CAPITOLO XIII.

Prima di assistere all'importante abboccamento che sta per aver luogo

fra Gian-Luigi e Mario Tiburzio, l'ordine cronologico degli avvenimenti

vuole che vediamo ciò che succedesse in casa del pittore Vanardi in quel

frattempo in cui avvenivano le scene ond'erano teatro l'abitazione e la

fabbrica dei Benda.

Dal quartiere in cui dimoravano i giovani amici, Mario Tiburzio era

partito prima ancora dell'alba, Giovanni Selva erasi allontanato poco

dopo per correre dove abbiam visto, e Romualdo un po' più tardi era

uscito per le sue faccende: non rimanevano adunque che Vanardi e

Maurilio, e Rosina la moglie del primo. Mentre la donna, con

quell'alacrità da buona massaia che era una delle sue principali virtù,

si dava intorno ad ordinare la casa, Vanardi che aveva litigato fin

tardi nella notte colla curiosità della moglie e Maurilio che fino al

mattino era stato raccontando i casi suoi a Giovanni, dormivano

tuttavia, quando una scampanellata fece accorrere all'uscio del ripiano

la Rosina impazientita che si venisse a disturbarla a quell'ora

mattutina. Vedendosi innanzi una brutta vecchia in luridi panni che

teneva per mano un fanciullo cencioso, la moglie del pittore credette le

si venisse a domandar l'elemosina, e senza aspettare altro disse

sollecita:

— Andate, andate con Dio, buona donna, qui non si ha nulla da darvi.

Ma la vecchia, facendosi innanzi a tenere il battente che Rosina voleva

di presente richiudere, si affrettò a dire:

— Noi non siamo mica ciò che Lei crede, _madama_. Siamo aspettati in

questa casa, dove ci abbiamo a che fare.

La Rosina spalancò tanto d'occhi.

— Siete aspettati? Avete da che fare qui dentro? Oh bella! Che cosa mai

ci avete da fare e chi siete?

Quella brutta vecchia contrappose a quelle una sua richiesta:

— Gli è ben qui che abita il signor Maurilio Nulla?

— Sì, che gli è qui.

— Suo marito forse?

— No, non è mio marito, nè mio parente nemmanco di nessuna maniera, ma

e' sta qui. Gli è con lui che avete qualche cosa da spartire?

— È stato lui che ci ha detto di venire e che ci aspetta. Faccia un po'

grazia di dirgliene: che c'è la _Gattona_ col _Gognino_, e vedrà.

A Rosina l'aspetto di quei due ispirava poca fiducia.

— Va bene: rispos'ella. Aspettate un momento che vado ad avvertirne

Maurilio.

E senza punto cerimonie chiuse l'uscio sul naso adunco della _Gattona_.

Maurilio dormiva gettatosi tutto vestito sul letto. Il freddo che lo

aveva colto gli allividiva le guancie e le mani da fargliele sembrare

mani e guancie di cadavere. Rosina, che pure aveva poca simpatia per

l'aspetto tenebroso e l'umore cupamente taciturno di quel giovane, nel

vedere profondo il segno d'un'intima sofferenza sui lineamenti di lui

addormentato, sentì un senso di compassione.

— Povero giovane! Esclamò ella. E' par morto addirittura.

E ne toccò lievemente la fronte che trovò fredda come marmo; ma a quel

tocco Maurilio si destò in sussulto.

— Che cosa c'è? Domandò egli sorgendo a sedere. Ah! la è Lei Rosina....

— C'è qui fuori una vecchia che dice che Lei l'aspetta e che si chiama

la _Gattona_.

— La _Gattona_? Ripetè meravigliato Maurilio, il quale non ricordava

punto in tal momento quel nome, nè l'avventura capitatagli la sera

innanzi.

— Ha seco un bardotto alto così, cui dà nome di _Gognino_.

— Ah sì, sì: esclamò allora Maurilio, a cui tornò la memoria di tutto; e

saltò in piedi giù del letto.

— Li ho dunque da introdurre? Disse Rosina.

— Sì, faccia il piacere; ho veramente detto loro di venire.

La vecchia e il fanciullo furono fatti entrare in quella stanza in cui

la notte avevan tenuto consiglio i congiurati.

— Eccoci qui, ad accettare la sua tanta carità: disse a Maurilio col suo

accento melato da volgare baciapile la _Gattona_, che intanto faceva

girare tutto intorno i suoi occhi cisposi per esaminare ogni cosa di

quella stanza. — Levati il berretto di capo, tu: soggiunse dando uno

scapellotto al ragazzo che stava lì colla sua aria di malavoglia; e

domanda al tuo benefattore se ha dormito bene.

_Gognino_ per tutta risposta si nascose dimenando le spalle dietro le

sottane della vecchia.

— Animo, su, non fare lo scimunito: insisteva la nonna, volendolo trarre

a forza di dietro a sè per farlo avanzare verso Maurilio; non mostrarti

più male educato di quello che sei. Santa Madonna del Carmine! Se

sapesse _madama_ (e si rivolgeva a Rosina la quale assisteva

curiosamente a quella scena), se sapesse le fatiche e i mali di stomaco

che mi costa questo benedetto sbarazzino... senza contare i denari! Gli

è un umorino che non ha il suo compagno, glie lo assicuro io... testardo

come un mulo, e malizioso come il fistolo... Io faccio di tutto per

ispirargli i sentimenti del timor di Dio e della buona creanza... Eh sì!

