— No, Enrico, qualche giorno fa, poichè questa capsula è ancora lucente

come se fosse appena levata dalla scatola. Se fosse stata smarrita da

una settimana, l'umidità delle notti l'avrebbe ben presto ossidata.

— È vero, signore. Ma chi credete che siano gli uomini che l'hanno

perduta?... Dei naufraghi forse?...

— Se fossero persone oneste sarebbero venuti a trovarci, poichè dal

margine di questa foresta si distingue benissimo la nostra casa. Devono

essere degli uomini che hanno interesse a tenersi nascosti.

— Ma chi? Dei pirati delle Sulu, forse?...

— Chi può dirlo? Quel fumo che io ho scorto dall'alto della montagna

e quella luce, indicavano il loro accampamento, ora sono certo di non

ingannarmi.

— Ma cosa vorranno quegli uomini?... Assalirci per saccheggiarci,

forse?...

— Può darsi.

— Mi mettete delle inquietudini. Bisogna prendere una decisione,

signore: non possiamo vivere sotto la minaccia di venire da un istante

all'altro assaliti.

— Lo so e la decisione l'ho presa.

— E quale sarebbe?

— Costruirci un canotto e perlustrare tutte le coste. Se quegli uomini

sono accampati verso il sud, scopriremo la loro capanna o la loro

scialuppa.

— E abbandoneremo a loro la casa aerea ed i nostri raccolti?...

— Qualcuno di noi rimarrà a guardia, Enrico, e cercheremo intanto di

fortificare la nostra piccola possessione. Spero, del resto, che quegli

sconosciuti nulla intraprenderanno contro di noi durante la stagione

delle piogge.

Non occupiamoci di loro per ora e pensiamo a riempire i nostri

magazzini. —

Ripresero la raccolta delle noci e delle mandorle e quando il carretto

fu ben carico, fecero ritorno alla loro abitazione.

Alla notte però, per prudenza, stabilirono i quarti di guardia.

Non sapendo ancora chi erano quegli uomini sbarcati nell'isola,

nè conoscendo le loro intenzioni, la più elementare prudenza li

consigliava a vegliare.

Nessuna persona però, fu veduta ronzare nei dintorni dei recinti, nè

quella notte, nè in quelle seguenti. Senza dubbio quegli sconosciuti

non avevano più osato inoltrarsi in quella parte dell'isola e chissà,

forse al pari dei naufraghi si tenevano lontani, temendo qualche brutta

sorpresa.

Intanto il veneziano ed i suoi compagni continuavano a riempire i loro

magazzini.

Tutti i giorni si recavano nella foresta e ritornavano col carretto

carico di noci di cocco, di frutta d'artocarpo, di mandorle di

_cay-cay_, di banani che poi mettevano in conserva nello sciroppo

estratto dalle _arenghe saccharifere_ e anche di nuova farina per

rinnovare la loro provvista di pane.

Il veneziano aveva scoperte altre piante che ne davano di quella

migliore e più abbondante. Aveva trovato, ai piedi della montagna,

quei sagù che prima aveva cercato con tanta ostinazione ma con esito

negativo.

Quegli alberi, che crescono dovunque nelle isole Indo-Malesi, anche

allo stato selvaggio, non avendo bisogno di coltura, sono alti dai tre

ai quattro metri, grossi uno e portano un ciuffo di grandi foglie.

Dopo sette anni si possono tagliare e allora dànno ognuno circa

centocinquanta chilogrammi d'una fecola biancastra, simile alla farina

che produce il frumento.

Quella fecola è racchiusa nel tronco, fra gl'interstizii di una densa

rete di fibre. Tagliato l'albero in varii pezzi, con una mazza si

fa uscire la polpa, la si passa allo staccio con un po' d'acqua e

s'impasta formando dei pani.

Leggiermente torrefatta, può servire come minestra ed è eccellente.

Anche il succo che esce dal tronco inciso e che scola abbondantemente è

buono, poichè offre una bevanda zuccherina, gratissima e salubre, ma ha

l'inconveniente di fermentare rapidamente.

I Robinson fecero ampie provviste di quella fecola e una parte la

abbrustolirono per prepararsi delle buone minestre. Il forno, in quei

giorni, sotto la vigilanza del mozzo trasformato in panettiere, non

stette un istante in riposo.

