CAPITOLO XIX.

Carlo di Valois a Firenze, indi in Sicilia. Deboli effetti delle

sue armi. Assedio di Sciacca. Postura e disposizioni di Federigo.

L’esercito nemico si consuma sotto Sciacca. Proposte di pace e

preliminari di Caltavuturo; abboccamento tra i principi; trattato di

Caltabellotta. Esecuzione di quello. Convito del Valois a Messina.

Riforma de’ capitoli della pace, per voler di Bonifazio. Federigo,

rimaso re di Trinacria, sposa Eleonora figlia di re Carlo. Principi

della Compagnia di Romania.—Settembre 1301, alla primavera del 1303.

L’ultima prova di Bonifazio fu di chiamar altre armi straniere. Voleva

a un tempo soggiogar l’isola e rendere in terraferma d’Italia la

riputazione a parte guelfa, abbassata in qualche provincia, rimasa

in Toscana a primeggiar nel solo nome, per esser nata la divisione

dei Neri e Bianchi; gli uni immansueti dal troppo favor del papa, gli

altri mal celanti l’umor ghibellino. Perciò Bonifazio, che dopo la

sconfitta del principe di Taranto s’era nuovamente rivolto ad implorare

aiuti dalla casa di Francia, e vi avea mandato oratori suoi e di re

Carlo[379], quando vide la Sicilia sempre più indomabile, e spregiarsi

da’ Bianchi di Toscana e legati e scomuniche[380], prese a sollecitare

più caldamente Roberto conte d’Artois, che ritornasse in Italia con

forze, dandogli a ciò per tre anni le decime ecclesiastiche di sue

possessioni, e i danari di mal tolto[381]; e maggiore assegnamento

fece su Carlo di Valois, educato da fanciullo dalla romana corte a

regie ambizioni. Costui, dopo il baratto, che si narrò, del titolo di

re di Aragona con una figliuola di Carlo secondo e la contea d’Angiò

in dote, si rese chiaro in arme nelle guerre d’oltremonti; e mortagli

appena la moglie, pensò ritentar la via del trono, chiedendo la

Caterina di Courtenay, pretendente all’impero greco, offerta una

volta a Federigo, poi solennemente promessa innanzi tutta la corte di

Francia a Giacomo, figlio del re di Maiorca, ch’indi a poco si fece

de’ frati minori, non sappiamo se per vocazione, o per dispetto dei

disegni politici di Filippo e di papa Bonifazio che attraversassero

il matrimonio[382]. Il papa adesso allettava Carlo di Valois con

profferta di stipendio, comando d’eserciti, uficio di senator di Roma,

e altre dignità: gli promettea Caterina, quand’egli muovesse alla

guerra contro Federigo; e chiaramente scrivea a’ vescovi di Vicenda,

Amiens e Auxerre che accordassero la dispensa, vedendo preparata

l’impresa entro un dato termine, che più volte fu prorogato[383]: gli

facea sperare il Conquisto dell’impero d’Oriente, con le medesime

armi con cui combatterebbe in Sicilia: e parlò ancora d’elezione

all’impero occidentale. A questi sogni aggiunse la realtà delle decime

ecclesiastiche in Francia, Italia, isole del Mediterraneo, principato

d’Acaia, ducato d’Atene, e fin d’Inghilterra; e la metà de crediti

della corte di Roma per decime su le chiese di Francia. Con tali

sussidi assolderebbe il Valois cinquemila cavalli, per condurli in

Italia. Il papa esortò Filippo il Bello e ’l clero di Francia a favorir

l’impresa; prolungò a questo medesimo fine la tregua, che procacciato

avea tra Filippo e ’l re d’Inghilterra[384].

Per tal modo, di settembre milletrecentouno, Carlo di Valois trovossi

a corte del papa in Anagni, con re Carlo e’ figliuoli; e fu chiamato

capitan generale in tutti gli stati ecclesiastici, e rettore di

Romagna, Marca d’Ancona, ducato di Spoleto e altre province, con larga

autorità negli affari temporali[385]. Non mancaron frasi a Bonifazio

per mandarlo in Toscana, con titolo di conservator della pace, e vero

uficio di tradimento e di violenza: cominciando la bolla con parlare

de’ Magi, di Salomone, della saviezza, della pace; ed esagerando i

disordini, gli scandali, la disubbidienza, e anche la ingratitudine de’

