inquieto. — Cosa sta per succedere?
— Che abbiano scoperta un'altra apertura? — chiese il mozzo, girando
gli sguardi intorno.
— Saranno giunti altri uomini, forse quelli che ieri perlustravano
la montagna, — disse Albani. — Bah!... Dieci o trenta è tutt'uno. Se
poi.... —
Una formidabile detonazione che fece tremare il suolo della caverna,
gli troncò la parola.
— Una mina! — esclamò il mozzo.
— No, è una spingarda, — rispose il marinaio. — Io conosco quelle armi.
— Non sarà certo con delle palle da una libbra che sfonderanno
l'ostacolo, — disse Albani, che conservava una calma ammirabile. — A
vostro comodo, signori schiumatori del mare, e tu, intanto, mio Piccolo
Tonno, va a prepararci qualche cosa da porre sotto i denti. —
I pirati dopo quel primo colpo si erano arrestati, forse per constatare
gli effetti di quella prima scarica, ma ben presto ripresero il fuoco.
Il marinaio ed il signor Albani udivano le palle fracassare i macigni,
ma la massa che ingombrava la galleria era tale, che ci avrebbero
voluto cento libbre di polvere per aprire una breccia.
Tuttavia al decimo colpo una palla, essendo scivolata attraverso a
qualche fessura, entrò nella caverna e andò a conficcarsi sulla parete
opposta.
— Oh!... oh!... — esclamò il marinaio. — La cosa diventa seria, signor
Albani.
— C'è del tempo, — rispose il veneziano.
— Ma se continuano questa musica, finiranno coll'aprire un foro.
— E noi risponderemo colle frecce.
— Ma se riescono a entrare!...
— Avranno il tempo?...
— Cosa volete dire?...
— Ascolta, — disse il veneziano. —
In lontananza si era udito come un sordo rullìo.
— Il tuono?... — chiese Enrico.
— Un uragano che si avanza e che viene in nostro aiuto, — rispose
Albani. — È un'ora che il tuono brontola e che odo le onde sfasciarsi
con crescente impeto contro la base della rupe.
— Voi dunque contavate su questo alleato?...
— Sì, Enrico. Fra poco il vento comincierà a soffiare, il mare a
diventare burrascoso e non avendo l'isola delle baie riparate, i pirati
saranno costretti a riprendere il largo o il loro _tia-kau-ting_ si
frantumerà contro la costa. Ecco perchè io ero tranquillo e fidente
dell'inutilità degli sforzi degli assedianti. Odi?...
— Sì, il tuono rumoreggia ancora. —
Intanto i pirati continuavano a sparare contro la galleria con
crescente furia. Dovevano essersi accorti del pericolo che poteva
correre il loro _tia-kau-ting_ e raddoppiavano i loro sforzi per
demolire quell'ostacolo che opponeva una resistenza incredibile.
Di tratto in tratto sospendevano il fuoco e percuotevano l'ammasso
con dei grossi rami o con dei tronchi d'albero e quegli urti
cagionavano maggiori danni delle palle, poichè sconquassavano i macigni
semi-infranti.
I tre Robinson che cominciavano ad inquietarsi, tardando l'uragano a
scoppiare, si erano collocati dietro i due angoli della caverna, per
non farsi fracassare dai grossi proiettili della spingarda e spiavano
il momento opportuno per lanciare sugli assalitori le loro frecce
mortali. Anche Sciancatello si era unito a loro, tenendo in mano un
grosso bastone, arma formidabile nelle sue robuste mani.
Al di fuori il tuono brontolava sempre e si udivano le onde a
infrangersi con crescente furore contro la base della rupe, ma il vento
non si era ancora scatenato. Solamente delle raffiche si rovesciavano,
a lunghi intervalli, sull'isola.
Ad un tratto i macigni, frantumati e sconnessi dalle palle, cedettero
sotto un ultimo e più vigoroso urto, operato forse con un tronco
d'albero di gran mole, spinto a tutta forza dagli assalitori che
dovevano essere numerosi.
Una breccia s'aprì presso la vôlta della galleria, proiettando nella
oscura caverna un getto di luce. Alcuni fucili furono introdotti e
fecero una scarica, scrostando la parete opposta.
Il marinaio e Albani, pronti come il lampo, appena videro ritirarsi le
armi, puntarono le cerbottane, lanciando attraverso a quella breccia
due frecce.