Gli è come lavar la testa all'asino... Dunque (e riparlava al marmocchio

a cui dava potenti strappate al braccio per tirarlo avanti) vuoi venir

fuori sì o no a fare il tuo dovere col signore?...

— Lasciatelo stare; interruppe Maurilio seccamente. Quando saremo soli

ce la diremo di sicuro fra di noi. Prendete i vostri dieci soldi voi, e

andatevene con Dio.

La vecchia prese i denari che Maurilio gli porgeva e torcendo il collo

da una parte, volgendo gli occhi in su, biascicò una litania di

ringraziamenti.

— Che il Signore e la Madonna e i Santi tutti del Paradiso la

benedicano. Io vado difilato al _Carmine _ a pregare per Lei... o alla

_Consolata_ se le piace di meglio...

— Pregate per voi o per chi altri vi aggrada. Io non cerco preghiere da

nessuno.

— Gesummaria! Disse fra sè la _Gattona_. Padre Bonaventura ha ragione: è

un eretico e miscredente.

— Oh sante piaghe! Soggiunse ella poi ad alta voce: le preghiere non

fanno mai male a nessuno. Però come la vuole. Lascio dunque _Gognino_

presso di Lei. E quando uscirai (disse al fanciullo levando l'indice per

fargliene notar di meglio l'intimazione) vieni tosto a raggiungermi

sulla porta del _Carmine_, e non baloccarti per istrada siccome è tuo

uso, neh? _Monsù_ e _Madama_ li riverisco.

Fece una profonda riverenza, che avrebbe contentato un maestro di ballo,

ed uscì, accompagnata sino all'uscio dalla moglie del pittore.

Questa non capiva bene l'atto di Maurilio, ed era ben lontana

dall'approvarlo. Fare la carità, anche la buona Rosina trovava una

bellissima cosa, ma quando se ne avesse i mezzi; e di Maurilio ella

sapeva come, coll'esercizio del suo povero mestiere, guadagnasse tanto

appena da bastare ai più stretti bisogni suoi. E poi che cosa voleva

egli fare di questo bambino che si faceva condurre in casa? Forse

mantenerlo? Oh sì ch'ella voleva quella giunta di carico alle gravezze

famigliari! Accompagnando la vecchia, Rosina, che era la più curiosa

delle donne, interrogò, e la _Gattona_, che era la più ciarliera, contò

tutto quello che era intravvenuto fra lei, suo nipote e Maurilio.

— Gli è matto per davvero: conchiuse la moglie di Vanardi, tornando

indietro dalla porta, dopo partita la vecchia. S'ei si mette in capo di

insegnare a leggere e scrivere a tutti gli straccioni che non lo sanno,

sì che mi sta fresco!

Maurilio aveva preso il fanciullo per mano e se l'era condotto seco

nella vicina stanza, dove ci aveva il suo letto. Rosina cedette alla

tentazione della sua irrefrenabile curiosità; si accostò pianamente

all'uscio, e messo l'occhio al buco della toppa, si diede ad ascoltare e

guardare.

Maurilio s'era seduto presso la finestra e teneva il fanciullo innanzi a

sè, passandogli carezzevolmente una mano sugl'ispidi, scarmigliati

capelli. L'espressione della sua faccia era quale Rosina non gli aveva

mai vista. Una nuova affettuosità raggiava dai suoi lineamenti strani ed

originali, una luce di tenerezza brillava ne' suoi occhi affondati.

Pareva che la sua fisionomia avesse deposto il velo scuro che

l'appannava per mostrare una espansività fino allora contenuta e

dissimulata. Quella faccia irregolare in tal momento pareva quasi

leggiadra.

— Mi riconosci ancora? Domandava egli al ragazzo con voce diversa

dall'usata ancor essa, e soave.

— Sì: gli è Lei che mi ha pagato da cena ieri sera.

— E ti ha egli fatto piacere che io ti abbia procurato una buona

satolla?

— Oh sì... Mi avviene così di rado..... Mi tocca sempre rosicchiare un

pezzo di pan nero e non altro.

— Dà retta, Luca, per qual ragione pare a te che io t'abbia fatto quel

piacere?

Il fanciullo levò i suoi occhioni larghi e sgranati in volto a Maurilio

e li fissò fra interrogatori, fra stupiti in quelli di lui, che in quel

punto, brillanti d'un sentimento d'ineffabile affetto, parevano anche

alla Rosina i più belli occhi del mondo. Da quello sguardo Luca non

sentiva nessuna soggezione, ma invece un'aggradevole sensazione

inesplicabile: ei non era mai stato guardato di quella maniera; gli

sembrava che una specie di calore gliene penetrasse nelle vene a

riconfortarlo; la figura di solito diffidente e maliziosa del ragazzo si

aprì ancor essa ad un'espressione più mite ed espansiva, quasi di

fiducia; non rispose nulla il meschinello, ma come se volesse con un

atto manifestare la nuova confidenza che nasceva in lui per quell'uomo

tuttavia sconosciuto, ei si fece più presso a Maurilio e gli pose una

mano sopra il ginocchio, tenendo sempre il suo sguardo affondato, per

così dire, in quello di lui.

