Fin dove potevano spingere lo sguardo, i due naufraghi non iscorgevano

che foreste, le quali si estendevano fino alle sponde del mare,

impedendo di vedere se quella terra era popolata o deserta. Pareva che

i corsi d'acqua mancassero assolutamente, si scorgevano però qua e là

dei serbatoi, dei bacini, ma forse salmastri, trovandosi in prossimità

del mare.

Il veneziano aguzzava gli sguardi sperando di scoprire più oltre altre

isole, ma invano. All'est, all'ovest, al nord ed al sud non appariva

alcuna terra.

— Ebbene, signore? — chiese il mozzo. — Sapete ora dove ci troviamo?

— Su di un'isola, come lo avevo supposto, ma su quale, io lo ignoro, —

rispose Albani.

— Ma dove credete che quest'isola sia situata?

— Nel mar di Sulu, di questo son certo.

— Sono molte le terre sparse in questo mare?

— Sono oltre cento, ma molte non sono forse ancora state tutte

visitate. Sono divise in quattro gruppi distinti: Cagayan Holo,

Bassilan, Holo e Tawi-Tawi.

— E sono tutte abitate?....

— In gran parte e per lo più da pirati intrepidi che scorrono il mare

fino sulle coste delle Filippine. Non vi è che un'isola i cui abitanti

sono di costumi miti, che è stata scoperta da un nostro compatriotta e

che porta appunto il suo nome.

— Da un italiano?

— Sì, Piccolo Tonno; da Rienzi, un intrepido esploratore che visitò

quasi tutte le isole di Sulu.

Quell'isola è situata a 6° 26′ di lat. nord e 119° 33′ di long. est del

meridiano di Parigi e fa parte del gruppo di Bassilan.

Quando il nostro compatriota la scoprì e sbarcò, un capo dell'isola,

certo Maulant, gli andò incontro e saputo chi era, volle, secondo il

costume del paese, scambiare il nome gridando: Io mi chiamo _datou_

Rienzi e si battè il petto, poi battendo quello del viaggiatore disse:

Tu sei il _datou_ (capo) Moulant. Quindi gli offrì il suo _kriss_ e

Rienzi gli regalò le sue pistole.

Da quell'epoca l'isola fu chiamata Rienzi e porta ancora il nome del

nostro compatriotta.

— Fa piacere, signor Albani, nel sapere che i nostri compatrioti hanno

fatto anche qui delle scoperte.

— Ti credo, Piccolo Tonno, ma.... guarda!... I miei occhi s'ingannano

od è proprio del fumo che s'alza laggiù?...

— Dove, signor Emilio?...

— Verso quella punta lontana, al sud, dietro a quei boschi. —

Il mozzo aggrottò la fronte e aguzzò gli sguardi nella direzione

indicata. Le tenebre cominciavano a calare sull'isola, pure scorse come

un leggero pennacchio grigiastro.

— Del fumo! — esclamò il mozzo, stupito. — Ma allora quest'isola è

abitata!...

— O è nebbia? — disse il signor Albani, che era diventato pensieroso.

— Ecco quello che bisognerebbe sapere, signore.

— Vi sono almeno quindici miglia di foreste da percorrere, Piccolo

Tonno. Stento a credere che quest'isola sia abitata.

— E perchè?...

— Avremmo incontrato qualcuno, mentre non abbiamo veduto che delle

scimmie.

— Possono essere dei pescatori qui sbarcati.

— O dei pirati, vuoi dire.

— Brutta compagnia, signore.

— Se sono dei pirati non tarderanno a imbarcarsi. Ardo ora dal

desiderio di possedere un canotto per fare il giro dell'isola.

— Lo costruiremo?...

— Sì, Piccolo Tonno, ma quando avremo trovata qualche pietra

per affilare la nostra povera scure che è ormai rovinata. Orsù,

accampiamoci e domani mattina andremo a trovare Enrico.