popoli di Toscana alle paterne cure del pontefice, che volea mantenervi

la pace, e n’avea dritto, com’era noto ad ognuno, massime nella

vacanza dell’impero[386]. Si stabilì in questi consigli d’Anagni,

che differita a primavera la guerra di Sicilia, svernasse il Valois

in Toscana. Ito dunque di novembre a Firenze, ei fe’ quanto vollero i

Guelfi; cacciò i Bianchi, e tra essi quel sovran poeta, che stampava

d’obbrobrio, fino alla consumazione de’ secoli della presente civiltà,

il nome del falso principe senza terreno. Resa tal tranquillità alla

Toscana, tutta la benignità si rivolse alla Sicilia. Si rividero a

Roma di marzo del trecentodue quei medesimi principi; ove Carlo II e

Roberto prometteano al Valois d’aiutarlo all’impresa di Costantinopoli,

ne’ termini fermati tra Carlo I e Baldovino, e di non far pace

con Andronico Paleologo[387]. Allor mosse il Valois alla volta di

Napoli, nel mese d’aprile. Alle armi preparate il papa aggiunse nuove

scomuniche contro Federigo; la piena autorità del vescovo di Salerno

legato pontificio[388]; l’assoluzion de’ peccati, come in crociata di

Terrasanta, a tutti coloro che morissero ne’ combattimenti di Sicilia,

o combattessero fino alla compiuta vittoria[389]. I soldati del Valois

ebbon guarentigia da Carlo II, che venendo a morte nel territorio

del regno, non si toccherebbero i loro beni, com’era voce che usasse

la corte di Napoli verso gli stranieri; ma si disdicea e si chiamava

aggravio ed abuso[390]. Al medesimo tempo il re creava Carlo di Valois

suo capitan generale nell’isola di Sicilia[391]; gli conferiva pien

potere di render la grazia regia a que’ ribelli; di redintegrarli in

tutte le facoltà, dignità, onori; di conceder feudi; perdonare a’

rei di misfatti privati, ai ladri del danaro pubblico; assolvere i

debiti de’ comuni e degl’individui: largamente spaziandosi nelle lodi

della propria clemenza verso quel popolo, che a punirlo secondo suoi

meriti, avrebbe potuto spegnerlo di fame e di ferro, e diroccare le

sue case[392]. Finalmente prevedendo l’esito di tanto romore; e poco

fidandosi agli auguri di gloria trionfante, con cui principiava le

sue lettere al Valois, diegli di poter fermare la pace con Federigo

d’Aragona, entro alcuni termini che non sappiamo; e anco promesse ch’ei

non la farebbe senza saputa del Valois[393]. In Napoli eran pronti, con

le bandiere apostoliche, un’armata di più di cento legni grossi, torme

numerose di cavalli, Roberto e Ramondo Berengario, figliuoli di re

Carlo, baroni francesi moltissimi. Ed era il quinto o sesto formidabile

sforzo, che i medesimi potentati, con gli stessi mezzi, movean contro

Sicilia, contandosi già l’anno ventesimo della guerra del vespro[394].

L’avea affrettato Roberto, il quale, appena sottoscritta la tregua

con Federigo, adunava in parlamento a Catania i capitani dell’oste,

col cardinal Ghepardo e’ Siciliani di sua parte; e facea vanti in

iscusa de’ non lieti successi della guerra: tornerebbe immantinenti

con forze potentissime; lasciar intanto in Catania, vicario il pro

Guglielmo Palotta, e pegni dell’amor suo la Iolanda e Lodovico, da lei

partoritogli poc’anzi in Catania. A Napoli l’accolser gioiosamente,

come per vittorie, il re, gli ottimati, la plebe; ma stringendosi a

consiglio, con parlare men gonfio, ei mostrava la necessità di nuovi

sforzi estremi. I Siciliani allo incontro, ammaestrati dalle due

sconfitte navali, e non potendo adunare un giusto esercito nell’isola

occupata da varie bande, s’apprestavano a rifar guerra gurrriata.

Coosigliavali ancora la sperienza del primo passaggio di Giacomo,

fors’anco della guerra di Catalogna pell’ottantacinque, de’ prodigi che

operan poche bande agguerrite e risolute, in regioni montuose, tra siti

forti, e universal simpatia de’ popoli, che a te fornisce, toglie al

nemico tutti i comodi della guerra, e finisce sempre con vittoria su la

superbia soldatesca degli stranieri. Con tali disegni, Federigo girava

per l’isola; sopravvedea le castella; iva esortando e infiammando le

popolazioni delle città, che assaltate dal nemico, tenesser fermo, e

non fallirebbe il re d’aiutarle; chiamate all’oste, pronte corressero.

