CAPITOLO XVIII.

Forze di Federigo e de’ nemici, e pratiche di Bonifazio. Trattato di

Carlo II con Genova. Pratiche di lui in Sicilia. Armamenti navali;

battaglia di Ponza; trattamento de’ prigioni siciliani, e morte di

Palmiero Abate. Continua con poco frutto la guerra. Naufragio della

flotta di Roberto. Congiura contro la vita di Federigo. Blocco di

Messina; orribil carestia; e virtù del re. Tregua. Dalla primavera del

1300 a quella del 1302.

Nondimeno queste due vittorie poco fruttarono a Federigo, come nè la

sconfitta del capo d’Orlando l’avea spogliato al tutto delle Calabrie.

E fu per cagione della difficoltosa espugnazion delle terre, secondo

l’arte militare d’allora; e assai più pe’ vizi dell’ordinamento

feudale, ai quali, per ben comprendere questi avvenimenti, dobbiamo

spesso tornar col pensiero, noi che in questo secolo, in vizi contrari

viviamo. A un assalto nemico, lo stato mal connesso tutto si sgomenava;

si spicciolavan le armi per ogni terra, pensando ciascuno a guardarsi

dassè, più che a rinforzar l’oste regia; e assai lenti sviluppavano

tutti i casi della guerra: ondechè, se ne togli alcun subito sforzo,

d’altronde nè universale nè durevole, picciola parte delle forze dello

stato restava a maneggiarsi dal principe.

E così parrà men temeraria quella ostinazione di Federigo a ricombatter

sul mare, con disparità di numero, e Loria a fronte; perchè in mare

almen potea adoprare unite e ristrette tutte le forze, e scansava lo

scompiglio al di dentro. Che se allo sbarco del principe di Taranto,

s’infiammaron tanto gli abitanti di val di Mazzara, che popolarmente

seguiano il re a rituffar in mare il nemico, e guadagnavan la battaglia

della Falconarìa, tornaronsi a’ consueti esercizi delle industrie,

quando non videro altra occasione a far oste, che in tediose e aspre

espugnazioni. Indi gli stanziali restavan soli in arme quando si pugnò

a Gagliano. Eran gente mescolata; Spagnuoli, Siciliani, e pochi altri

Italiani di parte ghibellina; leggendosi tra’ condottieri un Farinata

degli Uberti[296], e che molti Colonnesi, nello sterminio di lor casa,

rifuggironsi a Federigo[297]. Maggior aiuto gli davan di Genova i

Doria, gli Spinola, i Volta, e lor consorti, padroneggianti i consigli

della repubblica, e armanti navi agli stipendi di Sicilia[298]. Donde

avea Federigo forti ma poche schiere, alimentate da scarsi danari,

per trovarsi la nazione esausta da diciott’anni di guerre, menomata

dall’occupazione straniera, e ordinata con leggi assai gelose sopra

i sussidi alla corona, i quali anco s’erano assottigliati per le

franchige concedute alle più grosse città ed ai militi, in merito di

segnalati servigi nella guerra. Ma la ferma volontà de’ popoli al

mantener libertà e independenza, suppliva a tutto, e tenea la bilancia,

che incredibil sembra, contro la smisurata potenza de’ nemici.

Aveano i nemici quanto danaro si potea trarre dal reame di Napoli,

quanto ne sapea fornire la corte di Roma e la fazion guelfa dell’Italia

di mezzo. Avean gente dalle or dette province, dalla Spagna, e dalla

Francia soprattutto, alla cui materna carità la schiatta angioina di

Napoli si volse e prima e poi in ogni suo pericolo. Ond’ecco appena

saputa la sconfitta della Falconarìa, Carlo II scrivere a Filippo il

Bello a dì otto dicembre, attestando che a lui ricorrea, come a capo e

sostegno del suo legnaggio, e prima speranza dopo Dio, e ripregandolo

con le più calde parole che gli fornisse gli aiuti di gente, chiesti

già prima; che se il re di Francia avea altre guerre più vicine,

nondimeno «le sue mani eran sì gagliarde e sì lunghe da poterle,

volendo, stendere a’ suoi, e mandare speditamente un soccorso qual

che si fosse, perchè in oggi il picciolo varrebbe quanto altra volta

il grande; ma tardandosi, ne scenderebber così basso le sorti del

re, che veruno sforzo non basterebbe poi a rialzarle[299].» Un’altra

copia di questa lettera mandò il tre gennaio milletrecento con due

ambasciadori, frate Volfranc de’ predicatori, e Pietro Pilet[300]. Nè

la Francia ricusava quegli aiuti, co’ quali si tentò l’ultima volta il

racquisto della Sicilia. Ma Bonifazio era il più potente aiuto, anzi

il principe dell’impresa, con quel comando pontificale, quel grande

ingegno, e veemente e alto animo. Intende costui nei primi dell’anno

trecento, come re Carlo, per pietà del figliuol prigione, o tedio e

spossamento, abbia dato ascolto ad oratori di Federigo; e prorompe

a scrivergli atroci rampogne; conoscerlo già da lunghi anni, per la

vil tregua di Gaeta, la disennata pace con Giacomo nel novantacinque,

la stolta fazione del principe di Taranto; e così dalla sua pochezza

tornasse danno a lui solo, non alla romana Chiesa o a cristianità

tutta! Che saviezza, che riverenza al sommo pontefice, che gratitudine

ei mostrava, a trattar di soppiatto la pace con Federigo! Perciò,

il pontefice era necessitato ad ingiungere ad uomo sì incapace, non

osasse continuar la pratica, senza comandamento scritto di lui: se

disubbidisse, sentirebbe il peso di scomuniche e processi; e il papa,

ch’aveaci speso tanta fatica e danari, saprebbe allo estremo far pace

egli con Federigo, a danno della sola corte di Napoli, perchè non si

ritardasse il racquisto di Terrasanta. Queste acerbe lettere scrisse il

nove gennaio, replicò poco appresso: e ben mostrano chi fosse in quel

tempo il sovrano di Napoli, se Carlo II o Bonifazio[301].

