Verso sera, continuando a imperversare l'uragano, si cacciarono in

fondo alla piccola caverna e accomodatisi alla meglio, cercarono di

gustare un po' di sonno. I tuoni erano diventati più radi, ma il vento

soffiava sempre con estrema violenza, contorcendo gli alberi delle

vicine foreste.

— Speriamo domani di ritornare alla nostra caverna, — disse

Enrico. — Mi pare che sia trascorso un secolo e rivedrò con piacere

Sciancatello. —

I suoi compagni non risposero. Russavano già come ghiri.

Il loro sonno però non fu lungo, poichè non erano trascorse due ore,

quando gli orecchi acuti del maltese furono colpiti da una detonazione

che pareva provenisse dalla parte del mare. Non era lo scroscio d'un

fulmine, nè lo sfasciarsi d'una montagna d'acqua contro le scogliere,

ma un cupo rombo che rassomigliava allo sparo d'un piccolo pezzo

d'artiglieria o per lo meno d'una grossa spingarda.

Sorpreso ed un po' inquieto s'alzò, lanciando sul mare burrascoso

un lungo sguardo, ma non scorse che tenebre, fra le quali appena si

distinguevano le creste spumanti delle onde.

— Che mi sia ingannato o che abbia sognato? — mormorò.

Ascoltò alcuni minuti, ma non udendo ripetersi quella detonazione,

tornò a coricarsi. Stava per richiudere gli occhi, quando udì un

secondo sparo.

Non si era ingannato: un cannone od una grossa spingarda aveva tuonato

al largo.

— Signor Albani! — esclamò, scuotendolo vigorosamente. — In piedi,

Enrico, su, Piccolo Tonno. —

Il veneziano ed i suoi compagni furono lesti ad alzarsi.

— Cosa succede? — chiese Albani.

— Si sparano delle cannonate sul mare, signore, — disse il marinaio.

— Delle cannonate!...

— Udite!... —

Un terzo sparo era echeggiato al largo, ripercuotendosi fra le rupi

dell'isola.

— La giunca, forse? — si chiese Albani.

Abbandonarono precipitosamente la piccola grotta e si slanciarono verso

la spiaggia senza curarsi dell'acquazzone che li inzuppava.

Essendo i lampi diventati radi, l'oscurità era così profonda da non

permettere di scorgere ciò che succedeva sul mare. Però in mezzo

ai fischi del vento ed ai muggiti delle onde, si udivano al largo

echeggiare delle grida umane.

— Qualche nave minaccia di naufragare, — disse Albani. — L'uragano deve

spingerla verso quest'isola.

— Ma non si vede, — risposero i tre marinai.

— Bisogna accendere un fuoco, per far comprendere a quei disgraziati

che qui possono trovare dei soccorsi.

— Con questa pioggia!...

— Cercate di abbattere qualche pianta resinosa o gommifera. Ho scorto

alcuni giunta-wan presso la grotta e bruceranno come paglie imbevute di

resina. Avete qualche arme?

— Sì, — disse Piccolo Tonno. — Ho il mio coltello.

— Andate a tagliarli. —

In quell'istante sul tenebroso orizzonte si vide a balenare una fiamma

e poco dopo s'udì echeggiare un colpo di cannone.

— Presto! — gridò Albani. — È una nave!... —

I tre marinai si slanciarono verso la grotta, tagliarono alcune

bracciate di quelle grosse piante arrampicanti sature di gomma e le

trasportarono sulla spiaggia ammucchiandole sotto la sporgenza d'una

roccia.

Il signor Albani aveva già accesi alcuni fiocchi di cotone ed un

pezzo di candela datagli dal mozzo. In pochi istanti i _giunta-wan_

presero fuoco quantunque fossero bagnati ed una grande fiammata s'alzò,

illuminando le scogliere e le onde che venivano ad infrangersi contro

la costa.

