— Ecco una gita fortunata!... — esclamava il bravo marinaio, che pareva

entusiasmato. — Cospettaccio!... che lusso!... Perfino il caffè, e lo

zucchero non ci manca!... Se potessimo trovare anche del tabacco io

sarei l'uomo più felice della terra.

— Sarà difficile trovarne, non usandolo i popoli di queste regioni, ma

cercherò qualche cosa che possa surrogarlo, Enrico, — disse il signor

Albani. — Portiamo il nostro _moka_ sotto la tettoia e stritoliamo un

po' di biscotti bagnati nel miele.

[Illustrazione: — Ah!... Salvatelo, signor Albani!... —

esclamò il mozzo, scoppiando in singhiozzi. (Pag. 122).]

— To'!... Anche voi lo chiamate _moka_ come noi marinai, — disse

Enrico, caricandosi della tenda piena di caffè.

— È il suo vero nome, poichè le prime piante furono scoperte

precisamente sulla costa araba ove sorge la città di Moka.

— È stato qualche scienziato a scoprirle?

— Niente affatto; un povero pastore di capre, Enrico. Anzi lo hanno

scoperto le capre.

— Oh!... Questa è curiosa!...

— Tu dunque non conosci la storia del caffè?...

— No, signore.

— Ti dirò adunque che la scoperta dell'aromatico granello, diventato

ora un articolo di prima necessità a mezza popolazione del nostro

globo, risale a molti secoli.

Narrano gli Arabi, che un povero pastore di capre, disperato per non

aver potuto sposare una sua cugina, per dimenticare il suo dolore,

sonnecchiava tutto il giorno.

Una volta, svegliatosi prima del tempo, con sua grande sorpresa vide

tutte le sue capre saltellare come se fossero impazzite. Si alzò per

conoscere la causa di quella pazza allegria e vide alcune di esse

occupate a mangiare delle bacche sferiche e scarlatte, quindi mettersi

a saltellare e prendere parte alla danza generale.

Volle a sua volta assaggiarle e poco dopo sentì svanire la sonnolenza e

sparire le sue malinconie.

Il giorno appresso cercò altre di quelle bacche e continuò così per

molti giorni, diventando sempre più allegro.

Passato per di là un pellegrino, sorpreso di vedere capre e pastore a

saltellare in compagnia, volle conoscere il motivo di quell'allegria

e appagata la sua curiosità, fece un'ampia raccolta di quel caffè

e lo portò nel suo romitaggio. Egli ne faceva uso prima delle

preghiere, poichè il buon maomettano aveva l'abitudine di addormentarsi

recitandole, mentre quelle bacche lo tenevano sveglio.

Fu il primo a torrefarle, poichè avendo pochi denti, gli riusciva

difficile a spezzare i granelli. Ridottele poscia in polvere, provò a

mescolare la profumata bacca all'acqua calda e ottenne il primo caffè.

Fatta conoscere la scoperta agli altri monaci, questi ne adottarono

l'uso, il quale si estese poi anche in Europa per mezzo di pellegrini

mussulmani.

— Ma fu adottato molto tardi in Europa?... — chiese Enrico.

— Verso il 1600, ma dapprima corse il pericolo di venire respinto

ancora in Arabia.

— Forse che non piaceva allora?...

— Tutt'altro, ma essendo prima stato introdotto in Turchia, gli _ulema_

o preti mussulmani cercarono di proibirlo, ritenendolo una bevanda

eccitante, ma il sultano Solimano ebbe il buon senso di dare a loro

torto e permise che si aprissero in Costantinopoli le cinquanta prime

botteghe di caffè. Verso il 1650 si estese poi l'uso anche in Italia,

Francia ed altri Stati.

— Si pagava caro allora?...

— Moltissimo: circa centoventi lire alla libbra.

— Avrei preferito comperare un barile di vino, — disse Enrico, ridendo.

— E in queste isole della Sonda, è molto tempo che lo si coltiva?...

