CAPITOLO XIV.

Primordi del regno di Giacomo in Aragona. Raffermata amistà tra

Sicilia e Genova. Per quali ragioni allenava la guerra. Fazioni di

Ruggiero Loria nel reame di Puglia e in Grecia. Giacomo si volge alla

pace. Opinione pubblica in Sicilia; patriotti, Federigo d’Aragona,

fazione servile; primi oratori al re. Primo trattato di Giacomo con re

Carlo. Celestino V ratifica la pace. Più vigorosamente la procaccia

Bonifazio VIII. Pratiche delle corti di Roma e d’Aragona con l’infante

Federigo. Nuovi oratori a re Giacomo. Federigo chiamato al regno di

Sicilia. Vana prova di papa Bonifazio a impedirlo. Settembre 1291—–

gennaio 1296.

Volle re Pietro disgiunti i due reami d’Aragona e Sicilia, che per la

distanza di tanto mare, e più per la libertà degli spiriti ed ordini

pubblici, mal si potean reggere insieme, nè l’uno avria sofferto

la dominazione dell’altro. Però chiamava a succedergli in Aragona

Alfonso; Giacomo in Sicilia; quegli per testamento a Port Fangos pria

dell’occupazione dell’isola; questi nel parlamento di Messina[76]: e

venendo poi a morte, per fuggir viluppo novello di scomuniche, non fe’

altro lascio delle due corone combattutegli sì acerbamente dal papa;

ma probabil è che desse in voce alcun solenne ricordo a tenerle divise

per sempre[77]. Perchè a dieci marzo dell’ottantasei, Alfonso, giovane

e ne’ principi d’un regno, piuttosto per compier tale ordinamento

politico del padre, che per pensiero ch’aver potesse della morte,

istituiva erede Giacomo, sì veramente che lasciasse la Sicilia a

Federigo; e dava a Federigo la seconda aspettativa del reame d’Aragona,

se Giacomo avesse più a grado la corona dell’isola, o si morisse senza

figliuoli; nel qual caso poneva a Federigo ugual legge di risegnar la

Sicilia a Pietro, lor ultimo fratello[78]. Ma Giacomo, che in fatto di

principato mai non guardò misura, dapprima rimettea al caso della sua

morte senza prole il partaggio delle due corone[79]; e allontanato di

Sicilia, più aperto dinegava quei termini, che non eran legge scritta

del padre, nè Alfonso li potea comandare. Non ceduta l’isola dunque;

nel coronarsi a Saragozza il ventiquattro settembre del novantuno,

protestò ascender quel trono per ragion del suo sangue, non per

lascito di Alfonso[80]. Fortificovvisi con assentir quante più larghe

franchezze e guarentige sepper chiedere le corti; con fidanzarsi a una

fanciulla di nove anni, figliuola di Sancio re di Castiglia; e fermar

di novembre del medesimo anno la pace con questo vicino, stigator delle

civili turbolenze d’Aragona[81]. Raffrenò anco le guerre private;

spense i ladroni che infestavano il paese[82]; spinse suoi maneggi fino

a chieder aiuto di danari al soldano d’Egitto, al quale mandò Romeo di

Maramondo e Ramondo Alamanno a vantar le sue vittorie e la sua possanza

su tutte le corti cristiane della Spagna[83]: e fin qui rideasi della

corte di Roma, fattasi a vietargli, con parole più che fermi colpi, il

possedimento dell’Aragona[84].

Tornaron vane del pari le pratiche di suscitar Genova a gagliardi aiuti

contro la Sicilia, tentate come dicemmo fin dai primi principi di

quella guerra, e ripigliate da Carlo lo Zoppo dopo la pace con Alfonso,

e or incalzate con maggior calore anche dal papa[85]. Ma Genova in quel

tempo non curava nelle cose temporali l’autorità della cotte di Roma; e

quanto alla corte di Francia, se volea tenersela amica per comodo de’

commerci, il medesimo interesse la tirava a restare in pace con Aragona

e Sicilia, nè amava una briga con le loro forze navali congiunte e

vittoriose, mentre avea a lottare con le rivali repubbliche marittime

d’Italia. I guelfi di Genova per vero posponendo, come fanno i faziosi,

l’interesse pubblico alle passioni di parte, s’erano indettati con

l’Angioino; e privati corsali, in sembianza di far prede su i Pisani,

stendean la mano contro i Catalani che con essi navigavano[86]; e la

interruzione de’ commerci tra Genova e Sicilia, avvenuta in questo

tempo, mostrava i pericoli della guerra, che l’acume mercantile conosce

sì da lungi. Ma come dopo que’ sospetti giunse a Messian un vago romore

d’armata allestita in Genova, galee già uscite in corso, prese fatte ne

mari di Lilibeo; tutta la Sicilia sen commosse: e rammaricava l’assenza

dell’Ammiraglio, inebbriato in Catalogna presso il re[87] a comparir

primo a corte, cavalcare con grande stuol di clienti, abbattere ne’

tornei le più forti lance di Spagna[88]. E Federigo, o quegli esperti

consiglieri rimasi con esso alla siciliana corte, seppero antivenir

questa guerra. Mandano a Genova un oratore, affidato in pubblico a

salde ragioni, in segreto alla riputazion dei Doria e Spinola e di

tutta parte ghibellina. Il quale nei consigli del comune tornò a mente

l’antica amistà con Aragona, con Sicilia; le enormezze della ambizione

e avarizia di casa d’Angiò contro Genova: or, mutando gli amici co’

nemici, non credesser pure soggiogar l’isola a un tratto, nè provocar

questa guerra senta rovina de’ loro commerci; e pensasser alle avverse

bandiere di Venezia e Pisa, che potrebber trovare nuovi compagni.

Soverchiata da cotesti evidenti interessi della repubblica ogni briga

papale, e venuti allo stasso effetto altri legati del re d’Aragona,

si vinse il partito, che rafferma la amistà con Giacomo, si restasse

il comune da ogni atto ostile a Sicilia; non fosse lecito a privati

armarsi contr’essa sotto quantunque colore[89]. Per lealtà, e riguardo

all’ammiraglio di Sicilia, sì pronto alle vendette, l’anno appresso gli

fu resa incontanente una nave carica di grano per Pisa, predata da

mercatanti genovesi, con quel pretesto della cerca di merci pisane: e

aggiungevi il comune, indennità di lire duemiladugento, ambasciadori a

Federigo, che lui e Ruggiero sincerasser della fede genovese. Mantenuta

fu questa poi contro la seduzion di larghe promesse, e la riputazione

d’un’ambasciata di molti cavalieri di re Carlo, col conte d’Artois e

legati della corte di Roma, allo scorcio del medesimo anno novantadue.

