L'impressione fu in tutti viva e diversa: Gian-Luigi diede una rapida
sguardata all'ingiro, come per vedere se vi fossero probabilità di fuga;
Selva si avanzò quasi minaccioso come per opporre la resistenza a
quell'atto prepotente; il marchesino ed i suoi compagni mostrarono un
orgoglioso disdegno.
— Ecchè? Disse superbamente Baldissero. Avete ordine di arrestarci?
— Lei no, signor marchese, risposero i carabinieri, nè altri qui
dall'avv. Benda in fuori.
Selva e Francesco erano un po' impalliditi. La loro mente era corsa alla
congiura che paventavano fosse scoperta. Quercia che osservava tutto,
s'accorse come vi dovesse essere alcuna ragione da far temere ai due
giovani più triste conseguenze da quell'arresto che non quelle cui
avrebbe avuto il duello mancato: si rivolse al marchesino e gli disse
vivamente:
— Ella vede quanto fossero ingiusti i suoi sospetti. Il suo onore
medesimo, signor marchese, non consente che lasci così arrestare il suo
avversario.
Baldissero lo interruppe con un gesto vibrato che voleva dire: — Ho
capito e so ben io che cosa mi tocca di fare; poi con quell'accento di
supremazia che dà la coscienza del proprio grado, disse agli agenti
della forza pubblica:
— Io sono il figliuolo del marchese di Baldissero ministro di Stato.
Rispondo io per l'avv. Benda.
— Do la mia parola, esclamò vivamente Francesco, che mi presenterò io
stesso questa mattina medesima dal signor Commissario: ma prima
lasciatemi andare a riabbracciare la mia famiglia.
— Siamo dunque intesi: soggiunse il marchesino con quel tono d'autorità;
andate pure, e dite ai vostri superiori che io mi sono reso cauzione di
lui.
I carabinieri parvero esitare; ma l'uomo dal mantello fece un altro
passo ed un altro cenno.
— Ci rincresce davvero: disse allora uno dei carabinieri; ma non
possiamo assecondare il suo desiderio. I nostri ordini sono precisi e
formali.
Gian-Luigi, fin dal primo momento che Barnaba era comparso, lo era
venuto esaminando con occhio acutamente investigatore.
Hai bel coprirti la faccia, diceva a se stesso, ti riconoscerò quel
medesimo ad ogni volta che mi avvenga di vederti.
— Se la è così, disse Francesco, è inutile ogni altro indugio. Andiamo
pure, o signori: e tu Giovanni, soggiunse volgendosi a Selva, non
tardare a recar di mie notizie a casa mia.
Camminarono verso il luogo dove avevano lasciato le carrozze. Il
cocchiere del dottor Quercia aveva gli occhi fissi sul suo
pseudo-padrone che si accostava, e questi aveva lo sguardo intento sul
suo cocchiere. Fu un cenno leggerissimo di Gian-Luigi, colto a volo da
quella faccia furba di cocchiere, o fu veramente che il vivace cavallo
attaccato al legno del dottore si spaventasse d'alcuna cosa? Il fatto è
che quella stupenda bestia fece un balzo, e, come se avesse tolto la
mano al guidatore, prese a correre giù della strada del Parco. Non ci fu
più che la carrozza del marchesino di cui si potessero servire i
carabinieri per condurre l'arrestato. Vi salirono i militari con
Francesco; l'uomo dal mantello salì a cassetta presso il cocchiere e la
carrozza partì di trotto serrato.
— Signor marchese; disse Gian-Luigi a Baldissero, il quale si vedeva
essere turbato e spiacentissimo di questo fatto: Ella non abbandonerà,
ne son persuaso, l'avv. Benda.
— No certo: rispose vivamente il marchesino. Qui è avvenuto non so qual
disgradevole equivoco, che mi affretterò a far dileguare. Quanto a
difendermi dal sospetto che io possa in alcun modo aver contribuito a
questo spiacevole incidente, credo non averne bisogno.
Quercia e Selva s'inchinarono leggermente.
In quella la carrozza del dottore tornava a quel luogo col cavallo
affatto ammansato.
— Mi rincresce, disse Gian-Luigi al marchesino ed ai suoi compagni, non
poter offrir loro un posto nel mio legnetto. Lo lascierei anzi del tutto
a loro servizio, se noi non avessimo il dovere di correre il più
sollecitamente possibile in casa Benda.
I nobili avversarii non risposero che con un saluto. Selva si precipitò
nella carrozza, e Quercia, salendovi esso pure, diede al cocchiere
l'indirizzo dell'officina e soggiunse:
— Di galoppo.
La carrozza partì come una saetta sprigionata dalla cocca.
— Benda avrebbe qualche motivo da temere una perquisizione? Domandò
Gian-Luigi al suo compagno, mentre la carrozza andava colla rapidità del
vento.