Spirata la tregua, Federigo nel cuor del verno, espugnò Aidone;

Manfredi Chiaramonte gli racquistò Ragusa e con maggiore costanza per

ogni luogo si ripigliavan le armi[395].

L’oste de’ collegati, per disegno di Ruggier Loria, si drizzò contro

val di Mazzara, prova mal tornata al principe di Taranto; ma parve da

ritentar il paese, abbondante, fin allora queto, piano, agevole a’

cavalli. Approdano dunque in sull’uscir di maggio a Termini, città a

ventiquattro miglia dalla capitale; e se ne insignoriscono alla prima

perchè il popolo non fece difesa, ascoltando un Simone Alderisio,

traditore o codardo. S’accampò ne’ dintorni, questo, dicono i nostri

scrittori, innumerevole esercito[396], sì mal ordinato, che in certe

feste, rissatisi tra loro Francesi ed Italeani, ne rimaser morti

duemila[397]; e fu mestieri appettar di Puglia un sussidio di ventidue

navi di grano, perchè si potesse muovere il pie’ dagli alloggiamenti.

Ma spargendosi per lo paese, altro acquisto non riportaron che di

greggi e rustiche prede; perchè Federigo avea munito ottimamente ogni

luogo; era venuto ei medesimo a porsi a Polizzi, non molto discosto da

Termini, con provvedigione da durar tutto assedio. Perciò, andati i

nimici a Caccamo, ne tornaron col peggio; per la fortezza del luogo e

la virtù di Giovanni Chiaramonte. Voltisi a Polizzi, e mandato a sfidar

il re, presentando battaglia nella pianura, n’ebbero accorta risposta:

che aspettassero, e sì a tempo il vedrebbero. Non osando assediarlo in

Polizzi, e volendo insignorirsi della città più importante nel gruppo

dei monti occidentali dell’isola, mutarono il campo a Corleone. Ma

prevennerli i nostri sì accortamente, che una man di cavalli, sotto

Ugone degli Empuri e Berengario degli Intensi, era entrata già in

Corleone quando mostrossi l’oste angioina; eran pronte le armi, i

cittadini sulle bastite: e ricordavansi essere stati in tutta l’isola i

primi a seguire il movimento del vespro di Palermo. Con questo animo,

schiudono una porta al nemico movente all’assalto; entrato, lo tagliano

a pezzi; nella quale zuffa il fratello del duca Bramante, mentre

confortava i suoi alla carica, sul limitare della porta, fu morto d’un

sasso scagliatogli da una donna. Dopo diciotto giorni d’asseto, con

onta e perdita Valois si ritrasse[398].

E non guardate pur da lungi Palermo, Trapani, Mazzara, trapassò alla

costiera meridionale dell’isola; e pose il campo a Sciacca, non per

la importanza, ma per la facilità, dell’acquisto; potendosi insieme

osteggiar con la flotta. Ma a Sciacca l’annunzio dell’assedio non

avea punto sbigottito i cittadini, capitanati dal lor pro Federigo

d’Incisa[399], che si rallegraron anzi di tal destro a spiegare,

innanzi la Sicilia tutta, la loro virtù; stamparon bastioni e fossi;

rabberciaron mangani e altri ingegni; in tutti i modi apprestaronsi al

combattere. Con pari ardore veniano i nemici; ingaggiandosi i capitani

tra loro, a non levarsi di Sciacca che non l’avessero espugnato: perchè

parea agevole; e vergognavano che in cinquanta dì dallo sbarco, non

avesser ferito un sol colpo con avvantaggio. L’armata angioina fece

vela da Termini; occupò, non si vede a qual fine, la picciola terra

di Castellamare; e senz’altra fazione surse alla spiaggia di Sciacca.

Cominciato dunque l’assedio di mezzo luglio, si combattea vivamente

ogni dì; gli assedianti facean giocare lor macchine, davano spessi

assalti: ed era nulla ai difenditori, confortati dalla vicinanza del

re, venutosi a porre co’ suoi stanziali a Caltabellotta, discosto

nove miglia da Sciacca. Mandovvi poi Simone Valguarnera, con dugento

uomini d’arme e più numero di fanti: il quale entrato di notte, a randa

a randa la spiaggia, tra le poste nemiche, aggiunse tal franchezza

agli animi de’ cittadini, che molti duri colpi indi n’ebbero le genti

collegate.

