rauche delle tigri, ma nessuno di quei pericolosi animali osò scalare
la grande rupe.
All'alba i due Robinson si rimettevano in viaggio, con una fresca
brezza che soffiava dal nord al nord-ovest.
Il tempo si manteneva splendido ed il mare tranquillo e solamente
presso le sponde, la risacca lo sconvolgeva fortemente, in causa forse
della grande profondità dell'acqua e della ripidità delle coste.
L'isola cominciava ormai a ripiegare verso il sud-est, ma senza baie
e senza sporgenze. La grande montagna che dominava quel lembo di terra
perduta nel mare di Sulu, era già molto lontana.
Fra breve la scialuppa doveva girare l'estrema punta meridionale, la
quale si allungava in forma d'una penisola piuttosto stretta e molto
bassa, poichè quando le foreste mostravano delle aperture, il marinaio,
tenendosi ritto sul banco, riusciva a scorgere il mare delle coste
orientali.
Verso le dieci, il signor Albani additava una lunga scogliera, e sulla
spiaggia un'altra pertica sulla cui cima si agitava uno straccio.
— Devono avere laggiù la loro capanna, — disse il veneziano. — Quella
punta è la più meridionale dell'isola.
— Ah! sono laggiù, — disse il marinaio, aggrottando la fronte. —
Canaglie!... Sono curioso di vedere quale cera assumeranno vedendo le
loro vittime.
— L'isolamento e la lotta per l'esistenza li avranno domati, Enrico.
— Non lascierò la mia cerbottana però, e al primo atto offensivo,
vi giuro, signor Albani, che invierò due frecce avvelenate a quei
traditori. —
La scialuppa fu diretta verso quel segnale, il quale sorgeva a fianco
d'un fitto macchione di alberi altissimi. I due naufraghi aguzzavano
gli sguardi sperando di veder apparire sulla spiaggia i due traditori,
ma invano.
Solamente degli anhinga stavano appollaiati sulle scogliere, come
uccelli che nulla hanno da temere.
— Che se ne siano andati? — disse il marinaio. — Se quei volatili, che
sono ordinariamente così diffidenti, rimangono là, vuol dire che non ci
sono abitanti su quella costa.
— Lo sapremo presto, — rispose il veneziano, che pareva un po'
contrariato.
In pochi minuti la scialuppa superò la distanza e si arenò entro un
piccolo seno riparato da una scogliera corallifera
La legarono ad una punta rocciosa, s'armarono delle cerbottane, non
sapendo quale accoglienza avrebbero potuto ricevere e sbarcarono.
Le prime cose che caddero sotto i loro sguardi, furono i rottami
d'una scialuppa: un pezzo di poppa, un pezzo di chiglia e un
pezzo di fasciame su cui stava ancora dipinto, in lettere rosse:
_Liguria-Genova_.
— Sono adunque naufragati? — si chiese il veneziano.
— Così deve essere, — rispose il marinaio. — Le onde hanno infranto la
loro scialuppa contro queste scogliere. Dio li ha puniti.
— Ma dove sarà la loro capanna?...
— Forse dietro quella macchia. —
Salirono la sponda e s'internarono nella macchia, procedendo con
precauzione e senza far rumore. Fatti pochi passi, si trovarono dinanzi
ad una casupola col tetto semi-sfondato, costruita con rami d'albero e
cinta da una piccola palizzata di bambù.
All'intorno si vedevano delle penne di uccelli, dei tizzoni
semi-spenti, dei pezzi di bottiglie e degli stracci. Un odore acre,
insopportabile, usciva da quella piccola costruzione.
— Vi è qualche cosa che imputridisce là dentro, — disse il marinaio,
arrestandosi.
— È odore di carne corrotta, — disse il veneziano, impallidendo. — Che
i due naufraghi siano morti?...
— O che si siano uccisi?... È odore di morto.
— Andiamo innanzi, Enrico.
