Naufragio dell’armata al ritorno in Sicilia. Giacomo coronato re.
Capitoli del parlamento di Palermo; privilegi ai Catalani. Fazioni di
guerra. Supplizio d’Alaimo di Lentini. Agosta occupata da’ nemici,
e da’ nostri ripresa. Seconda vittoria navale nel golfo di Napoli.
Trattato della liberazione di Carlo lo Zoppo. Passaggio di re Giacomo
sopra il reame di Napoli. Tregua di Gaeta. Pratiche di pace generale
e crociata, conchiuse a danno della Sicilia. Morte di Alfonso re
d’Aragona, al quale succede Giacomo. Novembre 1285–giugno 1291.
Come la morte di re Pietro, annunziata ad Alfonso in Maiorca, si sparse
per la siciliana flotta, divampovvi col pronto veder delle nostre plebi
una brama di tornarsene in patria. E in vero, con Aragona altro legame
non rimanea che d’amistà; ma era a temer che mancato quel valoroso
principe, i nimici ritentassero la Sicilia: e chi può dir se le menti
sì aguzze al sospetto non immaginaron disposti i Catalani a ritenersi
l’armata? Pertanto scoppia tra le ciurme un grido: «In Sicilia! in
Sicilia!» e perchè l’ammiraglio dubbioso rispondea, che a gran rischio
navigherebbero in quel procelloso romper di verno, la moltitudine
rincalzata da Federigo Falcone da Messina, vice ammiraglio[1], peggio
ostinandosi, ammutinata ripigliava «In Sicilia! e muoia chi nol
vuole.» Questa nè cieca nè volgare carità di patria, che i nostri
istorici biasman dall’esito, e sol guardando al danno che ne incolse
all’armata, non a quello che s’ovviò alla Sicilia, sforzava i capitani
a far vela a ventitrè novembre, parendo bonaccia. Rincrudito il
vento, cacciolli a Minorca. Ripartirono; ma soffiò sì atroce il tre
dicembre, che la flotta tra Sardegna e le Baleari e su per lo golfo
del Lione per tre dì orribilmente fortuneggiava. Comanda l’ammiraglio
di prendere il largo, accender fanali alle navi per cansar gli urti,
ristoppare gli struciti, del resto facendo prua a scirocco abbandonarsi
alla fortuna. Ma con tutta l’arte e l’ardire, due galee messinesi,
due d’Agosta, una di Catania, una di Sciacca, rompendo in acqua,
miseramente naufragarono; e vi perì anco il Falcone. Le altre quaranta
fean gitto del bottino francese; e dopo lungo travaglio, battute,
sdrucite, sgomenate ad una ad una si ricolsero nel porto di Trapani.
L’ammiraglio appena messo piè a terra, cavalcava a Palermo; ove giunto
il dodici dicembre, recava primo alla regina il grave annunzio, e
tramettealo a Giacomo in Messina. Destò quella morte per ogni luogo
di Sicilia grandissimo compianto; e si notò delle donne che tutte
vestiron gramaglia, fecer pubblico duolo, e quante entravano a corte,
con insolita veracità d’affetto, come madri o figliuole confortavan la
Costanza trafitta di profondo dolore[2].
Poi pensarono i notabili del reame alla solenne esaltazione di Giacomo,
riconosciuto nel parlamento di Messina dell’ottantatrè, e promulgatosi
re all’avviso della morte del padre, il quindici dicembre[3]. Onde
convocati per tutta l’isola i prelati, i baroni, e’ sindichi di
terre e città, il due febbraio milledugentottantasei ragunavansi a
parlamento in Palermo. Giacomo vi si trovò con la regina e l’infante
Federigo: il vescovo di Cefalù, l’archimandrita di Messina, e assai
più prelati di Sicilia, coi vescovi sì di Nicastro e Squillaci, nel
nome di Dio e della Vergine il coronavano. In quei dì, tra le feste che
splendidissime rendea il lusso de’ molti possenti baroni, il re a sue
spese armò cavalieri quattrocento nobili siciliani: e molti feudi de’
ricaduti al fisco dopo la cacciata de’ baroni francesi, molte grazie
largheggiò; per letizia, e necessità di moltiplicar dentro i sostegni,
poichè fuori dell’isola non vedea che deboli amici e irosi avversari.
Perciò in questo parlamento medesimo a dì cinque febbraio promulgava,
come allor s’addimandarono, le costituzioni e immunità, registrate
nel corpo delle leggi del reame di Sicilia col titol di capitoli di
Giacomo, e scritte con linguaggio di concessione, ma dettate forse
da’ notabili, e certo dalla volontà della nazione. Perchè re Pietro
nel parlamento di Catania avea più presto promesso che compiuto le
riforme; in quel di Messina ordinò solo i ministri del regio potere;
ma i capitoli del parlamento di Santo Martino, e que’ recentissimi
di papa Onorio, gli uni e gli altri manifesto effetto della nostra
rivoluzione, davano al reame di Puglia belle guarentigie e maggiori
assai di quelle che avanzavano alla Sicilia per la virtù immediata
del vespro: ond’ era forza calarvisi anco in Sicilia, e tor cagione
allo scontento, già scoppiato in più modi[4]. Ritrasser molto delle
onoriane, e le avanzarono in alcune parti, queste nostre riforme. Breve
esordiron dal patto sociale che strigne insieme governati e governanti
in ogni civiltà. Promettea poscia il re zelante protezione delle
persone e facoltà appartenenti alla Chiesa, senza quella dismisura di
privilegi che la romana corte comandò in Puglia. Quanto alle pubbliche
entrate, rilevando studiosamente le gravezze durissime de’ tempi di
Carlo, la colletta ristrigneasi a’ noti quattro casi, e la somma a
quindicimila once d’oro in que’ di occupazione di nimici o ribellione
e di prigionia del re; a cinquemila negli altri due. Tuttavolta una
sola colletta, s’aggiunse, levar si possa in un anno: restò vietata
l’alienazion degli stabili della corona, che torna a peso pubblico[5];
e confermata l’abolizione de’ dritti di marineria, già bandita da re
Pietro. L’amministrazione della giustizia civile e criminale si ordinò
a speditezza e benignità, purgandola di assai mal tolti del fisco; tra
i quali la multa su i comuni per non scoperti autori degli omicidi:
e si volle che tra due mesi s’ultimasse ogni lite, o si richiamasse
alla magna curia; che s’ammettesser le malleverie: si pose freno agli
accusatori: speciali guarentigie fermaronsi nelle cause civili contro
il fisco; e maggiori nelle accuse di maestà[6]. Con ciò disdetti vari
statuti crudeli, o abusi di pubblica amministrazione; come mutazion
di moneta, sforzati imprestiti al governo, sforzato affitto degli
ufici dell’azienda, trasporto del danaro pubblico, rapina degli avanzi
de’ naufragi, bandite, custodia di prigioni, inquisizioni, divieto
de’ matrimoni[7]: e si fe’ prova a cessar le baratterie e violenze
degli uficiali, castellani, famigliari, e altri molesti sciami[8]. Ai
feudatari fatto più certo e moderato il militar servigio; abrogato
l’obbligo a fornir navi da guerra; dato che i fratelli e lor prole fino
a terza generazione succedessero ne’ feudi; e accordati altri utili
statuti[9]. Vietossi in lor pro che gli ascrittizi o altre maniere
di servi passassero ai comuni, potendo bensì i tenuti al barone per
sola ragion di beni, abbandonarglieli e andar via; iniqua legge, ma
necessaria secondo il dritto dei tempi, la quale pur dà a vedere gli
umori popolani sviluppatisi appresso il vespro nelle municipalità, che
invitavano non solo, ma sforzavan anco i vassalli de’ baroni[10]. In
ultimo rimetteansi ai possessori attuali le sostanze mobili di re Carlo
o de’ suoi, occupate nella rivoluzione: s’aggiugnea che niun rendesse
ragione di maneggio di cosa pubblica ne’ tempi angioini[11]. Queste ed
altre leggi che men rilevano[12], bandironsi nel brio del coronamento.
