Barnaba, giunto in Piazza Castello, entrò nel Palazzo Madama e
s'intromise in una stanzaccia a pian terreno che serviva di anticamera
all'ufficio del Commissario. Due guardie di polizia sonnecchiavano là
dentro, mezzo sdraiate su panche di legno, vicino alla stufa in cui
ardeva un fuoco vivace. Allo entrare di Barnaba le guardie si alzarono
in piedi e salutarono militarmente con segno di rispetto.
— Il Commissario? Domandò con accento asciutto e vibrato il nuovo
venuto.
— È fuori dell'ufficio, rispose una delle guardie, ma ordinò che se Lei
veniva le si dicesse d'aspettarlo.
Barnaba fece un segno col capo come per dire:
— Sta bene; e passò in una camera vicina, a cui si accedeva per uno
stretto e scuro corridoio.
Era meno grande della stanza in cui si trovavano le guardie. Una lampada
ad olio con un cappello da riflettere il lume pendeva dalla metà della
vôlta e la rischiarava debolmente. Le pareti nude, colorite a calce,
erano grigie per la polvere e pei ragnateli. Il pavimento fatto di
quadrelli di cotto era ronchioso per sudiciume rammontatovi su dai piedi
di chi andava e veniva, senza che la granata si fosse immischiata mai a
tentare una spazzatura. Da due parti correvano presso la muraglia delle
panche lunghe, coperte di cuoio imbottito, ma questo cuoio, in parecchi
luoghi lacero, lasciava scappare qua e colà la stoppa dell'imbottitura,
come in varii punti pendeva a brandelli la lista, che, imbullettata
all'estremità presso il legno della panca, doveva formare l'orlo da
rattenere l'imbottitura. Alla parete che si trovava di faccia a chi
venisse dal corridoio, non c'era panca, ma si vedeva in mezzo una
scrivania posta in modo che chi vi sedesse avesse le spalle volte al
muro, e in un angolo una porticina stretta e bassa con un uscio di legno
di rovere irto delle capocchie di grossi chiovi, che pareva affatto un
uscio di prigione. A destra di chi entrava si apriva un gran finestrone
che guardava nei fossi del castello. Una tavola con sopravi un tappeto
di panno verde sbiadito e sporco stava a metà della stanza sotto la
lampada. Non c'era camino nè stufa e si sentiva entrando colà dentro un
freddo umido ed uggioso che vi penetrava nelle ossa.
Barnaba si diresse tosto verso la scrivania e guardò le carte che vi si
trovavan sopra. Erano rapporti di agenti subalterni, di carabinieri
reali e lettere diverse d'ufficio: tutte cose indifferenti che il
poliziotto scorse con occhio sbadato. Uno soltanto di quei fogli parve
commuoverlo. Era il rapporto d'una rissa avvenuta a Porta Palazzo sulla
piazza del mercato fra due saltimbanchi, di cui uno aveva ferito di
coltello l'altro: il feritore era stato arrestato. Barnaba lesse due
volte quel foglio, e la sua faccia si imbrunì stranamente; poi depose
colle altre quella carta e fece due o tre giri per la stanza, la testa
china, il volto cupo, come chi è assalito da dolorosi pensieri. Si fermò
un istante presso la finestra, appoggiò ad una traversa
dell'intelaiatura dell'invetrata la fronte, e rimase lì un istante a
guardar fuori, innanzi a sè, ma con certi occhi che non vedevano gli
oggetti esteriori, sibbene le immagini di qualche scena del passato
evocata dalla sua memoria. Dopo un poco egli si riscosse, mandò un
profondo sospiro, e venne a sedere presso la tavola di mezzo, sul
tappeto della quale appoggiò il suo gomito, facendo sorreggere la testa
alla palma della mano. Rimase immobile in quella positura, e pareva
tutto intento a guardare il fiato che usciva dalla sua bocca addensato
in vapore dal freddo ambiente di quella stanza.
Passò così più d'un'ora senza che quest'uomo si movesse altrimenti. Già
da tempo era suonata la mezzanotte alla chiesa di S. Lorenzo, quando una
voce rauca, ruvida ed imperiosa suonò improvvisa alle spalle di Barnaba.
— Ah! siete voi pur finalmente!