— Proviamo a chiamarli prima. Ohe!.. Marino!.. Harry!.. —
Nessuno rispose alla chiamata. Invece uscirono parecchi strani
animaletti somiglianti ai ricci, ma più grandi, col corpo irto di
aculei, ma col muso lungo e sottile, con una bocca piccolissima munita
di certe lamine cornee e le zampe armate di artigli.
— Cosa sono? — chiese il marinaio, balzando indietro.
— Echidnei, — rispose il veneziano. — Sono i più strani animali
che esistano, e si ignora ancora il loro modo di generare essendo
conformati più come gli uccelli, che come gli animali.
— Sono pericolosi?...
— No, poichè non possono nemmeno mordere. Andiamo avanti, Enrico. —
Malgrado l'orribile fetore che usciva, i due Robinson entrarono nella
catapecchia, ma subito si arrestarono, soffocando un grido d'orrore.
Colà, disteso su di un mucchio di foglie secche, stava un uomo coi
lineamenti spaventosamente alterati, magro come un fakiro indiano, col
petto ossuto semi-nudo, le mani contratte convulsivamente, e già in
piena putrefazione.
Intorno a lui vi erano un fucile, una scatola che doveva aver contenuto
della polvere, gli avanzi di un pesce e alcuni stracci.
Un solo sguardo, bastò ai due Robinson per riconoscere quell'uomo.
— Harry!... — esclamarono.
— Morto, — disse il marinaio. — Forse assassinato dal suo compagno.
— No, — disse Albani. — Non vedo alcuna ferita su di lui.
— Ucciso da qualche male, forse? —
Il veneziano, invece di rispondere, si curvò sugli avanzi di quel pesce.
— La giustizia di Dio lo ha punito, — mormorò. —
Raccolse il fucile, osservò la scatola per vedere se conteneva ancora
della polvere, ma la rigettò via essendosi accorto che era vuota, poi
uscì rapidamente seguito dal marinaio.
— Cerchiamo Marino, — disse. — Se ha mangiato quel pesce, non deve
essere andato molto lontano.
— Quel pesce?... Ma cosa è accaduto, signore? — chiese Enrico.
— Quel disgraziato Harry è morto avvelenato.
— In quale modo?...
— Ha mangiato un tetrodone.
— Non vi comprendo.
— È un pesce velenosissimo. Forse quei due naufraghi, che devono
aver sofferto delle lunghe privazioni dopo d'aver esaurite le loro
munizioni, a giudicarlo dalla magrezza spaventosa di Harry, hanno
pescato dei tetrodoni e si sono avvelenati.
— Ma sono pericolosi quei pesci?...
— Sì, Enrico. In questi mari, come pure in quelli dell'Australia e
nell'Oceano Pacifico, vi sono alcuni pesci che non si possono mangiare
senza pericolo. Quiros e Cook, i due grandi navigatori, per poco
non morirono avendo mangiato certi pesci somiglianti agli spari e
gl'isolani di queste regioni sanno che i tetrodoni sono velenosissimi.
— Ma Marino?...
— O è fuggito vedendo morire il suo compagno, od è caduto nella foresta.
— Lasciamo che le tigri se lo mangino e ritorniamo alla nostra capanna.
Sono inquieto per Piccolo Tonno.
— No, Enrico, dobbiamo prima assicurarci della sorte di Marino.
— Ma forse le tigri avranno divorato il suo cadavere.
— Sarà rimasto il fucile.
— Credete che questi furfanti abbiano esaurite le munizioni?
— Ne sono certo. Devono essere fuggiti con poche cariche.
— E si saranno trovati presto alle prese colla fame, mentre noi,
sbarcati senz'armi, senza nulla, nuotiamo nell'abbondanza per merito
tutto vostro, poichè senza di voi, io e Piccolo Tonno ci saremmo
ben presto trovati nelle istesse condizioni dei due maltesi. Pure in
quest'isola abbondano gli alberi fruttiferi, e per due marinai non
doveva essere difficile procurarsi dei mangostani, dei durion, delle
noci di cocco, ecc.
