CAPITOLO XVII.

Giacomo, lasciato Roberto in Sicilia, tornasi a Napoli, indi in

Catalogna. Ambo le parti s’apparecchiano a continuare la guerra in

Sicilia. Dansi a Roberto varie città; è presa Chiaramonte; altre

resistono. Tradimento di alcuni cittadini, che chiamano in Catania i

nemici. Effetti di questo nell’isola. Nuovi passi di papa Bonifazio.

Sbarco del principe di Taranto. Battaglia della Falconarìa, ove egli è

sconfitto e preso. Inganno e combattimento di Cagliano. Luglio 1299,

febbraio 1300.

Per molto sangue de’ suoi e vergogna e rimorso, seppe amara a Giacomo

questa vittoria. Al far la rassegna delle genti catalane, scorgendo

tanto numero d’uccisi, non meno gregari che condottieri e nobili,

sclamava: non aver vinto, no, l’infelice giornata. Ma recatigli a

funate i nostri prigioni, chinò vergognoso la fronte, nè seppe fare

risposta a un vegliardo, che spiccatosi dalla torma, scrive Speciale,

squadernò in volto al re quante più pungenti rampogne avean saputo

ritrovargli le siciliane lingue fin dal suo primo abbandono; e «A

te non chieggiamo, sclamava, il sangue che versammo per mantenerti

sul trono, che rifar tu nol puoi, nè il vorresti; ma renda la nazion

catalana, sì altera di libertà ed onore, renda i siciliani navigli

suoi liberatori, che la tempesta affondò nel mar del Lione!» Le

quai parole, o fosser vere, o immaginate dallo storico a ritrar ciò

che fremea l’opinion pubblica, peggio or ferivano gli animi de’

Catalani, per cagion del poco utile ch’e’ traean dalla colpa. E in

vero dal guerreggiare in Sicilia, Giacomo avea tutto il carico, gli

acquisti casa d’Angiò: e anco gli stipendi correan male, per penuria

di Carlo, slealtà di Bonifazio; il quale avea ben sovvenuto danari

per l’armamento, ma quando gli parve lanciato Giacomo pell’arena, ei

chiuse la borsa[258]. Donde il re d’Aragona, che in accorgimenti

non era secondo a niuno, si cavò lesto di briga. Ripassa in Calabria

a tor le milizie del reame di Napoli, raccolte a Nicotra[259]; le

traghetta in Sicilia; e adunati i primi del l’oste, con Roberto e

Filippo, apertamente lor dice: aver compiuto le promesse al sommo

pontefice, abbattuto le forze della Sicilia; ora veder sì gagliardo

l’esercito angioino, che Roberto con l’ammiraglio agevolmente

fornirebber l’impresa; quanto a sè, necessità lo stringea di tornarsi

in Catalogna. Il che forse non spiacque a Roberto, bramoso di gloria.

Il re d’Aragona dunque, da pratico mercatante di guerra, fa il cambio

de prigioni siciliani coi suoi dell’altra stagione; que’ che gli

soverchiano, lascia a Roberto; e sì le castella occupate, e molti

suoi guerrieri di nome; ed ei, con Filippo principe di Taranto, fe’

vela per Salerno[260]. Invano re Carlo volle ingaggiarlo a restare,

decretandogli ricca pensione sulla tratta de’ grani di Sicilia, a

misura che l’isola si racquistasse[261]; invano accordò privilegi

commerciali ai mercatanti catalani con lusinghevoli parole[262];

inflessibil trovò sempre il re d’Aragona, che il vedea affogare tra’

debiti, e tardavagli svilupparsi da lui. Tolta di Salerno la sposa

e l’afflitta madre, andò Giacomo a Napoli; ove freddamente accolto

dal re, fece breve soggiorno, e ripartì per Ispagna, scontento di

tutti, scontento di sè, lacerato da’ novelli amici che abbandonava, nè

maledetto manco da Federigo e da’ Siciliani. In vero fu manifesto che

il re d’Aragona, incalzando, avrebbe potuto desolare assai peggio il

paese[263]: ma pensavasi ai torti suoi passati, più ch’a nuovi danni

che oggi risparmiava; nè la sua partita si conobbe da moderazione o

carità. E come supporne nel vincitore che lasciò sparger dopo il caldo

della battaglia tanto generoso sicilian sangue al capo d’Orlando?

Intanto a Federigo l’avversità rendeva e prudenza e splendore.

Come prima rinvenne a’ sensi, vedendosi rapito dalla battaglia,

disperatamente chiedea la battaglia e la morte: gridava che mai non

tornerebbe vinto in Sicilia; ma cedè tosto a più forti consigli:

lottar ancora e regnare. Giunse a Messina, ingombra già di spaventoso

lutto, assordata a gemiti e ululati, al nunzio, certo della sconfitta,

confuso dei danni: che fosse caduto in battaglia il re; non campato

un sol uomo; nessun riparo allo sterminio della patria. Donde al

veder Federigo, pur fuggente sulla insanguinata nave, con le reliquie

della flotta, si voltò il popolo in gioia, scordando i lutti privati

nella speranza di salvar la cosa pubblica. Affollansi intorno a lui

ansiosamente i cittadini; dicono a gara che nulla han perduto,

quand’egli è salvo; prenda tutto il lor sangue, tutto l’avere per

difender la Sicilia. E Federigo rispondea con magnanime parole:

reggersi ogni cosa quaggiù ai cenni di Dio; la umana vita avvicendarsi

di prosperità e sventure; qual meraviglia se in diciassett’anni di

vittorie, toccavasi una sconfitta? nè perduta si tiene la guerra,

là dove avanzan uomini, arme, danari; con un po’ di costanza, si

rivolterebbe la fortuna; chè niuno mai domò la Sicilia unanime e

risoluta. Incontanente scrisse a Palermo, alle altre città, con uguale

costanza; appose la sconfitta alle nostre navi, avviluppatesi tra loro;

la perdita sminuì, come si suole: esortavale a tener fermo a’ primi

affronti de’ nemici; ed egli, saputo ove si drizzassero, là correrebbe

con nuove forze. Ma perchè dopo tal crollo, il tempo e la vittoria

soli eran rimedio, disegnò Federigo difendersi e temporeggiare;

lasciar che i nimici cavalcassero il paese a lor voglia; ma guardare

strettamente le terre murate; ei stesso con iscelta gente porsi in

Castrogiovanni, l’antica Enna, foltissima città in monte, che sta a

cavaliere nel centro dell’isola, comoda a sopraccorrere in ogni luogo.

