così velenosi come raccontano i viaggiatori, — diss'egli. — Dovevo
morire in un quarto d'ora ed invece sono più vivo di prima.
— Puoi ringraziare quel povero scoiattolo, che ha ricevuto prima di
te la provvista di veleno del rettile, — disse Albani. — Senza quel
fortunato caso, saresti morto.
— Malgrado le vostre cure?...
— Sono mezzi che riescono contro i morsi delle vipere, ma assai di
rado contro quelli dei _cobra-capello_ o dei serpenti del minuto o dei
sonagli.
— Ma dove hanno il loro magazzino di veleno, quei dannati rettili?...
Nei denti forse?...
— In una glandola situata nella mascella superiore. Basta una leggiera
pressione perchè il liquido mortale esca e scenda attraverso i denti
per mezzo di due appositi canaletti.
— E si muore sempre?...
— Sempre proprio no, poichè dipende dalla maggiore o minor quantità di
veleno iniettato nella ferita. Una piccola dose può cagionare solo una
breve malattia, o dei gravi disturbi che possono, dopo un dato tempo,
produrre la morte. Certi altri serpenti, pure velenosi, producono
sovente delle malattie assai strane, ma senza uccidere. Sono gonfiezze
dolorose, che si riproducono tutti gli anni nell'epoca istessa in cui
seguì il morso, eruzioni di vesciche che durano parecchi mesi e che
continuano a ripetersi ogni anno, causando alle vittime dolori di capo,
debolezze e oppressioni di cuore.
— E quando si riceve tutta la scarica di veleno, si muore presto?...
— Ecco: il _minute-snake_ o _serpente del minuto_, che è uno dei più
piccoli, essendo lungo appena venti centimetri, uccide ordinariamente
in novantasei secondi; il _cobra-capello_, come ti dissi, in un quarto
d'ora; i serpenti a sonagli pure in quindici minuti ma talvolta in due
soli; il serpente di Giava in cinque minuti, ma alcuni uomini vissero
pure dieci e perfino sedici giorni; la vipera europea può uccidere un
bambino in un'ora ma un adulto vive anche alcune settimane.
— È vero, signore, che il veleno si può bere impunemente?...
— Qualche volta sì, specialmente quando lo stomaco non ha compiuta la
digestione, ma è sempre pericolosissimo, poichè se si mescola al sangue
per mezzo di qualche piccola escoriazione, l'uomo è perduto.
E poi, non tutti i veleni si possono inghiottire. Ve ne sono alcuni,
che sono così potenti, che basta bagnarsi un dito per venire presi da
leggieri sintomi di avvelenamento. Specialmente quello dei rettili
tropicali, può venire assorbito dai pori della pelle. Ma basta coi
serpenti, amico mio; torna a coricarti e domani, se ti potrai reggere,
faremo ritorno alla nostra capanna aerea.
— Zoppicando, ma ci verrò, signor Albani. Mi pare che sia trascorso un
mese dalla nostra partenza.
— A domani dunque. —
Piccolo Tonno aveva acceso il fuoco per tenere lontane le fiere, avendo
scorte sui margini di quella foresta delle orme che potevano essere
state fatte dalle tigri, e si era seduto fuori della tenda assieme al
_mias_, per fare il suo primo quarto.
Il signor Albani si coricò presso al marinaio che cominciava già a
russare, quantunque avesse dormito quasi tutta la giornata.
Durante la notte vi fu un allarme, nell'ultimo quarto di guardia,
essendo state scorte delle grosse ombre vagare presso il margine del
bosco, ma senza conseguenze, poichè bastò la presenza del _mias_ per
fugarle.
Quando Enrico si svegliò, pareva ormai perfettamente guarito. Solamente
la gamba era un po' gonfia e la piaga prodotta dalla bruciatura gli
produceva dei dolori acuti.
Nondimeno volle partire, desiderando ardentemente di rivedere la
capanna e sopratutto il fornello per preparare le famose ciambelle.
Lo Sciancatello ed il mozzo si caricarono della tenda, delle armi e
dei viveri, ed Enrico, appoggiatosi al braccio del veneziano, diede
coraggiosamente il segnale della partenza. Zoppicava assai e di tratto
in tratto impallidiva per gli spasimi che soffriva, pure non emetteva
alcun gemito.
Arrestandosi ogni due o trecento passi per concedere al ferito un po'
di riposo, verso le nove giungevano a cinquecento passi dalla capanna
aerea, attorno alla quale svolazzavano, gridando e cinguettando, bande
di pappagalli colle penne variopinte e stormi di rondini marine.