— E credi tu che le frutte possano bastare, Enrico?... Per alcuni
giorni sì, ma poi le forze se ne vanno se non si mangiano delle materie
fecolose o della carne. Chissà quali scorpacciate di frutta avranno
fatte quei due disgraziati per ingannare la fame insaziabile che
li rodeva, ma hai veduto in quale stato abbiamo trovato Harry e....
To'!... Cos'è questo? —
Si era curvato lestamente e si era impadronito d'una scatoletta che si
trovava semi-nascosta fra le foglie secche.
— Una scatola da capsule vuota, — disse. — Questa è prova che le loro
munizioni sono state esaurite.
— Zitto, signore.
— Cos'hai?...
— Guardate!...
— Dove?...
— Lassù, su quell'altura!... È lui!... —
CAPITOLO XXIX
Il maltese
Erano allora usciti dal macchione che copriva quella penisoletta,
formante il limite estremo della costa meridionale.
Il terreno saliva dolcemente formando una specie di collina ingombra di
gruppi di arecche, di banani selvatici, di cespugli e di rotang i quali
si allungavano sul pendio in forma di smisurati serpenti.
Un uomo saliva penosamente l'altura, appoggiandosi ad un bastone.
Poteva avere trent'anni: era di statura alta, ma magro al punto che le
sue vesti stracciate gli danzavano attorno le membra ischeletrite.
I suoi capelli e la sua barba incolta e nerissima, gli davano un
aspetto poco rassicurante, selvaggio.
— È lui, Marino! — ripetè il marinaio.
— In quello stato!... — esclamò Albani, con voce commossa. — Se
tardavamo a rintracciarlo, non avremmo trovato che un cadavere.
— Ehi, Marino! — gridò il marinaio, che pareva avesse dimenticato
completamente i suoi propositi di vendetta.
Il maltese udendosi chiamare per nome si arrestò di botto, girando
intorno uno sguardo smarrito, poi facendo uno sforzo supremo cercò di
affrettare il passo, come se volesse fuggire.
— Fermati, disgraziato, — gridò il veneziano. — Non ti vogliamo fare
alcun male. —
Il naufrago però pareva che non lo udisse. S'aggrappava ai cespugli,
agli sterpi, ai sassi e continuava a fuggire verso la sommità del
colle. Doveva però essere esausto di forze, poichè traballava ad ogni
passo e sembrava che dovesse cadere per non più rialzarsi.
I due Robinson si erano messi a inseguirlo, scalando rapidamente
le rupi e intimandogli di fermarsi, ma senza buon esito. Una paura
invincibile doveva aver invaso il maltese, il quale ormai doveva aver
riconosciuto i suoi inseguitori.
Ad un tratto però, dopo d'aver superata una rupe, le forze bruscamente
lo abbandonarono e cadde in mezzo ad un cespuglio, senz'essere più
capace di risollevarsi.
Albani ed il marinaio in pochi salti lo raggiunsero.
— Disgraziato, dove volevi fuggire? — gli chiese il primo.
Il maltese aprì due occhi semi-spenti e disse con voce rauca:
— I vendicatori!... Tanto meglio: sarà finita.
— No, i vendicatori, — disse Albani. — Non spetta a noi vendicare le
vittime della _Liguria_ da voi incendiata. —
Nell'udire quelle parole, un lampo aveva illuminato gli sguardi del
maltese.
— Incendiata!... — esclamò. — Da chi incendiata?...
Poi fissando uno sguardo bestiale sulle loro tasche che apparivano
gonfie, mormorò con voce semi-spenta:
— Muoio di fame! —
Il marinaio si sentì toccare il cuore da quella domanda. Prese una
manata di biscotti e glieli porse, dicendogli con una certa emozione,
che invano cercava di nascondere:
— Prendi, camerata. —
Il maltese si gettò su quei biscotti coll'avidità d'un lupo a digiuno
da tre settimane, stritolandoli voracemente.