Dondechè, ordinati Niccolò e Damiano Palizzi, fratelli di Vinciguerra,

a comandare la città e ’l castel di Messina, e posti fidati capitani

nelle altre piazze di maggior momento, disponeasi il re a pigliare

il cammino della costiera orientale, sopravvederla, e ridursi a

Castrogiovanni[264].

Gli angioini all’incontro, apprestavansi a usar la vittoria di

Giacomo. Riebbero entro tre settimane Capri, Ischia, Procida, con

romoreggiare appresti di guerra[265], e più per la detta pratica di

Pier Salvacossa da Ischia; il quale per cagion della provata virtù in

arme, e del novello tradimento, fu fatto protontino d’Ischio, o, noi

diremmo, vice ammiraglio, secondo al solo Raggier Loria nel comando

dell’armata; ed ebbe lodi del re, e feudi in Sicilia[266], ma non andò

guari che meglio nel pagava la spada d’un sicilian soldato. Ma quanto

alla Sicilia, che allora non si risguardava com’Ischia, compresero i

governanti che, oltre la rapacità e crudeltà dell’amministrazione,

quei fatti di Carlo I pe’ quali distruggeansi gli antichi privilegi,

erano stati grande incentivo al vespro e alla ostinata nimistade a

lor nome. E però tornando al ripiego, che pur tentò quel superbo

nell’impresa dell’ottantaquattro, re Carlo II a dì ventiquattro luglio

del novantanove, lodandosi molto del proprio pensamento, che insieme

dividesse e non dividesse la corona, creava Roberto vicario generale

perpetuo nell’isola, con maneggio larghissimo delle faccende civili,

e potestà sopra il sangue, sì che fosse nell’isola, dice il diploma,

perfetta immagine della regia persona[267]. Insieme con tai pergamene,

sforzossi a mandare in Sicilia a tutta possa genti, vittuaglie, moneta

per gli stipendi[268]; accortosi della dura fatica che restava, e che

per lungo tempo non trarebbe nulla del paese.

E per vero lentissimo progredì dapprima Roberto. Arrendeansi, a lui

no ma a Ruggiero, gli antichi suoi feudi, Castiglione, Roccella e

Placa; Francavilla seguivali se non era per timor della rocca, tenuta

da Corrado Doria. Ma innoltrandosi dalla settentrional costiera per

riuscire sulla orientale, Randazzo, principal città in val Demone

dopo Messina, die’ prima a vedere, scrive Speciale, che per la rotta

di capo d’Orlando, non era vinta, no, la Sicilia. Perchè assaliti da

Roberto, dato orribil guasto al contado, i cittadini tenner saldo in

molti scontri, soprattutto in uno che durissimo si appiccò alla fonte

di Roccaro; dove caduto alcun de’ più feroci Francesi, il duca si

ritrasse; e a capo a pochi dì, per consiglio di Ruggier Loria, lasciò

anco l’assedio, tardandogli di trovar vittuaglie. Affrettatosi dunque

vergo il fertil paese dell’Etna, si rinfrescò alquanto occupando senza

contesa Adernò, terra espugnabile; e tosto tramutò il campo sotto la

munita fortezza di Paternò. Teneala il vecchio conte Manfredi Maletta,

gran camerario del regno, di nobil sangue, carissimo agli Svevi e a’

principi aragonesi, ma uom di toga, uso a viver dilicato; onde tra

tedio e paura dell’assedio, al secondo giorno s’arrese. Ciò fu salute

dell’oste di Roberto, che per diffalta di vivanda, già era stretta in

pochi dì a partirsi o cader nelle mani di Federigo. E più che questo,

nocque l’esempio: perocchè gli uomini soglion l’altrui viltà maledire,

e maledicendo seguirla, come pretesto a cessar da una pericolosa

costanza. Maletta poi trasse la vita pochi più anni in terra di nemici,

sovvenuto o insultato da essi con meschini favori; e infame e mendico

morì: ma non ha il pondo nè premi nè pene da pagar ciò che sovente fa a

una intera nazione un sol uomo[269]!

Per lettere di questo vile, Buccheri, sua terra fortissima, venne

in man de’ nemici. L’ammiraglio, portata una punta dell’esercito

sopra Vizzini, con sè recando Giovanni Callaro, Tommaso Lalia e

Giovan Landolina, presi al capo d’Orlando, l’ebbe per tradimento del

Callaro; il quale mostratosi a’ cittadini, che virilmente avean preso

a combattere, fu accolto con gioia, com’uomo d’assai riputazione, ed

empiamente l’usò a far aprire le porte all’ammiraglio. Tornò questi

allora a Palagonia; ove accozzatosi con Roberto, assalgon Chiaramonte,

negano i patti che il popol chiedea, dopo le prime scaramucce,

sentendosi non bastare alla difesa; e irrompono ostilmente nella

città. La prima che in questa guerra del vespro, i nimici occupassero

di forza; onde tutta sfogaronvi la ferità de’ tempi: passati gli

uomini a fil di spada; sfracellati a’ sassi i bambini; sparato il

corpo alle incinte; dopo il sangue e gli oltraggi, adunata una misera

torma di donne, solo avanzo del popol di Chiaramonte, fu cacciata e

sparsa pe’ luoghi vicini. In questa vendetta le genti angioine fur

sole; nella rapina fur prime: spigolarono dietro a loro i saccardi

di Vizzini, seguenti con vergogna le armi straniere. Di qui voltasi

l’oste a Catania, s’attendò nelle vigne dell’Arena; e dopo tre dì

si ritrasse inaspettatamente, fidando in una pratica, più che nella

forza, contro città sì grossa, comandata da Blasco Alagona. Per dar

tempo al tradimento, assaltava Aidone; respinta dapprima per la

virtù di Giovenco degli Uberti, capitan della città, intromessa il

dì seguente per accordo. Ma posto il campo a Piazza, trovò riscontro

assai duro. Perchè Guglielmo Calcerando e Palmiero Abate, con un nodo

di sessanta cavalli, trapassarono folgorando per mezzo gli assedianti;