— Non correrà pericolo, il marinaio, solo in mezzo alla foresta?

— Ha lo Sciancatello e quel _mias_ è ormai tanto robusto da mettere in

fuga anche le tigri col suo randello e poi Enrico ha la sua cerbottana.

Prepariamoci un ricovero, ragazzo mio. —

Abbandonarono la vetta che era assolutamente nuda e rientrarono

nella foresta costruendosi un ricovero con alcuni bastoni, che poi

ricoprirono con una mezza dozzina di foglie d'arecche, lunghe tre metri

e larghe uno.

Rosicchiarono un biscotto, accesero il fuoco per tenere lontane le

fiere, poi Albani si coricò sotto quella tettoia improvvisata, mentre

il mozzo montava il primo quarto di guardia, tenendosi accanto la

cerbottana nella quale aveva prima introdotta una freccia avvelenata.

Tutto era tranquillo sulla cima della montagna: non si udiva che il

lieve sussurrìo delle fronde agitate dal venticello notturno.

Nè le scimmie, nè i falchi, nè le aquile si udivano, però il mozzo

non osava chiudere gli occhi, quantunque il sonno gli pesasse sulle

palpebre. Per vincerlo si alzava di sovente e faceva il giro della

tettoia, scrutando con grande attenzione la tenebrosa foresta che

scompariva giù pei fianchi della montagna.

Di quando in quando poi si spingeva verso il margine della boscaglia e

tendeva gli orecchi, sperando di udire, nei piani inferiori, echeggiare

la voce lontana del marinaio, ma senza risultato. Senza dubbio il

genovese dormiva tranquillamente sotto la vigilanza dello Sciancatello,

sognando forni pieni di ciambelle.

Il sonno però lo assaliva con maggior frequenza e per quanti sforzi

facesse, le palpebre già fin troppo grevi, gli si abbassavano.

Si era seduto a pochi passi dal fuoco, contro il tronco d'un albero

semi-divorato dal tarlo e che gli aveva offerto una specie di seggiola,

fischiando fra i denti una barcarola. Lottava ancora contro il sonno,

ma erano gli ultimi sforzi.

Finalmente non seppe più resistere e involontariamente chiuse gli

occhi, sognando la sua lontana isola natìa.

Quanto dormì?... Non potè mai saperlo, ma una brutta sorpresa lo

aspettava al suo risvegliarsi. Là, a quindici passi un animale grosso,

col pelame giallastro rigato di nero, colla testa somigliante a quella

dei gatti ma molto più grossa, stava sdraiato al suolo, guardandolo con

due occhi dai riflessi verdastri, ma che tradivano un'ardente bramosìa.

Il povero mozzo, nel vedersi dinanzi quell'animale, che pareva pronto a

scagliarsi su di lui e mettere alla prova i tremendi artigli, impallidì

orribilmente e s'irrigidì contro l'albero, mormorando con un filo di

voce:

— Sono morto! —

Aveva riconosciuto in quella formidabile avversaria una tigre.

Gettò all'intorno uno sguardo smarrito: il signor Albani russava

tranquillo e fidente sotto la piccola tettoia ed il fuoco stava per

ispegnersi, lanciando gli ultimi sprazzi di luce come un lumicino

moribondo.

Si guardò ai piedi sperando di aver vicina la cerbottana, ma il fusto

cilindrico gli era caduto dalle ginocchia, era rotolato pel pendio ed

era andato ad arrestarsi a' piedi d'un _sontar_, a circa dieci metri di

distanza.

Il disgraziato ragazzo si sentì rizzare i capelli e gli parve di

sentire sulle membra i denti terribili della fiera.

— Sono morto, — ripetè, rabbrividendo fino in fondo all'anima.

E poteva ben considerarsi spacciato, poichè al primo movimento che

avesse osato fare per riprendere la cerbottana o al primo grido che

avesse lanciato per svegliare il veneziano, la tigre non avrebbe

indugiato ad assalirlo.

