Era troppo pel marinaio, che aveva il sangue bollente. Dimenticando

ogni prudenza, prima che il signor Albani avesse potuto trattenerlo, si

era scagliato fuori dalla piantagione, guadagnando un macchione che si

estendeva fino a trenta passi dalla capanna.

Puntare la cerbottana, soffiarvi dentro, lanciare una freccia mortale

e abbattere un uomo che si trovava a buona portata, fu l'affare d'un

lampo.

Il pirata, colpito in mezzo al dorso dal sottile cannello, cadde

all'indietro emettendo un urlo di dolore. I suoi compagni si volsero

bruscamente e vedendo il marinaio che fuggiva attraverso il macchione,

ora apparendo ed ora scomparendo in mezzo agli alberi, scaricarono i

loro moschettoni, ma ormai era troppo tardi. Enrico si era gettato in

mezzo ai bambù e quella scarica non ottenne altro effetto che quello di

produrre molto baccano e un nuvolone di fumo.

Il signor Albani si era lanciato dietro al compagno che fuggiva colla

velocità d'un cervo. Aveva veduto i pirati correre sulle loro tracce e

premendogli di tenere a loro celato il luogo che serviva di rifugio,

aveva stimato essere miglior partito di guadagnare le fitte foreste

dell'interno.

In dieci minuti i due fuggiaschi attraversarono la piantagione ed

essendo pratici dei luoghi, si nascosero in mezzo ad un bosco così

intricato, da rendere vano l'inseguimento.

— Saliamo quell'albero, — disse il veneziano, indicandone uno che era

coperto da un fogliame densissimo e per di più cinto e ricinto da una

vera rete di calamus.

Aiutandosi l'un l'altro giunsero sul tronco, accomodandosi fra le

biforcazioni dei rami.

— Imprudente, — disse Albani al genovese, quando potè tirare il fiato.

— Se tardavi un istante a nasconderti nella piantagione, ti facevi

crivellare da quella scarica.

— È vero, sono stato molto imprudente, signore, — rispose il marinaio,

— ma non ho potuto frenarmi vedendo quelle distruzioni.

— Ed ora scorazzeranno l'isola per vendicare il loro compagno.

— Lo credete?...

— Certo, Enrico. Forse spereranno di trovare altre capanne da

saccheggiare o qualche villaggio e di fare degli schiavi.

— Ma non sarà facile a loro, scoprire la nostra caverna.

— Se scorgono le nostre tracce la troveranno. Seguendo i solchi

lasciati dalle ruote del nostro carretto, non s'inganneranno.

— Terremoti!... che sorprendano Piccolo Tonno?...

— Taci!... —

Una forte detonazione era echeggiata verso il mare, seguita poco dopo

da un'altra.

— Cosa succede?... — chiese il marinaio. — Che i furfanti siano stati

assaliti da qualche incrociatore spagnuolo?...

— Sparano le spingarde contro la piantagione di bambù, sperando di

scovarci, — rispose Albani. — Sono certo di non ingannarmi.

— Fortunatamente siamo lontani e bene imboscati.

— Ma temo che Piccolo Tonno, udendo questi spari, ci creda in pericolo

e si metta in cerca di noi.

— Volete che cerchiamo di guadagnare la caverna?... Non deve essere

molto lontana.

— Non sappiamo ancora da qual lato i pirati ci cercano, e lasciando

questo nascondiglio potremmo trovarci improvvisamente dinanzi a loro.

Se avessimo anche noi dei fucili, si potrebbe tentare la ritirata, ma

colle nostre cerbottane sarebbe una imprudenza che potrebbe costarci

la vita. Queste armi sono preziose nelle imboscate e nelle sorprese, ma

poco valgono nella difesa.

Facciamo appello alla nostra pazienza e aspettiamo la notte per

ritirarci verso la costa orientale.

— Ma Piccolo Tonno?...

