CAPITOLO XV.

Coronazione di Federigo II di Sicilia. Novelle costituzioni, per le

quali è ridotta nel parlamento gran parte della sovranità. Federigo

porta la guerra in Calabria, Principi della discordia tra il re e

Loria. Presa dì Cotrone; fazioni in Terra d’Otranto; combattimento del

ponte di Brindisi. Papa Bonifazlo spinge Giacomo contro 11 fratello.

Ambasceria di Giacomo. Parlamento di Piazza. Battaglia di Ischia.

Viene Giacomo a Roma. Chiama a sè Loria. Ribellion di costui da

Federigo. La regina Costanza il porta via di Sicilia, con Giovanni di

Procida. Primavera del 1296 alla primavera del 1297.

D’ogni luogo di Sicilia cavalcavano alla volte di Palermo, all’entrar

di primavera, gli ottimati ecclesiastici e civili, i sindichi delle

città, e insieme privati borghesi, e plebe, e vassalli, con frequenza

non più vista, per trovarsi a quel nuov’atto di libertà, la coronazione

di Federigo. Indi la sera innanzi la pasqua di resurrezione, erano

sparse di mirto le vie della capitale, i portici, i tempî, i palagi

parati in mille bizzarre guise a drappi di seta e oro; le luminarie

davan chiaro di giorno per le contrade; la cattedrale, festeggiandosi

il vespro del sacro dì, ardea dal baglior d’infiniti torchi di cera,

grandi, scrive Speciale, al par di colonne; il fracasso di trombe,

corni, taballi, come simbol della guerra soverchiante i diletti della

pace, vinceva l’armonia de’ più dolci stromenti, e i lieti canti del

popolo, che tutta spese in tai sollazzi la notte. Al nuovo dì che

fu il venticinque marzo milledugentonovantasei, nella cattedrale fu

unto e coronato re di Sicilia Federigo; ricondotto al palagio tra

plausi non comuni, a cavallo, con vestimenta regie, diadema in capo,

scettro alla man sinistra, pomo alla dritta. Ei stesso armò cavalieri

meglio che trecento giovani di nobil sangue; creò conti; die’ feudi

ed ufici: fatti Ruggier Loria grand’ammiraglio; Corrado Lancia gran

cancelliere, in iscambio del Procida; capitani dell’esercito Blasco

Magona, frate Arnaldo de Poncio disertor di Calabria, Guglielmo di

Casigliano e altri provati combattenti. Si passò ai giochi pubblici,

adatti al secolo e al guerresco atteggiamento del paese, cavalcare,

trarre al segno, giostrare; al palagio tennersi mense imbandite a

chiunque, Così per due settimane si tripudiava[145]. In quel tempo,

forse in quel primo brio, e con l’alacrità di chi avea gittato il dado

a grande impresa, detta Federigo una poesia provenzale, indirizzata

al suo fedel Ugone degli Empuri, che gli rispose nello stesso metro e

rima: e i versi d’entrambi attestano con qual franco animo il giovin

re andava incontro alla guerra; come fidava nella nazion siciliana;

sperava negli aiuti degli avventurieri spagnuoli; e sospettava del re

d’Aragona, dubbioso tra gl’interessi di famiglia che ’l tiravano a

favorir Federigo, e le profferte e minacce de’ nemici che spingeanlo

dal lato opposto. Federigo sfidava quasi gli uomini e la fortuna a

trarlo giù dal trono, se potessero: Ugone par che credesse più nel

coraggio, che nella capacità e nella mente del nuovo principe: ambo

i componimenti, se non han pregio di poesia, servono alla istoria,

perchè fedelmente dipingono l’animo di Federigo e le sue condizioni

politiche[146]. S’innovò insieme la costituzione dello stato. Avean

Pietro e Giacomo ristorato le buone leggi normanne, riformato abusi,

temperato gravezze; ma Federigo, consigliato o sforzato da’ tempi,

passò a sviluppare, ben oltre il confine normanno e svevo, i dritti

politici della nazione, in guisa che, se non mutaronsi i nomi, si

vantaggiò tanto negli ordini pubblici, da restar alla Sicilia premio

non indegno del vespro. Nel proemio delle costituzioni, promettea

Federigo, e non a ludibrio, di osservar la giustizia e liberalità

comandate dall’Onnipotente ai re della terra. La colpa di Giacomo,

gl’incerti passi ch’ei medesimo, Federigo, già diede con Bonifazio

dopo essersi indettato co’ Siciliani, or lo strinsero a sacramentare

su la sua fede e ’l terribil giudizio di Dio, che manterrebbe a tutto

potere il presente stato della Sicilia; nè cupidigia di nuovo acquisto,

nè altra ragione lo spunterebbe dalla difesa; nè farebbesi a domandar

dalla romana sede scioglimento da cotali promesse, com’era pessima

usanza di quell’età. A guarentigia di ciò, si strinse Federigo d’un

altro vincol più duro: che nè con la Chiesa romana, nè con altri

potentati, farebbe unquemai lega, pace, guerra, se nol consentisse la

nazione. Slmilmente partì co’ rappresentanti della nazione il poter

legislativo. Stanziò, che s’adunasse ciascun anno il dì d’Ognissanti

generale parlamento de’ conti, baroni, e sindichi de’ comuni (nè qui

si fa menzione di prelati), che insieme col re provvedessero alla cosa

pubblica; e il re fosse tenuto, come ogni altro, dalle leggi decretate

col parlamento. Data a questo la censura su i magistrati e uficiali

pubblici; e che i sindichi accusassero, tutto il parlamento punisse.

Tutto il parlamento, non esclusi i sindichi delle città, ebbe la scelta

annuale di quella che noi diremmo alta corte de’ pari, cioè di dodici

nobili siciliani, che giudicassero inappellabilmente, indipendenti

da ogni altro magistrato, le cause criminali de’ baroni; importante

privilegio de’ tempi normanni, ristorato or che montava l’autorità de’

nobili e del parlamento.

Confermò Federigo largamente le franchezze e privilegi degli Svevi

e de’ suoi predecessori aragonesi, con ciò che nei casi dubbi

s’interpretassero a favor dei soggetti. Nè terminò quest’ordine di

leggi politiche, senza riforma in quelle sopra i delitti di maestà,

ch’a gran pezza dipendono dalle politiche, e secondo l’indole del

reggimento, or portan mite freno, or cieca ed efferata vendetta.

