Il principe Rizzi.
Francesco Rizzi di Castelgrande principe _assistente al soglio
pontificio_, antico allievo dei gesuiti, abbarbicato da lunga mano ai
caporioni della reazione, era uno dei più accaniti sostenitori del
potere temporale del Papa.
La sua natura malvagia era apertamente rivelata dalle sue fosche
sembianze. Allo, magro, stecchito, egli aveva radi capelli, tinta
olivigna, naso grifagno, guardatura losca. Camminava di sbieco,
parlava con voce rauca, profonda; v'era nella sua persona qualche cosa
che suscitava istintivamente il ribrezzo.
Tale era l'uomo, al quale era congiunta coi vincoli del matrimonio la
bella principessa.
--Mio marito! esclamò essa, con un acuto grido di terrore, quando lo
vide apparire sulla porta, come bieco fantasma.
Egli si avanzò lentamente, in silenzio, mentre Curzio, interdetto,
scostatosi d'un passo, guardava il nuovo venuto.
Giunto vicino alla moglie, il principe Rizzi le disse in tuono severo:
--Io vi chiederò, o signora, che cosa sia venuta a fare la principessa
Rizzi nella casa di un povero muratore, dove io la trovo in compagnia
di...
Qui egli s'interruppe, e volta un'occhiata sdegnosa sopra Curzio,
proseguì in tuono sprezzante:
--Di uno sconosciuto!
Le fiamme salirono al volto del giovane, il quale acceso d'ira
proruppe in aria minacciosa.
--Di tale sconosciuto, che....
E più avrebbe detto, se la principessa frapponendosi e trattenendolo
non gli avesse detto piano e rapidamente:
--Per pietà, Curzio!...
Poi, voltasi al marito, gli disse con tutta la serenità della purezza
offesa:
--Ed io vi risponderò, o signore, che la principessa Rizzi sente
troppo altamente di sè per rendere conto delle sue azioni a chi
sospetta di lei; e che voi, o signore, dovreste stimarmi abbastanza
per non abbassarvi fino a spiare la mia condotta.
Il principe, accigliando di più in più la fronte, soggiunse:
--Le vostre parole sono altere, ma i fatti vi accusano palesemente, ed
io, usando del mio diritto di marito e signore, v'impongo di
giustificarvi.
Questi detti furono pronunziati come una brutale ostentazione di
forza.
Curzio, testimonio di quella scena, non potè più frenarsi, e
volgendosi al principe, disse:
--Mi pare che il signore abbia scelto assai male il suo momento per
una spiegazione conjugale. Egli è, s'io non erro, un principe
assistente al soglio pontificio. Ora che i nemici del potere temporale
del Papa stanno per giungere alle porte di Roma, egli dovrebbe
affrettarsi a sorreggere il soglio, che minaccia di crollare e cadere
per sempre.
--Se tale è il mio dovere in questo momento, rispose Rizzi con fredda
ironia, il dovere di un framassone, quale voi siete se io non erro, si
è quello di recarsi in mezzo alla congrega, ed affilare il pugnale
della sua setta. Ciò vuol dire che se io ho scelto male il momento di
una spiegazione conjugale, voi sceglieste assai male l'ora di un
abboccamento amoroso.
A quelle parole, che suonavano un atroce insulto per sua madre, Curzio
stette per lanciarsi addosso al principe, gridando:
--Miserabile!
La principessa si frappose anche una volta: il giovane si contenne
fremendo. Un riso sarcastico inarcò le labbra sottili di Rizzi.
--Signora, diss'egli, la vostra carrozza vi aspetta qui fuori. Quanto
a voi, bel giovinotto, non tanto fuoco: ci rivedremo, ve lo prometto,
ci rivedremo!
--Quando e dove vorrete, esclamò prontamente Curzio.
La principessa, onde por termine a una situazione tanto perigliosa,
decise di seguire il marito; fece un segno di fervente preghiera verso
il figlio, ed uscì con Rizzi, il quale l'accompagnò col suo cupo
sogghigno sulla bocca.
--La lascerò partire con colui, così?... pensava Curzio. Ah no!
Si avviò per seguire i due ch'erano partiti.
Maria ch'era intanto entrata nella stanza lo trattenne.
--Fermatevi, Curzio! Voi non sapete chi è il principe, e di che cosa è
capace.
--E che mi cale di lui?
--Egli è fratello d'un cardinale, e potentissimo. Vi farà arrestare.
--Dunque anche tu, povera madre, sclamò il giovane, anche tu sei
vittima di questo abborrito potere sacerdotale! Colle catene di Roma
cadranno anche le tue. All'opera dunque! alla lotta!
La porta s'aperse, e Tognetti entrò frettoloso nella stanza.
--Tu appunto, disse, tu, Curzio, fratello!
Poi, trattolo in disparte, scambiò con esso alcune parole piano e in
fretta.
--Ho parlato ora con Cucchi, tutto è concertato per questa sera. L'ora
fissata è alle sette. A noi è affidata una missione importante. Vieni,
parleremo fuori.
--Andiamo.
--Ah no! gridò Maria posta in apprensione dal mistero di quel breve
colloquio. No, non partite. Voi andate a farvi uccidere, ed io povera
madre...
--No, disse Tognetti, rassicurati, mamma. Ti ho già detto che sarà un
affare da nulla. Prega il Signore per noi.
--Un bacio, figlio mio, un abbraccio, pregò la povera donna, che si
sentì impotente a trattenerli.
E li abbracciò entrambi.
--Anche voi, Curzio, anche voi siete mio figlio. Che il Signore vi
benedica entrambi.
--Il Signore ci assisterà, disse Gaetano, perchè noi vogliamo la
libertà della patria e il trionfo della vera religione di Cristo.
I due giovani baciarono un'ultima volta la donna, e svincolati
dall'abbraccio partirono.
Essa tentava di richiamarli ancora.
--Figlio!... Fermati... Si sono allontanati! non odo più i loro passi.
Oh Dio! se non dovessi più rivederlo il mio Gaetano! Santa madre di
Dio, aiutatemi voi!
Poi si volse a un'immagine della Madonna che pendeva da una parete
della stanza con un lume acceso dinanzi, e postasi in ginocchio, e
giunte le mani in atto di fervorosa preghiera:
--Santa Vergine! esclamò. Voi che provaste la pena atroce di vedere il
vostro figliuolo tormentato e morto, voi che sentiste tutti gli
spasimi che può sentire una donna, abbiate compassione di una povera
madre. Proteggete mio figlio!