Mal si osservarono quelle che ponean freno a’ magistrati e oficiali;
onde a’ richiami delle città, rinnovolle Giacomo poco appresso sotto
altre sembianze, con sancir pena a’ trasgressori; e sono venzette
capitoli più, dei quali ho fatto qui parola perchè non si sa appunto in
che anno si promulgassero, nè monta troppo indagarlo[13].
L’altro consiglio del nuovo principato fu di strignersi d’amistà
e di commerci con Aragona, ond’avea sola speranza di aiuto. Però
fermavasi lega tra i due re con tutte lor forze a difesa o conquisto;
che ne condusse per certo la pratica Ruggier Loria, e accettò
i patti in Aragona per Giacomo innanti Corrado Lancia e altri
nobili[14], in Sicilia per Alfonso; restandoci il diploma che dienne
Giacomo in Palermo il dodici febbraio, soscritto con esso da più
testimoni vescovi, conti, e altri notabili, tra i quali si leggono
il Mastrangelo, Palmiere Abate, tornato di Catalogna, e l’istorico
Bartolomeo de Neocastro, avvocato del fisco[15]. Pochi dì appresso, a
tutti i Catalani accordavasi caricar grano nei porti di Sicilia con
moderata gabella[16]; e a que’ che dimorasser nell’isola, eleggere
un console con giuridizione civile soltanto, salvo l’appellazione
al re, e ricuperare nei naufragi gli avanzi di lor beni[17]. Con
queste franchige, che si dissero, ed erano, merito de’ servigi
renduti, e incoraggiamento ad altri più, allettava i Catalani a
mercatar nell’isola, com’avea usato re Manfredi co’ Genovesi[18]; il
cui privilegio che scemava a terza parte i dritti di dogana accordò
Giacomo due anni appresso, con altri di molto momento, ai cittadini di
Barcellona[19]. Tentò infine ammollir l’animo del papa con messaggio
d’obbedienza e devozione per Gilberto di Castelletto, cavalier
catalano, e Bartolomeo de Neocastro; il quale narra la risposta di
Onorio: bene e ornatamente parlare i Siciliani, e pessimi operare, e
non potersi quindi assentir le loro inchieste: che fu la terza ripulsa
di Roma alle nostre parole di pace[20].
Anzi Onorio svecchiò le scomuniche di papa Martino; pose nuovi termini
a sottomettersi; e chiamò agramente a discolpa, pel fatto della
coronazione, i vescovi di Cefalù e di Nicastro; i quali non ubbidirono
più che gli altri Siciliani[21]. Le armi di costoro tagliavano intanto.
Entrando l’ottantasei Taranto, Castrovillari, e Morano, voltavano sì a
parte nimica per non poter più de’ rapaci almugaveri; ma con maggior
audacia e disciplina altra banda di almugaveri spintasi in Principato,
s’insignorì di castell’Abate presso Salerno. Non guari appresso,
Guglielmo Calcerando inviato a reggere le Calabrie, riprese e riperdè
Castrovillari e Morano[22], e tenne sì viva la guerra, che allo scorcio
della state i governanti angioini chiamavan tutte le feudali forze
ad osteggiarlo[23]. Ma s’ebbe meglio fare in su i mari. Mentre Loria,
ito in Catalogna con due galee e toltene sei più catalane, correa
depredando le costiere di Provenza, Giacomo allestì due armatette;
l’una di dodici galee nel porto di Palermo, capitanata da Bernardo
Sarriano cavalier siciliano[24], sulla quale montarono Palermitani e
uomini di val di Mazzara; l’altra di venti galee nel porto di Messina,
armata forse di Messinesi e abitatori delle coste orientali, e diella a
Berengario Villaraut. E l’una a dì otto giugno fe’ vela dritto per lo
golfo di Napoli; ove al primo espugnò Capri e Procida, con terror tanto
di Napoli stessa, che il cardinal Ghepardo in fretta fea racconciar la
catena e le altre difese del porto. Poi tutta la state nelle isolette
stanziò Sarriano, a prendere quantunque legni mercatassero per lo
golfo; e all’entrar di settembre spintosi infino alle spiagge romane,
investiva il castel d’Astura, infame per la presura di Corradino.
Accesi di vendetta montano i Siciliani all’assalto; trafiggon di
lancia il signore, figliuolo di quel Frangipane che vendè Corradino
a re Carlo; fan macello de’ suoi; nè s’appagano che non mettan fuoco
alla terra. Diedero il guasto tornando, ai liti di Castellammare,
Sorrento, Positano, Amalfi; e ridussonsi in Palermo. L’altra armatetta
con eguale onore e guadagno rediva nello stesso tempo a svernare a
Messina. Uscita n’era il ventidue giugno alla volta del capo delle
Colonne; donde scorse per Cotrone, Taranto, Gallipoli, predando i
legni nimici, senza toccar gli altri che con Venezia mercatavano. Indi
presentò battaglia a Brindisi; e aspettate tre dì le nimiche galee,
che per niuna provocazione non uscian dalla catena del porto, navigò
sopra Corfù a trovare un avanzo de’ preparamenti di Carlo alla guerra
di Grecia. Quivi smontate le nostre ciurme, affrontaronsi con una
banda di mercenari francesi; e rottala, posero a sacco la terra; e di
lì inaspettati ripiombavano sulle costiere di Puglia, pria di ricorsi
a Messina. In tal modo dall’Adriatico, dal Tirreno le forze navali
siciliane affliggeano il reame poco innanti conservo, i cui legni da
battaglia s’ascondeano ne’ porti, ai mercatanteschi erano tronchi i
commerci, ville e città sulla costiera piangeano gli stermini della
guerra[25].
Giacomo bruttò questi allori con un esempio di crudele paura.
Vedea serpeggiar anco qua e là umori di scontento; seppe Alaimo di
Lentini presso a ottener da re Alfonso la libertà sua e de’ nipoti;
e a spegnerlo s’affrettò. Manda a questo in Catalogna Bertrando de
Cannellis catalano, che in Maiorca avvennesi con Adenolfo di Mineo,
sciolto poc’anzi dal carcere. Perch’Alaimo, con profferta d’once
diecimila d’oro, s’era chiarito innocente appo Alfonso; onde allargati
furono egli e l’un de’ nipoti, lasciato l’altro ch’andasse in Sicilia
a tor la moneta. Ma Bertrando guastò il mercato, riportando Adinolfo
in catene a corte di Aragona, e conficcando il re con rimostrare
gagliardamente: alla ragion d’impero del re di Sicilia doversi quei
tre sudditi macchinatori di tradigione in Sicilia; uomini d’alto
affare, da rivoltare a un pie’ sospinto il reame, e perdervi Giacomo
e i fratelli e la madre d’ambo i re e ogni uom di favella catalana.
S’ostinò dapprima Alfonso; ma l’ambasciatore, incalzando, e quasi
chiamando il re d’Aragona complice dei traditori, vinse alla fine.
Rassegnatigli dunque i prigioni, li imbarca sotto gelosa guardia; fa
loro confessar le peccata a un frate minore, pria che affrontasser,
diceva, i rischi di tanto mare, pien di pirati e nimici. Sciolsero di
Catalogna il sedici maggio milledugentottantasette. Il due giugno,
venuti a cinquanta miglia da Marettimo, lieta la ciurma salutò la
Sicilia; Bertrando fe’ chiamar sulla tolda i prigioni.
E volto ad Alaimo, diceagli che saziasse gli occhi suoi nella dolce
vista della patria; a che il glorioso vecchio: «O Sicilia, sclamò, o
patria! molto ti sospirai; e pur me beato se dopo i miei primi vagiti
non t’avessi più vista!» Esitò pochi istanti il Catalano, forse per
pietà, a queste parole, e ripigliò: «L’animo mio fin qui ti parlava,
o signore; or quello del re intender è forza, e obbedire», e spiegava
uno scritto. Adinolfo il leggea. Era mandato del principe, che dicea
costar all’eccellenza di lui, com’Alaimo di Lentini, Adinolfo di Mineo,
e Giovanni di Mazarino tramaron già iniqua e ineffabile cospirazione
contro i reali e l’isola di Sicilia, ed eran rei sì d’altri misfatti;
ondechè giudicandosi il viver loro in prigione, pericol sommo dello
stato, la cui pace vuolsi con severissima giustizia serbare; commettea
il re a Bertrando di ripigliarli di Catalogna, e mazzerarli al primo
scoprir la Sicilia.