Girò lentamente la testa e guardò la fiera. Stava accovacciata al

medesimo posto, ma pareva che non avesse fretta di assalire. Si stirava

come un gatto che ha fatto una buona dormita, ondeggiava mollemente

la coda, si lisciava il pelo del petto e dei fianchi con graziosa

civetteria e sembrava non facesse alcun caso della futura vittima.

Ad un tratto però parve che concentrasse la sua attenzione sulla

cerbottana che stava ai piedi del borasso, la cui estremità era munita

del coltello del mozzo. Quella lama, che un raggio di luna faceva

scintillare come uno specchio da due soldi, aveva certamente destata la

sua curiosità.

Si diresse verso l'albero con passo silenzioso, ma con una certa

diffidenza, volgendo di quando in quando la testa verso il ragazzo che

manteneva una immobilità assoluta, poi allungò una zampa e la trasse

a sè. Vedendo quella canna rotolare e la luce della lama apparire

e scomparire, parve che ci provasse gusto, poichè dimenticando la

vittima si mise a giuocherellare, emettendo dei profondi _rom-rom_ di

contentezza.

A vederla si avrebbe scambiata per un grosso gatto allegro, anzichè per

una tigre sanguinaria.

Piccolo Tonno, più sorpreso che mai, cominciava a respirare ed a

sperare. Se quella fiera era di così buon umore, vi era speranza di

salvare la pelle. Non osava però ancora a muoversi, poichè la maledetta

tigre, pur giocando, volgeva di tratto in tratto la testa verso di lui,

come volesse assicurarsi che non abbandonava il posto.

— Che voglia solamente spaventarmi? — pensava il ragazzo. — Oh! Se

potessi scivolare sotto la tettoia e svegliare il signor Albani! —

Ma non trovava mezzo per avvertire il compagno del tremendo pericolo

che correvano. Coricato su di un fianco, con un braccio sotto il

capo, il veneziano continuava a dormire saporitamente, nè accennava a

svegliarsi.

Ad un tratto un'idea attraversò il cervello del ragazzo.

— Dio mi aiuti, — mormorò.

Tenendo gli sguardi sempre fissi sulla fiera, si curvò lentamente, con

infinite precauzioni, verso terra. Il cuore gli batteva forte forte,

un tremito nervoso gli scuoteva le membra e grossi goccioloni di sudore

freddo gli bagnavano la fronte, ma continuava ad abbassarsi, mentre la

sua mano frugava il terreno.

Trasalì sentendo sotto le dita un oggetto duro, ma ritirò il braccio

lentamente, sempre guardando la tigre che continuava a giuocherellare

colla cerbottana.

— Un sasso, — mormorò, respirando. — Non sbagliamo il colpo.

Attese il momento in cui la tigre volgevagli il dorso e rapido come il

lampo scagliò il sasso sotto la tettoia. Il signor Albani sentendosi

cadere sul viso quell'oggetto, si alzò bruscamente guardandosi attorno.

Comprese tutto a prima vista?... È probabile, perchè senza pronunciare

parola, senza fare un gesto al mozzo, raccolse silenziosamente la sua

cerbottana e tenendosi coricato come fosse ancora addormentato, accostò

l'arma formidabile alle labbra.

Un'istante dopo s'udì un leggiero sibilo e la tigre interruppe

bruscamente i suoi giuochi, guardandosi attorno. Vedendo quel leggiero

cannello sospeso al suo collo, lo spezzò con un colpo di zampa e si

rimise a giuocare come fosse stata punta da un semplice moscerino.

Ad un tratto però la si vide spiccare un salto immenso, emettendo un

rauco ruggito, poi ricadere su di un fianco, quindi dibattersi in preda

a tremende convulsioni.

Piccolo Tonno si precipitò verso la tettoia, gridando:

— Ah!... Signor Emilio!

