— È probabile, — rispose Albani, — ma finirà col persuadersi che questo

fuoco è un segnale.

— Ripetiamolo, signore.

— È inutile, Enrico. Piccolo Tonno deve aver scorta questa luce e poi

dobbiamo economizzare le piante che sono così scarse su quest'isolotto.

Anche mantenendo il fuoco acceso tutta la notte, non riusciremmo a

persuadere il mozzo che è un segnale di pericolo.

Ripetendolo per parecchie sere e non vedendoci ritornare, forse

s'immaginerà che siamo noi che chiediamo aiuto.

Scendiamo, amici, e andiamo a dormire. —

Essendo inutile vegliare, non avendo da temere assalti da parte

di nessuno ed essendo assai stanchi, non avendo dormito la notte

precedente, s'affrettarono a ritornare al loro ricovero ed a chiudere

gli occhi.

Il loro sonno non fu turbato da alcun incidente e poterono riposare

tranquillamente fino allo spuntare del giorno, malgrado i muggiti

delle onde, le quali si sfasciavano sempre contro lo scoglio con grande

violenza.

L'indomani però, il mare era ritornato calmo. Solamente delle larghe

ondulazioni lo percorrevano, rompendosi contro i frangenti.

Inghiottirono alcune dozzine d'ostriche che il maltese era andato a

raccogliere sulla spiaggia sabbiosa, poi risalirono sulla vetta del

vulcano per vedere se sulla loro isola si scorgeva qualche segnale, ma

invano. Nessuna colonna di fumo s'alzava sulle spiagge, nè sulla cima

della montagna.

Senza dubbio Piccolo Tonno, non sospettando chi erano gli autori

di quel segnale, aveva stimato cosa prudente il non rispondere.

Probabilmente aveva creduto che fossero dei pirati o dei pescatori

delle Sulu o del Borneo, individui che stavano meglio lontani anzichè

cercare di attirarli sull'isola.

Rivolsero allora la loro attenzione sui frangenti, per vedere se era

possibile di tentare il passaggio, ma in causa delle larghe ondulazioni

che di tratto in tratto si rovesciavano sulle scogliere, non fu

possibile scorgere i banchi che dovevano prolungarsi in direzione

dell'isola. Bisognava aspettare che il mare tornasse perfettamente

calmo.

— Per oggi nulla possiamo tentare, — disse Albani. — Questa sera

ripeteremo i segnali e se non avremo alcuna risposta, domani, se il

mare sarà tranquillo, ci avventureremo sui frangenti. —

Un po' scoraggiati da quelle delusioni, ridiscesero e si diressero

verso la spiaggia per fare raccolta di ostriche, non avendo altro cibo

disponibile.

Mentre i due marinai, immersi fino alle ginocchia, frugavano le

scogliere vicine raccogliendo gli appetitosi molluschi e cacciando i

granchiolini, il signor Albani, quantunque zoppicasse ancora, esplorava

l'isolotto sperando di scoprire qualche testuggine o per lo meno

qualche buca ripiena d'uova di quei rettili.

Ma le sue ricerche riuscirono infruttuose. Si scorgevano bensì sulle

sabbie delle tracce recenti, ma non una testuggine emergeva sulla riva.

Risalì le rocce visitando i burroncelli, sperando di trovare almeno

qualche pianta utile, ma non riuscì a vedere che dei cespugli

semi-intristiti, delle piante arrampicanti quasi disseccate e degli

sterpi. Abbondavano invece le lave, le pomici, specialmente in una

valletta che risaliva verso la cima del cono.

Avendo trovato un vero torrente di lava raffreddata, ma che non

sembrava tanto vecchia, servendosi d'una grossa pietra spezzò le

diverse croste e s'accorse, che a una certa profondità, quella lava

conservava ancora un certo calore.

— Cosa fate, signore, — chiese Enrico, che aveva terminata la sua

raccolta. — Sperate di trovare qualche tesoro sotto quelle pietre?