Non maravigliò Alaimo, nè tremò della morte; nè con vane parole toccò
il passato, o si querelò; se non che risentiva l’acume di crudeltà che
volle comandare tal supplizio a tal vista, e negargli sepoltura sulla
terra degli avi. Del resto nella rassegnazione del vangelo, pregava
salute al re, a’ carnefici stessi, e: «Una vita, dicea, di miserie
e di pianto trassi infino a vecchiezza, e inonorata or chiudo. A me
stesso non mai, ad altrui sol vissi; per altrui muoio. Peggio ch’uomo
non creda (e pensava forse alla esaltazion di Pietro e allo spento
Gualtiero), peggio ch’uomo non creda io misfeci, e merito più cruda
morte che questa. Essa almen sia pace alla patria, e fine ai sospetti.»
Indi ei stesso chiede la banda di tela, preparata per istromento al
supplizio e coltrice insieme e bara dell’eroe di Messina; vel fasciano
e serrano i manigoldi; e il traboccano in mare. Così anco i due giovani
periano. Approdò a Trapani la scellerata nave; e per tutta Sicilia
si disse con orrore della fine d’Alaimo. Ricordavano la nobiltà del
sangue, il grand’animo nelle cose della guerra e dello stato, la
possanza a cui salì, il pazzo orgoglio di Macalda che il perdè; e
tremavan gli amici, susurravano i guardigni gran cagione doverne avere
per certo il re. Questi romori in intricato linguaggio riferisce il
Neocastro, e riporta con simpatia di dolore tutto il supplizio e i
memorabili detti d’Alaimo, forse il miglior cittadino, certo l’uom più
famoso che la Sicilia vantava nella rivoluzione del vespro[26].
Nel medesimo tempo sulla costa orientale si combattea co’ nemici.
Alla morte di Pietro e alla primavera d’appresso, pensarono di venir
sopra l’isola[27]; ma assaliti dalla nostra flotta da entrambi i mari,
appena sè medesimi difendeano. Però vollero al nuovo anno prender
primi le mosse al doppio assalto, per guerreggiar se non altro in casa
altrui; sapendo inoltre lungi il nostro ammiraglio, e disarmate le
navi. Stigaronli vieppiù quei frati Perrone e del Monte, presi due anni
innanzi cospirando a Messina, e da Giacomo sciolti, per clemenza non
già ma debolezza: ond’ora gliene rendean merto i frati, sollecitando
di terraferma novelli garbugli, con vantar le radici lasciate in
Sicilia e male sbarbate dal re, sopra tutto ad Agosta, Lentini,
Catania, e altri luoghi di quelle regioni; e che con un po’ di forza
da rannodare i partigiani e far testa a’ primi urti, darebber vinta
l’impresa. Così disser dapprima a papa Onorio, che non li ascoltò;
donde volsersi al cardinal Gherardo e ad Artois, e furono graditi[28].
I due reggenti dunque chiaman le milizie; assoldan altri Italiani e
Francesi; procaccian moneta per collette e doni, o così diceansi,
delle città[29]. A Brindisi messero in punto, con tener segretissimo
il perchè, quaranta galee, cinquecento cavalli, cinquemila fanti,
capitanati da Rinaldo d’Avella, cavalier napolitano tenuto assai prode.
Seguian l’oste per la santa sede, legato il vescovo di Martorano,
capitano Riccardo Morrone, col bando della croce e le bandiere della
Chiesa; non potendo Onorio queste dimostrazioni negare quand’altri
apprestava le forze. E nello stesso tempo, quarantasei tra galee e
teride e più grosso esercito, s’adunavano a Sorrento con tutti i primi
feudatari del reame, per tentare altra impresa e tenere in dubbio il
nimico.
Salpò l’armata di Brindisi il quindici aprile; fe’ uno sbarco a
Malta[30]; e improvvisa gittossi in Agosta il primo di maggio, colto
il tempo che il popolo traendo alla fiera di Lentini, lasciato avea
vota la città, e mal guardavasi il castello. Perciò senza trar colpo
sbarcarono. Ma facendosi ad amichevol parlare tra quelle mura vent’anni
pria contaminate da lor gente con empio macello, gl’invalidi cittadini
rimasi in Agosta con alto sentimento risposero: non li sperassero men
che nimici giammai, nè da altra siciliana città s’aspettassero se non
guerra. E replicando gli stranieri che veniano di voler del pontefice,
un vecchio infermo, Paccio per nome, «Tenghiam noi, rispose, madre
la Chiesa, nimico chi adesso la regge, poichè armi ed armati invia
a combatterne. Al legato or chiedete s’Iddio mai comandò di sparger
sangue cristiano per asservire cristiani! E s’ei diravvi che il
comandò, miscrede al vangelo; e da noi apprenda che la fede cristiana
dà sole armi alla Chiesa, l’umiltà, la croce, e la soave parola.» Così
in que’ tempi pensava la Sicilia! Occupata da’ nimici terra e castello,
non tornavano i cittadini in Agosta. E spargendosi l’allarme tutto
all’intorno, si sgombravan gli armenti, si abbandonavano i campi, si
riducean gli abitatori a’ luoghi più forti, con proponimento d’ostinata
difesa[31].
Giacomo n’ebbe avviso in Messina, ove sedea per l’opportunità della
guerra, ma in ozio, o ingannato da’ rapportatori che davan queto al
tutto il nimico. Bella ammenda ne fece. Chiama incontanente alle armi
i feudatari e le città de’ contorni; comanda per tutta l’isola di
metter in mare le galee; a ciò parlamenta egli stesso i Messinesi,
appellandoli popol suo, suo, ripigliava, sol per cittadinanza e amistà;
e a Loria come figliuolo al padre si accomandò. Il quale, tornato
poc’anzi di corseggiare coi Catalani sulle costiere di Francia e far
ossequio ad Alfonso nel suo coronamento a Saragozza, ridivenuto grande
nei pericoli, correa a Messina ad armare le navi, con tutto il popolo
generoso, che a gara aiutando fervea nell’opra; senza prender, altrove
che nell’arsenale, scarso cibo e riposo; infiammato dall’ammiraglio con
lodi, carezze, ed esempio di stender ei stesso la mano a’ lavori. E in
questi sudava Ruggiero una notte, affumicato, sbracciato, in farsetto,
quando alcun famigliare di corte gli susurrò, che stando il re coi suoi
più fidati a trattare i disegni della guerra, suggerito avesser costoro
dar lo scambio all’ammiraglio, pien di tanta iattanza, ma rattiepidito,
fors’anco mal fido. Onde Ruggiero, così com’era, montato in palagio,
dinanzi al re proruppe a rimbrottar gli avversari, poltroneggianti
nelle sale della reggia mentr’ei correva i mari, affrontava nimici e
tempeste, assicurava i lor ozi con tante vittorie: e voltosi a Giacomo,
rassegnò il comando. Confitti al brusco piglio, abbassaron la fronte
i cortigiani; e il re, che lui assente avea difeso con assai calde
parole, il pregò di ciò ch’ei stesso bramava, di ritenere il comando.
Indi l’ammiraglio tornò con doppio ardore ad apprestar l’armata,
che fu pronta in sei dì. Giacomo, lasciata la madre nella rocca di
Matagrifone, e munita e leale Messina, movea a dì quattro maggio per
Taormina, con dieci soli compagni. Il dì sei fu ad Aci e a Catania; ove
accozzaronsi da mille cavalli e molte migliaia di fanti, tra milizie
feudali, cittadinesche, e mercenarie.