Barnaba sorse in piedi di scatto, e volgendosi si trovò in faccia al
sig. commissario Tofi.
Un uomo alto e magro, di ossatura grossa e di membra asciutte: una
faccia lunga colla mascella inferiore larga e molto sviluppata; una
bocca enorme ed un naso monumentale; una fronte quadra colle ossa
sopraccigliari proeminentissime e le occhiaie infossate; un colorito
ulivigno e i capelli neri brizzolati; non un pelo di barba sulla faccia
rasa accuratamente; un'espressione burbera e maligna; un alto e duro
cravattino sotto il mento, un lungo soprabitone abbottonato sino al
collo, con due grosse tasche ai due lati in sulle anche, un cappello
basso a larga tesa in testa: tale era il temuto e temibile commissario,
signor Tofi.
Barnaba lo salutò con umile deferenza, e l'altro, coll'accento più
severo di rampogna che possa usare un superiore verso un subordinato in
fallo:
— Gli è bene una fortuna, disse, che abbiate ancora avuta la degnazione
di venire: di tutta stassera non ci è stato verso di vedervi.
— Signor Commissario: rispose Barnaba: non ho mica impiegato tutto
questo tempo a divertirmi; e credo aver giovato anzi non poco al
servizio. Vengo apportatore di informazioni che ritengo assai preziose.
Il signor Tofi lo guardò un poco entro gli occhi con quell'espressione
feroce e minacciosa che gli era ordinaria.
— Sì? Diss'egli poi col medesimo tono ruvido e rimbrottoso. Udremo
queste meravigliose informazioni, e vedremo se il loro valore è da farvi
scusare del vostro ritardo. Intanto comincierete per istamparvi bene in
mente le istruzioni e gli ordini che vi ho da dare. Venite nel mio
gabinetto.
Camminò con passo militare verso l'uscio cui ho detto irto di chiovi di
ferro; trasse di tasca una grossa chiave che introdusse nella toppa, ed
aprì. Entrò esso primo ed a tastoni fu ad un caminetto, sopra la pietra
di sporto del quale eravi un candeliere con una mezza candela di cevo.
Accese quest'essa con un fiammifero che sfregò alla muraglia; depose il
candeliere sopra la scrivania che si trovava nella profonda strombatura
della sola finestra per cui là dentro penetrasse luce ed aria, e poi
volgendosi a Barnaba che stava dritto sulla soglia, dissegli con
quell'accento secco e imperativo:
— Entrate e chiudete.
Barnaba s'inoltrò, chiuse l'uscio e fece scorrere un catenaccio; poi
rimase lì aspettando i comandi e le interrogazioni del suo superiore.
Questi depose il suo largo cappello sopra un forzierino che trovavasi
presso il caminetto, trasse dalle tascone laterali del soprabito due
pistole a doppia canna e le mise sopra la scrivania, poi si accoccolò
presso il focolare e colle sue mani medesime si diede a frugar fra la
cenere se ancora vi fosse qualche carbone acceso; ne trovò alcuni, li
raccolse, vi pose su delle scheggie di legna, un po' di carte stracciate
che prese in una cesta apposita, e vi soffiò su robustamente colla sua
bocca; si scaldò un momento le mani grosse, quadrate, nere, villose,
alla fiamma che non tardò a levarsi, e poi drizzatosi della persona,
fregandosi ancora l'una contro l'altra le sue manaccie, si volse a
Barnaba, che era sempre stato immobile al suo posto, e gli disse:
— Ora a noi!
Sedette alla scrivania, e Barnaba si accostò fino ad appoggiarsi con una
mano all'orlo della medesima. La fiamma della candela, oscillando
all'aria che s'intrometteva dalle fessure della finestra, mandava una
luce rossigna, ora più, ora meno intensa, sulle fisionomie
caratteristiche di quei due uomini, sulle protuberanze della fronte
bassa, sulle linee aspre, direi quasi, della faccia del Commissario, sui
lineamenti pallidi ed incerti e sull'aspetto reso insignificante per
mirabile effetto di dissimulazione dell'agente segreto; al di sopra di
quest'ultimo quella luce oscillante faceva danzare le ombre sul fondo
della parete e tingeva di color sanguigno i busti di Carlo Felice e di
Carlo Alberto che sopra due mensole appiccate alla parete guardavano coi
loro occhi senza pupille e colla loro faccia impassibile di gesso le
misteriose scene che succedevano in quel _sancta sanctorum_ della
Polizia.