— No, guardavo se fra queste lave vi erano delle sostanze minerali che

potessero giovarci.

— Dell'oro forse?

— No, ma del ferro.

— E ne avete trovato?

— No, Enrico, ma ho fatto una scoperta curiosa.

— E quale, signore?

— Ho trovato delle lave che conservano ancora un certo calore.

— Delle lave eruttate da questo vulcanello?

— Sì, Enrico.

— E ancora calde! — esclamò il marinaio, con stupore. — Ma allora non è

un vulcano spento.

— Se il cratere più non esiste, dev'essere spento.

— Ma noi non lo abbiamo mai veduto eruttare, signore.

— Può essere spento da venti, da cinquanta fors'anche da cento anni.

— Ma se dite che le lave sono ancora calde!... Dovrebbe averle eruttate

pochi giorni fa e noi non abbiamo veduta alcuna fiamma in questa

direzione.

[Illustrazione: — Grazie, _señor_, del vostro aiuto. Senza di

voi, noi saremmo stati trascinati.... (Pag. 242).]

— Ti dirò, amico mio, che le lave, coprendosi quasi subito d'una crosta

e avendo una irradiazione debolissima, conservano il loro calore per

molti anni, anzi secondo taluni scienziati degni di fede, perfino per

un secolo.

— Mille terremoti!... Se queste cose me le narrasse un altro, parola da

marinaio, che non vi crederei.

— Aggiungerò che l'irradiazione delle lave è così minima, che si sono

veduti dei vulcani vomitare massi di ghiaccio e lave insieme.

— Dei massi di ghiaccio uscire da un vulcano fiammeggiante?

— Sì, Enrico. In Islanda questo strano caso si è verificato sovente.

— Ditemi, signore, che sia molto antico questo vulcanello?

— Non lo credo, essendo le conchiglie che abbiamo vedute ammucchiate

nei suoi burroni, ancora in ottimo stato.

— Ma io sarei curioso di sapere come fanno queste isole a sorgere dal

mare. Che si sprofondino, si può ammetterlo, ma che si innalzino, mi

sembra inesplicabile.

— S'innalzano in seguito ad una spinta formidabile che viene causata

dalle masse di vapori racchiuse nella crosta terrestre. Come tu forse

saprai, nell'interno del nostro globo, non sono spenti i fuochi.

L'acqua che filtra attraverso i pori della crosta, trovandosi un dì o

l'altro a contatto con quei fuochi, si evaporizza.

— Vi comprendo, signor Albani. Il vapore, non trovando sfogo, urta e

spezza la crosta.

— Sì, Enrico, ma l'urta con forza irresistibile, rovesciando le

gallerie sotterranee, producendo guasti immensi specialmente in alto e

sollevando qua e là la crosta terrestre.

Un cataclisma simile, formidabile di certo, è avvenuto in un'epoca più

o meno lontana sul fondo di questo mare e la spinta deve essere stata

tale, da sollevare considerevolmente la crosta e da portare questo cono

fuori dalle acque.

Le isole così formate non sono rare. Quasi tutte le Azzorre sono di

origine vulcanica e anche non molti anni or sono, nel 1812 se non erro,

una ne sorse improvvisamente presso le coste della nostra Sicilia, ma

che i flutti più tardi distrussero.

— Quei sollevamenti producono dei terremoti?

— Sono anzi dovuti ai terremoti.

— Ma come si sarà poi spento questo vulcano?

— Forse per la brusca invasione delle acque del mare.

— Deve essere scoppiato come una bomba.

— Di certo, Enrico. Forse era molto più alto, ma scoppiando si sarà

mozzato, riempiendo poi il cratere di rottami.

— Vi sono stati altri vulcani che sono scoppiati, signor Albani?

