Tradimento.
Curzio, venuto fuori sulla loggia ed affacciatosi al parapetto, si
accorse con meraviglia e piacere, che quella volta i galeotti addetti
alle opere muratorie della fortezza, erano molto più vicini a lui che
non fossero il dì prima. Essi lavoravano in quel giorno sopra una
specie di ponte mobile, situato a ridosso di quella parte del maschio,
ov'egli appunto si trovava.
A un leggero sibilo ch'egli emise, un forzato, che Curzio riconobbe
per quello stesso che nel giorno innanzi gli aveva fatto cenno di
aspettare, volse la testa in su, e appena lo vide, gli fece un altro
segno, più espressivo del primo, col quale gli diceva con tutta
evidenza: Tenetevi pronto.
Curzio rimase intento cogli occhi ad ogni più piccolo moto di quei
condannati; gli parve che quel medesimo che gli aveva diretti quei
segni, scambiasse un rapido cenno col loro guardiano. Poi di lì a
poco, come se avessero terminato il lavoro della giornata, i galeotti
a due a due sfilarono giù dal ponte: uno solo rimase: era proprio
quello che aveva stretta seco una segreta intelligenza. Era di quelli
che non portavano la catena.
Il giovane prigioniero non ebbe tempo di maravigliarsi del come quel
forzato avesse potuto rimanere indietro sul ponte non ostante la
sorveglianza del guardiano, chè una sorpresa più forte lo aspettava.
Appena il condannato fu rimasto solo, con una sveltezza e un'agilità,
che lo dimostravano provetto in siffatti esercizi, si diede a salire
ponendo i piedi sulle ineguaglianze del muro, come avrebbe fatto sui
gradini di una scala. Fu così rapida la sua salita, ch'egli giunse al
parapetto e saltò dentro la loggia di Curzio, prima che questi potesse
rendersi ragione di tutta l'estensione del pericolo che quell'uomo
correva, e prima che nessuna delle tante sentinelle che vigilavano
all'intorno si accorgesse di quel viaggio prodigioso.
--Presto, presto! disse quell'uomo appena fu vicino a Curzio;
vestitevi con questi abiti.
E così dicendo in un baleno egli si trasse di dosso la casacca, i
calzoni, e il berretto a righe gialle e nere, che formavano il suo
vestiario da galeotto.
Curzio rimase un istante irresoluto; per quanto forte fosse il
desiderio ch'egli aveva di fuggire dalla sua prigione, si arrestò per
un momento innanzi all'idea d'indossare quegli abiti. Ma vinse ben
presto la ripugnanza, e spogliati con prestezza eguale a quella del
condannato il suo soprabito e i suoi calzoni, si vestì rapidamente
cogli abiti di colui.
--Ora, gli disse il galeotto, scendete subito per la strada per la
quale io sono montato; la discesa vi riuscirà certo più facile della
salita.
--E poi? chiese Curzio.
--Poi raggiungete il drappello dei forzati, e non temete. Il guardiano
farà il resto.
Dunque il guardiano era d'accordo, pensò Curzio. Ma non era tempo da
riflessioni. Salutò con un'occhiata più che con la voce quell'uomo
misterioso; misurò collo sguardo la distanza che lo separava dal ponte
mobile, scavalcò il parapetto, si aggrappò a quello colle mani, lasciò
andare le gambe, cercò coi piedi un appoggio, e coi piedi e colle mani
attaccandosi ai buchi della muraglia e alle rotture delle pietre
diroccate, discese per l'altezza di cinque o sei metri, finchè cadde,
più che non arrivasse, sul ponte. Di lì senza perder tempo entrò nella
finestra, per la quale si penetrava nell'interno dell'edifizio.
S'incamminò per un corridoio che trovò aperto dinanzi, e in fondo a
quello raggiunse il drappello dei forzati, al quale doveva unirsi. Il
guardiano gli fece un segno segreto con cui gli confermò la sua
connivenza.
Curzio si confuse nel branco dei galeotti, e il guardiano li avviò
innanzi.
Essi passarono corridoi, scalette, e baluardi, finchè giunsero nel
cortile della fortezza, e di quivi passarono dalla gran porta, per
ridursi alla darsena. Era cosa consueta, e nessuno vi faceva
attenzione.
Quando furono giunti fuori della fortezza, si avviarono giù per una
stradella vicina. In quella via il guardiano s'incontrò in un suo
collega e con quello scambiò poche parole, dopo le quali gli cesse la
guardia del drappello, ed egli col solo Curzio si avviò da altra
parte.
È cosa consueta in Civita-Vecchia dove i galeotti sono occupati in
ogni sorta di lavori, anche pei privati, il vederne un solo scortato
da un guardiano volgere in una direzione qualunque.
