Prima di assistere all'importante abboccamento che sta per aver luogo
fra Gian-Luigi e Mario Tiburzio, l'ordine cronologico degli avvenimenti
vuole che vediamo ciò che succedesse in casa del pittore Vanardi in quel
frattempo in cui avvenivano le scene ond'erano teatro l'abitazione e la
fabbrica dei Benda.
Dal quartiere in cui dimoravano i giovani amici, Mario Tiburzio era
partito prima ancora dell'alba, Giovanni Selva erasi allontanato poco
dopo per correre dove abbiam visto, e Romualdo un po' più tardi era
uscito per le sue faccende: non rimanevano adunque che Vanardi e
Maurilio, e Rosina la moglie del primo. Mentre la donna, con
quell'alacrità da buona massaia che era una delle sue principali virtù,
si dava intorno ad ordinare la casa, Vanardi che aveva litigato fin
tardi nella notte colla curiosità della moglie e Maurilio che fino al
mattino era stato raccontando i casi suoi a Giovanni, dormivano
tuttavia, quando una scampanellata fece accorrere all'uscio del ripiano
la Rosina impazientita che si venisse a disturbarla a quell'ora
mattutina. Vedendosi innanzi una brutta vecchia in luridi panni che
teneva per mano un fanciullo cencioso, la moglie del pittore credette le
si venisse a domandar l'elemosina, e senza aspettare altro disse
sollecita:
— Andate, andate con Dio, buona donna, qui non si ha nulla da darvi.
Ma la vecchia, facendosi innanzi a tenere il battente che Rosina voleva
di presente richiudere, si affrettò a dire:
— Noi non siamo mica ciò che Lei crede, _madama_. Siamo aspettati in
questa casa, dove ci abbiamo a che fare.
La Rosina spalancò tanto d'occhi.
— Siete aspettati? Avete da che fare qui dentro? Oh bella! Che cosa mai
ci avete da fare e chi siete?
Quella brutta vecchia contrappose a quelle una sua richiesta:
— Gli è ben qui che abita il signor Maurilio Nulla?
— Sì, che gli è qui.
— Suo marito forse?
— No, non è mio marito, nè mio parente nemmanco di nessuna maniera, ma
e' sta qui. Gli è con lui che avete qualche cosa da spartire?
— È stato lui che ci ha detto di venire e che ci aspetta. Faccia un po'
grazia di dirgliene: che c'è la _Gattona_ col _Gognino_, e vedrà.
A Rosina l'aspetto di quei due ispirava poca fiducia.
— Va bene: rispos'ella. Aspettate un momento che vado ad avvertirne
Maurilio.
E senza punto cerimonie chiuse l'uscio sul naso adunco della _Gattona_.
Maurilio dormiva gettatosi tutto vestito sul letto. Il freddo che lo
aveva colto gli allividiva le guancie e le mani da fargliele sembrare
mani e guancie di cadavere. Rosina, che pure aveva poca simpatia per
l'aspetto tenebroso e l'umore cupamente taciturno di quel giovane, nel
vedere profondo il segno d'un'intima sofferenza sui lineamenti di lui
addormentato, sentì un senso di compassione.
— Povero giovane! Esclamò ella. E' par morto addirittura.
E ne toccò lievemente la fronte che trovò fredda come marmo; ma a quel
tocco Maurilio si destò in sussulto.
— Che cosa c'è? Domandò egli sorgendo a sedere. Ah! la è Lei Rosina....
— C'è qui fuori una vecchia che dice che Lei l'aspetta e che si chiama
la _Gattona_.
— La _Gattona_? Ripetè meravigliato Maurilio, il quale non ricordava
punto in tal momento quel nome, nè l'avventura capitatagli la sera
innanzi.
— Ha seco un bardotto alto così, cui dà nome di _Gognino_.
— Ah sì, sì: esclamò allora Maurilio, a cui tornò la memoria di tutto; e
saltò in piedi giù del letto.
— Li ho dunque da introdurre? Disse Rosina.
— Sì, faccia il piacere; ho veramente detto loro di venire.
La vecchia e il fanciullo furono fatti entrare in quella stanza in cui
la notte avevan tenuto consiglio i congiurati.
— Eccoci qui, ad accettare la sua tanta carità: disse a Maurilio col suo
accento melato da volgare baciapile la _Gattona_, che intanto faceva
girare tutto intorno i suoi occhi cisposi per esaminare ogni cosa di
quella stanza. — Levati il berretto di capo, tu: soggiunse dando uno
scapellotto al ragazzo che stava lì colla sua aria di malavoglia; e
domanda al tuo benefattore se ha dormito bene.
_Gognino_ per tutta risposta si nascose dimenando le spalle dietro le
sottane della vecchia.
— Animo, su, non fare lo scimunito: insisteva la nonna, volendolo trarre
a forza di dietro a sè per farlo avanzare verso Maurilio; non mostrarti
più male educato di quello che sei. Santa Madonna del Carmine! Se
sapesse _madama_ (e si rivolgeva a Rosina la quale assisteva
curiosamente a quella scena), se sapesse le fatiche e i mali di stomaco
che mi costa questo benedetto sbarazzino... senza contare i denari! Gli
è un umorino che non ha il suo compagno, glie lo assicuro io... testardo
come un mulo, e malizioso come il fistolo... Io faccio di tutto per
ispirargli i sentimenti del timor di Dio e della buona creanza... Eh sì!