— Pur troppo!
— Bene. Può darsi che arriviamo prima di quelli che verranno a farla.
Ella ha tutta la fiducia di Benda e della sua famiglia?
— Sì.
— Ella dunque si affretterà a fare scomparire ciò che possa
compromettere il suo amico.
— È quello appunto che pensavo di fare.
Abbiamo veduto come di poco essi avanzassero in casa Benda Barnaba e i
carabinieri che venivano a fare la perquisizione.
Ora seguitiamo Francesco, il quale viene condotto alla presenza del
terribile signor commissario Tofi.
Il signor Commissario aveva dormito poco e male. Per la mente commossa
tutta notte s'erano dimenate le rivelazioni di Barnaba ad eccitarne lo
zelo irrequieto, operoso e prepotente. Egli aveva sognato degli arresti
a fusone, e la sua fantasia s'era deliziata nella visione d'un
reggimento di liberali mandato a impallidire dietro le inferriate del
forte di Fenestrelle. S'arrabbiava della impotenza relativa a cui lo
condannava la sua condizione di subalterno, e s'angustiava per non
essere in grado di tradurre in atto di propria autorità lo splendido
disegno della sua poliziesca immaginativa. Avrebbe dato non so che cosa
per trovarsi ventiquattr'ore almanco nell'uniforme da generale del conte
Barranchi.
Effetto di questa insonnia si fu che, appena il mattino, il signor Tofi
era nell'anticamera del suo superiore ad insistere presso un domestico
sonnoloso che sbadigliava, affinchè lo introducesse presso il padrone.
Il domestico che sapeva bene non trattarsi di giuggiole, quando la
faccia scura e il soprabito lungo del Commissario comparivano in quelle
soglie, si lasciò vincere dalle imperiose parole di messer Tofi ed osò
introdursi nella camera del conte a turbarne i dolci sonni mattutini.
Si ha bell'essere generale dei carabinieri reali e comandante supremo
della Polizia, e tuttavia non si va esente da qualche piccolo
difettuccio. Ahimè! Non c'è nessuno di perfetto su questa terra. Il
conte Barranchi amava supremamente due cose: mangiar molto e bene con
ghiottoneria istruita a perfezione nella difficil arte della cucina, e
dormire beatamente la grassa mattinata. La sera innanzi egli avea
pranzato a Corte, dove i pranzi di Carlo Alberto erano conosciuti per
parsimoniosa frugalità; la notte aveva dovuto vegliarla al ballo, ed a
sbrigar poi varie faccende, di cui lo aveva intrattenuto il Commissario:
e quindi era naturale e necessaria conseguenza di ciò che il suo umore
fin dalla sera innanzi non si trovasse nello stadio della sua maggiore
amenità, e che massimo fosse in lui il desiderio e il bisogno di dormire
tranquillamente sino all'alba dei tafani.
Per dire il vero, affatto affatto ameno l'umore del signor generale non
lo era pur mai. Il suo carattere brusco e violento si era di molto
rinforzato nell'impertinente disdegno d'altrui mercè la prepotenza
concessa al suo grado ed alle sue funzioni. I suoi modi erano aspri come
quegli ispidi baffi che gli ombreggiavano il labbro superiore. Avvezzo a
parlare a carabinieri che lo ascoltavano in posture di rispetto per
obbedirlo ciecamente, ad inferiori e subordinati che s'inchinavano
innanzi allo scoppio della sua voce, come le umili erbe del prato al
passaggio del vento, a poveri diavoli o timorosi o colpevoli che
tremavano alla impettita severità del suo aspetto, il conte Barranchi
trattava con tutti ch'ei non credesse suoi pari, come un caporal tamburo
tratta con un allievo tamburino. Figuratevi un po' che cosa dovesse
essere quest'umore quella mattina in cui il domestico venne a rompergli
il più quieto dei sonni per dirgli che il Commissario era lì che voleva
parlargli! Il fatto d'essere stato svegliato era già doloroso e grave;
ma vi era di più che sotto il soprabitone del Commissario venivano
occupazioni e fastidi da non lasciarlo riaddormentar poi, perchè era
persuaso che senza una pressante necessità Tofi non l'avrebbe
disturbato. Il signor conte, che bestemmiava in francese, quantunque
fosse austriaco in cuore, sparò una dozzina di _sacrebleu!_ minacciò di
prendere il domestico per il collo, diede un pugno sul tavolino da notte
che mandò in aria il _verre d'eau_ di cristallo di Boemia, agitò
minacciosamente la ciocca di cotone che si drizzava con superbia in alto
del suo berrettino notturno, e finì per dire che quel malaugurato signor
Commissario fosse introdotto.
