CAPITOLO VIII.

Barnaba, giunto in Piazza Castello, entrò nel Palazzo Madama e

s'intromise in una stanzaccia a pian terreno che serviva di anticamera

all'ufficio del Commissario. Due guardie di polizia sonnecchiavano là

dentro, mezzo sdraiate su panche di legno, vicino alla stufa in cui

ardeva un fuoco vivace. Allo entrare di Barnaba le guardie si alzarono

in piedi e salutarono militarmente con segno di rispetto.

— Il Commissario? Domandò con accento asciutto e vibrato il nuovo

venuto.

— È fuori dell'ufficio, rispose una delle guardie, ma ordinò che se Lei

veniva le si dicesse d'aspettarlo.

Barnaba fece un segno col capo come per dire:

— Sta bene; e passò in una camera vicina, a cui si accedeva per uno

stretto e scuro corridoio.

Era meno grande della stanza in cui si trovavano le guardie. Una lampada

ad olio con un cappello da riflettere il lume pendeva dalla metà della

vôlta e la rischiarava debolmente. Le pareti nude, colorite a calce,

erano grigie per la polvere e pei ragnateli. Il pavimento fatto di

quadrelli di cotto era ronchioso per sudiciume rammontatovi su dai piedi

di chi andava e veniva, senza che la granata si fosse immischiata mai a

tentare una spazzatura. Da due parti correvano presso la muraglia delle

panche lunghe, coperte di cuoio imbottito, ma questo cuoio, in parecchi

luoghi lacero, lasciava scappare qua e colà la stoppa dell'imbottitura,

come in varii punti pendeva a brandelli la lista, che, imbullettata

all'estremità presso il legno della panca, doveva formare l'orlo da

rattenere l'imbottitura. Alla parete che si trovava di faccia a chi

venisse dal corridoio, non c'era panca, ma si vedeva in mezzo una

scrivania posta in modo che chi vi sedesse avesse le spalle volte al

muro, e in un angolo una porticina stretta e bassa con un uscio di legno

di rovere irto delle capocchie di grossi chiovi, che pareva affatto un

uscio di prigione. A destra di chi entrava si apriva un gran finestrone

che guardava nei fossi del castello. Una tavola con sopravi un tappeto

di panno verde sbiadito e sporco stava a metà della stanza sotto la

lampada. Non c'era camino nè stufa e si sentiva entrando colà dentro un

freddo umido ed uggioso che vi penetrava nelle ossa.

Barnaba si diresse tosto verso la scrivania e guardò le carte che vi si

trovavan sopra. Erano rapporti di agenti subalterni, di carabinieri

reali e lettere diverse d'ufficio: tutte cose indifferenti che il

poliziotto scorse con occhio sbadato. Uno soltanto di quei fogli parve

commuoverlo. Era il rapporto d'una rissa avvenuta a Porta Palazzo sulla

piazza del mercato fra due saltimbanchi, di cui uno aveva ferito di

coltello l'altro: il feritore era stato arrestato. Barnaba lesse due

volte quel foglio, e la sua faccia si imbrunì stranamente; poi depose

colle altre quella carta e fece due o tre giri per la stanza, la testa

china, il volto cupo, come chi è assalito da dolorosi pensieri. Si fermò

un istante presso la finestra, appoggiò ad una traversa

dell'intelaiatura dell'invetrata la fronte, e rimase lì un istante a

guardar fuori, innanzi a sè, ma con certi occhi che non vedevano gli

oggetti esteriori, sibbene le immagini di qualche scena del passato

evocata dalla sua memoria. Dopo un poco egli si riscosse, mandò un

profondo sospiro, e venne a sedere presso la tavola di mezzo, sul

tappeto della quale appoggiò il suo gomito, facendo sorreggere la testa

alla palma della mano. Rimase immobile in quella positura, e pareva

tutto intento a guardare il fiato che usciva dalla sua bocca addensato

in vapore dal freddo ambiente di quella stanza.

Passò così più d'un'ora senza che quest'uomo si movesse altrimenti. Già

da tempo era suonata la mezzanotte alla chiesa di S. Lorenzo, quando una

voce rauca, ruvida ed imperiosa suonò improvvisa alle spalle di Barnaba.

— Ah! siete voi pur finalmente!

