Aveva appena lanciato quel comando, che un'onda gigantesca, prendendo

la scialuppa di traverso, la scagliò fuori di rotta, verso la fronte

orientale dello scoglio.

Avvenne un cozzo violento seguito da tre grida di spavento.

La _Roma_, rovesciata dall'impeto delle onde, si capovolse, poi

scomparve in mezzo alla spuma, mentre l'uragano raddoppiava di

violenza.

CAPITOLO XXX

I naufraghi

Pochi istanti dopo quel disastro, che privava i Robinson

dell'imbarcazione, un uomo sorgeva fra le onde urlanti che si

scagliavano rabbiosamente contro le basi dello scoglio. Era riuscito ad

aggrapparsi alle punte di alcuni scoglietti e facendo sforzi disperati

per non venire trascinato via dalle contro-ondate, saliva verso la

sponda puntando i piedi nei crepacci e cacciando le dita nervose entro

le fessure.

Sottrattosi agli assalti brutali dei marosi, s'arrestò gettando

all'intorno uno sguardo smarrito. La scialuppa non si vedeva più, ma

una forma nera si dibatteva fra la spuma, cercando di approdare.

[Illustrazione: I naufraghi. (Pag. 208).]

— Signor Albani!... — gridò. — Siete voi?...

— Chi chiama? — chiese il naufrago che si dibatteva.

— Sei tu, Marino?...

— Sì....

— Ed il signor Albani?... —

Una voce che veniva dal largo rispose:

— Eccomi!...

— Mille terremoti! — riprese il genovese, dall'alto della spiaggia.

Dove siete, signore?

— Non inquietarti, Enrico. Le onde mi portano. —

Intanto il maltese, che lottava alla base della rupe, era pure riuscito

a mettersi in salvo, ma si era arrestato scrutando i flutti color

dell'inchiostro.

— Eccolo laggiù, Enrico, — gridò. — Lo vedo nuotare a cinquanta passi.

— Tenete duro, signore, — tuonò il genovese. — Veniamo in vostro

soccorso.

— È inutile, — rispose il veneziano. — Ci sono!... —

Un'onda l'aveva preso e lo spingeva verso lo scoglio. Fu veduto

un istante librarsi sulla cresta del cavallone, in vicinanza dei

frangenti, poi echeggiò un grido di dolore.

— Fulmini! — tuonò il genovese, impallidendo. — Marino!...

— Eccomi, camerata, — rispose il maltese che scendeva a precipizio la

scogliera, per correre in soccorso del povero veneziano.

— Lo vedi?...

— No, — disse Marino con voce strozzata. — Non lo vedo più! —

Enrico si era lasciato scivolare giù dalla china.

Gettò un rapido sguardo sui frangenti approfittando d'un lampo, ma non

vide più il signor Albani.

Una terribile commozione scompose i lineamenti del bravo marinaio,

mentre un grido di disperazione gli erompeva dal petto.

— Perduto?... Ucciso forse?... — esclamò con voce rotta. — Marino....

Bisogna cercarlo! —

I due marinai, senza badare al pericolo, avevano raggiunta la base

dello scoglio e si erano messi a correre lungo i frangenti, lottando

disperatamente contro i marosi che minacciavano di travolgerli e di

trascinarli al largo.

Parevano impazziti pel dolore. Si cacciavano fra i banchi e le rocce

che circondavano la rupe, chiamando ad alta voce il loro disgraziato

compagno; cadevano sotto l'assalto brutale, irresistibile, delle acque,

ma si risollevavano e senza badare alle contusioni, alle punte aguzze

che rovinavano i loro piedi, continuavano le loro ricerche correndo or

qua or là e raddoppiando le chiamate.

Ohimè! Nessuna voce umana rispondeva: solamente i fischi del vento ed i

muggiti del mare in tempesta si udivano attorno allo scoglio solitario.