— Vengo adess'adesso da S. E. il conte Barranchi: così disse il
Commissario. E' mi ha mandato a chiamare per un grave scandalo che è
successo poco fa al ballo dell'Accademia filarmonica. Un borghese da
nulla ha osato insultare il figliuolo d'un'Eccellenza: il marchesino di
Baldissero; e ciò mentre nel palazzo medesimo trovavasi Sua Maestà!
Chinò il capo in atto di riverenza, e Barnaba fece altrettanto.
— L'insultatore è l'avvocato Francesco Benda.
Barnaba levò il viso, e fece un atto che significava:
— Conosco chi è e ne so le novelle.
Tofi seguitava:
— Spinse l'audacia fino a sfidare a duello il marchese. S. E. è decisa
d'impedire che un simile eccesso abbia luogo. Credevo che fosse per
ordinare senz'altro l'arresto di quell'avvocatuzzo, e glie ne dissi; ma
S. E. per certi nuovi riguardi preferisce farlo cogliere in sull'atto al
momento del duello. Ho pensato di affidare a voi questa operazione.
Conviene adunque che scopriate l'ora ed il luogo in cui dovrà succedere
lo scontro e che allorquando sieno coll'armi alla mano li sopraccogliate
_in flagranti_. Il marchese lo lascierete andare, l'avvocato, colle armi
che sequestrerete, lo condurrete qui. Avete capito?
L'agente fece un cenno affermativo.
— Ora, continuava il Commissario, vediamo un poco l'impiego della vostra
serata, e sentiamo quelle informazioni che voi dite tanto preziose.
Barnaba cominciò modestamente a parlare.
— Sono stato, come il solito, nella bettola di Pelone...
Il Commissario lo interruppe con ruvida ironia:
— E vi credete avere scoperto qualche cosa di nuovo intorno al furto
avvenuto la notte scorsa nella casa del signor Bancone?
— No: rispose ancora più modesto il poliziotto: non ho scoperto nulla;
ma mi sono persuaso sempre pili che gli autori di esso appartengono alla
famosa _cocca_, di cui i caporioni si radunano nella taverna di Pelone.
— Bella scoperta! interruppe di nuovo il signor Tofi, crollando
villanamente le spalle. Ve ne dirò io di più: fra i ladri c'erano di
sicuro i due galeotti scappati _Graffigna_ e _Stracciaferro_.
— Sì signore: disse con qualche calore l'agente subalterno: ma codestoro
non sono che il braccio che eseguisce. A immaginare, ordinare i piani e
condurre le imprese di quella _cocca_ c'è una mente superiore, ed è
l'uomo che la rappresenta cui converrebbe scoprire ed afferrare.
— Ah ah! Esclamò il Commissario con una specie di sorriso su quelle sue
labbra grosse. Sempre la vostra idea fissa?
— Signor sì. Ed ogni giorno più s'afforzano i miei sospetti.
— Eh! non sono che sospetti in aria.
— Pazienza! Spero un giorno o l'altro di convertirli in prove reali.
Nella bottega di Pelone capita sempre quel misterioso personaggio cui
chiamano il _medichino_ e che si nasconde così bene ch'io non ho ancora
potuto vederlo per quant'arte e cautele adoperassi. Questa sera, quando
io giunsi colà, egli era di certo nella camera riposta. Al vedermi
comparire, Maddalena, la fante dell'oste, si precipitò in quella stanza,
e quando io entrai in essa, e mi vi affrettai benchè alcuni tentassero
trattenermene per via, quando entrai colà dentro non c'era altri più che
la serva ed un giovane che non avevo ancor visto mai.
— E se ci fosse stato quell'altro, secondo che voi dite, interruppe il
Commissario, e' non avrebbe potuto svanire come un fantasma. Conosco
ancor io quella camera e so che non ci ha altra uscita fuor quella che
mette nello stanzone del banco.
Barnaba crollò la testa in segno negativo.