Tofi si avanzò con aspetto umile ma sicuro. La pervicacia della sua
natura, la coscienza del suo merito poliziesco, l'essere addentro in
tutti i misteri di quell'ufficio e in più a varii degli altri rami
dell'amministrazione, gli davano eziandio, appetto al suo bizzarro
superiore, una certa sicurezza di sè, che, trattandosi d'altro e per
altre attinenze, avrebbe potuto anche dirsi dignità. Ciò non toglieva
punto che S. E. il conte Barranchi non lo strapazzasse come un cane.
E fu appunto con una vera bordata d'improperii che il sig. Tofi venne
accolto quella fatale mattina. E che gli era insopportabile l'essere
perseguitato in quella maniera; e che fastidiosissimo e da sdegnar
chicchessia non avere un Commissario che valesse a far da sè e sapesse
come governarsi, senza venir a romper la testa e il sonno ad ogni
momento a cui la sua alta posizione avrebbe dovuto lasciare più
_loisirs_ e meno seccature: parlasse presto e poco e bene, e guai a lui
se le comunicazioni che aveva da fargli non fossero di tanta importanza
da scusare quell'irriverente procedere.
Il Commissario, dritto nella postura del soldato senz'armi, il suo largo
cappello in mano, i suoi occhi infossati, fissi sul generale, la faccia
ossea ferma sul cravattino duro, ascoltò impassibile la sfuriata del
conte, e poi colla sua voce rauca, bassa, contenuta, disse ordinatamente
e laconicamente quanto aveva appreso da Barnaba.
A prima giunta siffatte informazioni non parvero abbastanza di rilievo
al bravo signor generale. Gridò sbuffando che gli era un prendersi gabbo
di lui il venirlo a sturbare per sì poca cosa. Bel miracolo che quattro
arfasatti di liberale si radunassero in casa d'un pitocco per
combriccolare; cani che vogliono prender la luna coi denti. Che sì che
lo Stato aveva da tremare di que' mascalzoni! I becchi d'un cappello da
carabiniere li avrebbe fatti scappar tutti come una legione di diavoli
dall'acquasantino. Poi se la prese con questa empia incorreggibil razza
dei liberali, stupidi matti che avrebbero potuto mangiar e bere e star
tranquilli, e volevano ficcare il becco in ciò che loro non toccava. Gli
era tempo di finirla mercè qualche buon provvedimento di rigore con
questi paladini del disordine; ecchè eravi egli bisogno di andarlo a
disturbare di quella guisa, un Commissario che sapesse secondo conviene
il dover suo? Si arrestava, si procedeva, si perquisiva; e poi quando e
individui, e carte, e tutto, fosse al sicuro, si aspettava un'ora un po'
da cristiano per andarne a romper la testa al proprio superiore.
Tofi sostenne la seconda bordata colla medesima impassibilità colla
quale aveva sopportata la prima; quando il conte si tacque, il
Commissario fece balenare le sue pupille grifagne nelle occhiaie
incavate e chinò leggermente la testa in moto affermativo.
— Va bene, e mi basta: diss'egli. Avevo appunto in animo di far così; ma
le sue raccomandazioni di temperanza ultimamente fattemi e ripetutemi
erano riuscite a pormene un po' in suggezione. Ora le sue parole mi
levano ogni scrupolo ed io non mancherò di fare secondo le mie
ispirazioni. Mi rincresce aver disturbata S. E.: non la scomodo oltre e
vado a dar gli ordini che mi sembreranno più opportuni.
E girò sui suoi talloni per avviarsi alla porta da cui era entrato.
— Un momento, un momento: gridò il conte levandosi a sedere sul letto,
appoggiato al gomito. Diavolo! Come voi ci andate di gamba lesta. Corpo
d'uno squadrone! Innanzi a S. M. sono io che porto la responsabilità di
tutto.
La risposta di Tofi gli aveva richiamato alla mente le rampogne fattegli
dal pallido, severo labbro di Carlo Alberto per alcune maggiori
prepotenze commesse da ultimo dalla Polizia, gli avevano ricordato che
ancora il giorno prima il Re, fermandosi innanzi a lui a favorirlo di
quella mezza dozzina di parole che soleva regalare ad ogni convitato,
facendo il giro della sala dopo il pranzo, avevagli detto:
— E la sua Polizia, conte Barranchi?
— Cammina alla perfezione: aveva risposto il generale inchinandosi.
— Va bene: aveva soggiunto il Re. Spero che non sentirò più richiami di
sorta per eccessi che ella commetta. Bisogna essere vigilanti, severi,
ma nei limiti delle leggi e senza violare i diritti dei cittadini. Si
ricordi, conte, che è mia intenzione precisa che la Polizia nei miei
Stati cessi d'essere un arbitrio e diventi sempre più una magistratura.
Il generale non aveva saputo far altra risposta che inchinarsi di nuovo
ed il Re era passato.
