Sua Santità Papa Pio IX.
Pio IX!... Pochi uomini della storia ebbero nella vita tanti singolari
contrasti quanti se n'ebbe il conte Giovanni Maria Mastai Ferretti,
assunto al pontificato col nome di Pio Nono. Capitano di cavalleria,
lasciò le spalline per la mantelletta di prelato; missionario, viaggiò
il vecchio e il nuovo mondo; antico framassone, iniziato in una loggia
d'America, ha poi anatemizzati e scomunicati tutti quanti i framassoni
dei due emisferi; esordì nel governo formandosi un ministero di
repubblicani, e termina il suo regno ricevendo dai gesuiti l'imbeccata
dei _sillabi_ e delle _encicliche_.
Nessuno è giunto come lui all'apice delle benedizioni, per piombare
poscia nel più profondo dell'abbominazione. Fuvvi un tempo in cui il
suo nome fece il giro di tutta la terra, accompagnato da un eco di
riconoscenza e di osanna; oggi esso è segno alle maledizioni di un
popolo intero. Quella mano che nel 1846, scrivendo l'amnistia dei
patrioti, diede il segnale della grande riscossa italiana, quella
stessa mano ha segnato il comando esecutivo di tante sentenze di
morte, ha consegnato tante teste al carnefice!
Che cosa è dunque quest'uomo? È il fariseo, che ravvolge il coltello
traditore nelle pieghe del manto sacerdotale? È il tiranno assetato di
sangue, che numera con gioia feroce le vittime scannate a' suoi piedi?
È il prepotente erede d'Ildebrando che agogna la signoria del
pastorale sopra la spada, e vuole elevare la cattedra di Piero sovra i
troni più alti dei re?
Niente di tutto questo. Pio IX non è altro che un uomo volgare, che ha
tutte le aspirazioni e gli stimoli della vanagloria, senza quella
forza invincibile di volontà che è fonte e sostegno delle grandi
ambizioni.
Nel principio del suo regno, quando egli bandì le riforme liberali, il
suo primo desiderio fu quello di procacciarsi la fama dell'innovatore
benefico, dell'uomo clemente e generoso. Fu allora che il partito
retrogrado spinse le cose all'estrema rovina: quell'uomo debole si
smarrì in faccia alle conseguenze della politica da esso inaugurata, e
si lasciò andare come perduto in braccio di quel partito. Riposto sul
trono riconquistato dalle armi straniere a prezzo di tanto sangue, il
Papa non doveva regnare più che di nome. Il cardinale Antonelli,
interprete della grande maggioranza dei cardinali, fu il vero sovrano;
non così però, che anch'esso non dovesse subire lo sterminato potere
dei gesuiti, che sopra ogni altro domina in Roma, e contro il quale
nessuna potestà ecclesiastica potrebbe impunemente cozzare.
Coloro che governano in vece del Pontefice, conoscendone intimamente
il carattere, blandiscono la sua vanità in tutti i modi. Una turba di
fanatici intuona incessantemente un coro inesausto di lodi sul suo
sistema di governo, che è appunto quello che piace ai dominatori
gesuiti. Ed egli, vecchio acciaccato, e indebolito nelle facoltà della
mente siccome nelle fibre, si compiace della definizione dei dommi,
della pubblicazione dei memorandi, e della convocazione dei concilii,
come di cose che devono raccomandare il suo nome alla posterità, sogno
supremo e vaneggiamento dell'anima sua. E dopo un ricevimento di
ufficiali, o una rivista di artiglierie sui prati della Farnesina,
passa a far pompa dei paramenti levitici, nelle feste sontuose del
Vaticano, o nelle visite dei conventi: e in mezzo a quelle
soddisfazioni dell'amor proprio, a quegli orgogliuzzi, a quelle
superbie puerili, passa contento l'ultimo avanzo della sua vita, senza
badare più che tanto al sangue e alle lagrime che si spargono in suo
nome.
A quel vegliardo dal cuore appassito, non resta vivo altro sentimento
di quel medesimo che lo faceva caracollare baldanzosamente sul suo
cavallo parato negli anni primi della giovinezza. Solamente l'oggetto
della sua vanità è mutato: l'impulso è lo stesso.
Entriamo a vederlo; entriamo in quel sublime palazzo del Vaticano, che
è quasi un Panteon dell'arte italiana; che ha per appartamenti le
stanze dipinte da Raffaello, e per oratorio la Cappella Sistina, e per
museo domestico il Belvedere; che racchiude insieme la Trasfigurazione
e il Giudizio Universale, l'Apollo e il Laocoonte.
Entriamo. Passiamo per l'atrio custodito dagli alabardieri svizzeri,
traversiamo il cortile vigilato dai palatini, percorriamo le
anticamere gremite di guardie nobili, di prelati, di camerieri
segreti, di _scopatori_¹, di _bussolanti_, di servidorame alto e
basso; arriviamo alle stanze intime di Sua Santità. Ecco una camera
parata da un damasco cremisi, che rimanda una tinta rossastra su tutti
gli oggetti; e cremisini sono anche i divani, le seggiole, i tappeti
che coprono le tavole; e rosso è il cortinaggio delle finestre, e
rosso è il riflesso degli specchi. Si direbbe un lago di sangue.