In quel momento il cielo, come se fosse geloso di quella luce,

s'illuminò: un lampo immenso fendette le nubi come una immane

scimitarra, facendo scintillare il mare fino agli estremi confini

dell'orizzonte.

— La giunca! — avevano gridato i tre marinai.

Non si erano ingannati. Alla livida luce di quel lampo avevano scorto,

a circa un miglio dalla spiaggia, una di quelle navi di forme pesanti

e barocche, colla prua alta e quasi quadra, che i chinesi chiamano

giunche. Certamente doveva essere quella segnalata al mattino.

Era stata veduta per pochi istanti, ma i tre marinai sapevano ormai

che quella nave si trovava in condizioni disperate, poichè non avevano

scorto alcun albero, nè alcuna vela.

Senza dubbio l'alberatura era stata abbattuta dalla furia dell'uragano

e quella carcassa, impotente a dirigersi, veniva trascinata, spinta,

scaraventata verso le scogliere dell'isola.

Di quando in quando il cannone tuonava sul ponte della povera nave e

s'alzavano grida acute, grida disperate invocanti soccorso.

— Enrico, — disse il veneziano, che non poteva tenersi fermo. — Credi

che si possa affrontare le onde colla nostra scialuppa?...

— No, signore; sarebbe un'imprudenza che ci costerebbe la vita senza

poter recare alcun aiuto ai naufraghi.

— Ma noi non possiamo rimanere qui inoperosi, mentre quei disgraziati

corrono il pericolo di venire subissati.

— Le onde li spingono verso di noi, signore, — disse il maltese. —

Quando la giunca si sfascierà, saremo pronti a soccorrere i naufraghi.

— Taci!... Ho udito uno scroscio! —

Un urlo immenso s'alzò sul mare, seguito da un ultimo sparo e da uno

scroscio terribile.

— A terra! — gridò il signor Albani, agitando un tizzone acceso e

avvicinandosi alle scogliere.

Un altro lampo illuminò la notte.

La giunca ormai aveva investita la scogliera e si era rovesciata sul

tribordo, sventrandosi contro le punte aguzze dei coralli. Al baleno

di quel lampo i Robinson avevano scorto parecchie persone correre

disordinatamente sul ponte inclinato della nave, in mezzo alle onde che

montavano a bordo schiumeggiando e muggendo.

Il signor Albani, i due marinai ed il mozzo, muniti di tizzoni

fiammeggianti erano balzati nella scialuppa la quale, trovandosi entro

quella specie di canale riparato dalle scogliere, poteva prendere il

largo senza correre il pericolo di venire subissata.

Puntando i remi sui bassifondi, in pochi istanti attraversarono il

canale e si trovarono dietro alle rocce, ma proprio in quel momento

si udì uno schianto più formidabile di prima e alla luce dei tizzoni

i Robinson videro la povera nave aprirsi a metà, quindi sfasciarsi da

prua a poppa sotto l'impeto irresistibile ed incalzante delle ondate.

— Fulmini! — esclamò Enrico, impallidendo.

— Sono stati inghiottiti! — urlarono il maltese ed il mozzo.

— No, disse Albani. — Odo delle grida! —

Infatti fra i muggiti dei marosi si udivano a echeggiare delle

grida. Pareva che alcuni uomini fossero riusciti ad aggrapparsi alla

scogliera.

— Coraggio! — gridò il veneziano. — Veniamo in vostro aiuto. —

S'aggrappò alle sporgenze della scogliera e si issò seguito da Enrico,

mentre il maltese e Piccolo Tonno tenevano ferma la scialuppa.

Le onde balzavano sopra le rupi e le attraversavano scendendo

dall'opposta parte come cateratte furiose, ma i due Robinson

continuavano a salire perlustrando i crepacci e rimuovendo i rottami

della nave.

Ad un tratto incespicarono contro degli ostacoli che stavano

ammucchiati entro un crepaccio.

— Terremoti! — urlò il marinaio, rimettendosi prontamente in equilibrio.