e serratisi nella città, rafforzaronla col nome, con la virtù, con

la riputazione di quel fresco prodigio. Indi il duca dal pian di San

Giorgio, l’ammiraglio dalla fonte di Vico, invano entrambi strinser la

terra, mandarono ad offrir patti, mossero assalti. I cittadin di Piazza

rispondeano alle parole: avere fermato, già gran tempo, i lor cuori;

morrebbero, non arrenderebbersi mai. Sostennero il detto con una virile

difesa. Onde Roberto, perdutavi assai gente, si levò dall’assedio;

sfogò con guastar le campagne; e avviossi a Paternò[270].

In questo tempo Federigo, sapendo minacciata Catania, v’era sopraccorso

da Messina, nè avea trovato il nemico; donde tutto lieto, convocati

i cittadini a parlamento, fece loro assai belle parole; e per tutti

risposegli Virgilio Scordia, tenuto uom di virtù romana[271], per

seguito e riputazione primo nella città. «Chi avrebbe mutato, arringava

focoso costui, la libertà sotto tal principe con la tirannide

straniera? Di questa non s’era dileguata, no, la memoria; vedeansi

ancor tinti di sangue francese i sassi e le mura, per ammonire ogni

Siciliano a guardarsi dalla vendetta; nè era chi non fosse pronto a dar

la vita per Federigo, cresciuto tra le lor braccia, fatto re e stato

lor padre. Se un insensato qui vive con animo a te maligno, s’apra la

terra sotto a’ suoi passi, e l’inceneriscan le folgori!» Così parlava

il traditore, indettatosi poc’anzi a dar Catania a’ nemici. E Federigo,

preso da quei fedeli sembianti, ripensava tra sè come rendergli merito;

fatto or sì cieco al fidarsi, quanto fu lieve altre volte a sospicare:

talchè or tenne raccoglitor di calunnie Blasco Alagona, che gli svelava

gravi indizi delle pratiche di Virgilio. Seguì dunque a chiamar padre

costui della patria; a Blasco rispose, amerebbe anzi perder Catania

che macchiare con un solo sospetto la fama di tal grande: al che

Blasco, accorto o sdegnato, risegnava il comando della città; e il re

commettealo al conte Ugone degli Empuri, buon guerriero e non altro;

facendo maggior assegnamento sull’aura popolare di Virgilio Scordia.

Così andò via sicuro a Lentini, Siracusa, e altre grosse terre del

val di Noto, e infine a Castrogiovanni[272]; ove fe’ lunga dimora, e

diede o raffermò privilegi alla città di Caltagirone, che mostrano

la sollecitudine del re a far parte per sè co’ favori speciali, come

usavan contro lui studiosamente i nemici[273].

Era in Catania un Napoleone Caputo, cittadino di minor seguito che

Virgilio, di pari ambizione; gareggianti amendue nel favor del popolo,

nella munificenza del re; e perciò da gran tempo nimici. Ed or nello

scellerato proposito s’affratellarono; perchè Virgilio, non potendo

far senza i più ribaldi, inchinossi a richieder Napoleone; questi,

com’uom da meno, lietamente gli corse nelle braccia; e l’interesse fe’

perdonar dall’una e dall’altra parte le offese. Congiurati dunque tra

lor due, o con pochissimi più, taccion ogni cosa a’ loro partigiani

medesimi; finchè nacque l’occasione che Federigo, proponendosi uscire

alla campagna contro il nimico, scarso di vittuaglie e ributtato

da’ più importanti luoghi; chiamava i popoli alle armi; chiedea da

Catania settecento uomini. Scrissene il re ad Ugone; questi consultò

con Virgilio come ottener tal sussidio dalla città; e Virgilio il

promettea, sol che si chiamasse il popolo a parlamento nel duomo il dì

appresso; egli farebbe il rimanente. E insieme con Napoleone, cominciò

e compiè la macchina della sommossa, in quanto avanzava di quel giorno’

e nella notte appresso; per toglier tempo a pentirsi o scoprire, per

usar l’agitamento degli animi che vogliono il ben pubblico senza lor

disagio, e per nascondere sotto l’util della città il tradimento alla

nazione. Talchè la trama, stata segretissima tra’ pochi, in un attimo

si distese ai molti senza pericolo: congiunti, amici, clienti, sgherri

furo indettati e assegnato luogo ed uficio ad ognuno.

Nel medesimo tempio di Sant’Agata, che cinque anni innanzi suonò di

liete voci, gridando i rappresentanti della nazione re di Sicilia

Federigo, assembravasi quel giorno il popolo di Catania; entravano

alla sfilata Napoleone e i cospiratori armati: Virgilio in abito e

sembianti di pace, ito alle case d’Ugone, accompagnollo al tempio.

Fatto silenzio, esponeva il conte i voleri di Federigo. E non avea

finito il suo dire che un Florio, nom dell’infima plebe, sguainata la

spada, grida pace, e gli dà un fendente in viso; gli altri con l’arme

songli intorno; e insignorisconsi della sua persona; indi irrompono

per le strade gridando pace; e chi tarda a risponder pace, sforzavi

con minacciose parole: talchè una picciola fazione strascinò e rivolse

tutta l’attonita città. Nè la stettero a pensare che gittassero sopra

tre barche, apparecchiate a questo, il conte co’ suoi seguaci, instando

con feroce volto Virgilio e Napoleone: e Ugone li chiamava a nome;

scongiuravali che s’alcuna offesa ebber unque da lui, sfogassero nel

suo sangue, non si voltassero contro il re. Gli fer cenno a star zitto

e navigare per Taormina: e il popolazzo intanto saccheggiava le sue

case; se non che rimandò senza offesa alcuni altri uficiali del re,

con tutto il lor avere. Incontanente i congiurati chiaman Roberto,

che, dubbioso e in travaglio, ritraeasi a Paternò; dangli la città; il

raccolgono con empia gioia; e chieggongli ed hanno, scrive Speciale, in

premio di tanta virtù, terre, casali, castella, ch’ei più volentieri

largiva perch’erano in man de’ nemici, nè pareagli vero comperar sì

poco la sua salvezza. Certo la diffalta di Catania impedì l’estremo

sforzo a cui s’apprestava Federigo, contro il nemico sprovveduto

e vagante; certo fu cagione degli infiniti mali che succedettero,

e del gran travaglio che si durò a scacciar dal nostro suolo gli

stranieri[274].