Perchè i cittadini, sebbene divisi e parteggianti, sì che due anni

appresso vennero al sangue, d’accordo rifiutaron ora la lega col re di

Napoli, promettendo solo rigorosissima neutralità; tantochè dispettosi,

senz’alcun frutto partironsi gli ambasciadori[90].

Intanto volgean le cose d’Oriente ad estrema rovina: Acri in primavera

del novantuno cadde sotto le armi d’Egitto: e le stragi dei battezzati,

gli atroci trionfi degli infedeli[91], davano argomento per tutta

cristianità a lamentazioni piene di rabbia; correndo le lingue alla

corte di Roma, e a’ tesori e al sangue sparsi contro Sicilia nel nome

santo della croce. Però fu necessitata la romana corte a gridar addosso

a’ maumettisti, tacendo alquanto di noi[92]. Rattenea ancora il papa un

suo segreto pendìo a parte ghibellina, e l’amino tutto posto al vicino

intento d’aggrandire i Colonnesi più che alla rimota ristorazione

di Sicilia o di Terrasanta. Ed era molto abbassata parte guelfa in

Italia, per quelle vittorie di Giacomo e de’ Siciliani[93]: il reame di

Napoli scemo di danari, e di fortuna, e di territorio per le occupate

Calabrie, governato da principe non guerriero, e stracco di tanti

sforzi, male aiutavasi alla guerra[94]. La Sicilia non la rincalzava

per non averne cagione; ella sicura al di dentro, nè vogliosa

d’estender più in terraferma il dominio del suo re. Pertanto in questi

due anni, ancorchè fossero corsi i termini della tregua di Gaeta, poco

si travagliò con le armi. Turbolente passioni di feudatari, faceano in

Calabria or perdere una terra, or un’altra acquistare. Blasco Alagona,

capitano per Giacomo, il quale occupata Montalto, e sconfitto e preso

Guidon da Primerano, guerriero di nome, già meditava più importanti

fatti, per accusa di frode all’erario, tornò subito in Catalogna[95]. E

lo stesso ammiraglio, rivenuto in questo tempo in Sicilia, e uscito a

far giusta guerra, la governò debolmente.

Allestite in Messina trenta galee, e sapendo da’ suoi rapportatori

nessun armamento farsi ne’ porti di Napoli e di Brindisi, navigò di

giugno milledugentonovantadue ver Cotrone, donde Guglielmo Estendard

con parecchie centinaia di cavalli era per muover contro i nostri

acquisti di Calabria. Il quale, scoperta la flotta, correa co’ cavalli

a por l’agguato alle Castella, sotto il capo Rizzuto; e l’ammiraglio

addandosene, tolta con seco picciola man di cavalli, spiccò per

altra via il grosso delle genti: e sì da due bande assaltarono alla

sprovvista l’agguato francese. Estendard, cupidamente cercato a morte

da’ nostri, ebbe tre ferite, e il veloce cavallo il campò. Abbattutosi

il suo all’ammiraglio mentre incalzava al passaggio d’un ponte, preser

tanto fiato i nemici da poter lasciare il campo con minore strage; ma

ne cadder molti prigioni; tra i quali un Riccardo da Santa Sofia, che

posto a guardia di Cotrone da re Giacomo, l’avea dato agli Angioini,

ond’or incontrò il sommo supplizio.

Soddisfatto con questa scaramuccia all’onor dell’armamento, che la

Sicilia forniva contro i nimici, Loria voltollo all’Arcipelago, sotto

specie di combattere i feudatari francesi della Morea e le armi che

teneanvi gli Angioini di Napoli, ma in effetto per saziarsi nelle

solite scorrerie[96], segnando la strada agli avventurieri che, finita

la siciliana guerra dovean flagellare la Grecia con pari valore e

avarizia. Corfù, Candia, Malvasia, Scio depredò o messe a taglia, sotto

specie che avesser porto aiuto a’ Francesi: tolse a Scio gran copia di

mastice; a Malvasia, oltre il bottino, l’arcivescovo, del quale poi

ebbe grosso riscatto: e, radendo la Morea, fu a Corone, a Chiarenza;

e prima a Modone virtuosamente combattè contro i Greci che gli tesero

insidie. Tornatosi a Messina con più riccchezze che schietta gloria,

seppe che i corsali di Positano ed Amalfi infestasser le nostre navi

mercantesche; ond’ei divisava già con l’infante Federigo, alla nuova

stagione portar su quelle spiagge quaranta galee e duemila fanti

leggieri, arder barche e ville, e trinceratosi in un monta, dar il

guasto a tutta la provincia; se non che trapelò in Napoli il disegno,

e del tutto il dileguaro le pratiche della pace[97]. Perchè Giacomo

trovossi in Aragopa nelle necessità medesime d’Alfonso; e alla Sicilia

toccò nuovamente ber l’amaro delle dominazioni straniere. Dieci anni

d’infelicissima guerra avean provato a’ nimici, che se la Sicilia

vincer si potea, si potea soltanto in Ispagna. Ripigliaron dunque i

trattati, tronchi dalla morte d’Alfonso; ai quali il re d Aragona

tuttavia sforzavano il privilegio dal Valois, l’armi di Francia, le

arti di Roma; e vi s’aggiunsero i brogli di Sancio re di Castiglia,

che, per fuggir di trovarsi in mezzo a Francia e Aragona guerreggianti,

sollecitava gli accordi in palese, a anco nascosamente pe’ partigiani

suoi in quell’ultimo reame. Allor Giacomo, fatto accorto dall’espresso

voler delle corti e della nazione tutta[98], ch’ei tener non potrebbe

ambo i regni, pensò lasciar la Sicilia, cagion di tanti travagli, che

non rendeagli d’altronde più che l’Aragona nè obbedienza nè danari,

pei limiti messi al potere regio, le misurate gravezze, la fatica e

spendio della difesa. La morte di papa Niccolò d’aprile del novantadue,

la guerra che scoppiò l’anno appresso tra Francia e Inghilterra, la

lunga vacanza del pontificato, differirono mi non dileguarono la pace,

comandata da interior forza nello stato aragonese. Calovvisi Giacomo

più volentieri per profertagli terra e moneta, e soprattutto per

isperanza di restar signore dei conquisti sopra Giacomo suo zio, re di

Maiorca. Maneggiò il trattato, com’era sua indole, chiuso, ambidestro,

dissimulante; sì che ad altri parve che beffasse gli Angioini,

lasciando cader la corona di Sicilia dal suo capo su quel di Federigo;

ma forse fu il contrario; e certo che avvolgendosi tra le torte vie,

n’uscì com’avvien sovente, con infamia e poco guadagno[99]. La frode

ebbe a lottar questa volta con la virtù d’una nazione, che per libertà

novella era fatta rigogliosa, non intralciata e discorde; onde fu vinta

la frode. La Sicilia, dopo quel felice ardimento, conoscea le sue

forze; era piena d’alti spiriti per le guadagnate franchige civili,

la nuova prosperità materiale, la provata virtù nelle armi, i molti

ingegni esercitati nelle cose di stato quando divenner cose pubbliche.