Si erano arrestati per concedere ad Enrico un ultimo riposo, quando
scorsero le loro due scimmie scendere a precipizio i pali di sostegno
della capanna e arrestarsi presso una buca, che era stata scavata sul
margine della piantagione di bambù per prendere la grossa selvaggina.
[Illustrazione: ....... il ragazzo si permise il lusso
d'una trottata, in compagnia delle due scimmie e dello
Sciancatello.... (Pag. 138).]
I due quadrumani parevano in preda ad una viva agitazione; gridavano,
saltellavano attorno alla buca e alzavano e dimenavano le loro lunghe e
pelose braccia.
— Cosa succede laggiù? — chiese il mozzo. — Che le nostre scimmie
vogliano fare un capitombolo nelle trappole?
— O che qualche loro compagna sia caduta entro?
— Non si troverebbe imbarazzata a uscire, — rispose il veneziano.
— Ma urlano proprio sui margini di una delle buche che abbiamo scavate
per la grossa selvaggina, signor Albani, — disse il mozzo.
— Sarà caduto qualche animale. Affrettiamoci, amici, e preparate le
cerbottane, poichè potrebbe essere qualche tigre. —
Allungarono il passo sorreggendo il marinaio ed in pochi minuti
giunsero sull'orlo della buca. Come il veneziano aveva preveduto, lo
strato di leggiere canne che copriva la trappola aveva ceduto sotto il
peso d'un grosso animale, il quale ora si trovava prigioniero in fondo
all'escavazione.
Era grande come un cervo ma somigliava, per le forme, ad un maiale,
quantunque avesse le gambe molto più alte e più sottili. Aveva però
il collo egualmente grosso, il grugno sporgente ma armato di due denti
ricurvi e solidi, che partendo dalla mascella superiore salivano fino
agli occhi. Il suo pelo era invece cinereo-rossiccio, corto e lanoso.
— Cos'è? — chiesero il marinaio ed il mozzo.
— Un babirussa — rispose Albani, — un animale che appartiene all'ordine
dei pachidermi moltungulati ma che forma un genere particolare della
famiglia dei porci.
— È buona la sua carne? — chiese il marinaio.
— Somiglia a quella del porco.
— Guardate, signore! — esclamò in quell'istante il mozzo. — Vi sono
anche due piccini.
— Buono! — disse il veneziano. — Ecco che il nostro recinto comincia
a popolarsi: due orsi, tre scimmie, tre babirussa ed una uccelliera
discretamente fornita!... In tre settimane abbiamo ottenuto più di
quanto potevamo sperare ed il vitto è ormai assicurato. Alla capanna,
Piccolo Tonno; festeggieremo il lieto avvenimento e la guarigione del
nostro bravo Enrico con un banchetto.
— Ed io vi offrirò delle ciambelle, — disse il marinaio. —
Sciancatello!... Spero che avrai risparmiato il mio miele.... —
CAPITOLO XX
Nuove scoperte
Quantunque l'abbondanza cominciasse già a regnare nella capanna,
possedendo ormai una grossa provvista di pane, un recinto fornito di
selvaggina piccola e grossa, delle armi per procurarsene dell'altra,
dei liquori e dello zucchero estratto dalle _arenghe saccarifere_,
ecc., i naufraghi, da persone previdenti, non s'arrestarono.
Il veneziano voleva dotare quella microscopica colonia di ben altre
cose che ancora difettavano e assicurare, in caso di carestia, dei
viveri sufficienti a nutrirla per lungo tempo.
Non avendo pel momento alcuna premura di visitare l'isola per
accertarsi se era abitata o deserta, non potendo fabbricarsi una
scialuppa, se prima non trovavano delle pietre adatte per arrotare la
scure che era ormai ridotta in uno stato miserando, appena il marinaio
si trovò in grado di camminare da solo, si dedicarono a diversi lavori
ritenuti urgenti.
Allargarono innanzi a tutto il recinto per separare gli animali,
ingrandirono l'uccelliera, essendo aumentato considerevolmente il
numero degli uccelli, avendo il mozzo raddoppiata la produzione
del vischio estratto dalla _giunta wan_; poi si misero a dissodare
un bel tratto di terreno per piantare le patate dolci che avevano
religiosamente conservate.