Dopo un'ora di sforzi sovrumani, pesti, sanguinolenti, affranti,

scoraggiati, si videro costretti a rinunciare a quella lotta che poteva

tornare a loro fatale. Marino dovette trascinare Enrico sulla spiaggia,

poichè il bravo marinaio stava per lasciarsi portar via dalle onde,

non volendo troncare le ricerche, quantunque non fosse più in grado di

reggersi in piedi.

— Vieni, camerata, — disse il maltese, spingendolo sotto una rupe che

poteva ripararli dal vento e dalla pioggia che cominciava a cadere a

torrenti.

— Bisogna cercarlo ancora, Marino, — singhiozzò il marinaio. — No, non

può essere morto.

— Lo cercheremo più tardi. Tu non hai più forze, ed io non posso

tenermi in piedi.

— Credi che sia morto?...

— Non disperiamo, Enrico. Le onde possono averlo spinto lontano da qui,

sulla sponda di levante o meridionale.

— Ma non ha risposto alle nostre chiamate.

— Questi muggiti non gli avranno permesso di udirci.

— Povero signor Albani! Andiamo a cercarlo, Marino.

— Ma con questa oscurità è impossibile.

— Andiamo, ti dico.

— Ma le onde ti trascineranno.

— Ci terremo sulla spiaggia. Vivo o morto, bisogna che lo trovi. —

Il marinaio, che pareva fuori di sè, si era rialzato facendo appello a

tutta la sua energia, e seguìto dal maltese si era messo a percorrere

la spiaggia, mescolando le sue chiamate alle urla della bufera.

Di tratto in tratto si arrestavano, credendo di udire fra i fischi

del vento, la voce del loro disgraziato compagno, poi riprendevano le

ricerche spingendosi fino alla linea dei frangenti.

Pioveva a dirotto e l'oscurità era così profonda da non poter

discernere un oggetto qualsiasi a sei passi di distanza, pure i due

marinai non s'arrestavano. Curvi per resistere ai soffi tremendi del

ventaccio, inzuppati d'acqua, scalzi, avendo perduto i loro stivali già

assai malandati, frugavano i crepacci aperti fra le scogliere, entro i

quali ingolfavansi le onde con cupi muggiti, le spaccature, le cavità,

salendo e discendendo, aiutandosi l'un l'altro.

Raddoppiavano le chiamate per dominare i fragori della tempesta, ma

senza mai ottenere una risposta. Esausti, s'arrestarono una seconda

volta entro una cavità situata sulla sponda settentrionale dello

scoglio.

— È morto, — singhiozzò Enrico. — Il mare lo ha inghiottito. —

Il maltese non rispose: anche lui aveva ormai perduto ogni speranza.

— Cosa faremo noi senza quell'uomo che era la nostra provvidenza?

— continuò il marinaio, con crescente disperazione. — Che importa

a me ormai di quest'isola senza di lui?... E tutto per salvare voi,

incendiarii!

— Enrico! — disse Marino, con dolore.

— Sì, per salvare voi, — ripetè il genovese con voce rauca. — Senza di

voi, non avremmo intrapreso questo viaggio fatale.

— È vero, — mormorò il maltese. — Hai ragione d'incolparmi, ma io

troverò il signor Albani o il mare m'inghiottirà.

— Ti dico che è morto.

— Troverò almeno il suo cadavere. —

Si era alzato e stava per scendere lo scoglio, quando fra gli urli

della bufera gli parve di udire una voce umana. Tornò rapidamente

indietro gridando:

— Hai udito, Enrico?... —

Il marinaio, assorto nel suo dolore, parve che non lo avesse inteso.

— Ma non hai udito? — ripetè il maltese, scuotendolo.

— Che cosa? — chiese il marinaio, alzando il capo.

— Una voce umana.

— Dove?

— Laggiù, — disse il maltese indicando la punta estrema dello scoglio.

— Lui, forse?...

— Taci! —

Fra i muggiti delle onde si era udito un grido. Pareva che un uomo

invocasse aiuto.