Ondechè fu tolta a’ privati l’accusa di fellonia; riserbata al

principe; lasciata ai rei la scelta del giudizio, come lor fosse

a grado, secondo il dritto comune, le costituzioni dell’imperador

Federigo, o le usanze larghissime di Barcellona. Volle il re in

fine, che su i beni confiscati per alto tradimento, si rendesse alle

mogli quanto lor dava la civil ragione, o ad esse e alle figliuole

si porgessero sussidi per vivere. E intendendo nel principio del suo

regno a cancellar ogni ombra di parte, vietò severamente le parole di

fellone, guelfo, o ferracano, divenute ingiurie in questo tempo, in cui

l’opinione pubblica e gl’intendimenti del governo non discostavansi un

passo. Fu questo il primo libro delle costituzioni di Federigo[147].

Contengonsi nel secondo poche riforme di abusi su l’amministrazione

della giustizia[148], perchè Giacomo ci avea provveduto appieno;

ma notevol è lo statuto, che fossero Siciliani, nobili, e ricchi,

da scambiarsi in ogni anno, e stipendiati dall’erario, i quattro

giustizieri, deputati a conoscer le cause criminali per tutta l’isola,

fuorchè in Palermo e Messina, che avean privilegio di speciali

magistrati[149]. Sonvi ancora statuti ch’or diremmo di polizia, tra i

quali si legge l’ordinamento de’ sortieri, ossia guardia cittadina,

ne’ comuni demaniali, e che fosse multato d’un agostal d’oro tutt’uomo

trovato per le strade senza lume, appresso il terzo tocco della

campana[150]. Si diè maggior passo in altra parte d’amministrazione

civile, decretando l’unità di peso e misura, se non per tutto il

reame, ben in ciascuna delle due regioni in cui divideasi la Sicilia,

a levante e a ponente del Salso[151]; e che nella prima si adoprassero

il tumolo di Siracusa e il quintal di Messina; nella seconda que’

di Palermo[152]. Quanto innanzi sentivano in economia pubblica i

Siciliani di quel tempo, si scorge altresì dalla legge ch’obbligò le

chiese a vendere o concedere ad enfiteusi, entro un anno, i poderi ad

esse pervenuti per lasciti o quantunque altro modo; talchè la incuria

delle mani morte, come si chiamano, non nocesse all’industria del

paese. Gli ecclesiastici, su i beni di lor patrimonio privato, andaron

soggetti, come ogni altro cittadino, alle pubbliche gravezze: e si pose

più giusta proporzione tra i contribuenti delle collette in ciascun

municipio, che altra riforma non restava, dopo quella di Giacomo,

nell’ordinamento delle entrate pubbliche[153]. S’aggiunse che gli

uficiali dell’erario fosser tutti Siciliani, capaci, e obbligati ad

esercitar gli ufici in persona: e stabilironsi i modi e i tempi in cui

rendessero ragione di lor portamenti[154].

Ma volgendosi nel terzo libro alla feudalità, s’ingaggiava a

riconcedere i feudi che fossero caduti nel demanio regio; e più

gratificava a’ baroni derogando alle leggi dell’imperator Federigo,

anzi a tutt’ordine feudale, col permetter che si alienassero i feudi,

pagata sì la decima al fisco, con lievi altre condizioni. Confermò,

anzi estese alquanto, i capitoli di Giacomo per la successione de’

collaterali, e i discreti termini del militar servigio; migliorò le

condizioni de’ marinai dell’armata[155]. Ebbe dunque la nazione,

dritto di pace e di guerra e di dar leggi, moderate gravezze, più

spedita e benigna amministrazione di giustizia, sicurezza pubblica,

favore a’ commerci e alla agricoltura: nè merita poca lode, secondo i

tempi, quella legge dell’alienazione de’ feudi, che, qualunque fosse

stato il suo scopo, rendea più libere le proprietà. Federigo giurò

solennemente l’osservanza di queste costituzioni; dienne perpetuo

attestato nell’ultimo capitolo. Poco appresso confermava ai Catalani

mercatanti in Sicilia i tre privilegi di Giacomo; rendea comuni a tutti

sudditi spagnuoli del fratello que’ dati specialmente ai cittadini di

Barcellona. Talmentechè è una mirabile somiglianza tra i primordi

delle due dominazioni di Giacomo e di Federigo, per trovarsi ambo nelle

medesime necessità in Sicilia, e sperar dall’interesse privato dei

sudditi in Aragona, gli aiuti che quindi lor contrastava l’interesse

del re[156].

Poi si volse Federigo alia guerra. Tenne in Palermo l’ultima

adunanza di quel parlamento; ove sedendo gli ottimati a destra e a

manca del trono, a fronte i sindichi de’ comuni, il re con modesta

parola, chiamando ogni suo potere da Dio, aringava; conchiudendo

che rimbaldanziti i nimici, strignenti d’assedio Rocca Imperiale in

Calabria, era uopo incalzarli per ogni luogo in terraferma; per pochi

giorni più che si sudasse sotto le armi, i Siciliani asseguirebber

premio di ferma pace; ei già li vedea azzuffantisi, vittoriosi,

bagnati di novello sangue nemico. I quali detti fur tanto ne’ commossi

animi, che non aspettato il fine, non serbato ordine o modo, prorupper

tutti in un grido di: «Guerra al nemico, guerra per la libertà;»

e deliberossi per acclamazione. Il popolo applaudendo con maggior

foga, chiedeva le armi; agguerrito, non stanco in quattordici anni di

guerra[157].

Cavalcando il re per Messina, lo stesso amore il festeggiò a Polizzi,

Nicosia, Randazzo, e per ogni luogo; e più a Messina, gareggiante con

Palermo, allor solo in virtù. Quivi per lungo tratto fuor la città si

faceano incontro al principe, con bandiere e pennoncelli e signorile

abbigliamento, gli uomini di legge, onoratissimi in quel culto popolo;

i nobili vestiti di seta, su cavalli ricoperti a drappi di oro; il

clero venia salmeggiando; più presso alla città si trovaron brigate

di matrone e donzelle, ricchissime di vesti, di gemme, di profumi

orientali. Entrò Federigo per le strade parate e sparse di fiori; sotto

un pallio portato da nobili uomini; precedendo un araldo che gridava le

sue lodi; rispondendo il corteggio e il popolo; e gli stessi bambini,

dice lo Speciale, facendo plauso in braccio alle madri. Smontato

al palagio, la madre, la sorella che sì l’amava, la prima volta il

salutarono re. Confermò ai cittadini messinesi la libertà di mercatare

per tutta la Sicilia portando o traendo derrate, ch’era gran privilegio

tra’ sistemi proibitivi di quell’età, e loro l’avea dato l’imperador

Federigo, l’ultim’anno del secol duodecimo[158]. Loria allestì l’armata

con mirabile prestezza in quest’alacrità della nazione. Nè andò

guari che il re, spiegando la prima volta in guerra, l’insegna delle

sveve aquile nere in campo bianco inquartate con l’addogato giallo e

vermiglio di casa d’Aragona, passò lo stretto, con fortissim’oste,

e fu accolto in giubilo a Reggio[159]. Perchè questa e altre città

di Calabria eran rimase in fede della nazione siciliana, non ostanti

gli ordini di Giacomo. Più se ne eran perdute; a ridur le quali non

bastava, per aver poche genti, il pro Blasco Alagona; ma le tenea in

sospetto, e stringeva Squillaci.

