mille volte è più scellerato di noi, egli che sgozza i poveri

coll'usura ed assassina le famiglie colla miseria.

— Eh! noi siamo angeli in paragone.

— Di quante lagrime non è fatto il suo oro! Di quante brutture non è

sporco!...

— Noi lo purificheremo appropriandocelo... Eh! eh! ce ne sarà per delle

migliaia e migliaia di marenghini.

— La società tollera queste turpitudini e queste sconcie arpie; e non

solo le tollera, ma le protegge!... Bene; è giustizia il punirle

noi.....

— Sicuro! Noi siamo gli esecutori di quest'altra giustizia senza

sciocchezze di tribunali.

Il _medichino_ saettò d'uno sguardo severo la faccia ironica di

Graffigna.

— Non hai tu più nulla da dirmi?

— Nulla.

— Allora dormi a tua posta e risparmiami le tue osservazioni.

Il mariuolo si voltò dall'altra parte e parve in un attimo ingolfato nel

sonno il più profondo.

Gian-Luigi appoggiò tutti e due i gomiti alla tavola e nascose tra le

mani la faccia. Pensava. Era egli stato fatto per quella parte che

intanto sosteneva con tutto il suo impegno? La natura — non diceva la

Provvidenza, perchè non credeva più in essa — aveva ella datogli quelle

facoltà, quelle potenze che ei possedeva, per farne un tal uso? Come mai

nessun'altra strada erasi dischiusa alla sua intelligente attività? Qui

ricordava tutto il concatenamento dei casi che di grado in grado

l'avevano menato a quel punto in cui si trovava; come la ricchezza

agognata e i piaceri mondani a cui anelava gli sfuggissero innanzi con

ironica schifiltà, a seconda ch'egli voleva con mezzi onesti arrivarli;

come su loro avesse potuto mettere primamente le mani, quando era

entrato nella via del delitto. Vedremo un giorno per quali circostanze

fosse stata preparata ed affrettata la sua caduta; ma ora intanto, di

pieno affondato nell'ambiente il più criminoso dell'elemento sociale più

basso ed in rivolta permanente contro l'ordine vigente, contro la legge,

contro la proprietà; ora egli si domandava se quell'appagamento cui

godeva di parecchi suoi desiderii ed istinti bastava a soddisfargliene

l'anima, se quella era la sorte ch'egli aveva nei sogni dell'adolescenza

vagheggiato.

Gli anni primi della sua vita gli sfilarono innanzi al pensiero,

inquadrati nella scena del villaggio, e in essi principale la figura di

Maurilio, che aveva ritrovato la sera innanzi. Maurilio era sempre

povero, sempre ignoto, egli di cui Gian-Luigi riconosceva l'intelligenza

superiore anco alla sua! Rimanendo onesto ancor esso adunque sarebbe a

quel punto? Pure c'era in fondo all'animo di questo troppo traviato

giovane alcuna cosa che lo ammoniva non essere impossibile per altra

strada giungere di meglio a quel fastigio a cui anelava. E forse

quest'altra strada l'ingegno potente di Maurilio glie l'avrebbe saputa

additare. Se alla intelligenza straordinaria del suo compagno d'infanzia

si unisse in un'opera comune la risolutezza, l'attività, la forza di

lui, che cosa non potrebbe ottenersi da siffatta consociazione? La sera

innanzi Gian-Luigi aveva detto a Maurilio che sarebbe recatosi da lui a

parlargli di rilevantissime cose; ora determinò più fermamente di far

ciò, appena avesse un momento di libero.

Allora si ricordò che stava aspettando da più di un quarto d'ora Pelone,

a cui aveva comunicato per mezzo della corda di ferro il cenno di

accorrere; e con maggiore impazienza di prima tornò a dare tre più forti

strappate all'anello della tavola.