Più atroce danno patirono dallo stare in maremma scoperta, sotto

l’arsura del sollione, in faccia all’Affrica; onde furiosamente

s’apprese nel campo la mortalità de’ cavalli, che allor travagliava

molte parti d’Europa; e nacque anco una malattia che repente percotea

gli uomini, e n’era a tale già il campo, da poter montare appena

cinquecento cavalli. Federigo già ripensava alla vittoria del padre,

allo scempio delle formidabili schiere di Francia sotto Girona.

Montaner, con pueril zelo, qui scrive che il conte degli Empuri,

Ruggiero de Flor, Matteo di Termini e gli altri capitani, stigassero

Federigo a dar dentro, e sdrucire quello scheletro di esercito; e ch’ei

negasse di portare tal onta a casa di Francia. Il vero è, che volea

lasciarlo struggere tuttavia dassè; e comandava l’adunata di tutte

le milizie feudali e cittadinesche a Corleone, per condurle a sicura

vittoria[400].

Ma il Valois, come ciò intese, e vedea menomare di dì in dì le sue

genti, parendogli vergognosa fuga se lasciato l’assedio si rimbarcasse,

e inevitabil danno se aspettasse l’assalto delle nostre genti, pensò

trarsen fuori con una pace; diffidando inoltre di Bonifazio, che l’avea

frustrato nella speranza del governamento di Roma; e tardandogli di

fornir bene o male l’impresa di Sicilia, sì che restasse libero a

tentar acquisti per sè nell’impero di Oriente. Ristrettosi dunque

con Roberto, che mal si piegava, come giovane e feroce, a lasciar sì

bella parte del retaggio paterno, ricordavagli tutte le vicende della

siciliana guerra; quant’oro, quanto sangue si fosse sparso senza poter

mai ridurre quest’isola; e ch’or peggio dileguavansi le speranze,

per essere stracco il reame di Napoli, esausto l’erario pontificio,

caduta la riputazione di lor armi, e rinnalzata quella di Federigo,

che saprebbe riassaltar le Calabrie, conturbare il regno, accender

fuoco nell’Italia di sopra, col favor dei Ghibellini. Le quali parole

non persuasero Roberto; ma il vinse la necessità dell’esercito, e

l’autorità del Valois. Fors’anche era il caso assegnato per la pace

nelle dette istruzioni del re. E certamente, o in Napoli quando si

deliberarono le istruzioni, o a Sciacca, quando si usarono, per

assentir tal subito fine della guerra, tal inopinato esito de’

disegni della lega francese e guelfa, non solamente si risguardò alle

condizioni dell’esercito, ma anco si conobbe troppo arduo partito

il continuare l’impresa contro la Sicilia, pronta sempre a quella

maniera di guerra, poco dispendiosa a lei, poco rischiosa; non così

a’ collegati che avrebbero avuto a rifare altro esercito, armar altra

flotta, adunar altri tesori, mentre gli elementi della lega, come alla

lunga avviene, tendeano a disciogliersi. Deliberato dunque l’accordo,

Carlo mandava Amerigo de Sus, e Teobaldo de Cippòio, oratori suoi, a

Federigo, che s’era tirato indietro a Castronovo per mettere insieme

le sue genti[401]. Federigo assentì il diciannove agosto i preliminari

della pace, e che, ad ultimarla, venissero ad abboccamento con essolui

Valois e Roberto; intanto si cessasse dalle armi.

E il dì ventiquattro, tra Caltabellotta e Sciacca, in certe capanne

di bifolchi, vennero, con cento cavalli ciascuno, Federigo e Carlo di

Valois; favellaron soli gran pezza; poi fu chiamato Roberto[402]. Nè

forse senza pianto si incontraron questa fiata Roberto e ’l siciliano

re, per la perdita di Iolanda, amorevolissima ad entrambi, giovane,

bella, di santi costumi, genio di pace tra lo sposo e ’l fratello;

e morta sola a Termini, mentre stava l’uno allo assedio di Sciacca,

l’altro pronto a piombargli addosso[403]. Non guari dopo, e in dolor

pari, trapassò in Ispagna la regina Costanza, che nella pietà religiosa

perdè quasi la carità di madre, non onorando nel testamento il suo

glorioso Federigo, perchè era percosso dagli anatemi di Roma[404].