Enrico era balzato in piedi.

— Sì! — esclamò. — Ho udito, Marino.

— Il signor Albani?

— Non lo so, ma accorriamo. —

Si erano lanciati tutti e due innanzi, lasciandosi scivolare per le

chine col pericolo di fiaccarsi il collo o di rompersi le gambe sulle

scogliere sottostanti.

La voce si udiva sempre, ma ad intervalli e sembrava che fosse proprio

quella del signor Albani. Pareva che provenisse dalla punta estrema

dello scoglio, ma essendo quella parte assai dirupata ed interrotta da

spaccature, da rocce che dovevano essere cadute dall'alto e da frane,

i due marinai, che non avevano alcun lume, non potevano procedere

speditamente per non cadere nell'abisso aperto dinanzi a loro.

Dopo dieci minuti però, giungevano alla punta estrema, la quale in

causa forse della sua forma, era maggiormente dirupata e guastata dalle

onde che dovevano batterla senza posa. Sostarono un istante tendendo

gli orecchi e udirono distintamente una voce fioca che invocava aiuto,

ma pareva che salisse fra le onde.

— Mille milioni di fulmini! — gridò Enrico. — Che il signor Albani sia

ancora in acqua?... E non un lume per poterlo scorgere!

— Ma è impossibile che nuoti ancora, — disse il maltese. — Sono già

due ore che la scialuppa si è rovesciata, e nessun nuotatore potrebbe

resistere tanto tempo con queste ondate.

— Ma viene dal mare, ti dico!... Odi?... —

Non era possibile ingannarsi: la voce echeggiava alla base dello

scoglio, ma, cosa strana, questa volta sembrava che uscisse di sotto

terra, piuttosto che fra le onde:

— Signor Albani! — gridò Enrico. Siete voi?...

— Sì, — rispose la voce, un istante dopo.

— Nuotate ancora?

— No.... sto per affogare....

— In nome di Dio, ditemi ove siete! —

Questa volta non ottenne alcuna risposta.

— Scendiamo, Marino, — disse Enrico. — Forse sarà aggrappato ai

frangenti. —

Scesero la ripa e s'inoltrarono lottando contro le onde che li

assalivano da tutte le parti. Tenendosi per mano, per essere pronti

ad aiutarsi scambievolmente, giunsero poco dopo dinanzi ad un'apertura

nera, che sembrava s'internasse sotto la sponda.

— Una caverna marina! — esclamò il maltese.

— Entriamo, — rispose Enrico con voce risoluta.

— E non affogheremo lì dentro?... Le onde la invadono.

— Non importa: avanti! —

Attesero che le onde spinte innanzi dal vento si rompessero, poi si

cacciarono arditamente entro quella oscura galleria, dove l'acqua

muggiva e rimuggiva infrangendosi contro le pareti.

— Signor Albani! — gridò Enrico. — Siete qui?

— Aiuto, Enrico, — articolò una voce fioca.

Il marinaio, sospinto da una nuova onda che si rovesciava entro la

caverna con mille fragori, si lasciò trascinare innanzi e andò a cadere

contro un corpo che non aveva la consistenza della roccia, e che pareva

si tenesse coricato in fondo all'antro marino.

Rammentandosi, in quel momento, dell'orribile cefalopodo che lo aveva

assalito nella caverna dell'isola, balzò in piedi per fuggire, ma un

gemito lo trattenne.

— Ma siete voi, signor Albani? — gridò.

— Aiutami, Enrico, — disse il veneziano. — Le onde mi affogano.

— Mille terremoti!... Voi, signore! Siete ferito forse? — chiese

precipitandosi verso il disgraziato compagno.

— Sì, Enrico.... portami via di qui. —

Il marinaio si curvò cercandolo a tastoni, e trovatolo, lo afferrò fra

le robuste braccia, serrandoselo contro il petto. Marino veniva in suo

aiuto.

