Ne abbatterono quattro e collocarono i tronchi sulla spiaggia, ad

una distanza di quattro metri l'un dall'altro, poi assalirono la base

dell'albero gigante con grande lena.

Era un lavoro aspro e lunghissimo, ma non possedendo una sega, non

avevano la scelta dei mezzi. Se fosse stato secco, avrebbero potuto

accendere un fuoco intorno alla base del colosso, ma quella corteccia

era troppo umida per incendiarsi.

Tutto il giorno lavorarono di scure, scambiandosi di mezz'ora in

mezz'ora, ma le tenebre calarono senza che fossero riusciti a tagliare

la metà del _durion_.

Avendo però levata tutta intorno la scorza, radunarono un grande numero

di rami secchi e li accesero, sperando di carbonizzare una parte delle

fibre interne, semplificando il lavoro dell'indomani.

Le loro speranze non andarono deluse, poichè all'alba trovarono il

piede del colosso in gran parte carbonizzato. Con pochi colpi di scure

potevano ormai abbatterlo.

Premendo a loro di farlo cadere dalla parte del mare e precisamente sui

tronchi dei mangostani, mandarono lo Sciancatello sul colosso a legare

dei _rotang_, poi mentre il mozzo vibrava gli ultimi colpi di scure, il

veneziano ed il marinaio si collocarono sulle due sponde della piccola

cala, operando delle vigorose strappate con quelle solidissime fibre

vegetali. Anche il mias li aiutava, mettendo in opera il suo vigore

straordinario.

Alle dieci del mattino l'albero gigante, dopo una breve oscillazione,

cadeva con grande fracasso, precipitando sui tronchi dei mangostani.

I suoi immensi rami s'immersero nelle acque della cala, sollevando una

vera ondata.

— Hurrà!... hurrà!... — urlarono i due marinai, giocondamente.

— Il più è fatto ormai, — disse il signor Albani, che non era meno

lieto dei compagni. — Fra quindici giorni avremo finalmente anche la

scialuppa. —

Essendo il tronco lungo quaranta metri, decisero di abbruciarlo in gran

parte, bastando dieci metri per la costruzione della loro scialuppa.

Il mozzo fu incaricato di quel lavoro, operazione facile non dovendo

far altro che raccogliere legna e badare che il fuoco non si spegnesse.

Il marinaio ed il veneziano s'occuparono della costruzione del

galleggiante.

Continuando però la stagione delle piogge, furono prima costretti a

innalzare una tettoia per lavorare al coperto. Furono ancora i bambù

che fornirono a loro il legname necessario e di facile lavorazione.

Tre giorni dopo, il veneziano ed i suoi compagni si mettevano al lavoro.

Mentre il mozzo manteneva un fuoco infernale attorno al tronco,

carbonizzando lentamente la parte che non era necessaria, il veneziano

ed il marinaio maneggiavano la scure e la pesante sciabola del pirata,

per spianare la parte superiore del colosso.

Ottenuto lo spianamento, ricorsero anche loro al fuoco, accumulando

grandi quantità di carboni accesi, i quali, a poco a poco,

distruggevano le fibre interne del _durion_ che poi venivano

accuratamente livellate.

Dodici giorni furono necessarii per scavare l'albero, altri tre per

tagliare la prua e altrettanti per la poppa.

Il 28 ottobre collocavano le panchine e l'albero, il 29 il timone

veniva messo a posto, ed il 30, alle dieci del mattino, la scialuppa

veniva varata nella piccola baia, fra gli hurrà dei due marinai.

Quell'imbarcazione misurava nove metri e poteva stazzare sei

tonnellate. Era un po' pesante, ma galleggiava benissimo e sotto vela

doveva filare molto bene.

— Diamole un nome, signore, — disse il marinaio, prima di alzare la

vela.

— Le daremo un nome che ricordi la nostra patria lontana, — disse il

veneziano.

Si levò il cappello di fibre di _rotang_ e con voce commossa gridò:

— Viva la nostra _Roma_!...

— Viva la _Roma_!... Hurrà!... hurrà!... hurrà!... — urlarono i

marinai, scoprendosi il capo.

— Su la vela, — disse Albani. — Alla barra, Piccolo Tonno. —

Il pennone fu issato sull'alberetto, portando in alto la vela, la quale

si gonfiò sotto la brezza del nord-est. Il marinaio legò la scotta, ed

il mozzo mise la barra all'orza.