Un urlo acuto li avvertì, che i loro proiettili non erano andati
perduti.
— Ecco uno che non ci seccherà più, — disse il marinaio, lieto di quel
primo successo. — Avanti a chi tocca! —
I pirati, sorpresi da quella resistenza e resi guardinghi da quelle
frecce che sapevano ormai essere avvelenate, avevano sgombrato
rapidamente l'entrata della galleria.
— Occupiamo il posto, — disse Enrico.
— No, — rispose Albani. — Non commettiamo imprudenze.
— Ma si sono ritirati, signore. La luce entra liberamente attraverso la
breccia.
— Possono spiarci. —
Un urto formidabile scosse la massa di macigni, facencendone cadere
altri. Albani, Enrico ed il mozzo risposero con tre frecce.
Un altro grido echeggiò al di fuori, seguito da un clamore spaventevole
e dallo scoppio di parecchi fucili. Quasi nel medesimo istante una
luce livida si proiettò dentro la seconda caverna accompagnata da una
scarica elettrica così fragorosa, che parve che l'intera rupe dovesse
crollare sul capo degli assediati.
— L'uragano!... — esclamò Albani, con voce lieta. — Finalmente saremo
liberati da quei furfanti! Tenete duro, amici miei e non economizzate
le frecce. —
I due marinai non facevano davvero economia. Tenendosi nascosti dietro
gli angoli della galleria, continuavano a scagliare i loro dardi
avvelenati attraverso alla breccia.
I pirati, non potendo avvicinarsi senza venire colpiti, si sfogavano
scaricando attraverso la galleria i loro moschettoni, ma senza recare
danni.
Furiosi però di essere tenuti in scacco da quei pochi difensori,
ripresero la loro catapulta e scagliandola impetuosamente innanzi,
riuscirono ad allargare il foro, facendo diroccare la barricata.
Un uomo, il più audace, si cacciò nella galleria e irruppe nell'interno
prima che i Robinson avessero potuto scorgerlo, essendo l'oscurità
diventata profonda in causa delle folte nubi che si addensavano
rapidamente in cielo, ma Sciancatello gli appioppò una legnata così
potente, da farlo fuggire urlando di dolore.
— In ritirata! — comandò Albani, vedendo altri nemici affollarsi
confusamente sotto la galleria.
I tre Robinson e Sciancatello si slanciarono nella seconda caverna,
accumulando nella seconda galleria sassi, colli di viveri, recipienti
d'acqua e dietro la carretta.
L'uragano allora scoppiava con rabbia estrema. I lampi si succedevano
ai lampi, i tuoni scrosciavano con estrema intensità, toccando tutta la
gamma in meno di un minuto, e sul mare si udiva il vento a fischiare
ed a ruggire, mentre le onde schizzavano la spuma perfino dentro la
piccola finestra della caverna.
I pirati avevano fatta irruzione dentro la galleria emettendo urla di
vittoria, ma si erano subito arrestati dinanzi alla seconda, la quale
pareva che dovesse presentare una resistenza non minore.
Le loro grida di vittoria si cambiarono ben presto in urla di rabbia,
di delusione. Pure, decisi a vendicare i loro compagni, l'avevano
assalita percuotendola col tronco d'un albero, quando in lontananza
si udì a tuonare un colpo di cannone, seguito poco dopo da un secondo
sparo.
L'assalto cessò bruscamente. Si udirono ancora delle grida, ma che
parevano diventassero rapidamente più fioche.
— Se ne sono andati, — disse Albani, che ascoltava rattenendo il
respiro.
— Sì, — disse Enrico. — Quegli spari erano segnali di pericolo.
— Amici miei, ringraziate quest'uragano.
— Alla finestra, signore, gridò Piccolo Tonno. — Potremo vedere la nave
a uscire dalla piccola rada. —
Il veneziano si diresse verso la finestra e guardò fuori. Il mare aveva
preso un aspetto pauroso. Immense ondate, d'una tinta verde cupa,
correvano all'impazzata verso le spiagge dell'isola, frangendovisi
contro con indescrivibile violenza, mentre un vento impetuoso
sconvolgeva le nere masse di vapori e le folgori descrivevano i loro
pericolosi angoli.
Si vedevano le alte piante che rizzavansi sulla cima delle rupi,
torcersi come fuscelli di paglia sotto le sferzate dall'uragano, mentre
le foglie ed i rami volteggiavano in tutti i sensi.