Carlo allor venne a lui tutto supplichevole, insieme con l’ammiraglio:

l’uno per discolparsi, entrambi per chieder soccorsi, da ristorar la

fortuna precipitata alla Falconarìa. E il papa, che non sapea perdonar

questo rovescio, forte rampognò, ma forte insieme aiutò. Chiama a sè i

cavalieri del Tempio e dell’Ospedale di san Giovanni di Gerusalemme,

che rechino in aiuto di Carlo tutte lor armi stanziate di qua dal mare;

ne richiede anco le città guelfe d’Italia. Esorta con frequenti lettere

Roberto a incalzar la guerra; il cardinal Gherardo a sopravvegliare e

governare ogni cosa; ai Siciliani gittatisi a parte angioina, scrivea

carezzando e piaggiando. Il breve indirizzato a Gherardo, dato di

Laterano il primo febbraio, spiega la gran tela che Bonifazio ordiva

per volger mezza l’Europa contro quest’indomito siciliano scoglio;

e chiudesi con accennare più altre pratiche, che pareagli bene di

passar sotto silenzio, e son indi da giudicarsi men lodevoli assai

delle dette dinanzi[302]. Ben egli è vero che il giubbileo, bandito

appunto in questo tempo, molto aiutava gli sforzi della romana corte

contro Sicilia. Bonifazio l’istituì primo, o confermò con papal decreto

la consuetudine antica di festeggiar con istraordinarie pratiche di

religione il cominciamento del nuovo secolo[303]. Chiuse allora a’ suoi

nemici politici i tesori d’indulgenza, largheggiati a tutto il popol

di Cristo; privonne segnatamente cui desser favore agl’infedeli, o a

Federigo, o ricettassero gli usciti Colonnesi[304]. E attirò in Roma,

in poco spazio di tempo, da due milioni di stranieri, che veniano alle

perdonanze, e con loro spese arricchian la città e ’l contado; e più la

camera apostolica con le limosine, sì larghe, che nella cappella di san

Paolo, due chierici senza mai cessare raccoglievano con rastrelli la

moneta gittata dai fedeli ai piè dell’altare[305].

Grandi somme ne fornì dunque il papa a re Carlo, or in sussidio, or

in nome di prestito, che tornava allo stesso, per la difficoltà di

riaversi[306]; e ne dieron anco Firenze e Lucca e altre cittadi, oltre

i soliti accatti di Carlo da mercatanti stranieri[307], e da’ sudditi

fin delle città occupate in Sicilia[308], e oltre le sovvenzioni che

impetrava da’ suoi fuor da’ termini soliti; come fece co’ prelati e

feudatari di Provenza, che intendendo la presura del figliuolo, gli

si proffersero, ed ei lor chiese danari, armature, navi[309]. In tal

modo sopperiva alle spese della guerra, divenute più esorbitanti per

cagion de’ continui soccorsi di vittuaglie e moneta all’esercito in

Sicilia, ov’era carestia, e ostinato animo de’ popoli, da non lasciar

all’occupatore altro terreno, che quello sul quale posava il piede[310].

Molta anco fu la cura a ingrossare l’esercito, che struggeasi, ora per

battaglia, or nei casi della guerra guerriata; e spesso anco vedeansi

i mercenari lasciar le bandiere, o neghittosi e disobbedienti seguirle

a ritroso, e voltar faccia al primo scontro; talchè fu necessitato re

Carlo a dar illimitata balìa a Ruggier Loria, di punirli nella persona

e nei beni[311]. Condottieri inoltre ricercava per ogni luogo, con

grandi promesse, larghi stipendi: richiese Carlo di Valois e Roberto

conte di Artois[312]; ebbe gente di Spagna, con l’opera di Loria,

che non solamente scrivea i soldati, ma obbligatasi al pagamento se

il re fallisse[313]. Firenze mandavagli dugento cavalli[314]; e tra’

capitani suoi leggonsi Tommaso di Procida, il conte di Fiandra, il

delfino di Vienna, Ranieri Grimaldi uscito di Genova[315], e altri

condottier venduti di gente a lor vendute, pestilenza che per molti

secoli poi invilì e distrusse l’Italia. Nelle Calabrie re Carlo

armava contro i nostri acquisti le milizie feudali[316], e masnade

leggiere raccolte a mo’ degli almugaveri, senz’altra legge nè soldo

che ’l bottino[317]. Ma que’ disciplinati mercenari fea traghettare

in Sicilia[318], misurando le speranze dagli stipendi; e falliangli

ancora, come tutt’armi venderecce. De’ cavalli toscani porta l’istoria

che fur quattrocento, capitanati da Ranieri Buondelmonte, e congiurati

tra loro contro quel Blasco Alagona, ch’avea tanto rinomo tra i

capitani di Federigo. Ruggier Loria con l’armata li pose a terra in vai

Demone; indi passarono in Catania, ove chiudeasi l’angioino esercito;

e braveggianti ivan per vie e piazze domandando ove trovar potessero

Blasco. Ma quando sepper da vicino chi egli era, e quali i suoi,

scrive Speciale, cessaron l’inchiesta, come pronti alle parole non a’

fatti; talchè scherniti da’ lor consorti e da’ nemici, in breve ora si

sciolsero[319].

Al medesimo effetto di far gente per l’esercito, e più per la flotta,

e per toglier anco gli aiuti che occulti ne veniano a Federigo, la

casa d’Angiò ripigliava gli sforzi per tirarsi Giacomo e i popoli

suoi. E prima Carlo concedette a’ Catalani, Aragonesi e altri sudditi

di Giacomo, ch’avessero per lui militato in Sicilia sulla flotta,

la terra d’Agosta, e la città di Patti, abbandonate dagli abitatori

negli atroci casi di queste guerre; dando lor anco quei contadi, co’

privilegi medesimi de’ Provenzali coloni nel reame, e altre immunità,

come paresse allo ammiraglio[320]. Oltre questo allettamento,

fortissimo ad uomini di mare, per la bellezza de’ porti e importanza

delle colonie, non fu avaro di concessioni feudali a’ capitani

spagnuoli più segnalati[321]. Il papa ritentava Giacomo per mezzo del

cardinal Gherardo d’illibato nome, e per altri messaggi[322]; e alfine

scrìssegli, affettando stil tra amorevole e severo, con che toccava

quella biasimevole partita dopo la battaglia del capo d’Orlando, lo

scandalo, i sospetti indi nati: purgasseli con richiamar sotto pene

rigorosissime i suoi sudditi dalle bandiere di Federigo; vietar che

altri vi corresse; e, al contrario, procacciar armamento di uomini e

navi al servigio della Chiesa[323]. Dettegli Bonifazio, per miglior

argomento, due anni più di decime ecclesiastiche[324]: e nello stesso

tempo re Carlo facea assai viva dimostrazione a soddisfargli i crediti

della passata impresa, con investir su entrate certe e spedite delle

contee di Provenza e Forcalquier once duemila annuali, già promessegli

sugli acquisti che si speravano in Sicilia[325]. Ma sia per fuggir

novella vergogna, sia per conoscere il peso di tai promesse, o per

altra cagione che taccian le memorie del tempo, Giacomo non si lanciò.

Rispose al papa aver già fatto abbastanza: e sol rinnovò le inibizioni

a’ condottier catalani di Federigo; e lasciò armar ne’ suoi porti per

casa d’Angiò, che poi, con questi aiuti, guadagnava la battaglia di

Ponza[326].