Nell’abboccamento dei tre principi furon indi chiamati, dall’una parte

Ruggier Loria, dall’altra Vinciguerra Palizzi, e poi più altri nobili

e capitani. Trattarono alquanti dì; poco mutossi da’ preliminari: e fu

fermata il ventinove agosto, giurata il trentuno la pace.

Per la quale restava a Federigo la Sicilia con le isole attigue, da

tenerla, finch’ei vivesse, da sovrano assoluto, independente da Napoli

e dal papa, con titol di re dell’isola di Sicilia, o re di Trinacria,

quel più fosse a grado a Carlo II. Darebbe costui la figliuola

Eleonora, in moglie a Federigo: a lor prole si procaccerebbe il reame

di Sardegna o di Cipro, o si pagherebber centomila once d’oro: e allor

dovrebbero lasciar l’isola di Sicilia. Renderebbersi da Federigo

le terre occupate di là dallo stretto; dagli Angioini quelle prese

in Sicilia; e similmente, senza riscatto, il principe di Taranto,

e da amendue le parti tutti gli altri prigioni: perdonerebbesi ai

sudditi datisi al nemico; ma i feudatari perderebbero tutti feudi dal

principe da cui si fossero ribellati. Da questo andarono eccettuati

solamente, come avviene, i due più potenti, Ruggier Loria e Vinciguerra

Palizzi; fatta ad essi abilità di tenere, il primo il castel d’Aci

in Sicilia, l’altro Calanna, Motta di Mori, e Messa in Calabria.

Sarebbero reintegrati, continuava il trattato, i beni ecclesiastici

in Sicilia, allo stato innanti la rivoluzione dell’ottantadue. Il

Valois si adoprerebbe a ottener la ratificazione di re Carlo e del

papa[405]. Fu questo il trattato di Caltabellotta, o, come il chiaman

anco, di Castronovo, per esservisi fermati i preliminari. Molto

onore n’ebbero per tutto il mondo re Federigo e la Sicilia. E in vero

la nazione, dopo venti anni, usciva gloriosa e vincente da guerra

sì disuguale; Federigo, contro tal soperchio di forze collegate, si

mantenea la corona sul capo: nè all’una ed all’altro tornava minor

lode, dall’aver condotto a tal estremo, in tre mesi, il Valois,

Roberto, Loria, tant’oste, tal armata; e piegato a lor volontà il

superbissimo Bonifazio. Nè si dica che non seppero i nostri usar la

fortuna contro quel diradato esercito. Dovean essi negar bene una breve

tregua, avvantaggiosa solo all’Angioino; era il contrario una pace,

nella quale si asseguisse l’importanza di sgombrar via il nemico, e

tener libera e tranquilla la Sicilia, foss’anco per pochi anni. Perchè

gli Angioini, pur volti in fuga e sconfitti a Sciacca, tenendo molte

cittadi e castella, avrebbero potuto continuare a lungo l’infestagione

dell’isola; e la pace, ancorchè pregna de’ semi di nuova guerra, dava

comodo a’ nostri a rassettar le entrate pubbliche, ordinar le milizie,

ristorar le città, racchetare i baroni, prepararsi a ripigliar le

armi, quando che fosse, freschi e gagliardi; mentre le forze de’

nemici, come collegate, menomar doveano di necessità col tempo, che

muta interessi, occasioni, umori dei potentati. Donde niuno fu che

non vedesse futile e vano, il patto del rendersi l’isola alla morte

di Federigo; parole da salvar le apparenze: e ciò vuoi significare il

Villani, chiamando questa una dissimulata pace; malcontento, come ogni

altro guelfo, per la riputazione che ne perdea lor parte, la forza che

crescea a’ Ghibellini, tenendosi la Sicilia da Federigo. Indi tutte

le fazioni d’Italia, per contrari umori, diersi a lacerare il nome

di Valois, motteggiando: esser venuto in Toscana a metter pace, in

Sicilia a far guerra; e aver lasciato guerra in Toscana, vergognosa

pace in Sicilia[406]. E meritò maggior biasimo, di baratteria contro

la corte di Roma e casa d’Angiò e tutta lor amistade, per un altro

accordo fermato in questo tempo con Federigo, che l’aiutasse d’uomini

e navi alla impresa di Costantinopoli, e non fermasse pace altrimenti

con l’imperadore Andronico Paleologo[407]. Promulgata da Federigo, lo

stesso dì ultimo d’agosto, l’importanza del trattato, senza dir de’