Delle voci lamentevoli risposero a quella esclamazione.

— Vi sono dei naufraghi qui, — disse Albani.

Alcune forme umane s'alzarono dinanzi a lui, emettendo dei gemiti.

— Coraggio, giovanotti, — disse il marinaio. — Vi è una scialuppa

pronta a trasportarvi. Su, mille fulmini!... Saldi in gambe e attenti

alle onde.

— Caballeros, — disse una voce.

— To'!... degli spagnuoli! — esclamò il veneziano. — Seguiteci!...

— Dei poveri tagali, signore, — disse la voce di prima.

— Tagali o spagnuoli seguiteci, ma badate alle onde. Vi sono altri

superstiti?...

— Mancano i chinesi.

— Enrico, incàricati dei chinesi se ne troverai ancora di vivi. Io mi

occupo di questi poveri naufraghi. Affrettatevi o le onde vi porteranno

via. —

Cinque persone si erano alzate e tenendosi per mano lo avevano seguito,

scendendo con precauzione la scogliera. Il maltese e Piccolo Tonno li

attendevano tenendo ancora accesi due grossi rami di _giunta-wan_.

Il veneziano ed i naufraghi salirono nell'imbarcazione. Solamente

allora i Robinson s'accorsero che quei miseri strappati alle onde non

erano tutti uomini: vi erano tre ragazze, un giovanotto ed un vecchio.

— Conducili alla sponda, — disse Albani al maltese. — Io vado a

visitare la scogliera. —

Spinse la scialuppa al largo e raggiunse il marinaio, il quale frugava

tutti i crepacci gridando a piena gola.

— Hai trovato nessun altro? — gli chiese.

[Illustrazione: Quattro anni dopo, cioè nel 1845, quando la

squadra inglese approdò in quell'isola.... (Pag. 250).]

— Pare che le onde abbiano portato via i chinesi, — rispose il

marinaio. — Non odo alcuna voce.

— E la giunca?...

— Il mare ha spazzato via tutti i rottami. —

Percorsero tutta la scogliera tenendosi strettamente per mano per

meglio resistere alla furia dei marosi, visitarono tutti i crepacci,

tutte le spaccature, ma non trovarono alcun altro naufrago.

— Il mare li ha inghiottiti, — disse il marinaio. — È inutile

prolungare le nostre ricerche con questi colpi d'acqua che minacciano

di trascinarci via.

— Disgraziati! — mormorò Albani. — Orsù, ritorniamo. —

Il maltese ed il mozzo, sbarcati i naufraghi presso la caverna,

avevano riattraversato il canale e li aspettavano sotto la scogliera.

S'affrettarono a raggiungerli e si fecero condurre sulla spiaggia.

— Pensiamo ai naufraghi, ora, — disse il veneziano. — Tu, Marino,

va a tagliare una nuova bracciata di giunta-wan per asciugarci un

po'. —

CAPITOLO XXXIV

I tagali

I naufraghi si erano rannicchiati dinanzi ai tizzoni, gli uni stretti

addosso agli altri, per asciugarsi le vesti grondanti d'acqua.

Come si disse erano cinque: tre ragazze, un giovanotto ed un vecchio.

Erano tutti tagali, abitanti che popolano l'Arcipelago delle

isole Filippine. Questa razza è una delle più belle, delle più

intraprendenti, delle più industriose e delle più gagliarde dei mari

della China.

La loro carnagione non è olivastra come quella dei Malesi nè bruna come

quella dei Bughisi, ma bensì rossastra. Le loro gote sono prominenti,

ma il contorno del viso è più romboidale che quadrato, il loro naso un

po' prominente, i loro occhi lievemente obliqui ma non stonano, anzi

hanno una certa grazia.

Le tre fanciulle, che potevano avere dai quindici ai vent'anni,

erano graziosissime, con certi occhietti vivaci e neri, la carnagione

leggiermente ramigna, le labbra d'un bel rosso incarnato e con denti

più bianchi dell'avorio.