I quali elementi di vigor politico, stavano più nelle città che ne’

baroni; per la riputazion de’ partiti presi da quelle nell’ottantadue,

delle grosse forze mandate, per dieci anni interi in oste e in armata,

dell’attività e capacità de’ consigli municipali. E per vero le città

primeggiarono nella mutazion di stato ch’or maturavasi; ad esse si

accostò la più parte dei baroni, non per anco sviata dalla causa

siciliana per timori e vizi d’ordine. La generalità dunque della

nazione, tenendo alle libertà conquistate nel vespro, e abborrendo

dalla dominazione di casa d’Angiò e della corte di Roma, presentava

durissimo ostacolo a Giacomo; e tale anco gli era il proprio fratello,

l’infante Federigo.

Venne Federigo in Sicilia appena fuor di fanciullo; quivi

prestantissimo divenne, non meno all’armeggiare e in ogni esercizio di

guerra, che negli studi delle lettere, allora in molto onore appo noi,

de’ quali ebbe tal vaghezza, che poetava ei medesimo in lingua romanza,

e amico fu dell’Alighieri, pria che lo sdegnoso spirito ghibellino

lo sfatasse come dappoco. Ma brioso di gioventù, bello e gagliardo

della persona, pronto d’ingegno, di piacevol tratto, a tutti grato ed

umano, e fratello di re, caldamente l’amava il popolo, ch’ha femminil

andare di passioni; e poteva anco da maturo consiglio augurarsen

bene, al vederlo con moderazione e giustizia tener le supreme veci, e

con ogni studio procacciare la prosperità del paese, che s’ebbe pace

e abbondanza sotto il suo vicariato[100]. Necessità politica, spesso

sentita come da istinto innanzi che netta si divisasse alle menti,

fe’ coltivar a Federigo con maggiore studio quelle virtù, e ’l rese

più caro al popolo; portandoli entrambi a sperar l’uno nell’altro; e

spingendoli a tali termini, che forse niuno si proponeva dapprima.

Così la parte patriottica in Sicilia rannodavasi intorno a Federigo,

sperando mantenere gl’intenti della rivoluzione del vespro, senza

metter giù la monarchia nè la dinastia aragonese; e ne diveniva più

solida e più forte.

Contro tal volere della massa della nazione, Giacomo potea trovar

sostegno in una sola fazione. Accese le guerre del vespro, gli usciti

di terraferma adunaronsi sotto le nostre insegne, massime dopo la

esaltazion di re Pietro; cercando fortuna, e sfogo all’odio contro

casa d’Angiò, e termine, se si potesse, al doloroso lor bando. Molto

con lor pratiche operaron costoro nelle guerre di Calabria; molto

stigarono i Siciliani stessi, come nell’eccidio de’ prigioni a Messina

nell’ottantaquattro, temendo sempre non allenasse la rivoluzione. Ma

più che alla Sicilia, teneano al re, che speravano s’insignorisse

della lor patria; e intanto li gratificava di feudi e ufici. In più

numero ebbero simile stato in Sicilia uomini catalani e aragonesi,

creature della corte, e però, al par degli usciti di Puglia, esosi a’

Siciliani, per gelosia dei premi che gli uni e gli altri usurpavano.

A costoro s’univa, perchè non mancano i rinnegati giammai, qualche

Siciliano. E con tal fazione servile pensò Giacomo di mercatare la

tradigione della Sicilia; a chi profferendo di redintegrarle ne’ beni

lasciati in Puglia, senza perdita de’ nuovi acquisti in Sicilia; a

chi minacciando lo spogliamente di sue sostante in Ispagna; tutti

adescando con promesse, carezze, e inique speranze sotto sante parole.

Chi ha appreso il nome di Giovanni di Procida su le novelle istoriche

che il danno autor del vespro, maraviglierà a vederlo primeggiare in

questa fazione e tener pratiche con lo stesso re di Napoli, s’ignora

se di voler di Giacomo, o senza. Ma oltre le parole de’ nostri

istorici, ond’ei si scorge pochi anni appresso scopertamente sorto

contro i patriotti siciliani e Federigo, e oltre i documenti della

restituzion de’ suoi beni nel reame di Napoli, pattuita espressamente

tra Giacomo e Carlo II[101], avvi, monumento di vergogna al suo nome,

uno spaccio di Carlo al siniscalco di Provenza, dato il venti marzo

milledugentonovantatrè, perchè libero mandasse a corte di Napoli il

siciliano Pietro di Salerno, inviato a Carlo dal Procida, e fatto

prigione in Marsiglia[102]. Cimentato quel gran nome con le forze che

ha in oggi l’istoria, sen dileguano i vanti della prima congiura: gli

resta la sola feccia di questa seconda contro la Sicilia.

Entrando il novantadue, re Carlo e ’l papa mandarono oratore a Giacomo,

Bonifacio di Calamandrano, maestro degli Spedalieri gerosolimitani

di qua dal mare[103], famoso in arme e assai destro ne’ maneggi di

stato. Col quale il figliuol di re Pietro, discepolo di Procida,

temporeggiò[104] per la sopravvenuta morte del papa; rispondendo, che

per essergli i Siciliani compagni nei dritti politici, non soggetti

impotenti, ad essi ne riferirebbe: e in vero pensò che, non assentito

da loro, rimarrebbe in carte ogni accordo. Inviava dunque a tentar

gli animi Gilberto Cruyllas, cavalier catalano, che approdato in

Messina il due aprile del novantatrè, conturbò d’ansietà dolorosa

tutti i Siciliani. Vagamente spargeasi, divisato pace con Francia e re

Carlo, e di riaver la grazia della Chiesa; ma spiegavan queste scure e

compilate parole la disarmata flotta, i mercenari licenziati senza pure

sgravar le collette, sopra ogni altro, gli stormi di frati stranieri

che, chiudendo gli occhi i governanti, svolazzavan sinistri per tutta

l’isola, a spiare, novellare, cercare i penetrali delle coscienze,

ingerirsi appo nobili e cittadini. Ondechè adunato al venir di Gilberto

un parlamento, apparve manifesto il voler della nazione. Pochi vollero

assentire; negaron la pace i migliori, com’evidente magagna: e si

deliberò che ambasciadori s’inviassero a intender espresso l’animo del

re. Furon trascelti a nome di tutto il sicilian popolo, tre Messinesi,

Federigo Rosso e Pandolfo di Falcone cavalieri, e Ruggiero Geremia

giurisperito, e tre Palermitani, Giovanni di Caltagirone e Ugone Talach

cavalieri, e Tommaso Guglielmo. In Barcellona appresentaronsi a Giacomo.