patti disfavorevoli, rivocossi il comando dell’adunamento in arme a

Corleone; e si sciolse, dopo quarantatrè giorni, con somma gloria di

Federigo d’Incisa e de’ cittadini, l’assedio di Sciacca: ma la pace de’

principi non tolse sì tosto la ruggine dagli altri animi: e terrazzani

è soldati, scrive Speciale, mescolati vagavan ora per la città, ora per

gli alloggiamenti, ma sospettosi e guardigni, per abitudine inveterata

all’offendersi. In breve tempo si rimbarcò l’esercito francese

per Catania: ebbe rinfreschi per ogni luogo: radendo le spiagge,

n’ammiravano, massime i soldati gregari, l’amenità; e con la gaiezza e

facilità di lor sangue a’ sentimenti generosi, ripentiansi dell’esser

qui venuti a recare e riportar tante afflizioni. Intanto da Termini

sciogliea per Napoli una galea, per nome l’Angiolina, col cadavere

di Iolanda. Federigo, da Caltabellotta n’andò a Sutera, a liberare

il principe di Taranto, tramutatovi, come in più sicuro luogo, alla

passata del Valois; e tutti gli altri prigioni fe’ recare in Lentini, e

reseli, insieme con Filippo, al duca di Calabria, venutovi da Catania.

Quivi Roberto e Federigo, per simpatia di gioventù, di valore, e

del comun cordoglio di Iolanda, strinsersi a tal dimestichezza, che

come fratelli sollazzavansi, insieme; e dopo una caccia dormirono in

un letto, come di que’ tempi si usava per dimostrazione d’amistà.

Di Lentini stessa i legati pontifici sciogliean la Sicilia dalle

scomuniche[408]. Andavano i principi insieme a Catania; dove Federigo

perdonò largamente a’ cittadini; fece qualche dimora con essi, in

segno di renduta grazia; e fuvvi sembianza di spegnersi odio assai

più atroce, quando Ruggier Loria, per la prima volta dopo lo scoppio

de’ loro sdegni nella reggia di Messina, gli s’inginocchiò dinanzi,

a render omaggio per la signoria del castel d’Aci. S’erano sgombrati

intanto da’ nemici gli altri luoghi di Sicilia; e apprestandosi lor

gente a tornarsene in terra di Napoli, Loria fe’ vela con l’armata; i

principi francesi, per tedio del mare, cavalcarono, permettendolo re

Federigo, da Catania a Messina[409].

E in Messina mostrossi anco tra le allegrezze della pace, quella virtù

che s’era provata in durissimi incontri; perchè gli uomini son così

fatti, che i grandi eccitamenti delle passioni pubbliche, li rendono

a un medesimo tempo audaci nell’arme, pronti e accorti nei consigli,

arguti e forti nelle parole, e generosi ne’ tratti, e in ogni cosa

di gran lunga più dignitosi e alti che nel mediocre viver di prima.

I nobili messinesi, in abbigliamenti di pace, si faceano incontro a’

principi; li conduceano a città; e sontuosamente albergavanli. Ma

convitando Valois i primi della città, e tra questi Niccolò e Damiano

Palizzi, che nel blocco di Roberto avean tenuto, l’un la città, l’altro

il castello, Niccolò, chiamato a sè il minor fratello, ricordavagli

quante fiate servì a tradigione l’allegria delle mense (nè Carlo di

Valois era Catone); essere in quel ritrovo il fior della città; gli

ospiti inimicissimi, fidanti nel favor del pontefice; l’occasione da

tentar coscienze anco men larghe, perchè, presa d’un colpo di mano

Messina, che sarebbe della Sicilia? e per tal acquisto qual peccato non

si rimetterebbe? Perciò ammoniva il fratello che restasse nella rocca,

e non s’arrendesse per quantunque caso atroce; non se vedesse lui

medesimo tra’ nemici, con la testa sul ceppo, e ’l manigoldo levar in

alto la scure. Damiano seguì il consiglio.