Indossavano delle sottanine a pieghe, a colori vivaci e una camicia

ricamata, mentre i loro piedi sparivano entro scarpine di velluto a

fregi d'oro. Al collo portavano collane di perle e agli orecchi grandi

pendenti di provenienza spagnuola.

Il giovanotto non aveva più di venticinque anni, ed il vecchio doveva

toccare già la sessantina. Erano entrambi di alta statura, snelli, ma

il primo aveva i tratti del volto un po' diversi da quelli dei tagali

e anche la carnagione che era più terrea, quasi grigiastra. Erano

però entrambi vestiti di tela, ma colla camicia svolazzante fuori dai

calzoni, secondo l'uso del loro paese.

Il vecchio, vedendo avvicinarsi il signor Albani, s'alzò, dicendogli:

— Grazie, señor, del vostro aiuto. Senza di voi, noi saremmo stati

trascinati via dalle onde.

— Altre persone avrebbero fatto altrettanto, — rispose Albani,

modestamente. — Ehi, Piccolo Tonno, abbiamo ancora un po' di

_tuwah_?... Un sorso farà bene a questa povera gente.

— Sì, signore, — rispose il ragazzo.

Ritornò nella scialuppa e poco dopo saliva portando un recipiente di

bambù pieno di quella forte bevanda ed una provvista di biscotti.

Le ragazze ed i due uomini, dopo nuovi ringraziamenti bevettero alcuni

sorsi e mangiarono alcuni biscotti.

Il vecchio intanto narrava la sua istoria. Le ragazze erano sue figlie,

il giovanotto era il fidanzato della più giovane e si erano imbarcati

su di una giunca chinese in rotta per le Molucche, onde visitare

una possessione che il futuro genero possedeva a Ternate, essendo

molucchese.

Presso le Sanghier un violento uragano aveva assalita la giunca la

quale era stata respinta verso l'ovest, malgrado gli sforzi disperati

dell'equipaggio composto di quindici uomini.

Appena avvenuto l'urto, malgrado i consigli del capitano chinese,

si erano gettati in acqua e le onde li avevano respinti sopra la

scogliera. Poco dopo, la nave, sventrata dalle punte corallifere,

scompariva con tutti coloro che la montavano.

— Abitavate a Manilla? — chiese Albani al vecchio.

— No, alle isole Calamine, — rispose il tagalo. — Ero capo d'un

villaggio.

— Avete udito dal capitano chinese, il nome di quest'isola?

— No, signore. Credo che il capitano ne ignorasse l'esistenza.

— Dunque voi non sapete quale terra sia questa.

— Suppongo che sia una delle Sulu, poichè dalle Sanghir siamo stati

trascinati sempre verso il nord-ovest.

— Lo credo anch'io, — disse il molucchese.

— Siete anche voi naufraghi? — chiese il vecchio.

— Sì, ma non inquietatevi per questo. Possediamo una casa, degli

animali, dei viveri e un campo e non soffrirete la fame.

— Non possedete alcuna nave per abbandonare quest'isola?

— Una sola scialuppa, quella che avete veduto, la quale non può

affrontare una lunga navigazione. Noi siamo come prigionieri su

quest'isola, ma non ci lamentiamo, poichè col lavoro e colla

perseveranza, ci siamo procurati tuttociò che è necessario

all'esistenza umana.

— Ma noi?... — chiese il vecchio.

— Se vorrete, farete parte della nostra famiglia, della famiglia dei

Robinson italiani, ma ad una condizione: che ci dobbiate obbedienza e

che al pari di noi, lavoriate pel benessere di tutti.

— Signore, — disse il vecchio capo, con voce commossa. — A voi dobbiamo

lo nostra esistenza, quindi disponete interamente di me, delle mie

figlie e del mio futuro genero: noi, se lo vorrete, saremo vostri servi

o come vostri schiavi.