Barnaba sorse in piedi di scatto, e volgendosi si trovò in faccia al

sig. commissario Tofi.

Un uomo alto e magro, di ossatura grossa e di membra asciutte: una

faccia lunga colla mascella inferiore larga e molto sviluppata; una

bocca enorme ed un naso monumentale; una fronte quadra colle ossa

sopraccigliari proeminentissime e le occhiaie infossate; un colorito

ulivigno e i capelli neri brizzolati; non un pelo di barba sulla faccia

rasa accuratamente; un'espressione burbera e maligna; un alto e duro

cravattino sotto il mento, un lungo soprabitone abbottonato sino al

collo, con due grosse tasche ai due lati in sulle anche, un cappello

basso a larga tesa in testa: tale era il temuto e temibile commissario,

signor Tofi.

Barnaba lo salutò con umile deferenza, e l'altro, coll'accento più

severo di rampogna che possa usare un superiore verso un subordinato in

fallo:

— Gli è bene una fortuna, disse, che abbiate ancora avuta la degnazione

di venire: di tutta stassera non ci è stato verso di vedervi.

— Signor Commissario: rispose Barnaba: non ho mica impiegato tutto

questo tempo a divertirmi; e credo aver giovato anzi non poco al

servizio. Vengo apportatore di informazioni che ritengo assai preziose.

Il signor Tofi lo guardò un poco entro gli occhi con quell'espressione

feroce e minacciosa che gli era ordinaria.

— Sì? Diss'egli poi col medesimo tono ruvido e rimbrottoso. Udremo

queste meravigliose informazioni, e vedremo se il loro valore è da farvi

scusare del vostro ritardo. Intanto comincierete per istamparvi bene in

mente le istruzioni e gli ordini che vi ho da dare. Venite nel mio

gabinetto.

Camminò con passo militare verso l'uscio cui ho detto irto di chiovi di

ferro; trasse di tasca una grossa chiave che introdusse nella toppa, ed

aprì. Entrò esso primo ed a tastoni fu ad un caminetto, sopra la pietra

di sporto del quale eravi un candeliere con una mezza candela di cevo.

Accese quest'essa con un fiammifero che sfregò alla muraglia; depose il

candeliere sopra la scrivania che si trovava nella profonda strombatura

della sola finestra per cui là dentro penetrasse luce ed aria, e poi

volgendosi a Barnaba che stava dritto sulla soglia, dissegli con

quell'accento secco e imperativo:

— Entrate e chiudete.

Barnaba s'inoltrò, chiuse l'uscio e fece scorrere un catenaccio; poi

rimase lì aspettando i comandi e le interrogazioni del suo superiore.

Questi depose il suo largo cappello sopra un forzierino che trovavasi

presso il caminetto, trasse dalle tascone laterali del soprabito due

pistole a doppia canna e le mise sopra la scrivania, poi si accoccolò

presso il focolare e colle sue mani medesime si diede a frugar fra la

cenere se ancora vi fosse qualche carbone acceso; ne trovò alcuni, li

raccolse, vi pose su delle scheggie di legna, un po' di carte stracciate

che prese in una cesta apposita, e vi soffiò su robustamente colla sua

bocca; si scaldò un momento le mani grosse, quadrate, nere, villose,

alla fiamma che non tardò a levarsi, e poi drizzatosi della persona,

fregandosi ancora l'una contro l'altra le sue manaccie, si volse a

Barnaba, che era sempre stato immobile al suo posto, e gli disse:

— Ora a noi!

Sedette alla scrivania, e Barnaba si accostò fino ad appoggiarsi con una

mano all'orlo della medesima. La fiamma della candela, oscillando

all'aria che s'intrometteva dalle fessure della finestra, mandava una

luce rossigna, ora più, ora meno intensa, sulle fisionomie

caratteristiche di quei due uomini, sulle protuberanze della fronte

bassa, sulle linee aspre, direi quasi, della faccia del Commissario, sui

lineamenti pallidi ed incerti e sull'aspetto reso insignificante per

mirabile effetto di dissimulazione dell'agente segreto; al di sopra di

quest'ultimo quella luce oscillante faceva danzare le ombre sul fondo

della parete e tingeva di color sanguigno i busti di Carlo Felice e di

Carlo Alberto che sopra due mensole appiccate alla parete guardavano coi

loro occhi senza pupille e colla loro faccia impassibile di gesso le

misteriose scene che succedevano in quel _sancta sanctorum_ della

Polizia.