È detto innanzi quali interessi politici avvicinassero Genova alla

Sicilia in tutto il corso della guerra del vespro, e come Federigo

ne traesse aiuto. Favorivanlo i Ghibellini o Rampini, com’anco

diceansi, che in quel tempo tenner lo stato in Genova. I Mascarati o

Guelfi, tra’ quali qran primi i Fiaschi e’ Grimaldi d’antica nobiltà,

ritentarono invano nel novantadue portar la repubblica a collegarsi

con casa d’Angiò; e peggior prova fecero con le armi, tra ’l fine del

novantacinque e il cominciamento dell’anno appresso. Contaminaron di

sangue e arsioni la misera patria; e soverchiati e scacciati fuggendo,

affortificaronsi nella città di Monaco; donde armaron poi a tentar

disperati colpi su Genova, o ad aiutare di qualche naval forza re

Carlo, che favoreggiavali dalle sue terre di Piemonte e di Provenza,

ma non osava altro contro la repubblica, ancorchè desioso di voltarla

a parte guelfa, e dispettoso degli aiuti a Sicilia[327]. Ma papa

Bonifazio, men rispettivo assai, l’anno trecento, tra le altre pratiche

dette, si volse a questa assai vivamente; pria sollecitando Giacomo

di Aragona che distogliesse Genova da quella amistà; poi sforzandosi

a parlar benignamente ai legati di Genova e ad abbacinarli con molte

promesse, e anco richiedendo Filippo il Bello, che insistesse e

minacciasse di chiudere ai Genovesi ogni commercio in Francia[328].

Alfine il dì della cena del Signore, che fu quest’anno il sette

aprile, innanzi l’innumera moltitudine di fedeli accorrenti in Roma

al giubbileo, promulgava la scomunica contro Oberto e Corrado Doria,

Corrado Spinola e lor case e amistà, e con essi tutta Genova e ’l

contado; sotto la solita sanzione, che se infino all’Ascensione non si

spiccassero dagli aiuti della ribelle Sicilia, alle pene spirituali

s’aggiugnerebbe lo spogliamento de’ beni tenuti dalla Chiesa, e ogni

roba loro sarebbe del primo occupante, chiunque potrebbe prendere le

persone, sol che non le mutilasse o spegnesse[329]. A questo bando

dalla cristianità, Genova tentennò; mandò oratori al papa; e appiccossi

una pratica con re Carlo, Bonifazio l’incalzava per mezzo del re

d’Aragona, del re di Francia, e d’epistole a’ Genovesi; minacciando

l’ira del Cielo, con seguito di mali terreni; promettendo benedizioni

e prosperità se ubbidissero. Al medesimo fine ingaggiò Porchetto

Spinola, arcivescovo di Genova, uomo di gran riputazione per pietà

e dottrina[330] pur da lui offeso l’anno innanzi, all’entrar di

quaresima, allorchè dando le ceneri a’ prelati, in luogo delle usate

parole, disse allo Spinola il papa: «Rammenta che se’ ghibellino, e co’

Ghibellini in polvere tornerai!» e gliene buttò in sugli occhi[331].

Ma la debole umana razza, il più delle volte, a questi impeti trema e

obbedisce.

Per tal violenza di Bonifazio, di mezz’aprile del trecento,

cominciarono a trattare Genova e Carlo; prima in parole tra amici,

poi per due legati del re; e la somma fu questa: ch’ei procaccerebbe

la dedizione di Monaco, togliendole tutt’aiuto di Nizza e Provenza,

e intanto darebbe in sicurtà le castella di Torbia e Sant’Agnese, da

riaverle quando Monaco s’arrendesse; e che Genova richiamerebbe di

Sicilia, facendone caso di stato, Corrado Doria e tutt’altri Genovesi

militanti con re Federigo, nè permetterebbe nuovi armamenti per esso,

ma sì per lo re Carlo. Ma, appiccata la pratica, Genova si mettea in

sul tirato: desse il re, in luogo di Sant’Agnese, Esa, fortissima

sopra una rupe in mare; aggiognesse in ogni modo la torre d’Albegio;

fossero benvisti a’ Genovesi il vicario del re in Nizza e ’l siniscalco

di Provenza: e poco appresso, che Genova non darebbe statichi per la

restituzione delle castella, ma solo la fede di Niccolò e Albertazzo

Spinola, Niccoloso e Federigo Doria; nè dalla parte della repubblica

si facea altra nuova concessione che rimettere gli usciti ne’ lor

beni e anco nella città, da’ Grimaldi e pochi altri all’infuori. E

Carlo, perch’avea maggior bisogno, non ostante la mediazione del papa,

calavasi a questi patti; nè pur ultimava la negoziazione, saltando

i Genovesi, or alla resa di Monaco senza accettar sicurtà d’altre

castella, or ad altri ripieghi. Ond’è manifesto; che que’ capi di

parte ghibellina, mal combattuti da’ fautori del papa e di re Carlo,

volean temporeggiando scansar gli effetti materiali delle scomuniche;

ma più amavano tardar l’acquisto di Monaco, che rimettere in patria i

Grimaldi, e strignersi tanto con re Carlo, da rinnalzar parte guelfa

nella repubblica. Anzi non si restavan essi d’armare per Federigo.

I Grimaldi, non meno ostinati, ricusavano lasciar Monaco, per quanto

Carlo e la corte di Roma li esortassero e minacciassero, con chiuder

loro tutti soccorsi di Provenza, e farvi apparecchiar forze a lor

danno. Invano dunque il papa v’intromettea suoi fidati; invano Carlo

ad ogni intoppo accrescea il numero degli oratori[332], come se per

questo mancasse, e non perch’era Genova più forte e più destra. Aifin

Bonifazio, sdegnato, di novembre scagliò l’interdetto; l’anno appresso

fe’ romoreggiare le armi del Valois; nè pur asseguì l’intento ad altro

partito che la resa di Monaco[333], e, ciò che vinse ogni ostacolo in

popolo mercatante, larghi favori al commercio de’ grani, sì nel regno

di terraferma e sì in Sicilia nel caso del racquisto. Cattivato così il

pubblico, fu facil cosa al papa toglier al tutto i soccorsi de’ privati

a Federigo; chiedendone giuramento da’ magistrati di Genova, e domando

con insinuazioni e scomuniche i parmigiani più ostinati[334].