— No, nè servi nè schiavi sulla terra dei Robinson italiani, — disse

il veneziano. — Voi sarete nostri compagni, anzi fratelli, poichè come

noi siete naufraghi e qui distinzioni non voglio che esistano. È vero,

Enrico?... È vero, Piccolo Tonno e Marino?

— Sì, signore, siamo tutti eguali qui, — disse il genovese, — ma tutti

noi riconosceremo in voi il capo, il governatore dell'isola.

— Ben detto! — esclamò il maltese.

— No, amici, — disse Albani.

— Sì, signore, — disse il marinaio. — Voi ci avete guidati, voi ci

avete salvati dalla fame e dalle tribolazioni, voi, colla vostra

sapienza e colla vostra abilità, ci avete data un'esistenza felice, è

quindi giusto che noi tutti vi riconosciamo per nostro capo.

— Allora cercherò di mostrarmi degno della fiducia che riponete in

me. Siamo tutti vigorosi, siamo tutti pronti a lavorare e cercheremo

di trasformare quest'isola, pochi mesi fa deserta e selvaggia, in una

colonia fiorente, degna della patria italiana.

— Viva il signor Albani! — urlarono il maltese, Enrico e Piccolo Tonno.

— Viva il nostro capitano!... —

Intanto cominciava a spuntare l'alba e l'uragano andava calmandosi

rapidamente. Il cielo si sgombrava, il vento, dopo d'aver urlato su

tutti i toni, aveva ceduto e le onde si spianavano.

I Robinson decisero di esplorare un'ultima volta la scogliera per

vedere se vi era qualche altro naufrago, o se potevano raccogliere

qualche avanzo del carico della giunca che potesse tornare a loro

utile, poi di partire per raggiungere la capanna aerea, avendo ormai

quasi esaurito le provviste.

Albani ed i due marinai attraversarono il braccio di mare e si recarono

sulla scogliera, ma la loro gita fu inutile, poichè nulla rinvennero.

Le onde avevano spazzato via i rottami della nave, e nessun naufrago fu

trovato.

Essendo in quel frattempo spuntato il sole ed essendosi il mare

calmato, deliberarono di partire senza perdere tempo.

Non potendo però la scialuppa portarli tutti in causa della sua

eccessiva immersione, il maltese, che aveva ormai una certa conoscenza

dell'isola, fu incaricato di guidare i naufraghi verso le coste

settentrionali, mentre Albani, Enrico e Piccolo Tonno s'incaricavano di

ricondurre l'imbarcazione.

Questi diedero la cerbottana del mozzo, onde potessero difendersi

in caso d'un attacco da parte delle tigri, poi spiegarono la vela

prendendo rapidamente il largo.

Poco dopo anche il maltese ed i naufraghi della giunca si mettevano in

cammino, seguendo la costa.

La Roma, spinta da un vento assai fresco che le permetteva di

raggiungere una velocità di cinque nodi, si tenne a due miglia dalle

spiagge per evitare le profonde insenature che l'isola descriveva e per

evitare le scogliere che si stendevano in tutte le direzioni.

Se quella velocità non scemava, ai loro calcoli, potevano giungere

nella piccola baia della costa settentrionale poco dopo il mezzodì.

— Come sono contento di rivedere la nostra capanna, — disse Enrico, che

manovrava la vela in modo da farle raccogliere più vento che poteva. —

Sarà inquieto quel bravo Sciancatello, non avendoci veduti a ritornare.

— Se non glielo avessi impedito, mi avrebbe seguito, — disse il mozzo.

— Quale sorpresa pei tagali, quando vedranno i nostri animali, la

nostra bella casa, il nostro campo ed i nostri magazzini. Sono brave

persone, i tagali, signor Albani?

— Sono i più industriosi ed i più robusti di tutte le razze dell'isole

della Sonda. Sono compagni preziosi che ci saranno di molto giovamento.