— Parecchi, ma non sempre in causa dell'irrompere delle acque e non

sempre si sono poi spenti. Anche il nostro Etna è scoppiato formando

la così detta Val del Bove, e così pure il nostro Vesuvio nel 79

subissando Ercolano, Pompei e Stabia sotto la pioggia di cenere e di

lapilli. Quando nell'America centrale scoppiò il Coseguina, coperse

le campagne circostanti d'uno strato di cenere alto cinque metri per

una superficie di quarantanove chilometri, e la detonazione fu udita a

millecinquecentosessanta chilometri di distanza.

— Fulmini!... Che rombo!...

— Quando invece nel 1698 scoppiò il Timboro nell'isola di Sumbava,

causò la caduta di una tale massa di rottami eguali a tre volte la

mole del Monte Bianco, si estese su una superficie eguale a quella

dell'Italia e di mezza Francia, mentre le pomici galleggiavano sul mare

con uno spessore d'un metro.

— Lampi e terremoti! Ringraziamo questo vulcanello che ha avuto il buon

senso di scoppiare cinquanta o cent'anni fa. Da simili mostri è meglio

tenersi lontani, signore. —

CAPITOLO XXXII

I segnali fra l'isola e lo scoglio

Alla sera i tre naufraghi risalivano il cono, portando con loro altri

cespugli e delle bracciate di alghe marine che avevano raccolte sulle

sponde dello scoglio e poi seccate al sole.

Avevano intenzione di accendere varii fuochi per meglio attirare la

curiosità del mozzo. Forse vedendo ripetersi, anzi moltiplicarsi quei

segnali, poteva finalmente comprendere che qualche disgrazia doveva

essere toccata ai compagni.

Guardarono dapprima con profonda attenzione verso la punta estrema

della loro isola e il maltese, che aveva lo sguardo più acuto di tutti,

non tardò a distinguere ancora il punto luminoso, già osservato la

sera innanzi. Pareva però che non fosse più a livello del mare, ma che

ardesse su di una punta elevata, forse sulla cima d'una rupe.

— Che Piccolo Tonno sia andato a cucinarsi la cena sulle scogliere? —

disse Enrico. — O che abbia acceso quel fuoco più in alto per renderlo

meglio visibile?

— Io credo che il bravo ragazzo abbia un motivo per averlo acceso

lassù, — disse Albani.

— E quale, signore?...

— Di accertarsi se si risponde.

— Affrettiamoci ad accendere i nostri fuochi. —

Coi rami e colle alghe secche formarono tre cumuli distanti parecchi

passi l'uno dall'altro e li accesero, soffiandovi sopra per alimentarli

meglio.

Quando si rialzarono, videro che il punto luminoso che si scorgeva

sulla estrema punta dell'isola, erasi ingrandito considerevolmente.

Poco dopo altri due punti comparvero, ad una certa distanza dal primo.

Un grido di gioia irruppe dalle labbra del maltese e di Enrico.

Ormai non vi era più dubbio: Piccolo Tonno corrispondeva ai loro

segnali.

— Io sono certo che quel bravo ragazzo si è immaginato che siamo noi ad

accendere questi fuochi, — disse Enrico.

— Lo credo anch'io, — disse Albani.

— Allora domani verrà in nostro soccorso.

— Ma in qual modo, se il canotto non esiste più? — chiese Marino.

— Costruirà una zattera, — rispose Albani. — Il ragazzo è intelligente

e non indietreggierà dinanzi ad alcuna difficoltà.

— Bisogna continuare i segnali, — disse Enrico. — Andiamo a raccogliere

dell'altra legna, Marino. —

I due marinai scesero nei burroncelli in cerca di altri cespugli,

mentre Albani rimaneva in vedetta sulla cima del cono.

Era già trascorso un quarto d'ora, quando vide un quarto punto luminoso

apparire quasi di fronte allo scoglio, ma assai basso, quasi a fior

d'acqua. Ben presto però quel punto si dilatò, ingigantì, e una colonna

di fumo, a riflessi rossastri, si alzò verso l'isola, sormontata da

fasci di scintille. Pareva che laggiù ardesse un lembo della grande

foresta.