— È un vero ciclone, — disse il marinaio. — Non vorrei essere sul
_tia-kau-ting_.
— Non abbandonerà la cala di certo, — rispose Piccolo Tonno.
— E allora le onde lo frangeranno contro le scogliere, — disse Albani.
— La cala non ha alcun riparo e saranno costretti a prendere il largo.
— Speriamo che si affoghino tutti, — disse Enrico. — Ecco che doppia
quel capo!... Guardate, signor Albani! —
Il veneziano volse gli sguardi verso il nord e vide infatti
il _tia-kau-ting_ fuggire verso l'est, con le sole vele basse
terzaruolate. Balzava disperatamente sulle onde, ora apparendo sulle
creste spumanti ed ora scomparendo nei baratri mobili.
— Che il mare v'ingoi tutti!... — gridò il marinaio. — Ecco il mio
augurio! —
Pochi minuti dopo la piccola nave scompariva sul fosco orizzonte,
mentre la bufera si scatenava con estrema violenza.
CAPITOLO XXVI
Il varo della «Roma»
Durante tutta la giornata e l'intera notte, l'uragano imperversò senza
interruzione, sollevando il mare a mostruosa altezza, atterrando grande
numero d'alberi, specialmente lungo le spiagge e allagando le bassure.
Il tuono non stette zitto un solo momento, con grande spavento degli
animali rinchiusi nella caverna.
I Robinson, quantunque ardessero dal desiderio di visitare la costa
settentrionale per constatare la gravità dei danni e per assicurarsi se
i pirati avevano scoperti i loro vivai ai quali molto tenevano, essendo
assai ricchi di pesci e di testuggini, non furono capaci di lasciare il
loro rifugio.
All'indomani però un vigoroso colpo di vento dell'est ricacciò le nubi
all'ovest, ed il sole tornò a mostrarsi.
Sapendo ormai che il bel tempo doveva durare poco, per essere prossima
la stagione delle piogge, i naufraghi della _Liguria_ approfittarono
subito di quella calma per recarsi sulla costa.
Attaccarono il babirussa al carretto e seguendo la spiaggia, si
diressero verso il luogo ove due giorni prima sorgeva la loro elegante
e ardita capanna aerea.
Dei pirati non vi era più alcuna traccia, avendo portato con loro non
solo le armi degli uomini colpiti dalle freccie mortali, ma anche i
cadaveri. Solamente alcune palle di spingarda erano state abbandonate
fuori dalla caverna.
L'uragano aveva prodotto grandi guasti lungo la costa che percorrevano.
Numerosi alberi erano stati atterrati dalla furia del vento e dalle
folgori e molti altri erano privi di foglie e di rami. Il suolo poi
era sparso di frutta d'ogni specie, di cespugli divelti e di ammassi di
piante arrampicanti, specialmente di _nepentes_ e di _calamus_.
Quando giunsero sulla spiaggia, presso la piccola cala, un grande
sconforto li invase, scorgendo le distruzioni barbare fatte dai pirati.
La grande capanna era stata completamente fracassata, sventrata
ed i pezzi delle pertiche di sostegno avevano servito alla cucina
di quei feroci scorridori del mare; le palizzate del recinto erano
state divelte e giacevano all'ingiro ridotte in pezzi; il campicello
era stato pure devastato e calpestato, ma fortunatamente essendo le
pianticelle appena spuntate, non erano state strappate.
— Miserabili! — esclamò il marinaio, che pareva dovesse scoppiare. —
Quale devastazione!... Bel gusto rovinare la nostra capanna e le nostre
cinte!
— Non scoraggiamoci, amici, — disse Albani. — L'energia non ci manca ed
in una settimana potremo riparare a tutto.
— Rifabbricheremo un'altra capanna?
— E più ampia della prima, Enrico. La piantagione di bambù è pronta
a darci quanto legname ci sarà necessario. Andiamo a vedere se hanno
risparmiato i nostri vivai. —
Ebbero la consolazione di trovarli intatti. Essendo nascosti dietro a
delle rupi piuttosto elevate, erano sfuggiti ai devastatori, i quali
non si erano certo occupati di perlustrare le coste.
Contenti di quella scoperta, visitarono la piccola cala sperando che
i pirati, nella loro partenza precipitosa, avessero abbandonato sulla
spiaggia qualche oggetto che poteva essere utilissimo, ma non trovarono
che l'albero del trinchetto del _tia-kau-ting_ e per di più affatto
privo di qualsiasi cordame.