Quando i magazzini furono pieni, anche il veneziano ed il marinaio

si misero al lavoro fabbricando candele colla cera delle mandorle,

e trasformando l'acqua zuccherata e la polpa tenera dei cocchi in

vino bianco ed in acquavite, che poi racchiudevano entro recipienti

d'argilla cotta, perchè si conservassero a lungo.

Anche dell'olio ricavarono e poterono finalmente permettersi il

lusso di mangiare qualche piatto di cipolline, essendo già nate nel

campicello. Quell'olio però non durava più di due o tre giorni, poichè

diventava rancido, prendendo un sapore così disgustoso, che i loro

palati non riuscivano a tollerare.

Trovarono però il modo di surrogarlo con altro molto migliore e che

poteva conservarsi lungamente. Essendo comparse sulla spiaggia delle

grosse testuggini marine, colà radunatesi per deporre le uova, un

mattino riuscirono a sorprenderne parecchie su di un banco, mentre

stavano scavando le buche che dovevano servire di nido.

Le più grosse furono tosto uccise ed il grasso, fuso al fuoco, diede

un olio limpidissimo, profumato, più squisito del burro ed in grande

quantità. Le altre invece furono gettate nei vivai, dopo però averli

accuratamente coperti con graticciate di bambù per impedire ai rettili

di fuggire. Ormai potevano attendere senza apprensioni la stagione

delle piogge, essendo abbondantemente provvisti di tuttociò che era

necessario alla loro esistenza.

CAPITOLO XXII

Il «tia-kau-ting»

Trovandosi così ampiamente provvisti e temendo che le tettoie costruite

non fossero sufficienti a difendere dalle violenti piogge le copiose

ricchezze che le ingombravano e soprattutto le fecole di sagù ed i

biscotti che si alterano facilmente coll'umidità, un giorno pensarono

di utilizzare la caverna per trasformarla in un magazzino.

Riparata come era e perfettamente asciutta, era certo da preferirsi

alle tettoie che erano coperte solamente da foglie. Essendo poi lontana

appena un miglio, le piogge non avrebbero impedito ai naufraghi di

recarsi fino alla grande rupe per provvedersi, di quando in quando, di

ciò che avevano bisogno.

Per preservare i loro biscotti e le loro fecole dagli insetti che

potevano cercare rifugio nella caverna durante le piogge, costruirono

dapprima dei recipienti circolari, somiglianti alle botti, servendosi

ancora dei grossi fusti dei bambù selvaggi che poi impeciavano

perfettamente, con una specie di gomma estratta dalla _isonandra

gutta_, pianta che produce il _cauciù_.

Riempiti moltissimi recipienti, un mattino attaccarono il babirussa

alla loro carretta già ben carica e si misero in cammino per la costa

orientale, fiancheggiando il margine della foresta.

Mezz'ora dopo giungevano dinanzi alla caverna, la cui entrata era stata

ormai interamente coperta dalle piante arrampicanti.

Procedendo con precauzione, per tema di trovare qualche altro

_cobra-capello_, spostarono la cortina vegetale e s'inoltrarono nel

corridoio con una candela accesa. Giunti nella prima caverna, il mozzo

che li precedeva, s'arrestò bruscamente esclamando:

— Mille bombarde!... Degli scorpioni!... Alziamo i tacchi!

— Al diavolo le bestie velenose!... — urlò il marinaio, girando

velocemente sui talloni. —

Il signor Albani aveva fatto qualche passo indietro, temendo di

trovarsi dinanzi a dei veri scorpioni velenosi, ma abbassata la

candela che portava, vide invece un centinaio di animaletti neri,

assai più piccoli degli scorpioni ma che pure si raddrizzavano agitando

minacciosamente le loro zampette anteriori.

— Ehi!... Marinaio!... Piccolo Tonno! — gridò.

— Fuggite, signore, — risposero Enrico ed il mozzo, che si trovavano

già fuori.

— Ma no, amici miei, non sono scorpioni e non vi è alcun

pericolo. —

I due marinai, sapendo per prova che il signor Albani non s'ingannava

mai, rientrarono, ma con una certa prudenza.

— Non sono adunque scorpioni? — chiese Enrico, arrestandosi

all'estremità della galleria.

— No, amico mio. Sono insetti inoffensivi, somiglianti agli stafilini

delle nostre campagne.

— Ma ho veduto che si alzavano assumendo le forme paurose degli

scorpioni.

— È il loro modo per spaventare.

— Ma che siano proprio così furbi gl'insetti, signore? — chiese il

marinaio, stupito.