Maurilio ripetè la sua domanda accarezzando al bambino con più tenerezza

le chiome.

— Ma... non saprei... per farmi piacere; rispose esitando _Gognino_.

— Sì; perchè ho provato per te un sentimento d'interesse che mi ha

spinto a farti del bene... Gli è quello appunto che si chiama voler

bene; nella qual cosa vi sono varii gradi, a cominciare da un

interessamento lieve e passeggero andando poi fino all'affetto profondo

e che dura sempre. Capisci quello che voglio dire?

— Capisco: disse lentamente _Gognino_; e ne' suoi occhi sempre fissi a

quel modo in chi gli parlava, passavano davvero certi lampi

d'intelligenza che erano come il risveglio dell'anima pensante.

Capisco... A me fino adesso nessuno ha voluto bene.

— E la nonna? Domandò Maurilio.

Il piccino scosse melanconicamente il capo senza pronunziare parola.

— Se tu te lo meriterai, te ne vorrò io del bene, e te ne vorrò sempre

più, a seconda che corrisponderai alle mie cure ed ai miei desiderii.

Quello stesso sentimento d'interesse che mi ha fatto darti da cena ieri

sera che avevi fame mi ha indotto a prenderti qui meco per farti un bene

ancora maggiore di quello che sia il saziarti di cibo. Il dar da

mangiare, vedi, è un benefizio a questo che si chiama corpo, che è quel

che si tocca e che si vede di noi; ma noi tutti abbiamo dentro una cosa

che nè si vede, nè si tocca, ma che è la miglior parte di noi, che anzi

è proprio ciò che fa noi stessi, ed è quella cosa che pensa e che vuole.

_Gognino_ allargava sempre più gli occhi.

— E questa cosa dentro c'è l'ho ancor io? Domandò egli con una serietà

che dinotava l'effetto che facevano in lui le parole di Maurilio così

nuove alle sue orecchie.

— Sì certo: rispondeva Maurilio. Tutti quanti gli uomini l'hanno del

pari, uguale se non nelle qualità, nella sostanza. Non hai tu mai

sentito a parlare dell'anima?

— Oh sì. La nonna mi conduce tutte le mattine in chiesa a sentir la

messa di padre Bonaventura e dice che gli è per salvar l'anima; ma io

non ho mai capito che cosa fosse.

— Senti! Ti avviene egli mai di ricordare qualche cosa che ti è avvenuto

nei giorni che sono passati? Oppure non ti avviene egli di desiderare

alcune volte di essere in qualche luogo o di far qualche cosa e benchè

tu sia, per esempio, in casa tua, non ti par egli di esser qua o colà

coi tuoi compagni?

— Oh sì! Esclamò il ragazzo nelle cui pupille correvano sempre più vivi

i lampi dell'intelligenza. Certe volte, seduto sulla cenere del camino

nella soffitta della nonna, mi piacerebbe essere sulla piazza a guizzare

sulle sgusciarole cogli altri, e gli è proprio come se ce li vedessi; ed

altre volte mi ricordo del bel verde che avevano la state gli alberi dei

viali e vorrei correrci sotto.

— Bene. Fa attenzione, Luca; in quei momenti tu non sei mica col tuo

corpo nè sulla piazza nè tampoco sui viali che a questa stagione sono

tutt'altro che verdi. Tu vedi quelle cose perchè le _pensi_. Gli è col

pensiero che sei colà, mentre il corpo sta nella soffitta: ora il

pensiero è la facoltà di quella parte interna di noi che si chiama

l'_anima_, ed è il modo con cui la si manifesta. Se io, saziando ieri

sera la tua fame, ho procacciato un bene al tuo corpo, facendoti venir

qui ad imparare ciò che sto per insegnarti voglio procacciare un bene

all'anima tua; e questo bene è assai più prezioso del primo, perchè anzi

tutto è duraturo, mentre quello è passeggero, e poi perchè ogni

miglioria dell'anima è quella in realtà che innalza l'uomo in raffronto

ai suoi simili e in cospetto di Dio.

— Ah! Esclamò il piccino, il quale si vedeva che cominciava a

comprendere in nube, entrando la sua intelligenza in una sfera tutto

novella, a cui non s'era ancora nemmanco affacciata.

— Che razza di discorsi gli va facendo? pensava intanto la Rosina. E' mi

pare sarebbe meglio ch'e' desse mano addirittura al catechismo.

— Or dunque, continuava Maurilio, s'io ti vorrò bene e se ti farò del

bene, non domando altro in compenso da te se non che tu pure abbia poi

per me alcuna affezione. Tu dici che nessuno ancora ti ha amato. Povero

bambino! Io pure passai una infanzia pari se non peggiore della tua; io

più che ogni altro posso capire la tua disgrazia e compassionarla a

dovere. Noi ci ameremo. Vien qui, dimmi tutto di te. Quanti anni hai?

— La nonna dice che ne ho dieci; ma nessuno vuol crederlo e dicono tutti

che all'aspetto ne mostro sette od otto.

— Tu non hai conosciuta tua madre?