Avean quello stesso dì tentato Catania i nimici, fidandosi nelle
macchinazioni de’ due frati, che s’eran tirati dietro molti giovani
vogliolosi di novità; i quali messero occultamente in città e
nascosero in un abituro dodici uomini d’arme francesi, che a notte
schiudessero la porta della marina; e dovea entrarvi un grosso stuolo,
che spiccato d’Agosta si pose in agguato a due miglia da Catania,
mentre una punta della flotta si mostrava in que’ mari. Ma il popol
che levossi in arme scoprendo le navi, fe’ stare i traditori al di
dentro, i nimici al di fuori; poi venuto il re con le genti, riseppe
i primi e vegliolli senza farne sembiante, si ritrasser la notte i
nimici. Con aspra scaramuccia ferironli allora sol dieci cavalli e
cinquanta balestrieri catanesi, sortiti senza saputa del re, con
Martino Lopez Catalano e messer Forte Tedeschi da Catania, che Giacomo
in premio fe’ governadore di Aci; i quali nell’oscurità della notte
ruppero il retroguardo che ripassava il Simeto, e tronche le funi
della zattera, molti Francesi fecero prigioni, molti uccisero, i più
periron nel fiume. In que’ dì Catania offriva lietissimo spettacolo
ad animo siciliano. Approdarono pria con l’ammiraglio venzette galee,
poi tredici: adunavansi grosse bande di milizie feudali: e mentre il
re pensava chiamar parlamento per chiedergli moneta, nel fornirono i
cittadini di Catania largamente; tra i quali una vedova, Agata Seminara
per nome, presentavagli dugento once d’oro, e tutti i suoi gioielli
per la difesa della patria. Notavansi tra i primi dell’oste Guglielmo
Calcerando catalano, e’ nostri Riccardo Passaneto da Lentini, Riccardo
di Santa Sofia, Ramondo Alamanno maresciallo del re, Corrado Lancia,
Matteo di Termini, Antonio Papè da Piazza; tra la forte gioventù delle
galee di Catania ricordasi un Niccolò la Currula, che lottava co’ tori
e abbatteali. Queste armi drizzaronsi incontanente sopra Agosta. La
notte innanti il tredici maggio fe’ vela l’armata; allo schiarire del
dì mosse il re con le genti, dodici giorni dopo l’occupazione nemica:
nel qual tempo s’eran armate quaranta galee, ben oltre mille cavalli,
e più migliaia di pedoni[32]. Tanto vigore ebbe Giacomo, prontezza il
popolo, e virtù il patto che strignea re e popolo! Leggiamo in vero
che dubbiosi palpitavan tutti in quel tempo, accrescendosi pel caso
d’Agosta i sospetti d’umori volti a novità. Ma debol coda eran questi
dello scontento nazionale, riparato da Giacomo con le riforme, e di
qualche rancore privato contro gli atti severi di lui; la qual macchia
non togliea che in questo incontro gl’interessi della nazione e del re
fossero un solo.
Primo in Agosta arrivò Loria con la flotta; e non trovando l’inimica,
senz’altro, sbarcò e assalì. Donde nelle strade della deserta città
ingaggiavasi aspra zuffa tra le nostre ciurme e’ cavalli nemici,
ch’ebber l’avvantaggio dapprima; ma quando Ruggiero, per mettere le
genti in necessità della vittoria, fe’ levar le scale delle galee,
rattestandosi i nostri e asserragliando le strade con botti e altro
legname, tanto ferivan co’ tiri, che rincacciate entro il castello
le genti di Rinaldo, s’insignoriron essi della città. Scandol molto
diedero in questo scontro, portati dalla infernale rabbia de’ lor
consorti Perrone e del Monte, i frati predicatori, saliti in su i tetti
del chiostro a provocare i nostri che pugnavano co’ nemici; onde altri
ne fur morti, altri si chiuser co’ nemici in fortezza, due caddero in
man dell’ammiraglio. Un di costoro, capuano, svelò l’appresto delle
nuove forze in Sorrento contro val di Mazzara, e che la armata partita
d’Agosta, navigava già sopra Marsala con Arrigo de’ Mari, cittadino di
quella terra, partigian de’ Francesi. Giacomo, sopravvenendo lo stesso
dì con l’oste, vide lo stendardo di Sicilia sui muri d’Agosta. Onde
ormai tutte le genti da tramontana, ponente, e mezzodì posero il campo
al castello, fortissimo ancorchè in piano, ma scarso d’acqua e mal
vittovagliato da Rinaldo, che sognando conquisti, non s’aspettava sì
pronto addosso il nemico[33].
E il re pria che strignesse la rocca, fatto accorto da’ detti del
frate, commette il comando di Marsala a Berardo di Ferro, privato
nimico al de’ Mari; provvedendo che ingrossino il presidio Bonifazio e
Oberto di Camerana da Corleone, d’origine lombardi[34], con gli uomini
di quella terra, sì feroci nel primo scoppio della rivoluzione: che
inoltre i condottieri e soldati di maggior nome dei monti, scendano
a rinforzar le città di marina: che vi si riparin muri e bastioni:
e pattuglie battan d’ogni dove le spiagge, per far la scoperta
dell’armata nimica. Presso Marsala questa approdò; tentò uno stormo
contro la città; e funne respinta. Accozzatovisi Arrigo de’ Mari con
dodici galee più, sbarcaron di nuovo; e ributtati nella seconda prova
con maggior sangue, senza infestar l’isola altrimenti, fean vela per
Napoli[35].
Ma all’assedio del castel d’Agosta, poichè il re invano intimava la
resa più volte per Corrado Lancia, adoprossi ogni ingegno di guerra de’
tempi. Leggiamo che con una specie di parallela fean gli approcci,
tirando un muro a protegger gli artefici; che i fabbri della flotta
costruivan terricciuole mobili a ruote, e cicogne, e un gatto da
percuoter le mura, bruciato poi dagli assedianti in una sortita; che
con mangani e altre macchine fean piover sassi nella fortezza, più
micidiali perchè aggiustati a prender il balzo; e afferma il Neocastro
come un Castiglione, ingegnere dell’armata, sì fino giocava il mangano
da imberciare a ogni colpo il pozzo unico del castello. Però, ancorchè
stesser saldi agli assalti, per essere in sito avvantaggioso e grossi
di numero, il numero accrescea la strage, perdendosi pochi colpi degli
assedianti: e più travagliavali il fetor dei cadaveri, l’acqua scarsa
e corrotta, la fame che li portò a cibarsi de’ cavalli e suggerne
il sangue. Ai trentaquattro dì, svanita una speranza di pioggia, nè
apparendone alcuna d’aiuti, i Pugliesi del presidio abbottinaronsi
sotto Giovanni Boccatorsola, giovane cavato napolitano, che assai vivo
parlò al legato: ma furono ad inganno, ei preso e dicollato, messi fuor
del castello gli ammutinati inermi; su i quali i Francesi buttan da’
merli il tronco di Giovanni, e con tiri di pietre li scacciano. Vennero
alle linee de’ nostri, e furonne ributtati per timor di fraude: tre dì
la misera plebe, tra due nimici, arrabbiando di fame e sete, disperata
gridava pietà. L’ebbe da Giacomo, salve solo le vite. Agli stessi patti
si arrese a dì ventitrè giugno milledugentottantasette, dopo quaranta
d’assedio, Rinaldo d’Avella, col legato e le reliquie del presidio: e
in quell’istante frate Perron d’Aidone, autor primo di tanto miserando
strazio d’umani, per fuggir supplizio, o non sostenere il rammarico
dell’impresa fallita, diè rabbiosamente del capo sulla muraglia, e finì
suicida quel tempestoso suo vivere[36].
Lo stesso dì la bandiera siciliana ebbe una splendida vittoria nel
golfo di Napoli. Messe in punto le macchine all’assedio d’Agosta,
navigò l’ammiraglio a Marsala; ove non trovando i nimici, tornossi
al re, e deliberavano di combatter senza indugio l’altro armamento
apparecchiato sul Tirreno. Perilchè, rinforzato d’altre cinque galee
di Palermo, delle quali fu capitano Palmiero Abate, e promesso alle
genti, dice Speciale, un donativo, o piuttosto che fosse buon acquisto
a’ privati ogni preda di quest’impresa, come porta il Montaner che
meglio se n’intendea e a quest’uso attribuisce i maravigliosi fatti
di quelle guerre, l’ammiraglio poggiò a Sorrento. Seppevi il sedici
giugno pressochè pronta l’armata a Castellamare; andò a riconoscerla
egli stesso; e risoluto ad affrettar la battaglia, scrisse una sfida
all’ammiraglio nimico, il nobil Narzone. Avea questi, tra teride
e galee, ottantaquattro legni grossi; su i quali montò il forte
dell’oste, con assai nobili e cavalieri, e quei primi feudatari poco
minori del principe stesso, i conti, di Monteforte, di Ioinville, di
Fiandra, di Brienne, d’Aquila, di Monopoli, il primogenito di quel
d’Avellino: onde questa poi si nomò la battaglia de’ conti. In mezzo
alle schierate navi stette l’ammiraglio angioino, armando di fortissima
gioventù la sua galea, circondata di otto più, a fronte, a tergo ed ai
fianchi; e su due vaste teride alzò i due stendardi della Chiesa e de’
reali angioini. Spiegavano all’incontro le aquile siciliane quaranta
galee, schierate da Loria, in qual ordine non sappiamo, ma sol ch’ei
spartì gli ufici della gente, quali a ferir con tiri di balestre o di
sassi, quali ad aggrappar le navi nimiche e arrembarle. Allo schiarire
del giorno, il ventitrè giugno, un acuto fischio uscì dalla nostra
capitana, e l’armata si preparò. Esortata con lieto piglio da Ruggiero,
gridò i santi nomi di Cristo e di Nostra Donna delle Scale; e vogò
contro le bandiere papali.