Mentre in tal modo praticava casa d’Angiò a scemare il nemico e

ingrassar sè d’aiuti di fuori, non meno studiavasi a far parte in

Sicilia, continuando le lusinghe all’universale, tentate con poco

frutto l’anno innanzi, e rincalzandole, che son le più efficaci, con

le pratiche particolari di perdonare, promettere, dar largamente ad

uomini e a cittadi. Raffermò a’ Catanesi le immunità lor concedute

poc’anzi da Roberto vicario[335]; alla terra di San Marco, che

si tenesse in demanio diretto dalla corona, gran favore in que’

tempi[336]; questo promesse a Camerata, disposta a tornar in fede, come

dicea la cancelleria angioina[337]; a’ cittadini di Naso, pronti a fare

il medesimo, profferse cinque anni di franchigia dalle collette[338];

diella, pria per anni dieci, poi infino a quindici, a que’ di Lipari

per tutti pesi fiscali[339]: e in Calabria adoperava le medesime arti

con le terre di parte siciliana; promesso a Geraci il perdono[340]; ad

Amantea quantunque con essa fermerebbe Goffredo Sclavello, devoto del

re[341]; a Tropea, come più importante, maggiori grazie, franchigia

di alcune gravezze per sei anni, e licenza larghissima a misfare

su le persone e robe de’ soldati nostri posti al presidio[342], a’

quali in van s’era profferto, in prezzo di tradimento, ritenerli

agli stipendi angioini[343]. Sparsersi pei novelli convertiti simili

allettamenti; a’ baroni, confermar loro i feudi[344]; agli uomini

mezzani, rimetter colpe, assicurar l’avere, redintegrarli nelle

dignità, e (dicono i diplomi) anche nell’onore[345]. Assai più liberale

usò Carlo con chi era stato tra i primi alla tradigione di Catania, o

d’altro luogo importante, ratificando tutte le concessioni feudali di

Roberto, e altre nuove aggiugnendone, con ufici e dignità: a Gualtier

di Pantaleone da Catania, data Biscari, e armato cavaliere; e a pro

di Virgilio Scordia non finivano le regie larghezze; creato inoltre

capitan della città di Catania, e comandante del castello[346]. Donde

si vede qual dura impresa si trovò alla prova il racquisto della

Sicilia; non fidandosi i nimici in sì grande soperchio di forza; e

gittandosi a comperar traditori, sì ardentemente, che non bastava la

terra a’ molti guiderdoni d’opere o buone o ree, e fu necessità dar

l’aspettativa, or concedendo il valor d’un tanto all’anno da investirsi

in beni feudali a misura che ne ricadessero alla corona[347], or dando,

in nome, ad alcun barone i poderi de’ baroni di Federigo[348]. Queste

ampolle di corruzione, lasciaronsi a ministrare in Sicilia stessa

a Roberto e all’ammiraglio; il quale ebbe facultà, onori, comando,

poco men che di principe. Alle continue concessioni feudali a pro

di lui, s’aggiunse in questo tempo Malta e ’l Gozzo, con titol di

conte[349]: chiamavalo poscia re Carlo, «fidatissimo quasi parte del

suo corpo medesimo»; e tra tante virtù ch’egli ebbe, gli dicea, che par

dileggio, purissimo nella fede; e armandolo d’autorità non minore dello

stesso vicario Roberto, diegli che, osteggiando con l’armata, potesse

rimetter colpe, debiti, pene qualunque a comuni, a privati[350];

che per richiamarli alla fede profferisse tutto che paressegli, e

ratificherebbe sempre il re[351]. Così quella smisurata potenza, che

Loria avea agognato invano nella siciliana corte, l’ebbe a corte di

Napoli; e fallì le speranze dell’una e dell’altra; con noi talvolta

per non volere; co’ nemici, volendo sempre, spesso non bastò.

Facendone or indietro a ripigliare i casi della guerra, vedremo come

infino alla uscita di primavera del trecento, nissun’altra notevole

fazione seguì in Sicilia: e in Calabria i combattenti giunsero a far

tregua tra loro, non volente il governo angioino[352]; il quale,

se riebbe qualche terra, la comperò dal presidio per moneta, o da’

cittadini per pratiche[353]. Intanto con gli aiuti detti, rinforzava

l’esercito in Sicilia, allestiva l’armata; e i nostri nell’armata sola

affidavansi, lasciando in mal punto, così li biasima Speciale, la

guerra di lor casa per cercarne altra fuori. Confortovveli l’ardire di

Peregrin da Patti, quell’eroe del ponte di Brindisi, il quale, forniti

di macchine pochi legni, abbattendosi con dodici galee pugliesi,

le avea investito, messo in fuga, rincacciato fin sotto le mura di

Catania, veggente Roberto; nè si stette dall’insultar co’ tiri la

stessa città[354].

Armate dunque ne’ nostri porti venzette galee, con cinque più de’

Ghibellini di Genova, vi montavano Giovanni Chiaramonte, Palmiero

Abate, Arrigo d’Incisa, Peregrino da Patti, Benincasa d’Eustasio,

Ruggier di Martino e altri molti, fior della nobiltà siciliana; il

supremo comando tenea Corrado Doria, genovese. Navigaron depredando e

guastando la riviera infino a Napoli, ove Ruggier Loria mettea in punto

da quaranta galee del regno e spagnuole. Mandarono un legno a portargli

la sfida: ed ei, ch’aspettava le dodici galee testè rifuggite in

Catania, freddo rispondea, non esser pronto per anco a battaglia. Indi

la nostra flotta, per vanto di chiudere in porto un tal ammiraglio,

soprastette tra le isole del golfo; bravando, senza assalire, nè

strignere il nemico, che rinforzavasi. Scorsero i Siciliani una scura

notte infino a Ponza; e le dodici galee di Catania a vele gonfie

presero il golfo: giunsevi nel medesimo tempo inatteso aiuto di sette

galee genovesi de’ Grimaldi, anelanti di bagnarsi nel sangue de’ Doria.

Con cinquantotto galee allora uscì Ruggier Loria, contro la nostra

flotta di trentadue.

A tal disparità di numero, i baroni dell’armata siciliana, consultavano

in fretta sulla nave dell’ammiraglio, per onestare, non la brama

di ritrarsi, ma la temerità che accendeali a combattere. Perciò

fu vana la saviezza di Palmiero Abate, uomo di gran cuore e nome,

invecchiato nelle guerre del vespro[355], il quale scongiuravali: che

di soverchio non tentassero la fortuna; non mettessero a certissima

perdita quest’armata, e con essa le speranze tutte della patria; niun

rossore, diceva, al ritrarsi con forze sì disuguali; si specchiassero

nel gran Loria, che testè n’avea maggiori, e pur non tenne l’invito,

ma combatter volle a suo comodo. Questa sentenza di Palmiero tutti

approvavano in sè medesimi, con le parole il contrario, per parere più

bravi. Ma Benincasa d’Eustasio, disensato oltre tutti, proruppe: non

per isguizzar come delfini innanti il navilio nemico, averli mandato la

patria e il re: il mare che solcavano vide già due splendide vittorie

de’ Siciliani, sopra numero di nemici doppio del loro; ed or da questi

mezzi uomini[356] fuggirebbero? «No, si combatta, finì, e i tralignanti

Siciliani che tremano, fuggan pur ora; non ci rovinino con l’esempio,

ingaggiata che sarà la battaglia!» E Palmiero con ferocissimo sguardo:

«A me, gli disse, a me, Benincasa, accenni! Or tempo non è di parole,

perchè incalzano i fatti, e mostreranno tra noi chi fugga e chi stia.