Che cosa precisamente significassero le parole di Carlo Alberto, lo
spirito poco arguto del conte Barranchi non lo capiva ben bene. La
Polizia una magistratura? Egli non vedeva nessun'attinenza fra queste
due cose La Polizia e la sciabola, meno male! Ma il Re da qualche tempo
si piaceva a tirar fuori di queste frasi; e il marchese di Villamarina,
ministro della guerra, da cui Barranchi dipendeva direttamente, sembrava
d'accordo col Re. Ragione di più per acconciarsi a quelle intenzioni,
che in fin dei conti erano di mettere la sordina allo zelo degli agenti.
Ma il Re aveva pur detto che bisognava essere severi e vigilanti. Fin
dove andava la vigilanza e la severità che piacevano al Re, senza cadere
in quell'arbitrio ch'ei non voleva più tollerare? La quistione era
troppo seria e complicata per i mezzi intellettuali del fiero comandante
della Polizia; e questa aggrovigliata quistione gli avevano riposta
innanzi in tutta la sua gravità le ultime parole del commissario Tofi.
Questi s'era fermato come un buon fantaccino che abbia udito il comando
dell'_alt_. Si rivolse di nuovo verso il generale e col medesimo tono e
colla medesima voce di prima disse:
— Abbia dunque la compiacenza di darmi i suoi ordini. Debbo lasciar
correr l'acqua alla china e lavarmene le mani?
Il conte ricordò la severità e la vigilanza inculcatagli.
— Mai più, mai più: esclamò corrugando fieramente le sue sopracciglia
ispide come i baffi.
— Debbo arrestarli tutti?
Barranchi sentì a suonare la frase che non bisognava violare i diritti
dei cittadini, i quali al giusto egli non sapeva che cosa si fossero. Si
grattò il berretto di cotone in testa, e mai faccia da generale dei
carabinieri non espresse l'indecisione e l'imbarazzo come fece in quel
momento il volto fiero del conte Barranchi.
— Tutti? Cospetto! Tutti addirittura? Si potrebbe vedere, esaminare...
Uno di quei che mi avete nominato è un bastardo; peuh! certo che nessuno
verrà a muover richiami per esso... Arrestatelo... Un altro è un
ciarlatano da teatro e forestiero; anche per lui non ci sarà chi metterà
innanzi pur un piede... Pigliatelo... Quell'impertinente d'un avvocato
Benda abbiam già deciso di _archiviarlo_. Eh! una retata di tre gli è
qualche cosa. Circa gli altri, guardate voi, fate voi... Avrete in mano
qualche carta, qualche documento di cui vi potrete impadronire nelle
perquisizioni che farete. Regolatevi dietro di ciò; che cosa volete che
vi dica? Voi dovete esser pratico del servizio; lo siete più d'ogni
altro: sapete meglio di chicchessia ciò che vi tocca di fare. Fate
adunque in vostra buon'ora, e fate bene.
Si lasciò ricadere sul letto, come uomo che ha finito di spiegare le sue
volontà e brama essere lasciato tranquillo; ma quando Tofi era già
all'uscio, il generale si ridrizzò di nuovo con mezzo il corpo e colla
sua voce tremenda da comandante di brigata in piazza d'armi soggiunse:
— Badate che lascio a voi la responsabilità di tutto. Siate severo,
siate vigilante... ma guai a voi se mi fate prendere una rampogna da S.
M.
Tofi uscì più perplesso di quanto fosse al venir suo; ed un'irritazione
profonda contro Barranchi e contro tutti gli accresceva il maligno
talento della sua natura. A lui toccava operare, ma se l'operato fosse
stato creduto degno di lodi, queste sarebbero andate al conte Barranchi,
se di biasimi, su di lui sarebbero piombati i più crudi, non senza
pericolo ancora di qualche cosa di peggio che biasimi. In
quell'occasione in cui a cagione di qualche eccesso di arbitrio, il
conte Barranchi aveva avuto i rimproveri del Re, il commissario Tofi, su
cui naturalmente s'era venuta a scaricare l'ira del generale aveva
sentito scoppiar alle sue orecchie niente meno che la minaccia d'esser
tolto a quel posto che da tanti anni occupava. Questa era per lui la
peggior sciagura che ei potesse immaginare, e il solo pensiero ne lo
spaventava tremendamente. Prima di tutto quel posto gli era carissimo
per amore di artista che aveva collocato nel suo mestiere; poi eragli
un'autorità di cui si compiaceva infinitamente ed una salvaguardia
personale di cui sentiva vivissimo il bisogno. Nella sua lunga carriera
egli aveva così perseverantemente offeso l'interesse, il carattere,
l'onoratezza di tanti individui che ben sapeva avere ammassato sul suo
nome un tesoro incalcolabile d'odio, cui la sua qualità sola impediva
dal prorompere. Quel giorno in cui egli non fosse più nulla sarebbe
stato oppresso dall'esplosione dello spregio e dell'animavversione
pubblica; altro non gli sarebbe rimasto che fuggire per andare a
nascondere in chi sa qual remota solitudine la sua imprecata e maledetta
vecchiaia.