Il piccino scosse gravemente la testa in segno negativo.

— Poveretto! Esclamò Maurilio con voce in cui vibrava una profonda

emozione. E ne hai tu qualche memoria, alcuna reliquia?

Luca seguitò a scuoter la testa di quel modo.

— Ci pensi tu qualche volta a tua madre?

— Sì: rispose il ragazzo quasi esitando: quando la nonna me ne parla.

— Almeno tu hai qualcheduno che l'ha conosciuta, che le appartenne e che

può parlarti di lei!... Io no.... E che cosa te ne dice la nonna?

— Dice che la è stata la sua sciagura e che la era una sgualdrina.

Gli occhi di Maurilio balenarono di sdegno.

— La disgraziata! Gridò egli. Oh non crederle, sai, Luca alla nonna; non

crederle queste cose di tua madre. La donna che ci ha dato la vita è per

noi sempre, dev'essere la più santa creatura dello universo. Fosse pur

anco la più vile e colpevole, il sublime ufficio della maternità la

nobilita innanzi ad ogni animo ammodo, per noi, a cui ella ha dato colla

sostanza delle sue vene la esistenza, la rende mediatrice fra la nostra

anima e Dio. Un santissimo vincolo è quello che lega e stringe la madre

alla sua creatura. Nel nostro cuore palpita il cuore della madre,

nell'anima di essa si appunta e vive, direi quasi, l'anima nostra. Nè

questo vincolo si rompe pur colla morte!...

Sollevò il capo e guardò innanzi a sè con occhio che brillava d'una

fiamma pressochè sovrumana.

— No, non si rompe! L'anima della madre è così congiunta, così

intrecciata con quella del figlio, cotanto l'avvolge e la compenetra,

che nemmanco la tomba non può separarnela del tutto. Ella — l'anima

amorosa materna — ci segue, ci sta presso, ci veglia, e se non può

materialmente farcisi scorgere, e se non può sfogare cogli amplessi

terreni l'affetto, forse, e senza forse, è quella che ne ispira i nostri

buoni pensieri, che ne infonde nei dolori calma e coraggio, che ci fa

entrare nell'animo la dolcezza tante volte di un misterioso inesplicabil

conforto.

Prese il ragazzo alle braccia e traendolo a sè, lo abbracciò con più

viva espansione d'affetto.

— Senti, Luca, seguitava egli con voce sempre più soavemente commossa e

dolcemente vibrante; non ti avvenne egli mai di vedere nelle visioni del

tuo sonno una pietosa figura di donna che ti sorridesse? Nelle ombre

della sera non hai mai visto disegnarsi innanzi a te, come in un

chiarore nebbioso, una vaga, aerea immagine? Non hai tu mai sentito qui

nel tuo capo come un susurro di parole amorose, qui entro il tuo petto

come il tepore di una mano che ti carezzasse il cuore?

Il bambino continuava a guardare co' suoi occhi sbarrati quell'uomo che

gli parlava sì nuove e per lui strane parole. Di certo egli non le

capiva bene e intieramente; ma pur tuttavia dallo sguardo scintillante

di Maurilio, dall'amplesso di lui, da quell'accento grave, tenero e

commosso, sentiva penetrare entro sè un ignoto influsso che glie ne

serpeva non senza gradevolezza nell'intimo, e suscitavagli non ancora

provati sentimenti nell'animo. Chinò il capo tacitamente in segno

affermativo, e il suo sguardo infantile e il suo viso patito e smunto

erano tutto pensosi.

— Ebbene, ripigliava con calore Maurilio, in quei momenti comunicava col

tuo spirito rinchiuso in questa tua carne lo spirito di tua madre. Se

l'esserci incontrati noi due ieri sera nel fango di quella ignobile

strada dove tu piangevi, potrà esserti un giovamento nella vita, siccome

io spero, tu ne dovrai ringraziare l'anima di tua madre. Essa fu che ti

pose sui miei passi, come la ignota madre mia mi condusse un giorno

dinanzi quel generoso che doveva destare alla vita la mia intelligenza:

e forse in questo istante le due anime pietose delle madri nostre sono

qui stesso che ci guardano, che ispirano in me l'affetto che mi detta

queste parole, in te quella commozione che t'impallidisce le guancie.

E l'occhio lucente di Maurilio si levava in alto, come a mirarvi i due

spiriti delle morte donne che aleggiassero sopra di loro; e le pupille

dilatate del fanciullo guardavano ancor esse fisse nello spazio incerte

ed immote, quasi vedessero anche loro aperto innanzi a sè il mondo delle

visioni ultraterrene.

— Luca: soggiunse con inesprimibile efficacia nell'accento il nostro

protagonista; io t'insegnerò per prima cosa quello che è uno dei

principali tuoi doveri: rispettare ed amare la memoria di tua madre.

T'insegnerò a pregare per lei, ed a pregar lei che t'assista. Le

preghiere dei sopravvivi giovano ai morti, e le preghiere della madre

morta placano la ferocità del destino pei figli, ottengono alla loro

anima la forza e la virtù. Forse ti avranno insegnato a pregare i santi,

perchè essi intercedano fra le nostre miserie e la grandezza di Dio; il

migliore di siffatti intercessori è l'anima di nostra madre.