Ma poichè voglion questo i Cieli, o compagni, d’altro omai non si

parli; alla battaglia apprestiamci con l’usato coraggio.» Saltò sul

palischermo, picciolo e lesto; e montata la sua galea, armossi da capo

a piè. Alacremente tutti correano alla prova disperata. Corrado Doria,

ammiraglio, che non ebbe principal parte nel consultare, la cercò bene

al combattere, drizzandosi risolutamente a ferir di costa, al primo

scontro, la capitana nemica.

Fu combattuta il quattordici giugno del trecento questa infelice

battaglia, in cui le cinque galee genovesi ch’eran per noi, si trasser

da canto, e venzette sole siciliane affrontarono tutta la flotta

nemica, con molta strage scambievole; finchè accerchiate, soverchiate

e peste s’accorser tardi di loro temerità. Benincasa d’Eustasio,

ch’alla prima avea preso una galea nemica, ne tolse bottino quanto

seppe, e die’ l’esempio della fuga. Sei galee il seguirono; le

altre, dopo ferocissima lotta, furono prese co’ baroni, i guerrieri,

i marinai, tutti carichi di ferite. E Doria solo pur non calava

stendardo, ancorchè trovatosi nel più fitto de’ nemici dal principio

della battaglia, quando il nocchier di Loria destro cansò l’urto del

genovese; e tutti allor gli furono intorno, gli squarciavan co’ rostri

i fianchi della galea, salivano all’abbordo, ed erano rincacciati in

mare, inchiodati da’ valentissimi balestrieri genovesi. Loria alla

fine, tirate indietro tutte le galee, gli spiccò addosso un brulotto.

Così avuto prigione Corrado, onorò questa bella virtù con aggravar lui

di catene; e a’ balestrieri die’ peggio cento volte che morte, fatto

lor cavare gli occhi e mozzar le mani.

Fu a corte di Napoli e per la città e per tutto il reame, grande

allegrezza di questa vittoria, di cui festeggiossi nelle città guelfe

d’Italia, parendo l’ultima pinta alla rovina di Federigo[357]. Sopra

ogni altra cosa, ne sperava re Carlo aver di queto le terre di quei

baroni in Sicilia. Fattili venire quindi a Napoli, sbrancare in

diverse carceri, e ad uno ad uno addur dinanzi a sè, li tastava or

a trattamenti miti, carezze, promesse, or a minacce e stretture; nè

mai potè spuntarne alcuno che gli facesse omaggio. Allora, con nuovo

argomento, serbandone altri a Napoli in catene[358], altri mandava

in catene in Sicilia, a fin di tentare i prigioni con la vista della

patria, le cittadi con la carità di questi lor valenti; e affidolli

a Loria, vegnente a girar l’isola con la flotta, col terror della

recente battaglia, co’ pien poteri, che innanzi dicemmo, de’ quali fu

armato appunto in questo tempo, per usarsi con sommo sforzo d’arti

e d’armi la vittoria di Ponza. In tal viaggio morì Palmiero Abate.

Fu preso a Ponza combattendo, tutto lacero e sanguinoso; il gittaron

prima in un carcere, poi in un fondo di galea; ove ammalignatesi le

ferite per disagio e niuna cura, struggendoglisi l’animo dal rammarico

di vedersi in tal essere, dinanzi quella patria per cui avea speso la

sua vita perigliando venti anni tra le armi e’ maneggi di stato, e ora

nel maggior uopo non poteala aiutare, a vista di Catania, col nome

di Sicilia sulle labbra, spirò. Fe’ onorare Roberto, con esequie e

sepoltura nel duomo di Catania, il cadavere di quel grande[359].

Arrigo d’Incisa, cittadin di Sciacca, portato a zimbello del pari, ebbe

libertà dal caso, che fe’ sdimenticarlo in un carcere a Catania, quando

Loria ripartì con l’armata per iscorrer le costiere di mezzogiorno.

Donde l’ammiraglio, volendo mostrarlo a’ concittadini, mandava un

legno sottile a torlo, con una grossa somma di danaro pe’ bisogni

dell’armata; e il legno avveniasi con un di Sicilia, che il combattè e

vinse; sì che Arrigo n’andò sciolto non solamente, ma gittò ancor le

mani sulla moneta angioina[360]. Corrado Doria intanto tra li artigli

di Ruggiero, emulo e avaro e però di tanto più crudele, era stretto in

catene, abbruciato di sete, nudrito appena di quanto bastasse a tenerlo

vivo, minacciato e macerato in mille guise, perchè rendesse a Loria la

terra di Francavilla. Ei durò questo martirio gran tempo; poi scrissene

a re Federigo, e assentendol questi, risegnò il feudo. Ma Francavilla

fu il solo acquisto, che tornò a parte angioina dallo strazio disonesto

de’ prigioni di Ponza.

Poche altre terre guadagnò in questo tempo, tutte senz’arme: Asaro,

data da due omicidi per fuggir la vendetta delle leggi, e incontrarono

in brev’ora quella del popolo, che li vergheggiò a morte, mentre

ordiano nuova prodizione[361]; Racalgiovanni[362] per tradigione del

signore del luogo; Taba[363] d’un vil soldato, che aprì una porta a’

nemici, e nel trambusto fu ucciso, innanzi che imborsasse i danari del

tradimento; Delia per maggior viluppo di iniquità di Giobbe e Roberto

Martorana. Eran costoro amicissimi del signor della terra, ma presi

di rea passione per la moglie e la figliuola del castellano, che il

signore posto avea in Delia, nè potendo ottenerle per minore misfatto,

il castellano trucidarono, fecero violenza alle donne, e, sperando

che così n’andrebbero impuni, detter la rocca a Roberto. Ma innanzi

ch’ei mandassevi maggior forza, Berengario degl’Intensi, condottier di

Federigo[364], riprese Delia, intromesso occultamente da un cittadino;

e i due scellerati, tratti a coda di cavallo, spirarono sulle forche.

Racalgiovanni, assediata da Federigo, non soccorsa da’ nemici, in pochi

dì si arrese[365].