Con quella profonda irritazione che aveva in corpo, il Commissario si
era recato nel suo uffizio di Piazza Castello e si disponeva a ricevere
l'arrestato quando gli fosse condotto dinanzi.
Si era nella seconda camera, in mezzo della quale stava la tavola lunga
collo sporco tappeto di panno verde. Alla scrivania sedeva un impiegato
che, per la fredda temperatura, di quando in quando dava in uno scossone
di brivido e soffiava sulle mani per iscaldarsele. Tofi passeggiava su e
giù della stanza con passo concitato, il cappellone piantato in testa e
le mani affondate nelle larghe tasche laterali del soprabito.
Ad un punto Barnaba socchiuse la porta che metteva nel corridoio e
cacciò dentro la sua faccia scialba, appuntata, da faina.
— Gli è qui il merlotto.
— Ah ah, va bene.
Tofi trasse di tasca le sue grosse manaccie e si pose a fregarsele l'una
coll'altra facendo chioccare le giunture delle dita premendosele.
— Come andò la faccenda? Dite spiccio.
Barnaba in poche parole raccontò ciò che era avvenuto presso il
cimitero.
— Cospetto! Avevate colà anche quel Selva; potevate prenderlo.
— Ci ho pensato.
— Ma no; è meglio si abbia qualche altro pretesto. Voi correte subito a
perquisire la casa Benda con quanti uomini crediate aver bisogno.
Mandate il Rosso con altrettanti in via ***, n. 7, a fare il medesimo da
quel pittore, e si arrestino quel Maurilio Nulla e quel Medoro Bigonci.
Gli altri vedremo poi. Andate. Dite che s'introduca l'arrestato.
Barnaba sparì.
Tosto dopo entrò Francesco e dietro di lui due carabinieri; questi si
fermarono presso l'uscio; il giovane s'inoltrò nella stanza fino presso
alla tavola. Era un po' pallido ancora, ma il suo aspetto non dinotava
la menoma trepidazione. Il Commissario seguitava a passeggiare su e giù
dall'altra parte della tavola guardando di sottecchi Francesco e
brontolando inintelligibili parole fra i denti. Ad un tratto Tofi si
piantò innanzi al giovane in atto minaccioso ed affondando le sue
manaccie nelle tasche, disse con tono imperioso e villano:
— Dove si crede di essere Lei?
Benda esitò un momentino a rispondere, poi con una calma dignitosa disse
fissando il suo limpido sguardo sulla faccia terrea e cupa del sig.
Tofi:
— Il luogo, la compagnia che ho qui meco, il suo aspetto, il tono con
cui Ella mi parla, mi dicono abbastanza che io sono in presenza del
Commissario di Polizia.
— Ah sì? Riprese questi ingrossando vieppiù la voce ed aggrottando
vieppiù le sopracciglia. E innanzi al Commissario Lei pensa di potersi
rimanere col suo bravo cappello in testa, eh?
Francesco seguitò a guardare la faccia cupa del signor Commissario nello
stesso modo franco e sicuro.
— Ella, rispose, sta bene col cappello in capo innanzi a me.
L'audacia della risposta fece sussultare l'impiegato subalterno alla sua
scrivania, fece guardarsi in volto i due carabinieri come per
interrogarsi mutuamente che cosa avessero da fare in presenza di tanta
temerità. Tofi mandò un'esclamazione fra i denti che pareva un grugnito.
— Carabinieri! Diss'egli poi colla voce più rauca e più aspra del
solito: tirate giù il cappello al signore.
Uno dei carabinieri, colla canna della carabina ond'erano armati, diede
un colpo al cappello di Benda e lo mandò per terra. Il giovane non si
mosse, ma arrossì fino alla radice dei capelli.
Tofi fece di nuovo due o tre giri per la stanza senza parlare; poi
fermandosi presso alla scrivanìa dov'era l'impiegato:
— Siete pronto a scrivere? Disse.
L'impiegato prese la penna in mano e fece un cenno affermativo. Allora
incominciò l'interrogatorio. Francesco rispose asciuttamente alle
domande fattegli sull'esser suo: nome, cognome, figliazione, patria,
età, ecc.
— Che cosa faceva Lei al Camposanto a quell'ora mattutina? Domandò poi
il Commissario.
Benda parve studiare un momento la risposta da farsi, e poi disse:
— Se Ella sa la ragione per cui io mi trovava colà, è inutile ch'io glie
la ripeta, se poi non la sa stimo niente affatto di mio dovere il
dirgliela.