La _Roma_ virò di bordo sul posto, rasentò la spiaggia a tribordo,

superò la piccola scogliera che si staccava dalla caverna marina e si

slanciò sulle onde, inclinata graziosamente a babordo.

Filava come un uccello marino, balzando leggermente sui flutti e

spezzando le onde spumeggianti. Pareva che avesse perduta la sua

pesantezza e che non trovasse alcuna difficoltà nelle brusche virate di

bordo, che il marinaio ed il mozzo le facevano fare.

Dopo d'aver bordeggiato un po' al largo, i Robinson piegarono verso

l'est volendo visitare quella parte della spiaggia che si univa alla

loro caverna e che non avevano ancora potuto osservare in causa delle

alte rupi, tagliate quasi a picco, che la difendevano.

Essendo il vento favorevolissimo anche pel ritorno, soffiando da

levante, misero la prora verso il sud-est, tenendosi a breve distanza

dalla costa.

Numerose scogliere difendevano l'isola da quel lato, alte assai,

sventrate, minate dall'eterna azione dei flutti. Si vedevano sovente

delle caverne marine assai spaziose, entro le quali si precipitavano,

con fragore assordante, le onde e dove di quando in quando si vedevano

uscire dei tentacoli armati di ventose.

Pareva che in quelle nere cavità abbondassero dei grossi polipi, dei

cefalopodi, non però così grandi come quello che aveva assalito i

naufraghi la notte che erano approdati su quell'isola.

Anche i pesci abbondavano e si vedevano a nuotare in grande numero,

attraverso le acque trasparenti e tranquille dei piccoli seni.

Il veneziano che osservava attentamente, vedendo il mozzo immergere

rapidamente un braccio armato di coltello per colpire una specie di

raja col corpo assai appiattito e arrotondato in forma di disco, colle

natatoie pettorali assai ampie e la coda piatta, che passava presso la

poppa, con un grido lo arrestò.

— Imprudente!... —

Il mozzo lo guardò con sorpresa.

— Era un bel pesce che avrebbe potuto servirci da cena, signore, —

disse.

— Ma che ti avrebbe intorpidito, — rispose Albani. — Le scariche

elettriche di quei pesci sono tutt'altro che piacevoli.

— Ma cos'era adunque?...

— Una torpedine.

— Alla larga, — disse Enrico. — Conosco quei pesci diabolici.

— Io non ne ho mai veduti, — disse il mozzo.

— Ti dirò allora che posseggono una vera batteria elettrica; è vero,

signor Albani?

— Sì, Enrico, una batteria che intorpidisce le membra e che fa

strappare delle urla di dolore a chi riceve la scarica.

— Ma io non avevo già intenzione di prendere quel pesce colle mani, ma

di colpirlo col coltello.

— Avresti ricevuto egualmente la scossa, ragazzo mio. Quei pesci

possiedono tale potenza fulminante, da comunicarla perfino alle corde

delle reti tenute in mano dai pescatori.

Ho veduto una volta dei pescatori a cadere, per aver messo i piedi su

delle sabbie, sotto le quali si erano nascoste le torpedini.

— Ma che posseggano una vera batteria elettrica nel loro corpo? —

chiese il marinaio.

— Qualche cosa di simile, Enrico. Il loro apparecchio è formato

da tanti piccoli dischi di una sostanza speciale, semitrasparente,

disposti in pile verticali e racchiusi in vani sovrapposti, le cui

divisioni membranose ricevono una grande quantità di vasi e di fili

nervosi che vanno a terminare alla superficie dei dischi.

— Così armati, quei pesci non si lascieranno certo mangiare dai loro

nemici.

— No, poichè possono fulminarli anche ad una certa distanza, ma dopo la

prima scarica perdono gran parte della loro potenza difensiva e....

— Che cosa?...

— Guardate laggiù, presso quella scogliera, — disse Albani, che si

era improvvisamente alzato. — Non scorgete qualche cosa, che le onde

trastullano?

— Sì, — dissero i due marinai. — Si direbbe un rottame.

— Governa laggiù, Piccolo Tonno, — disse il veneziano. —

La scialuppa si scostò dalla spiaggia dirigendosi verso una massa

nerastra, che cozzava contro una fila di scoglietti a fior d'acqua.

Pochi minuti dopo la raggiungeva. Era un rottame, un pezzo di poppa

d'una piccola nave, dipinta di nero, sul cui fasciame esterno si

scorgevano delle lettere biancastre, ma che ormai l'acqua salata aveva

corrose e rese indecifrabili.