L’ammiraglio in questo mentre girava l’isola intorno intorno, recando

sulla flotta il cardinal Gherardo, senza fare alcun frutto con le

arti; e la fortuna delle armi, che aveagli fatto fuggir di mano Arrigo

d’Incisa, non l’aiutò in alcun luogo delle costiere di mezzogiorno e

ponente, munite egregiamente da’ nostri; e per poco non perde a Termini

lui stesso. Tentò Ruggiero lo sbarco per non vedervi forze; e non sapea

che Manfredi Chiaramonte e Ugon degli Empuri v’erano entrati la notte

innanzi, e chetamente armata una torma di cavalli, aspettavanlo. Datesi

dunque le ciurme a predar la città bassa, i nostri cavalli le caricano;

le pestano, taglian la ritirata alle navi, gli sbaragliati fanno in

pezzi o recan prigioni. L’ammiraglio, che non fuggì mai rischio, era

sbarcato co’ suoi; ma non potendoli rannodare in tal contrattempo,

si nascose in un cantuccio d’osteria, finchè, ritiratisi i siciliani

cavalli, trovò un palischermo, e tornossi alla flotta, ove il piangean

morto. Passò il Faro poi, senza tentar Messina; die’ un assalto a

Taormina; nè altro ne riportò che il vanto di aver superato quegli

ardui luoghi, e fattovi pochissima preda[366].

Così andando in lungo la guerra, l’anno trecento e gran tratto del

seguente, passarono senz’altre fazioni, in vane parole di pace per

oratori di Federigo a Carlo, pratiche di scambio de’ prigioni[367], e

altre mene di parte d’Angiò, delle quali appena scopriam le vestigia

nelle tenebre del tempo[368]. Eran deboli i due eserciti, per le

cagioni che innanzi toccammo, e più per la carestia, che obbligò Loria

a tornarsi con l’armata in terra di Napoli, per tor vittuaglie da

provvederne Catania e le castella prese in val di Noto. Ciò fatto,

vedendo uscire scarsi tutti i partiti, nella state del trecentouno,

l’ammiraglio consultavane con Roberto di farsi veder, se non altro, ai

nemici: e scelsero la via del mare, perchè Federigo avea oste e non

armata. Spartita dunque la loro, sciolgono di Catania, Roberto per la

costiera di mezzogiorno col grosso delle navi, Loria per settentrione

con le rimagnenti. Osteggiava l’un Siracusa, forte di sito, avvezza

a maggiori turbini di guerra, onde questo agevolmente sostenne;

assaltava Scicli, e n’era ributtato del pari: ma Loria sol vettovagliò

le castella di val Demone. Ed erano, l’uno presso li Scoglitti sulle

rive di Camerina, ove un fiumicello serba ancor l’antico nome, l’altro

alla marina di Brolo, del mese di luglio, pensando a tutto fuorchè

ai rischi del mare, quando lo stesso dì scatenaronsi due opposti

venti, che spingevan del pari i nemici navigli a farsi in pezzi su

le nostre spiagge, assaliti, quel di Roberto da un forzato libeccio,

l’altro dagli aquiloni. Gittarono l’ancora i nocchieri di Roberto; e

si spezzavan le gomone, e cominciavan le galee a rompere sulli scogli,

nè forza di remeggio valea; talchè tutte perivano, se il pilota della

capitana non avvisava dar le vele al medesimo vento, stremandosi a più

potere lungi dalla riva. Così, preso capo Pachino, furon salvi i più;

lasciando su quelle rive miserabile strage di ventidue navi e grande

numero d’uomini; e quei che vivi giunsero a terra, ignudi e inermi,

fuggendo il miglior sentiero per sospetto de’ nostri, inerpicandosi

tra le spine, per luoghi più alpestri, alfin semivivi si ridussero

a Ragusa, che tenea per parte d’Angiò. L’ammiraglio, perdute sol

cinque galee, compier volle il giro dell’isola. Giunto a Camerina,

fermossi a ripescar le ancore della flotta di Roberto, raccorre gli

avanzi del naufragio; e saputo ov’era in fondo la galea di Guglielmo

Gudur, vescovo eletto di Salerno, cancelliere del duca, tant’oprò

con ramponi e altri ingegni, che levonne una gran cassa di moneta,

e tutto appropriossi, facendo a sè guadagno del danno de’ suoi. Ma

prima, soprastato innanzi Palermo, ebbe segreto abboccamento con Blasco

Alagona, dicendo spossati al paro Siciliani e Angioini; agli uni e agli

altri necessaria la pace[369]: e chi dir potrebbe se Loria, mentre

con tal parlare intrattenea il fedel Blasco, non annodò i fili d’un

attentato che indi a poco scoprissi?

Una congiura contro la vita di Federigo, tramata da tre cittadini di

Palermo, di grande riputazione in tutta l’isola, per nome Pietro di

Caltagirone; Gualtier dì Bellando e Guidone Filingeri; i quali ebber

complice Pier Frumentino[370], marito d’una Toda, sorella di latte del

re, cresciuta dall’infanzia con Federigo, e nota a corte; ond’anco

potrebbesi pensare, che vergogna domestica stigasse alla congiura

costui. Era un ribaldo dappoco, che ripentito o tremante, flagellato

dal pensiero d’essersi ingaggiato sì profondo, non seppe chiuder occhio

una notte, non trovar posa sul letto; finchè la donna se n’accorse, e

lo strinse, e tutto gli strappò, congiura e congiurati e assentimento

che si svelassero al re. Ella innanzi dì, correva al palagio di

Palermo; instava co’ famigliar!, menarla nuova, gravissima faccenda, da

non tardarsi un istante; e portata alle stanze di Federigo, volle prima

l’impunità del marito, poi disse per ordine la trama. Il rimanente

andò ancor come suole. Presi i cospiratori e convinti; punito nel capo

Pier di Caltagirone, reo principale; e Federigo, ch’era magnanimo,

perdonò la vita a Bellando e Filingeri, cacciandoli solo dal reame.

Di quest’attentato, più nero di tanto, quanto avrebbe distrutto

insieme con la vita del re la libertà del paese, non possiamo penetrar

le cagioni; perchè seccamente il narra Speciale, forse per caderne

sospetti contro la corte angioina, ch’indi rappiccossi con Federigo, e

diegli una sposa che sedea sul trono di Sicilia, quando Speciale dettò

le sue istorie. A tal giudizio anco porta il dir dello Speciale, che si

scoprisse la congiura, mentre Federigo, vista due volte l’armata nemica

girar l’isola intorno intorno, temè nuova macchinazione, e con ogni

studio ne investigava[371].