Tofi proruppe, sbuffando, in una esclamazione di collera.
— Oh oh! Crede Lei di poter far qui il bello spirito ed il capo ameno?
Probabilmente Lei non conosce ancora bene chi sia il commissario Tofi.
Il giovane chinò leggermente la testa e fece un ironico sorriso come per
significare che lo conosceva appuntino.
Tofi si volse allo scrivano:
— Scrivete che interrogato se si fosse recato là dove venne arrestato
col criminoso proposito di cimentarsi in duello contro il marchese
Ettore di Baldissero, rispose affermativamente.
— Io non ho detto così: esclamò Francesco.
— Vorrebbe forse negare ciò che sappiamo perfettamente?
— Io non nego, ma.....
— Dunque?.... (E allo scrivano) scrivete come vi ho detto.
— Protesto.
— Protesti quanto vuole, e tiriamo innanzi.
— Sul terreno si trovavano il dottor Quercia e l'avv. Selva?
— I carabinieri che ci sorpresero scrissero il nome di tutti coloro che
eran colà.
— Quelli che ho or ora nominati erano suoi padrini?
— Mi accompagnavano.
Tofi gettò sopra il giovane uno sguardo feroce che avrebbe potuto
paragonarsi a quello d'un animale di preda sopra la vittima che sta per
isbranare.
— Qui si vuole schermire di finezza con me. Cattivo partito, signore,
cattivo partito, glie lo dico io..... Risponda franco, sincero, la
verità, e tutta la verità: e ne avrà maggior vantaggio. Quei signori
sono suoi amici?
— Sì.
— Specialmente il Selva?
— Siamo stati compagni fino dalla prima adolescenza.
— Ella conosce le idee e le opinioni di questo suo intimo amico?
— Io so che quello è il più onorato e più dabben giovane che sia al
mondo.
Il Commissario ruppe in uno scoppio di quella sua voce aspra e vibrata.
— Ah onorato? Ah dabbene? Gridò egli incrociando le braccia al petto ed
atteggiando sul cravattino duro il suo mento quadrato con mossa
minacciosa. No signore che non è un giovane onorato; no signore che non
è un giovane dabbene.....
Francesco ebbe il coraggio d'interrompere il signor Tofi, parlando ancor
egli di forza:
— Signor Commissario, io non soffro smentite, e tanto meno soffro che si
oltraggi con esse l'amico che ho più caro e che stimo di più.....
Il Commissario gli troncò le parole con esclamazione violenta,
venendogli presso, la faccia contratta dall'ira, lo sguardo più acceso
che mai sotto le folte sopracciglia:
— Lei non soffre?! Ma dove si crede Ella di essere? Con chi si crede di
parlare?... Sono io che non soffro di queste arie in chi mi viene
dinanzi, sa!... Badi che io fo presto a levar la superbia ai pari suoi.
Ne ho domati di più audaci. Se la mi stuzzica la faccio cacciare al
_crottone_ a pane ed acqua, finchè le sia passato il ruzzo di fare il
bell'umore. Il suo amico non è un giovane onorato, non è un giovane
dabbene, perchè chi è onorato e dabbene ha rispetto ed obbedienza per le
legittime autorità, non osa censurare il Governo del suo sovrano, non
isparla de' suoi superiori e dei ministri della santa religione
cattolica, non desidera e non cerca sovvertimenti nello Stato, non
congiura contro il trono del principe di cui ha la fortuna e l'onore di
essere suddito. E questo suo amico fa tutto ciò e peggio. E Lei lo sa, e
Lei partecipa a questi empi intendimenti.
Francesco tacque un istante, sbalordito a codesta sfuriata; poi
superando la trepidazione che quelle parole gli avevano fatto nascere —
trepidazione naturale, perchè in quei tempi la Polizia non era
menomamente impacciata da nessun ostacolo di legalità a mandare a
Fenestrelle chi le paresse suddito non abbastanza devoto — disse colla
calma che potè maggiore:
— Credevo d'esser qui per cagione della mia contesa col marchese di
Baldissero, e non pensavo mai più di aver da rispondere per altre cose e
pel fatto di altri.
— Ella è qui per tutto quello su cui mi piacerà interrogarla... Crede
Lei che la Polizia non sappia appuntino ciò che lor signori fanno e
dicono e pensano? Da molto tempo abbiamo gli occhi su di loro e ne
seguitiamo i passi e le gesta. Noi sappiamo _tutto_, signore..... TUTTO!
Ripetè pesando sulla parola.
Fece una piccola pausa e poi riprese:
— Ella conosce di molto anche il pittore Vanardi?
— Sì.
— Va spesso a casa di lui?
— Qualche volta.
— Spesso. E colà vi si tengono delle conventicole che durano fino a
notte inoltrata.