Guglielmo Trara primo urtava la fila nimica, dalla quale quattro
galee spiccansi a circondarlo, e altre seguivanle; ma volano alla
riscossa le galee di Milazzo, Lipari, e Trapani, poi di Siracusa,
Catania, Agosta, Taormina e infine di Cefalù, Eraclea, Licata, Sciacca;
talchè svilupparon Trara, e universale ingaggiarono la battaglia: un
contro due i nostri, ma più pratichi del mare, si fidavan di vincere,
incoraggiati sì dall’ammiraglio, che a veggente di tutti, dall’alta
poppa della galea in fulgida armatura comandava. Sanguinosa indi e
lunga la giornata si travagliò, finchè spossati i nimici, e standosi
inoperose dal canto loro le galee genovesi, avventavansi i Siciliani
sulle altre all’abbordo; e cominciò la fuga alla volta di Napoli.
Questo chiarì la vittoria. La quarta che i nostri guadagnavano in
questa guerra per giusta giornata navale; la più nobil tra tutte per
disavvantaggio di forze, ostinazione al conflitto, e numero di navi
prese: e rimutò le sorti della guerra al par della prima battaglia del
golfo di Napoli tre anni innanti, e di quella dell’ottantacinque al
capo di San Sebastiano; ma ebbero queste maggior grido, l’una per la
presura del principe Carlo, l’altra per la Catalogna liberata dalle
armi di Francia. Più migliaia tra di nemici e nostri caddero in questa
giornata. Accrebbero lo splendor della vittoria quarantaquattro galee
prese, con le bandiere, l’ammiraglio nimico, tutti i conti, trentadue
nobili, e quattro o cinque mila più uomini. Mandolli Ruggiero sotto
scorta di dieci galee siciliane a Messina; fe’ atroce rappresaglia
d’una enormezza del nemico, o seguì gli atroci esempi di quelle guerre
e di quella età, accecando parecchi prigioni; e con le altre trenta
galee, spedito difilossi al porto di Napoli[37].
Dove il popolo, come si suole, appiccava ai governanti questa
sconfitta; e scompigliavasi, e sarebbesi ribellato, se l’ammiraglio
avesse incalzato per poco, e Gherardo ed Artois, sopraccorsi a tempo,
con loro riputazione non l’avessero contenuto. Ruggiero usò la vittoria
vendendo a’ reggenti per grossa somma di danaro, tregua per due anni
su i mari; senza mandato del re, senza pro della Sicilia, con dar
comodo al nemico a rifarsi, e troncar il corso della fortuna. Però
nei consigli di Giacomo gli emuli dell’ammiraglio ribadivan le accuse,
e dicean tra’ denti fellonia; ma Giovanni di Procida, ch’era innanzi
a tutti nell’animo del re, perdonar fece tal colpa alla gloria;
parendogli non doversi provocare un tant’uomo, o volendolo in corte
privato sostegno a sè medesimo.
Pertanto quando Loria tornò con la flotta a Messina, non fu conturbato,
non fu troppo gioioso il trionfo. È degno di memoria, che alla
dedizione d’Agosta, Giacomo vietò per questa vittoria sulle bandiere
della Chiesa ogni pubblica allegrezza, fuorchè gl’inni al Signore. Ben
attese a ristorar il castello d’Agosta, a rafforzar con un muro di
cinta castello e città; e questa, diserta dalla strage del sessantotto
e dal nuovo assedio, ripopolò con bandire, che tutti i Siciliani e
Catalani che vi prendesser soggiorno, avrebbero stabili e franchige.
De’ prigioni, Rinaldo d’Avella e il vescovo di Martorano si permutarono
col castel d’Ischia (tanto fur leali ad essi i reggenti di Napoli);
ma se l’ebbero a vergogna que’ cittadini, perchè per dodici anni,
tenendo i nostri le bocche del golfo, riscotean tributo d’un fiorin
d’oro all’uscita d’ogni botte di vino, e doppio sull’olio, e sì sulle
altre merci. Per moneta si ricattaron gli altri nobili e’ conti;
fuorchè Guido di Monteforte, quel che non temè d’assassinare nel tempio
del Signore l’innocente Arrigo d’Inghilterra, e or nelle prigioni di
Messina morì di malattia, dicono alcuni scrittori, per serbare castità
e coniugal fede[38].
Valida per queste vittorie e per prosperità al di dentro, posò la
Sicilia intorno a due anni, non curante delle invettive che lanciavale
papa Niccolò IV, non guari dopo la sua esaltazione, il giovedì santo
dell’ottantotto[39]: e, durando la tregua, trattavasi anco la pace,
ma da oltramontani, e perciò male per noi. Perchè stando gl’Inglesi
con Francia in pace sospettosa e mal ferma, Eduardo, veggente assai
nelle cose di stato, temea non s’aggrandisse quel reame con l’impresa
d’Aragona; e, a torne cagione, procacciava in sembianze amichevoli la
liberazione di Carlo lo Zoppo e la pace. A ciò mosse le raccontate
pratiche al tempo di re Pietro[40]. A ciò, dicendo muoversi ai preghi
de’ figliuoli di Carlo e degli ottimati di Provenza, divisava un
congresso a Bordeaux con gli oratori di Aragona, Francia, Castiglia,
Maiorca, e i legati di Roma[41]: e ito a Parigi a dì venticinque
luglio dell’ottantasei, fermò tra Francia e Aragona una tregua[42],
non potendo la pace; perch’era durissimo a sciorre tal nodo. Giacomo,
afforzandosi ne’ preliminari assentitigli in Cefalù dallo stesso
Carlo, chiedeva, oltre il parentado con lui, la Sicilia, la diocesi di
Reggio, e il tributo di Tunisi: la corte di Roma, pugnando pe’ reali
d’Angiò più ostinatamente ch’essi medesimi non bramavano, rivolea la
Sicilia a ogni modo: Alfonso per interessi di famiglia e di nazione
tenea al fratello: induravano il re di Francia la romana corte e il
Valois. Eduardo dunque, poichè non seppe spuntar di suoi propositi
il pontefice che nulla temea, si volse ad Alfonso, imbrigliato
assai strettamente dalle corti d’Aragona e di Catalogna, ch’erano
impazienti di tal cumulo di danni per interesse non proprio, e le
turbava il novello romoreggiar delle armi francesi in Rossiglione.
Alfonso tentennò: poi a poco a poco, tirato da Eduardo, cominciò ad
abbandonare il fratello, in un accordo fermato ad Oleron in Bearn.