Attesero che l'onda si ritirasse, poi abbandonarono precipitosamente

la caverna, correndo lungo la spiaggia per non venire trascinati fra i

frangenti.

Giunti sotto la sporgenza della rupe che poco prima avevano scoperta,

si arrestarono, coricando il signor Albani nel luogo meno esposto alla

pioggia e al vento.

— Grazie, amici, — balbettò egli con voce fioca.

— Ditemi, signore, dove siete ferito? — chiese il marinaio reggendogli

il capo.

— Sono tutto contuso e ammaccato, ma spero che non sia cosa grave.

Mi pare di avere le costole spezzate, tanto violento è stato il colpo

ricevuto dall'onda che mi ha scagliato contro i frangenti.

— Gran Dio!

— Rassicurati, Enrico, non sono rotte, — disse Albani, sforzandosi a

sorridere. — E la scialuppa?

— Perduta, signore; ma lasciamo che il mare se la porti e occupiamoci

di voi. Cosa dobbiamo fare?

— Vorresti chiamare un medico, forse?...

— Scherzate! Ammirabile uomo!

— Lasciami riposare qui e per ora non chiedo di più.

— Ma voi soffrite!

— Bah!... Tutto passerà, Enrico. Domani mattina vedremo se si è

guastata qualche molla della mia macchina, ma spero che tutto sia

intatto. Sono scombussolato e ben pesto, ecco tutto.

— Ma era molto tempo che vi trovavate nella caverna?

— Un paio d'ore di certo, se non di più.

— Vi hanno spinto le onde?

— Non lo saprei. Quando fui gettato sui frangenti, ricevetti tale

urto da smarrire i sensi o poco meno. Cosa sia poi accaduto, io non lo

so; quando ritornai in me mi trovai in fondo alla caverna che le onde

invadevano, minacciando di affogarmi. Facendo uno sforzo disperato mi

trascinai fino all'estremità dell'antro, e là svenni una seconda volta.

— Non avete udito le nostre grida, signore? — chiese Marino.

— Era impossibile udirle, poichè le onde che invadevano la caverna

producevano dei fragori assordanti.

— Vi avevo creduto morto, signore, — disse Enrico. — Quale disgrazia

per noi, se voi foste mancato!

— Avreste ormai potuto fare anche senza di me.

— No, signore. Senza di voi la nostra isola non avrebbe avuta più

alcuna attrattiva.

— Bravo giovane, — mormorò il signor Albani, commosso. — Quanta

affezione in questi uomini di mare! —

CAPITOLO XXXI

Sullo scoglio

L'uragano imperversò tutta la notte senza un istante di tregua. Il

mare, furiosamente aizzato dal ventaccio impetuoso di ponente, flagellò

senza posa lo scoglio con tremendi muggiti, irrompendo con crescente

impeto entro le spaccature e le caverne marine, smuovendo dei massi del

peso di parecchi quintali e lanciando i suoi sprazzi fino sotto la rupe

dove trovavansi rannicchiati i tre naufraghi.

Anche la pioggia continuò a cadere, scrosciando sopra le cime

dell'isolotto e scendendo attraverso le balze in torrentacci impetuosi.

Verso l'alba però, le nubi che si erano accumulate in cielo, si ruppero

sotto un vigoroso vento del settentrione e l'acquazzone cessò quasi

istantaneamente.

Poco dopo il sole fece capolino fra uno squarcio di quelle masse di

vapori, fugando bruscamente le tenebre e illuminando il mare ancora

tempestoso. L'isola apparve subito verso l'est, ma ad una distanza tale

che i naufraghi si guardarono in viso sbigottiti.

— Ma è la nostra isola o un'altra? — si chiese il genovese. — È

impossibile che ci siamo allontanati tanto!

— Non ne scorgo altre, — disse Marino. — E poi la nostra deve trovarsi

in quella direzione.

— È molto lontana? — chiese Albani, il quale trovandosi ancora

coricato, non riusciva a scorgerla bene.

— Almeno venticinque miglia, signore, — rispose Enrico.