— Giù un sorso, — continuò il marinaio, porgendogli una fiaschetta
di bambù piena di succo fermentato dell'arenga saccarifera. — Ti farà
bene, camerata. —
Il naufrago ingollò il contenuto, poi restituì la fiaschetta dicendo:
— Grazie, Enrico: ecco come voi pagate le canaglie della mia specie!
— Lascia andare: noi abbiamo dimenticato tutto, è vero, signor
Albani?...
— Sì, — rispose il veneziano.
Il maltese li guardò a lungo, mentre i suoi occhi incavati si
riempivano a poco a poco di lagrime.
— Ma è vero che la _Liguria_ è stata incendiata? — chiese egli, con un
singhiozzo.
— Sì, — rispose Albani con voce grave. — Voi avete commessa un'infamia
che ha costato la vita a quasi tutto l'equipaggio.
— Ma no, signore! — esclamò il maltese. — Harry mi aveva giurato
d'aver dato fuoco a pochi stracci imbevuti di petrolio per spaventare
l'equipaggio e impedirgli di darci la caccia.
— Ed invece aveva dato fuoco alla dispensa per scatenare un incendio
tremendo e far saltare la nave.
— Allora quell'infame ha mentito!... Signor Albani, Enrico, vi giuro
sulla memoria di mia madre che io non ho acceso quel fuoco e che Harry
mi aveva ingannato. Ma.... e così.... è saltata la _Liguria?_...
— Con tutto l'equipaggio.
— Allora appiccatemi: voi ne avete il diritto.
— No, la terra dei Robinson italiani non si macchierà d'un delitto: ti
portiamo il perdono. —
Il maltese si era precipitato alle loro ginocchia, piangendo. Il
marinaio ed il veneziano lo rialzarono dicendo:
— Non se ne parli più; tutto è dimenticato.
— Grazie, signori: io sarò, d'ora innanzi, il vostro schiavo.
— No, schiavo, ma nostro amico. Seguici alla scialuppa.
— No per di là, — disse il maltese con terrore, vedendo il veneziano
scendere in direzione della capanna. — Là vi è Harry.
— Lo abbiamo veduto. Dimmi: è molto tempo che è morto?
— Sette giorni, signore.
— In quale modo?
— Mangiando un pesce.
— Lo avevo sospettato.
— Io mi ero recato nella foresta per cercare delle frutta, non avendo
ormai più nulla da porre sotto i denti, e Harry si era recato alla
spiaggia per cercare delle ostriche. Quando ritornai, lo vidi rotolarsi
per terra in preda a dolori atroci.
Credetti dapprima che fosse stato morsicato da un serpente velenoso, ma
alla mia domanda m'indicò gli avanzi d'un pesce che aveva arrostito a
poi mangiato.
Cercai di calmare i suoi dolori, facendo bollire in una scatola di
latta delle erbe che credevo medicinali, ma tre ore dopo il disgraziato
aveva cessato di vivere.
Allora mi prese una paura invincibile e fuggii su questa collina.
Erano sette giorni che io erravo fra queste macchie come una belva
feroce, sfinito dalla fame, senza aver più il coraggio di scendere alla
capanna.
Abbiamo sofferto, sapete, signore: voi vedete in quale stato miserando
io sono ridotto. Sono pelle ed ossa. —
— Ma non vi eravate diretti verso le coste del Borneo?
— È vero, signore, ma non possedendo alcuna bussola e temendo di
smarrirci sempre più, ritornammo al nord sperando di raggiungere
l'Arcipelago di Sulu, finchè una notte naufragammo su queste coste.
La scialuppa si era sfasciata contro le scogliere ed a grande fatica
potemmo toccare terra con un fucile, trenta cariche e alcune bottiglie
di Marsala.