Gli è come lavar la testa all'asino... Dunque (e riparlava al marmocchio
a cui dava potenti strappate al braccio per tirarlo avanti) vuoi venir
fuori sì o no a fare il tuo dovere col signore?...
— Lasciatelo stare; interruppe Maurilio seccamente. Quando saremo soli
ce la diremo di sicuro fra di noi. Prendete i vostri dieci soldi voi, e
andatevene con Dio.
La vecchia prese i denari che Maurilio gli porgeva e torcendo il collo
da una parte, volgendo gli occhi in su, biascicò una litania di
ringraziamenti.
— Che il Signore e la Madonna e i Santi tutti del Paradiso la
benedicano. Io vado difilato al _Carmine _ a pregare per Lei... o alla
_Consolata_ se le piace di meglio...
— Pregate per voi o per chi altri vi aggrada. Io non cerco preghiere da
nessuno.
— Gesummaria! Disse fra sè la _Gattona_. Padre Bonaventura ha ragione: è
un eretico e miscredente.
— Oh sante piaghe! Soggiunse ella poi ad alta voce: le preghiere non
fanno mai male a nessuno. Però come la vuole. Lascio dunque _Gognino_
presso di Lei. E quando uscirai (disse al fanciullo levando l'indice per
fargliene notar di meglio l'intimazione) vieni tosto a raggiungermi
sulla porta del _Carmine_, e non baloccarti per istrada siccome è tuo
uso, neh? _Monsù_ e _Madama_ li riverisco.
Fece una profonda riverenza, che avrebbe contentato un maestro di ballo,
ed uscì, accompagnata sino all'uscio dalla moglie del pittore.
Questa non capiva bene l'atto di Maurilio, ed era ben lontana
dall'approvarlo. Fare la carità, anche la buona Rosina trovava una
bellissima cosa, ma quando se ne avesse i mezzi; e di Maurilio ella
sapeva come, coll'esercizio del suo povero mestiere, guadagnasse tanto
appena da bastare ai più stretti bisogni suoi. E poi che cosa voleva
egli fare di questo bambino che si faceva condurre in casa? Forse
mantenerlo? Oh sì ch'ella voleva quella giunta di carico alle gravezze
famigliari! Accompagnando la vecchia, Rosina, che era la più curiosa
delle donne, interrogò, e la _Gattona_, che era la più ciarliera, contò
tutto quello che era intravvenuto fra lei, suo nipote e Maurilio.
— Gli è matto per davvero: conchiuse la moglie di Vanardi, tornando
indietro dalla porta, dopo partita la vecchia. S'ei si mette in capo di
insegnare a leggere e scrivere a tutti gli straccioni che non lo sanno,
sì che mi sta fresco!
Maurilio aveva preso il fanciullo per mano e se l'era condotto seco
nella vicina stanza, dove ci aveva il suo letto. Rosina cedette alla
tentazione della sua irrefrenabile curiosità; si accostò pianamente
all'uscio, e messo l'occhio al buco della toppa, si diede ad ascoltare e
guardare.
Maurilio s'era seduto presso la finestra e teneva il fanciullo innanzi a
sè, passandogli carezzevolmente una mano sugl'ispidi, scarmigliati
capelli. L'espressione della sua faccia era quale Rosina non gli aveva
mai vista. Una nuova affettuosità raggiava dai suoi lineamenti strani ed
originali, una luce di tenerezza brillava ne' suoi occhi affondati.
Pareva che la sua fisionomia avesse deposto il velo scuro che
l'appannava per mostrare una espansività fino allora contenuta e
dissimulata. Quella faccia irregolare in tal momento pareva quasi
leggiadra.
— Mi riconosci ancora? Domandava egli al ragazzo con voce diversa
dall'usata ancor essa, e soave.
— Sì: gli è Lei che mi ha pagato da cena ieri sera.
— E ti ha egli fatto piacere che io ti abbia procurato una buona
satolla?
— Oh sì... Mi avviene così di rado..... Mi tocca sempre rosicchiare un
pezzo di pan nero e non altro.
— Dà retta, Luca, per qual ragione pare a te che io t'abbia fatto quel
piacere?
Il fanciullo levò i suoi occhioni larghi e sgranati in volto a Maurilio
e li fissò fra interrogatori, fra stupiti in quelli di lui, che in quel
punto, brillanti d'un sentimento d'ineffabile affetto, parevano anche
alla Rosina i più belli occhi del mondo. Da quello sguardo Luca non
sentiva nessuna soggezione, ma invece un'aggradevole sensazione
inesplicabile: ei non era mai stato guardato di quella maniera; gli
sembrava che una specie di calore gliene penetrasse nelle vene a
riconfortarlo; la figura di solito diffidente e maliziosa del ragazzo si
aprì ancor essa ad un'espressione più mite ed espansiva, quasi di
fiducia; non rispose nulla il meschinello, ma come se volesse con un
atto manifestare la nuova confidenza che nasceva in lui per quell'uomo
tuttavia sconosciuto, ei si fece più presso a Maurilio e gli pose una
mano sopra il ginocchio, tenendo sempre il suo sguardo affondato, per
così dire, in quello di lui.
