Francesco e i suoi padrini erano giunti i primi al convegno; ma non
ebbero ad aspettare di molto che un'altra carrozza soprarrivava al
trotto serrato del suo cavallo, e fermandosi ancor essa a capo del
viale, dove s'era fermata quella del dottor Quercia, ne scendevano il
marchesino, il conte San Luca ed un altro giovane titolato amico di
Baldissero.
I due gruppi s'accostarono salutandosi. Quercia, coll'agevolezza d'un
uomo praticissimo di queste faccende, cominciò a dire senz'altro:
— Per molte ragioni che è inutile accennare — e fra le altre quella di
questo freddo e di questa neve — stimo opportuno sollecitarci il più
possibile. Qui dietro il muro del cimitero c'è una stradicciuola per cui
a questa stagione, con questo tempo, non passa mai nessuno; se lor
piace, possiamo recarci colà.
Tutti annuirono con un chinar del capo. Benda e i suoi due padrini
s'avviarono primi; a due passi di distanza vennero dietro loro il
marchese e i suoi compagni.
Giunti al luogo accennato da Quercia, i padrini si raccolsero a parlare,
mentre Francesco per iscaldarsi i piedi faceva alcuni passi scalpitando
sulla neve, lungo il muro del Campo Santo, e il marchesino terminava di
fumare un suo sigaro d'Avana guardando la nebbia grigiastra che invadeva
la campagna.
— Ho portato una mia cassetta di pistole: disse Gian-Luigi. Giuro loro
sul mio onore che esse sono affatto sconosciute all'avvocato Benda, il
quale mai non le vide nemmanco.
— Ancor io ho recato meco delle mie pistole: disse a sua volta San Luca;
e faccio la stessa affermazione riguardo al marchese, che non le conosce
nè punto nè poco.
— Sta bene; tiriamo la sorte quali di queste armi si debbano adoperare.
Il conte San Luca prese dalla sua borsa uno scudo e lo gettò in aria.
— Testa: disse Quercia.
Lo scudo caduto sulla neve mostrava il profilo di Luigi Filippo di
Francia.
— Ha vinto: disse il conte inchinandosi. Si adopereranno le loro armi.
Gian-Luigi aprì la sua cassetta e prese a caricare le pistole in
presenza degli altri tre padrini; quando ci aveva messo la polvere e il
proiettile, passava l'arma al conte San Luca, il quale la innescava col
cappellozzo.
— Mi permettano una parola, signori: disse Quercia, poichè le armi
furono pronte. Loro sanno che noi siamo gli offesi, e in che modo non
occorre rammentare. Il duello adunque, come già ne patteggiammo ier sera
il conte San Luca ed io, non avrà termine, finchè da parte nostra non ci
dichiareremo soddisfatti.
I padrini del marchese acconsentirono con un cenno di capo; quindi,
salutatisi profondamente, Selva e Quercia si accostarono a Benda, mentre
gli altri due si dirigevano verso il marchese.
Armato ciascuno d'una pistola, i due avversari furono posti alla
distanza di 15 passi l'uno dall'altro.
— L'arma è buona: disse Quercia a Francesco: e non iscarta punto. Mirate
giusto a metà corpo; il grilletto non è duro.
— Va bene: rispose freddamente il giovane; e poi stringendo forte la
mano a Giovanni, gli susurrò all'orecchio: — In ogni caso ti raccomando
sopratutto mia madre, ricordati!
Giovanni corrispose con una stretta di mano forte del pari, che era una
promessa ed un solenne impegno.
— Signori: disse ad alta voce il dottore, ponendosi cogli altri padrini
a metà della distanza fra i due combattenti: signori, batterò tre colpi
colle mani, al primo essi armeranno la loro pistola, al secondo
prenderanno la mira, al terzo faranno fuoco.
Egli s'apprestava a battere il primo colpo, quando due carabinieri
voltarono correndo la cantonata del muro e comparvero sulla scena
gridando:
— Ferma, ferma!
Il marchesino che dava le spalle al luogo onde venivano i carabinieri,
si voltò, e viste le monture degli agenti della forza pubblica, la sua
faccia espresse la più disgustosa meraviglia.
— Oh, oh! esclamò egli con disdegno: c'è qualcuno che ha saputo
informare per bene la polizia del nostro ritrovo e della cagione di
esso.
E gettò uno sguardo supremamente sprezzoso sopra Francesco e i suoi
padrini che s'erano accostati a gruppo.
— Signor sì: disse con isdegnosa insolenza Gian-Luigi. Tutto sta a
vedere da qual parte debba cercarsi questo qualcheduno.
Baldissero arrossì fin sulla fronte.
— Per Dio! Ella oserebbe sospettare di noi?
— Ella osa bene mostrare sospetto sul conto nostro.
A quel punto comparve alla cantonata del muro un uomo studiosamente
avviluppato in un mantello, avresti detto più ancora per nascondersi la
faccia che per ripararsi dal freddo. Era messer Barnaba che veniva a
sopravvegliare l'esecuzione degli ordini ricevuti.
— Qua le armi: disse uno dei carabinieri, e lor signori ci dicano tosto
il loro nome.
Scrissero il nome di tutti un per uno sopra un loro taccuino.
— È finita la commedia? Disse il marchesino con isprezzante ironia.
— Finita o non finita; rimbeccò con vivacità Gian-Luigi, non fa punto
onore al suo autore; e ciò posso affermare con sicurezza, che simile
indegno personaggio non si trova fra noi tre.
— Questa è quistione, rispose superbamente di Baldissero, la quale
potrebbe venir sciolta altrove fra di noi, se il modo con cui ha avuto
termine la presente non ci levasse del tutto il coraggio e la voglia di
siffatte partite con simil gente.
— Tregua agl'insulti! Gridò con imponente accento il dottor Quercia
facendo un passo verso il marchesino; ma più innanzi verso codestui si
fece Francesco Benda che schizzava fiamme dagli occhi.
— Oh che crede Ella che in questo modo tutto abbia avuto termine fra
noi? Non sarà così, per Dio! a niun conto.
L'uomo dal mantello s'accostò d'un passo al gruppo de' nostri personaggi
e col capo accennò ai carabinieri la persona di colui che aveva parlato
per ultimo.
— È dunque Lei l'avvocato Francesco Benda? Dissero i carabinieri,
mettendosi innanzi al giovane e disgiungendolo così dal marchesino.
— Sì.
— Ella avrà la compiacenza di venire con noi sino dal signor Commissario
di polizia che molto desidera parlarle.
Tutti gli astanti fecero un moto di spiacevole meraviglia.
— Io? Esclamò Benda. A qual fine?
— Glie lo dirà il signor Commissario.
— E se mi rifiutassi d'andarvi?
— Saremmo costretti di condurvelo colla forza.
— È dunque un arresto il mio?