— Piccolo Tonno ci avvisa che ormai sa che noi ci troviamo qui, — disse

Albani ai due marinai, che salivano il cono carichi di rami e di piante

arrampicanti. — Non ci possiamo ingannare.

— Ma come abbia fatto a saperlo così presto? — chiese Enrico. —

Che qualcuno dei nostri oggetti sia stato spinto verso le sponde

dell'isola?...

— Forse, — rispose Albani. — Qualche remo, o le cerbottane, o l'albero

che si sarà staccato dalla scialuppa.

— To'! Un altro gruppo d'alberi che brucia un po' più al sud. Il

piccino minaccia di distruggere tutte le nostre foreste.

— Non sarà così imprudente, Enrico. Alimentate i falò che stanno per

spegnersi. —

Nuovi rami furono gettati sui tizzoni ardenti, ravvivando le fiamme. Il

cono era ormai interamente illuminato e doveva essere visibile ad una

grande distanza. Anche sull'isola però i fuochi proiettavano una viva

luce, spiccando nettamente sul fondo oscuro del cielo.

Per due ore i naufraghi ed il mozzo continuarono a scambiarsi segnali,

poi da una parte e dall'altra i falò si spensero. Ma nè Albani, nè

Enrico, nè il maltese pensarono a dormire, nè ad abbandonare la vetta

del cono, sperando di vedere apparire sulle spiagge dell'isola qualche

altro fuoco.

Aspettavano ansiosamente l'alba, certi di vedere il mozzo navigare

verso di loro con qualche zattera, ma pareva che quella notte fosse

eterna e che le tenebre non volessero andarsene.

Anzi il tempo minacciava di mandare a male le loro speranze, poichè

il cielo tornava a coprirsi di pesanti nuvoloni come se volesse far

scoppiare un nuovo uragano, mentre la brezza aumentava soffiando, di

quando in quando, con una certa violenza.

Se il mare tornava a montare, Piccolo Tonno non avrebbe certo potuto

accorrere tanto presto a liberarli da quella prigionia, che ormai tutti

trovavano insopportabile.

Verso le tre del mattino, il tuono cominciò a brontolare fra le

nubi, mentre alcuni lampi solcavano il cielo verso l'est. Il mare già

cominciava a muggire contro le spiagge dell'isolotto e sui frangenti.

— Mille milioni di folgori! — esclamò Enrico, furioso. — Che non ci

lascino più, questi dannati uragani!

— Forse sarà l'ultimo della stagione, — disse Albani.

— L'ultimo o il penultimo, verrà a impedirci la partenza.

— Pur troppo, Enrico.

— Ah! Se Piccolo Tonno si affrettasse!

— Non oserà avventurarsi fra i frangenti ed i banchi prima che sorga

l'alba. Armiamoci di pazienza e aspettiamo. —

Si accoccolarono dietro ad una rupe per mettersi al riparo dal vento,

che soffiava con grande violenza su quella vetta isolata e attesero

l'alba, tenendo gli sguardi fissi sull'isola.

Intanto l'uragano s'avanzava con estrema rapidità, ma questa volta

veniva da oriente. Ormai tutte le stelle erano scomparse sotto fitte

masse di vapori che il vento spingeva innanzi a sè, ed il mare s'alzava

muggendo sordamente ai piedi dello scoglio. Se continuava, Piccolo

Tonno non avrebbe certo osato affrontare da solo, su una zattera,

quelle onde.

Alle quattro un po' di luce cominciò ad apparire verso oriente,

tingendo le onde di riflessi color dell'acciaio.

Albani, il genovese e Marino si erano alzati in preda ad una viva

ansietà, fissando i loro sguardi verso l'isola. Parve a loro di

distinguere, quasi subito, una macchia grigiastra che filava lungo i

frangenti.