In quella il suo sguardo cadde sopra uno di quei pezzettini di carta

ch'egli aveva gettato qua e là, lacerata la lettera di Ester. Per atto

quasi irriflessivo, prese quel minuzzolo e lo accostò agli occhi. V'era

scritta su una parola intiera, la parola _madre_.

Questa sola parola staccata, che il caso gli faceva comparire innanzi a

quel modo, turbò il giovane più che non avesse fatto la lettura

dell'intiero biglietto della povera Ester.

— Madre? Diss'egli fra sè, e un tremito interno gli scuoteva le viscere.

È la prima volta che ciò mi avviene; la prima volta che una donna mi

dice: sono madre per te. Gli uomini si rallegrano di questo annunzio.

Per me gli è un nuovo cumulo di fastidi. Oh che, avevo bisogno giusto

adesso mi venisse sopra quest'altro imbroglio!.... Mi dice ch'io la

salvi. Eh! che cosa ho da far mai, e in fin dei conti a me che cosa

importa di lei e del suo bambino?

Ma questa crudeltà d'indifferenza che il suo fiero egoismo gli suggeriva

era troppa, perchè a lui medesimo non ripugnasse.

— Ah suo padre, quel vecchio scellerato d'ebreo è capace dassenno d'ogni

peggior eccesso per vendicare l'onta della sua figliuola, e siccome il

vile non è feroce che coi deboli, ed io sono forte, gli è certo contro

la infelice Ester ch'egli vorrà infierire.... Povera giovanetta! Ella

m'ama pur tanto!...

A un tratto una nuova idea gli balzò improvvisa in mezzo al cervello fra

dolorosa e piacevole:

E il bambino?... Ah! di quello posso bene esser sicuro che gli è mio

sangue.... Che sarà di lui?

Pensò che egli pure era nato probabilmente di quella guisa, che la sorte

a lui toccata avrebbe avuto quell'essere che accennava volersi

affacciare alla vita, che a quell'innocente avrebbe toccato eziandio

aprirsi una strada in mezzo al mondo ostile e rassegnarsi od a giacere

nell'oscura povertà od a conquistare col dolore e col travaglio del

corpo, del cuore e dell'intelletto ogni menomo vantaggio sociale, assai

probabilmente a precipitare, se maschio, nella strada del delitto, se

femmina, in quella della vergogna.

Una nuova, non anco provata tenerezza, di botto lo assalse al pensiero

di quel bambino. I suoi occhi che raro o non mai brillavano per una

espressione di dolcezza e di sensibilità, parvero inumidirsi e a mezza

voce, come per farsi un promessa, come per impegnarsi innanzi a se

medesimo, pronunziò le seguenti parole:

— La salverò... Oh sì, la salverò, lei e suo figlio... e mio figlio!

Chi può spiegare il misterioso procedere del nostro pensiero? Aveva egli

appena pronunziato queste ultime parole «mio figlio» che la sua fantasia

tolta di subito alle immagini che la occupavano in quell'istante, era

gettata in una sfera tutto novella, in cui forse, e senza forse, non che

soffermatasi, non era penetrata ancora mai. Pensò alle gioie paterne ed

alle miti felicità della famiglia a lui isconosciute affatto e che in

quel momento gli apparivano con tutta la loro soavità leggiadra. Si

rivide innanzi la gioia serena di sposi novelli, la superba dolcezza di

genitori bacianti il frutto delle loro viscere; gioia e dolcezza a cui

appena aveva badato per lo addietro, cui aveva fors'anco disprezzato e

deriso, che in quell'istante gli apparivano inaspettatamente — quali

sono — le migliori cose del mondo.

E perchè non cercherebbe colà il suo bene, egli pure? Si immaginò di

colpo circondato dal caro ambiente d'una famiglia — sua — e in questo

ambiente, luce e profumo la virtuosa modesta bellezza d'una donna

affettuosa. Anzi questa vagheggiata beltà gli apparve personificata in

forme reali, e vedute poc'anzi — non quelle della misera Ester da lui

sedotta — ma quelle della graziosa Maria. Si compiacque un istante di

questi pensieri e di queste immagini. Sorse in piedi e si pose di nuovo

a passeggiar su e giù, le braccia incrociate al petto e il capo chino.