In questo punto l'uscio si aprì vivamente ed entrò la Rosina, commossa,

cogli occhi inumiditi da due lagrimette. Ella era madre, la sua natura

era la più amorevole e pietosa; come avrebb'ella potuto ascoltare i

discorsi di Maurilio senza commoversi?

Ebbe rimorso della poca simpatia che aveva provato sino allora per quel

giovane melanconico e taciturno; e sentì quasi l'obbligo di farne subita

e manifesta ammenda. Senza curarsi punto di rivelare l'indiscrezione da

lei commessa nell'ascoltare dietro l'uscio, Rosina irruppe nella stanza

colla mano tesa verso Maurilio attonito a quella brusca interruzione.

— Bravo! Esclamò essa. Bravissimo! Queste sono belle parole e questi

sono bellissimi atti. La sua è una santa opera, e il buon Dio ne la

ricompenserà di sicuro.

Ed ecco che essa non aveva ancora finito di parlare quando sopravvenne

un fatto che pareva volerla pienamente contraddire, chi volesse cercare

negli avvenimenti immediati della vita terrena l'azione della giustizia

divina.

Una forte scampanellata data con mano robusta e che annunziava la

maggior premura del mondo, fece accorrere Rosina all'uscio del

quartiere. Vide affacciarsi un uomo a faccia sospetta e dietrogli nel

pianerottolo quattro altri individui con faccia non meno sospetta di

lui.

— Che cosa cercano? Domandò Rosina con aria niente affatto

incoraggiante, mettendosi fra i due battenti ad impedire il passo a

chicchessia, e pronta a richiuder bruscamente l'uscio sul muso a chi si

volesse avanzare.

— Cerchiamo tante cose: rispose con un dubbio sogghigno l'uomo che

veniva il primo; ma perchè le possiamo trovare, conviene che Ella ci

lasci venir dentro.

La moglie di Vanardi, che era la più coraggiosa donna del mondo, scosse

fieramente la testa.

— No signore. Non li lascierò entrare finchè non mi avranno detto chi

cercano e che cosa vogliono.

— Bene: rispose di nuovo quel medesimo che aveva parlato prima; abbiamo

da parlare ai signori Bigonci e Nulla, e quello che vogliamo lo diremo

loro.

Ma la donna inesorabile:

— Il signor Bigonci non c'è; il signor Nulla è occupato; mi dicano chi

essi sono e allora.....

— Oh quante ciancie! Esclamò quell'uomo impazientito. Ci lasci entrare

in nome del Re! Io sono impiegato di Polizia, e questi sono carabinieri

travestiti.

La Rosina, che si aspettava tanto a siffatta risposta, quanto a vedersi

cascare il fulmine tra' piedi, gettò un grido di meraviglia e si fece

indietro di un passo spaventata.

Poliziotto e carabinieri entrarono.

Antonio Vanardi che si stirava tranquillamente le braccia, destatosi

allor'allora dal sonno con cui aveva compensalo le ore perdute nella

notte, vide ad un punto entrargli in camera la moglie esterrefatta

dicendogli con voce tremante: — C'è la Polizia, ci sono i

carabinieri.... Cercano di Maurilio e del cantante.... Vieni presto di

là....

Il buon pittore fece un sobbalzo nel letto e divenne più bianco delle

sue lenzuola e più tremante di sua moglie.

— La Polizia! Balbettò egli. Misericordia! Sono venuti per

arrestarci.... Ah! lo sapevo che la doveva finire a questo modo.

— O Santo Dio! Sclamava la Rosina, giungendo le mani. Che cosa avete

dunque fatto?... Mi pareva bene che le vostre misteriose combriccole

avevano qualche cosa di losco....

— Zitto! Zitto!... Hanno dimandato anche di me?

— No, finora.

Vanardi mandò un respiro e si cacciò ben bene sotto le coltri.

— Se ne domandano, di' loro che son malato, molto ammalato.... Io

frattanto non mi muovo di qua.

Il poliziotto e i carabinieri s'erano messi a frugare e rifrugare

dappertutto, cominciando dalle robe di Medoro Bigonci che s'erano fatte

rammostrare per prime; ma il baule del povero cantante era il più

innocente che si potesse trovare, e non la menoma carta sospetta, nè il

più piccolo libro proibito compensò i carabinieri della loro fatica.

Passarono quindi alle cose che appartenevano agli altri giovani amici,

ma la prudenza li aveva consigliati opportunamente a non custodire

presso di sè nessun documento, nè oggetto qualsiasi pericoloso, e i

carabinieri non poterono sequestrare che lettere indifferenti e

manoscritti di tentativi ed abbozzi letterari.

Vennero poscia allo stipo in cui Maurilio aveva riposte le poche sue

robe.

— La chiave di questa serratura? Domandò imperiosamente l'agente di

Polizia.

Maurilio assisteva a quell'avvenimento con una impressione d'allarme che

non sapeva e non cercava nemmanco dissimulare. Il suo era chiaro e netto

un contegno da colpevole; ed un birro qualunque, per poco fosse pratico

del mestiere, lo avrebbe arrestato anche senza nessun ordine in

proposito, solamente al vederne la faccia turbata e l'occhio smarrito.