— È una vela! — esclamò il maltese. — Sono certo di non ingannarmi.

— Che quel bravo piccino si sia già messo in mare? — disse Enrico. —

Ah! Come lo abbraccierei volentieri quel coraggioso ragazzo!

— Sì, è una vela, confermò Albani, dopo un'attenta osservazione. — Ha

di certo costruita una zattera e issato un albero.

— No, una zattera, — disse il maltese, che si era arrampicato sulla

punta più alta del cono. — Vedo una macchia nera di forma allungata

sotto quella vela.

— Tu hai le traveggole, camerata.

— No, marinaio, — rispose Marino. — Io ti dico che Piccolo Tonno corre

in nostro aiuto con una scialuppa.

— Con una scialuppa! — esclamarono Albani ed Enrico.

— Sì!... Sì!... Ora la distinguo bene.

— Ma dove vuoi che abbia trovata una scialuppa? — chiese Enrico.

— Che sia la nostra? — si chiese il veneziano.

— È impossibile, signore!

— E perchè impossibile? Qualche corrente può averla trascinata verso la

nostra isola e Piccolo Tonno può averla trovata arenata.

— Infatti, signore, se il ragazzo non l'avesse trovata, non credo

che avrebbe risposto così presto ai nostri segnali. Piccolo Tonno è

prudente, e invece di accendere quei fuochi avrebbe spento anche quello

del fornello per tema di attirare la nostra attenzione, avendo tutti i

motivi per crederci dei pirati.

— Sì, è la nostra scialuppa, — gridò Marino. — Ora la riconosco

perfettamente. —

Ormai non era più possibile ingannarsi. Anche Albani ed Enrico potevano

distinguerla, essendo già giunta presso i primi frangenti ed essendosi

il sole mostrato fra uno squarcio delle nubi.

Piccolo Tonno la guidava con mano sicura, tenendosi lontano dai

frangenti, per tema che le onde lo spingessero addosso a quei

pericolosi ostacoli.

Vedendo addensarsi l'uragano, s'affrettava, tenendo una linea

rigorosamente diritta per risparmiare via.

I marosi lo assalivano con grande impeto, ma egli non si spaventava per

questo e lo si poteva vedere con una mano su di un lungo remo che gli

serviva da timone e coll'altra alla scotta della vela.

Il signor Albani, Enrico ed il maltese, fuori di loro per la gioia,

profondamente commossi, avevano lasciata la vetta del vulcanello e si

erano radunati presso i primi frangenti.

— Bravo mio Piccolo Tonno! — urlava il genovese. — Sei un vero

marinaio! —

Alle sette del mattino la scialuppa, dopo d'aver superato un banco,

s'arenava sulla sponda sabbiosa, e il bravo ragazzo, che piangeva e

rideva ad un tempo, si precipitava fra le braccia del signor Albani

prima, poi di Enrico e finalmente di Marino.

— Ah! — esclama egli. — Vi avevo pianto credendovi tutti annegati. Un

abbraccio ancora, signor Albani, un altro mio buon Enrico.

— Ma quando hai trovata la scialuppa? — gli chiese Albani.

— Ieri sera, poco prima del tramonto.

— Ma dove?

— Si era arenata presso i vivai delle testuggini. Potete immaginarvi

quale fu la mia disperazione nel trovarla rovesciata, e quale fu la mia

gioia quando scorsi i tre fuochi accesi su questo scoglio. Non dubitai

più che foste voi e mi affrettai a rispondere.

— Avevi veduto il fuoco acceso due sere or sono?

— Sì, signore, e mi ero assai spaventato temendo che dei pirati

stessero per approdare alla nostra isola. Quanto sono felice, signore!

Vi credevo perduti ed invece trovo un compagno di più.

— Anche tu mi perdoni? — chiese Marino.