Parve poco questo trattato alla corte di Roma, che il disdisse; e
perciò i pazienti principi l’anno appresso rifecerlo, il venzette
ottobre milledugentottantotto, a Campofranco; ove, menomate in fatto
le guarentige d’Oleron, e lasciato dubbio là dove non poteasi far
l’accordo, Alfonso liberò il prigione, senza fermar patti espressi
per Giacomo, nè per la Sicilia, posponendo al suo proprio comodo il
manifesto dritto della Sicilia, le cui armi, non quelle d’Aragona,
avean cattivato il principe nel golfo di Napoli. Indi Carlo II,
lasciati per lui in carcere tre figliuoli, e pagati ad Alfonso
trentamila marchi d’argento, libero n’andò all’entrar di novembre
milledugentottantotto. Giurò che renderebbesi alla prigione, s’entro
un anno non procacciasse la pace ad Aragona. Ma di tal sacramento
il papa lo sciolse, insieme con Eduardo e co’ baroni mallevadori;
stracciò come disorbitante e nullo il trattato di Campofranco, scritto
da un officiale della romana corte; e continuò a conceder decime
ecclesiastiche al re di Francia, e a mostrar di favorire gagliardamente
l’impresa di Valois, per allontanar sempre Alfonso dal fratello, e
ottener senz’altri compensi la liberazione de’ figli di Carlo lo Zoppo,
com’avea conseguito quella del padre. L’anno appresso questo principe,
ancorchè uomo onesto e intero, fu piegato da simili ragioni a compier
la favola, appresentandosi con un grosso stuolo d’armati al colle di
Paniças, come se pronto a rientrare in prigione: e promulgò non aver
trovato chi ’l raccettasse; aver soddisfatto dal suo canto a ogni cosa;
e ridomandò infine gli statichi e la moneta.
Tal fu il primo esito delle negoziazioni tra gli oltramontani principi
pe’ fatti della rivoluzione nostra del vespro. Piegavano, com’anzi
dissi, a nostro danno, per la potenza della corte di Roma, e perchè
gl’interessi della Sicilia restarono in balìa del re d’Aragona, ch’era
costretto ad abbandonarli se volea restare sul trono. Indi Giacomo
ripigliò incontanente le armi, fidando nella nazione siciliana, che
avrebbe avuto a combattere per le vite, per la libertà e per la
corona del re. E Carlo II intanto, passato di Provenza in Italia, fe’
omaggio del suo reame al papa; e funne coronato a Rieti il diciannove
giugno milledugentottantanove, con grande allegrezza di tutta parte
guelfa d’Italia, che si vedea reso il suo principe. Cavalcò questi
immantinenti alla volta del regno, che i Siciliani già laceravano con
aspra guerra[43].
Perchè Giacomo di primavera dell’ottantanove risoluto l’assaltava,
tirato ancora da una pratica con cittadini di Gaeta. Passa a Reggio il
quindici aprile con quaranta tra teride e galee, quattrocento cavalli,
e dieci migliaia di fanti: il quindici maggio muove a risalir lungo
la costiera occidentale di Calabria; avanzandosi ei di terra con le
genti, l’ammiraglio con la flotta; l’uno a veggente dell’altro, perchè
operassero insieme. Occupavan Sinopoli, Santa Cristina, Bubalino,
Seminara, e per duri assalti anco Monteleone, sbarcatevi le ciurme;
e Rocca, Castel Mainardo, Maida, Ferolito, Aiello. Volle Artois
fronteggiarli, e s’ebbe a ritirare in fretta alle province di sopra;
dapprima campando appena da un agguato; poi non fidatosi a investire
il siciliano campo; e infine confuso dall’ardir di Calcerando e de’
fratelli Sarriano, che con picciolo stuolo, percotendo di mezzo al suo
campo sotto Squillaci, entrarono a rafforzar la terra e mantenerla
nella fede di Giacomo. Arrendeansi indi a’ nostri Amantea, Fiume
Freddo, Castel di Paola, Fuscaldo; resistean le rocche di Castel
Belvedere e San Gineto, tenute entrambe da Ruggiero San Gineto,
assecurandole il forte sito e la virtù del signore, e anco della
moglie, la quale con virile animo fu vista sugli spaldi di San Gineto
inanimire il presidio, e di sua mano piombar sassi sulle teste de’
nostri, che con l’audacia di tante vittorie stormeggiavano il castello.
Giacomo, lasciata Belvedere, strinse duramente quest’altra fortezza,
impaziente di seguire il corso delle sue vittorie, e adirato contro
Ruggiero, che caduto già una volta prigione dei nostri nel frequente
scaramucciar di Calabria, avea promesso di risegnare il castello, dando
statichi due figliuoli, ed or negava i patti e si difendea con tanto
valore[44].
Quivi un miserando caso attristò que’ medesimi animi infelloniti nelle
ostinate lotte dell’assalto e della difesa. Era il castello presso
ad arrendersi per diffalta d’acqua, quando una inaspettata speranza
di pioggia tanto il rinfrancò, che tornando alle offese, fu tolta di
mira coi mangani la tenda stessa di Giacomo. L’ammiraglio a questo,
rompendo ai soliti trapassi d’ira cieca e spietata, fa drizzare co’
remi un palco dinanzi la tenda; fa legarvi i due figliuoli, avvertito
e veggente Ruggiero. Il seppe la madre, e con dolor disperato, corse
alle mura, pregò i suoi, pregò i nemici, scongiurò ora il re di
Sicilia, ora il feroce consorte: e i combattenti arrestavan la mano da’
colpi, lacrimosi guardando tutti Ruggier San Gineto. Qui altri dice
ch’ei fe’ star la macchina, altri che con atroce virtù comandava di
trar sempre. In questa tragica tensione d’umani affetti, s’era chiuso
d’oscuri nugoli il cielo; disserravasi un turbine; il fremito de’
venti, il polverio confondeano ogni cosa; quando tra le ondate della
caligine si vide il palco andare giù in un fascio, non si sa bene se
per tiro del castello o folata di vento. Al maggior de’ giovanetti
entrò nella tempia un palo aguzzo che l’uccise. Giacomo rendea ai
miseri genitori il cadavere con onor di pompa funerale, rendea libero
l’altro figliuolo, e scioglieva anco l’assedio. Perchè vedendo per
quella medesima tempesta rifornito d’acqua il castello, e la propria
sua flotta campata appena da grave rischio su quelle costiere; e
tardandogli di mandare ad effetto una pratica con cittadini di Gaeta,
rientrò in mare con tutte le sue forze per seguire i disegni della
guerra[45].
Toccò Scalea, Castell’Abate, Capri e Procida che per lui si teneano;
soprastette in Ischia; e smontò l’ultimo di giugno a Gaeta, agevolmente
messo in fuga il conte d’Avellino, che in quello incontro ricordossi
troppo vivamente la passata sua prigionia in Sicilia. Mala fazione
che avea chiamato Giacomo, presumendo assai delle proprie forze[46],
sparatissima si trovò in quel tempo, in cui re Carlo II con tutti gli
aiuti di Roma, rientrato nei regno per Solmone e Venafro, avviavasi
a Napoli[47]. Largivagli il papa le decime ecclestastiche per tre
anni[48]; bandiva per tutta Italia la croce, seguita in frotte da
Guelfi di Lombardia e di Toscana, da Abbruzzesi, Campani e altri
regnicoli, oltre le milizie feudali chiamate al servigio. Sotto il
vessillo della croce e i comandi del legato pontificio, veniano i
Saraceni di Lucera. Vide con gli occhi propri il Neocastro, donne
portar armi tra quelle masnade, menarsi a guinzaglio grassi mastini per
isfamarli di scomunicata siciliana carne. Questo esercito smisurato,
sì diverso e bizzarro, capitanava il conte d’Artois[49], in cambio del
non guerriero monarca, inteso in Napoli a chiamar parlamento[50], e con
arti più miti tentare i Siciliani, promettendo perdono, e riforme, e
che Francesi non manderebbe a governare la Sicilia, ma un legato del
papa[51].