Maurilio ripetè la sua domanda accarezzando al bambino con più tenerezza
le chiome.
— Ma... non saprei... per farmi piacere; rispose esitando _Gognino_.
— Sì; perchè ho provato per te un sentimento d'interesse che mi ha
spinto a farti del bene... Gli è quello appunto che si chiama voler
bene; nella qual cosa vi sono varii gradi, a cominciare da un
interessamento lieve e passeggero andando poi fino all'affetto profondo
e che dura sempre. Capisci quello che voglio dire?
— Capisco: disse lentamente _Gognino_; e ne' suoi occhi sempre fissi a
quel modo in chi gli parlava, passavano davvero certi lampi
d'intelligenza che erano come il risveglio dell'anima pensante.
Capisco... A me fino adesso nessuno ha voluto bene.
— E la nonna? Domandò Maurilio.
Il piccino scosse melanconicamente il capo senza pronunziare parola.
— Se tu te lo meriterai, te ne vorrò io del bene, e te ne vorrò sempre
più, a seconda che corrisponderai alle mie cure ed ai miei desiderii.
Quello stesso sentimento d'interesse che mi ha fatto darti da cena ieri
sera che avevi fame mi ha indotto a prenderti qui meco per farti un bene
ancora maggiore di quello che sia il saziarti di cibo. Il dar da
mangiare, vedi, è un benefizio a questo che si chiama corpo, che è quel
che si tocca e che si vede di noi; ma noi tutti abbiamo dentro una cosa
che nè si vede, nè si tocca, ma che è la miglior parte di noi, che anzi
è proprio ciò che fa noi stessi, ed è quella cosa che pensa e che vuole.
_Gognino_ allargava sempre più gli occhi.
— E questa cosa dentro c'è l'ho ancor io? Domandò egli con una serietà
che dinotava l'effetto che facevano in lui le parole di Maurilio così
nuove alle sue orecchie.
— Sì certo: rispondeva Maurilio. Tutti quanti gli uomini l'hanno del
pari, uguale se non nelle qualità, nella sostanza. Non hai tu mai
sentito a parlare dell'anima?
— Oh sì. La nonna mi conduce tutte le mattine in chiesa a sentir la
messa di padre Bonaventura e dice che gli è per salvar l'anima; ma io
non ho mai capito che cosa fosse.
— Senti! Ti avviene egli mai di ricordare qualche cosa che ti è avvenuto
nei giorni che sono passati? Oppure non ti avviene egli di desiderare
alcune volte di essere in qualche luogo o di far qualche cosa e benchè
tu sia, per esempio, in casa tua, non ti par egli di esser qua o colà
coi tuoi compagni?
— Oh sì! Esclamò il ragazzo nelle cui pupille correvano sempre più vivi
i lampi dell'intelligenza. Certe volte, seduto sulla cenere del camino
nella soffitta della nonna, mi piacerebbe essere sulla piazza a guizzare
sulle sgusciarole cogli altri, e gli è proprio come se ce li vedessi; ed
altre volte mi ricordo del bel verde che avevano la state gli alberi dei
viali e vorrei correrci sotto.
— Bene. Fa attenzione, Luca; in quei momenti tu non sei mica col tuo
corpo nè sulla piazza nè tampoco sui viali che a questa stagione sono
tutt'altro che verdi. Tu vedi quelle cose perchè le _pensi_. Gli è col
pensiero che sei colà, mentre il corpo sta nella soffitta: ora il
pensiero è la facoltà di quella parte interna di noi che si chiama
l'_anima_, ed è il modo con cui la si manifesta. Se io, saziando ieri
sera la tua fame, ho procacciato un bene al tuo corpo, facendoti venir
qui ad imparare ciò che sto per insegnarti voglio procacciare un bene
all'anima tua; e questo bene è assai più prezioso del primo, perchè anzi
tutto è duraturo, mentre quello è passeggero, e poi perchè ogni
miglioria dell'anima è quella in realtà che innalza l'uomo in raffronto
ai suoi simili e in cospetto di Dio.
— Ah! Esclamò il piccino, il quale si vedeva che cominciava a
comprendere in nube, entrando la sua intelligenza in una sfera tutto
novella, a cui non s'era ancora nemmanco affacciata.
— Che razza di discorsi gli va facendo? pensava intanto la Rosina. E' mi
pare sarebbe meglio ch'e' desse mano addirittura al catechismo.
— Or dunque, continuava Maurilio, s'io ti vorrò bene e se ti farò del
bene, non domando altro in compenso da te se non che tu pure abbia poi
per me alcuna affezione. Tu dici che nessuno ancora ti ha amato. Povero
bambino! Io pure passai una infanzia pari se non peggiore della tua; io
più che ogni altro posso capire la tua disgrazia e compassionarla a
dovere. Noi ci ameremo. Vien qui, dimmi tutto di te. Quanti anni hai?
— La nonna dice che ne ho dieci; ma nessuno vuol crederlo e dicono tutti
che all'aspetto ne mostro sette od otto.
— Tu non hai conosciuta tua madre?