— Se ti hanno perdonato il signor Albani ed Enrico, vorresti che non

ti perdonassi io?... Orsù, abbracciami: sei dei nostri, un Robinson

italiano anche tu, ma.... e il tuo compagno? Eravate fuggiti in due.

— Ti narreremo tutto più tardi, Piccolo Tonno, — disse Albani. —

Affrettiamoci a lasciare questo scoglio o correremo il pericolo di

naufragare un'altra volta. —

Un ritardo poteva infatti riuscire a loro fatale, poichè le onde

continuavano ad alzarsi ed il vento a crescere, mentre larghi

goccioloni cominciavano a crepitare sulla superficie del mare.

Abbandonarono senza rimpianti quel vulcanello, dove avevano corso

il pericolo di fare la fine dei naufraghi della Medusa senza quelle

ostriche provvidenziali, e presero il largo mettendo la prua verso la

costa orientale dell'isola.

Albani si era rimesso al timone, Enrico a prora per meglio vedere i

frangenti, e piccolo Tonno ed il maltese alla vela.

L'oscurità cresceva di momento in momento. Il sole era già scomparso

dietro ai densi nuvoloni e quantunque fossero appena le dieci del

mattino, pareva che cominciasse ad annottare.

Fortunatamente il vento era favorevolissimo e la scialuppa, ricevendo

le onde a poppa, non correva, almeno pel momento, pericolo alcuno.

Filava come una rondine marina, lasciandosi portare da quelle masse

liquide e spumeggianti, tenendosi a due o trecento passi dalla linea

dei frangenti.

— Presto, presto, — diceva il signor Albani, che vedeva l'uragano

ingrossare a vista d'occhio, e che di quando in quando veniva inondato

dall'acqua. — Lasciate andare tutta la vela. —

Già le coste dell'isola erano perfettamente visibili, quando il

marinaio, volgendosi verso l'est per misurare la distanza percorsa,

vide sul fosco orizzonte due punti biancastri che parevano corressero

dal sud al nord.

— Due uccellacci o due vele? — si chiese egli. — Guarda laggiù, Marino,

tu che hai gli occhi più acuti di me. —

Il maltese si volse, fissando i suoi sguardi che potevano sfidare i

migliori cannocchiali, sui due punti indicati.

— Sono due grandi vele, — disse poi.

— Un altro _tia-kau-ting_ forse? Non ci mancherebbe che un nuovo

attacco dei pirati, ora.

— Guarda bene, Marino, — disse Albani.

— Mi sembra, dalla forma delle vele, che quella nave sia piuttosto una

giunca, — rispose il maltese.

— Ti pare che si avvicini all'isola?

— Sì, tenta di appoggiare verso queste coste.

— Che siano pirati, signore? — chiese Enrico.

— Le giunche ordinariamente sono montate da marinai chinesi. Se fossimo

nel golfo del Tonchino, si potrebbero avere dei dubbi, ma le giunche

che navigano in questi mari esercitano un onesto traffico.

— Che l'uragano ci mandi altri compagni? Sulla nostra isola non vi sono

porti che possano servire di rifugio.

— Forse quella nave spererà di trovarne. Se quei marinai troveranno

modo di sbarcare, non avranno da lagnarsi di noi. Badiamo alla nostra

scialuppa intanto: il mare ingrossa e minaccia di farci passare un

brutto quarto d'ora. —

Non distavano allora che due miglia dall'isola, ma le onde, trovandosi

strette fra la costa che era assai dirupata e la linea dei frangenti,

ritornavano al largo tumultuosamente, provocando delle contro-ondate

pericolosissime.

Il signor Albani si era alzato in piedi per meglio vedere dove si

nascondevano gli scoglietti, segnalati isolatamente da uno spumeggiare

incessante e da colonne d'acqua rimbalzanti.

La scialuppa, affogata sotto gli assalti di quelle masse liquide,

pareva che ad ogni istante dovesse scomparire, ma si rialzava sempre.