Il veneziano era già balzato fuori. Aprì le braccia e se lo strinse al

cuore, esclamando:

— Grazie, mio valoroso ragazzo! —

In quell'istante la tigre, fulminata dal potente veleno dell'_upas_ e

del _cetting_, cessava di vivere.

CAPITOLO XVI

Una luce misteriosa

La tigre abbattuta dalla freccia mortale scagliatale dal veneziano, era

una delle più grosse, poichè misurava oltre due metri dall'estremità

della coda al naso ed era alta un buon metro, quantunque quelle delle

isole indo-malesi siano di solito più basse di quelle del Bengala che

chiamansi reali.

Il terribile veleno l'aveva ridotta in uno stato miserando. La bocca,

contorta dagli ultimi spasimi, non aveva più forma; gli occhi le

uscivano dall'orbita fra un cerchio di sangue, ed il pelo, poco prima

liscio, era diventato arruffato. Una spuma sanguigna mista ad una

serosità giallastra, le colava dalle labbra.

— È proprio morta? — chiese il mozzo, che le girava attorno, ma

tenendosi prudentemente ad una certa distanza.

— Il veleno dell'upas è infallibile, — rispose il veneziano, scuotendo

con un piede quella massa inerte.

— Sono vendicato del terribile quarto d'ora che questo animalaccio mi

ha fatto passare, signor Albani. Io non so come il mio cuore non si sia

spezzato. Ah!... Che paura, signore!...

— Ti credo, mio povero ragazzo. Un cacciatore di professione non

avrebbe provato meno paura di te e ti dico che sei un valoroso.

— Grazie, signore.

— Va' a coricarti che ne hai bisogno; veglierò io fino all'alba.

— Non ho più sonno, credetelo, e preferisco farvi compagnia accanto al

fuoco.

— O meglio mi aiuterai a scuoiare la tigre. Ricaveremo una splendida

coperta. —

Gettarono sul fuoco semi-spento dei rami secchi, trascinarono colà la

tigre e levato il coltello dalla cerbottana, il signor Albani si mise

al lavoro aiutato dal piccolo mozzo.

— Che animalaccio! — esclamava Piccolo Tonno, che non si stancava

di ammirarlo. — Che collo e che muscoli!... Simili fiere non devono

trovarsi imbarazzate a trascinare nei loro covi le grosse selvaggine.

— Si sono vedute talvolta delle tigri, superare delle cinte portando in

bocca dei grossi capi di bestiame. Da ciò puoi immaginarti quale forza

posseggono tali carnivori.

— È vero, signore, che le tigri assalgono indistintamente tutti gli

animali, perfino i leoni e gli elefanti?...

— Sono frottole, ragazzo mio, spacciate da cacciatori che non hanno

mai abbandonato le loro case. Le tigri sono più astute di quello che si

crede e non si misurano con degli animali che possono disputare a loro

la vittoria. Se la prendono colle antilopi, colle scimmie, coi tapiri,

coi babirussa perchè sanno che non possono difendersi, o cogli animali

domestici, ma sfuggono gli altri. Non osano nemmeno assalire i bufali,

poichè sanno per esperienza che quei grossi ruminanti posseggono delle

corna acute e che non indietreggiano.

— Pure assalgono gli uomini.

— Sì, ma quando sono vecchie.

— Oh!... Questa è strana!... — esclamò il mozzo.

— Te lo dissi già, le tigri sono molto furbe. Sapendo che gli uomini

posseggono delle armi, finchè sono giovani e agili e hanno lo slancio

necessario per piombare sugli animali della foresta, lasciano in pace

gli uomini. Talvolta però, spinte dalla fame, fanno delle vittime

umane, ma preferiscono gli uomini di colore e possibilmente le donne ed

i fanciulli, conoscendo già la potenza delle armi da fuoco degli uomini

bianchi. Quando cominciano a diventar vecchie lasciano le foreste, e

vanno a nascondersi in vicinanza dei villaggi e specialmente nei pressi

delle fonti, ove sanno che si recheranno le donne a prendere acqua, e

cominciano le stragi.