Qui lo Speciale si fa a descrivere il convito, il desco ricoperto

di bianchissimi lini, il vasellame d’oro e d’argento, i donzelli in

eleganti abiti, pronti a un girar d’occhio dello scalco; e altri dar

acqua alle mani, altri servir le vivande, girare i vini in tazze

sfolgoranti di gemme; e somiglianti sfoggi di lusso, contro i quali ei

si scaglia, lamentando che principi e cittadini, e fin que’ ch’avean

fatto voto d’imitare la povertà di Cristo, con tai vanità desser fondo

a loro sostanze. Ma dopo le prime imbandigioni, quando comincia il

favellìo, sedendo Niccolò Palizzi tra Roberto e il Valois, costui

domandavalo: nelle stretture estreme del blocco, quando vedeansi gli

uomini cader dalla fame, e fallir anco quei lor cibi pestilenziali,

qual mente fosse stata ne’ cittadini? E Niccolò, con un inchino:

«Signor, gli disse, sia fatto degli uomini, sia influenza de’ Cieli,

dal nome francese abborriam noi sì fieramente, che per serbare

quest’odio nostro, consumato l’ultimo boccon delle carni de’ giumenti e

de’ cani, avremmo ucciso le donne, i vecchi, i bambini; e ristrettici

chi nel palagio, e chi nella rocca, fitto avrem fuoco alla città,

per mostrar che non mancasse in Sicilia la tremenda virtù di Sagunto

e Perugia!» Carlo, crollando il capo, si volse a Roberto: «Vedi chi

son costoro! Ben si è fatta la pace!» Entro pochi dì valicarono in

terraferma; e restò la Sicilia libera e gloriosa con Federigo[410].

Mandava poi re Carlo la figliuola con un corteo nobilissimo a Messina;

e quivi splendidamente si celebravan le nozze, di primavera del

trecentotrè[411]. Già spariva ogni traccia della guerra, fuorchè la

gloria e i guiderdoni: che n’ebbe Messina nuove franchige da collette

qualunque, e giurisdizione su più vasto territorio[412]; Sciacca

immunità dalle dogane[413]. Ma il più salutare tra’ provvedimenti fatti

dopo questa pace, fu di sgombrar via i mercenari siciliani, calabresi,

genovesi, spagnuoli, che, finita la guerra, s’eran gittati in masnade

a infestar l’isola con ladronecci e violenze. Il più avventuroso tra’

lor condottieri, quel Ruggiero de Flor, che sdegnava tal poca rapina,

e per la pace si vedea ricader tra l’ugne del gran maestro del Tempio,

s’avvisò di portar quella feroce gente a’ soldi dell’imperator di

Costantinopoli, contro i Turchi che duramente travagliavano l’impero.

Gliel’assentì pronto Federigo, per torsi tal tristizia di casa; fornì

loro navi, armi, vittuaglie, e ogni cosa necessaria: e sì andarono

in Oriente; dove traendo a loro i mercenari degli Angioini, lor veri

fratelli, e quanti altri rotti e feroci uomini v’erano nimici del viver

civile sotto le leggi, fecero quel formidabil corpo, che si chiamò la

Compagnia catalana o di Romania, segnalatissimo per valore, infame per

fatti d’iniquità e di sangue, contro amici e nemici; nel quale videsi

tra i principali condottieri il cronista Ramondo Montaner. Tal gente

acquistò allora al re di Sicilia il titolo del ducato d’Atene e di

Neopatria[414].

Il papa fu l’ultimo ad assentire la pace. Venuto a lui il Valois,

nel ripigliò con sì agre rampogne, che ’l Francese fu per metter

mano alla spada[415]; esacerbato ancora dalla discordia accesa tra

il papa e casa di Francia per la disciplina ecclesiastica, di che

nacquer pochi anni appresso la scomunica di Filippo, la presura di

Bonifazio ad Anagni, e ’l disperato morir suo. Forse per cagion di

queste contese, s’ammorzò alquanto la superbia di Bonifazio contro

Federigo; e benignamente scriveagli: non poter ammettere senza disonor

della Chiesa l’accordo com’era, ma si accomoderebbe; egli intanto

preveniva Federigo nelle vie della pace; il ribenediva; non ricusava la

dispensagione per le nozze con Eleonora; del resto mandava in Sicilia,

a riformare i patti, i vescovi di Salerno e Bologna, con Giacomo di

Pisa famigliar suo. E ’l re di Sicilia, che incominciava a gustar

le delizie del viver tranquillo, piegossi a riconoscere per oratori

la feudal signoria di Roma, disdetta chiaro abbastanza nel trattato

di Caltabellotta, ed or voluta senza remissione da Bonifazio. Mandò

dunque a corte di Roma il conte Ugone degli Empuri, Federigo d’Incisa,

e Bartolomeo dell’Isola, promettendo e ’l giuramento ligio, e ’l

censo di tremila once d’oro all’anno, e il servigio di cento lance, o

vogliam dire trecento cavalli; imitazione de’ patti a’ quali Clemente

avea dato al conte d’Angiò i reami rapiti a Manfredi e a Corradino.