In questo tempo rincrudì contro amendue gli eserciti, nuovo nimico,

la fame; più infesta al siciliano che allo straniero, il quale traea

vittuaglia di terraferma; ma i nostri campi in due anni d’invasione

steriliano, abbandonati, arsi, tagliati gli alberi, svelte le vigne,

rapiti gli armenti, messo a guasto ogni cosa per non picciola parte

dell’isola. Ne nacque la carestia; e prima la sentì Messina, per

esserle chiuso il mare dalle ostili flotte, onde a un tempo e mancavano

i commerci, vita della città, e montava il caro de’ grani sopra

l’universale di Sicilia, a cagione della difficoltà de’ trasporti per

luoghi montuosi, occupati o infestati dall’Angioino. Già cominciavan

cittadini a fuggirsene, chi per fame, chi per pretesto, passando

al nemico. Stigato da quelli, venne a campo Roberto sotto Messina;

pensando, per poco che aggravasse la carestia con la guerra, domare

quel popolo ch’avea già fiaccato l’orgoglio dell’avol suo.

Al par che nell’assedio dell’ottantadue, pone in terra a Roccamadore;

manda sullo stretto la flotta di cento galee; con le genti ei si avanza

infino al borgo di Santa Croce, mettendo tutto a fuoco ed a sangue: e

nell’arsenal di Messina bruciò due galee; e scaramucciava ogni dì per

terra e per mare, rispinto sempre da’ nostri e dagli stanziali regi,

tra’ quali capitanò una compagnia il cronista Ramondo Montaner. Ma,

inviati da Federigo a vittuagliar Messina settecento cavalli e duemila

almugaveri, con Blasco Alagona e ’l conte Calcerando, Roberto non

li aspettò; passò con tutte le forze in Calabria, la notte medesima

ch’ei seppe Blasco giunto a Tripi, e da lui mandato avviso a Messina

che la dimane facessero una sortita, mentr’ei, piombando da’ monti,

prenderebbe a rovescio il nemico. Raggiornato dunque, i nostri, gli uni

dalle porte, gli altri dalle creste de’ monti, s’apprestavano di gran

volontà a combattere, senza pensare al numero delle genti di Roberto,

quando le videro fuggite. Entrato Blasco in Messina, tra l’allegrezza

della ritirata e de’ rinfrescati viveri, si cominciò a braveggiare.

Xiver de Josa, alfier di Calcerando, inviò in Calabria una bizzarra

sfida in rima, per un ministriere che la cantasse; e la canzone

invitava i nimici a tornar pure in Sicilia, che non si difenderebbe

lo sbarco, ma all’asciutto, in bella pianura, sariano aspettati a

combattere. Montaner la dà a paura che Roberto andò via da Messina, nè

fece ritorno alla sfida. Altri porta più sottil ragione di guerra: che

non potea giovare a Messina quantunque salmeria di vivanda condotta per

terra, consumandosi da’ cavalli della scorta più ch’e’ non fornivano;

e che Roberto, tenendo lo stretto e stando in Calabria, senza rischiar

giornata, toglieva a Messina gli aiuti di Reggio; e l’una e l’altra

insieme avrebbe affamato, minacciato e percosso improvvisamente. Prima

pose il campo a Reggio; poi con la medesima prudenza si ritirò alla

Catona, per la valida difesa di Ugon degli Empuri; e ostinato stette al

blocco, onde ad orribil pressura crescea la fame in Messina.

Respirovvisi un poco per lo gran valore di frate Ruggiero de Flor,

oriundo tedesco, nato a Brindisi in povero stato, gittatosi fanciullo

sur una barca de’ Templari, e fatto in pochi anni espertissimo

navigatore, frate del Tempio, uom d’arme, formidabil corsaro.

S’arricchì tra lo scempio de’ cristiani ad Acri; per invidia

perseguitollo il gran maestro de’ Templari, e ’l fe’ mettere al bando

di cristianità; ma tra i romori delle nostre guerre gli fu nulla. Con

una galea genovese, venne costui in Catania ad offrirsi a Roberto;

funne rifiutato; e passò incontanente ai soldi di Federigo, al quale

non restava a temere scomunica. Allora con siciliani legni, pur dopo le

nostre sconfitte navali, rifece le prime dovizie, corseggiando sopra

nimici ed amici; con questo divario, ch’ai secondi lasciava cedole

del valsente da rimborsar i alla pace: talchè, smisurato di pensieri

all’imprendere, d’audacia all’oprare, e rapace ma non crudele, e largo

donatore, anzi prodigo del mal acquistato, pei vizi al paro che per

le virtù era salito in gran nome in tutta l’oste di Federigo[372].

All’intendere il misero travaglio di Messina, presentavasi Ruggiero

al re, dicendo sentirsi spinto e flagellato da un gran pensiero: o

vittovagliar Messina per mare, o perdersi nelle onde, o, che peggio

era, tra le man di Roberto e de’ frati del Tempio. Assentendolo il re,

apparecchiava dodici galee; le empiea di grano a Sciacca; e con esse

stava pronto nel porto di Siracusa.

Com’ei vide gonfiarsi il mare da ostro, piano senz’onda, rosseggiante

come per sangue[373], s’appose che metteasi uno scirocco fortunale;

e confortò le ciurme all’impresa, in cui il vento, dicea, non li

abbandonerebbe in balìa de’ nemici, perchè di verno non cala sì tosto.

La notte dà le vele alta tempesta; e con essa si trova a dì innanzi

lo stretto. Loria scoprendolo, facea rabbiosamente escir le galee,

forzar ne’ remi; ma indarno lottavano contro que’ gran cavalloni e

corrente del Faro; e il templario, beffandosi de’ vani sforzi, a vele

gonfie entrava in porto. Incontanente rinvilì il grano a metà del

pregio; sfamò l’afflitto popolo, e ’l rafforzò in sua costanza. Ma non

i campi Leontini, sclama Speciale, potean mietere, non tutti i granai

d’Agrigento, rinserrar tanto, che bastasse in quell’uopo a Messina[374]!

Mentre nel blocco di Messina si disputava ostinatamente l’importanza

dell’impresa, Blasco Alagona, fulmine di questa guerra, amico

amantissimo di Federigo, fedelissimo alla Sicilia, non vinto unque in

battaglia, ammalò in Messina, come probabil è, dalla malsania degli

alimenti; e in breve trapassò, non pianto in Sicilia, a sommo biasimo

de’ nostri progenitori invidianti il glorioso nome, non pianto in

Sicilia, fuorchè da Federigo. Ruppe in lagrime questi, per amore e

interesse, alla perdita di tant’uomo; vestì a duolo; in piena corte

lodò il valore, la fede, le chiare geste di Blasco. Del resto, poco

tempo lasciavano allora a privato cordoglio le calamità pubbliche[375].