— Dal 1690, anno nel quale gli Olandesi lo piantarono nella loro

splendida isola di Giava, diventata ora così celebre per le sue ricche

piantagioni di caffè.

— Signor Albani, — disse il marinaio, arrestandosi dinanzi alla tettoia

costruita dal mozzo. — Che ci siano delle altre piante preziose in

questi dintorni?... Gli antichi coloni potrebbero averne trasportate e

coltivate delle altre.

— È possibile, Enrico. Domani faremo una passeggiata in queste

vicinanze. —

Essendo molto stanchi per quella lunga marcia, s'affrettarono a

divorare alcuni biscotti intinti nel miele profumato delle api

selvatiche, regalandone alcuni a Sciancatello, alle due scimmie ed agli

orsi, poi si coricarono su di un soffice e fresco strato di foglie

senza prendersi la cura di montare la guardia, sapendo che il _mias_

non avrebbe lasciato avvicinarsi alcuno.

Ai primi albori, dopo una parca colazione, il signor Albani ed Enrico

si mettevano in cammino per esplorare quella parte della foresta,

mentre il mozzo rimaneva a guardia dei due orsi in compagnia dello

Sciancatello e delle scimmie. Di passo in passo che si avanzavano

lungo il margine della foresta, incontravano tracce sempre evidenti di

coltivazione. Si vedevano dei solchi, ma appena tracciati, distrutti

probabilmente dalle piogge o dalla invasione dei vegetali; dei

tronchi atterrati ma ormai infraciditi ed ora ricettacolo di migliaia

d'insetti; poi delle buche profonde, forse delle antiche trappole

per gli animali della foresta, e anche molti grossi rami nettamente

tagliati e accatastati con un certo ordine, come se fossero stati messi

a seccare.

Forse su quei tratti sgombri, un tempo molte piante utilissime

erano cresciute, ma i _rotangs_ e le male erbe le avevano senza

dubbio soffocate dopo l'abbandono dei coloni, crescendovi accanto o

distendendovisi sopra.

Il signor Albani osservava tutto attentamente sperando di scoprire

altre piante, ma invano. Ad un tratto però, in mezzo ad un caos di alte

graminacee, di piante arrampicanti e di radici enormi, il suo sguardo

acuto scoprì dei ciuffi di foglie scannellate, armate di piccole spine

nerastre, verdi sopra e bianchiccie di sotto, sostenenti nel mezzo

delle frutta ovali, lunghe quindici o sedici pollici e con un diametro

di dieci, d'un bel colore giallo dorato.

— Degli ananassi! — esclamò, inoltrandosi e scostando le radici e le

erbe.

— Deliziosi! — esclamò il marinaio, che altre volte ne aveva

assaggiati. — Mi piacciono assai, signor Albani. Che siano nati da

loro?...

— Sì, ma importati dai misteriosi coloni che dissodarono queste terre.

Saranno diventati selvatici, ma trapiantandoli in altri terreni e

curandoli, torneranno a diventare squisiti. —

Raccolse una di quelle belle frutta che esalavano un odore squisito

e l'assaggiò. La polpa, che si fondeva in bocca, era assai gustosa,

ma così aspra da far sanguinare le gengive come quella degli ananassi

bianchi dell'India.

— Coltivate nel nostro campicello, diventeranno migliori, — disse il

veneziano. — Quando sarà giunto il momento di piantarle, verremo qui a

prenderle. —

Raccolsero le frutta mature, e proseguirono l'esplorazione piegando

verso la spiaggia, la quale era sempre coronata da rupi altissime,

sulle quali nidificavano centinaia di rondini marine.

Stavano per intraprendere la scalata d'una di quelle rocce per dare

uno sguardo al mare ed alla costa, quando al marinaio parve di vedere

una piccola apertura tenebrosa, semicoperta da un ammasso di piante

arrampicanti che si erano abbarbicate tenacemente ai crepacci.