— Vengo adess'adesso da S. E. il conte Barranchi: così disse il

Commissario. E' mi ha mandato a chiamare per un grave scandalo che è

successo poco fa al ballo dell'Accademia filarmonica. Un borghese da

nulla ha osato insultare il figliuolo d'un'Eccellenza: il marchesino di

Baldissero; e ciò mentre nel palazzo medesimo trovavasi Sua Maestà!

Chinò il capo in atto di riverenza, e Barnaba fece altrettanto.

— L'insultatore è l'avvocato Francesco Benda.

Barnaba levò il viso, e fece un atto che significava:

— Conosco chi è e ne so le novelle.

Tofi seguitava:

— Spinse l'audacia fino a sfidare a duello il marchese. S. E. è decisa

d'impedire che un simile eccesso abbia luogo. Credevo che fosse per

ordinare senz'altro l'arresto di quell'avvocatuzzo, e glie ne dissi; ma

S. E. per certi nuovi riguardi preferisce farlo cogliere in sull'atto al

momento del duello. Ho pensato di affidare a voi questa operazione.

Conviene adunque che scopriate l'ora ed il luogo in cui dovrà succedere

lo scontro e che allorquando sieno coll'armi alla mano li sopraccogliate

_in flagranti_. Il marchese lo lascierete andare, l'avvocato, colle armi

che sequestrerete, lo condurrete qui. Avete capito?

L'agente fece un cenno affermativo.

— Ora, continuava il Commissario, vediamo un poco l'impiego della vostra

serata, e sentiamo quelle informazioni che voi dite tanto preziose.

Barnaba cominciò modestamente a parlare.

— Sono stato, come il solito, nella bettola di Pelone...

Il Commissario lo interruppe con ruvida ironia:

— E vi credete avere scoperto qualche cosa di nuovo intorno al furto

avvenuto la notte scorsa nella casa del signor Bancone?

— No: rispose ancora più modesto il poliziotto: non ho scoperto nulla;

ma mi sono persuaso sempre pili che gli autori di esso appartengono alla

famosa _cocca_, di cui i caporioni si radunano nella taverna di Pelone.

— Bella scoperta! interruppe di nuovo il signor Tofi, crollando

villanamente le spalle. Ve ne dirò io di più: fra i ladri c'erano di

sicuro i due galeotti scappati _Graffigna_ e _Stracciaferro_.

— Sì signore: disse con qualche calore l'agente subalterno: ma codestoro

non sono che il braccio che eseguisce. A immaginare, ordinare i piani e

condurre le imprese di quella _cocca_ c'è una mente superiore, ed è

l'uomo che la rappresenta cui converrebbe scoprire ed afferrare.

— Ah ah! Esclamò il Commissario con una specie di sorriso su quelle sue

labbra grosse. Sempre la vostra idea fissa?

— Signor sì. Ed ogni giorno più s'afforzano i miei sospetti.

— Eh! non sono che sospetti in aria.

— Pazienza! Spero un giorno o l'altro di convertirli in prove reali.

Nella bottega di Pelone capita sempre quel misterioso personaggio cui

chiamano il _medichino_ e che si nasconde così bene ch'io non ho ancora

potuto vederlo per quant'arte e cautele adoperassi. Questa sera, quando

io giunsi colà, egli era di certo nella camera riposta. Al vedermi

comparire, Maddalena, la fante dell'oste, si precipitò in quella stanza,

e quando io entrai in essa, e mi vi affrettai benchè alcuni tentassero

trattenermene per via, quando entrai colà dentro non c'era altri più che

la serva ed un giovane che non avevo ancor visto mai.

— E se ci fosse stato quell'altro, secondo che voi dite, interruppe il

Commissario, e' non avrebbe potuto svanire come un fantasma. Conosco

ancor io quella camera e so che non ci ha altra uscita fuor quella che

mette nello stanzone del banco.

Barnaba crollò la testa in segno negativo.