Quella stanchezza della sua opera infame, quel fastidio de' fatti suoi,

che vedemmo averlo assalito poc'anzi, lo presero più forte. Egli

conosceva abbastanza la sua potenza per credere che dove avesse voluto

sarebbe entrato vincitore nel cuore della fanciulla, era abbastanza

pratico di codesto per esser certo senza fatuità che una prima

favorevole impressione egli l'aveva già in Maria prodotta: sapeva

d'altronde che dalla famiglia era quella giovane amata cotanto da non

voler contrastare ad una passione che la dominasse sovrana, e che

insoddisfatta la renderebbe infelice. Egli adoperandosi fruttuosamente —

e di ciò era certo — per restituire a quegli afflitti e sgomentati

genitori il figliuolo avrebbe acquistato da quelle anime generose tanta

gratitudine quanta sarebbe stata a sufficienza per coadiuvare all'amore

di Maria per lui affine di ottenerlo a sposo. Egli si scioglierebbe

dall'infamia, si allontanerebbe; la famiglia Benda era ricca, e la dote

data alla figliuola sarebbe stata tale da bastare a vivere

agiatamente....

Ma qui l'idea del denaro che s'intromise in quel romanzo morale cui la

sua fantasia stava facendo, ne corruppe tutta la composizione, tolse lo

spirito di Gian-Luigi a quel puro ambiente in cui era disavvezzo pur

troppo e lo ricacciò nelle fangose peste dove soleva dibattersi. La cosa

non gli apparve più che come un affare di guadagno, di cui da discutersi

se più o meno il vantaggio. Una modesta agiatezza era quella che sarebbe

bastata per lui? E dove ne andavano tutti i profondi e complicati

disegni ch'egli aveva fatto per isconvolgere la società e vincere in

quella guerra all'ordine costituito, la quale, da sorda, bassa e

criminosa, doveva un giorno nel suo concetto scoppiare aperta e potente

alla luce del sole per far lui primo e glorioso, e dominatore? Quelle

acri ambizioni, quei feroci istinti insaziabili che lo tormentavano, oh

come avrebbero taciuto di subito? E non sarebbe stato segno d'impotenza

la rinuncia? No no; egli si ripeteva che era preso, da non potersene

sceverare più, per le ruote dentate di quella macchina ch'egli stesso

metteva in moto. Non c'era da illudersi con altre idee. Egli doveva in

quella strada continuare per giungere alla meta o soccombere.

— E quel birbante di Pelone non viene! Disse egli ad un tratto,

ritornando collo spirito alle cose presenti ed al bisogno che aveva di

parlare col bettoliere.

In quella ecco un leggier fruscio sentirsi verso l'entrata e Gian-Luigi

che si volse vide venir sollecita con un bel sorriso tutto amoroso

Maddalena, la serva dell'osteria.

Ma il sorriso della giovane si agghiacciò sulle sue labbra al vedere la

fronte corrugata e l'aspetto corruccioso del _medichino_.

— Che cos'è codesto? Gridò egli con quell'accento che faceva tremare.

Gli è mezz'ora che aspetto; e poi non ho chiamato te, ma ho chiamato

Pelone.

Maddalena, tutto mortificata, rispose coll'accento di chi si difende

ingiustamente accusato:

— C'era gente nell'osteria....

— E perchè non è venuto Pelone?

— Gli è dietro a trattare di certi suoi negozi coll'ebreo _Macobaro_.

— Ah ah! Sclamò Gian-Luigi con istrana espressione: gli è costì quel

vecchio strozzino? Affè che fra lui e Pelone fanno il paio.