Il che mi conduce a considerare come negli ordini feudali non erano

i governi sì incapaci a reggersi contro i sudditi, come in oggi si è

detto, non vedendo in essi unito e gagliardo quanto a’ tempi nostri

il poter dello stato. Ma parmi che, s’e’ non poteano frenar sì pronti

una ribellione; aveano assai meglio da spegnerla con le concessioni

feudali di quantunque venissero a perdere i ribelli; tra i quali,

chi per conservare i propri beni e chi per occupare quelli dei più

ostinati, moltissimi si trovavan disposti, non che a tornar essi alla

ubbidienza, ma con forza, ambito, frode, domare i compagni; e gli

stessi leali da somiglianti cupidigie erano sospinti a sforzi, che il

semplice zelo non può. Una parte della nazione così armavasi contro

l’altra, più rabbiosamente ch’oggi non avverrebbe, per gli ordini

stabili della proprietà; sendo assai minor massa di premi le pensioni

e gli ufici, che a’ governanti restano a dispensare. E però veggiamo

larghissime le concessioni feudali, che Roberto, usando il potere di

re, facea da Catania in quel tempo, e Carlo ratificava da Napoli, non

che ai complici di Virgilio nella tradigione, ma ai nobili che in

appresso voltaronsi a parte angioina; e veggiamo tra costoro grandi

nomi, o di tali che dovean tutto lor essere a Federigo; e molte terre

di val di Nòto darsi a parte nemica, dietro la occupazione di Catania,

che parea il crollo a’ nostri destini. Noto, per briga d’Ugolino

Callaro[275], uomo di gran nome e compare del re; Buscemi, Feria,

Palazzolo, Cassaroe, tratte da’ mali esempi, diersi al nemico; Ragusa

ancora, ove un prete Omodeo, sotto specie di confessione, tramò con

parecchi cittadini, e costoro non attentandosi al misfatto senza un

valente uomo per nome Francesco Balena, van di notte alle sue case

armati, minaccianlo della vita, ed egli infingendosi d’assentir per

timore, audacissimo poi operò al reo intento, e asseguillo, cacciato

il vicario di Manfredi Chiaramonte che tenea la terra, e chiamato da

Vizzini Guglielmo l’Estendard[276]. Virgilio Scordia e’ consorti,

in questo tempo non se ne stavano al proprio tradimento, che non si

affannassero a tirarvi altri uomini, altre terre, tutta l’isola se

possibil fosse[277]. E per tali condizioni de’ tempi e principî di

corruzione della morale politica in Sicilia, è tanto più mirabil cosa

come, dopo la sconfitta del capo d’Orlando, con quei grandi appresti di

guerra, e la presenza di Ruggier Loria, e nerbo di fortissimi Francesi

e Catalani, la corte angioina se guadagnò con le pratiche da trenta

città, terre o castella[278], niuna n’ebbe con le armi, da Chiaramonte

in fuori; e come Federigo, o piuttosto la parte della rivoluzione

siciliana che operava con esso, non ostanti le raccontate tradigioni,

manteneva in faccia al nemico tutto il rimanente dell’isola, e non poca

parte alsì di Calabria.

Fu quest’anno a papa Bonifazio il più lieto di tutto il turbolento

suo regno. Vide l’odiata casa Colonna prostrata per ogni luogo

dalle armi della croce; riparatene le ultime reliquie nella rocca di

Palestrina; e questa, inespugnabil di forza, vide aprirsi alle larghe

promesse, ond’ei l’ebbe, e sperdè i ribelli, la città fe’ spianare,

arare il suolo, seminarvi sale, con dimostrazione vana ed atroce[279].

Nè esultò manco alle stragi del capo d’Orlando, principio, com’ei

diceva, al racquisto di Terrasanta; e certo pareagli al soggiogamento

dell’isola di Sicilia, al predominio per tutta la terraferma d’Italia,

fors’anco fino in Lamagna[280]. Allor fu che, chiedendogli Alberto

re dei Romani, la imperial corona, Bonifazio sedente in trono, col

diadema di Costantino, la spada al fianco, e la mano sull’elsa, negava

agli ambasciadori il dritto d’Alberto, e: «Non son io, lor disse, il

pontefice sommo? Non è questa la cattedra di san Pietro? Non basto

a difender io i dritti dell’impero? Io Cesare sono, io imperadore!»

e brusco li accomiatava[281]. Ma tal concetto di sè, non tolse al

pratichissimo nelle cose di stato, che attendesse con maggiore solerzia

all’impresa di Sicilia, che sì gli stava a cuore, e ben altro gli

parea che ultimata. In luogo del primo legato, poco giovevole per

non avere riputazione nell’isola, mandava a Catania, con pien potere

di scagliare e ritrattar gli anatemi, il cardinal Gherardo da Parma,

venuto appo noi in odore di santità[282]. Esortava al medesimo tempo

Carlo e’ figliuoli a osar la fortuna in Sicilia; mandava a ciò lettere

sopra lettere; e di sì gran vedere egli era Bonifazio, che nondimeno

pose ogni sforzo a distoglier Filippo principe di Taranto dal meditato

assalto sulle regioni occidentali dell’isola, dove temea che Federigo

di leggieri non l’opprimesse[283]. Ma ammonimento alcuno non valse al

principe, vago di militar gloria, nè a Carlo, debol co’ figliuoli, o

impaziente di uscir da’ travagli della guerra.