Su questa marciò dunque Federigo, poich’ebbe fatta la massa a Reggio. E

al primo scorger la postura di Squillaci, domanda s’abbia altre acque

che delle due riviere a pie del colle; e sapendo che no, fatte venir

le genti dell’armata, le sparge sulla ripida costa che dalla città

pende sul fiume, occupa intorno tutti i passi. Dondechè i terrazzani

sitibondi, brucianti, che guardavan dall’alto la limpida corrente

del rivo, e lor era vietata, disperatamente uscirono ad azzuffarsi

co’ nostri; ma rotti da Matteo di Termini, e rincacciati entro le

mura, per non trovare altro scampo al morir dalla sete, s’arresero a

Federigo[160]. Lasciata Squillaci, ei sostò alquanto presso Rocchella,

per deliberare i movimenti della guerra contro il conte Pietro Ruffo,

che s’era afforzato in Catanzaro, ubbidito alsì da tutta la provincia.

Quivi s’accese tra i nostri capitani una lagrimevole discordia.

Perchè Ruggier Loria, grandissimo di fama, d’avere e d’orgoglio,

pensava troppo d’essere primo o solo sostegno del nuovo principato:

e allettandolo le arti di Giacomo e de’ nemici, che profferian alto

stato a lui e a Giovanni di Procida e a tutt’altri stranieri gittatisi

nella siciliana rivoluzione, tanto teneva ormai l’ammiraglio per

Federigo, quanto questi e ’l reame di Sicilia si reggessero del tutto

a sua posta. Per le medesime cagioni gli altri baroni, valenti anco

in guerra, invidiavan profondamente l’ammiraglio, ed eran più grati

a Federigo. A questi umori non mancò presta occasione. Volea il re

oppugnar Catanzaro, avvisando che con essa cadrebbe tutto il paese:

Loria, al contrario, congiunto di sangue col conte, lo dipingea

fortissimo; però si lasciasse stare, s’occupasser le altre facili

terre, Catanzaro si avrebbe per fame. In tal disparere, gli altri

capitani non osavano in consiglio dir contro Ruggiero, perchè non li

conficcasse di rimbrotti in qualche sinistro; non voleano lasciar

passare non malignata la sua sentenza; ma con gesti e mormorar tra i

denti, fean peggio che con parole. Federigo colse il cenno, e risoluto

comandò di marciare su Catanzaro; l’ammiraglio apprestasse le macchine

per lo assedio. Ed egli tacque e ubbidì.

Messo il campo al castello, parve a Federigo assaltarlo dal Iato ov’era

fabbricato sul piano; e volendo colmar di tronchi e fascine il fosso,

con molto ardore egli stesso conducea le genti al vicin bosco; di sua

mano dava con la scure per gli alberi; talchè fornita l’opera in poche

ore, grande massa di legname si ammontò sullo spalto. S’udiron tutta

notte squillar di qua e di là le trombe; stettero in arme gli assediati

per timore, i nostri per impazienza del saccheggio, che promettea il

re. Al far dell’alba, appena dato il segno, appianato in un attimo

il fosso, le genti di mare leste scalavano. Ma un dispettoso comando

le arrestò. Il conte, con l’acqua alla gola, chiama l’ammiraglio,

mescolatosi, com’ei solea, tra i combattenti; gli offre darsi a patti,

raccomandandosi a lui per lo comun sangue: e l’ammiraglio, fattogli

cenno a tacersi, che non udissero i soldati, comandò di far alto, prima

a suon di tromba, poi con voce e minacce egli stesso, galoppando qua

e là sotto i muri; perchè i nostri, per tener già la vittoria, non

sapeano spiccarsene. Corse indi Loria al re; n’ebbe una prima ripulsa,

ma non restandosi per questo, e tirando seco altri baroni, tanto disse

che, fremendone tutta l’oste, impetrò alfine l’accordo: si rendesser

Catanzaro e le altre terre della contea, non avendo soccorso dal re di

Napoli tra dì quaranta. Con giuramento e statichi il conte ratificò.

Entrò nella tregua tutta la Terra Giordana, fuorchè Sanseverina,

renduta ostinatissima alla difesa dall’arcivescovo, per nome Lucifero,

che per lo suo gregge, Speciale dice, si giocava l’anima; e non ostia,

ma umani corpi, non mistico vino, ma uman sangue offriva al Cielo.

Federigo accampossi, per l’amenità del luogo, sotto Cotrone, ingaggiata

dall’ammiraglio ne’ medesimi patti di Catanzaro[161]. E tenendo

appresso di sè dodici galee, mandò l’ammiraglio col rimagnente della

flotta e trecento cavalli su’ confini di Basilicata, a sovvenire Rocca

Imperiale, duramente battuta dal conte Giovanni di Monforte[162].

Col solito ardire quivi sbarcò Ruggiero; avvicinossi al campo nemico;

poi, accozzate le forze con frate Arnaldo de Poncio, prior di

Sant’Eufemia, che combattea in quelle regioni per parte aragonese,

vittovagliarono la rocca una notte, con sacchi di grano portati in

groppa da’ cavalli, in ispalla da’ pedoni, in improvvisa fazione sugli

assedianti. Di lì l’ammiraglio percote d’un altro assalto Policoro,

presso alla foce dell’Acri; vi prende i viveri dell’oste di Monforte,

e cento cavalli che stavano a guardia. E tornavane al campo di Cotrone

tutto lieto, se un caso non facea divampar tra lui e il re la rattenuta

ira[163].