Il piccino scosse gravemente la testa in segno negativo.
— Poveretto! Esclamò Maurilio con voce in cui vibrava una profonda
emozione. E ne hai tu qualche memoria, alcuna reliquia?
Luca seguitò a scuoter la testa di quel modo.
— Ci pensi tu qualche volta a tua madre?
— Sì: rispose il ragazzo quasi esitando: quando la nonna me ne parla.
— Almeno tu hai qualcheduno che l'ha conosciuta, che le appartenne e che
può parlarti di lei!... Io no.... E che cosa te ne dice la nonna?
— Dice che la è stata la sua sciagura e che la era una sgualdrina.
Gli occhi di Maurilio balenarono di sdegno.
— La disgraziata! Gridò egli. Oh non crederle, sai, Luca alla nonna; non
crederle queste cose di tua madre. La donna che ci ha dato la vita è per
noi sempre, dev'essere la più santa creatura dello universo. Fosse pur
anco la più vile e colpevole, il sublime ufficio della maternità la
nobilita innanzi ad ogni animo ammodo, per noi, a cui ella ha dato colla
sostanza delle sue vene la esistenza, la rende mediatrice fra la nostra
anima e Dio. Un santissimo vincolo è quello che lega e stringe la madre
alla sua creatura. Nel nostro cuore palpita il cuore della madre,
nell'anima di essa si appunta e vive, direi quasi, l'anima nostra. Nè
questo vincolo si rompe pur colla morte!...
Sollevò il capo e guardò innanzi a sè con occhio che brillava d'una
fiamma pressochè sovrumana.
— No, non si rompe! L'anima della madre è così congiunta, così
intrecciata con quella del figlio, cotanto l'avvolge e la compenetra,
che nemmanco la tomba non può separarnela del tutto. Ella — l'anima
amorosa materna — ci segue, ci sta presso, ci veglia, e se non può
materialmente farcisi scorgere, e se non può sfogare cogli amplessi
terreni l'affetto, forse, e senza forse, è quella che ne ispira i nostri
buoni pensieri, che ne infonde nei dolori calma e coraggio, che ci fa
entrare nell'animo la dolcezza tante volte di un misterioso inesplicabil
conforto.
Prese il ragazzo alle braccia e traendolo a sè, lo abbracciò con più
viva espansione d'affetto.
— Senti, Luca, seguitava egli con voce sempre più soavemente commossa e
dolcemente vibrante; non ti avvenne egli mai di vedere nelle visioni del
tuo sonno una pietosa figura di donna che ti sorridesse? Nelle ombre
della sera non hai mai visto disegnarsi innanzi a te, come in un
chiarore nebbioso, una vaga, aerea immagine? Non hai tu mai sentito qui
nel tuo capo come un susurro di parole amorose, qui entro il tuo petto
come il tepore di una mano che ti carezzasse il cuore?
Il bambino continuava a guardare co' suoi occhi sbarrati quell'uomo che
gli parlava sì nuove e per lui strane parole. Di certo egli non le
capiva bene e intieramente; ma pur tuttavia dallo sguardo scintillante
di Maurilio, dall'amplesso di lui, da quell'accento grave, tenero e
commosso, sentiva penetrare entro sè un ignoto influsso che glie ne
serpeva non senza gradevolezza nell'intimo, e suscitavagli non ancora
provati sentimenti nell'animo. Chinò il capo tacitamente in segno
affermativo, e il suo sguardo infantile e il suo viso patito e smunto
erano tutto pensosi.
— Ebbene, ripigliava con calore Maurilio, in quei momenti comunicava col
tuo spirito rinchiuso in questa tua carne lo spirito di tua madre. Se
l'esserci incontrati noi due ieri sera nel fango di quella ignobile
strada dove tu piangevi, potrà esserti un giovamento nella vita, siccome
io spero, tu ne dovrai ringraziare l'anima di tua madre. Essa fu che ti
pose sui miei passi, come la ignota madre mia mi condusse un giorno
dinanzi quel generoso che doveva destare alla vita la mia intelligenza:
e forse in questo istante le due anime pietose delle madri nostre sono
qui stesso che ci guardano, che ispirano in me l'affetto che mi detta
queste parole, in te quella commozione che t'impallidisce le guancie.
E l'occhio lucente di Maurilio si levava in alto, come a mirarvi i due
spiriti delle morte donne che aleggiassero sopra di loro; e le pupille
dilatate del fanciullo guardavano ancor esse fisse nello spazio incerte
ed immote, quasi vedessero anche loro aperto innanzi a sè il mondo delle
visioni ultraterrene.
— Luca: soggiunse con inesprimibile efficacia nell'accento il nostro
protagonista; io t'insegnerò per prima cosa quello che è uno dei
principali tuoi doveri: rispettare ed amare la memoria di tua madre.
T'insegnerò a pregare per lei, ed a pregar lei che t'assista. Le
preghiere dei sopravvivi giovano ai morti, e le preghiere della madre
morta placano la ferocità del destino pei figli, ottengono alla loro
anima la forza e la virtù. Forse ti avranno insegnato a pregare i santi,
perchè essi intercedano fra le nostre miserie e la grandezza di Dio; il
migliore di siffatti intercessori è l'anima di nostra madre.