Curzio e il guardiano passarono per molte vie, finchè si condussero
all'aperta campagna. Quando furono giunti a un certo punto il
guardiano fe' cenno a Curzio di fermarsi, poi si volse indietro, si
accertò che non erano spiati da nessuno, e disse:
--Seguitemi!
Presero un sentiero di traverso, camminarono senza altre parole.
Passarono in mezzo a una melanconica pianura, intralciata da roveti e
da acque stagnanti, percorsa qua e là dalle mandre di bufali e di
cavalli selvaggi; sì ch'era forza ad ora ad ora ripararsi nelle
_staggionate_¹.
¹ Così chiamano nell'agro romano quei ripari di legno, dove si sta
al sicuro dalle offese dei bufali e dei cavalli sciolti.
Il guardiano si fermava ad ogni tratto, e guardava intorno come per
orizzontarsi, poi proseguiva il cammino, Curzio si fermava con esso, e
con esso riprendeva la strada.
Andavano e tacevano. Pareva inutile a Curzio il fare domande. O
quell'uomo voleva salvarlo, ed egli non aveva che a seguirlo per
ridursi a buon porto: od era un traditore, e in questo caso egli era
ormai in sua balìa, e non v'era possibile riparo. Unica via era quella
di abbandonarsi alla sorte.
Quando furono pervenuti, dove la boscaglia si faceva più fitta, e
l'acqua dilagava in palude, il guardiano si arrestò, e mandò un
fischio prolungato al quale quasi subito fece risposta un fischio più
acuto. Ed ecco sbucare da un cespuglio un uomo, e farsi incontro a
quei due.
Curzio riconobbe la figura di Giano. Egli ignorava la parte di
complicità che quell'uomo aveva avuto nel suo arresto, ma non poteva a
meno di nutrire una certa diffidenza contro colui, che gli aveva
promesso di condurlo a salvamento nella sera stessa in cui venne
arrestato. E perciò quell'incontro gli mise nell'anima il sospetto, di
cui diè segno indietreggiando d'alcuni passi.
--Non temete, disse allora Giano avanzandosi, io ho giurato alla
signora principessa di liberarvi dalla prigione, e se l'altra volta
non giunsi a trarvi a salvamento, spero questa volta coll'ajuto del
Signore di riuscirvi.
Poi Giano fece un segno di convenzione al guardiano, che aveva
condotto Curzio fino in quel luogo, e gli pose in mano del denaro che,
l'altro guardò, e numerò ben bene prima di allontanarsi. Il giovane
fuggitivo non era troppo rassicurato dal discorso di quell'uomo
misterioso, ma egli si trovava in tale condizione, che gli era forza
di seguire l'unica via che gli si era schiusa dinanzi.
Giano s'inoltrò nella boscaglia, facendo un cenno a Curzio, e questi
gli tenne dietro.
Girarono a lungo in quel labirinto di macchioni e di paludi. Più
s'inoltravano, e più si faceva forte nella mente di Curzio il sospetto
del tradimento, e già meditava di abbandonare la sua guida, e qual si
fosse il rischio, cacciarsi a caso nel bosco, fidandosi alla cieca
fortuna: quando all'improvviso lo stesso Giano, che sopravanzava d'un
buon tratto di strada il compagno spicca una rapida corsa, e in un
baleno si perde nel più fitto della macchia, lasciando Curzio solo
sopra il sentiero.
Allora ciò ch'era dubbio, diventa un'assoluta certezza. Giano era un
traditore, che aveva procurata la sua evasione per condurlo a più
sicura rovina.
Ma che fare in una situazione tanto pericolosa? Da che parte potea
egli rivolgersi, così perduto in un bosco, all'avvicinarsi della
notte, ignaro delle strade, stanco del cammino, senza cibo, senza
denaro, e con quelle vesti da galeotto sul dosso?
Non poteva nemmeno decidersi a passare la notte alla meglio in quel
luogo. Giano era andato senza dubbio a denunziarlo; e i soldati
sarebbero venuti a cercarlo senza ritardo. Si mise in braccio della
provvidenza, avviandosi alla ventura per uno di quei tanti sentieri
della boscaglia. Dove lo condurrebbe? egli non lo sapeva ma camminava,
camminava, colla speranza di allontanarsi almeno a tempo dal punto
dove il traditore l'aveva lasciato.
Era forse un quarto d'ora che procedeva in quella direzione, quando si
trovò sbarrata la via da un bacino d'acqua stagnante. Retrocedere,
sarebbe stato un perdere tutto il frutto del cammino percorso: tentare
il guado era troppo rischio e forse inutile. In quella stretta il
giovane pensò di costeggiare lo stagno fino a che potesse riprendere
il sentiero nella direzione di prima.