Finchè avemmo polvere e palle potemmo vivere alla meglio abbattendo
degli uccelli, ma quando terminammo le munizioni ci trovammo ben presto
alle prese colla fame. Le frutta della foresta non erano sufficienti a
mantenerci in forze e soffrimmo dei digiuni tremendi che ci ridussero a
scheletri viventi.
— Una domanda.
— Parlate, signore.
— Sapevi che noi eravamo qui?...
— Sì, — rispose il maltese. — Avevamo intrapreso un viaggio
nell'interno dell'isola sperando di trovare degli indigeni, ed un
giorno vi scorgemmo mentre stavate coltivando un campicello.
— E perchè non siete venuti a chiedere ospitalità?
— Per paura di venire presi e appiccati, come ne avreste avuto il
diritto. Ma.... avevamo anche veduto il Piccolo Tonno; è rimasto nella
scialuppa forse?...
— No, alla capanna.
— Una capanna, un campicello, una scialuppa, un recinto con degli
animali, delle scimmie!... Ah!... Quanto v'invidiavamo, signor
Albani!... Voi in mezzo all'abbondanza e noi morenti di fame. Oh!...
l'abbiamo espiato il nostro delitto, credetelo.
— Non avrai più nulla da invidiarci, Marino. D'ora innanzi farai parte
della nostra famiglia e tutti lavoreremo pel benessere della nostra
piccola colonia. Alla scialuppa, Enrico: più nulla abbiamo da fare
qui. —
Scesero la collina e aprendosi un passaggio attraverso alla foresta,
giunsero sulla spiaggia che percorsero fino alla piccola baia, presso
la quale stava legata la scialuppa.
Volsero un ultimo sguardo alla catapecchia sotto la quale il
maltese Harry dormiva l'eterno sonno, spiegarono la vela e presero
frettolosamente il largo girando la penisola, volendo visitare le coste
orientali della loro possessione.
Quella penisola fu chiamata di Harry, a ricordo del disgraziato maltese.
Il mare non era più tranquillo come prima, essendo cresciuta la brezza.
Larghe ondate venivano dall'est e correvano a infrangersi, con grande
fragore, sulle scogliere dell'isola, rimbalzando e spumeggiando.
Anche il cielo, che al mattino era limpidissimo, andava coprendosi di
nuvole le quali salivano dal sud-sud-est, minacciando d'invadere tutta
la vôlta celeste e di rovesciare sull'isola un furioso acquazzone.
I Robinson però, vedendo che la scialuppa, malgrado la sua pesante
costruzione si manteneva benissimo, balzando agilmente sulle onde,
continuavano a tenersi al largo, avendo fretta di giungere alla loro
abitazione.
Il signor Albani tuttavia non si ristava dal rilevare le spiagge
dell'isola, assegnando nomi alle piccole insenature, ai capi, alle
penisolette e alle scogliere.
Verso le quattro del pomeriggio, lo stato del mare peggiorò tanto da
far nascere delle inquietudini. Delle ondate altissime continuavano
a salire dall'est, minacciando di subissare la scialuppa, e raffiche
impetuose gonfiavano la vela il cui albero si curvava in modo da temere
che dovesse spezzarsi.
— Sono ondate di fondo, — disse il veneziano. — Qualche violenta
tempesta deve essere scoppiata verso l'est.
— Pure stamane il cielo era limpido ed il mare tranquillo, — disse
Enrico. — Noi non abbiamo udito alcun tuono.
— Le ondate di fondo, che sono prodotte dalla lunga continuazione d'una
violentissima bufera, percorrono delle distanze incredibili, Enrico.
Forse la tempesta che ha mosso questi cavalloni è scoppiata a parecchie
centinaia di miglia dalla nostra isola, forse nei paraggi delle isole
Sanghir, cioè nel mare delle Celebes o più oltre, alle Molucche od a
Mindanao.