Innanzi a quella forza materiale rivestita dell'autorità della legge,

cui gli rappresentavano gli agenti della Sicurezza Pubblica, la sua

debolezza fisica si sentiva profondamente sgomenta. E poi, di botto

s'era ridestata in lui l'idea del carcere quale lo aveva sofferto un

tempo in compagnia de' più tristi mariuoli del mondo, di Stracciaferro e

di Graffigna; ed egli rivedendosi in quell'infame purgatorio, sentina

d'ogni scelleratezza, sentiva un profondo tremore scuotergli le più

intime fibre. Che cosa non avrebbe dato, che non avrebbe fatto per

salvarsi da quell'orrida prospettiva che gli si parava dinanzi? La

personalità di questo infelice, come già ho cercato di far comprendere,

componevasi quasi di due, l'una dall'altra grandemente distinta e così

diversa che per poco non dico opposta. Dove si trattasse di contrasto di

idee, di lotta morale, la forza intellettiva che era in lui destava e

faceva adergersi una individualità risoluta, potente, ardimentosa nella

volontà e nella parola: quando fossero in giuoco le forze brutali della

materia, nell'uomo s'incontrassero, o nella natura, o nelle istituzioni

sociali, la debolezza dei nervi e dei muscoli nel suo corpo fin

dall'infanzia immiserito dalle privazioni, dai maltrattamenti, dalle

sofferenze d'ogni sorta, non lasciava più essere in lui che una

individualità timida, umile, pieghevole, conscia troppo della sua

inferiorità e del suo nulla. Impressionabile qual era la sua natura

sotto questo rispetto, siccome egli poteva da un subito sdegno attingere

la fiamma fugace d'un impeto momentaneo di coraggio, così troppo

miseramente s'abbandonava all'accasciamento, quasi direi, alla viltà del

timore. In quest'istante era il timor solo che lo dominava. Se alcuno

de' suoi amici fosse stato presente, avrebbe potuto col suo risoluto

contegno infondere un poco di fermezza anche in lui: ma solo, in

presenza delle faccie torve e delle parole minacciose degli agenti della

forza pubblica, il povero e debole trovatello non aveva che soggezione,

abbattimento e paura.

Alla richiesta che il poliziotto fece della chiave dello stipo, Maurilio

si riscosse e si accostò tremando.

— L'ho io: balbettò egli colle labbra spallidite: quella roba è mia.

— Tanto meglio! Disse con accento ancora più ruvido l'agente di polizia,

il quale, come suole di siffatta gente, di tanto si faceva più

grossolano e prepotente di quanto trovava maggiore innanzi a sè la

cedevolezza. — Gli è giusto quello che vogliamo vedere: qui subito

quella chiave.

Il giovane glie la diede. Lo stipo fu aperto, i panni sciorinati, ogni

cosa frugata, sequestrato lo scartafaccio in cui Maurilio soleva

scrivere in pagine che nessuno aveva visto, nè secondo il suo concetto

doveva veder mai, il più recondito dei suoi pensieri; scartafaccio su

cui egli stesso aveva scritto la parola =farragine=. Fra i varii oggetti

cadde eziandio in mano al poliziotto l'involto in cui erano contenuti il

rosario, il bottone da livrea e la lettera che erano stati trovati

addosso all'infante abbandonato sulla strada.

Maurilio, che aveva visto con immensa pena afferrato, brancicato e

sequestrato il suo manoscritto dall'agente di polizia, e non aveva pur

osato far motto, ora vedendo quell'involto per lui sacro nelle mani

profane d'un carabiniere, ebbe il coraggio di prorompere supplicando:

— Ah no, codesto! Non mi tolgano codesto, per carità!

Siffatta supplicazione era acconcia ad accrescere ancora la voglia di

vedere che cosa quell'involto contenesse; ma nello spiegar la carta, la

mano grossolana del carabiniere lasciò cader per terra il bottone

d'argento, il quale andò a rotolare tra i piedi di _Gognino_, che era

stato lì interito a mirare quella scena, senza quasi trarre nè anco il

fiato. Il nipote della _Gattona_ raccolse quell'oggetto luccicante, lo

guardò e disse non senza meraviglia:

— To' to', il bottone della nonna!

Benchè turbatissimo fosse in quel momento Maurilio, le parole di

_Gognino_ gli fecero una profonda impressione: fu d'un balzo presso al

ragazzo, e prendendogli il bottone di mano, lo interrogò con voce

soffocata per emozione:

— Che dici tu? Che cosa vuoi tu significare? Come questa cosa

potrebb'ella essere della tua nonna?

— Io voglio dire, rispose il fanciullo, che la nonna ha un bottone tale

e quale come questo, e che la lo tien prezioso per non so che memoria.

Maurilio divenne infuocato in volto pel subito, tumultuoso precipitarsi

del sangue commosso al cervello. Le orecchie gli tintinnirono, gli occhi

ebbero dinanzi uno scintillio; mille idee gl'invasero confuse e

disordinate la mente: il cuore sentì mancarsi il battito in uno spasimo

di subita passione, gli parve che la mano del destino gli comparisse

d'un tratto davanti ad aprirgli il mistero della sua vita.