¹ Così è chiamata una delle cariche più onorifiche della corte romana.
Un uomo solo, un vecchio pingue e grasso, sta genuflesso in un
inginocchiatoio ornato da cuscini di velluto; egli è coperto da una
veste bianca, che gli scende fino ai piedi, adorna di finissima trina
e coperta da un ampio bavero circolare. Tiene giunte le mani e levata
la testa, e lo sguardo rivolto verso un bassorilievo di marmo bianco
infisso alla parete, dinanzi al quale, sta accesa una lampada. E testa
e sguardo sembrano atteggiati al raccoglimento religioso.
Così pregava il Papa nella mattina del 18 ottobre 1868, e sotto le sue
ginocchia, sopra un cuscino dell'inginocchiatoio, stava un foglio di
carta ripiegato. Quel foglio era la sentenza, colla quale due giorni
innanzi il Tribunale Supremo della Sacra Consulta aveva condannati a
morte Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti.
Ogni volta che il sanguinario tribunale emana una sentenza di morte,
perchè questa possa eseguirsi è necessario che il Pontefice la faccia
seguire dalla sua approvazione. Epperciò ognuna di quelle sentenze,
dopo pronunciata, viene trasmessa dal presidente della Sacra Consulta
nelle mani di Sua Santità, perchè si degni approvarla.
In tale occasione i pontefici sogliono mettersi in orazione colla
sentenza sotto le ginocchia, invocando, come dicono, la ispirazione
divina, per decidersi ad approvare la condanna, oppure a far grazia
della vita ai condannati.
Papa Pio IX stava dunque in quella mattina inginocchiato sulla
sentenza di Monti e Tognetti.
Il bassorilievo, sul quale teneva intento lo sguardo, rappresentava la
santissima Trinità, il Padre Eterno in sembianza di vecchio venerando,
alla sua destra il Figliuolo in figura di Salvatore, col simbolo della
redenzione fra le braccia, e sopra essi lo Spirito Santo in aspetto di
colomba di pace. Ognuna di quelle figure, considerata secondo le
credenze cristiane, doveva ispirare sentimenti di mansuetudine nella
mente del vecchio sacerdote. Il Creatore rappresenta la paternità col
suo inesauribile affetto; il Redentore del mondo è la personificazione
più commovente del perdono; lo Spirito Paracleto rende visibile e
toccante il vincolo d'amore che stringe l'uomo al suo Dio.
Ahimè! non erano queste considerazioni spirituali, non erano i sublimi
precetti dell'Evangelio, che tenevano occupata la mente del vecchio in
quei solenni momenti. Il suo pensiero vagava sulle grandezze temporali
del soglio, abbracciava la sede dei Cesari, venuta in potere del prete
coronato, raccapricciava per gli sforzi dei ribelli che vogliono
rovesciare il suo trono, si compiaceva nel novero delle baionette e
delle bocche da fuoco, che stanno in difesa della sua sovranità, e
trasvolava più lontano nei campi insanguinati di Mentana, e gli pareva
di ascoltare il rimbombo dei fucili _chassepots_, e credeva di vedere
un branco di camicie rosse, lacere e disperse, e la bandiera francese
e la papale, insieme conserte, piantarsi vittoriose in mezzo alla
strage.
Eppure, fra quelle nebbie dell'orgoglio si facevano strada i miti
consigli della pietà. Egli, vecchio cadente, spingere nel sepolcro due
vite rigogliose e fiorenti! E sarebbe stata tanto bene la parola del
perdono sulla bocca di un sacerdote!
Questi pensieri erano baleni fugaci in mezzo a una tenebra fitta. I
consiglieri, i confidenti, i confessori, e cardinali, e prelati, e
gesuiti, gli avevano susurrato lungamente all'orecchio, che l'unica
via di salvare il papato e la Chiesa era la severità, che i nemici
della religione avevano colmo il sacco della nequizia, che spargere il
sangue di due ribelli era opera pietosa, perchè con questo s'impediva
il traviamento di mille innocenti, che il perdono sarebbe stato, più
che periglioso, funesto e irreparabile danno, perchè dalla mitezza i
nemici traevano maggiore ardimento, e sarebbe venuto il tempo che
avrebbero soverchiata ogni possa, ogni riparo, e che era un tentare
Iddio fidare ciecamente nel suo aiuto, senza por mano agli argomenti
umani, e non si doveva abusare della Provvidenza, nè ostentare in tali
casi la clemenza, chè ogni virtù giunta all'eccesso diventa vizio
colpevole e dannoso.
Così lo stuolo dei neri corvi aveva ammonito e impaurito il povero
vegliardo: ed erano questi i pensieri che colle fantasmagorie delle
schiere armate, e delle battaglie, e delle rivolte, e delle mine,
tornavano più spesso a travolgere la sua testa vacillante; sì che i
tepidi sentimenti della compassione e della benignità restavano in
quel turbine soffocati e dispersi.