Pare però che la carne umana sia un cattivo nutrimento per le tigri,

poichè diventano brutte, rognose e perdono il pelo. Si direbbe che

diventano lebbrose come gli antropofagi della Polinesia.

— E non si possono ammaestrare le tigri?...

— Sì e molti rajah indiani ne tengono libere nei loro palazzi, ma sono

sempre pericolose.

— Si potrebbero abituare a non mangiare mai carne?

— Hanno provato anche ciò, ma privandole della carne diventavano brutte

e spelate come quelle che mangiano vittime umane.

— Non saremo certamente noi che cercheremo di addomesticare le tigri....

— Taci!... — esclamò il signor Albani, interrompendolo bruscamente.

— Cosa avete udito? — chiese il mozzo, dopo alcuni istanti di silenzio.

— Una lontana detonazione.

— È impossibile, signore!... Se quest'isola è deserta....

— Non lo sappiamo ancora, anzi quel fumo scorto ieri sera indicherebbe

il contrario. Vieni, ragazzo mio. —

Gettò a terra la pelle sanguinante della tigre che aveva allora

staccata e salì sulla rupe che formava la vetta della montagna.

Giunto sulla cima guardò verso al sud e gli parve di scorgere, nel

medesimo punto ove poche ore prima aveva veduto alzarsi la colonna di

fumo, un debole chiarore che pareva proiettato da un fuoco acceso sotto

i boschi.

— Della luce! — esclamò. — Ma allora laggiù accampano degli uomini!

— Ma chi siano? Degli abitanti o dei naufraghi? — chiese Piccolo

Tonno. —

Il signor Albani non rispose: continuava a guardare quel chiarore che

talvolta diventava più vivo, spiccando distintamente fra le tenebre e

che ora pareva accennasse a spegnersi.

Verso le due del mattino quella luce si estinse bruscamente, nè più

ricomparve. Il signor Albani attese fino all'alba sperando di udire

qualche altra detonazione, ma invano.

— Forse saranno stati dei pirati, — mormorò egli. — Non credo che

quest'isola sia abitata.

— Scendiamo, signore? — chiese il mozzo.

— Sì, Piccolo Tonno. —

Si caricarono della pelle della tigre e delle patate dolci che avevano

raccolte nella foresta e si misero a scendere le balze della montagna,

regolando la loro direzione sulle incisioni che avevano fatte sugli

alberi.

Tre ore dopo udivano la voce del marinaio, che saliva dal fondo d'una

valletta boscosa.

— Ohe!... marinaio! — gridò il mozzo.

— Presente, — urlò Enrico con voce tuonante.

— Nulla di nuovo?

— Sto abbeverando i miei orsi. —

Il signor Albani e Piccolo Tonno affrettarono il passo e poco

dopo giungevano ad una capanna di frasche, dinanzi alla quale il

marinaio e lo Sciancatello stavano trascinando gli orsi che parevano

ricalcitranti.

— Buon giorno, signor Albani, — disse Enrico. — Avete passata una buona

notte sulla montagna?...

— Sì, uccidendo una tigre che voleva mangiare Piccolo Tonno, — disse il

veneziano.

— Corna di Belzebù!...

— Non inquietarti, l'abbiamo uccisa, Enrico. E tu, hai dormito bene?...

— Come un ghiro, signore. Sciancatello è una sentinella valorosa che

non lascia avvicinare nessuno e anche le due scimmie sono davvero

bravine. Dunque, dove siamo noi?

— Su di un'isola.

— Deserta?

— Ecco quello che ignoriamo. Hai udito e veduto nulla?

— Veduto no, ma due ore or sono stato svegliato da un certo fragore,

che mi parve un lontano colpo di fucile.

— L'ho udito anch'io.