Il quale fe’ loro lieta e famigliare accoglienza, condottili nelle più

segrete sue stanze: e parlava, esser cresciuto tra i Siciliani; da

loro aver tolto pensieri, costumi, usanze; pensassero s’altro potea

bramare che il ben del paese; ed ecco che non da principe, ma come un

altro cittadino, con essi triterebbe il negozio, divisato a onore ed

util comune. E gli ambasciadori, non presi alle blandizie del re, si

guardavan l’un l’altro. Ma il Falcone, accorto e bel parlatore, venne

alle prese. Giustizia, dissegli, e verità che l’è compagna, voglionsi

nel trattar le sorti de’ popoli: e dolce è ad ogni uomo la parola di

pace; ma grossolana favola assai questa, che Roma e casa d’Angiò, dopo

dodici anni d’oltraggi, di paure, di sangue, or lasciasser di queto

la Sicilia. I sospetti poi toccò di que’ provvedimenti del governo

regio in Sicilia; l’aperta frode del profferire all’infante Federigo

l’uficio di senator di Roma, per trarlo dall’isola. Nè sperasse il re

ferma pace in Aragona, in prezzo de consegnar legato mani e pie’ un

generoso popolo; nè sperasse cansar da infamia il suo nome. Se pure,

ei ripigliò, il gravava questo combattuto regno, perchè non lasciarlo

provveder a sè da sè stesso, dando la corona a Federigo, non per dritto

di successione, ma per elezion del popolo, lietissimo auspicio a chi

unquemai la Sicilia reggesse? E se tremassero Giacomo e Federigo e

tutti i reali d’Aragona, chiamerebbero i Siciliani un altro Federigo,

rampollo della casa di Svevia; troverebbero i più disperati partiti,

pria che abbassar le aquile dianzi agli abborriti gigli[105]: e se

Iddio non benedicesse le armi loro, affranti alfine e debellati,

vibrerebbero gli ultimi colpi ne’ petti de’ propri figliuoli e delle

donne; sè stessi con quelle care vittime scaglierebbero nelle fiamme

delle città. Ma Giacomo non se ne mosse. Lodò i legati di zelo; lodò

i suoi propri maggiori di fede ai popoli: ei, nato di quel sangue,

non che non abbandonar la Sicilia, combatterebbe per lei finchè gli

restasse spirito di vita[106]. Con questo focoso parlare accomiatolli:

e non andò guari che di novembre, abboccatosi tra Junquera e Paniças

con re Carlo, fermò i patti, a sè più avvantaggiosi, verso la Sicilia

più rei, che que’ d’Alfonso, maladetti da lui medesimo, tre anni prima.

Tennersi in segreto grandissimo; aspettando a ultimarli in buona

forma, che fosse rifatto il papa, e raggirato, col popol di Sicilia,

anco l’infante Federigo[107], cresciuto di potenza, perchè come i

nostri videro più da presso la minaccia del giogo angioino, la perfida

morbidezza di Giacomo, prendendone sempre in maggiore abborrimento

la dominazione straniera, che sotto Carlo li avea calpestato sì

orrendamente, sotto il re d’Aragona macchinava tal tradigione, vennerne

al fermo proposito di rifarsi indipendenti; e più s’accostaron gli

animi a Federigo.

Allor sopravvenne la elezione del nuovo pontefice, tardata oltre due

anni per Discordia de’ cardinali, precipitata come per caso, a dì

cinque luglio del novantaquattro, col tristo spediente di chiamare

un uom dappoco; ma sotto ogni pochezza nelle cose mondane fu Pietro

da Morrone, romito abbruzzese, che per vita povera, e straziata

d’austerità, avea già riputazione di santo[108]. La quale esaltazione

come fu nota a corte d’Aragona, Giacomo affrettavasi a ultimare il

trattato. Inviò in Sicilia a diciotto di luglio Raimondo Vlllaragut,

che ritentasse di trarre al suo intento Federigo, e la madre, e gli

nomini di maggior seguito. Volle tor dal fianco di Federigo, Corrado

Lancia e Blascoq Alagona, intrinsechi del giovane; ai quali il re

comandava che di presente venissero in Catalogna. A Corrado surrogò un

uom suo, Ramondo Alamanno, sì nell’uficio di gran giustiziere e sì nel

comando del castel di San Giuliano[109]. E intanto la guerra, condotta

fin qui assai debolmente come finita nell’animo de’ governanti, posava

del tutto in una tregua[110]. Carlo II, per pratiche, racquistava

Cotrone in Calabria[111]; e a darsi riputazion di munificenza, largiva

immunità a questa e quell’altra terra, travagliata per l’addietro da’

nimici[112].

Celestino V, tal nome prese Pier da Morrone, volle tra’ suoi Abbruzzi

in Aquila consagrarsi: entratovi per umiltà sur un asino; ma

l’addestravano due re, Carlo II di Napoli, e Carlo Martello d’Ungheria,

fattisi, tra per pietà e ambito, a corteggiarlo assai strettamente.

Preso alle quali arti, non ostante che vi ripugnasse forte il sacro

collegio, Celestino fissò la sede in Napoli; creò molti cardinali di

nazione o parte francese; e fuor da’ consigli e dagli usi della romana

corte tanto uscì di via, che religiosi scrittori del tempo, scherzando

sulle formole, il proverbiavano: da pienezza di semplicità, non di

potestà, decretar Celestino[113]. Ma portato dalla corte di Napoli, ben

per la Sicilia fe’il papa.