— Così credevo ancor io, soggiunse, ma da qualche tempo avevo sospettato

che fosse diversamente, e stassera mi sono affatto chiarito del

contrario. L'imbarazzo di Pelone, la sollecitudine di Maddalena, le

risposte che quell'imbecille di Meo fece ad alcune mie domande, mi

persuasero che il _medichino_ era sfuggito al mio sopraggiungere, e

siccome pensai ancor io ciò che Ella ha detto or ora, ch'e' non poteva

essere sfumato per aria, mi dissi che ci doveva essere un passaggio

nascosto nell'impiallacciatura di legno che copre le pareti di quella

stanza sino all'altezza d'un uomo. Rimasto solo un momento, mi diedi ad

esaminare attentamente quell'impiallacciatura, e credo aver trovato il

luogo preciso in cui s'apre l'uscio nascosto.

— Eh! questa è tal cosa che ha di certo la sua importanza: disse il

Commissario pensieroso. Finora ho sempre inchinato a credere che il

_medichino_ fosse un personaggio di fantasia.

— Ah no! Proruppe con calore il poliziotto. Creda pure a tutta la realtà

di esso.

— Allora bisogna assolutamente che ne sappiamo più precise le novelle. È

già troppo tempo che si nasconde.

— Io credo che potremmo averle compiute queste novelle, se le cercassimo

presso il dott. Quercia.

— Ecco la vostra idea fissa!

— È un istinto della verità. Non ho ancora nessuna prova positiva da

poterlo stabilire; ma io penso, ma io sento che il _medichino_ ed il

dottor Quercia sono una medesima persona. E stassera medesima ne ho

avuto un altro indizio.

Il Commissario guardò fisamente Barnaba a suo modo.

— Quale? domandò egli più breve e più imperativo.

— Le ho detto che nella camera riposta dell'osteria m'incontrai con un

cotale non ancora veduto mai. Or bene, più tardi questo medesimo

individuo io vidi sotto l'atrio del palazzo dell'Accademia Filarmonica

tosto dopo che era passata la Corte; il dottor Quercia entrava giusto in

quel momento, e il mio sconosciuto — allora era ancora tale per me, ora

non lo è più — nel vedere il dottore fece un atto di conoscenza e

pronunziò alcune parole cui non potei intendere ed alle quali il dottore

mostrò di non badar punto.

— Sì, disse il signor Tofi: in codesto c'è un principio di indizio, ma

così vago che non vi ci possiamo appoggiare per nulla imprendere.

— Ah! se Ella volesse far arrestare quel signor dottore!....

— Sarebbe forse un buon consiglio. Ma egli ha delle potenti

raccomandazioni. Che cosa non direbbe il conte di Staffarda? e il conte

San-Luca e il marchesino di Baldissero, che lo trattano da amico? Se noi

non potessimo stabilir nulla di positivo a suo carico, avremmo torto e

ci guadagneremmo il danno e la beffa. Piuttosto converrebbe sorvegliare

quel tale che incontraste nella bettola, e che mostrò poi di essere in

relazione col dottore. Voi avete detto che ora esso non vi è più

sconosciuto.

— No signore, rispose Barnaba. Lo stesso pensiero che Ella ora

manifesta, venne a me di presente, e determinai tosto cercar di scoprire

alcuna cosa de' fatti di quel tale; ed ecco il risultamento delle mie

indagini. Esso chiamasi Maurilio Nulla, abita in via ***, al num. 7,

piano 4º, in casa d'un cotal pittore Antonio Vanardi, e fa lo scrivano

pubblico.

— Oh oh! Vanardi: esclamò il Commissario: non mi è un nome nuovo.

L'abbiamo scritto di sicuro in qualcuna delle pagine dei nostri libri.

Aspettate un po'....

Si alzò e recossi al forzierino sul quale aveva deposto il suo cappello.

Giunto colà sbottonò il suo soprabito, aprì il panciotto, e trasse fuori

una chiavettina che ci portava sottopanni appesa al collo per un

cordoncino; aprì con essa il forziere e ne tolse un grosso libro legato

di pelle nera. Tornò con questo libro alla scrivania e lo spalancò al

punto in cui sul margine era scritta in maiuscolo la lettera V. Fece

correre l'occhio e l'indice della mano destra su varii nomi che erano

scritti colà in colonna con una filza di note accanto.

— Vanardi, eccolo qua: diss'egli arrestando il dito a metà d'una pagina.