Esaminatolo, s'accorsero che a metà altezza era stato profondamente
intaccato da un proiettile che doveva essere stato di calibro
considerevole.
— Con questo guasto non avrebbero potuto continuare il loro viaggio,
— disse Albani. — Hanno approdato qui per ricambiarlo, prevedendo non
lontana l'epoca delle grandi piogge le quali provocano sovente degli
uragani formidabili.
— È vero, — confermò Enrico.
— Credete che il _tia-kau-ting_ si sia salvato dall'uragano? — chiese
Piccolo Tonno.
— Uhm!... Ho i miei dubbi, — rispose Albani. — Non sarei sorpreso se un
giorno, le correnti o le onde, trascinassero qui i suoi rottami. Orsù,
amici miei, riprendiamo i nostri arnesi e torniamo a fare i falegnami.
Le grandi piogge non sono lontane e avremo appena il tempo necessario
per rifabbricare la capanna.
— Abbiamo la caverna, signore, — disse Piccolo Tonno.
— Ma preferisco la capanna, — disse Enrico. — Là dentro mi pareva di
essere in prigione. Al lavoro! —
I tre Robinson non perdettero il loro tempo. La piantagione di bambù
non era lontana che pochi passi e fornì loro il legname occorrente per
rifabbricarsi la loro capanna aerea e le cinte per gli animali.
Per una settimana intera lavorarono con lena febbrile, dall'alba al
tramonto, non prendendo che dei brevi riposi. La stagione delle piogge
incalzava, e ogni giorno, verso sera, il cielo si copriva di nubi le
quali poi si scioglievano in abbondanti acquazzoni.
La capanna ricostruita nel medesimo posto ove prima sorgeva, era
più vasta, più comoda e più solida, avendo raddoppiato i pali di
sostegno ed allargato il tetto in modo che riparasse tutta la terrazza
anteriore.
Dieci giorni dopo anche la cinta destinata agli animali era terminata.
Anche questa era più vasta e riparata da una tettoia per difendere i
quadrupedi, i quadrumani ed i volatili dalle piogge.
Finalmente ripararono anche il campicello che il mozzo, in quel
frattempo, aveva zappato, circondandolo d'una palizzata per difenderlo
dai guasti che potevano produrre gli animali selvaggi. Terminati tutti
quei lavori, si recarono alla caverna per ricondurre gli animali.
Le povere bestie, quantunque il mozzo avesse provveduto a loro,
tutti i giorni, foglie fresche e acqua in abbondanza, pareva che
avessero sofferto da quella specie di prigionia entro quella caverna
poco arieggiata e poco illuminata e si mostrarono molto soddisfatte
ritornando al recinto.
Il 25 ottobre il marinaio e Albani, approfittando del bel tempo,
fecero una rapida esplorazione nei boschi della costa orientale. Già da
parecchi giorni li tormentava un desiderio intenso: quello di scoprire
il cadavere del pirata che per poco non li aveva sorpresi, mentre si
erano nascosti sull'albero. Speravano che fosse sfuggito alle ricerche
dei suoi compagni e di ritrovare il suo fucile e le sue munizioni.
Avendo attraversato quella parte della foresta correndo, non era facile
ritrovare l'albero su cui si erano nascosti, ma dopo lunghe e pazienti
indagini riuscirono finalmente a scoprire il cadavere, ma non rimaneva
che uno scheletro malamente scarnato dalle tigri. Il fucile e le
munizioni erano scomparse, portate via certamente dagli altri pirati,
però in un cespuglio vicino trovarono una corta ma pesante sciabola
d'acciaio che poteva essere a loro di molta utilità.
— Ci gioverà nella costruzione della scialuppa, — disse Albani.
— Siete ancora deciso a fabbricarla? — chiese il marinaio.
— Sì, poichè ho sempre il vivo desiderio di visitare le coste
meridionali dell'isola.
— Volete trovare gli uomini che hanno perduta la capsula e che hanno
acceso quel fuoco, da voi scorto dall'alto della montagna?
— Sì, Enrico.
— Purchè i pirati non li abbiano uccisi.
— Non possono essersi spinti fino alle coste meridionali dell'isola.
Non sarebbero accorsi così presto ad assediarci nella caverna.