— E voi credete che queste onde possano percorrere tali distanze senza
perdere la loro forza?...
— Sì, Enrico. Nell'Oceano Pacifico si sono osservate delle ondate di
fondo che venivano da più di mille miglia.
— Ditemi, signor Albani, è vero che in certe tempeste si sono osservate
delle onde alte qualche centinaio di metri?... Se devo dire il vero, io
non ne ho mai vedute.
— Sono frottole spacciate dai marinai. È bensì vero che per coloro che
sono a bordo delle navi, specialmente piccole, sembra che le montagne
d'acqua abbiano delle altezze inverosimili, ma si è constatato che in
media quelle altezze si riducono a pochi metri.
— Oh! questo poi....
— È verissimo, Enrico. Delle osservazioni accuratissime fatte
nell'Oceano Atlantico durante delle furiose tempeste, hanno limitato
quelle altezze a soli sei metri, però se ne sono vedute di quelle che
toccavano i nove e anche i tredici.
— È sempre una bella altezza.
— Presso il Capo Horn invece ne furono vedute di quelle che toccavano
i quindici metri ed il navigatore Dumont d'Urville affermò di averne
vedute talune che superavano i trentatrè metri.
— Quali urti poderosi devono produrre quelle masse!
— Tremendi senza dubbio, per le navi che devono sopportarle. Bada alla
scotta: sta per giungere una raffica impetuosa, Enrico. —
Il vento cresceva di violenza rapidamente col calare delle tenebre,
soffiando dall'ovest, ossia da terra e le onde raddoppiavano la rabbia
scagliandosi con maggior furia contro la scialuppa.
I Robinson erano allora giunti in un luogo pericolosissimo, essendo
irto di banchi e di scoglietti a fior d'acqua, difficilissimi ad
evitarsi.
Non essendo prudente tenersi in mare coll'uragano che cresceva a vista
d'occhio, e con quella scialuppa che era così pesante e sprovvista di
chiglia, decisero di poggiare verso la costa.
Disgraziatamente i banchi e le scogliere crescevano di numero sulla
loro sinistra, e per colmo di sventura il vento era contrario e tendeva
a ricacciarli al largo.
— Mille terremoti! — esclamò il genovese, che cominciava a diventare
inquieto. — Temo che sia una cosa assai difficile l'approdare, signor
Albani. Bisogna virare al largo o noi perderemo la scialuppa.
— Non scorgi alcun passaggio fra le scogliere?
— È impossibile vederlo, con quest'oscurità che ci piomba addosso e con
questa spuma che rimbalza dovunque. Corriamo il pericolo di urtare.
— E al largo le onde ingrossano, — disse Marino.
— Tentiamo la sorte, amici.
— Vi dico che è impossibile, signore, — ripetè Enrico. — Qui non si
passa.
— Allora viriamo al largo. —
Volsero la poppa all'isola e s'allontanarono verso l'est per girare
quei banchi e quelle scogliere, ma pareva che si estendessero assai,
poichè a due miglia di distanza si vedevano le onde a rimbalzare a
prodigiosa altezza, come se trovassero degli ostacoli continui.
Il mare intanto non cessava dall'ingrossare spaventosamente ed il vento
ululava sinistramente fra l'attrezzatura della piccola scialuppa.
La notte era calata con grande rapidità e quelle tenebre, che solo
di tratto in tratto venivano rotte da qualche lampo, rendevano
maggiormente critica la situazione dei Robinson, poichè non potevano
quasi più scorgere i frangenti che si moltiplicavano dinanzi a loro.
Enrico, a prora, sbarrava gli occhi e segnalava al veneziano i
luoghi ove le onde si rompevano, ma non sempre riusciva a scorgere le
scogliere o presentire la vicinanza dei banchi subacquei. Già due volte
la scialuppa aveva toccato uno di quei numerosi ostacoli, correndo il
pericolo di rovesciarsi o di spaccarsi.