— L'oste sa che io ho e che mi merito tutta la tua fiducia: continuava

la giovane moineggiando: e non ha pensato farti cosa disgradita mandando

me in sua vece a vederti.

Ed accostatasi presso presso a lui, gli pose sotto gli occhi la sua

faccia volgare, ma fiorente di gioventù, e gli fece balenare innanzi il

suo sguardo procace pieno di sensualità.

Sulla bocca del _medichino_ passò un'ombra di sorriso; e Maddalena,

tornata nella sua naturale audacia, ne prese incoraggiamento a gettargli

le braccia al collo e ad appiccicare le sue labbra carnose su quelle di

lui, in un amplesso pieno di voluttuoso ardore.

Ma egli si sciolse dalle braccia della donna e la respinse alquanto

bruscamente da sè:

— Stai ferma: le disse severamente. Ve' che c'è alcuno.

Maddalena, volgendosi, vide nell'ombra d'un angolo dello stanzone

luccicare la pupilla maliziosa di Graffigna che teneva un occhio aperto

e l'altro chiuso.

— To' Graffigna!

— Non vi disturbate: disse costui col suo tono di affettata bonarietà

beffarda: io dormo, amorini miei, e non vedo nulla.

— Senti, Maddalena: proruppe Gian-Luigi senza badar punto a Graffigna ed

alle sue parole; ciò di cui volevo interrogare Pelone, me lo puoi dire

anche tu, e quello che con esso lui volevo combinare, possiamo

aggiustarlo eziandio fra noi due. Varii agenti di Polizia frequentano la

taverna, non è vero?

— Sì.

— Rispondimi sull'anima tua, rispondimi la verità per quanto hai di più

caro, e se ci tieni all'amor mio.

— Ci tengo come alla mia vita e non puoi dubitar punto nè della

sincerità, nè della verità delle mie parole.

— Qualcheduno di questi poliziotti travestiti mi ha visto nella bettola

o poco o assai?

— Giurerei di no. Quando ce n'entra qualcuno, siam lesti ad avvisartene

e tu t'affretti a sparire. Ieri sera non aveva ancora messo il muso

nella prima stanza quello che mi pare il più accorto ed il più

autorevole di quei birboni, che io già ti avevo fatto avvertito...

— Come si chiama questo tale?

— Barnaba.

Gian-Luigi si rivolse a Graffigna.

— Dà retta tu, e tieni bene a mente questo nome.

— Non dubiti: rispose quell'altro aprendo di nuovo un occhio solo. Me lo

stampo qui nel comprendonio e non va via più.

Il _medichino_ continuava parlando a Maddalena:

— In quel momento che attirato dal rumore della rissa di Marcaccio ho

commesso l'imprudenza di venir fuori nella stanza comune, eravi forse

colà uno di quei segugi del Commissario?

— No: rispose la fante. Ti dico che appena spunta il grifo di uno di

codestoro, non manco mai di porti in sull'avviso.

— Ma li conosci tutti tu?

— Certo che sì... Pelone, come tu glie ne hai ordinato, me li ha fatti

conoscere dal primo all'ultimo.

— Ed abbiamo proprio da fidarci che quel vecchio carcame di Pelone non

abbia celato nulla?

— Pelone non avrebbe nessun interesse a ingannarci; guadagna troppo ad

esserti fedele, e ti teme troppo — te ed i tuoi — per pensar pure a

tradirti. Del resto, ancorchè egli volesse tenermi nascosto qualche cosa

di ciò, io ho abbastanza buon naso per iscoprire da me dove c'è del

losco. Scommetto che se una nuova spia si presenta, fosse pure fra

cinquanta, al primo acchito la riconosco per quello che è.

— Va benissimo. Or dunque ascolta ciò che voglio da te e da Pelone.

Troverete modo che io, nascosto dietro l'usciolo segreto, veda il muso,

un per uno, di tutti quei poliziotti che ci favoriscono. Hai capito?