— Tutti hanno le loro furberie per difendersi.

— Io non l'avrei mai creduto.

[Illustrazione: Il pirata, colpito in mezzo al dorso dal

sottile cannello, cadde all'indietro.... (Pag. 153).]

— Mancando per lo più di armi difensive, ricorrono sempre a mille

astuzie e talvolta assai curiosissime. Vi è per esempio un ragno, il

migolodonte che è comune anche da noi, il quale per sfuggire i nemici

più forti di lui, si scava una celletta chiudendola con una specie

di turacciolo. Nascosto dietro a quella porticina spia le prede e le

assale quando è certo di vincerle, ma se si trova dinanzi ad un insetto

più robusto di lui, corre a rintanarsi e si aggrappa al turaccioletto

perchè non venga levato.

— Oh!... È strana!...

— Ma altri sono più furbi, — continuò l'istruito veneziano, mentre

il mozzo, formata una scopa con delle larghe foglie, cacciava fuori

gl'insetti. — Vi sono delle semplici larve che per proteggere il loro

debole corpo, si rivestono d'una corazza formata di fili tenuissimi

che sottraggono al loro corpo e che poi coprono di granelli di terra.

Altre invece, si avvoltolano nel fango il quale disseccandosi basta a

proteggerle.

— Ma voi mi narrate delle cose da sbalordire!... — esclamò il marinaio.

— Io non avrei mai creduto che quei piccoli esseri fossero così

astuti!...

— Figurati che vi sono dei coleotteri che appena si accorgono di essere

osservati, contraggono le gambe, si lasciano cadere su di un fianco e

fingono di essere morti. Altri invece cercano d'ingannare cambiando

forma. L'altro giorno io ho osservato una bella farfalla di colore

oscuro, che si era posata in mezzo ad un cespuglio. Desiderando di

prenderla, la cercai a lungo e finalmente la scoprii, ma per sfuggirmi

aveva ripiegato le ali così bene che sembrava una vera foglia secca.

— La volpona!...

— Signore, — disse in quell'istante il mozzo, — la caverna è pulita.

— Non ancora, — disse il marinaio. — Vi è un morto da seppellire.

— Lave del Vesuvio!... Un morto! — esclamò Piccolo Tonno, girando

intorno due occhi stralunati.

— Una specie di mummia egiziana che dorme forse da vent'anni. Non

essere schizzinoso, ragazzo mio, e andiamo a seppellirlo. —

Entrati nella seconda caverna, portarono via la mummia seppellendola

ai piedi d'un albero, poi si misero a scaricare la carretta facendo

rotolare i recipienti nel magazzino.

— Staranno al fresco, — disse Enrico.

— È una bella grotta, — disse il mozzo. — Non vale quella azzurra del

mio golfo, ma è comoda e l'abiterei volentieri se ci si vedesse.

— Allargheremo quel piccolo buco e apriremo una finestra, mio Piccolo

Tonno. Un po' d'aria conserverà meglio i nostri viveri. —

Avendo portato con loro la scure, demolirono un pezzo di parete senza

molta fatica, essendo la rupe di tufo assai friabile e aprirono una

finestra tanto larga da permettere di sporgere il capo.

Quell'apertura si trovava a circa venti piedi da una scogliera che

si estendeva dinanzi alla rupe e le onde, rompendosi contro quegli

ostacoli, talvolta la spruzzavano di spuma.

Di là si dominava un bel tratto di costa e di mare, e si potevano

scorgere perfino i vivai, formando l'isola, in quel luogo occupato

dalla caverna, una specie di angolo assai acuto.

Una nave che avesse cercato di approdare in vicinanza della capanna

aerea, sarebbe stata facilmente scorta.

Guardando verso l'est, Albani vide una lunga fila di frangenti che

finiva ai piedi d'un isolotto lontano venti o venticinque miglia e che

pareva piuttosto vasto.

Durante la giornata, i Robinson fecero parecchi viaggi trasportando

nella caverna gran parte delle loro provviste. Alla sera chiusero

l'entrata della galleria con dei massi grossissimi, per impedire agli

animali della foresta di penetrare nei magazzini e fecero ritorno alla

capanna aerea.

Le tenebre erano già calate da un'ora, quando vi giunsero. Cenarono in

fretta, essendo assai stanchi, poi si coricarono, ma il mozzo, prima

d'imitarli andò sulla piattaforma a ritirare, come faceva sempre, le

pertiche che servivano da scale.