Perchè durante la tregua, i terrazzani di Cotrone, venuti un dì alle

mani co’ Francesi del presidio per private cagioni, e avutone il

peggio, chiaman soccorso dal nostro campo, di là ov’era attendata la

fiera gente delle galee; la quale, rapite in furia quelle armi che il

caso offrì, salta dentro, rinnova la zuffa, e rifuggendosi i Francesi

nel castello per postura fortissimo, entravi rinfusa con essi, pone

ogni cosa a sacco ed a sangue. Intanto levandosi il romore nel campo,

Federigo che meriggiava, desto dal sonno, così com’era senz’arnese,

afferrata una mazza, lanciossi a cavallo, spronò al castello; e il

trovò sforzato, e i suoi ch’uscivano col bottino. Ond’ei crucciosamente

proruppe a rampognarli della rotta fede, nè si ritenne dal trucidar

di sua mano i men presti a fuggirgli dinanzi. Poi comandò fosse resa

tutta la preda; pagato dalla cassa regia ciò che non si rinvenisse;

dati due prigioni, francesi per ognuno morto nella mischia: e fe’

scusa della tregua violata, ma non rendè la fortezza. Fe’ imbarcare

il capitano francese, Pietro Rigibal, con tutto l’avere de’ suoi, e

lettere drizzate all’ammiraglio, narrandoli il successo, e commettendo

ch’avviasse Rigibal coi renduti prigioni al re di Napoli, poichè altra

riparazione non restava.

Ma l’ammiraglio all’intendere il caso, infellonito diessi a gridare:

«Son io, son io la cagione!» e affrettatosi al campo, assai

superbamente parlava a Federigo, delle sue geste, dell’incontaminata

fede guerreggiando fin co’ barbari e gl’infedeli; questa esser macchia

incancellabile sul suo nome. «Mai più, conchiuse, mai più non sarò

ludibrio di chi sta e susurra perfidi consigli agli orecchi del re.

A man giunte, dalla rocca di Castiglione, vedrommi il fine di questa

guerra. E tempo verrà che i ribaldi calunnianti or me in corte,

tremeranno in faccia al pericolo.» Federigo, contenendosi appena, con

un sogghigno gli rispondea: non ricantasse que’ servigi, noti e pagati

a soperchio: essersi fermati a nome del re i patti di Cotrone, al re

toccava mantener la sua fede; e a tutta possa aveal fatto; ma non

saper soffrire l’orgoglio; andasse pur via dall’oste a sua voglia: e

montato a cavallo, il piantò. Corrado Lancia, fidatissimo di Federigo,

cognato dell’ammiraglio, tramezzatosi a riconciliarli, salvò almen le

apparenze. Sì che per questa volta l’uno e l’altro si davano a sfogar

sopra i nimici gli animi grossi e tempestosi[164].

Prosperamente avanzavano in terraferma le armi nostre. Avuti i

messaggi del conte di Catanzaro, re Carlo, esausto di danari, dopo

molta deliberazione, avvisò munir le città marittime di Puglia,

senza affaticarsi a impotenti aiuti nelle Calabrie; onde scorsi i dì

quaranta, vennero in poter di Federigo tutta la contea di Catanzaro e

la Terra Giordana. Il re con l’esercito, Loria con l’armata, venuti in

questo sopra il conte di Monforte, lo fean levare dall’assedio di Rocca

Imperiale. Poi l’uno, cavalcando ambo le Calabrie vittorioso, piegò

agli accordi il feroce arcivescovo di Sanseverina; occupò, dato il

guasto al contado, Rossano fortissima di sito, e le terre d’attorno; e

inanimito da’ successi, minacciava le province di sopra. L’ammiraglio,

valicato il golfo di Taranto, assaltava Terra d’Otranto. Dapprima

innoltratosi sull’asciutto fino a Lecce, d’improvviso assalto di notte,

la sorprese e depredò. Rientrato in nave, presentasi ad Otranto;

senza fatica se n’insignorisce, mentre gl’irresoluti cittadini nè

difendeansi, nè venieno a’ patti; e perchè gli parve comodo il porto,

la rafforzò di torri e di mura, lasciovvi tre galee e scelta gente di

presidio[165]. Dopo ciò tentava un colpo su Brindisi.

Ma perchè vel prevennero secento cavalli francesi, Ruggiero, posti

in terra i suoi, trinceossi alla Rosèa con pali e corde intorno, a

sua usanza; e non potendo assaltar la città, dava il guasto al paese.

Avvenne un dì, che conducendo egli stesso la cavalcata infino al ponte

di Brindisi, i fanti che ’l seguiano, spinsersi oltre il fiume in cerca

di verzure e più limpid’acque, in un luogo che l’ammiraglio non tardò a

riconoscer atto ad insidie: ond’ei sopra un ronzino corse lor dietro,

gridando che tornassero. Ed ecco una torma di cavalli francesi,

uscita dall’agguato, a corsa drizzarsi al ponte. Voltò la briglia

Ruggiero; a mala pena guadagnò il ponte; gridò che gli recassero il

suo destrier di battaglia; e ansando facea montare gli uomini d’arme:

perchè nella difesa del ponte stava la salvezza de’ suoi, sparsi e

pochi incontro al grosso stuolo nimico. Già il capitano, Goffredo di

Joinville, con un altro nobil guerriero, trasvolavan oltre l’arco

di mezzo; eran perduti i nostri, se Peregrino da Patti e Guglielmo

Palotta, cavalieri siciliani, non si gittavan soli sul ponte. Costoro

a’ due Francesi fecer testa, indi a tutta la torma accalcatasi allo

stretto varco: bagnati di sangue da capo a piè, coperti di ferite,

tennero il ponte finchè l’ammiraglio sopravvenne co’ suoi, gridando:

«Loria, alla riscossa!» Allora si strinse più aspra la zuffa. Sotto i

colpi delle spade e delle mazze volavano, scrive Speciale, in pezzi le

armature; fronte con fronte, petto con petto, cozzavano i guerrieri.

L’ammiraglio e Joinville per caso affrontansi: e alza questi la mazza

per ferire; Ruggiero al tempo, gli vibra una punta tra corazza ed elmo;

ondechè il Francese, avvampando di vendicarsi, immerge gli sproni

ne’ fianchi del cavallo per gittarlo addosso al nemico; e gittossi a

morte, perchè l’agil animale, spiccato un salto, precipitava giù dal

ponte. Nè finì la tenzone a questo; dura e ostinata si travagliò,

finchè i balestrieri siciliani, bersagliando la massa de’ nemici

serrata sul ponte, laceraronla, diradaronla e volserla in fuga. Molti,

fitti nella melma del fiume, restarono uccisi o prigioni; i fuggitivi

non inseguì Loria co’ suoi, laceri e ansanti poco men che i nimici,

per la disuguale battaglia. Indi non s’ebbe dalla vittoria altro

frutto[166]. Ma la virtù di Peregrino da Patti e di Guglielmo Palotta,

che ricorda per la somiglianza del caso, illustri esempi antichi e

recenti, degnissima è della nostra memoria. Speciale la registrò nelle

istorie siciliane; poi l’hanno obbliato i più, perchè tutto quaggiù,

anche la gloria, vien da fortuna. E maggior mancamento mi sembra che

nel toccar questi fatti, pochi scrittori e vagamente, s’innalzavano

alla considerazione politica, che travagliandosi in guerra i due reami

di Sicilia e di Puglia, il primo vinse per lo più il secondo, ch’è

tanto maggiore di territorio: e nella state del novantasei, non che

difendersi, conquistava tutto il paese dalla punta di Reggio al capo di

Roseto[167]; infestava Terra d’Otranto; e più addentro portava le armi,

se non ch’entrovvi di mezzo l’interesse degli altri potentati d’Europa.