— Tanta via abbiamo adunque percorsa ieri sera, per trovare un

passaggio fra i frangenti?... Ciò è grave, amici miei. Aiutatemi ad

alzarmi.

— No, signore, rimanete coricato; siete ancora assai debole.

— Mi sento meglio, Enrico.

— Ma voi siete ferito, signore. Vedo delle goccie di sangue sui vostri

calzoni.

— Ho una contusione sopra il ginocchio destro, ma è nulla, amico mio.

Credevo di aver riportato delle ferite ben gravi. —

Appoggiandosi alle braccia del genovese e di Marino, si alzò e guardò

verso l'est.

Ad una distanza di venticinque e forse di trenta miglia, si scorgeva

l'alta montagna dell'isola, spiccare nettamente sul fondo luminoso

del cielo, ma le coste non erano visibili. Una fila di frangenti,

staccandosi dallo scoglio, si stendevano in quella direzione, ma quegli

scoglietti, tutti di origine corallifera, non erano uniti, anzi pareva

che ad una certa distanza, mancassero totalmente. Forse più oltre

esistevano quei banchi che avevano impedito alla scialuppa di passare,

ma essendo il mare ancora assai agitato, non si potevano scorgere.

— La cosa è grave, — ripetè il signor Albani, che era diventato

pensieroso. — Come attraverseremo noi queste venticinque o trenta

miglia, ora che abbiamo perduta la scialuppa?... Che siamo destinati a

rimanere prigionieri su quest'isolotto?...

— Voi riuscirete a trarvi d'impiccio, signore, — disse Enrico. — Voi

sapete tanto che potrete trarre utilità da tutto.

— Ma quest'isolotto mi sembra un arido scoglio privo di tutto, Enrico.

— Non lo abbiamo ancora visitato, signore.

— Aiutatemi a salire quella rupe. Di lassù potremo meglio vedere se

la linea dei frangenti si estende fino alla nostra isola e accertarci

delle risorse che potrebbe offrire questo scoglio. —

I due marinai passarono le loro braccia sotto le ascelle del veneziano

e sorreggendolo lo condussero sulla cima dell'isolotto, il quale

alzavasi una cinquantina di metri sul livello del mare.

Di lassù potevano dominare tutto il mare all'intorno, distinguere, un

po' confusamente però, le alte sponde della loro isola e riconoscere

con un solo sguardo il loro nuovo rifugio.

Il signor Albani non si era ingannato. Quell'isolotto, che sorgeva

all'estremità di quella lunga fila di frangenti e di banchi, non poteva

offrire a loro alcuna risorsa, nè fornire in modo alcuno, i mezzi per

far ritorno alla loro capanna.

Pareva che fosse l'estremità d'un antico vulcano, sollevatosi in causa

di qualche cataclisma sottomarino, poichè i suoi fianchi erano coperti

di vecchie lave, di lapilli e di incrostazioni marine. Si vedevano

soprattutto, anche verso la cima, numerosi gusci di conchiglie e pezzi

di quel corallo, così comune in quei mari, dove i piccoli infusorii

costruiscono quelle meravigliose scogliere che poi finiscono col

diventare delle vere isole.

Quello scoglio aveva però delle dimensioni ragguardevoli, poichè poteva

avere una circonferenza di oltre mille metri. Non era tuttavia tutto

dirupato: mentre le sue coste meridionali scendevano quasi a picco,

quelle settentrionali e occidentali calavano dolcemente e alla base si

spianavano formando una vera spiaggia sabbiosa.

Nessun albero cresceva fra quelle rocce; solamente pochi magri cespugli

e delle piante sarmentose si vedevano crescere in fondo ai burroncelli,

alimentate dalle piogge che dovevano raccogliersi in quelle bassure.

Gli animali dovevano mancare, ma non così gli uccelli, poichè su certe

rupi tagliate a picco sul mare, si udivano di quando in quando dei

cicalecci allegri.