Stava per rientrare nella capanna, quando volgendo gli sguardi sul

mare, verso il nord-est, vide scintillare un punto luminoso, il quale

spiccava nettamente sulla superficie cupa dell'acqua.

— Un fanale?... — mormorò, con stupore.

Comprendendo quanta importanza poteva avere quella scoperta, si

precipitò nella capanna gridando:

— Accorrete, signor Albani!... Ho veduto il fanale d'una nave! —

Il veneziano ed il marinaio balzarono in piedi e uscirono sulla

piattaforma, chiedendo ansiosamente:

— Dov'è?...

— Guardate laggiù, verso il nord-est, — rispose il mozzo.

— Terremoto di Genova!... — esclamò il marinaio. — È proprio un

fanale!...

— Sì, — confermò il signor Albani, che pareva commosso.

— Che una nave s'avvicini alla nostra isola?...

— Lo credo, Enrico.

— Una nave europea forse?...

— No, poichè avrebbe due fanali, uno rosso ed uno verde, mentre quello

è bianco e mi sembra che proietti molta più luce di quelli usati dalle

nostre navi.

— Bisogna fare dei segnali, signore; accendere dei fuochi sulla

spiaggia.

— No, — disse Albani, dopo alcuni istanti di silenzio.

— Vi comprendo, — disse Enrico. — Voi temete che noi c'imbarchiamo e

che abbandoniamo quest'isola. Ebbene, signore, v'ingannate: io non

partirò da questa terra sulla quale mi trovo tanto felice da non

desiderarne nessun'altra.

— E nemmeno io, signore, — aggiunse Piccolo Tonno.

— Non è questo il motivo, amici miei, — rispose Albani. — È la

prudenza che mi consiglia di non attirare per ora l'attenzione di quei

naviganti.

— Ma cosa temete?... — chiesero i due marinai.

— Che quella nave sia montata da persone, che starebbero bene

appiccate ai pennoni di contra-pappafico. Non dimentichiamo che noi

ci troviamo in una regione che è corseggiata dai più sanguinari pirati

dell'Arcipelago Chino-Malese, da quelli delle Sulu.

— Credete proprio che sia equipaggiata da quei ladroni?

— Potrebbe anche essere una onesta giunca Chinese in rotta per le

Molucche, usando quelle navi portare un solo fanale, una lanterna

monumentale sospesa all'albero di trinchetto; ma potremmo anche

ingannarci. Se però lo volete, amici miei, accendete pure i fuochi.

— Ah! no, signore! — esclamarono Enrico e Piccolo Tonno.

— Allora aspetteremo l'alba. Sul mare regna una calma perfetta e quella

nave non andrà lontana.

— Ditemi, signor Albani, — disse il marinaio. — Credete che i pirati

delle Sulu conoscano l'esistenza di quest'isola?...

— È probabile, Enrico, frequentando essi questo mare.

— Che possano sbarcare qui?...

— Non saprei veramente cosa potrebbe attirarli.

— Forse per cercare dell'acqua o per procurarsi del legname?

— Si può ammetterlo.

— In tale caso bisognerebbe lasciare la capanna e salvarci nelle

foreste.

— O nella caverna, — disse Piccolo Tonno.

— Di certo, — rispose il veneziano. — Se quegli uomini ci sorprendono,

ammesso che siano pirati, non esiterebbero a farci prigionieri e poi a

trarci in schiavitù.

— Ma non ci faremo agguantare, signore. Abbiamo le frecce avvelenate e

ci difenderemo. Per mio conto, questa notte non dormirò.

— Basterà che vegli uno per turno.

— Allora a me il primo quarto, — disse il mozzo.

— Bada di tenere ben aperti gli occhi veh! — disse Enrico. — Al primo

indizio di pericolo, svegliami con un buon calcio, se vuoi.

— Non temere, marinaio. Non perderò di vista il fanale. —

Il veneziano ed il genovese, sapendo che potevano dormire sicuri finchè

il mozzo vegliava, approfittarono per andarsi a coricare. Una guardia

in tre era affatto inutile e poi cadevano per la stanchezza.

Piccolo Tonno, sedutosi all'estremità della piattaforma, accanto allo

Sciancatello, non chiuse gli occhi un solo minuto. Per essere più certo

di essere sveglio e per allontanare il sonno, di quando in quando si

pizzicava le braccia con molto vigore.