Perchè papa Bonifazio, vedendo torcer Federigo dalle sue vie, più si

ristrinse con Giacomo, per lanciarlo contro il fratello. E prima a

ventuno gennaio del novantasei, col titol sonante di gonfaloniere,

ammiraglio e capitan generale della santa sede, condusse il re di

Aragona ai suoi soldi; da combattere in Terrasanta, e quest’era il

pretesto, o altrove, e quest’era l’effetto, contro qualunque nimici e

ribelli della Chiesa, con sessanta galee, armate da lui, pagate dal

papa; e n’avesse Giacomo la metà della preda, l’investitura di Corsica

e di Sardegna, del rimanente gli acquisti fossero della Chiesa o degli

antichi signori cristiani[168]. Poco appresso il sollecitò Bonifazio

a venir, com’avea promesso, a Roma[169]. E punto al vivo da Federigo,

che tentava in questo tempo gli animi dei Napolitani, praticava con

usciti lombardi e toscani, e fin co’ romani Colonnesi già disposti a

ribellione contro il papa, più gravemente scaricò i colpi spirituali il

dì dell’Ascensione; cassò l’atto del coronamento del re di Sicilia;

scomunicato lui, co’ popoli e loro amistà; dato termine a pentirsi

il dì di san Pietro, nel quale rinnovò le maledizioni[170]. Intanto

spandea le indulgenze a chiunque portasse armi contro Sicilia; aiutava

Carlo con le decime ecclesiastiche del regno e di Provenza[171].

Talchè il re di Napoli, non ostante que’ rovesci, volendo ritentar la

guerra, o farsen pretesto a cavar moneta da’ popoli, bandi general

parlamento a Foggia, pel dì venti settembre; disse di nuova impresa

sopra la Sicilia[172], ingiungendo ai feudatari che venissero in

armi o pagassero[173]. Giacomo s’apprestava anch’egli al combattere;

ma, ritenuto da pudore, e dalla briga che davangli in casa le guerre

di Murcia e Castiglia[174], volle tentar prima nuovi ammonimenti a

Federigo.

Al cader della state, guerreggiando Federigo in Calabria, giunsegli

messaggio del re di Aragona Pietro Corbelles, de’ frati predicatori,

parlando blandizie di pace; e finiva con minacce, che Giacomo, fatto

or capitano della santa sede, non starebbe in dubbio tra quella e il

proprio suo sangue; nel petto della madre, nelle viscere de’ figli

immergerebbe la spada a’ comandi del santo pontefice; aprisse pur gli

occhi Federigo, a ciò il fratello il richiedea d’un abboccamento ad

Ischia. Ma Federigo, nulla mosso, palesava l’ambasceria ai suoi baroni;

e vistili balenare, con generose parole li confortò. Riferissi del

negozio al general parlamento, secondo i freschi patti fondamentali;

e perchè pensava che troverebbevi spiriti più generosi. Lasciato

dunque luogotenente in Calabria con giuste forze, Blasco Alagona, ei

tornato di fretta in Messina, dà giorno e luogo al parlamento; richiama

Loria con l’armata[175]. Costui pe’ narrati sdegni, o perchè pareagli

disperato il caso di Federigo, avea già in Terra d’Otranto ascoltato

pratiche de’ nemici. Bartolomeo Machoses di Valenza, inviatogli da

Giacomo in agosto, sotto colore d’ingiunger che risegnasse il feudo

di Gerace in Calabria, l’avea indettato forse a tradigione: e anco si

sospettò che se ne fossero allacciate le prime fila, fin dal tempo

della esaltazione di Federigo, quando i baroni aragonesi leali a

Giacomo si partiron di Sicilia. Altri messaggi in tutto questo tratto

il re di Aragona avea spacciato alla madre, allo stesso Federigo,

alle città di Palermo, Messina, e altre prime dell’isola[176]. Talchè

l’ammiraglio, tornato immantinente a Messina, e abboccatosi col frate

spagnuolo che stava ad aspettar la deliberazione, non fu senza speranza

di avviluppare il vicin parlamento, che si calasse agli accordi.

Convenuti in Piazza, di mezz’ottobre, i baroni e’ sindichi delle

città, scopertamente diessi ad aggirarli, far partigiani, sparger

terrori e promesse. Ma Vinciguerra Palizzi e Matteo di Termini, con più

caldo s’adoprarono per lo contrario effetto; speser la notte innanzi

l’adunata, girando qua e là a scongiurare che non si lasciasse partir

Federigo. Indi forte si combattè in parlamento.

Esposta l’ambasceria, si dava liberissimo voto a ciascuno; e pendeano

i più alla ripulsa, per amor di Federigo o di sè stessi, temendo

Giacomo noli seducesse, allorchè Loria col pianto sugli occhi, quasi

per pietà del paese, s’alzava ad orare: «Non ingannassero sè medesimi;

sarebbero irresistibili le congiunte forze di Giacomo e di Carlo;

ripiglierebbero le Calabrie in un batter d’occhio; porterebbero in

Sicilia fame, incendi, stragi; pagherebbe di molto sangue la Sicilia

questo insensato ostinamento, All’incontro, qual danno nell’andata di

Federigo? e forse, per l’amor che gli porta, si volgerà a noi il re

d’Aragona. Ma s’ei verrà da nimico, pensate quanti Catalani e Aragonesi

mancheranno alle vostre bandiere. Posson essi prender le armi per chi

lor piaccia, ma son traditori se combattono contro le bandiere del re

d’Aragona[177].» Gran bisbiglio seguì a questo parlare, vergognando gli

stessi partigiani dell’ammiraglio ad assentir con parole, ma chinavano

il capo; e gli altri altamente dicean contro: onde dopo lunga contesa,

nulla deliberavasi.