— Una caverna? — si chiese egli, arrestandosi.

— Sarebbe una bella scoperta, — disse Albani.

— E perchè, signore?...

— Potrebbe servirci da magazzino ed in caso di pericolo anche di

rifugio.

— Infatti non siamo lontani dalla nostra capanna aerea. Non vi sono che

mille duecento o milletrecento metri. Ho veduto or ora il tetto della

nostra dimora.

— Non credevo che fosse così vicina. Andiamo a esaminare la caverna.

— Ci vorrà un lume, signore.

— Ecco là un albero gommifero che ci procurerà una buona torcia, —

disse il veneziano, indicando una _isonandra gutta_.

Il marinaio andò a tagliare alcuni rami, ne accese uno, poi spostò la

cortina di piante arrampicanti e s'inoltrò in quell'apertura che pareva

si allungasse assai entro la grande rupe.

Un odore strano, come di sterco, colpì l'olfatto dei due naufraghi, ma

sporgendo innanzi la torcia per la tema di cadere in qualche crepaccio,

tirarono innanzi bensì con una certa diffidenza.

Dinanzi a loro s'apriva un corridoio stretto, alto un metro e mezzo, il

quale scendeva dolcemente, descrivendo una curva lievemente accentuata.

Era però assai asciutto e non si vedevano nè stalagmiti, nè stalattiti,

l'assenza dei quali indicava come non regnasse là dentro l'umidità.

Percorsi dieci passi, si trovarono improvvisamente dinanzi ad una

grotta circolare, colla vôlta assai alta ed il suolo sparso d'una

sabbia finissima e bianchissima e anche questa perfettamente asciutta.

Stavano per continuare l'esplorazione, avendo scorto all'estremità un

antro che pareva formasse un secondo corridoio, quando videro irrompere

di là un nuvolo di quegli enormi pipistrelli che i Malesi chiamano

_kulang_ ed i naturalisti _pteropus eduli_.

Ebbero appena il tempo di gettarsi da una parte e di abbassare la

torcia. Quei brutti volatili attraversarono la grotta sbattendo

vivamente le loro enormi ali membranose, provocando una rapida corrente

d'aria, e fuggirono pel corridoio che conduceva all'esterno.

— Al diavolo quei ributtanti pipistrelli!... — esclamò il marinaio. —

Che ve ne siano degli altri?...

— Non lo credo, — rispose Albani. — Andiamo innanzi, Enrico. —

Il marinaio ed il suo compagno entrarono nel secondo corridoio, che

era basso e stretto come il primo, ma che scendeva più rapido, e si

trovarono in una seconda caverna pure circolare ma più ampia della

prima, poichè misurava una circonferenza di almeno quaranta metri.

Quella caverna doveva trovarsi quasi a livello del mare, poichè si

udivano là dentro dei fragori prolungati, prodotti senza dubbio dalle

ondate che si rompevano ai piedi della rupe.

— Vi è un foro lassù, — disse il marinaio, indicando una apertura

irregolare, grande come una moneta da cinque lire, per la quale

penetrava un po' di luce. — Andiamo a vedere se si scorge il

mare. —

Si era avvicinato alla parete per salire su alcuni massi accatastati

sotto quel pertugio, quando Albani lo vide arrestarsi bruscamente, poi

indietreggiare vivamente, esclamando:

— Terremoti e tuoni!... Un cadavere!... —

CAPITOLO XVIII

Il serpente dagli occhiali

Il signor Albani, udendo quell'esclamazione, si era spinto innanzi

colla più viva curiosità.

Là, accanto alla parete, disteso su di un letto di foglie secche,

giaceva infatti un cadavere interamente nudo, ma ridotto allo stato di

mummia.

Era un uomo di statura bassa, membruto, col petto largo, colla faccia

quasi quadra, ossuta, col naso schiacciato, la bocca larghissima che

mostrava dei denti acuti, ma che invece di essere bianchi erano neri

come quelli dei popoli che usano masticare il _betel_.

