«All’illustre re Federigo III fa intendere, o conte Pietro, che non
s’addice a nobil animo perder possanza. Il creda a me, non avrà per
ora alcun soccorso da’ parenti e dagli amici che attende di Spagna; ma
confidi di vederli alla state vegnente; e tenga ben gli occhi aperti
come accoglierli in palese e in segreto. Nè pensi che i suoi parenti
voglian fargli perder tanto, che non gli resti il regno; e vogliano
abbassar lui per aggrandire i Francesi. Lasceran questi il piano e il
monte. Che Iddio li confonda e fiacchi il loro orgoglio! Che faccia
uscir con onore il re e’ Siciliani; e li regga a difendere virilmente
città e campagne. Piacemi del giovin re, che nulla si sgomenta a
parole, e tira dritto a conservar la conquista, leggittima certo, del
padre. E s’ei la manterrà, si che l’avremo per valentuomo.»
Questi due serventesi di Federigo d’Aragona, secondo di tal nome tra
i re di Sicilia, e del conte Ugone de Empuriis, sono da gran tempo
conosciuti, son citati dal Crescimbeni e dal Quadrio, e se ne legge
qualche squarcio nelle raccolte di poesie provenzali, e segnatamente
in quella di Raynouard, t. V, p. 113 e 154. Niuno li ha pubblicato
per intero, perchè si è disperato dell’intelligenza di alcuni versi.
Io n’ebbi, son or parecchi anni, una copia tratta dalla Biblioteca
Laurenziana; e ne capii appena quanto bastò ad accendere la curiosità,
senza poter mai, nè da me solo, nè con aiuto altrui, venire a capo
di diciferarli. Ne debbo adesso la interpretatone a M. Fauriel
dell’Accademia delle Iscrizioni e Lettere di Francia, chiaro d’ingegno
e di sapere, e verso me cortesissimo.
Io credo che meritino un posto tra i documenti della istoria, queste
due epistole in rima, non molto colorite d’immagini nè di ornamenti
poetici, le quali confermano e rischiarano quanto noi sappiamo delle
condizioni in cui si trovò Federigo nel salire al trono di Sicilia.
Egli stesso le spiega nel primo serventese; e nel secondo ne riferisce
altri particolari Ugone de Empuriis, fatto poi conte di Squillaci;
che fu tra i primi cavalieri spagnuoli che si gittarono dalla parte
di Federigo e forse il consigliarono a quella impresa; e lo servi
fedelmente in corte e in guerra; e lo salvò nella battaglia del Capo
d’Orlando, allorchè sconfitti i nostri, tramortito il re, si pensava
di consegnar la sua spada ai nemici. Il carattere di Federigo qual si
ritrae dalle più accurate indagini storiche, ben risponde a’ concetti
de’ suoi versi. Egli ha per uno scherzo la guerra; non porta rancore
a’ suoi nemici aperti; sa di emesso in un’ardua impresa, ma piena di
gloria; fida nello zelo dei Siciliani; si lagna con disinvoltura del
fratello, senza però nominarlo; e conchiude con esprimer felicemente la
costanza del suo proposito. Il suo cortigiano, anzi amico, crede bene
al coraggio di Federigo, ma non par sicuro della sua abilità; spera che
Giacomo non voglia perder del tutto suo fratello; e confida al par che
Federigo negli aiuti degli avventurieri spagnuoli, che per altro non
aspetta si pronti. Le quali particolarità ben s’accordano con ciò che
ho narrato dal capitolo XIV al XVIII, nè è mestieri altro comento.
Noterò solamente che in questi versi si allude a due classi di parenti
di Federigo. La prima è de’ parenti che si attendeano di Spagna,
insieme con gli amici; e si riferisce manifestamente ad alcuni tra i
principi del sangue reale d’Aragona, di Maiorca, e anche di Castiglia;
che tra legittimi e bastardi non ce n’era penuria. Forse Federigo
sperava ancora di aver seco il suo minor fratello Pietro, che mori di
lì a poco nella guerra contro Castiglia; Dante il credea erede della
virtù, come del nome del padre:
E se re dopo lui fosse rimaso
Lo giovinetto che retro a lui siede,
Ben andava il valor di vaso in vaso.
_Purg_., c. 7.
La seconda classe di parenti, non ostante il velo del numerò plurale,
si riduce a un solo: al re Giacomo. Il conte Pietro, che Ugone de
Empuriis prega di parlare in suo nome a Federigo, par che sia Pietro
Lancia, fatto conte di Caltanissetta nel dì della coronazione di
Federigo, e figliuolo di quel Corrado Lancia ch’era il favorito del re.
Quanto ai soccorsi di Spagna, non sembri strano che si aspettassero
non ostante la opposizione di Giacomo; perchè i cavalieri catalani e
aragonesi avean dritto di prender le armi per cui lor fosse a grado:
e Federigo in fatti sempre tenne molte pratiche col baroni e con le
città che ubbidivano al fratello, e sperò non solo di averne soldati
di ventura in suo aiuto, ma fin anco di far che la nazione trattenesse
Giacomo dal muover guerra alla Sicilia.
Finalmente io penso che si possa precisamente indicare la data di
queste poesie. Non furono scritte avanti il gennaio 1296, perchè
Federigo, che vi è chiamato re, non fu eletto principe della Sicilia
che il 12 dicembre 1295; nè ebbe il titolo di re che il 15 gennaio
seguente. Non furono scritte dopo la state del 1296, perchè allora
Giacomo si dichiarò contro il fratello; e nemmeno nella stessa stagione
o poco innanzi, perchè Ugone de Empuriis accerta il re che non avrebbe
i soccorsi di Spagna prontamente, ma si nella state. La data si dee
ritirar dunque ai principi dell’anno 96: e se il conte Pietro è
veramente Pietro Lancia, (chè noi non sappiamo d’altro conte Pietro che
allor fosse alla corte di Federigo), i limiti allora si ravvicinano;
perchè Pietro Lancia fu fatto conte nelle feste, della coronazione, in
fin di marzo 1296. Appunto a questo tempo si dovrebbero riferire i due
componimenti. Pietro d’Aragona poetò in provenzale, com’ era uso nelle
corti della Francia meridionale e degli stati cristiani della Spagna;
Costanza fu figliuola di Manfredi, letterato e poeta; la educazione di
Federigo lor figlio non potea dunque esser volgare: e di fatto nol fu;
e venne a compirsi in Sicilia, mentre la rivoluzione esaltava tutti
gli animi, e rinvigoriva gl’ingegni. Indi è probabilissimo, che questo
giovane di venticinque anni, cresciuto nello studio delle lettere, come
mise il piè su i gradini d’ un trono pien di gloria e di pericoli,
nella alacrità del nuovo acquisto dettasse que’ versi, che noi pongono
certo tra i migliori poeti, ma fan fede della cultura del suo ingegno,
e della nobiltà del suo animo.