— Speriamo che non commetta l'imprudenza di lasciare il ricovero. Gli

avevo detto di non muoversi fino al nostro ritorno e per nessun motivo.

— Tacete, signore, mi pare di udire delle voci laggiù. —

Tesero gli orecchi rattenendo il respiro e udirono infatti delle

persone che parlavano a voce alta, presso il margine della boscaglia.

I pirati dovevano aver attraversata la piantagione dopo d'averla

frugata in tutti i sensi e si disponevano a perlustrare le foreste,

ma non doveva essere cosa facile essendo immense ed avendo l'isola una

superficie ragguardevole.

Forse stavano dirigendosi verso la montagna, credendo lassù di scoprire

le capanne o i villaggi che supponevano eretti su quelle spiagge.

Le voci a poco a poco si allontanarono verso l'ovest ed il silenzio

ritornò nella foresta. Anche dalla parte del mare, non si udivano più a

tuonare le spingarde della piccola nave.

Il signor Albani ed il marinaio, quantunque desiderassero ardentemente

di lasciare quel nascondiglio e di ripiegarsi verso la caverna, non

osarono muoversi, per paura che qualche pirata si trovasse imboscato a

breve distanza da loro.

Trascorse un'ora, poi un'altra, ma le voci non si udirono più;

solamente i pappagalli ed i tucani-rinoceronti continuavano a cicalare

sulle più alte cime degli alberi.

— Tentiamo la sorte, signore, — disse Enrico. — Piccolo Tonno sarà

molto inquieto non vedendoci a ritornare, e poi stritolerei volentieri

un biscotto.

— Sali prima sui rami superiori e guarda se scorgi qualcuno. L'albero

è alto assai e forse potrai vedere ciò che succede anche sulla

spiaggia. —

Il marinaio non si fece ripetere l'ordine. Aggrappandosi ai rami ed ai

_calamus_, raggiunse le cime più elevate e di là girò gli sguardi.

Essendo quell'albero uno de' più alti della foresta, potè senza fatica

scorgere un grande tratto della costa settentrionale.

Il _tia-kau-ting_ era ancorato nella piccola cala, ma sotto le rupi.

Un albero era stato abbassato e sulla spiaggia, degli uomini erano

occupati ad atterrare una pianta dal fusto diritto.

— Ora comprendo perchè quei birbanti hanno approdato, — mormorò il

marinaio. — Avevano il trinchetto da cambiare. —

Abbassò gli sguardi verso la piantagione di bambù; ma vide che le

alte canne erano immobili, segno evidente che nessun uomo stava

attraversandola. Guardò verso la montagna e gli parve di vedere dei

corpi apparire e scomparire fra i cespugli ed i macchioni.

Soddisfatto delle sue osservazioni stava per ridiscendere, quando vide

sul margine del bosco, a circa trecento passi dalla loro macchia, un

uomo che stava sdraiato a terra, ma che pareva si avanzasse strisciando

come i serpenti.

— Corna di cervo!... — esclamò.

Si lasciò scivolare lungo il tronco e raggiunse il signor Albani che lo

aspettava ansiosamente.

— Se ne sono andati? — chiese questo.

— Il grosso della truppa marcia verso la montagna, ma noi stiamo per

venire sorpresi, signore, — rispose il marinaio. — Uno di quei furfanti

ha scoperto le nostre tracce e si avvicina.

— Uno solo?...

— Non ne ho veduti altri. Affrettiamoci a fuggire prima che giunga.

— No, Enrico, — rispose il veneziano. — Se ci scorge darà l'allarme e

attirerà l'attenzione de' suoi compagni rimasti sulla nave.

— Cosa volete fare, adunque?... Non è lontano che trecento passi.

— Lasciarlo passare oltre.

— E se ha scoperte le nostre tracce?...

— Peggio per lui, poichè lo uccideremo, — disse Albani, con voce

risoluta. — Non bisogna che scoprano la nostra caverna o saremo

perduti.

— Udite?...