Ritorniamo, amico mio; il tempo ricomincia a rannuvolarsi e fra breve
avremo dell'altra pioggia. Ormai la buona stagione è terminata. —
Il veneziano non s'ingannava. L'indomani le piogge dirotte cominciarono
con grande violenza e quasi senza interruzione.
Dall'alba al tramonto e anche gran parte della notte, acquazzoni
violentissimi si succedevano accompagnati da lampi abbaglianti e
da scrosci così formidabili, che pareva che l'isola intera dovesse
subissarsi.
Venti furiosi soffiavano di frequente, sconvolgendo il mare, il
quale rompevasi disordinatamente sulle spiagge e causando dei bruschi
abbassamenti di temperatura, specialmente alla notte.
Torrenti e stagni si formavano in tutte le parti dell'isola correndo
verso il mare, ma quell'umidità, anzichè danneggiare le boscaglie,
ne favoriva lo sviluppo. Anche il campicello si avvantaggiava molto,
poichè le patate dolci, le cipolle ed i grossi tuberi crescevano a
vista d'occhio.
[Illustrazione: La mattina del 16 novembre la Roma prese il
largo.... (Pag. 186).]
I nostri Robinson non potevano però abbandonare la capanna aerea, ma
non rimanevano inoperosi e trovavano il modo d'occupare il loro tempo.
Avevano costruito un fornello d'argilla che avevano collocato
nell'interno della loro casa e seduti dinanzi al fuoco, accomodavano
le loro vesti già molto sdrucite in quelle frequenti corse in mezzo
ai boschi o si cucivano delle nuove giacche colle vele che ancora
possedevano, o il signor Albani dava lezione di scrittura ai due
marinai, i quali facevano progressi straordinarii, quantunque dapprima
si fossero mostrati molto restii, non avendo mai stretto fra le dita
una penna.
Sembrerà molto strano che si fossero provvisti perfino di carta,
d'inchiostro e di penne, pure il signor Albani non si era mostrato
molto imbarazzato a trovare tutto ciò in quell'isola deserta.
La foresta, ancora la foresta, gli aveva somministrato tutto.
Per ottenere la carta era ricorso ai _gluga_ (Broussonetica papyrifera)
chiamati dai giavanesi e dai malesi _daluwang_, perchè ne ricavano la
carta conosciuta con tale nome.
Per ottenerla, il signor Albani aveva scelto alcune piante adulte, ne
aveva staccata la corteccia e l'aveva lasciata macerare, dopo d'averla
tagliata in pezzetti quadrati. Dopo alcuni giorni l'aveva levata,
quindi battuta con una specie di spatola di legno, riunendola in fogli
più o meno grandi, i quali asciugandosi avevano poi preso la voluta
consistenza.
Avrebbe dovuto immergerla in una soluzione di acqua di riso per
renderla più levigata, ma non avendone, si era accontentato di bagnarla
in una colla assai diluita di fecola di _sagù_, ottenendo eguale
successo.
Con questo processo molto semplice, usato da secoli da tutti i popoli
della Malesia, aveva ottenuto un centinaio di fogli di carta abbastanza
buona, sulla quale si esercitavano i due marinai.
Le penne le aveva ricavata dall'_arenga saccharifera_. Questa
pianta preziosa, oltre dare, come già dicemmo, il _toddi_, o liquore
zuccherino, il _tuwah_ o liquore inebriante, le fibre di gomuti per
fare delle funi solidissime che non marciscono anche tenute in acqua
lunghissimo tempo ed una specie di cotone che viene adoperato come esca
e che può anche essere filato, somministra ai malesi ed ai giavanesi
anche le penne da scrivere. Per ottenerle si scelgono le fibre più
grosse che stanno fra le foglie e che servono per la fabbricazione del
_gomuti_ e vengono adoperate per scrivere, ma più come pennello che
come penna.
Non potendo trovare di meglio, non avendo trovato nè oche, nè anitre,
i due marinai dovettero adattarsi e non si trovarono scontenti poichè i
loro sgorbi riuscivano egualmente.
Più difficile fu procurarsi l'inchiostro, ma dopo lunghe ricerche anche
quell'ultima difficoltà fu vinta con successo insperato, e fu ancora la
foresta che lo somministrò.
In una delle sue escursioni, il signor Albani aveva veduto parecchi
alberi conosciuti sotto il nome _eucalyptus microcorys_ o di
alberi-sevo, così chiamati perchè dopo tagliati conservano una certa
untuosità.