La sua pelle era d'un colore rosso mattone, ma con delle sfumature

olivastre.

Accanto a quella mummia si vedeva uno di quei pugnali lunghi un piede,

colla lama serpeggiante, d'un acciaio finissimo, usato dai Malesi,

i quali dànno a tali armi il nome di _kriss_, ed una cerbottana, ma

spezzata a metà.

— Un Malese!... — esclamò il veneziano. — Che sia uno dei coloni che

dissodarono parte della foresta e che piantarono il caffè?...

— Ma quest'uomo deve essere morto da molto tempo, — osservò il

marinaio, il quale però si teneva ad una rispettosa distanza.

— Forse da parecchi lustri.

— Ma come si è così ben conservato?...

— Questa caverna è asciuttissima, poco arieggiata e molto fresca ed il

cadavere non si è imputridito, ma lentamente disseccato.

— Che questo povero diavolo, sia stato ucciso?...

— Non vedo alcuna ferita sul suo corpo, Enrico.

— Avete ancora l'idea di utilizzare questa tomba?...

— Questa tomba, come tu la chiami, sarà una magnifica cantina per

conservare i nostri viveri. Seppelliremo la mummia, se ti dà fastidio,

e poi trasporteremo le nostre ricchezze.

— Quel morto mi fa un certo senso, signor Albani!

— Bah!... Usciamo e andiamo a trovare Piccolo Tonno. —

Fecero il giro della caverna per vedere se vi erano altre mummie,

raccolsero il _kriss_, arma preziosa per loro che non possedevano che

una scure e due coltelli ormai rovinati, ed entrarono nella seconda.

Stavano per uscire dal corridoio, quando il marinaio s'arrestò di

colpo, emettendo un urlo di dolore.

— Enrico!... — esclamò il veneziano, balzando innanzi col _kriss_ in

pugno.

— Qui.... aiuto!... Mi morde!... — urlò il genovese, con voce rauca.

Il signor Albani abbassò gli sguardi e impallidì spaventosamente. Un

serpente, lanciatosi fuori dalle piante arrampicanti che ostruivano

l'ingresso della caverna, aveva conficcati i suoi denti velenosi nel

polpaccio della gamba sinistra del disgraziato marinaio.

Quel rettile traditore era grosso come una bottiglia nera, lungo

poco più di due metri, col corpo coperto di squame bruno-giallastre,

scintillanti come scagliette d'oro e con due cerchi biancastri

situati dietro alla testa e che raffiguravano perfettamente un paio di

occhiali.

Il veneziano, senza badare al tremendo pericolo a cui si esponeva,

si era precipitato innanzi. Aveva riconosciuto in quel rettile, il

terribile _serpente dagli occhiali_, il cui morso ben di rado perdona.

Il mostro, vedendo quel nuovo nemico, aveva lasciato il marinaio e

si era rizzato sulle sue anella dilatando enormemente la sua gola,

potendo, a volontà, aprire le sue due prime costole.

Pronto come il lampo Albani tese il braccio e con un solo colpo lo

decapitò, poi balzando sopra il corpo che si contorceva rabbiosamente,

ricevette fra le braccia il marinaio. Senza perdere un istante lo

adagiò su di un cumulo di foglie secche, gli rimboccò i calzoni

mettendo a nudo il polpaccio, lacerò un fazzoletto, l'unico che

possedeva, e legò strettamente la gamba. Ciò fatto, senza pensare

che poteva avvelenarsi, applicò le labbra alla ferita, nel luogo

ove scorgevansi due leggieri puntini sanguinosi e aspirò fortemente,

sputando a più riprese.

Il marinaio, semi-svenuto, pareva che non vedesse nulla. Pallido come

un cadavere, coi lineamenti alterati, gli occhi vitrei, la fronte

coperta di sudore che doveva essere freddo, respirava affannosamente,

con grande stento.

Il signor Albani non era meno pallido del marinaio, nè meno alterato.