— Mille terremoti! — esclamò il marinaio. — O io m'inganno assai o

questa è la poppa del _tia-kau-ting_ dei pirati.

— Lo credo anch'io, — disse Albani. — Mi ricordo di aver scorto sulla

sua poppa delle lettere e dei fregi bianchi.

— Dio ha punito quelle canaglie, signore. Il mare ha inghiottito tutti.

— Lo avevo previsto. Era impossibile che con una nave così piccola

potessero affrontare quel formidabile uragano. Ora almeno potremo

intraprendere il nostro viaggio attorno all'isola, senza temere un

improvviso loro ritorno. —

Essendo il sole prossimo al tramonto e temendo che il vento cambiasse

direzione, virarono di bordo e un'ora dopo ritornavano alla piccola

cala.

— Siete contenti, amici? — chiese il veneziano, sbarcando.

— Così contento, signore, che io non lascierò più quest'isola, — disse

il marinaio.

— E nemmeno io, — disse Piccolo Tonno. — Rimarrò qui per sempre,

dovessero venire dieci navi a prendermi. Cosa manca a noi?... Siamo

sbarcati senza un tozzo di pane, ed ora siamo più felici di un re. Cosa

potremmo desiderare di più?...

— È vero, signore; e tutto ciò lo dobbiamo alla vostra attività e alla

vostra scienza, — aggiunse Enrico.

— Grazie, signor Albani: a voi dobbiamo la vita.

— Abbracciatemi, amici, — disse il veneziano, commosso. Sono felice di

avervi fatti contenti. —

CAPITOLO XXVII

Gl'incendiarii della «Liguria»

Venti giorni dopo il varo della scialuppa, essendo ormai cessata la

stagione delle piogge, cominciarono i preparativi della partenza,

essendo risoluti ad esplorare le sponde meridionali dell'isola, per

conoscere i misteriosi individui che abitavano quella parte della loro

possessione.

Non potendo abbandonare gli animali ed i volatili che si trovavano

nel recinto, nè il campicello che poteva venire saccheggiato dalle

scimmie, avevano deliberato che il mozzo dovesse rimanere a guardia

della capanna. Del resto, il ragazzo aveva accettato ben volentieri

di rimanere a terra in compagnia di Sciancatello e delle due scimmie,

premendogli di conservare le ricchezze accumulate con tante fatiche.

La mattina del 16 novembre, il veneziano ed il marinaio, dopo d'aver

imbarcate delle provviste capaci di nutrirli per una settimana e di

aver abbracciato Piccolo Tonno, salivano sulla scialuppa.

— Ti raccomando la capanna ed i nostri animali, — disse Albani al

ragazzo. — Se il vento ci sarà favorevole, fra quattro giorni contiamo

di essere di ritorno.

— Non temete, signore, — rispose il mozzo. — Avrò cura degli animali e

del campicello. Buon viaggio, signore. —

La _Roma_ prese il largo e oltrepassata la piccola penisola che

chiudeva la baia verso occidente, virò di bordo costeggiando l'isola.

Il mozzo, dall'alto d'una rupe, con Sciancatello a fianco, li salutava

col cappello di fibre di _rotang_.

Era una splendida mattina: il cielo era purissimo, d'un azzurro

profondo, ed il sole splendeva in tutto il suo fulgore, salendo

rapidamente sull'orizzonte.

Il mare tranquillissimo, s'increspava appena appena sotto i soffi

regolari del venticello dell'est. Solamente presso le spiagge si

rompevano le onde della risacca, balzando e rimbalzando e sfasciandosi

in una pioggia di pagliuzze d'oro.

La scialuppa filava rapidamente, colla vela ben gonfia, tenendosi

a quattrocento metri dalle spiagge, lasciandosi a poppa una scia

biancheggiante e perfetta.

Il marinaio si era messo presso la scotta e masticava beatamente il

suo _siri_, ed il signor Albani si era seduto accanto alla barra del

timone.

Le coste dell'isola fuggivano rapidamente, ma i due Robinson potevano

osservarle con loro comodo, mantenendo sempre la scialuppa a breve

distanza. Il signor Albani, che si era munito di carta e di penna,

tracciava le punte, le piccole baie, le scogliere, dando a tutte un

nome.

Così aveva notate le baie Aida Maria e Principessa Elena, i capi

Savoia e Piemonte, la punta Ischia, e le scogliere Venezia, Rialto e

Pellestrina.

Le coste si mantenevano però sempre assai alte e dirupate, rendendo

difficili gli approdi. Sulle cime i boschi si succedevano ai boschi con

poche interruzioni, prodotte per lo più da spaccature profonde causate,

a quanto pareva, da antichi torrenti.