La fama dunque di tai forze, precorrendole a Gaeta, voltò tutti gli
animi a parte angioina; tantochè gl’indettati con Giacomo furono i
primi a gridare contr’esso. Però di ripari e provvedigioni si munì
bene la terra; il re, tentate indarno le pratiche, dopo alquanti dì
si pose a sforzarla: accampatosi sur un poggio egli coi cavalli e
il fior delle genti; e gli altri pedoni attendò al piano, trinceati
ambo i campi, antiveggendosi il pericolo. Con assalti forte dati e
forte respinti, e scambievole trar delle macchine gran pezza passò
quest’assedio: occuparono e poser a sacco i nostri Mola di Gaeta;
poi infino al Garigliano da un lato, a Fondi dall’altro, corser
guastando e saccheggiando i contadi di Nola, Maranola, e Tragetto;
ma Gaeta si danneggiava aspramente e non espugnavasi. Indi a poco
sopravvenendo l’oste crociata, corse in frotte a stormeggiare i
siciliani alloggiamenti; da’ quali ributtata con molto sangue,
anch’essa a picciol tratto si accampò. Gaeta dunque tra la flotta e le
genti nostre, queste tra la città e il nimico alloggiamento assediati
stavano, percotendosi coi tiri a vicenda. S’ebbe maggior travaglio
alla campagna, scaramucciando i nostri ogni dì or coi Saraceni, or coi
Toscani crociati, or co’ Francesi; e spesso i mastini lasciati contro i
nostri, sfamaronsi delle membra di chi li avea portato ausiliari alla
guerra. Leucio, sì glorioso ne’ fatti dell’ottantadue, e Bonfiglio,
messinesi, segnalavansi in questi affronti. Matteo di Termini in più
grossa battaglia cominciata un dì, sfracellò coi tiri delle macchine
la falange serrata de’ nimici. Non parea vero che diecimila uomini
tenesser sì saldo tra una città e uno esercito fortissimi. All’oste
siciliana si volgeano per la sua virtù le menti, i cuori, fin de’
nemici; piena di maraviglia e di perplessità, tutta l’Italia aspettava
ormai la catastrofe[52]. Ma intanto la violazione de’ patti d’Oleron
e di Campofranco, comandata, com’aperto vedeasi, da Roma, incresceva a
Eduardo; e a confonder Niccolò venner anco di levante lagrimevolissimi
avvisi: scacciati di Soria i cristiani; presa Tripoli dal Soldano con
orribili atti di crudeltà; strette d’assedio in Acri le reliquie de’
fedeli che imploravan soccorso. Però Eduardo, non più sopportando
che si spiegasse la croce contro cristiani mentre i maumettisti la
calpestavano in Asia, mandò al papa per Odone di Grandisson una
ambasciata acerba: che cessasse tanto scandalo; o alfin si aspettasse
l’ira di tutti i principi cristiani. Umiliossi Niccolò a tal forza
di verità. Spacciò, insieme con l’inglese, un messaggio a re Carlo,
portatosi il diciotto agosto al campo a Gaeta; il quale non era uom da
ricusare la tante volte promessa cessazione dalle armi. Aggiunte tai
pratiche alla difficoltà, che vedeasi d’ambo i lati durissima, a ben
finir questa fazione, fecer tosto fermare la tregua.
Vanno dall’un campo all’altro oratori a parlamentar di pace; nel
quale incontro scrive il Neocastro, che i cavalieri francesi entrati
nelle tende del sicilian re, vedendole sfolgorar di spade, lance e
tutti ornamenti d’arme, e per ogni luogo le ben acconce macchine, e
gli alloggiamenti trinceati con sapienza di guerra, ricordasser con
rammarico le stanze del secondo lor Carlo, come cella di chierico,
piene di libri profetici, musaici, dalmatiche in luogo di corazze.
Quanto all’importanza del trattato, battendo gli angioini oratori su
lor fola della cessione dell’isola, Loria al cospetto di re Giacomo
rispondea brusco: non lascerebbe la Sicilia, se tutto il mondo venisse
crociato sovr’essa. Indi del mese d’agosto milledugentottantanove si
fermò tra Sicilia e Napoli, in luogo della pace che non si poteva, una
tregua infino al dì d’Ognissanti del novantuno, con questi patti: che
si posasser le armi sì in mare e sì in terra, fuorchè nelle Calabrie e
presso il Castell’Abate e in qualche altro luogo: che potesse Giacomo
per mare vittovagliare e munire tutte le terre occupate da esso; non
portar l’armata innanzi a quelle ch’ubbidivano a Carlo: che nelle
infrazioni della tregua, si provasse il danno dinanzi a’ magistrati
della parte offesa, o a Giovanni di Monforte per re Carlo, a Ruggier
Loria per Giacomo; e tra dì quaranta il principe dell’offensore ne
facesse risarcimento. Notevol è tra questi articoli, e mostra con
quali indisciplinate masnade la Sicilia riportava tante vittorie,
il patto che restasser fuori della tregua gli almugaveri, de’ quali
Giacomo non si facea mallevadore; ma ben promettea non favorirli in
loro fazioni, e non mandarvi uficiali, nè mercenari suoi. Di tal
tregua presero grandissimo sdegno i baroni di re Carlo, che sentendosi
dieci contr’uno, speravan rifarsi una volta delle sconfitte toccate
nella siciliana guerra. Secondo i patti, primo levò il campo re Carlo,
tre dì appresso Giacomo; il quale imbarcatosi con tutte le genti il
dì penultimo d’agosto, prese il porto di Messina a sette settembre,
dopo aver corso a capo Palinuro grande fortuna di mare. Ricantando
le bravate dei baroni di Carlo, alcuno scrittore di quel reame, poi
sentenziava che seguitando le offese, sarebbe stata senza dubbio
inghiottita la picciol’oste di Sicilia; ma il guelfo Villani accetta
esser tornato utilissimo quell’accordo al regno di Puglia; e Carlo
stesso, men vantatore de’ suoi, di lì a pochi mesi non gloriavasi
d’altro che dell’aver Giacomo tentato senza pro la espugnazione di
Gaeta. Lo stesso può argomentarsi dalla fermezza de’ capitani di
Sicilia nel trattare; dall’essere rimaso Giacomo signore della più
parte delle Calabrie, oltre le terre occupate qua e là per altre
province; e dagli altri onorevoli patti che fermaronsi per, termine di
questa certo audacissima impresa sulla estremità opposta del territorio
nemico[53].
Nei due anni appresso, sostando la grossa guerra con Napoli, male
si osservò la tregua; com’eran gli uomini sempre con le armi alle
mani, e avvezzi ad offendersi e rubacchiarsi a vicenda; talchè or
per cupidigia, ora per rappresaglia, ora per non potersi raffrenare
gli almugaveri, continuarono scambievolmente le prede in mare, gli
assalti in terra[54], a quanto pare con maggiore avvantaggio dalla
parte dei nostri, che fean bottega de’ prigioni[55], e per mare
talvolta minacciarono[56], talvolta consumarono importanti fazioni[57];
alle quali l’ammiraglio preparossi il pretesto, lagnandosi una fiata
d’infrazione a’ patti, e aggiugnendo: non parlare per ambagi; ciò che
avea in cuore nol mentiva col labbro; sapessero ch’egli osserverebbe
la tregua al modo stesso che feano i nemici[58]. In questo tempo le
armi siciliane mostraronsi ancora con gloria in levante. Andò Loria
con la flotta a riportare il Margano principe d’Arabi, che in Sicilia
promettea riscatto; e appena sbarcato in terra maomettana, cavalcando
con uno stuol de’ nostri a Tolomitta, l’avviluppò d’insidie; ma essi
con incredibili prove strigatisi da’ barbari, e sforzato il re a
noverar la moneta, si tornavano con quella a Messina. Nel medesimo
tempo venuto a Messina Giovanni di Greilly, quel siniscalco di Eduardo
che adoprò sì leale con re Pietro a Bordeaux, ed or s’era partito
d’Acri per sollecitar aiuti della Chiesa, Giacomo, raccoltolo con assai
onore, gli die’ sette galee siciliane che in que’ luoghi combattessero
per la fede[59]. Più notevoli furono in questo tempo le pratiche della
pace.
Perchè vennero da chi solo potea portarle a compimento; parendo papa
Niccolò divenuto a un tratto più mite, per paura delle armi del
Soldano. Il Neocastro non la dà a cagione sì piana. Narra, che non
guari dopo bandita la tregua, un Geronimo, decrepito romito dell’Etna,
si traesse dinanzi al sommo pontefice, a rivelare ammonimenti del
Cielo a pro di Sicilia; sì che il piegò con la forza delle apostoliche
parole, che gravissime spiccano su le pagine del siciliano istorico.