— Sì, un ramo si è spezzato. Lascia fare a me, Enrico. —

Il veneziano si era messo a cavalcioni d'un solido ramo ed aveva

impugnata la cerbottana.

Il pirata si avvicinava, strisciando attraverso alla boscaglia. Si

udivano le foglie secche stridere ed i rami spezzarsi e si vedevano le

cime dei cespugli ondeggiare lievemente.

Certamente quell'uomo doveva aver scoperte le loro tracce rimaste

impresse sul suolo umido della foresta, e le seguiva senza deviare. Fra

qualche minuto doveva giungere presso l'albero.

Il signor Albani ed Enrico, nascosti fra il fogliame, trattenevano

il respiro, ma aguzzavano gli occhi per scoprire il nemico. Entrambi

tenevano le cerbottane vicine alla bocca.

Ad un tratto, una testa apparve fra due cespugli. Si alzò lentamente

guardando con grande attenzione i rami degli alberi vicini, poi

strisciò innanzi e l'intero corpo apparve allo scoperto. Il pirata

teneva fra i denti un largo coltello e nella destra un lungo fucile a

pietra.

I due Robinson, vedendosi in procinto di venire scoperti, non esitarono

più. Le due freccie tinte nel veleno mortale dell'upas partirono con

un sibilo appena percettibile, colpendo l'uomo alla gola e alla spalla

sinistra.

Sentendosi ferire, il pirata si strappò furiosamente i due leggieri

cannelli e balzò in piedi armando precipitosamente il fucile, ma

le forze improvvisamente lo tradirono e cadde al suolo in preda a

spaventevoli convulsioni.

— Fuggiamo, — disse Albani. —

Si lasciarono cadere al suolo e senza occuparsi del loro nemico, la cui

morte ormai era certa, fuggirono precipitosamente verso l'est. Percorsi

però cinquecento metri, rallentarono la corsa, temendo che nelle

vicinanze vi fossero altri pirati.

— Ecco due canaglie di meno, — disse il marinaio. — Rincresce uccidere

delle persone quasi a tradimento, ma si tratta di salvare la pelle

e non si deve guardare le cose tanto pel sottile. Speriamo che per

qualche po' ci lascino tranquilli e ci permettano di giungere al nostro

rifugio.

— Badiamo a non smarrirci in mezzo a questi boschi, — disse Albani. —

Il sole è là: sta bene.

— Credete che abbiano scoperto i solchi del carretto?...

— Speriamo che non si siano spinti fino alla costa orientale.

— Ho veduto che degli uomini salivano la montagna, ma possono visitare

le coste.

— Allora sorprenderanno i misteriosi individui che hanno perduta quella

capsula.

— Ma quelli possiedono dei fucili e potranno facilmente respingerli,

signore. Ah! Se si potesse sapere chi sono e unire le nostre forze per

cacciare questi scorridori del mare!

— Bisognerebbe attraversare tutta l'isola e perderemmo tanto tempo. E

poi, non credo che i pirati si fermino molto qui.

— Ho veduto dei marinai della nave abbattere un albero e abbassare il

loro trinchetto.

— Ora si comprende perchè hanno approdato. Senza dubbio qualche

tempesta ha guastato il loro albero.

— Così deve essere, signor Albani.

— Allora fra due o tre giorni riprenderanno il mare e saremo liberi.

Alto, marinaio!

— Cosa avete veduto?

— Qualcuno si è nascosto fra quella macchia.

— Terremoti di Genova!... Un altro pirata?

— No, mi parve un animale.

— Una tigre, forse?

— Non lo so, marinaio. Armiamo le cerbottane e aspettiamo che si

mostri. —

CAPITOLO XXIV

Assediati nella caverna

Il signor Albani ed il marinaio si erano arrestati dietro al tronco

d'un colossale _durion_, non osando avanzarsi senza prima sapere quale

era il nemico che dovevano affrontare.