Si vedevano macchioni di alberi del garofano, di arecche, di tamarindi,

di cocchi bellissimi, di goiani, di mangostani, di cedri selvatici;

enormi alberi della canfora le cui esalazioni giungevano perfino alla

scialuppa, di _durion_ altissimi e di bambù smisurati.

Grande numero di uccelli volteggiavano sulle sponde, sulle scogliere

e sopra quei macchioni si vedevano bande di pappagalli d'ogni colore,

di loris rossi ma colla gola nera, di cacatoe nere e bianche, di

terenguloni col dorso color di smeraldo, la coda azzurra ed il ventre

giallo dorato; di rondini salangane, leggiadri uccelli di mare color

turchino metallico sopra e nero lucentissimo sotto; di splendidi

fagiani, di epimachi reali neri, turchini, verdi e rossi, e di alcioni

i quali volteggiavano superbamente sopra la superficie del mare.

Verso il mezzodì, nel momento che stavano rosicchiando alcuni biscotti,

i due Robinson scorsero, in fondo ad una baia dalle sponde tagliate

a picco, degli alberi così enormi, da strappare a entrambi delle

esclamazioni di sorpresa.

Erano alti più di cento metri e così grossi che otto uomini non

sarebbero stati capaci di abbracciarli. Rassomigliavano alle querci

giganti della California, ma portavano dei fiori rossi, molto larghi, i

quali tramandavano un profumo così acuto che si espandeva per parecchie

centinaia di metri sul mare.

— Cosa sono? — chiese il marinaio.

— Non lo saprei, — disse Albani, — ma somigliano a certi alberi

scoperti ultimamente nell'isola di Formosa.

— Quei colossi devono avere un bel numero di anni.

— Certo, Enrico.

— Ditemi, signore, vivono molto gli alberi?

— Delle migliaia d'anni, taluni.

— Delle migliaia d'anni!... Volete burlarvi di me, signore?...

— Niente affatto. Si sa che gli ontani, per esempio, vivono in media

360 anni, l'edera 450, gl'ippocastani 600, gli ulivi 700, i cedri 850,

e le quercie perfino 1500.

— Fulmini!... Millecinquecento anni!...

— Oh ma vi sono delle piante che hanno l'esistenza ben più lunga. Gli

annali botanici ricordano dei tigli di 2000 anni, dei castagni e dei

platani di 1200 anni e anche dei rosai celebri che varcarono i dieci

secoli. Gli alberi che hanno maggior durata sarebbero invece i baobab,

alberi enormi che crescono in Africa e se ne sono veduti alcuni, ai

quali i botanici non hanno esitato a dare sessanta secoli di vita.

— Seimila anni!...

— Sì, Enrico.

— E gli animali che campano di più, quali sarebbero?

— Le tartarughe giganti dell'Imalaya.

— Credevo che fossero gli elefanti.

— No, poichè quelle tartarughe possono campare cinque o seicento anni.

— Che bella esistenza!...

— Forse non tanto bella, poichè quelle testuggini, rinchiuse nelle

loro rocce, passano degli anni interi in una specie di torpore. Bada

alla vela, Enrico: vi sono delle scogliere subacquee dinanzi a noi e

dobbiamo evitarle con cura. —

Infatti dinanzi alla scialuppa si vedevano emergere, attraverso l'acqua

profonda ma trasparente, delle punte grigiastre le quali avevano delle

ramificazioni strane. Alcuni di quegli scoglietti erano rotondi ma

altri, che si trovavano ad una profondità maggiore, rassomigliavano

a tronchi sostenenti dei rami, i quali si allungavano assai in varie

direzioni.

— Sono scogli coralliferi, — disse Albani, che li osservava con viva

curiosità. — Sono in lavorazione e fra pochi anni e forse prima, tutti

quei rami giungeranno a fior d'acqua.

— Ma sono coralli vivi? — chiese il marinaio, stupito.

— Vivi, Enrico: guarda all'estremità di quei rami: cosa vedi?...

— Ma.... non saprei; come dei fiorellini.

— Sono gruppi di polipi corallini.

— Ma come fanno quei molluschi, che mi dissero essere gelatinosi e

piccolissimi, a costruire questi scogli che sembrano di granito?

— È una cosa facilissima a spiegarsi. Un giorno qualunque, alla

profondità di quaranta o cinquanta metri, si fissa un polipo corallino.