Furono i due marinai che si occuparono delle coltivazioni. Il signor
Albani invece si occupava a scorazzare le foreste in compagnia dello
Sciancatello, per cercare nuove e utili piante, che potevano essere di
grande giovamento alla piccola colonia.
Le sue escursioni non erano improduttive, poichè tutte le sere
ritornava alla capanna o con delle pianticelle, che si affrettava a
piantare nel terreno dissodato, o con delle nuove frutta.
Aveva già scoperte altre patate dolci, certe specie di cipolle
squisite, dei tuberi che somigliavano alle rape ed aveva portate
parecchie frutta d'artocarpo e di più specie: delle _buâ mangha_
(artocarpus integrifolia) che sono di dimensioni enormi pesando perfino
sessanta chilogrammi; delle _buâ champandak_, varietà più piccola, ma
più dolce e più delicata, e dei _tambul_ (artocarpus incisa o albero
del pane).
Il bravo veneziano aveva fatto servire quella polpa giallastra cucinata
nel forno, in pentola e sui carboni e l'aveva perfino adoperata, con
molto successo, nella preparazione di certi pasticci, ma una parte
l'aveva messa in serbo seppellendola entro buche scavate in terra, dopo
d'averla avvolta entro foglie di banani.
Così conservata, quella polpa diventava leggiermente acida dopo un
certo tempo, ma non disaggradevole e serviva a variare il solito pane.
Non era però ancora contento il brav'uomo. Mentre i suoi compagni,
terminato il dissodamento del campicello si occupavano a scavare una
profonda buca presso la sponda, volendo arricchirsi anche d'un vivaio
di pesci, continuava a percorrere con accanimento le foreste per
cercare degli alberi che riteneva indispensabili.
Un giorno finalmente, i due marinai lo videro tornare al campo
raggiante di gioia. Recava una specie di palla grossa come la testa
d'un fanciullo, coperta da filamenti duri e rossicci.
— Cosa ci recate, signore? — chiese il marinaio.
— Ciò che cercavo con tanto accanimento, — rispose il veneziano. — Ero
certo di trovarla su quest'isola.
— Mi pare che sia una noce di cocco, se non m'inganno.
— Sì, è una noce di cocco, Enrico. Ho scoperto una cinquantina di
piante.
— Ma.... signore, — disse il marinaio con aria imbarazzata. — Non so
davvero il perchè vi siete tanto affannato a cercare le noci di cocco.
Contengono della deliziosa acqua zuccherata e una polpa che si mangia
volentieri, ma nella foresta ci sono delle frutta migliori.
— T'inganni, Enrico. Dimmi, marinaio, non ti piacerebbe aver a tavola
un bicchiere di buon vino bianco?...
— Certo, signore, e mi sorprende che mi domandiate se sarei contento. È
un bel pezzo che non bevo un po' di succo di quel grand'uomo di Noè.
— E un piatto di cipolle condite coll'olio?...
— Terremoti di Genova!... Un piatto di cipolle all'olio!... Rinuncierei
alle ciambelle!...
— E un buon bicchiere di latte!...
— Lampi!...
— E un liquore che somiglia all'acquavite?
— Tuoni!...
— E una bella rete per pescare? O delle soffici stuoie per dormire?
— Corna di cervo!...
— Ebbene, amico mio, queste noci di cocco possono darci tuttociò. —
Il marinaio guardò il signor Albani con due occhi che pareva gli
volessero uscire dalle orbite.
— Scherzate? — chiese.
— No, Enrico: le piante delle noci di cocco sono preziose quanto i
bambù e forse più ancora. Se hai sete, prendi una noce ancora acerba
e troverai dentro dell'acqua fresca e zuccherata. Vuoi dell'olio?...
Non hai che da spremere la polpa d'una noce matura, ma non bisogna
lasciarlo diventare rancido, poichè allora acquista un gusto sgradevole
pei palati degli europei, mentre è un pregio di più per quello dei
Malesi. Se vuoi del latte basta mescolare la polpa all'acqua. Se vuoi
del vino bianco, si espone il liquido al sole, si lascia fermentare ed
ecco fatto. Se poi vuoi dell'acquavite, non hai altro che filtrare il
latte attraverso un panno e lasciarlo fermentare per un certo numero di
giorni.
— Ma le reti?
— Le giovani fronde posseggono dei filamenti sottili ma resistenti, che
si possono adoperare come filo. Gran numero di popoli se ne servono per
fabbricare delle bellissime reti, mentre coi filamenti che avvolgono
le frutta tessono delle stuoie, fanno delle corde e anche della tela un
po' grossolana bensì, ma resistente.