Lo sapevo bene che ci era. Abbiamo un bel numero di nomi scritti qua

dentro e in quegli altri libri che son là, ma pure io li so quasi tutti

a memoria. Dunque vediamo un po' quali note abbiamo sul conto di questo

soggetto.

E lesse le parole seguenti vergate con una magnifica scrittura

all'inglese:

«VANARDI _Antonio_, pittore. Spirito inquieto e turbolento. Nipote d'un

onesto droghiere non volle ubbidire alle volontà dello zio e ne

abbandonò la casa. Di carattere sarebbe piuttosto timido, ma ha amici

intraprendenti che lo spingono sulla cattiva strada. Parla poco

rispettosamente della R. autorità, dei nobili e dei ministri del culto:

sogna e desidera novità; si vanta d'essere italiano. Stette per qualche

anno nell'Università come studente di leggi, e mancava sempre alla

_congregazione_ e dovette essere punito per aver presentato delle fedi

di confessione false. Legge libri proibiti e non frequenta la chiesa. È

molto legato coi caporioni della gioventù liberale, Giovanni Selva e

Francesco Benda. Prese parte alla sottoscrizione per regalare una spada

al nominato Giuseppe Garibaldi.»

— Ah sì: disse il Commissario cessando di leggere. I liberali

inventarono un eroe in un certo Garibaldi, un ribelle esigliato che

trovasi laggiù a Montevideo, dove fece non so che cosa, e per ispirito

fazioso avviarono una colletta destinata a regalargli una spada. Io

suggerii al conte Barranchi, e S. E. aveva accettato, di far prendere e

chi teneva le liste di questa sottoscrizione e chi ci aveva dato il nome

e di mandarli tutti in cittadella almanco per 15 giorni; ma Sua Maestà,

a cui il conte Barranchi ebbe il torto di parlarne prima, volle che non

se ne facesse nulla.

— Ebbene, soggiunse Barnaba, gli è precisamente in casa di questo

pittore che abita quel cotale che ho detto.

— Già; sarà ancor egli un nemico del trono e dell'altare. Ripetetemi un

poco il suo nome.

— Maurilio Nulla.

— Questo non è nome da cristiano. Scommetto che egli è un nome finto.

Tacque un momento riflettendo.

— Però neppur esso non mi è affatto nuovo. In un modo o nell'altro mi

deve esser già passato sotto gli occhi. Vediamo un po' qua.

Sfogliò il grosso libro alla rubrica N e non trovò cenno nessuno di

quell'individuo.

— Ch'egli sia scritto in quell'altro registro dei sospetti e dei puniti

per delitti comuni?

Si alzò, andò a riporre nel forziere il libro che ne aveva tolto, e ne

prese un altro più grosso. Lo sfogliò come aveva fatto del precedente, e

ad un punto mandò un'esclamazione.

— To', to'; eccolo precisamente. È un bastardo; fu accusato di avere

avvelenati l'uomo e la donna che lo allevarono: stette parecchi mesi in

carcere; non si sa troppo di che guadagni egli viva. Poffare! Qui c'è

molto probabilmente un bandolo della matassa.

Barnaba si chinò verso il Commissario, ed abbassando ancora la voce come

se avesse paura di essere udito da altri in quello stanzino rimoto le

cui pareti erano spesse come quelle d'una fortezza e l'uscio come quello

d'una prigione, soggiunse:

— E questo bandolo gli è tale che forse ci aiuterà a dipanarne due alla

volta di matasse. In casa di quel Vanardi si sta complottando qualche

cosa contro la sicurezza dello Stato.

Il Commissario fece un sobbalzo sulla sua seggiola.

— Alla croce d'Iddio! Barnaba, siete voi certo di quello che dite?

— Ascolti e giudichi Ella stessa. Di frequente nella settimana

convengono in quel luogo parecchi dei più accesi liberali, e primi fra

essi Romualdo, Selva, Benda. Si chiudono in una stanza e ci stanno delle

ore e delle ore fino a notte inoltratissima il più spesso, senza che la

moglie stessa del pittore possa aver mai saputo che cosa facciano o

dicano. Dopo siffatte conferenze il Vanardi si mostra inquieto e

preoccupato. Non basta. Da alcuni mesi abita in quella casa un cotale

che si fa chiamare Medoro Bigonci e si spaccia per cantante; anzi ora

egli appartiene alla compagnia del Teatro Regio.