Si nutre, cresce, mette dei rami come una pianta e produce delle uova

le quali si fissano, dopo un certo tempo, a breve distanza. Nascono

altri polipi, crescono e cominciano anche loro a ramificare.

La piccola colonia a poco a poco ingrandisce, s'intreccia e forma

dapprima un banco rudimentale che gl'indigeni chiamano ordinariamente

_focaccie di corallo_.

Su quel banco spuntano migliaia di altre gemme, migliaia di altri

rami che poi si solidificano e s'innalzano, s'allargano e continuano

a intrecciarsi finchè giungono a fior d'acqua. Solamente allora le

costruzioni cessano, poichè i polipi rifuggono dalla luce del sole, ma

se non s'innalzano più, continuano però ad allargarsi.

Le onde spezzano sovente quei coralli, ma quei guasti sono tosto

riparati, anzi i detriti corallini servono a rinforzare, a cementare

sempre più ed a rialzare il banco. Ecco adunque lo scoglio costruito,

scoglio che col tempo, continuando il lavoro dei polipi, può diventare

un'isola.

— Il corallo che serve di base alle isole costruite dai polipi, è

eguale a quello che noi peschiamo sulle coste della Sicilia, della

Sardegna e dell'Algeria?

— No, Enrico, il corallo nobile che ha quella bella tinta rosea o

rossa non si trova che nel nostro Mediterraneo. I nostri polipai sono

di specie un po' diversa e le piante sono rivestite da una specie di

membrana con fiori da cui escono i polipetti.

— Ma da cosa derivano quelle belle tinte rosse?...

— Una volta si credeva che la tinta provenisse dall'ossido di ferro, ma

ora si sa invece che la si deve ad una particolarità di polipi.

— E la nostra isola, credete che sia stata costruita dai polipi

coralliferi?

— No, Enrico.... ma.... guarda lassù!...

— Dove? — chiese il marinaio.

— Su quella rupe. —

Il marinaio guardò nella direzione indicata e non senza una viva

sorpresa, scorse una pertica altissima, sulla quale ondeggiava uno

straccio bianco.

— Un segnale?... — chiese egli.

— Così sembra, — rispose il veneziano, cacciando la ribolla del timone

all'orza.

— Ma collocato lassù da chi?...

— Forse dagli individui che hanno perduto quella capsula.

— Ma allora devono essere marinai; dei selvaggi non avrebbero innalzato

quel segnale di soccorso.

— Lo credo anch'io, Enrico.

— Che ci sia qualche carta, ai piedi di quell'albero?...

— È precisamente per accertarmi di ciò, che dirigo la scialuppa verso

quella rupe.

— Forse sapremo chi sono quegli uomini, signore, — disse il marinaio.

— Speriamolo. —

Virarono di bordo e diressero la scialuppa verso la sponda. In quel

punto la costa si ripiegava formando una profonda insenatura, chiusa

all'estremità da una grande rupe che si innalzava per ottanta o novanta

metri.

Tutto il ciglione dell'alta spiaggia era coperto d'alberi, sopra

i quali si vedevano svolazzare grandi stormi di anhinga, uccelli

che hanno il collo così lungo che valsero a loro il nome di uccelli

serpenti, sormontato da una testa piccola, affilata, cilindrica, con un

becco acuto e diritto.

Questi volatili sono valenti nuotatori, avendo i piedi palmati, ma

a terra si trascinano penosamente. Diffidenti assai, non meritano un

colpo di fucile, poichè la loro carne è detestabile come quella dei

cormorani.

Arenata la scialuppa su di un piccolo banco di sabbia, il signor Albani

ed il marinaio si misero a scalare la rupe, aggrappandosi ai _rotang_

che pendevano dall'alto e puntando i piedi nelle fessure.

In dieci minuti si trovarono sulla cima, dinanzi a quella specie

d'albero sormontato dallo straccio. Un cumulo di sassi s'innalzava

presso la base e pareva che nascondesse qualche cosa.

— Vi è qualche documento lì sotto, — disse il veneziano. —

Con una scossa fece crollare quel cumulo ed ai loro occhi apparve una

bottiglia, sulla quale stava scritto in lettere dorate:

«MARSALA-PALERMO»

I due Robinson si guardarono in viso l'un l'altro, colla più grande

sorpresa.

— Marsala! — esclamò Albani. — Che questa bottiglia abbia appartenuto

ad una nave italiana?...