— Sì, e nulla è di più facile. Pelone ha mille pretesti per radunarli

nella camera dell'impiallacciatura; per esempio quello di denunziare

qualche miserello di ladruncolo da due quattrini. Ciò giova a mantener

la benda sugli occhi della Polizia. Tu, avvertito, sarai a tuo posto a

guardare traverso i bucherelli.

— Hai ragione. Avvisane adunque Pelone, e più sollecitamente ciò si

faccia meglio sarà. Ora vattene pure alle tue bisogne, Maddalena, e di'

a _Macobaro_, se gli è ancora costì, di venire da me che ho giusto

piacere di parlargli.

Ciò detto si avviò ad un usciolo che si trovava in prospetto a quello

d'ingresso, e con un'altra di quelle chiavettine radunate a mazzo

nell'anello d'acciaio, lo aprì.

Ma la fante non era partita; essa guardava il giovane con occhi che

parevano una fiamma viva; e quando egli stava per entrare in quello che

era il suo gabinetto riposto, ella gli fu accosto colla sua petulanza

sempre più procace, e gli disse col suo sorriso da cortigiana:

— Mi mandi via così? Non hai più bisogno di me?

Il _medichino_ la guardò con una fredda fissità.

— Accendimi il lume nel gabinetto, e vai a chiamarmi _Macobaro_.

Maddalena in un momento ebbe accesa la lampada in quel riposto stanzino,

Gian-Luigi era entrato e gettatosi a sedere sopra un seggiolone dinnanzi

ad una scrivania ingombra di carte; aveva appoggiato al bracciuolo il

gomito destro, sorreggeva alla palma della mano la sua fronte e pareva

lontano col pensiero le mille miglia dalla donna che non si risolveva a

partirsi.

Passarono alcuni minuti di questa guisa, egli immobile nella poltrona,

ella coprendolo di quel suo sguardo acceso, in cui l'ardenza del

desiderio pareva congiungersi al dispetto; poscia Maddalena si accostò

pianamente a lui, si appoggiò alla spalliera del seggiolone e curvandosi

sopra il giovane susurrò con voce sommessa e quasi tremante:

— Luigi!

Egli alzò vivamente il capo ed aggrottò le sopracciglia.

— Che è codesto? Vi dissi di partire, e voi?...

Maddalena gli si abbandonò addosso con tutta la persona, abbracciandolo

e baciandolo con passione.

— Ah! Luigi, tu non mi vuoi più bene..... Ed io che te ne voglio tanto,

tanto, e sempre di più!... Una volta non mi avresti trattata così.

Gian-Luigi prese le braccia della giovane e togliendosele di sopra le

spalle serrò i due polsi nella sua destra piccola, fina e bianca, ma

forte come tenaglia: allontanò da sè la persona di Maddalena, senza

sgarbo e senza violenza, ma con una certa bruschezza che dinotava un

principio d'impazienza, e disse col suo tono da gran signore:

— Olà! Vogliamo noi per caso introdurre delle novità? Oseresti far delle

scene o tentar dei rimbrotti? Eh via! Maddalena, o non mi conosci

ancora, od oblii chi sono.

— E tu dimentichi che una donna come son io non si può rassegnare a

tanta trascuranza, a tanta indifferenza... Ho bisogno di vederti io, ho

bisogno d'esser tua, ho bisogno di te.

Abbassò la voce, e le parole passarono fischiando fra i denti stretti

cui le labbra contratte scoprivano sino alle gengive:

— Sono gelosa!... Tremendamente gelosa!... Oh! le tue belle signore,

come le odio! Esse vesti di velluto e di seta, ed ori e gioielli intorno

nei saloni eleganti... E le ti piacciono per questo... Io, povera,

poveramente vestita, in un'umile taverna, serva degli avventori e di che

avventori!...