— Sì: disse il signor Tofi; e ne ho veduto il passaporto io stesso, che

ho trovato pienamente in regola.

— Ebbene, sotto quel finto cantante si nasconde un celebre cospiratore.

Egli è Medoro Bigonci come lo sono io: si chiama Mario Tiburzio, è un

esule romano, scappato alle carceri papali, uno dei principali agenti

dei moti di Rimini: e se Lei vuole saperne di meglio sul conto di lui,

consulti le note che riguardo a questo individuo ha trasmesso la polizia

di Roma.

Il Commissario fece un sobbalzo, maggiore di quello che avesse fatto un

momento prima.

— Poffare! Siete voi ben certo di quello che dite?

— Ne sosterrei la prova del fuoco. Ella che conosce la mia vita passata

(nel dire queste parole la voce di Barnaba tremò leggermente) sa che io

dimorai alcun tempo in Roma, e cominciai colà ad essere impiegato in

questo pubblico servizio. Sono stato io il Delegato che diede

l'interrogatorio a costui quando venne preso per la denunzia di due dei

complici nella congiura che avevano ordita. Nel tradurlo a Castello, con

fortuna pari all'audacia che in lui è grandissima, questo giovane

atterrò i due gendarmi che lo accompagnavano, fuggì a tutto un intero

corpo di guardia di Svizzeri che si pose ad inseguirlo e scampò

meravigliosamente. Fra i nemici del trono e dell'altare, le dico io che

questo è uno dei più pericolosi. S'egli è qui, se sta di casa con quei

giovani di cui troppo conosciamo le tendenze, se fra essi hanno luogo di

quelle segrete e lunghe conventicole, crede Ella che non vi sia sotto

qualche perfido disegno contro lo Stato?

— Avete ragione: disse il Commissario pensieroso. Se mi si lasciasse

agire liberamente come vorrei, come il bene medesimo del servizio

richiederebbe, la cosa sarebbe la più spiccia del mondo. Farei arrestare

tutta questa gente, ed una brava perquisizione ci metterebbe subito in

chiaro di tutto. Ma Carlo Alberto — che il Cielo gli conceda un glorioso

regno — da qualche tempo ha certe velleità cui non saprei definire

altrimenti che chiamandole liberali... Alcuni di simili arresti che ho

fatto eseguire ebbe la debolezza ultimamente di chiamare arbitrarii e di

muoverne aspri rimbrotti a S. E. il conte Barranchi, il quale di

rimbalzo me ne strapazzò come un cane. Andate a servire con zelo e con

intelligenza il potere. Io mi trovo colle mani un po' impacciate e non

posso pigliar nessuno di questi provvedimenti, senza prima farne motto

almeno al conte. Uno intanto non ci scappa certo, ed è il Benda che

coglieremo domattina al duello come un merlotto al paretaio. Avuto

questo tra mani, chi sa che non abbiamo tanto di buono da tirar gli

altri! L'arresto dunque del Benda diventa tanto più importante e quindi

conto su di voi per eseguirlo a dovere.

Barnaba s'inchinò.

— Eccovi un ordine del generale comandante che mette a vostra

disposizione quel numero di carabinieri che crederete; potrete prendere

con voi quante di nostre guardie stimerete opportuno. Amo credere che

domattina il signor avv. Benda farà colazione in cittadella.

— Ci conti su: rispose Barnaba, inchinandosi di nuovo; e preso il foglio

che gli porgeva il Commissario, uscì per tosto prendere le disposizioni

acconcie all'affidatogli mandato.

Alcune guardie appostò nei dintorni del palazzo di Baldissero, perchè

vegliassero sulle mosse del marchesino e cercassero, quando uscisse al

mattino, di seguirne le poste; ed egli stesso andò ad appiattarsi presso

la casa dei Benda, accompagnato da due carabinieri che fece nascondere

più in là affinchè fosse di meglio dissimulata la loro presenza.

Abbiamo visto come allorchè Quercia disse al cocchiere il luogo dove

dirigere la carrozza, Barnaba udisse quelle parole e facesse correre i

carabinieri al cimitero dov'era diffatti il convegno dei duellanti, e

dove si affrettò egli stesso a recarsi.

La plebe, parte II · 第 16 / 37 题