A mezzodì girò un'alta scogliera che si estendeva dinanzi alla costa

e si cacciò in una specie di canale formato da rupi tagliate a picco,

in una specie di _fiord_ profondo, che era riparato dal vento e dalle

onde.

— Finalmente! — esclamò Enrico.

Ammainarono la vela e legarono la scialuppa ad un enorme macigno mentre

cadeva una pioggia diluviale.

— Cerchiamo un ricovero, — disse Albani, salendo la costa. — Non

possiamo, con questo tempaccio e così stanchi, recarci fino alla

capanna.

— Ma i nostri magazzini non devono essere lontani, — disse Enrico.

— Due miglia, — rispose Piccolo Tonno.

— Sotto questo diluvio sono troppe.

— Ci devono essere delle caverne, — disse Albani. — Tutte queste rocce

sono più o meno traforate.

— Cerchiamone una, signore. Io cado dal sonno e non mi reggo più, —

disse Marino.

Stavano per volgere le spalle al mare e cacciarsi fra le alte rupi

della costa, quando il maltese chiese:

— E la giunca?

— Si vede ancora? — chiese Albani, fermandosi.

Il maltese guardò verso l'est, ma più nulla si vedeva sull'orizzonte.

Certamente la pioggia impediva di scorgerla o l'equipaggio aveva

abbandonato l'idea di poggiare verso l'isola e aveva ripresa la rotta

verso il nord.

— È scomparsa, — disse Marino.

— Meglio per loro, — rispose Enrico. — Si sarebbero fracassati su

queste scogliere. Andiamo: è un vero diluvio questo e non abbiamo

l'arca di quel bravo uomo che si chiamava Noè. —

CAPITOLO XXXIII

Il naufragio della giunca

Pioveva a dirotto, con furia indicibile ed i lampi cominciavano a

solcare le tenebrose masse di vapori, quando trovarono una cavità che

poteva servire a loro di ricovero.

Era una specie di grotta aperta alla base d'un'alta rupe, larga qualche

metro, ma assai profonda, a quanto sembrava. Senza curarsi di visitarla

per accertarsi se era sgombra od occupata da qualche pericoloso

abitante della vicina foresta, vi si cacciarono dentro per mettersi al

riparo da quel diluvio che precipitava dalle sconvolte nubi.

Rosicchiati alcuni biscotti di sagù, e vuotato un recipiente di toddy

che il mozzo aveva imbarcati nella scialuppa prima di lasciare l'isola,

si accovacciarono in un angolo, l'uno stretto contro l'altro, cercando

di dormire, non avendo chiuso gli occhi durante tutta la notte. Erano

più che sicuri, che nessun animale feroce avrebbe lasciato il suo covo

per mettersi in cerca di preda.

L'uragano scoppiava allora con un assordante fragore di tuoni, segnando

forse la fine della cattiva stagione.

La pioggia cadeva a torrenti, a colonne, come se fra le nubi si fosse

spezzato il fondo d'un serbatoio immenso.

Il ventaccio ululava e sibilava entro le tenebrose selve torcendo i

rami ed i tronchi e strappando le grandi canne dei bambù, ed il mare

si rompeva con fracasso indescrivibile contro le scogliere, muggendo su

tutti i toni.

Di quando in quando dei lampi abbaglianti solcavano le nubi, mostrando

lo spumeggiante oceano, seguiti da scrosci così formidabili da far

tremare l'isola intera.

I quattro Robinson, quantunque fossero molto stanchi, non erano capaci

di dormire con tutto quel fracasso. Di tratto in tratto uscivano per

dare uno sguardo alla loro scialuppa, temendo che anche dentro il

canale irrompessero le onde e la sfracellassero contro la spiaggia.

Di frequente volgevano anche gli sguardi in direzione dello scoglio

solitario, credendo di veder apparire improvvisamente la giunca scorta

al mattino, ma quella nave non si vedeva più.

I Robinson italiani · 第 16 / 18 段