Apprestatisi in Napoli quaranta galee, con quanti rimaneano in

terraferma più rinomati nobili nazionali e francesi, e milizie,

e soldati mercenari; capitanando l’oste il principe Filippo, col

consiglio di sperimentati uomini di guerra; l’armata Pier Salvacossa

vice ammiraglio: in sull’entrar di novembre fan vela per Trapani,

a infestar le regioni occidentali dell’isola, grasse e fin qui

illese[284], dalle quali Federigo traea il nerbo delle sue forze.

Donde, come e’ seppe sbarcati i nimici a capo Lilibeo, depredanti il

paese, accinti a strigner Trapani per mare e per terra, fieramente

turbato, consultavane co’ suoi capitani che fare? Blasco Alagona, per

amore alla persona del re, o invidiosa cupidigia di gloria, volea andar

egli solo; dipingeva i pericoli: Roberto alle spalle, vicino e forte;

Filippo con la flotta, da potervi rimontare a sua posta, e differir

tanto la battaglia, che giugnesse il fratello, e cogliesserli in

mezzo; non lasci il re questa inespugnabile Castrogiovanni; dia a lui

qualche schiera, per accostarsi al nemico novello, tirarlo a giornata

con mostra di poche forze: e giurava che o presenterebbegli le bandiere

angioine, o rimarrebbe sul campo. A questo parlare niun disse contro.

Sedea su i gradi del soglio, a piè di Federigo, un Sancio Scada, nè bel

dicitore, nè tenuto savio; ondechè non atteso da niuno, rincantucciato

stavasi ad ascoltare e guardar gli altri, quando il re, fattosi a

interrogare per ordine i consiglieri, sbadato, a lui primo si volse.

E costui, scotendo il capo, maninconoso e veemente prorompe: «Stolto

partito è questo, o re, che senza la tua persona si muova contro

Filippo. Qual de’ tuoi padri, dimmi, avrebbe mai domato genti e reami,

se tra il più folto de’ nemici, se alla testa de’ suoi cavalieri,

non combatteva egli primo? Nel mio petto io sento, ch’innanzi a te

grandi cose ardirei, e te lontano il braccio cadrebbe. E Blasco or

vuole che la Sicilia tutta, volta a risguardare a te solo, te vegga

come codardo schivar la battaglia! Blasco fida nel suo braccio, e

insulta ogni altro; Blasco anela ingoiar ei solo la gloria; ma non sa

misurarsi, per Dio! Con tutte le forze si combatta, ove sta tutta la

fortuna. Ristorerassi la nostra, se Iddio ne darà questa vittoria. Se

no; o perdendo con onore, o con infamia standoti, non ti aspettar che

rovina[285].» Disse, e non curandosene altrimenti, nel suo silenzio

tornò. Ma Federigo colse questo lampo; considerò che a star dubbioso

un istante perdea tutta la Sicilia, osteggiata da due bande, oppressa,

sedotta; e vergogna l’accese, e necessità di lavare a rischio della

sua vita la fuga del capo d’Orlando. Lasciato dunque al presidio in

Castrogiovanni Guglielmo Calcerando, già grave d’età; ei con una mano

di cittadini di Castrogiovanni, e quante milizie feudali si trovarono

pronte, marcia alla volta di Trapani. Di Palermo, delle vicine terre,

popolarmente anco armaronsi, e corsero all’esercito: non curaron verno,

non aspettarono nuovo comando, antivennero i nostri, con quella ch’era

secondo i tempi celerità, il pericolo che sopraggiugnesse Roberto.

In breve furono addosso al nemico, che da Trapani, non valendo a

espugnarla, si tornava a Marsala. Era lungi la flotta; non restava

schermo alla battaglia: l’una e l’altr’oste apparecchiovvisi. Nella

nostra avvenne, o almen poi si contò, che un Lopis di Yahim, ariolo,

fattosi innanzi al re, vaticinavagli: «Vincerai, Federigo; io solo, con

cinque cavalieri morrò.—– Perchè dunque non fuggi? risposegli il re;

noi nel nome santo di Dio pugneremo.—– E quegli: Così è fisso nelle

sorti, ch’io muoia e che tu vinca!» Ma nel narrare il successo della

battaglia, scorda Speciale poi queste fole.

Ne’ vasti piani della Falconarìa, ad otto miglia da Trapani, dieci da

Marsala, due o tre dalla marina, l’oste siciliana trovò i nemici, il dì

primo dicembre milledugenonovantanove. Era più forte di fanti, animosi,

ma senza disciplina; l’aiutava un po’ di gente catalana, ma s’ignora

l’appunto folle sue forze: de’ nemici si sa che la vantaggiavan di

cavalli; che un grosso di Provenzali s’aggiugnea a’ Napolitani della

città e del regno; che avean secento cavalli, e assai più pedoni[286].

Ordinaronsi gli uni e gli altri in tre schiere: Filippo a destra, alla

mezzana il maresciallo Brolio de’ Bonsi, alla manca Ruggier Sanseverino

conte di Marsico: e Federigo, per consiglio di Blasco, oppose Blasco

stesso al principe con pochi cavalli e un forte di almugaveri; stette

ei medesimo nella schiera di mezzo col grosso de’ fanti; assegnò la

destra a’ cavalli di Giovanni Chiaramonte, Vinciguerra Palizzi, Matteo

di Termini, Berardo di Queralto, Farinata degli Uberti, coi fanti

di Castrogiovanni. Quest’ala entrò prima in battaglia, lentamente

movendo contro Sanseverino. A tal vista, il principe di Taranto

dall’altro corno, spicca i balestrieri provenzali a cavallo a ferir gli

almugaveri; ei, stretto a schiera con gli uomini d’arme, spingesi a

quella volta contro la bandiera di Blasco, che parea la più segnalata,

non mostrandosi per anco le aquile di Federigo, inteso dietro le file

ad armar novelli cavalieri nel memorabil giorno. Blasco per affannosi

messaggi l’affrettò a montare a cavallo. Gli almugaveri intanto, fermi

lasciano avvicinare il nemico. Com’entra a gittata di mano, a lor

usanza gridano: «Aguzzate i ferri,» e dan co’ giavellotti a striscio

su per le selci, che tutto allumò di scintille il terreno, scrive

Montaner, con maraviglia e terror del nemico; e si venne alle mani.