Probabilmente dovevano essere rondini marine della specie delle

salangane, volatili assai comuni in tutte le isole di quegli

arcipelaghi e sopratutto in quelle deserte o poco abitate, non amando

di essere disturbate.

— E così, signore? — chiese Enrico al veneziano, il quale continuava

a osservare l'isolotto. — Credete che si possa riguadagnare la nostra

isola?

— Temo, amico mio, che questa avventura inaspettata ci faccia passare

dei brutti momenti, — rispose Albani. — Dimmi: credi tu che la

scialuppa si sia fracassata contro i frangenti?

— No, signore, poichè si è capovolta prima di toccare la sponda di

questo dannato scoglio.

— Se non si è spezzata, galleggerà adunque ancora.

— Lo credo, essendo tutta d'un pezzo e assai pesante.

— Speriamo che le onde l'abbiano spinta sui frangenti e arenata su

qualche banco. Senza di quella noi non potremo lasciare quest'isolotto.

— Ma le onde possono averla spinta assai lontana, signore, — osservò

Marino. — Il vento soffiava dall'ovest e l'avrà trascinata all'est.

— È vero, — disse Albani, scuotendo il capo.

— Ma vi sono i frangenti, — disse Enrico. — Possiamo, nuotando, passare

dall'uno all'altro e avvicinarci all'isola.

— Ma vi sono delle interruzioni considerevoli nella linea, — rispose

Albani. — E poi tu sai che in queste acque i pescicani e le torpedini

sono numerose e non possediamo ora alcuna arma per difenderci.

— Saremo adunque costretti a perire di fame su questo deserto

scoglio?...

— Non disperiamo così presto, Enrico. Quando il mare si sarà calmato,

vedremo se i frangenti ed i banchi ci permetteranno di avvicinarci

all'isola e poi, chissà, un grande fuoco si potrebbe forse scorgere

dalla piattaforma della nostra capanna.

— Avete ancora l'acciarino e l'esca?

— Sì, Enrico, è sempre rinchiuso nella sua scatoletta impermeabile.

— E credete che Piccolo Tonno possa scorgere un fuoco acceso su questo

scoglio?

— Forse, poichè io credo che questo vulcanello non sia molto lontano

dalla costa settentrionale. Intanto, amici miei, cerchiamo un ricovero

e se è possibile qualche cosa da porre sotto i denti. Le conchiglie non

devono mancare su quella spiaggia sabbiosa. —

Lasciarono la cima e girando attorno alla base di quel cono vulcanico,

riuscirono a scoprire una profonda cavità sufficiente a ripararli

dai raggi del sole che erano cocentissimi, essendosi ormai il cielo

sgombrato in gran parte dai vapori che lo coprivano.

Il signor Albani e Marino si spogliarono delle loro vesti per metterle

ad asciugare, ma Enrico continuò a esplorare l'isolotto colla speranza

di trovare arenata la scialuppa o di scoprire, in fondo a qualche

burroncello, degli alberi che potessero fornire una zattera.

Le sue ricerche furono però vane, poichè non vi erano che cespugli

e anche questi erano poco numerosi e non in grado di fornire un

galleggiante qualunque. Visitando però la spiaggia sabbiosa, fece

un'ampia raccolta di datteri di mare, di conchiglie di varie specie e

trovò anche alcune di quelle deliziose ostriche chiamate di Singapore,

pesanti qualche chilogramma. Vide anche numerose tracce di testuggini,

ma non riuscì a scoprirne alcuna, quantunque fosse certo che ve ne

fossero nascoste in mezzo alle scogliere.

Si provò a sollevare qua e là le sabbie, non ignorando che quei rettili

hanno l'abitudine di seppellire le loro uova, ma senza frutto, essendo

abilissime nel far sparire le più piccole tracce.

Ritornando trovò anche un serbatoio d'acqua di capacità considerevole,

racchiuso fra due rocce profondamente incavate. Quella scoperta lo

rallegrò assai, poichè non vi era almeno il pericolo di morire di sete,

nel caso che la loro prigionia si prolungasse.