I cespugli che formavano la macchia continuavano ad agitarsi, come se

l'uomo o l'animale si aprisse un varco con fatica. Pareva che fosse

imbarazzato a uscire fra quei rami che erano assai fitti e molto

frondosi.

Finalmente, dopo un ultimo e violento sforzo, riuscì ad aprirsi il

passaggio ed a mostrarsi. Nello scorgerlo, i due Robinson avevano

alzato di comune accordo le cerbottane, entro le quali avevano fatto

scivolare rapidamente due frecce.

Non era un uomo, ma una tigre che pareva avesse le gambe assai

ammalate, poichè si muoveva con grande pena ed anche delle forme assai

strane, poichè pareva assai più larga delle altre e per di più gobba.

— Ma quella bestia è deforme! — esclamò il marinaio, stupito.

— Ed io non riesco a scorgere le sue gambe, — disse il veneziano, che

non lo era meno.

— Che sia ferita?...

— O che non sia una vera tigre invece?

— Cosa volete dire? —

Il veneziano non potè dare maggiori spiegazioni, poichè la tigre,

alzandosi bruscamente si sbarazzò della superba pelliccia e dinanzi ai

due Robinson comparve.... Piccolo Tonno!

— Mille terremoti!... Il piccino! — esclamò il marinaio, balzando

innanzi.

— Nella pelle della tigre uccisa sulla montagna, — rispose il mozzo,

correndo a loro incontro. — Ah! signor Albani, quante ansie in queste

quattro ore! Temevo che vi avessero uccisi, udendo tutti quegli spari.

— Per poco, — disse Enrico.

— Si è mostrato alcun pirata presso la caverna? — chiese Albani.

— Nessuno, signore.

— E Sciancatello?

— L'ho lasciato a guardia degli animali.

— Ma per quale motivo avevi indossato la pelle della tigre?

— Per spaventare i pirati, nel caso che li avessi incontrati.

— Il furbo! — esclamò Enrico.

— Sei un bravo ragazzo, — disse Albani. — Orsù, non perdiamo tempo e

fuggiamo. È lontana la caverna?

— Dieci minuti, — rispose il mozzo.

— Andiamo, amici. —

Il mozzo si caricò della pelle della tigre e tutti e tre si misero in

cammino, cercando di tenersi in mezzo alle macchie più fitte.

[Illustrazione: — In ritirata! — comandò Albani, vedendo altri

nemici affollarsi.... (Pag. 171).]

Dopo pochi minuti giungevano senz'altri incontri alla caverna.

Spostarono la cortina vegetale, levarono i macigni che ostruivano

la stretta entrata e passarono nel magazzino dove si trovavano

Sciancatello, le due scimmie, i babirussa e gli uccelli.

Il mozzo durante l'assenza dei suoi compagni, non aveva perduto

inutilmente il suo tempo. Aveva disposto ogni cosa in ordine, messi

in libertà i volatili dopo d'aver tesa una piccola rete di fibre di

cocco dinanzi alla finestra per impedire che volassero fuori, preparati

tre giacigli di grandi e fresche foglie e riempiti d'acqua tutti i

recipienti disponibili, avendo trovato uno stagno poco discosto.

— Bravo ragazzo, — disse Albani. — Ora qui possiamo sostenere un lungo

assedio senza inquietarci.

— Credete che verranno ad assediarci? — chiese il marinaio.

— Se scoprono i solchi del nostro carretto, verranno qui di certo.

— Non si potrebbero far sparire?

— Ci vorrebbe molto tempo e ci esporremmo al pericolo di venire

sorpresi. Se vogliono assediarci, vengano pure; ci difenderemo colle

cerbottane.

— Ma possono forzare la galleria.

— Vi sono molti macigni qui e la barricheremo per bene, Enrico. Uno

di noi monterà la guardia al di fuori, dietro la cortina vegetale e

al primo indizio di pericolo verrà tosto ad avvertirci e chiuderemo la

galleria.

— Vado io, — disse Piccolo Tonno. — Sciancatello mi terrà compagnia.