Alla carica del principe, balenava un istante la gente di Blasco;

scrollata di qua, di là, combatteasi la bandiera: ma rattestaronsi in

un attimo que’ provati combattenti, nè cedeano un passo. Filippo allor

vedendo la schiera nostra di mezzo rimasa alquanto indietro, credendol

timore, pensò sperder quelle frotte di fanti; spronò sconsigliatamente

ad essi, lasciandosi interi a destra gli almugaveri con Blasco, che

freddo e fermo sopra lui ripiegossi. Allora un cortigiano, di cui

Speciale per generoso sdegno tace il nome, supponendo abbattuto Blasco,

gridava al re, fuggiamo; e forse tutto perdeasi; ma Federigo: «Fuggi

tu, traditore, gli disse; la mia vita io qui dar debbo per la Sicilia.»

E fa spiegar la sua bandiera; e con un pugno di cavalieri, quanti

n’avea in quella schiera, sprona egli il primo contro la cavalleria del

principe.

Qui fece egregie prove; pugnandosi da corpo a corpo; tramescolate

le due schiere; riscaldati i guerrieri dalla presenza, questi del

re, quelli del principe. Lampeggiava in alto la spada di Filippo;

Federigo or di mazza or di spada, uccise di sua mano più uomini; ferito

lievemente ei stesso in volto, e alla man destra. Ma in questo si

sentirono da sinistra i colpi di Blasco, che pria caricò con gli uomini

d’arme la cavalleria del principe, poi risoluto tornò ad affrettare gli

almugaveri che il seguivano a piede, e: «Uccidete, gridò, i cavalli

a’ nemici.» Gli almugaveri con mezze lance, leggieri e lesti, saltano

nel conflitto, tramettonsi negli ordini della cavalleria nemica. Un

d’essi, s’è da credere al Montaner, col giavellotto passava fuor fuora

un cavaliere copertosi collo scudo; un’altro, per nome Porcello, d’un

fendente di squarcina tagliava netto la gamba armata d’un Francese,

e aprì anco la pancia al cavallo. Fecero strage degli animali sì

rabidamente, che molti anco n’uccisero a’ cavalieri di Federigo.

Sdrucita dalle schiere del re in faccia, a destra dagli almugaveri,

la cavalleria di Filippo andò in volta. L’ala sinistra, non ostante

la virtù del conte Ruggier Sanseverino, con poco avvantaggio s’era

affrontata col fior della siciliana nobiltà. La schiera di mezzo,

forte di dugento cavalli napolitani, per l’error di Filippo a occupar

il terreno ov’essa dovea combattere, poco o punto mescolossi nella

battaglia; ma il maresciallo Brolio che la comandava, fu trovato nel

campo, tra i cadaveri de’ suoi Francesi, trapassato da cento ferite.

Filippo combattendo s’avvenne in un Martino Perez de Ros, fiero e

forzuto, che’ l percosse di mazza; e ’l principe gli die’ due punte

tra le squame dell’usbergo; ma il Catalano col suo ferro tentando

invano tutta l’armatura al nemico, il ficcò alfine nella visiera con

leggiera ferita: e indi vennero alla prese; e aggavignati stramazzarono

entrambi giù da’ cavalli. Già Martino lottando, soverchia l’ignoto

guerriero; già alza il pugnale per ispacciarlo, quando questi: «Beata

Vergine! sclamava, son Filippo d’Angiò»; e l’altro soprattenne il

colpo, ma non lentava il principe, e a gran voce chiamava Blasco,

ingaggiato lì presso a finir lo sbaraglio della schiera nemica. Senza

lasciarla, bollente e infellonito, comanda Blasco a due almugaveri:

«Segategli la gola; paghi l’assassinio di Corradino;» e periva Filippo

d’Angiò d’ignobil morte, se in questo non si levava un romore tra i

nostri: «Il nimico, il nimico!» scoprendo i dugento cavalli napolitani

del centro, allorchè si dileguarono in rotta gli squadroni della

dritta; onde Blasco pur pensò a Corradino, sconfitto a Tagliacozzo

mentre tenea la vittoria; e tutta, l’oste siciliana avventossi contro

la novella schiera. Federigo, saputo il pericolo di Filippo, corre a

lui; lo strappa a’ due almugaveri; e fattegli tor le armi, il da in

guardia a’ suoi[287].

Così fu vinta la giornata della Falconarìa. Il conte di Sanseverino

s’arrendè, poichè vide non potersi rattestare i fuggenti. Bartolomeo

e Sergio Siginolfo, Ugone Vizzi, Guglielmo Amendolia e altri nobili,

caddero al pari in poter de’ nostri. Vano romore fu poi quello dei

dugento cavalli; i quali, scrive Speciale, come avvezzi a dilettoso

vivere, non aspettando le ferite, volsersi in fuga; ma un istorico

men caldo direbbe, che perduto il lor capitano, dopo la sconfitta

delle due ali dell’esercito, anzichè porre giù le armi o dar le vite

senza pro, vollero da savi ritrarsi alla flotta, serbandosi a miglior

uopo; ma loro il tolse l’oste vincitrice che inseguilli, e circondò,

e soperchiò. In questa caccia un memorevol fatto mostrò vivamente

a quali spiriti fosser saliti i Siciliani. Giletto, un soldato de’

nostri, addocchiando tra’ fuggenti Pier Salvacossa, il disertor dalle

siciliane bandiere, il raggiugne, il ghermisce; alza il ferro. Gli

offrì Salvacossa mille once d’oro in riscatto. Ma il soldato: «Gran

fatica, rispose, è a contarle. Serba le mille once ai tuoi figli;