Perchè Messina, consumato il soccorso di Ruggiero de Flor, tornava alle

stretture di prima e peggio; manicandosi, come dilicato cibo, non che

de’ giumenti, ma cani, gatti, topi; e queste stomachevoli carni pur

si aveano a sminuzzo; a comperare un po’ di pane non bastavan ricche

suppellettili, arredi, gioielli. Narro non parti d’immaginativa, ma

orribilità certe, che i nostri antichi durarono a salvamento della

siciliana libertà, per lasciarne retaggio, mal guardato da poi. Allo

scurar della notte crescea l’orrore in Messina, cresceano i lamenti;

usciano a gridar pane, non i mendici, ma gli agiati, pelle ed ossa,

scrive lo Speciale, vergognanti a mostrare il dì quelle spunte

sembianze; e molti la dimane si trovavan per vie e piazze morti,

qual di fame, qual dalla malignità degli scarsi e schifi alimenti.

Talchè uno strazio, un compianto era per tutto il paese; caduta ogni

baldanza agli uomini più valenti; le leggiadre donne, non attendendo

ad ornamento e cura della persona, squallide mostravansi; e pargoletti

si vider morire in braccio alle madri, poppando senza trarre una

goccia dal seno inaridito. Niccolò Palizzi, cittadino e governador di

Messina, meritò in questo frangente somma lode di coraggio, umanità,

antiveggenza, inespugnabil costanza; tra tanti pericoli e inevitabil

balenare della popolazione, fu infaticabile e grande nel provvedere,

con tal giusta misura, che si assicurasse la città dagli attentati de’

male contenti, e si risparmiasse il sangue pur de’ colpevoli. Da pochi

all’infuori, ugual virtù ebbe il popol tutto di Messina, due volte

salvator della Sicilia nella guerra del vespro; il prim’anno, con quel

memorabil valore contro la forza viva di Carlo; e l’ultimo, con questa

più maravigliosa perseveranza contro lo strazio della fame, lento,

inesorato, inglorioso, fiaccante corpi ed animi insieme[376].

Federigo dunque, dolente com’egli era della perdita dì Blasco, fa

spigolar quanta vittuaglia poteasi in val di Mazzara, e montando a

cavallo, vien ei medesimo alla scorta, senza pensare a sè, ma solo al

popolo; talchè sostando alquanto a Tripi, dopo lungo cammino, due pan

d’orzo e un fiasco di vino, che a caso si trovò un de’ famigliali,

furono la sola imbandigione del re; e sfamatosi, gittossi a terra,

facendo guancial dello scudo; e riposato qualche ora, rimontò per

fornire la via. Giunto presso alla città, manda i viveri, e torna

indietro a raccorre nuovo sussidio, perchè bastavano appena a tirar

innanzi pochi dì. Tosto rivenne dunque con altri grani, altri armenti:

e allora entrò in città; allora gli occhi asciutti tra lo scempio del

capo d’Orlando, sgorgaron lagrime al veder il popolo macerato, che

sforzavasi a gridargli evviva.

Donde consultando con Palizzi, deliberossi a rimedio, crudo, ma men

del male. Perchè i soccorsi di vittuaglie non si dileguino in un

baleno, bandisce che la gente più mendica e invalida alla difesa,

esca di Messina con lui, e sarà condotta in luogo ov’è cibo. Allora

l’irresistibil talento della conservazione di sè stesso, portò casi

che da lungi s’estimano spietati: abbandonar patria, parenti, quanto

v’ha di più caro; e lagrimando, scrive Speciale, ma non aspettando

i figli il padre, la sposa il marito, una squallida moltitudine

incominciò a poggiare su per la via dei colli: e Federigo, raccomandata

la città al forte Palizzi, spogliatosi nel duro incontro ogni fasto

di re, ai miseri spatrianti si fe’ compagno. Questo periodo fu il più

glorioso della vita di Federigo; perchè le due virtù ch’egli ebbe sopra

ogni altra, umanità e coraggio, bastavano allora a far l’eroe. «Per

monti, per pendici (traduco a parola a parola lo Speciale), per burroni

e dirupi con tal familiarità condusse i derelitti, con tanta carità ne

prese cura, che per via toglieva or questo or quel pargoletto dalle

mani delle spossate madri, recavaselo sulle braccia, o in groppa al

cavallo; a mensa gli si aggreggiavano intorno i fanciulli, ed ei di

propria mano spezzava loro il suo pane.» Così infino a grasse e sicure

contrade li accompagnò. Drizzandosi a Randazzo con là misera plebe,

per la via tra Francavilla e Castiglione, avvenne che un suo fedele,

prigion de’ nemici in Castiglione, infintosi dover chiedere al re certe

spese, e ottenuto di mandargli un uomo, l’avvertì occultamente trovarsi

senza presidio la rocca. Nol ridisse Federigo a persona. Giunto a

Randazzo, dando a vedere d’andarne a riposo, accomiata ognuno: e a

mezza notte fe’ cavalcar chetamente gli uomini d’arme, e portosseli

dietro senza dir dove. Fu la mattina a dì a Castiglione; occupò la

terra e il castel disottano; i terrazzani, rifuggitisi in quel di

sopra, astrinsero il presidio ad arrendersi. Così ritolse il feudo a

Ruggier Loria. E alleggerita Messina, ripigliate forze per ogni luogo,

mostrava a’ nemici assai più duro che non credeano, il soggiogamento

dell’isola[377]. Per la qual cosa Roberto, veggendo che il blocco

era nulla a’ Messinesi, e che anzi la carestia era trapassata nel

proprio suo campo, e aspettando di fuori la novella oste di Carlo di

Valois, levatosi dalla Catona, lasciò Messina gloriosa e vincente nella

seconda prova: e per salvar le apparenze e aver agio da ristorarsi,

trattò di tregua. Iolanda, fuor di sè per l’allegrezza, condusse questa

pratica tra ’l marito e ’l fratello, dapprima per legati; e fermossi

uno abboccamento a Siracusa. Venutovi il re, e con l’armata il duca,

recando seco due compagni di oppostissima indole, Ruggier Loria e

Iolanda; costei prima sbarcò al castel di Maniaci, a riabbracciar salvo

e glorioso, dopo cinque lunghissimi anni, quel fratello che sopra ogni

altro amò dall’infanzia. La dimane, tornata col duca, vidersi per la

prima volta Roberto e Federigo, salutaronsi contegnosi; e trattato tre

dì, con intendimento di raggirarsi a vicenda, e trovar tanto respitto

che bastasse a ciascuno a ripigliar forze, fermarono per pochi mesi la

tregua[378].

La guerra del Vespro Siciliano vol. 2 Un periodo delle storie Siciliane del secolo XIII · 第 33 / 104 题