Marino, colla scotta in mano, si teneva pronto a stringere il vento
od a lasciar andare la vela, mentre Albani manovrava il lungo remo che
serviva di timone.
Si erano già allontanati dall'isola cinque o sei miglia, ma quella
fila di scogli continuava a pararsi dinanzi a loro senza permettere il
passaggio. La scialuppa fortunatamente resisteva alla furia del vento
e del mare, ma danzava disperatamente, precipitando negli avvallamenti
dei marosi con delle scosse inquietanti e di quando in quando imbarcava
acqua.
Ad un tratto, al chiarore d'un lampo, Enrico scorse verso l'est una
massa oscura che sembrava uno scoglio di grandi dimensioni od un
isolotto.
— Fulmini e terremoti! — esclamò.
— Cos'hai? — chiese Albani.
— Temo, signore, che dovremo spingerci assai lontani se vorremo girare
questa dannata catena di frangenti. Mi sembra che si spinga fino a
quell'isolotto che ho scorto all'est.
— Lontano assai?...
— Parecchie miglia di certo. —
Albani, non ostante il suo coraggio straordinario, provò una vera
inquietudine.
— Se tentassimo di ritornare? — disse.
— Avremo le onde a prora, signore, — risposero Enrico e Marino.
— È vero, e la scialuppa correrebbe il pericolo di subissarsi di colpo,
ma non oso spingermi tanto lontano dall'isola, amici.
— La scialuppa resiste, signore, — disse il genovese. — Se possiamo
girare queste scogliere, troveremo al di là un mare più tranquillo,
servendoci tutti questi ostacoli d'argine.
— Ma le onde aumentano e minacciano di spezzarmi il remo, ed il vento
soffia sempre più impetuoso dall'ovest.
— Dannato uragano! — esclamò Enrico. — Orsù, bisogna andare innanzi,
signore. Il pericolo è dinanzi come dietro a noi.
— Prendi un'altra mano di terzaruoli, Marino, — disse Albani. — Avanti,
e che Dio ci protegga! —
La scialuppa, spinta da quel ventaccio furioso che aumentava sempre,
filava come una freccia. Malgrado la sua pesantezza, saliva arditamente
le onde librandosi sulle creste spumeggianti come un'alcione, poi
precipitava negli avvallamenti, quindi risaliva ancora, ma imbarcava
sempre acqua.
Enrico aveva dovuto abbandonare il suo posto d'osservazione a prora, e
col suo cappellaccio di fibre di _rotang_, s'affannava a vuotarla per
renderla più leggiera.
Le scogliere intanto continuavano sul tribordo. Al chiarore dei lampi
si vedevano emergere le loro punte nere e aguzze, e attorno ad esse il
mare si rompeva con mille muggiti paurosi, lanciando a grande altezza
delle colonne di spuma.
Lo scoglio segnalato dal marinaio, lo si scorgeva ormai distintamente
alla luce livida dei lampi. Pareva l'estremità d'un monte sottomarino,
coi fianchi dirupati, la base corrosa in mille modi dall'eterna
azione delle onde. Attorno a quel picco solitario, si vedevano le onde
sfasciarsi con rabbia estrema e la spuma lo circondava da ogni parte
come se presso di esso si estendessero altri scoglietti.
— Attenzione, signor Albani! — gridò d'improvviso Enrico, che aveva
ripreso il suo posto a prora. — Dei frangenti a babordo!... —
Il veneziano, che si era alzato per essere più pronto ad agire, cacciò
il remo all'orza, mentre Marino lasciava scorrere la scotta della vela.
La scialuppa era allora giunta di fronte allo scoglio e si preparava a
girarlo.
— Vedi nulla dinanzi a noi? — chiese Albani.
— Mi pare che il mare sia sgombro dinanzi allo scoglio.
— Possiamo virare?
— Lo credo, signore.
— Vira! — gridò Albani.