Sulla faccia del _medichino_ si dileguò quell'espressione d'impazienza

che incominciava ad accostarsi alla collera; una specie d'interesse

simpatico vi si sostituì; gli era sempre quella terribile questione dei

ricchi e dei poveri che gli veniva dinanzi; era quell'ambizione e

quell'invidia che lui tormentavano, le quali apparivano ancor esse nella

passione di Maddalena; egli la guardò seriamente e quasi con pietà.

— Lena, le disse, tu potresti avere e belle vesti ed ogni cosa che hanno

le ricche, e potrei procurartene io stesso; ma tu sai che mi sei utile

rimanendo in queste umili condizioni in cui ti ho trovata. Ho bisogno di

un'anima fidata come sei tu...

— E s'io ti sono utile, proruppe la donna, e se io sono pronta a dare

anche il mio sangue per te, perchè mi ami tu meno di quelle tue

schifiltose poppatole delle sale, che, dove sapessero il vero esser tuo,

ti sprezzerebbero e si vergognerebbero di averti conosciuto?

Una fiamma di rossore passò sulla faccia di Gian-Luigi.

— Ah! se mi trovassi mai una volta muso a muso con una di quelle

smorfiose! Sclamò Maddalena con represso furore, digrignando i suoi

denti da jena. Che sì che mi piacerebbe disfarle quel mostaccio

imbellettato.

Il _medichino_ si alzò.

— Oh basta: diss'egli severamente. Che diritto hai tu sopra di me? Che

promesse ti ho io fatte di cui tu possa invocare il mantenimento?

Maddalena liberò le sue mani dalla stretta di quella di Gian-Luigi e si

contorse le braccia in atto di disperazione.

— Sì, gli è vero! Esclamò essa con accento tronco e doloroso, che pareva

interrotto dal singhiozzo. Sì, che cosa sono io? Un nulla, una povera

stracciona a cui tu hai fatto un grande onore prendendola, di passata,

per un passatempo, o meglio per incatenarla di più a te, affine di

servirtene mediante un'elemosina di amore. È vero: io non ho chiesto

nulla, e tu non mi hai nulla promesso. Con che fronte avrei io

domandato? Ma la mia cieca devozione, ma il mio sconfinato abbandono, ma

l'aver io tutto lasciato del mio passato, non meritano forse da te alcun

riguardo?

— Lo meritano e lo hanno: disse Gian-Luigi colla calma d'un superiore

che si piace d'accondiscendere alle preghiere d'un subalterno; e

passando carezzevolmente la mano sui capelli della giovane, soggiunse

con alcuna tenerezza nell'accento: — Non ti ho io introdotta nei misteri

della mia vita; non sei tu conscia di me come l'anima mia? Oh va che

nessun'altra può competer teco a questo riguardo. Non cerco io da te

altresì delle dolci ore d'oblìo?...

— Ah! troppo poche e troppo di raro: interruppe sfacciatamente

Maddalena.

Il _medichino_ sorrise e poi soggiunse fra severo e scherzevole:

— Indiscreta!..... Ma nè il mio umore, nè i miei sensi sono fatti per

essere incatenati a servitù di sorta.

Si udì uno stropiccio di passi nello stanzone che precedeva il

gabinetto.

— Zitto! Disse Gian-Luigi, abbassando la voce: qui v'è gente che

aspetto. Va, Maddalena, e di' a _Macobaro_ che fra un'ora venga a

parlarmi qui dove l'attenderò..... Te poi... te attenderò questa sera,

dopo chiusa l'osteria, a mezzanotte.

Maddalena mostrò i suoi bianchi denti in un sorriso di tutta gioia e

sparì. Nello scuriccio dello stanzone detto _Cafarnao_ si avanzavano due

uomini, di cui uno aveva gli occhi bendati. Erano il domestico di

Gian-Luigi e Mario Tiburzio.

La plebe, parte II · 第 21 / 37 题