— Guardate se contiene qualche documento, signore, — disse il marinaio,

che pareva in preda ad una viva emozione. —

Il veneziano l'alzò esponendola contro i raggi del sole e vide

nell'interno un pezzo di carta.

Spezzò il vetro, s'impadronì del documento, lo spiegò e lesse queste

righe, tracciate con una matita:

«_Harry Tompson e Marino Novelli-naufragati il 6 settembre 1840-punta

meridionale dell'isola._»

Due grida irruppero dalle labbra dei Robinson, una di sorpresa, ma

l'altra feroce.

— I maltesi!... — aveva esclamato il veneziano.

— I traditori!... — aveva urlato il marinaio, con intraducibile accento

d'odio. — Andrò a ucciderli!... —

CAPITOLO XXVIII

Una triste scoperta

In seguito a quali vicende i due maltesi, che erano fuggiti su una

scialuppa pochi istanti prima che il fuoco scoppiasse a bordo della

_Liguria_, erano tornati indietro, mentre parevano diretti verso le

coste settentrionali del Borneo?...

Erano stati respinti da una tempesta o dopo d'aver errato tredici

giorni per l'ampio mare di Sulu, a corto di viveri e forse senz'acqua,

erano tornati verso il nord per cercare di approdare su qualche isola

dell'Arcipelago?...

Comunque fosse, ormai i Robinson sapevano chi erano gli individui che

abitavano le sponde meridionali dell'isola e sapevano ormai con quali

individui, forse ancora pericolosi, avevano da fare.

— I traditori!... — aveva esclamato il marinaio, con voce rauca!... —

Andrò a ucciderli! —

Il signor Albani nulla aveva risposto a quella fiera minaccia che

tradiva l'odio nutrito dal marinaio verso gli autori, forse volontarii,

della tremenda catastrofe. Si era limitato ad incrociare le braccia sul

petto, guardando tranquillamente il viso del genovese, ancora alterato

da una collera selvaggia.

[Illustrazione: — Giù un sorso, — continuò il marinaio,

porgendogli una fiaschetta.... (Pag. 200).]

— Imbarchiamoci, signore, — disse Enrico. — Andremo a vendicare le

vittime della _Liguria_. —

Il signor Albani non si mosse. Forse nel suo cuore, in quel momento,

si combatteva un'aspra battaglia fra il desiderio di tutto obliare e

quello di seguire la legittima collera del vendicativo marinaio.

— No, Enrico, — disse ad un tratto. — Il sole sta per tramontare e

non conosciamo questi paraggi, che possono nascondere delle scogliere

pericolose alla nostra scialuppa.

— Ci terremo lontani dalle sponde, signore.

— Non abbiamo nessuna fretta e possiamo accamparci su questa rupe.

— La fretta l'ho io, signor Albani. Li sorprenderemo nel sonno, i due

miserabili, e li uccideremo.

— Non dobbiamo erigerci a giustizieri, noi, Enrico.

— Vorreste lasciarli vivere ancora?...

— La sventura li avrà domati.

— Hanno fatto saltare la nave, signore.

— Forse c'inganniamo. Chissà, l'incendio può averlo prodotto il caso.

— Ah!... no, non perdonerò mai a loro!...

— Perdono io.

— Voi!...

— Sì, Enrico. Io non permetterò che i Robinson italiani, macchino la

loro isola con un delitto. No, amico mio, siamo generosi e cerchiamo

invece di unire i nostri sforzi a quelli di loro pel bene di tutti.

— Ma.... signor Albani....

— Se sono colpevoli, penserà Dio a punirli.

— E sia, — disse il marinaio, — ma prima udranno se la mia voce tuonerà

contro le loro infamie.

— Va' a legare il canotto, mentre io improvviserò un ricovero.

— Siete deciso ad accamparvi su questa rupe?

— Non è prudenza avventurarci su queste sponde che noi non conosciamo

e che possono nascondere delle scogliere subacquee pericolose.

All'alba spiegheremo le vele ed a mezzodì toccheremo di certo le coste

meridionali dell'isola. —

Il marinaio, che pareva avesse spenti i suoi propositi di vendetta,

scese la rupe e andò a legare la scialuppa onde impedire al flusso di

portarla al largo, mentre il signor Albani, tagliate alcune foglie di

arecche e alcuni rami, improvvisava un riparo.

Cenato con una kakatoa nera arrostita al mattino e con pochi biscotti,

si misero accanto le cerbottane e s'addormentarono, certi di non venire

disturbati su quell'alta rupe che era quasi tagliata a picco.

I Robinson italiani · 第 13 / 18 段