La riva di quella palude era frastagliata ad angoli che raddoppiavano
il cammino. Curzio era giunto in un luogo nel quale i cespugli
selvaggi riuniti a modo di siepe giungevano a toccare l'orlo
dell'acqua, allorchè intese al di là di quel fogliame un rumore
metallico simile a quello ch'è prodotto dal cozzo delle armi da fuoco.
Certamente v'erano dei soldati nascosti fra quegli arbusti.
Retrocedè subito, e seguendo sempre la riva dello stagno, e
raddoppiando il passo, continuò ad allontanarsi; a un tratto si trovò
impedito il cammino da un corso d'acqua che veniva a perdersi nella
palude. Con un salto vigoroso, si slanciò, e giunse a piede asciutto
dall'altra parte del rivoletto.
Di là si apriva uno spazio più largo, libero dalle acque e dalla
boscaglia; il fuggiasco poteva inerpicarsi sopra una piccola eminenza,
che aveva di fronte, e franando giù dall'altra costa, trovare la
salvezza. Ma in quella appunto che formava questo pensiero, ecco
sbucare da quello stesso rilievo di terreno altri armati.
Era ormai cosa evidente: gli davano la caccia. Esso era circondato,
come il cignale, intorno a cui si è formato un circolo di mute e di
cacciatori.
Senz'armi, senza difesa, senza ajuto alcuno, esso era abbandonato ai
nemici che si avanzavano da ogni parte. Già il cerchio si faceva più
stretto, e le voci dei soldati, che si additavano fra loro il
fuggitivo, giungevano fino a lui.
Che fare in quel supremo momento? Raggiunto dai soldati, avvinto,
incatenato, sarebbe ricondotto a prigionia più dura, più disperata, si
sarebbe di nuovo macerato in quegli sforzi impotenti, in quei
desolanti pensieri di prima. Valeva meglio attirare sopra di sè il
piombo di quelle carabine... e finirla! Fu con tale intendimento che
Curzio simulò di volgere a impetuosa fuga dalla parte dell'acqua
stagnante.
--Egli ci sfugge! gridò una voce. Fuoco!
E subito dopo i colpi dei moschetti echeggiarono in quella mesta
solitudine.
Curzio, colpito da cinque o sei colpi, cadde supino. Non gli rimase
che un istante di vita: il tempo di rivolgere un pensiero a sua madre,
e un'ultima invocazione al Dio dell'avvenire.
Quando i soldati giunsero al luogo dov'era caduto lo trovarono
cadavere.
Le trame tenebrose del principe Rizzi e del suo sicario avevano
ricevuto il loro compimento.
Era vicina la notte: pochi soldati rimasero a far guardia al morto che
si sarebbe trasportato l'indomani. Gli altri ritornarono in città.
Dopo la mezzanotte un soldato boemo stava di sentinella presso il
cadavere, mentre i suoi compagni dormivano avvolti nei loro pastrani
sotto un riparo di frasche. Stanco e un poco avvinazzato, egli andava
sonnecchiando, finchè postosi a sedere sopra un sasso si lasciò
vincere da quel torpore, che è una cosa di mezzo fra il sonno e la
veglia.
Il buon boemo vagava da qualche istante in quella indecisa regione che
sta fra i sogni e la vita reale, quando è svegliato del tutto da un
rumore indistinto: spalanca gli occhi, balza in piedi, e vede
vagamente in quell'ombra un braccio del morto alzato che ricade, e
nello stesso tempo sente qualche cosa strisciar via tra l'erbe del
terreno e le frasche.
Restò colpito da un improvviso terrore. Le fole superstiziose da cui
fu cullata la sua infanzia diventano in quel momento realtà
spaventose; vuol gridare e non può, vuol camminare, e non lo reggono
le gambe. Trema come per freddo, e gli battono i denti.
Quando venne il caporale per toglierlo di sentinella, lo trovò in
quello stato, fu deriso da tutti come pauroso, e alla mattina fu
portato all'ospedale con una febbre gagliarda.
Quegli che produsse la disgrazia del soldato boemo fu Giano. Egli
aveva promesso al principe un segno palpabile del suo trionfo. Curzio
teneva al dito un anello, dal quale non si era mai diviso, perchè era
un ricordo della principessa, e Giano lo sapeva, perchè una volta egli
stesso aveva recato quel dono. Egli pensò dunque di portare al
principe quel contrassegno.
Ronzando intorno al luogo dell'uccisione, approfittò della dormiveglia
di quel soldato per avvicinarsi al cadavere, e strappargli dal dito
l'anello, fuggendo subito carpone per terra, mentre la sentinella,
allibita dallo spavento, divenne incapace di muoversi e di gridare.
Quando fu sotto il raggio della luna, guardò l'anello per
riconoscerlo. Era ben quello; e di più, era tutto macchiato di sangue
rappreso: ciò gli accresceva valore!