e tu, traditore, tu muori;» e lo scannò. Delle sbaragliate genti,

rari salvaronsi sulla flotta, stata spettatrice, e accostatasi nelle

tenebre della notte a raccor quanti potesse; e indi partita per Napoli

a riportar l’atroce novella. Federigo fe’ cibar le genti sul campo

di battaglia; lasciò ad ogni combattente quantunque avesse preso

di bottino o prigioni, serbando per sè i soli primari baroni; e al

principe di Taranto con molta cura fe’ medicar le ferite, imbandir

mensa, render ogni onore che s’addicesse a tal prigione. A sera entrava

in Trapani; spacciava corrieri a spron battuto per tutta l’isola: che

ne resta la lettera scritta a’ cittadini di Palermo, significando

quella vittoria, ed esortandoli a montare su lor galee, e accozzati

con le genovesi di Egidio Doria, salpare contro la sprovveduta flotta

nemica. Poscia egli stesso vien co’ prigioni e l’oste, come a trionfo,

in Palermo[288]. In merito de’ servigi di questi cittadini, chiama ad

osservanza e riconferma i privilegi di Federigo imperatore, Corrado

e Manfredi, sopra le franchige all’entrata o uscita delle derrate, i

favori ai commerci, e altri di minore importanza[289]: e seguì, girando

per tutti i luoghi in val di Mazzara, a mostrarsi vittorioso, e spronar

gli animi a nuovi sforzi per la patria. La più parte de’ prigioni

assegnò nelle carceri del real palagio di Palermo; il conte Sanseverino

nel castel di Monte San Giuliano; altri in altri luoghi; e il principe

Filippo in quella medesima rocca di Cefalù, ove stette chiuso quindici

anni prima suo padre[290].

Così la battaglia della Falconarìa, la più grossa che si combattesse

a campo aperto in tutta la guerra del vespro, rese a Federigo la

riputazione, ch’è a dir anco la forza, perduta cinque mesi prima al

capo d’Orlando. Il duca Roberto, saputala a mezzo cammino, mentre

marciava a grandi giornate alle spalle di Federigo, incontanente si

tornò in Catania. Erane uscito agli avvisi dell’impresa del principe di

Taranto; quando, ristretti a consiglio i capitani con Roberto stesso

e ’l cardinal Gherardo, tutti esultavano, fuorchè Ruggier Loria, il

quale comprese che Federigo di leggieri potrebbe opprimere il principe;

onde ei consigliò di marciare in fretta su i passi dell’oste siciliana,

metterla in mezzo se si potesse; e a ciò partironsi da Catania in due

punte, l’una dritto per lo mezzo dell’isola, l’altra pel sentiero piano

delle marine di mezzogiorno. Fallito il colpo, non videro altro riparo

che chieder di terraferma novelli aiuti di genti e vittuaglie, perchè

si potesse ripigliar la guerra in primavera. Ruggier Loria dunque in

un legno sottile, con la solita audacia, solo passò lo stretto del

Faro, per apparecchiare ogni cosa a Napoli. Ammonì prima il principe,

che per ninna lusinghevole occasione non si avventurasse a combattere

il nemico, astuto e audace[291].

Ciò non di meno, entrato il milletrecento, di carnevale, non seppe

guardarsi Roberto dalla cupidigia d’acquistar senza fatica il castel di

Gagliano. Eravi prigione Carlo Moreletto, nobil francese, preso alla

Falconarìa: teneva il castello un Catalano della corte di Federigo,

Montaner di Sosa per nome. Costui cominciò ad usar col prigione più

umanamente che non soleasi in quel tempo. Poi un dì, ragionando

insieme, il portò ov’ei volle: parlava tra’ denti, come temendo non

altri l’udisse; e, chiesto al prigione se manterrebbegli il segreto,

gli disse pianamente, rimordergli la coscienza di tanto disubbidir la

santa Chiesa di Roma, di combattere per una causa iniqua; volentieri ne

uscirebbe, a rischio anco della vita, e con tal servigio da far ammenda

d’ogni peccato. E il Francese: «Or sì lo spirito del Signore è con

te; or ti ha reso il lume degli occhi. Ma di’, per Dio, quale ammenda

faresti?» Il Catalano promettea schiudere a Roberto l’inespugnabil

castello. Quei gliel credè; e pien d’allegrezza scrissene al duca[292].

Eran testè venuti in Catania, sotto la condotta del conte di Brienne e

di due altri baroni, trecento cavalier francesi, legati tra loro con

giuramento ad affrontarsi con Blasco Alagona e Guglielmo Calcerando,

per vincerli o lasciar la vita in quest’impresa, e chiamatisi da ciò

i cavalier della Morte[293]. Pare che il proponimento di costoro,

facesse deliberare ne’ consigli di Roberto la fazione di Gagliano.

Messone il partito, si divisero tra loro i consiglieri; e chi ammonia

non si fidassero per niente a’ Catalani, inveterati nimici al nome

francese; chi, col medesim’astio, replicava non esser, cosa di che

i Catalani non fossero pronti a far bottega. Il cardinal Gherardo,

all’incontro, tornava a mente i detti di Ruggier Loria; rispondean gli

altri, le guerre non reggersi a preti; diceano il cardinale caparbio,

l’ammiraglio invidioso; e alfine, non vincendosi alcun partito, si

temporeggiò: venisse a Catania il castellano medesimo, a ratificar

la promessa, da non credersi a lettere d’un prigione. Ma tirossene

Montaner, con onesto colore di non poter in tempo di guerra partirsi

egli dalla fortezza; e mandò in vece un nipote suo, ammaestrato e

ingannevole; il quale patteggiò sì scaltro con Roberto, da non lasciar

ombra di sospetto. Indi nella guerriera nobiltà accendeasi un’altra

gara, chi farebbe l’impresa? e ognun brigava ad ottenerla, e facea

ressa a ricordare i suoi meriti; onde Roberto, per toglier discordia,

volle che venisser tutti, ed ei sarebbe il capitano; e allora,

aggiugnea, se pure l’intero esercito siciliano stesse all’agguato,

sen riderebbero. Gualtiero conte di Brienne e di Lecce, il conte di

Valmonte, Goffredo di Mili, Jacopo de Brusson, Giovanni di Joinville,

Oliviero di Berlinçon, Roberto Cornier, Giovan Trullard, Gualtiero de

Noe, Tommaso di Procida[294], con lor uomini d’arme, al nuovo dì si

presentano a castello Ursino, a prender Roberto. L’aveva ei taciuto

alla sposa; e per sua ventura, non era ancor surto di letto, quando il

fecer chiamare i guerrieri; ondechè Iolanda appostasi a ciò ch’era,

tanto ne domandò amorevolmente a Roberto che seppe ogni cosa; tanto

pregò, e disse ingloriosa e temeraria la fazione, che le sue amorevoli

parole vinsero il duca a restarsene. Indi surrogato a condur l’impresa

il conte di Brienne, costui con tutti que’ valorosi e i trecento

cavalli, s’avviava a Gagliano. Il nipote di Montaner li guidava.