In questo punto l'uscio si aprì vivamente ed entrò la Rosina, commossa,
cogli occhi inumiditi da due lagrimette. Ella era madre, la sua natura
era la più amorevole e pietosa; come avrebb'ella potuto ascoltare i
discorsi di Maurilio senza commoversi?
Ebbe rimorso della poca simpatia che aveva provato sino allora per quel
giovane melanconico e taciturno; e sentì quasi l'obbligo di farne subita
e manifesta ammenda. Senza curarsi punto di rivelare l'indiscrezione da
lei commessa nell'ascoltare dietro l'uscio, Rosina irruppe nella stanza
colla mano tesa verso Maurilio attonito a quella brusca interruzione.
— Bravo! Esclamò essa. Bravissimo! Queste sono belle parole e questi
sono bellissimi atti. La sua è una santa opera, e il buon Dio ne la
ricompenserà di sicuro.
Ed ecco che essa non aveva ancora finito di parlare quando sopravvenne
un fatto che pareva volerla pienamente contraddire, chi volesse cercare
negli avvenimenti immediati della vita terrena l'azione della giustizia
divina.
Una forte scampanellata data con mano robusta e che annunziava la
maggior premura del mondo, fece accorrere Rosina all'uscio del
quartiere. Vide affacciarsi un uomo a faccia sospetta e dietrogli nel
pianerottolo quattro altri individui con faccia non meno sospetta di
lui.
— Che cosa cercano? Domandò Rosina con aria niente affatto
incoraggiante, mettendosi fra i due battenti ad impedire il passo a
chicchessia, e pronta a richiuder bruscamente l'uscio sul muso a chi si
volesse avanzare.
— Cerchiamo tante cose: rispose con un dubbio sogghigno l'uomo che
veniva il primo; ma perchè le possiamo trovare, conviene che Ella ci
lasci venir dentro.
La moglie di Vanardi, che era la più coraggiosa donna del mondo, scosse
fieramente la testa.
— No signore. Non li lascierò entrare finchè non mi avranno detto chi
cercano e che cosa vogliono.
— Bene: rispose di nuovo quel medesimo che aveva parlato prima; abbiamo
da parlare ai signori Bigonci e Nulla, e quello che vogliamo lo diremo
loro.
Ma la donna inesorabile:
— Il signor Bigonci non c'è; il signor Nulla è occupato; mi dicano chi
essi sono e allora.....
— Oh quante ciancie! Esclamò quell'uomo impazientito. Ci lasci entrare
in nome del Re! Io sono impiegato di Polizia, e questi sono carabinieri
travestiti.
La Rosina, che si aspettava tanto a siffatta risposta, quanto a vedersi
cascare il fulmine tra' piedi, gettò un grido di meraviglia e si fece
indietro di un passo spaventata.
Poliziotto e carabinieri entrarono.
Antonio Vanardi che si stirava tranquillamente le braccia, destatosi
allor'allora dal sonno con cui aveva compensalo le ore perdute nella
notte, vide ad un punto entrargli in camera la moglie esterrefatta
dicendogli con voce tremante: — C'è la Polizia, ci sono i
carabinieri.... Cercano di Maurilio e del cantante.... Vieni presto di
là....
Il buon pittore fece un sobbalzo nel letto e divenne più bianco delle
sue lenzuola e più tremante di sua moglie.
— La Polizia! Balbettò egli. Misericordia! Sono venuti per
arrestarci.... Ah! lo sapevo che la doveva finire a questo modo.
— O Santo Dio! Sclamava la Rosina, giungendo le mani. Che cosa avete
dunque fatto?... Mi pareva bene che le vostre misteriose combriccole
avevano qualche cosa di losco....
— Zitto! Zitto!... Hanno dimandato anche di me?
— No, finora.
Vanardi mandò un respiro e si cacciò ben bene sotto le coltri.
— Se ne domandano, di' loro che son malato, molto ammalato.... Io
frattanto non mi muovo di qua.
Il poliziotto e i carabinieri s'erano messi a frugare e rifrugare
dappertutto, cominciando dalle robe di Medoro Bigonci che s'erano fatte
rammostrare per prime; ma il baule del povero cantante era il più
innocente che si potesse trovare, e non la menoma carta sospetta, nè il
più piccolo libro proibito compensò i carabinieri della loro fatica.
Passarono quindi alle cose che appartenevano agli altri giovani amici,
ma la prudenza li aveva consigliati opportunamente a non custodire
presso di sè nessun documento, nè oggetto qualsiasi pericoloso, e i
carabinieri non poterono sequestrare che lettere indifferenti e
manoscritti di tentativi ed abbozzi letterari.
Vennero poscia allo stipo in cui Maurilio aveva riposte le poche sue
robe.
— La chiave di questa serratura? Domandò imperiosamente l'agente di
Polizia.
Maurilio assisteva a quell'avvenimento con una impressione d'allarme che
non sapeva e non cercava nemmanco dissimulare. Il suo era chiaro e netto
un contegno da colpevole; ed un birro qualunque, per poco fosse pratico
del mestiere, lo avrebbe arrestato anche senza nessun ordine in
proposito, solamente al vederne la faccia turbata e l'occhio smarrito.