Anche la sua fronte era bagnata d'un sudore freddo, ma operava senza

perdere un istante. Egli non ignorava le terribili proprietà del veleno

del _serpente dagli occhiali_ chiamato anche _cobra-capello_; sapeva

che iniettato in certa quantità, produce la morte in meno di un quarto

d'ora.

Egli tentava tutte le risorse suggeritegli dall'esperienza, ma aveva

ben poca fiducia di riuscire a salvare il disgraziato compagno. Solo un

miracolo poteva strapparlo alla morte.

Succhiata la ferita, mezzo eroico ma pericolosissimo, poichè poteva

bastare una ferita impercettibile alle labbra o alle gengive per

avvelenare il generoso uomo, impugnato il coltello aveva fatto sul

polpaccio morsicato una profonda incisione in forma di croce.

Colle dita allargò il taglio facendo, con un'energica pressione,

schizzare fuori il sangue, poi raccolta la torcia che era ancora accesa

e la cui punta era ormai un carbone ardente, l'applicò sull'incisione.

Il marinaio, sentendosi bruciare la viva carne, trabalzò come fosse

stato toccato da una scarica elettrica di grande potenza, urlando con

voce rotta:

— Cosa.... fate.... signore!...

— Calmati, Enrico, cerco di salvarti, — rispose Albani con voce

commossa.

— Mi.... calcinate.... le carni.... signore....

— È necessario, amico mio. —

Il marinaio si dibatteva, ma il veneziano lo teneva come inchiodato

colla sua destra, mentre colla sinistra continuava a bruciare le carni.

— Terremoto.... basta! — urlò il marinaio.

— Sì, basta, — rispose l'Albani, ritirando la torcia.

— Soffro.... mi pare che il cuore mi si geli.... Signor Albani.... è

finita.... Ed eravamo.... così felici!... L'avete almeno.... ucciso?...

— Sì, — rispose il veneziano, tergendosi rapidamente due lagrime che

gli rotolavano per le gote.

— Signore.... ho la testa che mi.... gira.... Mi pare che....

il cervello bruci.... E Piccolo Tonno?... Voglio.... vederlo....

voglio.... —

Non potè finire. Le forze improvvisamente lo abbandonarono e ricadde

indietro cogli occhi stravolti, coi lineamenti alterati. Solamente il

suo corpo, di quando in quando, provava dei sussulti e dalle labbra gli

usciva un sibilo precipitato.

Il signor Albani lo guardava con due occhi smarriti come se temesse,

da un istante all'altro, di vedere il disgraziato compagno morirgli

dinanzi.

Un grido lo strappò da quella muta disperazione. Piccolo Tonno era

improvvisamente comparso sul margine della foresta.

— Gran Dio!... — esclamò il mozzo. — Cosa è accaduto, signor Albani?...

Enrico!...

— Taci, — gli disse il veneziano.

— Ditemi cosa è accaduto, signore.

— E stato morso da un serpente.

— E muore?...

— Non disperiamo, ragazzo mio, — disse Albani, frenando le lagrime.

— Ah!... Salvatelo, signor Albani!... — esclamò il mozzo, scoppiando in

singhiozzi. — Voi che sapete tante cose, potete strapparlo alla morte.

— Ho fatto tutto ciò che potevo.

— Avete qualche speranza?...

— Forse.

— Ma ditemi....

— Taci, Piccolo Tonno. Va a cercarmi dell'acqua.

— Ho la mia fiasca piena. Prendete, signore. —

Albani prese la fiasca che il ragazzo gli porgeva e lavò il sangue che

continuava a sgorgare dalla ferita, poi vedendo che il polpaccio del

marinaio si era notevolmente gonfiato, slegò il fazzoletto e lo annodò

più sopra per evitare la perdita del membro offeso.

Enrico pareva sempre svenuto. Però a poco a poco il suo pallore

acquistava una tinta meno sbiadita e la sua respirazione, dapprima

affannosa, accennava a diventare più tranquilla, più regolare.