Ma d’ogni passo del doppio tradimento il castellano avea ragguagliato

Blasco Alagona, il quale tenea spiatori in que’ contorni; e sapendo in

via i nemici, con Guglielmo Calcerando e le siciliane genti, s’imboscò

presso Gagliano. Temerari, e spensierati per conscio valore, andavano

i Francesi. Forniti due terzi della via, a Tommaso di Procida corse

alla mente un sospetto; e spronando verso il conte, il pregava non si

mettesser così nelle tenebre della notte per greppi e gole ignote;

pensasser ch’erano in terra di nemici; ei cavalcherebbe innanzi ad

esplorare i luoghi, ch’avea tante fiate battuti in cacce, com’ei fu

un tempo signor di Gagliano. E il conte gli die’ del codardo. «Con

cotesti allato, dicea, tutta la Sicilia unita non temo.» Pervenuti tra

sì fatte parole presso all’agguato, la guida li fe’ sostare; disse

andrebbe ei solo al castello, per evitar che il presidio, accorgendosi

d’inganno, non trucidasse Montaner e rovinasse ogni cosa. La schiera

indi fermossi: il traditore andò a trovar Blasco all’agguato.

Blasco avea al chiaror della luna veduto luccicare le armi, sventolar

le insegne; avea disposto i suoi; ma il generoso animo non soffrì

d’assaltare alla sprovveduta, notte tempo, da masnadiere. Fa dar fiato

a’ corni; fa gridar presso all’ordinanza nemica: «Blasco Alagona.»

A tal nunzio nacque uno scompiglio ne’ traditi. I Siciliani ch’eran

con essi e aspettavansi assai peggior sorte da una prigionia, diersi

alla fuga. Tommaso di Procida, tornando al conte, scongiuravalo ch’il

seguisse almen ora; si ritirerebbero alquanto; ei li condurrebbe

innanzi dì allo aperto, sì ratto da non poterli seguir tutti i nostri

fanti, onde con avvantaggio avrebber da fare contro i soli cavalli.

«No, disse il conte» non volgeran le spalle i cavalieri di Francia.

«Ch’è infine la morte?» E Goffredo Mili: «Se tutti fuggan, ripigliava,

io sol rimango. Chi scordar può la esecranda giornata di Catanzaro,

ove l’orecchio m’ingannò, e n’ebbi vitupero d’avanzo per me e tutto il

mio sangue! Ormai ho vivuto abbastanza.» Con questa franchezza d’animo

s’apparecchiavano al disperato conflitto. Strinsersi a schiera, ov’era

un po’ di piano rilevato; e Blasco lasciolli stare infino all’alba.

Con sottil arte egli avea ordinato in battaglia i suoi fanti, in

due file, poste a forbice, da chiudere in mezzo il nemico; con

l’avvantaggio alsì del terreno, che non potesservi caricare i cavalli;

e anco della luce, che i nascenti raggi del sole ferissero i suoi

alle spalle, in viso il nemico. Appena raggiornato, questi, per

suprema temerità, non aspettando l’affronto, scese dalla collinetta a

ingaggiarsi: e pria di giugnere alle file dei nostri, fu lacerato con

un nembo di sassi e giavellotti, drizzati la più parte a’ cavalli,

perchè mal potean passare i cavalieri, tutti vestiti di ferro; ma

uguale era il danno, quando gli animali o uccisi cadeano, o feriti

dando a sprangar calci, gittavan l’uomo, e incontanente, saltavangli

addosso gli almugaveri e spacciavanlo. Pur que’ forti giungono ad

abbattere la bandiera di Calcerando; e i nostri, rattestatisi sotto

quella di Blasco, percosserli con un impeto estremo. Diradavasi il

fitto nodo; cominciava lo sbaraglio e la strage; restava il solo

conte di Brienne, con pochissimi intorno, salito sopra un gran sasso,

difendendosi come lione, e a niun patto non volle dar la spada ad uom

plebeo. Chiamato Blasco, a lui la rese. Ma il suo alfiere, che pien

di ferite e di sangue, tenendo sempre in pugno la bandiera, cercava

il signore per rendergliela pria di spirar l’ultimo fiato, vistolo

prigione, gittò in aria l’insegna da farla ricadere su la testa del

conte, e, sguainando la spada, si cacciò tra le punte de’ nostri. Tal

fu la fine della più parte; pochi andaron prigioni col conte; niuno

scampò.

E ’l castellano, com’oscena belva, uscì a veder la carnificina de’ suoi

traditi, a brancicare i cadaveri; scelse quei de’ più nobili, e li

cuocea, dice Speciale, a modo pagano, per mercatarne colla pietà de’

congiunti. Moreletto, in catene, da una finestra vide la battaglia;

e per disperato dolore d’aver chiamato a morte i suoi Francesi, die’

col capo alla parete della prigione, ricusò cibo e bevanda, e in pochi

giorni perì miseramente. Mentr’ei si consumava di questo volontario

supplizio, percossi di spavento stavano i guerrieri e i partigiani

dello straniero; tutto il rimagnente dell’isola tripudiava senza modo

della seconda vittoria, che tanto scemò le forze di Roberto. Donde,

seguita lo Speciale, i Siciliani rialzaron le creste a loro usanza, e

scordate le vicende della fortuna, ricominciarono a superbire[295].

La guerra del Vespro Siciliano vol. 2 Un periodo delle storie Siciliane del secolo XIII · 第 32 / 104 题