Innanzi a quella forza materiale rivestita dell'autorità della legge,
cui gli rappresentavano gli agenti della Sicurezza Pubblica, la sua
debolezza fisica si sentiva profondamente sgomenta. E poi, di botto
s'era ridestata in lui l'idea del carcere quale lo aveva sofferto un
tempo in compagnia de' più tristi mariuoli del mondo, di Stracciaferro e
di Graffigna; ed egli rivedendosi in quell'infame purgatorio, sentina
d'ogni scelleratezza, sentiva un profondo tremore scuotergli le più
intime fibre. Che cosa non avrebbe dato, che non avrebbe fatto per
salvarsi da quell'orrida prospettiva che gli si parava dinanzi? La
personalità di questo infelice, come già ho cercato di far comprendere,
componevasi quasi di due, l'una dall'altra grandemente distinta e così
diversa che per poco non dico opposta. Dove si trattasse di contrasto di
idee, di lotta morale, la forza intellettiva che era in lui destava e
faceva adergersi una individualità risoluta, potente, ardimentosa nella
volontà e nella parola: quando fossero in giuoco le forze brutali della
materia, nell'uomo s'incontrassero, o nella natura, o nelle istituzioni
sociali, la debolezza dei nervi e dei muscoli nel suo corpo fin
dall'infanzia immiserito dalle privazioni, dai maltrattamenti, dalle
sofferenze d'ogni sorta, non lasciava più essere in lui che una
individualità timida, umile, pieghevole, conscia troppo della sua
inferiorità e del suo nulla. Impressionabile qual era la sua natura
sotto questo rispetto, siccome egli poteva da un subito sdegno attingere
la fiamma fugace d'un impeto momentaneo di coraggio, così troppo
miseramente s'abbandonava all'accasciamento, quasi direi, alla viltà del
timore. In quest'istante era il timor solo che lo dominava. Se alcuno
de' suoi amici fosse stato presente, avrebbe potuto col suo risoluto
contegno infondere un poco di fermezza anche in lui: ma solo, in
presenza delle faccie torve e delle parole minacciose degli agenti della
forza pubblica, il povero e debole trovatello non aveva che soggezione,
abbattimento e paura.
Alla richiesta che il poliziotto fece della chiave dello stipo, Maurilio
si riscosse e si accostò tremando.
— L'ho io: balbettò egli colle labbra spallidite: quella roba è mia.
— Tanto meglio! Disse con accento ancora più ruvido l'agente di polizia,
il quale, come suole di siffatta gente, di tanto si faceva più
grossolano e prepotente di quanto trovava maggiore innanzi a sè la
cedevolezza. — Gli è giusto quello che vogliamo vedere: qui subito
quella chiave.
Il giovane glie la diede. Lo stipo fu aperto, i panni sciorinati, ogni
cosa frugata, sequestrato lo scartafaccio in cui Maurilio soleva
scrivere in pagine che nessuno aveva visto, nè secondo il suo concetto
doveva veder mai, il più recondito dei suoi pensieri; scartafaccio su
cui egli stesso aveva scritto la parola =farragine=. Fra i varii oggetti
cadde eziandio in mano al poliziotto l'involto in cui erano contenuti il
rosario, il bottone da livrea e la lettera che erano stati trovati
addosso all'infante abbandonato sulla strada.
Maurilio, che aveva visto con immensa pena afferrato, brancicato e
sequestrato il suo manoscritto dall'agente di polizia, e non aveva pur
osato far motto, ora vedendo quell'involto per lui sacro nelle mani
profane d'un carabiniere, ebbe il coraggio di prorompere supplicando:
— Ah no, codesto! Non mi tolgano codesto, per carità!
Siffatta supplicazione era acconcia ad accrescere ancora la voglia di
vedere che cosa quell'involto contenesse; ma nello spiegar la carta, la
mano grossolana del carabiniere lasciò cader per terra il bottone
d'argento, il quale andò a rotolare tra i piedi di _Gognino_, che era
stato lì interito a mirare quella scena, senza quasi trarre nè anco il
fiato. Il nipote della _Gattona_ raccolse quell'oggetto luccicante, lo
guardò e disse non senza meraviglia:
— To' to', il bottone della nonna!
Benchè turbatissimo fosse in quel momento Maurilio, le parole di
_Gognino_ gli fecero una profonda impressione: fu d'un balzo presso al
ragazzo, e prendendogli il bottone di mano, lo interrogò con voce
soffocata per emozione:
— Che dici tu? Che cosa vuoi tu significare? Come questa cosa
potrebb'ella essere della tua nonna?
— Io voglio dire, rispose il fanciullo, che la nonna ha un bottone tale
e quale come questo, e che la lo tien prezioso per non so che memoria.
Maurilio divenne infuocato in volto pel subito, tumultuoso precipitarsi
del sangue commosso al cervello. Le orecchie gli tintinnirono, gli occhi
ebbero dinanzi uno scintillio; mille idee gl'invasero confuse e
disordinate la mente: il cuore sentì mancarsi il battito in uno spasimo
di subita passione, gli parve che la mano del destino gli comparisse
d'un tratto davanti ad aprirgli il mistero della sua vita.
