Don Omobono.
I lettori ricorderanno il povero prete di vettura che comparve nel
principio di questo racconto, colla sua miseria e le sue paure.
Passata quella burrasca dell'insurrezione, egli era ritornato alle sue
consuete abitudini: frequentava le sagrestie delle cento chiese di
Roma, e confuso nel crocchio dei sagrestani e dei chierici, tendeva
l'orecchio per sentire se si bucinasse di qualche ricco di quella
parrocchia che stesse per rendere l'anima al Creatore. In questo caso
egli metteva in moto le sue gambe secche e sottili come quelle di uno
struzzo; andava a spiare intorno al palazzo del morituro; chiedeva
quale fosse la finestra della sua camera da letto, e in quelle imposte
figgeva lo sguardo, come il navigante d'un tempo alla stella polare.
Appena vedeva aprirsi la finestra, ed era segno che il malato era
morto, don Omobono correva subito alla chiesa parrocchiale a farsi
iscrivere fra i primi per la messa funebre, sicuro così d'intascare
sei, otto, o dieci paoli, secondo il grado di ricchezza o piuttosto di
vanagloria della famiglia del defunto.
Nè si creda che il povero prete armeggiasse così per avidità di
danaro; gli era proprio che a forza di messe di vettura, per quanto
fosse limitato nelle sue esigenze, stentava a campare la vita.
Egli abitava sempre nella casetta di Trastevere, in una stanza
adjacente all'abitazione della Lucia Monti. Dopo l'incidente di
monsignor Pagni, e più ancora dopo l'arresto e il processo di Giuseppe
Monti, don Omobono non era più entrato nella casa delle due donne, per
paura di compromettersi; ma, quando giunsero i giorni della massima
afflizione, quando Monti fu condannato a morte, allora il naturale
buon cuore del povero prete la vinse sul sentimento di paura che lo
predominava, ed egli accorse a confortare come meglio potè la misera
famiglia, e, non potendo far altro, a piangere con quelle donne.
Quando poi Monti e Tognetti furono decapitati, egli si propose di
consacrare alla loro memoria una messa, che avrebbe detta
gratuitamente, non ostanti le sue strettezze finanziarie.
Nel giorno seguente a quello in cui ebbe luogo l'esecuzione, don
Omobono, incantucciato fra due pilastri di un palazzo in piazza del
Gesù, guardava a bocca spalancata una finestra del primo piano, nella
casa dirimpetto: aveva saputo appunto allora, nella sagrestia del
Gesù, che stava per morire un ricco signore, pel cui funerale si
sarebbero dette delle messe da uno scudo l'una per lo meno, ed egli
già calcolava su quello straordinario provento, per potere poi nel dì
dopo dire la messa gratuita, che stava ne' suoi progetti.
Un chierico della chiesa, ch'egli aveva lasciata pochi minuti prima,
venne a toglierlo da quella contemplazione.
--Don Omobono, disse il chierico, eravate appena partito dalla
sagrestia, che il padre Bindi ha mandato a cercare di voi con gran
premura.
--Il padre Bindi! disse don Omobono sgusciando gli occhi. Ha cercato
di me?
--E con grande premura.
--Eccomi, eccomi; che sua reverenza non abbia da aspettare.
E il prete di vettura, sopravvanzando il chierico, traversò quasi di
corsa la piazza, ed entrò con gran furia nel fabbricato del Gesù, per
quella porta laterale che mena all'atrio della sagrestia e del
chiostro.
La ragione di quella premura si era questa, che padre Bindi era uno
dei segretari primari del Padre Generale: a tutti era nota la sua
potenza, e don Omobono doveva aspettarsi da quella inattesa chiamata
molto bene o molto male.
Salì a tre a tre i gradini della scala, e dal primo laico che incontrò
nel corridoio fu guidato, non già nella cella, ma nell'appartamento di
padre Bindi. Questi, che era un gesuita lungo e magro, ricevè don
Omobono nel suo gabinetto di lavoro, seduto allo scrittoio ingombro di
carte, e co' suoi occhiali sul naso.
--Reverenza, reverenza, mormorò più volte il povero prete, strisciando
i piedi per terra, e battendosi il petto col mento.