Il fanale di quella nave rimaneva intanto sempre immobile, a circa sei

miglia dall'isola. Continuando a regnare sul mare una calma assoluta,

quel veliero si trovava nella impossibilità di superare l'isola o di

accostarsi.

Il marinaio surrogò il mozzo poco prima della mezzanotte, poi questi

fu surrogato dal veneziano verso le tre del mattino. I due primi però,

divorati dall'impazienza, non tardarono a tenergli compagnia, essendo

l'alba vicina.

Osservando bene il fanale, s'accorsero che si era sensibilmente

avvicinato all'isola. Forse l'alta marea o qualche corrente avevano

trascinata la nave.

Verso le quattro, il sole, dopo un'aurora di pochi minuti spuntò

sull'orizzonte, rischiarando bruscamente il mare e la nave, la quale

ormai non distava che tre o quattro miglia.

Un solo sguardo bastò al veneziano per sapere con quale naviglio aveva

da fare. Non era una vera nave, ma una di quelle barche velocissime,

con due alberi sostenenti vele di grandi dimensioni, collo scafo assai

basso, chiamate _tia-kau-ting_, usate dai pirati e dai contrabbandieri

del mar chinese meridionale e del mare di Sulu.

— Lo avevo sospettato, — mormorò, aggrottando la fronte.

— Un legno corsaro? — chiese il marinaio, che aveva pure riconosciuto

in quella barca un _tia-kau-ting_.

— Questa non è una regione per esercitare il contrabbando, — disse

Albani. — Amici miei, scendiamo e cerchiamo di porre in salvo le nostre

ricchezze. Quei furfanti, scorgendo la nostra capanna, non mancheranno

di fare una visita a questa costa. —

In meno che lo si dica furono a terra. Non erano rimaste molte

provviste sotto la tettoia e anche perdendole poco danno ne avrebbero

risentito, avendo riempita quasi la caverna della mummia, ma premeva a

loro porre in salvo gli animali ed i volatili del recinto che si erano

procurati con tante fatiche.

Attaccarono la carretta al babirussa, vi gettarono dentro i loro pochi

arnesi, le stoviglie, i pochi pezzi di tela che ancora possedevano

e quante provviste vi potevano stare, poi legarono i volatili che

erano ormai una ventina e fuggirono verso la caverna seguiti dalle due

scimmie che conducevano i due piccoli babirussa e dallo Sciancatello

che trascinava i due orsi.

Un quarto d'ora dopo giungevano nei loro vasti magazzini sotterranei.

Albani ed il marinaio incaricarono il mozzo di mettere ogni cosa a

posto, poi armati delle cerbottane e di due fasci di frecce avvelenate,

fecero ritorno alla costa settentrionale, per sorvegliare le mosse di

quel _tia-kau-ting_ sospetto.

Quando giunsero sul margine della piantagione di bambù, il legno,

spinto da una leggiera brezza che soffiava dal nordest, navigava

lentamente verso l'isola, colla prora volta verso il luogo ove sorgeva

la capanna aerea. Ormai non vi era alcun dubbio: l'equipaggio stava per

approdare.

— Mille terremoti! — esclamò il marinaio, aggrottando la fronte. —

Quelle canaglie hanno scorto la nostra capanna e vengono di certo a

distruggerla.

— Noi non sappiamo ancora quali siano le loro intenzioni, Enrico, —

disse Albani. — Forse vengono a cercare dell'acqua od a raccogliere del

legname per riparare qualche guasto.

— Scorgete quel gruppo di persone a prora?

— Sì, lo vedo.

— Non vi sembrano uomini di colore?

— E per di più dei sulani o dei bughisi, poichè non iscorgo i larghi

cappelli di _rotang_ che usano i marinai chinesi.

— Allora sono pirati.

— Aspettiamo, per giudicarli, Enrico.

— Guardate, signore!...

— Cosa vedi ancora?...

— Due grosse spingarde sul castello e due piccoli cannoni sul

cassero. —

Albani aggrottò la fronte.

— Brutto segno, — mormorò. — Un _tia-kau-ting_ armato, non può essere

montato che dai pirati. —

Il piccolo veliero intanto continuava ad avanzarsi, dritto la piccola

cala fiancheggiante la caverna marina, correndo bordate. A prora si

vedevano parecchi uomini semi-nudi, dalla tinta oscura, armati di certi

moschettoni che dovevano essere di fabbricazione antica, a miccia od a

pietra.