— Ci troviamo in alcuni amici e stiamo insieme a discorrere.
— Vorrebbe dirmi di che cosa si discorre?
— Mah! Di mille cose e di nulla... di arte e di letteratura sopratutto.
— E per discorrere di codesto si chiudono in istanza ed impiegano parte
della notte? Mi parli un po' di coloro che prendono parte a questi
discorsi?
— Siamo in parecchi amici, quasi tutti compagni di Università.....
— I nomi, i nomi. Dica su come si chiamano.
Benda esitò.
— Ecchè? Disse il Commissario con perfida ironia. Per una cosa cotanto
semplice ha forse scrupolo a dire il nome dei suoi compagni? Be': ve lo
aiuterò io. V'è prima quel Selva; poi il padron di casa, poi un certo
Maurilio Nulla... Appunto! Parliamo un momentino di codestui. Lei lo
conosce bene?
— Sì.
— È suo amico?
— Sì.
— Sa che questa la è strana? Ella che è ricco ed appartiene ad una
famiglia di ricchi commercianti, come va che si trova in intima
relazione con quel cotale, che viene dalle più basse regioni del volgo?
Conosce Ella bene il passato di quel giovane?
— Lo conosco.
— E ciò nulla meno Ella non ha avuto il menomo ribrezzo di stringere
tanta attinenza con un trovatello, che fu accusato del più orribile dei
delitti, che passò varii mesi in carcere, che non possiede nulla al
mondo e si guadagna la vita non si sa ben come? Una simile amicizia non
è degna di Lei e non è affatto naturale.
— Ho avuto campo di conoscere che in quell'infelice vi è un'anima
nobilissima ed un'intelligenza superiore, e ciò mi basta per farmelo
amare e stimare. L'essere povero e trovatello non è cosa di cui egli
abbia colpa, e soltanto il pregiudizio può crederlo un disdoro; ch'egli
sia rimasto in carcere accusato d'un orribile delitto non l'ho mai
saputo, e non lo credo così di piano....
— Cospetto! Quando glie lo dico io!....
— Ad ogni modo io, giudicando da quello che conosco di lui, debbo
credere ch'egli sia stato innocente.....
— Parliamo un poco d'un altro: voglio dire Medoro Bigonci. Anche di
costui non so vedere alcuna ragione perchè partecipi a così stretti e
confidenti colloquii da amico.
— Egli abita con Vanardi..... Del resto non prende parte quasi mai alle
nostre riunioni.
— Ah no? A me le mie informazioni mi dicono diversamente. E le mie
informazioni mi dicono molte cose, sa, che altri crede affatto
nascoste..... Vuol saperne una, per esempio?
Si accostò ancora più presso a Francesco e gli disse con voce sommessa,
ma piena di forza:
— Mi dicono che Medoro Bigonci non è il vero nome di quel tale, ma
ch'egli chiamasi Mario Tiburzio.
Benda non fu tanto padrone di sè che non desse indietro d'un passo e che
non impallidisse nel volto.
Tofi vide l'emozione del giovane e ne conchiuse fra sè issofatto che
Barnaba non s'era ingannato e che Francesco Benda era istrutto del vero
essere di quell'individuo. Col proposito di atterrire l'arrestato e di
ottenerne in questo modo alcuna confessione od almanco una più
imprudente risposta, il Commissario continuò colla medesima voce
sommessa ma fremente di minaccia:
— Ora Ella capirà agevolmente che la sua condizione non è così buona e i
carichi che pesano su di lui non sono così lievi da permetterle tanta
temerità e tanta sicurezza. Mario Tiburzio è un agente di Mazzini. Il
solo essere in rapporto con lui è gravissima colpa, è delitto di Stato.
Siffatte audacie dei mandatari di quello scellerato rivoluzionario che
vengono a sedurre e sommuovere la gioventù nel nostro Stato sono oramai
troppe. Il Governo di S. M. è deciso di porvi fine e di tagliare il male
dalla radice. Qualunque siasi che abbia intinto in siffatta pece si è
deciso di deportarlo senz'altro in Sardegna.
— In Sardegna! Esclamò Francesco, il quale non potè nascondere il suo
sgomento. Egli pensò alla sua famiglia, al dolore che i suoi cari
avrebbero provato, all'oggetto dell'amor suo che forse non avrebbe
potuto veder più, ed uno spasimo indicibile gli strinse il cuore.
— Sì signore, in Sardegna: ripetè il Commissario, il quale s'accorse e
fu lieto dell'effetto prodotto dalle sue parole. E primi di tutti i
caporioni e i più pervicaci. Il Governo fu finora troppo magnanimo,
troppo tollerante: è gran tempo che alla fine eserciti tutto il suo
rigore. Nessuna pietà, nessun riguardo per i nemici dell'ordine e del
Sovrano. Se si farà qualche distinzione fra essi, se si potrà essere più
miti verso alcuni, sarà soltanto per coloro i quali col loro contegno
dimostreranno come da illusione giovanile, da inconsideratezza meglio
che da perversità d'animo furono tratti a fallire, per coloro che
proveranno colla sincerità delle loro dichiarazioni il proprio
pentimento. Mi capisce?