Albani gli tastò il polso e s'accorse che non era più agitato. Una viva

commozione gli si dipinse sul viso.

— Piccolo Tonno, — disse al mozzo, che continuava a singhiozzare. — Sta

per compiersi un miracolo che pochi minuti or sono non speravo.

— Riuscirete a salvare Enrico?...

— Comincio a sperarlo.

— Non era adunque velenoso quel serpente?...

— Anzi dei più velenosi, poichè i _cobra-capello_ o _serpenti dagli

occhiali_ uccidono l'uomo più robusto in un quarto d'ora e quasi mai si

possono salvare le persone morsicate.

— Ma siete certo che non morrà?...

— Il quarto d'ora è già trascorso ed Enrico è ancora vivo, anzi pare

che migliori. Guardalo: ora dorme. —

Infatti il marinaio era caduto in un profondo letargo, ma i colori

gli erano tornati sul viso e la sua respirazione diventava sempre

più regolare. Come era sfuggito alla morte?... Quale miracolo si era

compiuto?... Albani, è vero, aveva operato rapidamente tentando tutti i

mezzi conosciuti, ma non sempre efficaci, specialmente contro i morsi

di quei terribili serpenti del tropico, che secernono un veleno dieci

volte più potente di quello delle nostre vipere.

Forse i calzoni di tela grossa del marinaio avevano assorbito gran

parte del mortale liquido, nel momento che i denti del rettile li

attraversavano o forse il rettile aveva esaurita poco prima la sua

riserva.

— Va' a vedere sotto quelle piante arrampicanti, — disse Albani al

mozzo. — Voglio trovare la causa di questa guarigione miracolosa. Il

_cobra_ è uscito di là, nel momento che Enrico passava.

— Cosa sperate che io trovi? — chiese il mozzo, sorpreso. — Qualche

rimedio forse?

— No, ma forse la certezza che Enrico non morrà. —

Piccolo Tonno s'armò d'un grosso ramo d'albero e si cacciò fra le

piante, che scendevano lungo le pareti della grande rupe come una

fitta cortina. Poco dopo ritornava, trascinando per la coda uno di quei

grossi scoiattoli volanti chiamati _pteromys_.

— Signor Albani, — disse, — ho trovato questo animale che potrà

servirci da pranzo. Mi pare che sia stato ucciso di recente.

— Da' qui, ragazzo mio, — rispose il veneziano, raggiante. Afferrò

il _pteromys_ e s'accorse che era ancora leggiermente tiepido, segno

evidente che era stato ucciso da forse mezz'ora.

Esaminatolo, vide subito su di un fianco due profondi fori,

regolarissimi, dai quali uscivano ancora poche goccie di sangue.

— Ecco chi ha salvato Enrico!... — esclamò con gioia.

— Come!... Questo scoiattolo ha salvato il nostro compagno? — chiese

Piccolo Tonno, sempre più stupito.

— Sì, ragazzo mio. Il _cobra_, pochi istanti prima che noi uscissimo

dalla caverna, aveva sorpreso questo animale scaricando su di lui tutta

la sua provvista di veleno, sicchè quando ha morso Enrico era divenuto

se non del tutto inoffensivo, poco pericoloso. Rallegriamoci, Piccolo

Tonno: Enrico guarirà e forse molto presto. Le mie cure pronte hanno

bastato per strapparlo alla morte.

— Infatti Enrico ora dorme tranquillo, signore.

— E lo lasceremo dormire. Metteremo qui il nostro campo per ora.

— Volete che mi rechi alla capanna?

— Sì, Piccolo Tonno. Andrai a prendere un pezzo di vela per riparare

Enrico dal sole, delle provvigioni e torcerai il collo ad un paio di

tucani per preparare del brodo al nostro ammalato.