Con lo stracco pretesto di Gerusalemme, e di volere far pianta

di quella guerra la nostra isola, ratificò a primo d’ottobre

milledugentonovantaquattro il trattato di Junquera. Nel quale Carlo

promettea d’impetrare per Giacomo e il suo reame, piena assoluzione

dalle scomuniche, piena remission d’ogni offesa che i reali di Aragona

e que’ popoli e i popoli di Sicilia recato avessero a casa d’Angiò

e alla santa sede, e la restituzione del reame d’Aragona, in que’

dritti e termini medesimi in che il tenea re Pietro pria delle sue

scomuniche; al qual effetto re Carlo procacciasse la rinunzia del re

di Francia, e di Carlo di Valois. Restituiva Giacomo a Carlo tutti

gli statichi; restituiva le Calabrie, e le isole adiacenti a Napoli.

Stipulava rimetterebbe la Sicilia con Malta e le altre isole adiacenti,

in poter della Chiesa nel termine di tre anni dal primo novembre del

novantaquattro, a patto che la Chiesa tenessela un anno, nè la cedesse

ad alcuno senza saputa di Giacomo. E vergognosa conseguenza ne fu

l’altro patto, che resistendo i Siciliani, ei s’adoprerebbe con la

forza a domarli[114]. Assentiti questi accordi, largheggiò Celestino

a re Carlo per la difesa del suo reame e ’l racquisto dell’isola, le

decime ecclesiastiche delle province francesi per quattro anni, e

per un anno quelle d’Inghilterra e d’altre regioni di là dai mari.

Poco stante chiamò Giacomo stesso ad Ischia: scissegli apponendo a

grave peccato, per cagion di parentela, il matrimonio con la Isabella

di Castiglia; e mandavagli che fuggisse quelle nozze per menar una

figliuolia di re Carlo, a lui congiunta ancora di sangue[115]. A tai

scandali ne venne il pio Celestino; nè pur fu destro a servirsene,

perchè prese termine sì lungo all’affare di Sicilia, e non assicurò

punto la sommissione de’ popoli, non compose del tutto le differente

tra Francia e Aragona[116]; onde il trattato a nulla tornava.

Questo inchinò Carlo alle ambizioni di Benedetto Gaetani da Anagni,

salito in riputazione da avvocato nella curia papale, fatto indi notaio

del papa, e cardinale; uom procacciante, superbo, capacissimo nelle

civili faccende il quale poc’anzi a Perugia era venuto ad aspre parole

col re, ed or guadagnosselo con dirgli preciso; che Celestino avea

voluto e non saputo aiutar casa d’Angiò; ei vorrebbe, e potrebbe, e

saprebbe. E a Celestino gravava il papato, per coscienza e per sentirne

mormorare ogni dì i cardinali; onde il tranellarono al rifiuto; e

perfin si legge che ’l gaetani grossolanamente fingesse al semplice

romito chiuso nella sua stanza, voce del Cielo che gl’imperava

spogliarsi il gran manto. Ond’ei lasciollo, non ostanti le preghiere,

veraci del popolo di Napoli, infinte della corte. Per la possanza

di lei, indi a pochi dì, la vigilia del Natale del novantaquattro,

in Napoli fu rifatto pontefice il Gaetani; quel famoso Bonifacio

VIII, che salì da volpe, da lione regnò, e da cane morì, secondo la

sentenza profetica, foggiata da poi e data a Celestino, come se a lui

medesimo la dicesse nella prigione, ove per comando di Bonifacio fu

chiuso, e finì in poco tempo, non senza sospetti di morte violenta. Ed

or congiunto, scrive Speciale, il potere all’astuzia, si die’ tutto

Bonifacio a scior quell’inviluppato nodo della siciliana lite[117].

Oltremonti gli ambasciadori di Giacomo e di Francia, con la riputazion

del novello papa, ristringeansi un’altra volta a spianar gli ostacoli

rimasi tra loro[118]; Bonifazio serbò il più grave a sè stesso,

quasi per provarvi il suo ingegno. Avuti o richiesti, poco appresso

la esaltazion sua, legati di Federigo, che furono Manfredi Lancia

e Ruggiero Geremia, raccolseli umanamente il papa, li rimandò con

grandi promesse, e l’importanza della cosa maneggiar volle da sè con

Federigo; cui, non potendolo trar di Sicilia con forza, avean mostrato

per l’addietro la dignità di senatore di Roma o altra debol’esca; ma

Bonifazio pensò abbagliarlo profferendo una bella sposa e un impero.

Mandogli un suo cappellano con breve dato il venzette febbraio del

novantacinque, richiedendolo che venisse a corte di Roma con Giovanni

di Procida, Ruggier Loria, e i primi d’ogni siciliana città, muniti di

pien mandato de’ popoli. Portava i salvocondotti il medesimo nunzio.

Federigo, proponendosi obbedire, immantinenti alle città nostre ne

scrisse.

Il che è prova non dubbia della importanza che ritenea o ripigliava

in tal frangente l’elemento municipale e popolare, ristorato dalla

rivoluzione; il valor del quale d’altronde risplende assai nobilmente

nell’epistola, che il comune di Palermo drizzò a Federigo, e rincalzò

con la viva voce di tre inviati, Niccolò di Maida cavaliere, Pier

di Filippo, e Filippo di Carastone giudici. Ricordavasi all’infante

per queste lettere la romana corte qual fosse: il sommo Iddio aver

giudiccato tra lei e la Sicilia, con quella serie di strepitose

vittorie de’ pochi contro gli assai; tranquillasse gli agitati animi

de’ cittadini; non desse in questo laccio dell’andata al papa, onde

null’altro che danno incor gliene potrebbe[119]. Ma Federigo, com’è

timida l’ambizione di chi siede sull’alto, e ama piuttosto lasciarsi

raggirar dai potenti che fondare in su i popoli combattuta ma grande

fortuna, ostinossi all’andare. Montato sulla flotta con Procida che il

tirava alla via più ignobile, e con Loria, e molti altri rinomati nella

guerra o nei civili consigli, approdava negli stati della Chiesa sotto

il monte Circeo, poc’oltre il dì assegnato dal papa; e non trovando

Bonifazio, a lui andava a Velletri.