Le parole del Commissario erano troppo chiare per non essere capite.
Francesco che colla forza della volontà aveva rinfrancato il suo animo
si disse con disdegno:
— Costui tenta e spera di avere in me un delatore.
E la indignazione riagì sulla nobile di lui natura così da
restituirgliene calma e fermezza.
Tofi continuava:
— Ella, signor avvocato, a quale di quelle due schiere vorrà ascriversi?
Non di certo, io spero, a quella dei pervicaci nemici di S. M. l'augusto
nostro Sovrano. Ella di certo ripudierà i scellerati propositi di chi
non tende che ad abbattere la legittima autorità; Ella vorrà meritarsi
il generoso condono alla leggerezza — non la chiamerò altrimenti — alla
leggerezza della sua condotta, colla sincerità delle sue confessioni.
Fece una pausa, tenendo sempre que' suoi occhi grifagni fissi in volto
al giovane. Francesco volse altrove lo sguardo con tutta indifferenza.
— Or dunque: riprendeva a dire il Commissario: poichè Ella conosce ed è
in istretti rapporti con questo Mario Tiburzio, la mi saprà spiegare
perchè quell'individuo è venuto a Torino con falso nome e sotto mentita
qualità...
— Signore: interruppe Francesco, non senza manifestare nel suo accento
il disprezzo e lo sdegno che in lui destavano i tentativi del suo
interrogatore: io non so spiegarle niente affatto. Mario Tiburzio non
conosco chi sia. Ho visto alcune volte in casa del mio amico Vanardi il
signor Medoro Bigonci cantante, il quale non ha altro pensiero che
quello delle sue crome e biscrome. Se mi sono legato qualche poco con
lui, nulla è più naturale, essendo egli artista ed io dilettante di
musica. E non ho altro da dire.
Il Commissario stette alquanto in silenzio e fece colle sue labbra
grosse uno strano e minaccioso ghigno.
— Questo, disse poi con ironia grossolana, è il sistema di difesa che il
signor avvocato crede bene di adottare?
— Io non ho bisogno di difesa nessuna, perchè non ho colpa.
Tofi tacque di nuovo un istante facendo sempre piombare sopra il giovane
quel suo sguardo penetrativo, ironico e minaccioso.
— Sa una cosa? Proruppe quindi ad un tratto. In questo stesso momento si
fa una perquisizione a casa sua.
In quella specie di scherma che aveva luogo fra l'interrogante e
l'interrogato, fu questa una botta bene assestata che colpì il giovane
in pieno petto.
— Ah! Esclamò egli con una scossa, ricordando di botto come nella sua
camera, entro i cassettini della scrivania ci fossero l'_Assedio di
Firenze_ di Guerrazzi, i libri cinque sull'_Italia_ di Tommaseo, la
_Giovane Italia_ di Mazzini, e peggio ancora di tutto questo una
istruzione sul modo di ordinare e guidare la rivolta del popolo nelle
città e di organare bande d'insorti nelle campagne, istruzione per sommi
capi fatta e scritta tutta di pugno di Mario Tiburzio.
— Che cosa ne dice eh signor avvocato? Domandò il Commissario colla
medesima insultante ironia.
— Dico che quella è una violazione di domicilio che non avverrebbe in
paesi retti civilmente.
Tofi si abbandonò ad uno scoppio di collera.
— Come sarebbe a dire? Gridò egli con violenza. Forse che questo paese
non è retto civilmente? Che insolenza la è questa? Come osa Ella, me
presente, offendere così il Governo del nostro augusto Sovrano? Sappia
che gli Stati di S. M. il Re di Sardegna non hanno nulla da invidiare a
nessun altro; e non mi dica di queste bestialità che sono quasi un
crimenlese, perchè altrimenti saprò ben io ricacciargliele nella gola e
farnela amaramente pentire. Per conchiudere, pensi bene ai casi suoi; è
Ella decisa a rispondermi schietto la verità su ciò di cui la interrogo?
— Ciò che avevo da rispondere, ho risposto. Ripeto che non ho nulla da
aggiungere.
— Sta bene. Vedremo se dopo i risultamenti della perquisizione Ella
seguiterà a tenere simile linguaggio.
Volse villanamente le spalle a Francesco e disse ai carabinieri:
— Traducetelo in cittadella.
Venti minuti dopo il giovane sentiva chiudersi alle spalle le serrature,
i chiavistelli e catenacci dell'uscio di quella stanza che doveva
servirgli da prigione.