— E condurrò gli orsi nel recinto. —

Il ragazzo partì correndo verso il luogo ove aveva lasciato le

scimmie e gli orsi ed il signor Albani si sedette accanto al marinaio,

attendendo ansiosamente che si svegliasse.

Ormai era certo della guarigione di lui, poichè solamente una parte

infinitamente piccola di veleno doveva essergli stata iniettata.

Il genovese aveva riacquistato il colore primitivo, un bel bruno

leggermente dorato, aveva il polso regolare, la respirazione libera,

naturale, ed erano scomparsi i brividi ed anche il freddo sudore che

inondavagli la fronte.

Quel riposo, che si prolungava, doveva produrgli un notevole

miglioramento e rimetterlo in forze.

Un'ora dopo Piccolo Tonno era di ritorno accompagnato da Sciancatello

e dalle due scimmie cariche di provviste. Aveva condotti i due orsi nel

recinto, aveva fatta una visita alla capanna aerea che aveva ritrovata

nel medesimo stato in cui l'avevano lasciata ed al magazzino dei viveri

ed aveva torto il collo ai due più grossi tucani.

Fu rizzata la tenda per proteggere il marinaio dal sole, poi accesero

il fuoco e misero a bollire il volatile più grasso per preparare una

buona zuppa al povero ammalato.

Ciò fatto, sedutisi all'ombra, attesero pazientemente che il compagno

si svegliasse.

CAPITOLO XIX

I babirussa

Il sonno del marinaio si prolungò fino a mezzodì, sempre tranquillo,

regolare.

Quando aprì gli occhi, il bravo genovese parve stupito di trovarsi

coricato sotto quella tenda improvvisata, fra i suoi due compagni e

lo Sciancatello che si era accoccolato ai suoi piedi, come se avesse

indovinato che il suo amico era ammalato.

— Cosa fate qui? — chiese, guardando ora il signor Albani ed ora il

mozzo, che lo osservavano sorridendo.

Poi si rammentò subito di quanto era avvenuto.

— Ma non sono morto!... — esclamò. — Ah!... Signor Albani, vi devo la

vita!... Mio Piccolo Tonno, io non speravo di vederti ancora!

— Come stai? — chiese il veneziano, stringendogli affettuosamente la

mano che gli veniva sporta.

— Sono debole, assai debole, signore, e mi pare di aver la testa

vuota, ma mi sento vivo e ciò mi basta, lo potete credere, — disse

il marinaio, sorridendo. — Provo ancora dei dolori acuti alla gamba

ferita, ma bah! cesseranno. Terremoto!... Mi avete proprio calcinate le

carni.

— Era necessario, Enrico; se non agivo così, correvi il pericolo di

morire in capo ad un quarto d'ora.

— Piuttosto di abbandonare voi, avrei preferito perdere entrambe le

gambe.

— Basta, — disse Albani, vedendo che il marinaio faceva degli sforzi

crescenti per terminare le parole. — Manda giù questa tazza di brodo e

poi torna a chiudere gli occhi. Il riposo ti farà molto bene.

— Lo credo anch'io, signore. Mi sento invadere da una nuova sonnolenza

irresistibile. —

Vuotò la tazza di brodo, poi ingollò alcuni sorsi di _tuwak_, quindi

tornò a coricarsi. Pochi minuti dopo s'addormentava ma non era un

assopimento, era un vero sonno.

Durante l'intera giornata il signor Albani ed il mozzo, vegliarono

accanto al ferito in compagnia di Sciancatello il quale, vedendo il suo

amico coricato, di tratto in tratto rompeva in gemiti lamentevoli.

Verso il tramonto, il marinaio, che si sentiva meno debole ed

in appetito, mangiò una coscia di tucano e stritolò un biscotto,

innaffiando la cena con una nuova e più abbondante sorsata di _tuwak_.

I suoi compagni erano contentissimi di quella rapida e veramente

prodigiosa guarigione. Lo stesso marinaio, che al mattino si credeva

già spacciato, era meravigliato.

I Robinson italiani · 第 8 / 18 段