Il dì seguente tolse ogni dubbiezza il re, surto egli stesso a

concionar l’adunanza. «Non ripeterò, disse, le parole che si son fatte,

che sono pur troppe. Io penso che dal trattare, altro non tornerebbe

che più fuoco d’ira, tra Giacomo, soldato de’ vostri nimici, e me, che

tutto alla Sicilia sonmi giurato: e tra la Sicilia e’ suoi nimici non è

via di mezzo; o libera com’oggi, o calpestata oltre ogni antico strazio

di servitù. Su questo partito deliberate dunque, non sull’andata del

vostro re ad Ischia. Ma tu, Ruggier Loria, che parlavi misterioso di

leggi e usanze d’Aragona, ricorda che io son re in Sicilia quanto

Giacomo altrove: che s’ei mi porta ingiusta guerra, non sarà traditore

se non chi me tradisce! E quanto a’ pericoli dipinti sì atroci,

richiama al tuo cuore l’antica virtù; pensa che Iddio combatte contro

gl’ingiusti e i superbi.» Coronò tal generoso parlare il decreto del

parlamento, che vietò l’andata all’abboccamento con Giacomo. Il fece

intendere Federigo all’ambasciadore; accomiatollo[178]; e cominciò ad

apparecchiar la Sicilia a validissima difesa.

Ma non son da pretermettere gli altri atti di questo parlamento di

Piazza, non sì scosso dal grave partito politico, che non pensasse,

quasi posando in pace, a molti statuti, trasandati in mezzo alle

leggi fondamentali del parlamento di Palermo, o suggeriti da novella

esperienza, o portati dallo sviluppo di novella forza civile. Ed in

vero si favorì tanto sopra l’aristocrazia l’elemento municipale, che

se ne scorge evidentemente la preponderanza della parte popolana,

e l’intendimento di Federigo a fondarsi in su quella, più che sul

baronaggio, fattosi torbido e parteggiante; e s’ha valido argomento che

la parte popolana, alla quale, com’avviene, accostavansi anco parecchi

nobili, fosse stata quella che vinse il partito della guerra in

questo parlamento, e sostenne Federigo e la rivoluzione. Certo quegli

statuti danno a vedere, secondo i tempi, assai civiltà. Decretavasi:

i castellani non s’ingerissero nelle faccende de’ vicini municipi;

non i nobili nelle elezioni de’ magistrati comunali; i feudatari non

pretendessero dritti sul passaggio degli armenti; non levassero a lor

posta gabelle sulle grasce; non frodassero i vassalli nella misura de’

poderi soggetti a terratico; nè terratichi nuovi riscuotessero su i

feudi conceduti testè dal demanio: si vietò l’alienazione de’ feudi

oltre i termini della recente legge; si die’ obbligo a’ baroni di

soggiornare in Sicilia o tornarvi in corto tempo: e che il principe

solo potesse assentire i matrimoni delle lor figliuole co’ figli de’

nemici allo stato[179]. Altri statuti, proclamando che i deboli non

debban soggiacere ai potenti, studiavano nuovi argini ai radicati

abusi degli uficiali sull’avere dei privati[180]; innalzavano in ogni

comune un ministero pubblico di tre cittadini, obbligati per giuramento

a denunziare tutti gli aggravi de’ giustizieri e uficiali qualunque,

e sì i misfatti contro la sicurezza delle persone; i quali, dal

sacramento che davano, si appellaron giurati[181]. Fu decretata libertà

universale d’importazione ed esportazion di vini e altre derrate;

inibito di prender le persone o i letti, o diroccar le case pei debiti

delle collette; francati da queste i militi[182]. Si rinnovi il

divieto d’ingiuriar altrui con gli odiosi nomi di guelfo o ferracano:

riabilitati agli ufici i sospetti di queste opinioni politiche, non

rei di alcun fatto[183]. La quale benignità di principi s’osserva non

meno nei molti ordinamenti sopra gli schiavi saraceni e greci, che

numerosissimi erano in Sicilia per causa del corseggiar nelle ultime

guerre: statuti tendenti a procacciar la conversione de’ primi alia

fede di Cristo, de secondi a’ dommi ortodossi, o mantenere il pubblico

costume; ma si fe’ divieto ai cristiani di usar con giudei; a costoro

di tenere ufici ed esercitar la medicina[184]. Scagliossi pena del capo

contro gli avvelenatori, stregoni, indovini, incantatori, che spargon,

dice lo statuto, profani errori, e ingannano i popoli con empie

fallacie[185]: talchè nè corsero quegli antichi nostri legislatori

all’atroce e usato supplizio del fuoco, nè mostrarono prestar fede a

negromanzie, ma puniron solo la frode e il disordine civile. A questo

medesimo effetto con molto studio vietaronsi i giochi di sorte, non

di destrezza; e si commendaron que’ d’esercizio nelle armi[186]. Allo

zelo di religione e morale, ch’appar da cotali ordinamenti, s’aggiunse

un particolare statuto contro la usurpazione de’ beni ecclesiastici;

un divieto di portar armi, ferro, o legname a paesi d’infedeli; ma si

pagò il tributo a’ tempi con lasciar salva alla santa sede la riforma;

e non si dice sol delle leggi per le quali poteano vedersi incerti i

limiti tra il sacerdozio e l’impero[187]. Su questi capitoli di Piazza,

perchè essi contengono più numero di sanzioni penali che niun degli

altri anteriori di Federigo stesso o dì Giacomo, noteremo, ch’eccetto

il sommo supplizio contro i maestri di veleni e malie, le pene son

pecuniarie o di privazione; poche di carcere a tempo; e pei giochi

vietati s’aggiungono in un caso le battiture. Riserbossi il principe di

gastigare ad arbitrio alcuni abusi degli uficiali, e dichiarar secondo

i casi la qualità del carcere detto dinanzi[188]. Talchè possiamo anco

dir mite e non troppo disuguale il penal sistema che si tenne di mira.