— Così credevo ancor io, soggiunse, ma da qualche tempo avevo sospettato
che fosse diversamente, e stassera mi sono affatto chiarito del
contrario. L'imbarazzo di Pelone, la sollecitudine di Maddalena, le
risposte che quell'imbecille di Meo fece ad alcune mie domande, mi
persuasero che il _medichino_ era sfuggito al mio sopraggiungere, e
siccome pensai ancor io ciò che Ella ha detto or ora, ch'e' non poteva
essere sfumato per aria, mi dissi che ci doveva essere un passaggio
nascosto nell'impiallacciatura di legno che copre le pareti di quella
stanza sino all'altezza d'un uomo. Rimasto solo un momento, mi diedi ad
esaminare attentamente quell'impiallacciatura, e credo aver trovato il
luogo preciso in cui s'apre l'uscio nascosto.
— Eh! questa è tal cosa che ha di certo la sua importanza: disse il
Commissario pensieroso. Finora ho sempre inchinato a credere che il
_medichino_ fosse un personaggio di fantasia.
— Ah no! Proruppe con calore il poliziotto. Creda pure a tutta la realtà
di esso.
— Allora bisogna assolutamente che ne sappiamo più precise le novelle. È
già troppo tempo che si nasconde.
— Io credo che potremmo averle compiute queste novelle, se le cercassimo
presso il dott. Quercia.
— Ecco la vostra idea fissa!
— È un istinto della verità. Non ho ancora nessuna prova positiva da
poterlo stabilire; ma io penso, ma io sento che il _medichino_ ed il
dottor Quercia sono una medesima persona. E stassera medesima ne ho
avuto un altro indizio.
Il Commissario guardò fisamente Barnaba a suo modo.
— Quale? domandò egli più breve e più imperativo.
— Le ho detto che nella camera riposta dell'osteria m'incontrai con un
cotale non ancora veduto mai. Or bene, più tardi questo medesimo
individuo io vidi sotto l'atrio del palazzo dell'Accademia Filarmonica
tosto dopo che era passata la Corte; il dottor Quercia entrava giusto in
quel momento, e il mio sconosciuto — allora era ancora tale per me, ora
non lo è più — nel vedere il dottore fece un atto di conoscenza e
pronunziò alcune parole cui non potei intendere ed alle quali il dottore
mostrò di non badar punto.
— Sì, disse il signor Tofi: in codesto c'è un principio di indizio, ma
così vago che non vi ci possiamo appoggiare per nulla imprendere.
— Ah! se Ella volesse far arrestare quel signor dottore!....
— Sarebbe forse un buon consiglio. Ma egli ha delle potenti
raccomandazioni. Che cosa non direbbe il conte di Staffarda? e il conte
San-Luca e il marchesino di Baldissero, che lo trattano da amico? Se noi
non potessimo stabilir nulla di positivo a suo carico, avremmo torto e
ci guadagneremmo il danno e la beffa. Piuttosto converrebbe sorvegliare
quel tale che incontraste nella bettola, e che mostrò poi di essere in
relazione col dottore. Voi avete detto che ora esso non vi è più
sconosciuto.
— No signore, rispose Barnaba. Lo stesso pensiero che Ella ora
manifesta, venne a me di presente, e determinai tosto cercar di scoprire
alcuna cosa de' fatti di quel tale; ed ecco il risultamento delle mie
indagini. Esso chiamasi Maurilio Nulla, abita in via ***, al num. 7,
piano 4º, in casa d'un cotal pittore Antonio Vanardi, e fa lo scrivano
pubblico.
— Oh oh! Vanardi: esclamò il Commissario: non mi è un nome nuovo.
L'abbiamo scritto di sicuro in qualcuna delle pagine dei nostri libri.
Aspettate un po'....
Si alzò e recossi al forzierino sul quale aveva deposto il suo cappello.
Giunto colà sbottonò il suo soprabito, aprì il panciotto, e trasse fuori
una chiavettina che ci portava sottopanni appesa al collo per un
cordoncino; aprì con essa il forziere e ne tolse un grosso libro legato
di pelle nera. Tornò con questo libro alla scrivania e lo spalancò al
punto in cui sul margine era scritta in maiuscolo la lettera V. Fece
correre l'occhio e l'indice della mano destra su varii nomi che erano
scritti colà in colonna con una filza di note accanto.
— Vanardi, eccolo qua: diss'egli arrestando il dito a metà d'una pagina.