Niccolò, qual che si fosse il perchè, mandava al re di Sicilia un frate
catalano, Ramondo per nome, a fargli sperar propizia la santa sede s’ei
menasse la siciliana flotta al soccorso d’Acri: e Giacomo rispondeagli,
che, riconosciuto re di Sicilia, con tregua per cinque anni e aiuto
di danari, passerebbe in Terrasanta con trecento cavalli, diecimila
pedoni e trenta galee; promettendo Loria ch’a sue spese aggiugnerebbevi
(sì alto era salito!) dieci galee, cento cavalli, duemila fanti. Ma
in altro modo questa novella benignità del papa fu interpetrata in
Sicilia. Pandolfo di Falcone e altri Siciliani pratichi delle cose
di stato, sursero a distogliere il re; tornandogli a mente che simil
laccio tese papa Innocenzo all’imperator Federigo; e che s’ei portasse
le siciliane armi in levante, darebbe inerme l’isola in man dei nimici.
Così fatto accorto Giacomo, inviò al papa Giovanni di Procida, uom da
stare a petto a que’ di Roma: il quale dando oneste cagioni del mutato
proponimento, conchiuse, che si differisse l’impresa di Terrasanta
infino alla ferma pace tra la Chiesa e Giacomo; ma il papa volle
rimettere il negozio alla pace generale da trattarsi in Provenza, tra
Aragona, Francia, Chiesa, Napoli, Maiorca, e Carlo di Valois, mediante
l’inglese Eduardo[60]; procacciandola con estrema attività, per ottener
la liberazione de’ figliuoli, Carlo lo Zoppo, che fermata ch’ebbe
la tregua in Gaeta, lasciò l’insultato reame, per compier con le
negoziazioni ciò che non avea saputo con la spada[61], e dimorò lungo
tempo in Francia come un infelice importuno, mercanteggiando con Carlo
di Valois, pregando Filippo il Bello, e spesso domandandogli danari in
prestito[62].
E per tal modo tutte le speranze si dileguarono; sendo finita questa
generai pace d’oltremonti là dove avean accennato i trattati di Oleron
e di Campofranco. Perchè la corte dì Roma, o non potendo beffarsi di
Giacomo, o tornando a pensare alle cose d’Italia più che della Soria,
non die’ ascolto al ripiego di Giacomo, offrente pagarle tributo per la
Sicilia[63]: e rinnovò gli appresti di guerra contro Aragona[64]: ove
le corti, mal soffrendo sempre il pericol proprio per l’utile altrui,
di settembre dell’ottantanove avean mandato ambasciadori in Sicilia,
che praticasser anco con Procida, Loria, Alamanno e Calcerando, a’
cui consigli Giacomo si reggea, e chiedesser venti galee siciliane
in Catalogna, poichè per ragion della Sicilia si dovea quel reame
rituffare ne’ mali della guerra[65]. A’ nuovi romori dunque, nacquero
in Aragona discordie civili tra le corti e ’l re; le corti, inibita
ad Alfonso ogni pratica dassè solo intorno la pace, voller che la si
trattasse per dodici commissari della nazione[66]: e vinto Alfonso
da necessità e stanchezza, ruppesi il debil filo al quale teneano
gì’interessi di Giacomo. Bandito un congresso[67] in Provenza, al
quale al papa mandava i due cardinali Gherardo da Parma e Benedetto
Gaetani[68], perchè tra la riputazione della porpora e la capacità
degli uomini, ogni cosa andasse a posta loro, alla prima si disse a
Giacomo ch’inviasse suoi oratori, o si fece sperare d’ammetterli; ma
quand’ei spacciò di giugno milledugentonovanta Gilberto di Castelletto
e Bertrando de Cannelli, il re d’Aragona rispondea: si stessero;
non gli sturbasser la pace sua; ferma quella, più agevol sarebbe a
Giacomo[69]. Intanto i cardinali legati a diciannove agosto del
novanta avean fermato un patto con Carlo II e Filippo il Bello, che
fatta la pace con Aragona, ma persistendo la Sicilia, il re di Francia
si godesse sempre la decima accordatagli per tre anni, e l’avesse
per altri anni due con pagare al papa per le spese della guerra di
Sicilia quattrocento mila lire tornesi, che si ridurrebbero a trecento
mila racquistandosi l’isola entro un anno e due mesi. Non conchiusa
la pace con Alfonso, il re di Francia darebbe dugento mila lire
solamente; sarebbe aiutato dal papa contro l’Aragona, e anco da Carlo
II, se questi riavesse la Sicilia nella quale dovea principiarsi la
guerra[70]. E’ manifesto così qual pace serbassero a Giacomo: nè allora
l’ignorava alcuno. Andò al congresso re Carlo co’ dodici commissari di
re Alfonso e delle corti d’Aragona, presenti i due legati del papa, e
quattro d’Inghilterra. Adunaronsi in Tarascon; e segnarono il trattato
a Brignolles, il diciannove febbraio milledugentonovantuno.
Nel quale umiliossi Alfonso a promettere di chieder perdono al papa,
dapprima per legati, indi entro dieci mesi anco in persona; di
guerreggiar in Terrasanta; di rendere a Carlo gli statichi, la moneta,
i prigioni di guerra; di richiamar tutti i sudditi suoi di Sicilia, e
togliere a Giacomo ogni aiuto. S’ingaggiò Carlo in cambio a procacciar
l’assentimento di Filippo il Bello e del Valois: vedrebbe la Chiesa
di rivocar la concessione del reame a costui, e ribenedir l’Aragona.
Lasciossi luogo ad entrar tosto nella pace al re di Maiorca, e a
quel di Castiglia, se si potesse[71]. Il dì appresso i due cardinali
intimavan questo trattato a Francia e alla corte di Roma[72]. Tanto
si legge ne’ diplomi. Il Neocastro a queste condizioni aggiugne:
riconosciuta l’alta signoria d’Alfonso su Maiorca; fermato censo annuo
di trenta once d’oro, che pagasse Aragona alla corte di Roma; stabilito
con quali forze dovesse andar Alfonso in Roma e indi in Terrasanta, e
in Sicilia a procacciar anche con le armi la sommissione di Giacomo.
Fu tolto allora ogni ostacolo al matrimonio d’Alfonso con la figliuola
d’Eduardo d’Inghilterra: e un altro poco appresso ne strinse re Carlo
per ottener la rinunzia del Valois, dando a Costui in isposa la sua
figliuola Margherita, con le contee d’Angiò e Maine[73].
Non ebbe tempo Alfonso a raccoglier di questa pace altro che il
biasimo. Accrebbelo con fornir munizioni navali a Genova, per
l’armamento di sessanta galee agli stipendi di re Carlo; che
ripigliato animo alla impresa di Sicilia, di marzo andò in Genova,
co’ due cardinali legati, a invitarvi que’ mercatanti guerrieri[74].
Ma quando più lieto si dipingea l’avvenire ad Alfonso, robusto e
sano a ventisette anni, assicuratosi il reame, vicine le nozze con
la bella figliuola d’Eduardo, una malattia di tre giorni l’uccise,
il diciotto giugno del medesimo anno, pria che si fosse mandata ad
effetto alcuna parte del trattato. Per non essere di lui figliuoli,
ricadea la corona a Giacomo re di Sicilia. Talchè a un tratto dissipò
la fortuna le meditazioni di chi avean intrecciato sì sottilmente la
pace; e arrise alla Sicilia, per apparecchiarle più torbidi tempi, e
poi maggior gloria. Giacomo, al primo avviso, convocato in fretta un
parlamento a Messina, con molto affetto parlò; e, come suolsi sempre
partendo, giurò eterno l’affetto, accomiatandosi da’ popoli in Messina,
Palermo e Trapani; donde entrò in nave il dodici luglio. Lasciò
luogotenente il fratel suo Federigo; una forte armata; assai acquisti
in Calabria; e chiara fama di sè. Perchè negli otto anni che resse
di presenza lo stato, dapprima vicario, poi re, s’ei fu in qualche
incontro ingannatore e crudele, ne fece ammenda con la benignità
nell’universale, i larghi ordini delle leggi, la virtù di guerra,
le avventurate imprese contro i nimici della Sicilia. Oltre a ciò,
sotto il suo governo ristoravasi la nazione a floridità e ricchezza;
alleviata dalle tasse, e dalla tirannide che tutto soffoca in disperato
letargo; francheggiata da sicurezza di buone leggi, e dalla virtù
della rivoluzione che animava ogni parte del viver civile. Per le
quali cagioni, accompagnavano amorosamente i Siciliani coi lor voti
quel principe, che pochi anni appresso dovea meritare le più disperate
maledizioni[75].