Le seguenti supposizioni ed induzioni si urtarono e s'intrecciarono nel
suo capo: — Che un legame esista fra me e quell'orrida vecchia di vita
infame!... Cielo! ch'ella fosse mia madre!... La subita compassione da
me provata per questo bambino e il proposito fatto di venire in suo
soccorso, altro non sono forse che l'effetto d'un vincolo di sangue onde
siamo uniti... Quella sarebbe la mia famiglia?...
Provò un sentimento d'orrore e di ripugnanza indicibile. Ad
aumentarglielo si affacciò alla sua mente il pensiero della beltà
aristocratica di madamigella Virginia, da lui segretamente adorata. Qual
nuovo abisso si scavava egli mai fra lui e l'idolo del cuor suo! Oh
meglio esser figliuolo di nessuno che il figlio d'una donna infame!...
Tutto questo rovinìo di dolorosi pensieri era passato nel suo cervello
colla rapidità del baleno, e gli aveva lasciato nell'anima l'ansietà
d'una inquietudine insopportabile.
— Vieni: diss'egli a _Gognino_ prendendolo per mano; conducimi tosto
dalla tua nonna. Bisogna ch'io le parli.
— Piano! Gridò il poliziotto mettendoglisi dinanzi. Di qua, signor mio,
non s'esce che per venire con noi, perchè Lei è in arresto.
L'esaltazione di Maurilio cadde di botto. Vide innanzi a sè, come una
voragine spalancata ad ingoiarlo, la carcere e la infamia del nome; si
lasciò cader seduto, fattosi pallido come un cadavere, e desiderò
realmente in quell'istante morire.
Antonio Vanardi ne andò immune per quella volta colla sola paura; ma
questa fu tale che in quel momento egli si promise di rinunziare affatto
al poco fruttuoso mestiere di congiurato. Maurilio supplicò dal delegato
di polizia che quegli oggetti che erano per lui un tesoro ed una
reliquia non fossero presi cogli altri di cui i carabinieri avevan fatto
bottino; e il delegato che giudicò a nulla importare per nessun verso
quelle poche robe, acconsentì. Maurilio partendo consegnò l'involto alla
Rosina, pregandola di custodirglielo.
Dieci minuti dopo il nostro protagonista, condotto ancor egli al Palazzo
Madama, come già era avvenuto a Benda e Selva, trovavasi innanzi alla
faccia burbera, villana, prepotente e terribile a chicchessia del signor
commissario Tofi.
_Gognino_ intanto, uscito di casa il pittore, s'era affrettato a recarsi
alla chiesa del _Carmine_, dove la nonna aveva detto di aspettarlo.
La _Gattona_ si stupì di veder giungere così presto il ragazzo, e questi
raccontò quello che era avvenuto. Colle sue interrogazioni la vecchia
spillò dal nipote ogni cosa e parola che là si fosse fatta o detta.
— Che balordaggini, che eresie son queste onde ti vuole empire il capo!
Esclamava la donna indegnata. Dire che non bisogna pregare i santi, ma
pregare l'anima della madre! Ce n'è tanto da andare all'inferno diritto
come un fuso. Vedi mo' se Padre Bonaventura non aveva ragione a giudicar
male di codestui! E bisognerà ripetere esattamente al buon padre gesuita
quanto hai visto ed udito. Lo hanno arrestato? Ben gli sta! Chi sa che
orrori avrà commesso! Già quella gente lì, senza religione, sono capaci
di tutto.
Per ultimo _Gognino_ contò l'affare del bottone, come un episodio senza
nessuna importanza; ma non lo giudicò tale la _Gattona_, che parve
invece molto interessarsene.
— Che? Davvero? Tu l'hai proprio visto bene?
— Sì.
— Ed è proprio uguale a quello che tengo io?
— Precisamente.
— Questa è strana! Un simile oggetto in suo potere, e quel nome di
Maurilio... Oh bisogna che io glie ne parli subito subito a Padre
Bonaventura.
E recossi diffatti senza indugio in sacristia a far chiedere del frate,
col quale ebbe un lungo e segretissimo colloquio, a cui noi non
assisteremo per seguitare invece il povero Maurilio innanzi al
Commissario, un debole passero negli artigli d'un girifalco.
Il commissario Tofi era d'un umore feroce; aveva bisogno di qualche
agnellino di suddito senz'autorità, da mettere sotto i suoi denti da
lupo di poliziotto. I dialoghi che aveva avuti con Benda e con Selva
l'avevano profondamente irritato. Benda aveva mostrato della dignità,
Selva un'audacia d'indignazione che era tornata al bravo sor Commissario
insopportabilmente temeraria. Le sue minaccie e le sue prepotenze si
erano spuntate contro il fermo viso di due giovani che non avevano
paura: egli era arrabbiato come un attore a cui è mancato il successo.
Ah! se gli si fosse presentata l'occasione di ricattarsene! La sua buona
sorte glie la menò innanzi, quest'occasione, colla povera figura
impaurita del povero Maurilio.