— Bisognerà costruire delle altre capanne, signore.

— Si costruiranno.

— E raddoppiare, anzi triplicare le nostre provviste.

— Le triplicheremo e dissoderemo un bel tratto di terreno.

— Signore, — disse il marinaio, esitando. — Non vi sembrano belle le

figlie del capo?...

— Sono graziose davvero, Enrico.

— Mi frulla in capo un'idea.

— E quale?...

— Terremoto!... — esclamò il genovese, che da qualche istante si

grattava furiosamente il capo.

— Di' su, amico.

— Sapete, signor Albani, che non mi rincrescerebbe.... che....

— Parla, — disse il veneziano, che lo guardava sorridendo.

— Ormai ci sono.... orsù.... meglio che ve lo dica.... lampi e

fulmini!... Se il capo mi dasse una figlia per sposa?...

— Ah!... furfante!... Tu pensi già a piantare famiglia!...

— C'è la maggiore che mi piace, signor Albani. Terremoto!... È una

bella ragazza e mi sembra che deve essere anche molto buona.

— Si domanda.

— Ma il capo?...

— Credo che si terrà molto onorato d'imparentarsi con un uomo di razza

bianca.

— Fulmini!... Che bella colonia!... E so che a Marino piaceva l'altra,

sapete?... Il volpone la guardava con certi occhi da triglia!...

— Buono! — esclamò il veneziano, ridendo. — Ecco una colonia che non

perirebbe più mai. Ne parlerò al capo.

— Voi?...

— E perchè no?... Fra un mese celebreremo tre matrimoni: il tuo, quello

di Marino e quello del molucchese.

— Signore!... — esclamò in quell'istante il mozzo, che stava ritto a

prora.

— Cos'hai?...

— La capanna!... Eccola lassù che sporge dietro quel gruppo

d'alberi!... Urràh!... —

Il veneziano guardò verso la costa la quale piegava bruscamente verso

l'ovest. Dietro ad un macchione di piccoli durion, si vedeva sorgere il

tetto della capanna aerea.

Una viva emozione si dipinse sul viso di Enrico e del veneziano.

— Urràh!... urràh! — urlò il marinaio, con quanta voce aveva in gola.

Poco dopo videro Sciancatello correre sulla cima delle rocce seguito

dalle due scimmie. L'affezionato orang-outan spiccava salti di gioia e

dondolava comicamente la testa e le braccia.

La Roma, oltrepassata una scogliera, entrava nella piccola cala attigua

ai vivai. I tre Robinson l'arenarono, tirandola in secco sulla sabbia.

Enrico, che era in preda ad una viva emozione, si prese Sciancatello

fra le braccia e per poco non depose due baci su quelle gote pelose.

— Andiamo a vedere se l'uragano ha causato dei guasti, — disse Albani.

— Sono inquieto pei nostri animali. —

Il ventaccio, malgrado la sua violenza, non aveva atterrate nè le

tettoie, nè le cinte. Nemmeno la casa aerea, quantunque fosse così

esposta, aveva sofferto.

— Affrettiamoci a preparare il pranzo pei nostri nuovi amici, — disse

Albani. — Fra un paio d'ore saranno qui.

— Corro al vivaio a prendere una testuggine e dei pesci, — disse Enrico.

— Ed io vado a spillare del toddy e del vino bianco, — disse Piccolo

Tonno.

— Io invece andrò a torcere il collo a un paio di tucani, — concluse

Albani. — Prepareremo ai nostri compagni un vero pranzo e mostreremo a

loro come delle persone laboriose possono trovare mille risorse anche

su quest'isola deserta. —

CAPITOLO XXXV

La famiglia dei Robinson

Quattro ore dopo il maltese ed i naufraghi della giunca, che avevano

marciato con grande rapidità, giungevano nella possessione dei Robinson

italiani, dove gli aspettavano un pranzo poco meno che luculliano.