— Noi poi ti surrogheremo, — disse il marinaio.

Il mozzo s'armò della sua cerbottana, invitò Sciancatello a seguirlo

e andò a nascondersi in mezzo alle piante arrampicanti, mentre i suoi

compagni, che non avevano mangiato dalla sera innanzi, si preparavano

la colazione.

L'intera giornata trascorse tranquilla. Si udì qualche colpo di

moschetto rombare sulla montagna e qualche altro verso la costa

settentrionale, ma nessun pirata si mostrò nelle vicinanze della

caverna.

Probabilmente, supponevano che gli abitanti della capanna aerea si

fossero rifugiati fra le fitte foreste del grande cono dominante

l'isola.

Prima che il sole tramontasse, Albani ed il marinaio scalarono la

rupe gigantesca, per vedere se il tia-kau-ting si trovava ancora nella

piccola cala.

Lo videro ancorato allo stesso posto che occupava al mattino e ancora

privo del suo albero di trinchetto.

— Temo che occorra del tempo, prima di ripararlo, — disse Albani.

— Forse avrà degli altri guasti, — rispose Enrico.

— Se rimangono qui parecchi giorni, scopriranno di certo le nostre

tracce.

— E fors'anche i nostri vivai, signore. Mi rincrescerebbe trovarli poi

senza un pesce e senza una testuggine.

— Colla pazienza ripareremo a tutto, Enrico. L'energia e la buona

volontà non ci mancano.

— È vero, ma aver lavorato per quelle canaglie è dura e non so

rassegnarmi. E poi, sapendo ormai che l'isola è abitata, potrebbero di

quando in quando ritornare.

— Non credo che i pochi viveri trovati gli inducano a intraprendere un

secondo viaggio. Perderebbero il loro tempo inutilmente e poi, dalla

cima della montagna, si persuaderanno che l'isola è deserta. —

Essendo calata la notte ridiscesero, ma il marinaio si arrestò al di

fuori, nascosto fra i vegetali. Temendo sempre di venire sorpresi,

avevano deciso di vegliare anche alla notte, per essere pronti a

barricare la galleria.

Nulla accadde durante il primo quarto di guardia del marinaio. Alla

mezzanotte il mozzo lo surrogò in compagnia di Sciancatello, il quale

si prestava volentieri a quel servizio, quasi avesse compreso che i

suoi padroni correvano un grave pericolo.

Il mozzo vegliava da due ore, rannicchiato in mezzo alle piante che lo

coprivano del tutto, colla cerbottana in mano, quando lo Sciancatello,

che sonnecchiava accanto a lui, si alzò bruscamente emettendo un sordo

brontolìo.

— Oh!... oh!... — esclamò il ragazzo. — C'è qualche cosa di

nuovo! —

Si alzò e scostando prudentemente le piante, guardò verso il margine

della foresta, ma non vide alcuno. Però, essendo il cielo coperto da

nuvoloni, non era cosa facile distinguere una persona a due o trecento

passi, con quell'oscurità.

— Che abbia fiutata qualche tigre? — mormorò il mozzo. — Ecco un nemico

che non è migliore degli altri. —

Il mias continuava a brontolare ed a muovere gli orecchi come se

cercasse di raccogliere meglio dei lontani rumori. A volte si curvava

verso terra, poi aspirava fortemente l'aria pel naso.

— Qualche cosa succede nella tenebrosa foresta, — disse il mozzo, che

era diventato inquieto. — Andiamo ad avvertire i compagni. —

Scivolò lestamente nella galleria e tirò le gambe al veneziano ed a

Enrico dicendo:

— Presto, in piedi.

— I pirati? — chiese il marinaio, rizzandosi colla cerbottana in mano.

— Io non lo so, ma Sciancatello dà segni d'inquietudine.

— Usciamo, — disse Albani, — gli uomini dei boschi sentono i nemici a

grandi distanze. —

In un baleno si trovarono tutti e tre all'aperto. Sciancatello

ascoltava sempre e brontolava, colla testa volta verso la spiaggia

settentrionale.