In questo tempo, reggendosi sempre Ischia per noi, Pier Salvacoscia

con cinque galee vi combattè bella fazione, assalito da nove teride

smisurate, zeppe di armati, che i Napolitani mandavano a acquistar

l’isoletta, vergognanti del tributo ch’indi si levava su i vini

navigati per lo golfo. Appiccata la zuffa senza curare il disugual

numero, vinsero i nostri; ogni galea cattivò una terida; fuggendo

le quattro rimagnenti, i cui capitani re Cario fe’ mettere a morte,

uscito questa fiata dall’indole sua dolce[189]: e come disperando

delle armi, cavalcò per Roma a ripregar Bonifazio. Costui indi punse

nuovamente Giacomo che venisse a Roma; diegli le decime ecclesiastiche

d’Aragona per l’armamento[190]. Giacomo, apparecchiandosi, di febbraio

del novantasette mandò per ultimo avviso al fratello il vescovo di

Valenza e Guglielmo di Namontaguda, insistendo per l’abboccamento ad

Ischia. Ma perchè quei rispondea che ne riferirebbe al parlamento, gli

oratori replicarono, che Giacomo anco ubbidirebbe al papa; e Federigo

a loro, ch’ei perciò non terrebbe nimico il fratello, e molto meno

la nazione catalana e aragonese; e farebbe anco richiamo alle corti.

Partiron dunque scontenti gli ambasciadori spagnuoli: Federigo mandonne

in Ispagna, e senza miglior frutto; perchè piaceva a que’ popoli, sì

come al re, la pace con Francia, fors’anco lo stipendio del papa[191].

Speso in tali vane pratiche il verno, allo scorcio di marzo del

novantasette si trovò Giacomo in Italia; senza armata, perchè volea

più certo e largo il prezzo del muover guerra al fratello. Ebbelo da

papa Bonifazio, che incontanente porgeagli la bolla d’investitura di

Corsica e Sardegna[192], sol riserbandosi un anno a ritrattarla se

fosse uopo al negozio di Sicilia[193]: manifesto disegno di un baratto

con Federigo. Nondimeno prendea Giacomo la corona delle due isole;

dava il giuramento per lo supremo impero delle armi della Chiesa[194];

e ottenne dal papa, che nell’assenza sua di Spagna, il reame stesse

sotto la protezion della santa sede, e, che legati di lei, n’avessero

cura i vescovi d’Ilerda e Saragozza[195], ed esortassero i popoli alla

siciliana impresa. Poco appresso si fe’ dare indugio alla restituzione

di Maiorca a Giacomo suo zio[196]: fidanzò la sorella, Iolanda, a

Roberto erede presuntivo della corona di Napoli: fe’ stretta lega con

Carlo II per ridur la Sicilia. Nè preparava per anco le forze, ma per

messaggi fitto praticava con Loria.

Il quale risoluto a spiccarsi da Federigo perchè nol potea governare,

operava sempre più baldanzosamente. Un dì cavalcando il re con Corrado

Lancia per la spiaggia di Musalla a Messina, fattosi tra loro, mostrava

lettere di Giacomo che il chiamavano a un abboccamento; prometea di

adoperarvisi per Federigo, e tornare. E il re, incauto o superbo, a’

conforti di Corrado gli dava il commiato; assentivagli ancora due galee

per andare in Calabria a munir sue castella in questi nuovi pericoli

di guerra. Ma quando l’ammiraglio ritornò in Messina per prender il

viaggio di Roma, trovò il giovan principe, che suscitato dalle parole

de’ cortigiani, avea rugumato su tal dimestichezza di Loria co’ nimici,

su queste genti, armi, vittuaglie che adunava nelle sue castella; tra

i quali pensieri dubbiando Federigo, ch’animo avea generoso con poca

mente, tenne la peggior via: nè accarezzar quel grande, nè spegnerlo;

ma l’offese. Porsegli ei stesso il pretesto che l’ammiraglio cercava

per salvarsi dal biasimo di tradigione, nel che riuscì tanto appo i

contemporanei, che qualche istorico in tal sembiante il tramandava

alla posterità. In piena corte, fattosi quegli a baciar la mano al

re secondo usanza, Federigo ritira a sè la mano sdegnosamente, e

a Ruggiero che drizzavasi a domandar perchè tal oltraggio? brusco

risponde: «Perchè trami co’ miei nimici»; e seguì più acceso; e finì

comandandogli non movesse pie’ dalla sala. Seguitonne uno spaventoso

silenzio. Niuno stendea le mani sull’ammiraglio; ei, soprappreso

dall’ira del re, non osava partirsi: dispettoso e fremente si trasse

in un canto. Ma Vinciguerra Palizzi e Manfredi Chiaramonte, che non

amavan forse Ruggiero, ma nè anco l’esempio d’un tal grande spento fuor

dagli ordini delle leggi, fecersi a parlare per esso, con dolcezza che

poi tornò sì dannosa alla patria. Mitigato da loro, il re li accettò

mallevadori dell’ammiraglio; e questi, ch’era già notte, fu lasciato

partir dal palagio, libero e ingiuriato.

Vola alle sue case, lieto in volto; convita a cena i molti amici

adunatisi a complir del ritorno di Calabria; e mentre s’imbandiscon

le mense, precipita per una scala segreta; monta a cavallo con tre

fidatissimi; e a spron battuto prende la via di Castiglione. Giungevi

all’ora terza del dì, con felice consiglio: perchè già Federigo, levato

su dai nimici dell’ammiraglio, tornando allo sdegno, aveal fatto

appellare alla sua presenza. Pericoloso ondeggiamento, che mosse tutta

la Sicilia. Assai partigiani di Ruggiero, deliberati a correr con esso

quantunque fortuna, vanno a trovarlo armati: ei rafforza con estrema

prestezza le castella di Novara, Tripi, Ficarra, Castiglione, Aci,

Francavilla, e altri luoghi che tenea in feudo: e minaccioso e fiero

si stava. Quando i due mallevadori vennero a richiederlo che tornasse

alla ubbidienza, e gli offrian sicurtà dalla parte del re, Ruggiero,

per sentirsi in colpa o mosso da superbia, con molte ragioni il negò:

alfine pagò del suo la enorme somma della malleveria; e tennesi sciolto

da ogni vincolo d’onore. Tuttavia nè mosse guerra, nè chiese pace al

re. E questi, dopo i primi errori, fatto senno, non osò assaltarlo,

per non accender una guerra civile con le armi straniere alle spalle.