Rinunciamo a descrivere il loro stupore, la loro meraviglia, nel

trovare su quell'estrema punta di quell'isola deserta e selvaggia una

tavola così riccamente imbandita, una casa così comoda, quel campo

coltivato con cura estrema, quel recinto già popolato di parecchi

animali e di numerosi volatili, e quei magazzini riboccanti di viveri.

E rinunciamo pure a descrivere le congratulazioni fatte a quegli

operosi Robinson che approdati con quasi nulla, mercè la loro attività,

la loro costanza, avevano saputo procurarsi più di quanto sarebbe

stato necessario alla loro esistenza. Potevano ben dire che quella

microscopica colonia, nel suo piccolo, era in caso di gareggiare colle

secolari e più fiorenti colonie delle isole dell'arcipelago della

Sonda.

Il maltese sopratutto era il più stupito, memore delle miserie e dei

lunghi digiuni sofferti sulle coste meridionali di quella istessa

isola, che a lui ed al suo compagno era sembrata inabitabile.

L'indomani la piccola colonia, sotto la direzione del valente ed

infaticabile veneziano, si metteva animosamente al lavoro. I tagali,

il molucchese ed il maltese non chiedevano altro che di essere utili ai

Robinson italiani per non essere, in alcun modo, di peso.

In quindici giorni altre tre belle capanne sorsero su quella sponda,

formando un villaggio piccolo sì ma graziosissimo, poi sorsero nuovi

recinti, altre uccelliere, altri vivai.

Un mese dopo il campicello aveva una estensione dieci volte maggiore.

Avevano abbruciata una parte della foresta, una parte della piantagione

di bambù e dissodato la terra, cingendola poi con una grande palizzata

per difenderla dalle escursioni degli animali selvaggi.

Banani, durion, mangostani, noci di cocco, sagu, palme d'ogni sorta e

arenghe saccarifere erano state piantate. Per di più i tagali avevano

triplicata la produzione delle patate dolci avendone trovate altre sui

fianchi della montagna, e avevano seminate altre piante utilissime pure

trovate nei boschi: ignami, che sono grossi come tuberi che raggiungono

un peso di quaranta libbre, somiglianti alle nostre patate; dei piccoli

poponi colla polpa candidissima, ma molto succolenti, e uva marina che

ha il sapore dell'acetosella.

Dalla foresta poi avevano ricavato grandi quantità di farina di sagu

che poi avevano convertito in biscotti ed in gallette, riempiendo i

nuovi magazzini appositamente costruiti e assicurandosi gli alimenti

per lungo tempo.

Anche le altre piante non erano state dimenticate, sopratutto quelle

preziose _arenghe saccarifere_, dai cui succhi avevano estratto

zuccheri, sciroppi, liquori, nè le noci di cocco dalle quali avevano

ricavato una provvista considerevole di vino bianco, gustoso, che si

conservava benissimo in una profonda cantina, scavata sotto una rupe,

in prossimità della costa.

Un giorno, il signor Albani, vedendo che le loro vesti, in causa di

quelle continue escursioni nelle foreste se ne andavano pezzo a pezzo,

ebbe l'idea di trarre anche della tela da quei preziosi alberi.

Furono ancora quelle miracolose _arenghe saccharifere_, che gli

procurarono la materia prima, ossia una specie di cotone di cui i

popoli della Sonda si servono per adoperarlo come esca.

Ne fece raccogliere una quantità considerevole, lo mescolò colle fibre

più sottili degli alberi di cocco e lo fece filare dalle tre tagale.

Avuto il filo, aiutato dai marinai, dopo lunghe e pazienti prove potè

costruire una specie di telaio ottenendo della tela grossa e ruvida

bensì, ma discreta e sopratutto robustissima.

La prima pezza fu regalata alla fidanzata del bravo genovese, la

seconda a quella di Marino e la terza a quella del molucchese. Ormai la

dote c'era e non mancava che il matrimonio.

I Robinson italiani · 第 17 / 18 段