Le seguenti supposizioni ed induzioni si urtarono e s'intrecciarono nel

suo capo: — Che un legame esista fra me e quell'orrida vecchia di vita

infame!... Cielo! ch'ella fosse mia madre!... La subita compassione da

me provata per questo bambino e il proposito fatto di venire in suo

soccorso, altro non sono forse che l'effetto d'un vincolo di sangue onde

siamo uniti... Quella sarebbe la mia famiglia?...

Provò un sentimento d'orrore e di ripugnanza indicibile. Ad

aumentarglielo si affacciò alla sua mente il pensiero della beltà

aristocratica di madamigella Virginia, da lui segretamente adorata. Qual

nuovo abisso si scavava egli mai fra lui e l'idolo del cuor suo! Oh

meglio esser figliuolo di nessuno che il figlio d'una donna infame!...

Tutto questo rovinìo di dolorosi pensieri era passato nel suo cervello

colla rapidità del baleno, e gli aveva lasciato nell'anima l'ansietà

d'una inquietudine insopportabile.

— Vieni: diss'egli a _Gognino_ prendendolo per mano; conducimi tosto

dalla tua nonna. Bisogna ch'io le parli.

— Piano! Gridò il poliziotto mettendoglisi dinanzi. Di qua, signor mio,

non s'esce che per venire con noi, perchè Lei è in arresto.

L'esaltazione di Maurilio cadde di botto. Vide innanzi a sè, come una

voragine spalancata ad ingoiarlo, la carcere e la infamia del nome; si

lasciò cader seduto, fattosi pallido come un cadavere, e desiderò

realmente in quell'istante morire.

Antonio Vanardi ne andò immune per quella volta colla sola paura; ma

questa fu tale che in quel momento egli si promise di rinunziare affatto

al poco fruttuoso mestiere di congiurato. Maurilio supplicò dal delegato

di polizia che quegli oggetti che erano per lui un tesoro ed una

reliquia non fossero presi cogli altri di cui i carabinieri avevan fatto

bottino; e il delegato che giudicò a nulla importare per nessun verso

quelle poche robe, acconsentì. Maurilio partendo consegnò l'involto alla

Rosina, pregandola di custodirglielo.

Dieci minuti dopo il nostro protagonista, condotto ancor egli al Palazzo

Madama, come già era avvenuto a Benda e Selva, trovavasi innanzi alla

faccia burbera, villana, prepotente e terribile a chicchessia del signor

commissario Tofi.

_Gognino_ intanto, uscito di casa il pittore, s'era affrettato a recarsi

alla chiesa del _Carmine_, dove la nonna aveva detto di aspettarlo.

La _Gattona_ si stupì di veder giungere così presto il ragazzo, e questi

raccontò quello che era avvenuto. Colle sue interrogazioni la vecchia

spillò dal nipote ogni cosa e parola che là si fosse fatta o detta.

— Che balordaggini, che eresie son queste onde ti vuole empire il capo!

Esclamava la donna indegnata. Dire che non bisogna pregare i santi, ma

pregare l'anima della madre! Ce n'è tanto da andare all'inferno diritto

come un fuso. Vedi mo' se Padre Bonaventura non aveva ragione a giudicar

male di codestui! E bisognerà ripetere esattamente al buon padre gesuita

quanto hai visto ed udito. Lo hanno arrestato? Ben gli sta! Chi sa che

orrori avrà commesso! Già quella gente lì, senza religione, sono capaci

di tutto.

Per ultimo _Gognino_ contò l'affare del bottone, come un episodio senza

nessuna importanza; ma non lo giudicò tale la _Gattona_, che parve

invece molto interessarsene.

— Che? Davvero? Tu l'hai proprio visto bene?

— Sì.

— Ed è proprio uguale a quello che tengo io?

— Precisamente.

— Questa è strana! Un simile oggetto in suo potere, e quel nome di

Maurilio... Oh bisogna che io glie ne parli subito subito a Padre

Bonaventura.

E recossi diffatti senza indugio in sacristia a far chiedere del frate,

col quale ebbe un lungo e segretissimo colloquio, a cui noi non

assisteremo per seguitare invece il povero Maurilio innanzi al

Commissario, un debole passero negli artigli d'un girifalco.

Il commissario Tofi era d'un umore feroce; aveva bisogno di qualche

agnellino di suddito senz'autorità, da mettere sotto i suoi denti da

lupo di poliziotto. I dialoghi che aveva avuti con Benda e con Selva

l'avevano profondamente irritato. Benda aveva mostrato della dignità,

Selva un'audacia d'indignazione che era tornata al bravo sor Commissario

insopportabilmente temeraria. Le sue minaccie e le sue prepotenze si

erano spuntate contro il fermo viso di due giovani che non avevano

paura: egli era arrabbiato come un attore a cui è mancato il successo.

Ah! se gli si fosse presentata l'occasione di ricattarsene! La sua buona

sorte glie la menò innanzi, quest'occasione, colla povera figura

impaurita del povero Maurilio.