--S'accomodi, don Omobono, sieda qui vicino a me.
--Troppo onore; mi hanno detto ch'ella mi comandava.
--Sì, desidero parlare con lei, ma senza cerimonie, così... da amici.
--Cosa dice? Troppo onore, reverendissimo!
--Sappia adunque, che l'ho fatto chiamare per l'esercizio di un'opera
misericordiosa. Lei è, se non erro, quel sacerdote che abita nella
stessa casa colla famiglia di quel disgraziato Monti, che è stato
giustiziato jeri: pace all'anima sua!
--Reverenza sì, rispose il prete impaurito, io abito nella stessa
casa; ma ho domicilio separato, separatissimo, reverenza.
--Ne sono persuaso; ma insomma, stando ad abitare vicino, avrà,
m'immagino, qualche relazione colla vedova del Monti.
--Oh nessuna, reverenza, nessuna, ci conosciamo... così... di saluto
appena... e nient'altro.
--Mi basta: senta adunque di che cosa si tratta.
Il nostro Santo Padre, che ha quel cuore pietoso ed angelico che tutti
sappiamo, è commosso a compassione pensando al destino di quella donna
infelice, di quei poveri figliuoletti. Pensa che quella famigliuola
povera e abbandonata potrebbe facilmente volgersi al peccato, e cadere
nell'eterna perdizione. Ecco pertanto che cosa Sua Santità ha
destinato nell'inesauribile sua misericordia. I figli troveranno asilo
nel nostro collegio, e la bambina nell'orfanotrofio del Sacro Cuore.
Questa e quelli saranno allevati a nostra cura, e a spese di Sua
Santità. La povera madre poi potrà celare il suo dolore nel convento
delle Carmelitane scalze, dove per carità della stessa Santità Sua
sarà ricevuta senza il pagamento della dote necessaria. Così sarà
provveduto alla sorte dell'intera famiglia, la madre e i figli saranno
preservati dalle diaboliche tentazioni, e vivranno nel santo timor di
Dio. Ella, don Omobono, che è conosciuto dalla Monti, è incaricato di
parteciparle le sovrane disposizioni. Queste notizie si ricevono con
maggior piacere da una persona amica. E poi, potrebbe avvenire che
delle cattive suggestioni, o un funesto spirito di indipendenza,
distogliessero la donna dall'accettare per sè e pei figli delle
offerte tanto generose e caritatevoli. In tal caso spetta a lei, don
Omobono, che come amico di casa, e come sacerdote, parla naturalmente
pel bene corporale e spirituale della famiglia. Spetta a lei
persuaderla, convincerla e indurla ad accettare il beneficio, che deve
ridondare in vantaggio de' suoi figliuoli. È disposto ad assumere
questo ufficio pietoso?
--Sì signore, reverenza! Un incarico che mi viene da lei! Io la
servirei in qualunque incontro, in qualsiasi evenienza.
--Va bene; si regoli dunque con prudenza. Ella è stato scelto per
questo incarico appunto perchè nella sua qualità di prete... dirò così
alla buona, e popolare, non è tale da svegliare... che so io?
sospetti... dubbi, timori. Insomma, mi ha capito. Si ricordi
sopratutto che preme sommamente al bene spirituale e corporale della
vedova Monti, e de' suoi figli, ch'essa accetti questo paterno e
amoroso consiglio. La vada dunque, e il Signore la soccorra col suo
divino ajuto in quest'opera di misericordia.
Così dicendo, padre Bindi si levò in piedi, e con un inchino del capo
congedò don Omobono, il quale intanto ripeteva gl'inchini con cui era
entrato, dicendo sempre:
--La non dubiti, reverendo. Lasci fare a me. La servirò come si deve.
--Poi verrà ad avvertirmi del risultato, gli disse il gesuita quando
esso fu giunto sulla soglia.
--Sì, reverendo; al più presto; stia pur sicuro.
Poi dopo un ultimo inchino, infilò il corridojo, quindi la scala, e
giù pei gradini, saltandoli questa volta a quattro a quattro. Traversò
la piazza del Gesù, sbirciando quella finestra, ch'era tuttora chiusa,
e via via s'avviò verso Trastevere.