Lo sapevo bene che ci era. Abbiamo un bel numero di nomi scritti qua
dentro e in quegli altri libri che son là, ma pure io li so quasi tutti
a memoria. Dunque vediamo un po' quali note abbiamo sul conto di questo
soggetto.
E lesse le parole seguenti vergate con una magnifica scrittura
all'inglese:
«VANARDI _Antonio_, pittore. Spirito inquieto e turbolento. Nipote d'un
onesto droghiere non volle ubbidire alle volontà dello zio e ne
abbandonò la casa. Di carattere sarebbe piuttosto timido, ma ha amici
intraprendenti che lo spingono sulla cattiva strada. Parla poco
rispettosamente della R. autorità, dei nobili e dei ministri del culto:
sogna e desidera novità; si vanta d'essere italiano. Stette per qualche
anno nell'Università come studente di leggi, e mancava sempre alla
_congregazione_ e dovette essere punito per aver presentato delle fedi
di confessione false. Legge libri proibiti e non frequenta la chiesa. È
molto legato coi caporioni della gioventù liberale, Giovanni Selva e
Francesco Benda. Prese parte alla sottoscrizione per regalare una spada
al nominato Giuseppe Garibaldi.»
— Ah sì: disse il Commissario cessando di leggere. I liberali
inventarono un eroe in un certo Garibaldi, un ribelle esigliato che
trovasi laggiù a Montevideo, dove fece non so che cosa, e per ispirito
fazioso avviarono una colletta destinata a regalargli una spada. Io
suggerii al conte Barranchi, e S. E. aveva accettato, di far prendere e
chi teneva le liste di questa sottoscrizione e chi ci aveva dato il nome
e di mandarli tutti in cittadella almanco per 15 giorni; ma Sua Maestà,
a cui il conte Barranchi ebbe il torto di parlarne prima, volle che non
se ne facesse nulla.
— Ebbene, soggiunse Barnaba, gli è precisamente in casa di questo
pittore che abita quel cotale che ho detto.
— Già; sarà ancor egli un nemico del trono e dell'altare. Ripetetemi un
poco il suo nome.
— Maurilio Nulla.
— Questo non è nome da cristiano. Scommetto che egli è un nome finto.
Tacque un momento riflettendo.
— Però neppur esso non mi è affatto nuovo. In un modo o nell'altro mi
deve esser già passato sotto gli occhi. Vediamo un po' qua.
Sfogliò il grosso libro alla rubrica N e non trovò cenno nessuno di
quell'individuo.
— Ch'egli sia scritto in quell'altro registro dei sospetti e dei puniti
per delitti comuni?
Si alzò, andò a riporre nel forziere il libro che ne aveva tolto, e ne
prese un altro più grosso. Lo sfogliò come aveva fatto del precedente, e
ad un punto mandò un'esclamazione.
— To', to'; eccolo precisamente. È un bastardo; fu accusato di avere
avvelenati l'uomo e la donna che lo allevarono: stette parecchi mesi in
carcere; non si sa troppo di che guadagni egli viva. Poffare! Qui c'è
molto probabilmente un bandolo della matassa.
Barnaba si chinò verso il Commissario, ed abbassando ancora la voce come
se avesse paura di essere udito da altri in quello stanzino rimoto le
cui pareti erano spesse come quelle d'una fortezza e l'uscio come quello
d'una prigione, soggiunse:
— E questo bandolo gli è tale che forse ci aiuterà a dipanarne due alla
volta di matasse. In casa di quel Vanardi si sta complottando qualche
cosa contro la sicurezza dello Stato.
Il Commissario fece un sobbalzo sulla sua seggiola.
— Alla croce d'Iddio! Barnaba, siete voi certo di quello che dite?
— Ascolti e giudichi Ella stessa. Di frequente nella settimana
convengono in quel luogo parecchi dei più accesi liberali, e primi fra
essi Romualdo, Selva, Benda. Si chiudono in una stanza e ci stanno delle
ore e delle ore fino a notte inoltratissima il più spesso, senza che la
moglie stessa del pittore possa aver mai saputo che cosa facciano o
dicano. Dopo siffatte conferenze il Vanardi si mostra inquieto e
preoccupato. Non basta. Da alcuni mesi abita in quella casa un cotale
che si fa chiamare Medoro Bigonci e si spaccia per cantante; anzi ora
egli appartiene alla compagnia del Teatro Regio.