— Il pericolo viene di là, — disse Albani.

— Ma io non vedo nulla, — rispose Enrico.

— Pretenderesti di avere gli occhi del _mias_?...

— Che i pirati abbiano scoperte le tracce del carretto?

— Lo temo, poichè Sciancatello guarda da quella parte.

— Mille terremoti!...

— Cos'hai?...

— Ho veduto un uccello alzarsi fra quella macchia d'alberi.

— Sarà stato un pipistrello gigante, — disse Piccolo Tonno.

— No, dal volo mi parve invece un tucano.

— Allora i nemici vengono di là, — disse Albani.

— Zitto!...

— Ho udito dei rami a muoversi. —

In quell'istante il mias emise un brontolìo sonoro e fece atto di

slanciarsi innanzi, ma il mozzo fu pronto a trattenerlo.

— Conducilo nella caverna, — disse Albani. — Potrebbe tradirci. —

Poi mentre Piccolo Tonno s'affrettava a obbedire, si distese al suolo

per non venire scorto, tenendo la cerbottana presso le labbra. Il

marinaio lo imitò.

Pareva che i nemici si avanzassero seguendo le tracce del carretto, che

dovevano aver rimarcato anche presso la capanna aerea. Si udivano di

tratto in tratto i cespugli a stormire e lo scricchiolìo delle foglie

secche, ma non si potevano ancora distinguere in causa dell'oscurità

che pareva diventasse sempre più fitta, continuando ad accumularsi in

cielo nuvoloni nerissimi.

— Guardate, — disse ad un tratto il marinaio.

— Vedo, — rispose Albani.

— Seguono le tracce.

— Sì, Enrico.

— E sono parecchi.

— Appena ci accorgiamo che muovono verso di noi, mira il più vicino ed

io mirerò il secondo. Saranno due di meno. —

A cento passi si vedevano dei corpi neri avanzarsi fra le erbe e le

foglie, strisciando con precauzione.

Erano dieci o dodici e tutti armati di fucili, a quanto pareva.

— Mira giusto, — mormorò Albani, accostando la cerbottana alle labbra.

Vengono diritti alla caverna.

— Ho scelto il mio uomo. —

Le due frecce partirono con un sibilo lamentevole. I due pirati che

strisciavano in prima fila s'alzarono di scatto, emettendo due urla di

dolore, mentre i suoi compagni scaricavano a casaccio le loro armi, non

potendo scorgere gli assalitori.

— Nella caverna! — esclamò Albani.

Protetti dalla cortina vegetale scivolarono rapidamente nel corridoio e

accumularono rapidamente le pietre, otturando l'ingresso.

— Presto, formiamo una barricata, — continuò Albani. —

Piccolo Tonno, che aveva accesa una candela, accorreva in loro aiuto

con Sciancatello. Si misero a rotolare i massi che abbondavano nella

prima caverna e li accumularono nel corridoio.

Intanto al di fuori si udivano i pirati a vociferare come ossessi ed

echeggiavano gli spari. Non avendo potuto vedere da quale parte erano

state lanciate le freccie, non avevano ancora scoperto l'ingresso della

galleria, ma non dovevano tardare a giungervi dinanzi, se seguivano le

tracce del ruotabile.

I tre Robinson e lo Sciancatello continuavano a rotolare macigni,

volendo murare tutta la galleria per impedire agli assedianti di

avanzarsi, o almeno rendere molto difficile la loro entrata.

Già mezzo corridoio era stato ostruito, quando udirono le voci

echeggiare all'altra estremità.

— Ci hanno scoperti, — disse Enrico.

— Ma non entreranno, — rispose Albani. — Abbiamo più di duecento frecce

ed i nostri proiettili, lo sappiamo per prova, valgono meglio delle

loro palle.

— Ci assedieranno.

— Cosa importa a noi?... Abbiamo dei viveri per otto o dieci mesi.