Ma poco minor pericolo gli era l’indugio[197]. Di tal frangente il

tirò la regina Costanza, con quella medesima riputazione ch’avea due

anni prima ammorzato lo scisma di Giovanni di Procida. La regina,

chiamata a Roma dal maggior figliuolo per menar a nozze la Iolanda,

vinse sè stessa a lasciar Federigo; sperando pure metter pace tra gli

sdegnati animi, e guadagnarne alla propria coscienza col rientrar

in grembo della Chiesa. Volle per tal andata, con mirabil modestia,

la permissione di Federigo: e sotto specie di chiederli compagni al

viaggio, levò di Sicilia, con onor del re e loro, l’ammiraglio, pronto

da un dì all’altro a romper guerra, e Giovanni di Procida, sospetto

al par di costui, o peggio. Loria, avuta da Federigo sicurtà fino

all’imbarco, non lasciò le sue fortezze, senza pria comandare a tutti

i vassalli che stessero saldi, e quando Giovanni Loria nipote di lui

andrebbe in Castiglione, l’ubbidissero in ogni fortuna. Indi la regina

e la principessa, spiccatesi con molto dolore da Federigo, seguite dal

vescovo di Valenza e dai due baroni uscenti in esilio sì minacciosi,

da Milazzo con quattro galee partivano alla volta di Roma. Come furo

in alto, chi favellava, chi adagiavasi, sperando, qual più qual meno,

ne’ novelli destini; la sola Costanza, dice Speciale, immota sulla

poppa della nave, affisava i monti di Sicilia che fuggiano, gonfia

gli occhi di pianto, pensando a Giacomo, a Federigo, e a’ disastri

imminenti. Compironsi a Roma le nozze; strinsersi, non ostante il

pregar di Costanza, i consigli della guerra; Giacomo ripartì per

Catalogna ad allestir la flotta. Loria al medesimo effetto ritornava,

amico e ammiraglio di re Carlo, a que’ porti del reame di Napoli ove

per quindici anni s’era tremato al suo nome. E prima Giacomo il creò

ammiraglio a vita in tutti i suoi reami con grande autorità, gran

lucro, e campo illimitato alle rapine; si stabilì il matrimonio di

Beatrice sua figliuola con Giacomo d’Exerica, principe del sangue

reale d’Aragona. Il papa gli diè in feudo la terra e il castel d’Aci

in Sicilia, che tenean dal vescovo di Catania; lo ribenedì insieme con

Giovanni di Procida[198]. Costui fu redintegrato ancora nel possesso

dei suoi beni nel reame di Napoli, secondo i primi patti di Giacomo e

Carlo[199]. Così lasciavan insieme la Sicilia, ambo da nimici, i due

regnicoli sì famosi nella rivoluzione del vespro, legati strettamente

dalla comune fortuna e dalla comune ambizione, compagni nell’esilio,

nelle speranze, nella fazione della nuova dinastia in Sicilia, e

finalmente nella tradigione. L’uno, allevato infin da fanciullo a

corte di Pietro, fu uomo di animo smisurato, di altissimo intendimento

nelle cose di guerra, il primo ammiraglio de’ tempi, gran capitano

d’eserciti; ma sanguinario ed efferato, avaro, superbo, insaziabile di

guiderdoni. Ristorò la riputazione delle armi navali in Sicilia; educò

i Siciliani alle vittorie; fu sostegno potentissimo al nuovo stato.

Gli si volse contro quando ebbe rivali nel potere; non veggo se più

invidioso o invidiato; ed è un’altra macchia al suo nome, che abbandonò

Federigo quando parea precipitare la sua fortuna. Portò con seco la

signoria de’ mari; e pur non serbò lungi da noi l’antica gloria,

perchè, se talor vinse in battaglia i vecchi compagni siciliani, talor

anco fu vinto da essi; e appena chiusa con la pace di Caltabellotta

la sanguinosa scena di che era stato parte principalissima, or con

l’una or con l’altra delle fazioni guerreggianti, come se quel

genio sterminatore non avesse più che fare al mondo, trapassò di

malattia in Valenza; e le sue ossa andarono a riposare, com’egli avea

ordinato molto prima, in un sepolcro posto a piè di quello del re

Pietro[200]. Minore di lui di gran lunga fu Giovanni di Procida, e pur

la capricciosa fortuna in oggi fa suonare assai più questo nome. Di

ministro abilissimo del re d’Aragona, le corrotte tradizioni istoriche

l’han fatto liberator di popoli, l’han posto a canto a’ Timoleoni ed

a’ Bruti, han dato a lui solo quel che fu effetto delle passioni e

della necessità di tutto il sicilian popolo; alle virtù ch’egli ebbe,

sagacità, ardire, prontezza, esperienza ne’ maneggi di stato, hanno

aggiunto le cittadine virtù ch’ei non ebbe, che violò anzi, tramando

pria co’ nemici, poi brigando sfacciatamente contro la siciliana

rivoluzione, quando la ristorò Federigo. Oscuro morì in Roma costui in

sull’entrar dell’anno milledugentonovantanove[201], innanzi che per

prezzo d’infamia e per clemenza degl’inimici tutto riavesse il suo

stato in terra di Napoli[202].

Tra questi e quanti altri o sudditi o principi furon grandi ne’ fatti

nostri di quel tempo, sospinti da ambizione a vizi non senza glorie,

spicca per una candidissima fama la regina Costanza, avvenente della

persona[203], bellissima d’animo, per le care virtù di donna, e madre,

e credente nel vangelo. La fine di Manfredi avvelenò il fior degli

anni suoi; poi, se vide punito lo sterminator del sangue svevo e

libera la Sicilia, ebbe a tremare ad ogni istante pe’ suoi più cari;

pianger la morte di due figliuoli, la nimistà degli altri due; nè

troppo la poteano far lieta le nozze della figlia nell’abborrita casa

d’Angiò. Nacque e fu educata in Palermo[204]: tornata in Sicilia per

sì strane vicende, la governò dolcemente dopo la partenza di Pietro;

dettò alcuna legge che infino a noi non è pervenuta; fu amorevole

coi sudditi, fino con la insopportabile Macalda. Non ebbe ambizione,

lasciando prima a Pietro, poi a’ figliuoli, la corona di Sicilia,

ch’era sua per dritto di sangue: nè tal moderazione nacque da pochezza

d’animo in costei, che ben seppe in pericolosissimi tempi provvedere

alla difesa della Sicilia; e due fiate con assai destrezza salvar

Federigo dalla fazione nimica a’ siciliani interessi. Quetata la

coscienza con la benedizione papale; posate poco appresso le tempeste

di Sicilia, l’anno medesimo milletrecentodue finì i suoi giorni in

Barcellona, ove attendeva a fabbricar munisteri e ad altre opere che

nella vecchiezza le suggeriva cristiana pietà. Ma in tutto il corso di

questa virtuosa e infelice vita, forse non soffrì maggiore strazio,

che nel tempo di cui sospendemmo per poco il racconto; vedendo allora,

senza alcun chiaro di speranza, l’un contro l’altro armati Giacomo e

Federigo[205].

La guerra del Vespro Siciliano vol. 2 Un periodo delle storie Siciliane del secolo XIII · 第 30 / 104 题