Ebbe Federigo il titolo di re di Trinacria; promesse a corte di Roma

la comodità di trarre grani dall’isola, e l’ampia redintegrazione de’

beni ecclesiastici. Nel qual modo, peggiorato per maneggi l’accordo che

onorevole s’era fatto con le armi in pugno, Bonifazio l’approvò per

costituzion pontificia del dì ventuno maggio milletrecentotrè, col voto

del sacro collegio, dissentendo un sol cardinale[416].

Fu questo fatto di Federigo, illegittimo e non obbligatorio per la

Sicilia, sì per virtù dei primitivi dritti di lei, e sì per la espressa

e fondamentale legge del milledugentonovantasei, che vietava qualunque

atto di politica esteriore senza assentimento della nazione. Perchè

non abbiamo, nè sappiamo essersi allegato giammai, documento di tal

approvazione nè alla pace di Caltabellotta, nè alle riforme di Roma.

Ma resta in dubbio se Federigo lasciar volle quest’appicco a disdir

quando che fosse e ’l trattato e l’omaggio al papa, o se, mutando il

sostegno dell’amor dei popoli con la federazione de’ potentati, si

contentò meglio del magro accordo, che della gloriosa resistenza;

e prese a violar le sue medesime leggi, come prima il potè senza

pericolo. Certo egli è dall’un canto, che Federigo non pagò giammai

censo a Roma[417]; che non mandò le milizie; ch’indi a pochi anni

ruppe nuovamente la guerra; che ripigliato l’antico titol di re di

Sicilia, mandò in un fascio e trattato e papal costituzione[418];

che infine fe’ riconoscere dal parlamento la successione di Pietro

II, onde il legal voto della nazione dileguò del tutto i vestigi

di tali vergogne, se alcuno ne potea lasciare il fatto del solo

Federigo contrario alle leggi. Dall’altro canto è da considerare, che

la guerra l’avea stracco; che puzzavagli la licenza dei baroni e de’

soldati mercenari; che gl’increscean forse gli stretti limiti della

costituzione del novantasei; e sopra ogni altro, ch’ei non fu sì grande

come il presenta la istoria, che mal serba misura nel biasimo o nella

lode. Ebbe Federigo animo gentile, affabile, adorno dalle lettere,

dato agli amori, pieghevole alle amistà, ma troppo, sì che reggeasi a

consigli di favoriti: e ne nacque il turbolento patteggiar della sua

corte, che ’l portò ad estremo pericolo con la ribellione di Ruggier

Loria, e posate le armi di fuori, accese in Sicilia le dissenzioni

civili. Nei maneggi di stato non fu molto accorto o magnanimo, nè

coraggio politico ebbe, al paro che ’l soldatesco, questo principe,

che nel novantacinque si lasciò raggirar da Bonifazio, e per poco non

tradì i Siciliani, nè spegner seppe, nè accarezzare i suoi baroni; e

dopo questa pace, ripigliando le armi al tempo dell’imperadore Arrigo

di Luxembourg, troppo osò, poco mantenne; meritò nota, ancorchè troppo

severa, di avarizia e viltà, da quel Dante ch’a lui s’era volto, come

all’erede del grande animo di re Pietro. Tal sembra, su i più certi

riscontri istorici, Federigo, lodato a cielo da Speciale suo ministro,

da Montaner soldato di ventura catalano, e ammirato dalle età seguenti,

perchè a lui si è dato quanto oprarono ne’ primordi del suo regno i

Siciliani, esaltati ad eroiche virtù dalla rivoluzione del vespro. Ma

s’ei non levossi con la sua mente all’altezza di gran capitano o uom

di stato, avrà sempre una splendida pagina nelle istorie siciliane,

come franco e schietto, costante nelle avversità, solerte in guerra,

prode in battaglia, vigilante nel civil governo, umano co’ sudditi,

degnissimo di fama per le generose leggi politiche che ne restano col

suo nome, le quali s’ei non dettò, ebbe prudenza certo e magnanimità

da assentirle[419].

La guerra del Vespro Siciliano vol. 2 Un periodo delle storie Siciliane del secolo XIII · 第 34 / 104 题