— Ma scarseggiamo d'acqua, signore, — disse Piccolo Tonno. Non ne

avremo che per dieci o quindici giorni.

— Ci basterà, amici. Questo assedio non durerà molto. Preparate le armi

e teniamoci pronti a respingere l'assalto.

CAPITOLO XXV

L'uragano

La situazione dei Robinson stava per diventare grave assai, essendo

ormai cosa certa che i pirati, resi furiosi per la morte di quattro

compagni, dovevano essere decisi a vendicarli e a tutto tentare pur di

avere in mano gli abitanti dell'isola.

Essendo numerosi, armati di fucili e anche di spingarde e di due

piccoli pezzi d'artiglieria, non vi era da fare molto assegnamento

sulla resistenza che avrebbe potuto opporre quell'ammasso di macigni

che ostruiva la galleria. Pure i tre bravi superstiti della _Liguria_,

non sembravano molto inquieti.

Invece di perdere tempo a discutere sui migliori mezzi di difesa,

continuavano a lavorare con accanimento.

Non contenti di aver chiusa la prima galleria, accumularono altri

ostacoli presso la seconda che conduceva nell'ultima caverna. Essendo

quella assai più stretta e tortuosa della prima, si prestava meglio

alla difesa, non permettendo agli assalitori che d'inoltrarsi uno alla

volta.

Terminati quei preparativi, tornarono nella prima caverna per udire

cosa facevano i pirati.

L'attacco pareva che non fosse ancora cominciato, poichè le pietre

formavano una massa compatta. Udivano però i pirati a parlare e di

quando in quando percuotere la barricata coi calci dei fucili.

Pareva che si consigliassero prima d'intraprendere qualche cosa o che

aspettassero dei soccorsi.

— Aspetteranno che sorga il sole, — disse Albani. — Forse spereranno di

trovare qualche altra entrata.

— Perderanno il tempo inutilmente, — disse il marinaio.

— Ma v'è la finestra, — osservò il mozzo.

— È tanto piccola che un uomo non vi può passare, — rispose Albani. — E

poi è alta più di quindici piedi e la roccia è tagliata a picco. —

In quell'istante uno sparo rimbombò destando tutti gli echi delle

caverne, facendo balzare bruscamente in piedi gli animali e strepitare

gli uccelli. Un pirata, trovato un buco aperto fra i macigni, aveva

introdotto la canna del fucile, ma senz'altro effetto che quello

di produrre un baccano indiavolato, poichè la palla doveva essersi

schiacciata contro gli altri massi.

— Sprecano la loro polvere, — disse Enrico, ridendo.

— E perdono il loro tempo, — aggiunse Piccolo Tonno. — Mi rincresce

solamente pei nostri animali che si spaventeranno assai, udendo questa

musica che per loro è nuova. —

Gli spari si succedevano con grande frequenza, formando un baccano

assordante, ma senza miglior successo, poichè tutte le palle

s'arrestavano in mezzo a quell'ostacolo che aveva uno spessore di

quattro metri.

Solamente un po' di fumo entrava nella caverna attraverso alle fessure,

dileguandosi nella seconda e quindi uscendo dalla piccola finestra.

Ben presto però i pirati dovettero convincersi dell'inutilità delle

loro fucilate, poichè poco dopo cessarono. Si udivano però invece

picchiare furiosamente contro la solida barricata, come se cercassero

di aprire dei fori per introdurre le loro armi e aprire un fuoco più

efficace.

Essendo però la galleria ad imbuto, i sassi tenevano duro e riusciva

difficile il tirarli fuori. Sarebbe stato necessario un ariete per

demolire quell'ammasso enorme o per lo meno un pezzo d'artiglieria.

L'alba era già spuntata, senza che i pirati fossero riusciti a forzare

il passo. Già i Robinson si rallegravano di quel primo successo, quando

al di fuori scoppiarono urla di gioia.

I Robinson italiani · 第 11 / 18 段