A poppa se ne vedevano altri raggruppati dietro ai due piccoli

pezzi d'artiglieria, come se non attendessero che un comando per

farli tuonare contro la capanna aerea. Giunto a trecento metri dalla

spiaggia, il _tia-kau-ting_ si mise in panna. Una scialuppa venne

calata in acqua, dieci uomini armati di moschetti vi presero posto ed

arrancarono verso la piccola cala, procedendo però con precauzione,

come se temessero qualche insidia o qualche scarica improvvisa.

Quegli individui erano tutti di statura alta, bene conformati, di

carnagione rossastra, col viso un po' piatto, ma colle ossa delle gote

assai sporgenti, il naso diritto e cogli occhi nerissimi come i loro

capelli, ma un po' obliqui.

Le loro vesti consistevano in una semplice camicia che scendeva fino

alle ginocchia ed in una larga cintura sostenente certi sciaboloni

colla punta a doccia, somiglianti ai _parangs_ dei bornesi.

In pochi minuti la scialuppa approdò ed otto uomini sbarcarono,

dirigendosi silenziosamente verso la capanna aerea.

Il marinaio ed il signor Albani, nascosti fra i folti bambù, non

li perdevano d'occhio. Entrambi però parevano in preda ad una viva

commozione, temendo di veder distruggere la loro casa alla quale ormai

si erano tanto affezionati.

— Se me la guastano, guai a loro, — disse Enrico, cacciando

risolutamente una freccia avvelenata nella cerbottana.

CAPITOLO XXIII

Le devastazioni dei pirati

I marinai del _tia-kau ting_, giunti a venti passi dalla capanna aerea,

si erano arrestati armando i loro moschettoni e alzandosi sulle punte

dei piedi per vedere se sulla piattaforma si trovava nascosto qualche

isolano.

Non scorgendo alcuno e non udendo rumore di sorta, circondarono la

costruzione, poi uno di loro, il più agile ed il più ardito, s'aggrappò

alle pertiche e si mise a salire.

I suoi compagni tenevano sempre le armi alzate, pronti a rispondere al

primo attacco; mentre la piccola nave, che era ormai giunta nella rada,

puntava le spingarde.

L'uomo giunse ben presto sulla piattaforma ed entrò nell'abitazione.

Poco dopo usciva, mandando delle grida che parevano di collera.

Scambiò alcune rapide parole coi compagni che parevano non meno furiosi

di lui, poi si mise a gettare giù i pochi viveri che ancora vi erano,

mentre gli altri saccheggiavano la tettoia di quel po' che conteneva.

Non sembravano però soddisfatti di quel magro bottino, poichè i due

naufraghi li udivano sempre a urlare come ossessi e li vedevano correre

dalle palizzate del recinto alla capanna, sfogando il loro malumore con

tremende sciabolate che avventavano all'impazzata contro i bambù.

I loro compagni che erano rimasti a bordo, ancorata la piccola nave,

si erano affrettati a raggiungerli per prendere parte al saccheggio.

Vedendo quei pochi viveri, montarono pur loro in furore e si misero a

demolire la cinta, poi la tettoia, quindi a calpestare le pianticelle

del piccolo campo, poi, non soddisfatti, cominciarono a tagliare i

bambù di sostegno per far capitombolare anche la capanna aerea.

I due naufraghi, fremendo di collera, assistevano impotenti a quella

barbara devastazione, alla distruzione del loro campicello coltivato

con tante cure e alla demolizione della loro casa che avevano

fabbricata con tante fatiche.

Il marinaio soprattutto, pareva che da un istante all'altro dovesse

scoppiare.

— Canaglie! — esclamò. — Distruggere in tal modo le nostre risorse

future e la nostra dimora, che ora doveva proteggerci dalla stagione

delle piogge!... Ladroni!... Se avessi una buona carabina, vedreste

come vi tratterei.

— Lasciali fare, Enrico, — rispondeva Albani. — Accontentiamoci di

salvare la pelle.

— Ma io non posso assistere a tanta devastazione, signore! Bisogna che

uccida qualcuno!

— Per farci inseguire e prendere?... No, Enrico, lasciamoli fare. La

pazienza e la buona volontà non ci mancano e ripareremo facilmente i

guasti. —

In quell'istante la capanna aerea, privata dei bambù di sostegno,

capitombolava a terra con grande fracasso, disarticolandosi, mentre i

pirati, contenti come fanciulloni, ridevano e schiamazzavano per quella

prodezza.

I Robinson italiani · 第 10 / 18 段