— Sì: disse il signor Tofi; e ne ho veduto il passaporto io stesso, che
ho trovato pienamente in regola.
— Ebbene, sotto quel finto cantante si nasconde un celebre cospiratore.
Egli è Medoro Bigonci come lo sono io: si chiama Mario Tiburzio, è un
esule romano, scappato alle carceri papali, uno dei principali agenti
dei moti di Rimini: e se Lei vuole saperne di meglio sul conto di lui,
consulti le note che riguardo a questo individuo ha trasmesso la polizia
di Roma.
Il Commissario fece un sobbalzo, maggiore di quello che avesse fatto un
momento prima.
— Poffare! Siete voi ben certo di quello che dite?
— Ne sosterrei la prova del fuoco. Ella che conosce la mia vita passata
(nel dire queste parole la voce di Barnaba tremò leggermente) sa che io
dimorai alcun tempo in Roma, e cominciai colà ad essere impiegato in
questo pubblico servizio. Sono stato io il Delegato che diede
l'interrogatorio a costui quando venne preso per la denunzia di due dei
complici nella congiura che avevano ordita. Nel tradurlo a Castello, con
fortuna pari all'audacia che in lui è grandissima, questo giovane
atterrò i due gendarmi che lo accompagnavano, fuggì a tutto un intero
corpo di guardia di Svizzeri che si pose ad inseguirlo e scampò
meravigliosamente. Fra i nemici del trono e dell'altare, le dico io che
questo è uno dei più pericolosi. S'egli è qui, se sta di casa con quei
giovani di cui troppo conosciamo le tendenze, se fra essi hanno luogo di
quelle segrete e lunghe conventicole, crede Ella che non vi sia sotto
qualche perfido disegno contro lo Stato?
— Avete ragione: disse il Commissario pensieroso. Se mi si lasciasse
agire liberamente come vorrei, come il bene medesimo del servizio
richiederebbe, la cosa sarebbe la più spiccia del mondo. Farei arrestare
tutta questa gente, ed una brava perquisizione ci metterebbe subito in
chiaro di tutto. Ma Carlo Alberto — che il Cielo gli conceda un glorioso
regno — da qualche tempo ha certe velleità cui non saprei definire
altrimenti che chiamandole liberali... Alcuni di simili arresti che ho
fatto eseguire ebbe la debolezza ultimamente di chiamare arbitrarii e di
muoverne aspri rimbrotti a S. E. il conte Barranchi, il quale di
rimbalzo me ne strapazzò come un cane. Andate a servire con zelo e con
intelligenza il potere. Io mi trovo colle mani un po' impacciate e non
posso pigliar nessuno di questi provvedimenti, senza prima farne motto
almeno al conte. Uno intanto non ci scappa certo, ed è il Benda che
coglieremo domattina al duello come un merlotto al paretaio. Avuto
questo tra mani, chi sa che non abbiamo tanto di buono da tirar gli
altri! L'arresto dunque del Benda diventa tanto più importante e quindi
conto su di voi per eseguirlo a dovere.
Barnaba s'inchinò.
— Eccovi un ordine del generale comandante che mette a vostra
disposizione quel numero di carabinieri che crederete; potrete prendere
con voi quante di nostre guardie stimerete opportuno. Amo credere che
domattina il signor avv. Benda farà colazione in cittadella.
— Ci conti su: rispose Barnaba, inchinandosi di nuovo; e preso il foglio
che gli porgeva il Commissario, uscì per tosto prendere le disposizioni
acconcie all'affidatogli mandato.
Alcune guardie appostò nei dintorni del palazzo di Baldissero, perchè
vegliassero sulle mosse del marchesino e cercassero, quando uscisse al
mattino, di seguirne le poste; ed egli stesso andò ad appiattarsi presso
la casa dei Benda, accompagnato da due carabinieri che fece nascondere
più in là affinchè fosse di meglio dissimulata la loro presenza.
Abbiamo visto come allorchè Quercia disse al cocchiere il luogo dove
dirigere la carrozza, Barnaba udisse quelle parole e facesse correre i
carabinieri al cimitero dov'era diffatti il convegno dei duellanti, e
dove si affrettò egli stesso a recarsi.