Atteggiossi allor Bonifazio a paternal carità. Inginocchiatosi dinanzi

a lui Federigo, il rialza, prendegli il capo con ambo le mani, il bacia

affettuosamente; e veggendolo balioso e svelto portar l’armatura,

prese a lusingarlo: «Gentil garzone, ben par che da fanciullo reggevi

quel duro peso.» Poi volto a Loria, senz’ira il domandò, s’ei fosse

quel nimico della Chiesa, noto per tante sanguinose battaglie; e Loria

a lui: «Padre, i papi il vollero!» Da queste accoglienze si passava

ai consigli. In pregio d’abbandonar la Sicilia, promesse il papa a

Federigo la giovane Caterina di Courtenay, figliuola di Filippo, in

titolo imperador d’Oriente; e con lei i dritti a quella dominazione,

e, per l’impresa del racquisto, aiuti di gente, e in quattro anni

centotrentamila once d’oro. E in ver sembra che Bonifazio s’appose; e

che il giovane allettato da grandi parole, e da beltà da lui non vista

con gli occhi, si piegava a lasciar in balìa de’ nemici quel popolo,

con cui era già entrato in legami più stretti che di vicario del

principe. Ma da cauto, volle termin breve all’adempimento de’ patti,

che fu il settembre vegnente[120]. Pien d’allegrezza tornò in Sicilia;

abboccatosi pria ad Ischia con Gilberto Cruyllas e Guglielmo Durford,

inviati di Giacomo[121]. A corte di Roma lasciò, o rimandò a praticare

per esso, Manfredi Lancia e Giovanni di Procida[122].

In questo modo parendo a Bonifazio avere in pugno Federigo e la

Sicilia, ultimava gli accordi. Tra i principi che v’ebber parte le due

forze venate a patti eran l’Aragona e la Francia. L’una di queste corti

possedea la Sicilia; l’altra il dritto su l’Aragona, com’or si confessò

aperto, messo da canto il nome del Valois[123]; e per questo la

Francia avea sparso tanto danaro e tanto sangue, sovvenuto a’ bisogni

di Giacomo re di Maiorca[124], ed or era tenuta a negoziare per lui.

Acquistava il papa una maggiore autorità; Carlo II, la Sicilia; Giacomo

d’Aragona, la pace e la vergogna; Giacomo di Maiorca, l’impunità alla

ribellione contro il fratello; Carlo di Valois, il baratto d’un vano

titolo con un picciol patrimonio[125]; e niente la Francia, fuorchè

l’onore di ristorar casa d’Angiò a tutta la dominazione ch’avea

avuto una volta. Convenuti diansi al papa in Anagni gli ambasciatori

d’Aragona, Napoli e Francia, a dì cinque giugno del novantacinque

rinnovavano i patti ratificati da Celestino; mutando sì i termini

della dedizione di Sicilia e Malta alla Chiesa, che fosse pronta; e

che a domar i popoli, essendone uopo, facesse Giacomo ogni piacimento

del papa. In cambio di ciò, s’era già fatta in mano del pontefice, la

rinuncia del Valois e del re di Francia a ogni dritto sopra Aragona.

Guadagnonne ancor Giacomo, che non fosse tenuto a rendere i trentamila

marchi d’argento, dati da Carlo ad Alfonso con le altre sicurtà al

tempo della sua liberazione; che Carlo, con la sua figliuola Bianca,

dessegli in dote centomila marchi. Guadagnonne per capitol segreto

la investitura di Corsica e di Sardegna, liberalmente donategli da

Bonifazio che non aveaci alcun dritto. Al perdono largheggiato pei

fatti della rivoluzione o della guerra siciliana, s’aggiunse quel

degli usciti da’ tempi di Carlo I, e che si godessero quantunque or

possedeano in Sicilia. Per un altro capitol segreto, Giacomo s’obbligò

a fornire forze navali agli stipendi di Francia contro Inghilterra.

La redintegrazione dello stato preso al re di Maiorca, instando

gli ambasciatori di Francia e non avendo gli Aragonesi autorità a

stipulare, differissi alquanto; ma poi si ultimò, come anco una lite di

confini tra Francia e Catalogna[126].

Ratificava Bonifazio a dì ventuno giugno; dispensava alla

consanguineità per le nozze tra Giacomo e Bianca; riconcedeva a re

Carlo le decime ecclesiastiche per lo racquisto dell’isola; e il dì di

san Giovanni, tra i riti del divin sagrifizio, promulgava in un con

la pace, scomunica a chi contrastassela. Per novelli sospetti ribadì

con più forti pene questi anatemi il dì ventisette giugno, poichè

furon ripartiti alla volta di Sicilia Lancia e Procida. Accomandò

loro un frate de’ predicatori, inviato a raffermar negl’intenti del

papa la regina Costanza; indirizzò a Federigo il novello arcivescovo

di Messina, con autorità di ribenedir l’isola e ultimare ogni cosa.

Ei medesimo scrive intanto a Caterina di Courtenay, aver promesso con

re Carlo la sua mano al valente Federigo; disponga, dicea il papa, la

mente e l’animo a queste nozze; ascolti i consigli dell’abate di san

Germano e d’un altro prelato, apposta a lei spacciati dalla paterna

cura del pontefice; e tosto si metta in viaggio per venirne in Italia

alle braccia dello sposo. Sollecitò anco Filippo il Bello a farsen

mezzano. E di tutte queste pratiche ragguagliava minutamente Federigo,

perchè sempre più inchinasse l’animo alla obbedienza e alla pace[127].

Volle infine indettare nel nuovo ordin di cose l’ammiraglio; il quale,

fatto ricchissimo e tra potente per concessioni de’ re aragonesi in

Sicilia e in Valenza, e propri acquisti di prede, riscatti, baratterie,

commerci, e per la gloria nelle armi, e per lo terrore di quell’animo

impetuoso, era forse il primo tra’ grandi che salvar poteano o

inabbissar la Sicilia in questo frangente[128]. Con costui dunque

trattando, prima in persona, poi per Bonifazio di Calamandrano, il

papa concedettegli in feudo della Chiesa l’isola delle Gerbe, ch’egli

acquistò con le armi di Sicilia, e or volea farne un nuovo principato

cristiano, o nido di corsali in levante, da potersi render formidabile

per la guerriera virtù dell’ammiraglio e de’ soldati dell’armata di

Sicilia, che a lui sarebbersi rannodati[129]. Da un lato dunque tiravan

Ruggiero i poderi in Ispagna, la sovranità delle Gerbe, la potentissima

lega che minaccerebbe la Sicilia resistente; dall’altro le sue facultà

in Sicilia, l’onor del suo nome, il tedio della pace, la cupidigia

di preda, l’amore a un popolo ch’era prode e per dodici anni avean

pugnato e vinto insieme, sopra ogni altro i fomiti dell’ambizióne; che,

s’ei non chiedeva il titolo, aspirava alla potenza di re di Sicilia,

e sapea che l’avrebbe rompendosi nuovamente la guerra, perch’ei

sarebbe principal sostegno di Federigo. Perciò l’ammiraglio ascoltava

le profferte di minore stato nella pace; ma era pronto a turbarla, e

accomunar le sue sorti con la Sicilia e Federigo.