— Allora il nostro vivaio è assicurato, signor Albani, — disse il
marinaio, che pareva volesse scoppiare dalla contentezza. — Delle
reti!... Ma io so intrecciarle e prenderò tanti pesci da riempire cento
buche!... Ehi!... Piccolo Tonno!... Manda un evviva o io faccio quattro
salti mortali e mi rompo il collo. —
Ad un tratto s'interruppe bruscamente, si grattò la testa più volte con
aria imbarazzata, poi avvicinandosi al signor Albani, disse:
— Ascoltatemi, signore.... Voi che sapete trovare mille cose utili per
noi, non potreste cercare se in quest'isola cresce qualche pianta di
tabacco?... Per Bacco!... È un mese che non tiro una boccata di fumo,
nè che metto sotto i denti una misera cicca.
— Tu mi domandi una cosa veramente impossibile, — disse il veneziano.
— Su queste isole il tabacco non cresce allo stato selvaggio, ma si può
trovare da surrogare la cicca.
— Con che cosa, signore? — chiese il marinaio, guardandolo con occhi
ardenti.
— Sai cosa masticano i Malesi?...
— Il _siri_.
— Hai mai provato a masticarlo?...
— Mai, signore.
— Eppure non è cattivo e quantunque annerisca i denti è molto meno
velenoso del tabacco. Tutti i popoli della Malesia, dell'Indo-Cina e
anche dell'India meridionale lo usano. Vuoi provarlo?...
— Ma sapete prepararlo?... Ah!... Se potessi averne, vorrei provare.
— Allora seguimi. Dedicheremo questa mezza giornata a preparare il
_siri_. —
Il veneziano condusse il marinaio, il quale era ormai perfettamente
guarito, nella foresta e si arrestò sotto una bella palma colle foglie
disposte a ventaglio, dal cui centro pendevano dei grappoli di noci di
colore oscuro.
— Cos'è questa pianta? — chiese il marinaio.
— Una palma _pinang_ e quelle noci sono le _areca_ adoperate nella
composizione del _siri_. —
Abbracciò la palma e la scosse vigorosamente, facendo cadere una
pioggia di noci già ben mature.
Stava raccogliendole, quando girando gli sguardi scorse un arbusto
arrampicante avviticchiato ad una giovane pianta gommifera.
— To'! — esclamò. — Senza tante ricerche abbiamo già sottomano le
foglie aromatiche del _betel_.
— Dove sono? — chiese il marinaio.
— Va a raccogliere alcune foglie di quella pianta arrampicante. Ora non
ci occorre che un po' di succo amaro e astringente del _gambir_. Se ben
ricordo, devo aver veduto delle piante presso quella macchia di alberi
e....
— Che cosa?... —
Il veneziano non rispose: colla testa alzata guardava con vivo
interesse alcune piante di alto fusto e d'aspetto maestoso, che prima
non aveva vedute.
— Ebbene, signore? — chiese il marinaio, sorpreso di non ricevere
risposta.
— Enrico, abbiamo fatto un'altra scoperta straordinaria, — disse
Albani. — Ora non ci mancheranno più nemmeno le candele.
— Le candele!...
— Sì, Enrico. La stagione delle pioggie non è lontana e mi crucciavo,
pensando che saremmo stati costretti a passare delle serate piuttosto
lunghe senza un po' di luce.
— Ma dove vedete queste candele?... Avete scoperto un altro alveare?...
— Meglio ancora: degli alberi che producono la cera.
— Corna di rinoceronte!... Anche degli alberi che dànno le candele!...
Ma adunque anche in un'isola deserta si possono procurarsi tutti gli
agi della vita, quando si è sapienti come voi?
— Guarda quegli alberi. —
Il marinaio guardò nella direzione indicata e scorse un gruppo di
piante colossali, alte più di quaranta metri, con un diametro di un
metro e venti o trenta centimetri, coperte d'un ammasso di foglie
verdi-cupe, in mezzo alle quali si scorgevano delle frutta che
somigliavano alle prugne.
— Che giganti!... — esclamò il marinaio. — Come si chiamano?...
— Nell'Indo-Cina vengono chiamati _cay-cay_.
— Ma dov'è la cera?...
— Rinchiusa nelle frutta.
— Oh!... Questa è strana.
— Quando le frutta sono mature, e lo sono ora, si raccolgono e si
mettono al sole fino a che la polpa si distrugga naturalmente e non
rimanga che il nocciuolo.