Pel signor Tofi tutta l'umanità si divideva in tre categorie: la prima

quella che bisognava rispettare: i nobili, i preti, i militari e gli

alti impiegati dello Stato; per costoro consentiva a piegare la sua

rigida persona, li trattava col _lustrissimo_ e ringuainava innanzi a

loro le sue villanie; l'ultima invece era quella della gente da nulla,

dei maltrattabili e strapazzabili a talento, a cui poteva dare del _tu_

e del _voi_ a seconda, chiamarli canaglia, e mettere i pugni sotto il

naso; innanzi a costoro egli sfolgorava in tutta l'imponenza della sua

terribilità, e faceva sulle curve cervici rombare il tuono delle sue

minaccie di forca e di galera. Fra queste due classi tramezzava una

terza, a suo senno, ibrida e spuria, che non aveva l'autorità della

prima nè la umiltà e la malleabilità della terza, che non poteva imporre

il rispetto e pur si ribellava ai sergozzoni morali e fisici

dell'arbitrio poliziesco; la borghesia in una parola, cui il commissario

Tofi odiava appunto con tutto l'animo, perchè non aveva da temerla, e

non poteva vedersela così rassegnata come avrebbe voluto all'onore che

il Governo le faceva di calpestarla, ed egli di svillaneggiarla

all'occorrenza.

In fondo, in fondo, la sua predilezione era per l'ultima di quelle tre

classi — la plebe — verso cui pure egli si dava il gusto di una vera

orgia di prepotenze. E questa era una appunto delle ragioni della sua

preferenza. Un povero plebeo egli lo poteva fare arrestare, spaventare,

maltrattare, tenere un po' di giorni a pane ed acqua nei fossi del

Palazzo Madama, poi mandarlo con Dio, senza che alcuno si pensasse mai

di muoverne il menomo richiamo; e il poveretto liberato veniva ancora a

ringraziare il Commissario, che lo congedava fieramente accigliato con

un'ultima benedizione di tremende minaccie. Oltre ciò, egli, il

Commissario, usciva da quella classe, e nelle sue vene gli era il sangue

plebeo che animava la sua popolana prepotenza; l'influsso della razza

esercitava il suo effetto su ciò che potevano dirsi le sue affezioni.

Dalla olimpica schiatta dei potenti e dei superiori non era stato che,

durante la sua carriera, Tofi non ricevesse qualche ingiustizia e

qualche sopruso; ei si curvava innanzi a tutto; la sua devozione

monarchica e governativa non n'era punto sminuita, ma che non restasse

nulla nulla in lui di amarezza, sarebbe stato un pretender troppo.

Cogli straccioni poi la sua villania era piena di franchezza e di

libertà, frammista qualche volta ad una famigliarità confidente, quasi

affettuosa. Preferiva d'aver da fare con un ladro da trivio o con un

assassino di strade che colla superbia pervicace d'un avvocato liberale.

Un buon delitto, ben combinato, egli lo trovava interessante; le

opinioni di chi avrebbe voluto essere governato diversamente, non le

comprendeva e giudicava qualche cosa d'assurdo e di perfido.

Appena gli fu condotto innanzi Maurilio, il Commissario stimò che questi

era precisamente della razza degli umili, a cui monsignore il lupo _en

les croquant_ fa un insigne onore, e il suo animo irritato ne provò un

intimo soddisfacimento. Tofi passeggiava secondo il solito in lungo e in

largo per la stanza in cui l'abbiamo visto interrogare Francesco Benda;

aveva sempre il suo cappellone piantato fin sugli occhi e le manaccie

affondate nelle grosse tasche del suo lungo soprabito; le sue folte

sopracciglia si toccavano e facevano una riga sola al di sopra delle sue

pupille feroci, tanto era aggrottata la fronte; le linee della bocca

parevano un arco teso per saettare la minaccia.

Allo sdegno suscitato nel Commissario dalla risolutezza di Benda e di

Selva, s'aggiungeva quello che gli cagionò la novella non essersi potuto

trovare in nessun luogo quel tale Medoro Bigonci. Tofi aveva davvero

bisogno di uno sfogo. Esaminò un istante la faccia turbata e i panni

logori del giovane, e seppe che cosa pensare sul conto di lui. Lo trattò

in conseguenza; e la fiera severità del Commissario si ripercoteva sulle

faccie burbere dei carabinieri che accompagnavano Maurilio, sul muso

sbarbato dello scrivano seduto al tavolino. L'arrestato non vedeva

intorno a sè che espressioni di condanna, presagi per lui della peggior

sorte. Tofi lo sottopose ad una vera tortura morale colle minaccie d'una

prigionia perpetua e peggio; e l'animo del giovane, per quanto gli era

successo quella mattina, era così sconvolto che avrebbe forse lasciato

sfuggire il capitale segreto, quando per fortuna si venne a chiamare il

Commissario da parte del conte Barranchi, il quale ordinava si recasse

da lui senza il menomo indugio.

Tofi comandò che Maurilio fosse rinchiuso in una delle carceri del

medesimo Palazzo Madama e s'affrettò di ubbidire al cenno del capo

supremo della Polizia.

Maurilio fu tratto in una delle stanze sotterranee del castello; ma colà

dentro udì suonare una voce amica, una mano benevola si porse verso di

lui, ed egli si trovò fra le braccia di Giovanni Selva. La sua anima,

subitamente riconfortata, al contatto di quell'indole coraggiosa e forte

era salva da ogni pericolo di debolezza e di viltà.

La plebe, parte II · 第 22 / 37 题