Le sorti della Sicilia che pendeano sul precipizio, per tal abbandono

del re, del luogotenente, dell’ammiraglio, di tutti i grandi, poteano

tornar su per novello empito del popolo; ma ristorolle con men sangue

l’interesse di Filippo il Bello, o il caso, che spinse la giovane di

Courtenay a rifiutar le nozze di Federigo, rispondendo al papa, che

una principessa senza terra non dovesse maritarsi a un principe senza

terra. Ostinata resse Caterina alle repliche del papa[130]: e Federigo,

fatto accorto dell’inganno, tutto si volse a quelle ben più salde e

vicine speranze che gli offriva la Sicilia; dove, trapelando le nuove

de’ trattati, s’era con più furore ridesto il turbamento d’animi del

novantadue, per esser più certo e imminente il danno, e scorgersi la

perfidia che il dissimulò. Indi l’infante diessi a prendere il regno;

ma volea parere sforzato, ritenendol anco il sospetto della fazione

degli stranieri, mascherati di lealtà a Giacomo, e tradenti per turpe

guadagno il paese che li nudriva. Costoro, come aperti apparvero

gl’intendimenti di Federigo, la focosa volontà del Sicilian popolo,

diersi dapprima a gridare che la rinunzia del re fosse favola di

Federigo volto a usurpar la cotona. Per darsi riputazione, fecero lor

capo il solo che operava forse da coscienza e lealtà, Ramondo Alamanno

gran giustiziere; e si notavano inoltre i nomi del Procida, di Matteo

di Termini, di Manfredi Chiaramonte e di più altri. Vedendo tornar vane

le arti, ai chiusero in lor castella, minacciando già la guerra civile.

La regina Costanza l’ovviò col ripiego, che novelli oratori si

deputassero in Catalogna a intender la mente di Giacomo; dondechè

adunato un parlamento, questo elesse Cataldo Rosso, Santoro Bisalà, e

Ugone Talach[131]; e nel medesimo tempo Federigo, vedendo ormai vane

le coperte vie, s’ingaggiò in parlamentò co’ patriotti, che svelerebbe

ad essi quantunque risapesse de’ trattati di Giacomo coi nemici.

Lasciò dunque coloro che si dicean leali, chiusi dalle lor mura e

dall’universale sdegno del popolo; ed egli, con nome ancor di vicario e

opere maggiori, andò in giro per tutta l’isola, ad accrescersi parte e

riputazione, con opportune riforme, amministrazion vigilante, e volto

benigno[132]. Giunser gli oratori siciliani in Catalogna, quando

ratificati già dalle corti i capitoli della pace, re Carlo e il legato

pontificio con la sposa veniano a Perpignano e Peralada, e Giacomo si

facea loro all’incontro per Girona e Villa Bertram; i quai luoghi,

straziati d’ogni più atroce eccesso nella guerra, or s’allegravano

per lusso de’ grandi venuti al seguito de’ due re, e per frequenza di

plebe che festevole ne venia chiamando Bianca «Regina della santa pace»

e anelando lo scioglimento degli anatemi di Roma[133]. Il ventinove

ottobre a Villa Bertram, sendo poche miglia discosto il corteo della

sposa, raggiunser Giacomo i nostri legati: pallidi e severi gli si

apprestarono a sconfonderlo tra tanta allegrezza, dinanzi tutti i

nobili del reame. Esposta la domanda del sicilian parlamento, il re

senza vergogna confessava il trattato. A che Cataldo Rosso: «O voi,

sclamò, o voi passaggieri, sostate; oh dite se v’ha duolo ch’agguagli

il duol mio[134]!» e dopo tal biblica lamentazione, in un coi compagni

e i famigliar! della siciliana ambasceria, stracciaronsi i panni

indosso, ruppero a dimostrazioni d’angoscia disperata, e a Giacomo

gridavano: «Non più udita crudeltà, che un re desse leali sudditi a

straziare a’ nimici!» Ma poich’ebbero così aggravato il biasimo del

principe, ricomposti a dignità ed alterezza, protestarongli in piena

corte: come la Sicilia abbandonata, disdicea tutti i dritti di lui

alla corona; scioglieasi da ogni giuramento, fede ed omaggio; si

tenea libera a prendere qual governo più bramasse. Fu forza al re

quella protestazione accettare; e ne voller diploma gli ambasciadori,

e l’ebbero. Lo stesso dì, vestiti a bruno, volgean le spalle

all’infida corte straniera. Ma pria Giacomo ebbe fronte a dir loro,

ch’accomandava ai Siciliani la madre e la sorella. «Di Federigo nulla

parlo, aggiugnea, perch’è cavaliere, e ciò che fare ei sel sa, e voi il

sapete anco.» Almen così Federigo propalò poi in Sicilia. Incontraron

gli ambasciadori, sciogliendo per l’isola, fierissima fortuna di mare,

che dilungò il ritorno, e ’l tolse a Santoro Bisalà, sbalzato sulle

costiere di Provenza, e tenutovi prigione finchè nol ricattarono i suoi

Messinesi concittadini[135]. E in Catalogna il trenta ottobre Giacomo

fu ribenedetto dal legato pontificio, egli e ’l reame; bandì nelle

adunate corti d’Aragona il fine della gran lite di Sicilia; lo stesso

dì Carlo II a lui e alla madre e a Federigo e a Piero con tutta lor

baronia e amistà rimettea le offese fatte, le robe occupate a sè ed a

suoi ne travagli della guerra. La dimane, portatosi Giacomo a Figueras,

rese a Carlo i tre figliuoli e gli altri statichi; tolse la sposa; e

celebrò le nozze il primo novembre[136].

Ansiosi in questo tempo pendeano tutti gli animi in Sicilia. Ma

alla prima certezza di quelle nuove, ed anzi che tornassero gli

ambasciadori, Federigo, sostando d’un tratto dal viaggio per val

di Mazara, adunò in Palermo conti, baroni, cavalieri, e i sindichi

delle città di qua dal Salso: ai quali, come per tener le promesse

di Milazzo, palesava la non dubbia cessione dell’isola; la compiuta

pace; la risposta a’ legati. Allora il fatto, soprattenuto per salvar

le apparenze, pieno si consumò. Il parlamento di Palermo, a dì undici

dicembre, ritirò la rivoluzione a’ suoi principi con esaltare a una

voce Federigo; ma, da riverenza all’universal voto della nazione,

il chiamò solamente signor dell’isola, volendo più solenni comizi

per dargli nome di re; onde disse generale adunata in Catania il dì

quindici gennaio, e che non solamente i sindichi vi si trovassero, ma

giusto numero dei primi d’ogni terra e città, per facultà, sapienza e

riputazione, con pien mandato a partecipare in quel principalissim’atto

di sovranità. Federigo protestando la santità della causa, e affidarsi

in Dio e nei Siciliani, accettò il dominio; si votò con persona e

facultà a difenderli. Cominciava allora a intitolarsi signor di

Sicilia. Il dì appresso promulgava unitamente le novelle di fuori, le

recenti deliberazioni, e richiedea le municipalità di sceglier tosto i

deputati al parlamento di Catania[137].