Allora si spezzano e si raccolgono le mandorle le quali sono quelle che
contengono la cera.
— Una cera simile a quella delle api?...
— Più grassa, poichè sembra burro indurito. Le mandorle dapprima si
mettono in un mortaio di legno o di pietra, poi si schiacciano per
bene finchè sono ridotte in pasta, quindi questo si scalda e si spreme
facendo uscire la cera.
— E se ne ricava molta, da una mandorla?...
— In media ce ne vogliono cinquecento per averne un chilogramma.
— E brucia bene?...
— Benissimo, non fa odore e la sua fiamma è assai viva.
— Si mette anche in commercio quella cera?...
— Sì, Enrico. Si formano dei pani del peso di due o tre chilogrammi e
si vendono a buon prezzo. La cera che si ottiene dapprima è giallastra,
ma al contatto dell'aria a poco a poco si schiarisce e le candele che
si fabbricano sono di bell'aspetto come le altre.
— Ma sapete, signor Albani, che è una cosa assai meravigliosa?...
Io non avevo mai saputo che ci fossero degli alberi che potessero
surrogare le api.
— Ve ne sono altri, specialmente nell'America del Sud, ma in quelle
piante la cera si trova sotto le foglie in forma di sottili laminelle.
— Bisogna venire a raccogliere queste mandorle, signore?
— Sì, Enrico e dobbiamo andare a raccogliere anche le noci di cocco
prima che maturino troppo.
— Ma come faremo a portare tante cose alla capanna?... Ci vorrebbero
quindici giorni.
— Lo so e bisognerà costruire un ruotabile.
— Una carriuola?...
— Qualche cosa di meglio e di maggior capacità. Il babirussa comincia
ad addomesticarsi e lo faremo servire da asino.
— Bell'idea, signor Albani. Ma.... e il nostro _siri_? Occorre altro
per prepararlo?
— Mi dimenticavo l'_uncaria_. Andiamo a vedere laggiù in quel
macchione. —
Si diressero verso il margine della boscaglia e dopo d'aver visitate
accuratamente parecchie macchie, scoprirono finalmente la pianta
desiderata.
Era un frutice sarmentoso coperto d'una corteccia bruno-rossastra, con
rami cilindrici e foglie lanceolate munite di spine ricurve.
Il veneziano fece un'incisione e raccolse, in un pentolino di terra, il
succo che scolava.
— Il _siri_ sarà pronto per questa sera, — disse poi. — Basta ridurre
in polvere le noci d'areca, mescolarle col succo dell'_uncaria gambir_
concentrata e avvolgere la pasta in un pezzetto di foglia aromatica di
_betel_. I Malesi, per rendere il _siri_ più piccante, vi mescolano un
pizzico di calce viva che ottengono abbruciando delle conchiglie, ma
senza è preferibile.
Ecco le tue cicche, marinaio: spero che ti abituerai e che sarai
contento. —
CAPITOLO XXI
Una capsula in mezzo alla foresta
Avvicinandosi la stagione delle piogge, la quale in quelle regioni
quasi equatoriali dura parecchie settimane e quasi senza interruzione,
i naufraghi si misero alacremente al lavoro per intraprendere la
costruzione di un carretto o di un ruotabile qualunque, per portare
sollecitamente nei loro magazzini le nuove frutta scoperte.
Già, dopo il mezzodì, delle nuvole di colore nero, coi margini tinti
di rame, si alzavano verso il sud roteando vorticosamente in aria e
sciogliendosi poi in furiosi acquazzoni.
Prima però di cominciare la difficile costruzione, innalzarono
parecchie tettoie, per riparare gli animali, e anche uno spazioso
magazzino capace di contenere delle provviste per sei mesi.
Terminati quei lavori, che richiesero parecchi giorni, diedero mano
alla costruzione del ruotabile servendosi di bambù grossissimi, non
avendo una sega per ottenere delle tavole, e di grosse spine e di
rotang per unire come meglio potevano i diversi pezzi.
Furono però costretti a interrompere più volte il lavoro per riparare
i loro attrezzi. La scure ed i due coltelli, già mezzo rovinati, non
tagliavano quasi più ed erano obbligati ad arrossarli al fuoco per
ribattere il filo del metallo con delle grosse pietre.
Dopo quattro giorni la cassa era pronta, ma mancavano le ruote, nè
sapevano come ottenerle con quegli arnesi così imperfetti.