Durante la giornata il mare continuò a mantenersi agitatissimo,

impedendo ai naufraghi di poter accertarsi fin dove si estendeva la

linea dei frangenti e dove si ergevano i banchi che avevano impedito il

passaggio alla scialuppa. Solamente verso sera le onde cominciarono ad

abbassarsi, ed a percuotere con meno violenza la base dello scoglio.

Quando le tenebre calarono, i naufraghi riguadagnarono la vetta

portando con loro delle piante arrampicanti secche e dei rami strappati

ai cespugli, per tentare dei segnali.

Appena giunti sulla cima guardarono verso l'isola, la cui alta montagna

si disegnava confusamente sull'orizzonte stellato, cercando di scoprire

qualche punto luminoso che indicasse la direzione della capanna aerea.

— Guardate, signor Albani, — disse ad un tratto il maltese, che teneva

gli sguardi fissi verso il nord-ovest.

Il veneziano ed Enrico guardarono nella direzione indicata e sul

margine estremo della loro isola, quasi a fior d'acqua, scorsero un

lumicino che non poteva confondersi colla luce d'una stella.

— È Piccolo Tonno che si prepara la cena dinanzi alla capanna, — disse

Enrico. — Se quel bravo ragazzo sapesse che noi lo spiamo ansiosamente

e che invochiamo il suo aiuto! Ah! Come sarei contento di dividere il

suo pasto!

— Sì, — disse Albani. — Quel fuoco è stato acceso dal ragazzo. Non mi

ero ingannato sulla posizione di questo scoglio. Deve essere quello che

noi abbiamo scorto dalla finestra della nostra caverna.

— Dunque noi ci troviamo di fronte ai nostri magazzini?

— Se non proprio di fronte, un po' più al sud, ma a venticinque o

trenta miglia di distanza.

— Credete che Piccolo Tonno possa scorgere il nostro fuoco?

— Certo, Enrico.

— E che accorra in nostro aiuto?

— Ecco quello che non possiamo sapere. Può temere che il fuoco sia

stato acceso da dei pirati e invece di farci dei segnali, fuggire.

— Diavolo, — mormorò Enrico, grattandosi furiosamente la testa. — Ma

non vedendoci ritornare, dovrebbe immaginarsi che una disgrazia ci è

toccata.

— Ma dovranno trascorrere prima parecchi giorni, non avendogli

fissata l'epoca del nostro ritorno. Però, vedendo tutte le sere questo

fuoco, finirà forse col persuadersi che si cerca di attirare la sua

attenzione. Orsù, accendiamo gli sterpi. —

Radunarono sulla più alta cima del cono le legne portate e le

accesero. Una grande fiammata si alzò subito, lanciando in aria nembi

di scintille che il venticello notturno spingeva sul mare come tante

minuscole stelle.

L'antico vulcano pareva che si fosse risvegliato dal suo sonno

secolare. I suoi fianchi, illuminati da quel falò che il vento

ravvivava, pareva che si fossero coperti di lave ardenti, mentre il

mare tutto all'intorno, si tingeva di riflessi sanguigni.

Quel vivo chiarore, che spiccava nettamente sul fondo oscuro del cielo

e sui flutti, non doveva passare inosservato al mozzo, malgrado la

notevole distanza che separava lo scoglio dalle sponde settentrionali

dell'isola.

Il falò per un quarto d'ora scintillò fra le tenebre, poi non più

alimentato si abbassò lentamente, finchè si spense del tutto.

I naufraghi, ritti sulla più alta punta, guardavano sempre verso il

nord-est, sperando di vedere il punto luminoso a ingrandirsi, ma invece

tutto d'un tratto scomparve.

— Piccolo Tonno non ci ha compresi, — disse Enrico. — Forse si sarà

invece spaventato.

I Robinson italiani · 第 15 / 18 段