Pel signor Tofi tutta l'umanità si divideva in tre categorie: la prima
quella che bisognava rispettare: i nobili, i preti, i militari e gli
alti impiegati dello Stato; per costoro consentiva a piegare la sua
rigida persona, li trattava col _lustrissimo_ e ringuainava innanzi a
loro le sue villanie; l'ultima invece era quella della gente da nulla,
dei maltrattabili e strapazzabili a talento, a cui poteva dare del _tu_
e del _voi_ a seconda, chiamarli canaglia, e mettere i pugni sotto il
naso; innanzi a costoro egli sfolgorava in tutta l'imponenza della sua
terribilità, e faceva sulle curve cervici rombare il tuono delle sue
minaccie di forca e di galera. Fra queste due classi tramezzava una
terza, a suo senno, ibrida e spuria, che non aveva l'autorità della
prima nè la umiltà e la malleabilità della terza, che non poteva imporre
il rispetto e pur si ribellava ai sergozzoni morali e fisici
dell'arbitrio poliziesco; la borghesia in una parola, cui il commissario
Tofi odiava appunto con tutto l'animo, perchè non aveva da temerla, e
non poteva vedersela così rassegnata come avrebbe voluto all'onore che
il Governo le faceva di calpestarla, ed egli di svillaneggiarla
all'occorrenza.
In fondo, in fondo, la sua predilezione era per l'ultima di quelle tre
classi — la plebe — verso cui pure egli si dava il gusto di una vera
orgia di prepotenze. E questa era una appunto delle ragioni della sua
preferenza. Un povero plebeo egli lo poteva fare arrestare, spaventare,
maltrattare, tenere un po' di giorni a pane ed acqua nei fossi del
Palazzo Madama, poi mandarlo con Dio, senza che alcuno si pensasse mai
di muoverne il menomo richiamo; e il poveretto liberato veniva ancora a
ringraziare il Commissario, che lo congedava fieramente accigliato con
un'ultima benedizione di tremende minaccie. Oltre ciò, egli, il
Commissario, usciva da quella classe, e nelle sue vene gli era il sangue
plebeo che animava la sua popolana prepotenza; l'influsso della razza
esercitava il suo effetto su ciò che potevano dirsi le sue affezioni.
Dalla olimpica schiatta dei potenti e dei superiori non era stato che,
durante la sua carriera, Tofi non ricevesse qualche ingiustizia e
qualche sopruso; ei si curvava innanzi a tutto; la sua devozione
monarchica e governativa non n'era punto sminuita, ma che non restasse
nulla nulla in lui di amarezza, sarebbe stato un pretender troppo.
Cogli straccioni poi la sua villania era piena di franchezza e di
libertà, frammista qualche volta ad una famigliarità confidente, quasi
affettuosa. Preferiva d'aver da fare con un ladro da trivio o con un
assassino di strade che colla superbia pervicace d'un avvocato liberale.
Un buon delitto, ben combinato, egli lo trovava interessante; le
opinioni di chi avrebbe voluto essere governato diversamente, non le
comprendeva e giudicava qualche cosa d'assurdo e di perfido.
Appena gli fu condotto innanzi Maurilio, il Commissario stimò che questi
era precisamente della razza degli umili, a cui monsignore il lupo _en
les croquant_ fa un insigne onore, e il suo animo irritato ne provò un
intimo soddisfacimento. Tofi passeggiava secondo il solito in lungo e in
largo per la stanza in cui l'abbiamo visto interrogare Francesco Benda;
aveva sempre il suo cappellone piantato fin sugli occhi e le manaccie
affondate nelle grosse tasche del suo lungo soprabito; le sue folte
sopracciglia si toccavano e facevano una riga sola al di sopra delle sue
pupille feroci, tanto era aggrottata la fronte; le linee della bocca
parevano un arco teso per saettare la minaccia.
Allo sdegno suscitato nel Commissario dalla risolutezza di Benda e di
Selva, s'aggiungeva quello che gli cagionò la novella non essersi potuto
trovare in nessun luogo quel tale Medoro Bigonci. Tofi aveva davvero
bisogno di uno sfogo. Esaminò un istante la faccia turbata e i panni
logori del giovane, e seppe che cosa pensare sul conto di lui. Lo trattò
in conseguenza; e la fiera severità del Commissario si ripercoteva sulle
faccie burbere dei carabinieri che accompagnavano Maurilio, sul muso
sbarbato dello scrivano seduto al tavolino. L'arrestato non vedeva
intorno a sè che espressioni di condanna, presagi per lui della peggior
sorte. Tofi lo sottopose ad una vera tortura morale colle minaccie d'una
prigionia perpetua e peggio; e l'animo del giovane, per quanto gli era
successo quella mattina, era così sconvolto che avrebbe forse lasciato
sfuggire il capitale segreto, quando per fortuna si venne a chiamare il
Commissario da parte del conte Barranchi, il quale ordinava si recasse
da lui senza il menomo indugio.
Tofi comandò che Maurilio fosse rinchiuso in una delle carceri del
medesimo Palazzo Madama e s'affrettò di ubbidire al cenno del capo
supremo della Polizia.
Maurilio fu tratto in una delle stanze sotterranee del castello; ma colà
dentro udì suonare una voce amica, una mano benevola si porse verso di
lui, ed egli si trovò fra le braccia di Giovanni Selva. La sua anima,
subitamente riconfortata, al contatto di quell'indole coraggiosa e forte
era salva da ogni pericolo di debolezza e di viltà.