Provarono a tagliare il tronco d'un albero ma il ferro della scure
rimbalzava sulle fibre legnose, non avendo ormai più il filo.
Stavano per rinunciare, disperando ormai di riuscire, quando un giorno
il mozzo, che si era spinto molto lontano lungo le sponde del mare per
raccogliere gli uccelli che si lasciavano prendere sui rami coperti di
vischio, fece una scoperta importante.
Su una costa aveva trovato delle vere pietre arenarie, di dimensioni
non piccole. Ritornò precipitosamente alla capanna a portare la lieta
notizia.
Si poteva ormai dire che anche la questione delle ruote era risolta.
Il veneziano lasciò che il marinaio si occupasse del ruotabile e
intraprese la costruzione d'una macchina da arrotino.
Confricando le pietre le une contro le altre e bagnandole, riuscì ad
arrotondarne una. La montò su di una cassetta, costruì una manovella
e finalmente riuscì ad arrotare la sua scure ed anche i coltelli dei
marinai.
Quelle armi, maneggiate pazientemente, furono sufficienti per
tagliare due pezzi d'un tronco d'albero ben rotondo, d'un diametro
considerevole. S'intende che quelle ruote erano piene come quelle che
vengono adoperate dai boers del Capo di Buona Speranza, ma in fatto di
solidità potevano dare dei punti alle altre.
Il 1º ottobre i naufraghi, dopo d'aver fatta una bardatura di tela da
vele doppiata, attaccarono il babirussa sotto il carretto. L'animale,
quantunque ormai avesse perduta la sua selvatichezza, mercè le continue
e assidue cure di Piccolo Tonno, dapprima si mostrò ricalcitrante, ma
dopo parecchie prove finì coll'abituarsi ed il ragazzo si permise il
lusso d'una trottata fino alla piantagione di bambù in compagnia delle
due scimmie e dello Sciancatello il quale, con una gravità comica,
impugnava fieramente una frusta regalatagli da Enrico.
La mattina dopo, essendosi il tempo rimesso al bello, i Robinson
abbandonavano la loro casa per recarsi nelle foreste a raccogliere le
noci di cocco e le mandorle dei _cay-cay_.
Lo Sciancatello li accompagnava, essendo incaricato di salire
sugli alberi; le due scimmie invece, che ormai non pensavano più a
riacquistare la libertà, erano state lasciate a guardia dei recinti.
Il babirussa procedeva bene; si era abituato facilmente alla bardatura
e guidato dal mozzo, tirava senza sforzo apparente quel primitivo
carrettone, quantunque dovesse essere non poco pesante.
Raggiunto il margine del bosco arrestarono l'animale, non potendo il
veicolo entrare fra quegli alberi e lo Sciancatello, il marinaio ed il
signor Albani si misero a raccogliere le mandorle dei _cay-cay_ e le
noci di cocco le cui piante non erano molto lontane.
Quelle frutta messe in sacchi di tela, venivano poi portate al margine
del bosco e caricate sul veicolo.
Durante una di quelle gite, il marinaio fece una scoperta assai strana,
che li preoccupò assai. Mentre si era curvato a terra per raccogliere
il coltello che gli era caduto, i suoi sguardi erano stati attirati da
un piccolo oggetto che scintillava fra alcune foglie disseccate.
Dapprima lo credette un pezzo di vetro o una scaglietta di mica, ma
indovinate quale fu la sua sorpresa, nel riconoscere invece una capsula
di fucile non ancora sparata!...
— Signor Emilio! — esclamò, con un'emozione che è facile immaginare. —
Guardate!...
— Una capsula! — esclamò il veneziano, aggrottando la fronte. — Chi può
averla perduta? —
La prese e si mise ad esaminarla girandola e rigirandola fra le
dita e cercando, ma invano, qualche segno, qualche marca che potesse
indicargli la provenienza o la fabbrica.
— Cosa dite, signore? — chiese il marinaio.
— Dico, — rispose Albani con voce grave, — che qualcuno si è spinto fin
qui.
— Ma chi?...
— Udiamo: sei certo di non averne avuta una nelle tue tasche?...
— Certissimo, signore.
— E Piccolo Tonno?...
— Nemmeno, poichè il solo capitano aveva la chiave dell'armeria di
bordo.
— Allora su quest'isola sono sbarcati degli uomini e sono venuti a
ronzare sul margine del bosco.
— Ma chissà quanto tempo fa.