In questo generale assentimento fu agevole ridurre i baroni recatisi

in parte. A Ramondo Alamanno, afforzatosi nel castel di Caltanissetta,

andavano Ruggier Loria e Vinciguerra Palizzi, con molti altri grandi

del regno; ed ei cominciando a mostrar l’animo con liete accoglienze,

sincerato della rinunzia, piegossi, e tutti gli altri con esso[138].

Poco stante venner ordini di Giacomo, che richiamava di Sicilia i

Catalani, e gli Aragonesi, e comandava l’abbandono delle fortezze;

compiuto a nome del re dall’Alamanno e da Berengario Villaragut, con

questo rito, che gli uficiali, fattisi alla porta, gridavan alto tre

fiate: se fossevi alcuno che prendesse la fortezza per la santa romana

Chiesa? e niun rispondendo, si ritraeano col presidio, lasciavano

schiuse le porte, appese le chiavi; e le municipalità incontanente se

n’insignorivano a nome di Federigo[139]. Tornarono in patria quelli

e altri cavalieri spagnuoli. Molti altri restarono in Sicilia a

seguir la fortuna di Federigo; tra i quali eran primi Ugone degli

Empuri e Blasco Alagona, che dopo la rinunzia di Giacomo, era fuggito

dalla sua corte: e altri nobili avventurieri aspettavansi di Spagna,

a dispetto anco di Giacomo, che secondo il dritto pubblico di quel

reame non potea lor vietare che militassero per cui lor piacesse. Così

Blasco, confortando i suoi compagni, ricordava che lor nazione, libera

sopra ogni altra ch’avesse re, non ubbidiva a voler di principe, ma

a giustizia e ragione. Filavan indi il creduto testamento di Pietro,

l’espresso d’Alfonso; che Giacomo potea risegnare alla Chiesa il

proprio diritto al reame di Sicilia, non già l’altrui; che ben se

insignoriva Federigo[140]. Con questi argomenti mal colorivano di

legittimità quel reggimento per sè legittimissimo. Nè badavano che per

dritto di successione potea il trono appartenere alla sola Costanza; e

che nè Piero, nè Giacomo altrimenti v’ascesero, che, come or Federigo,

per la elezione del popolo.

E già la Sicilia a questo solenne atto metteva il suggello, ad

onta della romana corte, di Napoli, Francia, e Aragona, contro

lei congiurati. Il dì quindici gennaio milledugentonovantasei,

nella cattedral chiesa di Catania, s’assembrarono frequentissimi i

rappresentanti della nazione, con quanti nobili catalani e aragonesi

sperassero ventura qui, più che in lor patria. Ruggier Loria primo

parlò; poi Vinciguerra Palizzi, prestante per forza d’ingegno e di

parola; e seguendoli ogni altro, d’un accordo gridavano re Federigo;

decretavano si fornisse la coronazione in Palermo[141]. Fu secondo

di questo nome in Sicilia; ma s’intitolò terzo, per esser terzo de’

figliuoli di Pietro, o dei reali d’Aragona qui dominanti, o per errore

diplomatico piuttosto, credendosi secondo di Sicilia Federigo lo Svevo,

che fu secondo degl’imperadori, primo tra nostri re[142].

Ma come Bonifazio riseppe que’ primi passi del parlamento di Palermo,

non essendo in punto a usar la forza, non lasciava intentato alcun

mezzo di frode. A Federigo scrisse il due gennaio, ricordando le

pratiche dell’anno innanzi, la sollecitudine a trovargli terreno e

sposa; che negava Caterina, ma non resisterebbe a nuovi preghi; e

sì richiedealo, e lo scongiurava con ogni più efficace parola, che

desistesse dalla usurpazione del regno. Al medesimo effetto ammonì la

regina Costanza. Lo stesso dì «ai Palermitani e agli altri Siciliani»

drizzò un breve pien di mansuetudine: come la romana Chiesa, or che

Giacomo le avea risegnato questa bella Sicilia, volea consolar le sue

afflizioni, fare il ben pubblico, governarla dassè per un cardinale;

vedessero i Siciliani tra’ fratelli del sacro collegio qual più lor

fosse a talento, quello il sommo pontefice manderebbe. E con tali

missioni inviò il vescovo d’Urgel, e quel Bonifazio Calamandrano, che

da quattro anni correa per tutta Europa in questi maneggi, come li

chiamavan, di pace. Facean assegnamento altresì sulla fazion d’Alamanno

e di Procida, non sapendola per anco spenta: e con tali speranze

il Calamandrano a Messina approdò, poco innanzi o poco appresso il

parlamento di Catania[143]. Il pratico negoziatore parlava ai cittadini

di maravigliose prosperità lor preparate dal papa, ingeriasi, brigava;

alfin vedendo grossa la piena per Federigo, tentò l’ultimo argomento,

mostrando pergamene bianche col suggello della corte di Roma; dicea,

consultassero i Siciliani tra loro, e assoluzioni, perdonanze,

immunità, franchige, dritti, usanze, patti, quantunque vorranno,

ei scrìverà sulle pergamene, assentiralli il sommo pontefice. Ma i

Messinesi, non che dar dentro la grossolana rete, sen beffavano;

rincalzati da Loria, da Palizzi, e dagli altri primi. E Pietro

Ansalone, prudente e ornato dicitore, al Calamandrano ne andò senza

molte parole. «Sappi, gli disse, che i Siciliani non ubbidiranno a

dominazione straniera; sappi che vogliono Federigo per loro re: e vedi

qui! (aggiunse sguainandola spada) i Siciliani da questa aspettan la

pace, non dalle tue carte bugiarde! Sgombra su dalla Sicilia, se morir

non ami!» Il Calamandrano, scrive Speciale, incontrar non volle il

martirio per servire a mondane ambizione. Tornato a Bonifazio, il fe’

certo non restare altra speranza che nelle armi[144].

La guerra del Vespro Siciliano vol. 2 Un periodo delle storie Siciliane del secolo XIII · 第 29 / 104 题