Dapprima non vi aveva fatto alcun caso, quantunque non ignorasse che da
quelle piante si estrae un olio essenziale molto adoperato e ricercato
dai verniciatori, ma essendosi poi rammentato che dalle scheggie di
quei tronchi, tenute immerse un certo tempo, si ricavava del buon
inchiostro, aveva voluto fare la prova.
Tagliati alcuni pezzetti li aveva messi in una pentola piena d'acqua,
mettendovi entro un pezzo di ferro e dopo tre giorni aveva ottenuto un
inchiostro nerissimo e di buona qualità, che scorreva facilmente sulla
carta di _gluga_.
Come si vede i naufraghi, mercè la loro instancabile attività, potevano
attendere tranquilli il termine della stagione delle piogge, senza
annoiarsi e senza inquietudini.
Quindici giorni dopo però la furia delle piogge era cessata. Pioveva
ancora e con grande violenza, ma ad intervalli e per lo più al mattino
e verso sera, in causa dei venti del sud che accumulavano, in quelle
ore, grandi masse di vapori sopra l'isola.
I Robinson decisero di approfittare di quei momenti di sosta per
realizzare il loro grande progetto, ossia di costruirsi una scialuppa.
Non avevano ancora scordata la capsula trovata nel bosco, nè la colonna
di fumo che avevano scorto dall'alto della montagna e ardevano dal
desiderio di conoscere i misteriosi individui che abitavano le sponde
meridionali dell'isola.
Un canotto era necessario, non osando attraversare tutte le foreste che
li dividevano da quelle lontane spiagge, prima perchè ormai sapevano
come fossero popolate da numerose tigri, poi perchè in caso di pericolo
difficilmente avrebbero potuto ritornare sollecitamente alla loro
capanna per difendere le loro ricchezze radunate con tante fatiche, e
portare soccorso a colui che avrebbe dovuto rimanere a guardia della
possessione.
Con una scialuppa a vela, il ritorno invece sarebbe stato più facile e
più pronto.
La grande difficoltà stava però nel modo di costruirla. Gli alberi
non mancavano di certo, ma erano gli attrezzi che scarseggiavano, non
possedendo che la scure, la sciabola del pirata ed alcuni punteruoli
per forare, ottenuti colle sbarre di ferro dei pennoni. Se avessero
dovuto scavare un tronco con quelle sole armi, avrebbero dovuto
impiegare dei mesi e poi, avrebbe resistita la scure, che era già stata
mezza consumata, avendola arrotata almeno venti volte?...
— Se adoperassimo il fuoco? — disse il marinaio. — Io so che gl'isolani
del Grand'Oceano non adoperano altro mezzo, signore.
— Ecco un'idea che mi era sfuggita, — disse il veneziano. — Col fuoco
possiamo riuscire, ma è la pianta che bisognerà trovare.
— So dove si trova un _durion_ di dimensioni gigantesche, signor
Albani, — disse il mozzo.
— Purchè non sia molto lontano dalla spiaggia.
— A pochi passi; dalla piattaforma possiamo scorgerlo.
— Andiamo a vedere. —
Uscirono dalla capanna ed il mozzo indicò ai compagni un albero enorme
che si rizzava presso una piccola cala, situata dietro la caverna
marina che aveva servito a loro di primo rifugio la notte che erano
approdati.
Quel _durion_ era alto più di quaranta metri ed aveva un diametro di
due e mezzo. Atterrandolo in modo da farlo cadere verso la sponda, il
varo della scialuppa poteva diventare facile.
— Approfittiamo di questo po' di tempo, — disse il veneziano. — Domani
mattina il tronco può essere a terra.
Presero la scure e si diressero verso quella piccola insenatura, la cui
sponda scendeva dolcemente verso il mare, come un piccolo cantiere.
Il _durion_ s'alzava proprio sul ciglione della ripa e tagliandolo o
bruciandolo alla base, doveva necessariamente inclinarsi verso l'acqua.
— Ci risparmierà delle lunghe fatiche, — disse il veneziano, dopo
d'aver esaminato il terreno. — Fare scendere in acqua la scialuppa,
sarà cosa facile. Animo, amici, tagliamo alcuni giovani alberi che
poi ci serviranno per far scorrere il tronco del _durion_, quando sarà
giunto il momento del varo. —
Poco lontani dalla spiaggia crescevano alcuni gruppi di mangostani,
alberi che hanno il tronco liscio e perfettamente rotondo.