— Allora non siamo soli su quest'isola.

— Chi può dirlo? Lo sapremo quando saremo in grado d'intraprendere una

vera esplorazione attorno a questa terra.

— E quando potremo tentarla?...

— Fra alcune settimane, ossia quando avremo un canotto. Ritorniamo,

amici: ho fretta di giungere alla capanna. —

Il marinaio afferrò le funi dei due orsi, lo Sciancatello prese la

pentola del miele, Albani si caricò della tenda e della cera e si

misero in cammino preceduti dal mozzo che portava la pelle della tigre

e dalle due scimmie.

Volendo però visitare un'altra parte di quella grande foresta, sperando

di trovare nuovi alberi utilissimi, avevano presa un'altra direzione,

deviando un po' verso l'est, certi di raggiungere egualmente la loro

capanna aerea.

Gli alberi però non variavano. Incontravano sempre macchioni di

arecche, di sontar, di durion, di pombo, di piante gommifere, strette

le une alle altre da smisurati rotang e da radici colossali, che

s'innalzavano da tutte le parti come serpenti immani.

Fecero però una scoperta curiosissima, d'un gruppo di fiori di

proporzioni gigantesche. Erano delle _aroidee_, piante che emettono una

sola foglia la quale s'innalza, compreso il gambo che somiglia ad una

vera colonna, per ben quindici metri.

Dal centro di quel gambo che aveva un diametro di un metro, usciva

un fiore così grande, da imbarazzare un gigante se avesse voluto

metterselo all'occhiello della giacca, poichè era alto due metri con un

diametro di uno e mezzo.

Cosa strana però: quei fiori, invece di avere un profumo delizioso,

esalavano un odore appestante, come di pesce corrotto.

Anche qualche pianta utile venne scoperta, ma essendo ormai tutti

carichi, dovettero pel momento rinunciare a saccheggiarla. Erano

dei mangostani, alberi somiglianti ai nostri ciliegi, chiamati dai

popoli della Malesia _re delle frutta_, poichè dànno infatti le frutta

migliori che immaginare si possa.

Sembrano melogranate, ma la polpa candida che contengono riunisce gli

aromi più squisiti e si fonde in bocca come un gelato.

Verso le quattro del pomeriggio, i naufraghi si trovarono sulla costa

orientale, la quale si elevava assai sul mare, difesa da rupi colossali

che s'innalzavano per parecchie dozzine di metri, coperte da piante

arrampicanti e da sterpi.

La foresta terminava addosso a quelle rupi, ma non era più fitta come

prima. Anzi si vedevano qua e là delle piccole radure, invase bensì da

erbe grasse, ma prive di alberi annosi.

Il signor Albani, che da qualche minuto girava gli occhi con una

certa attenzione, si era fermato esaminando il terreno delle radure.

Rimuoveva le piante, le divideva coi piedi e pareva che cercasse con

ostinazione qualche cosa d'importante.

— Sperate di trovare delle altre patate dolci? — gli chiese Enrico, che

si era pure fermato per riposarsi un po'.

— Cerco una o meglio delle tracce, — rispose il veneziano.

— Le tracce di qualche nuovo animale?...

— No, d'una antica coltivazione.

— Oh!... d'una coltivazione!... — esclamarono il marinaio ed il mozzo.

— Sì, amici, e sono certo di non ingannarmi. Questo terreno è stato

lavorato e sgombrato dagli alberi che un tempo lo coprivano. Guardate:

ecco qui le tracce d'un solco e qui, sotto queste erbe, gli avanzi d'un

albero tagliato e d'un altro mezzo sradicato.

— Fulmini!... — esclamò Enrico. — Che quest'isola sia proprio

abitata?...

— O per lo meno un tempo lo fu, — disse Albani.

— Ma da chi?...

— Forse da qualche colonia d'isolani delle Sulu.

— Ma molto tempo fa?...

— Da molti anni di certo.

— Ma si dovrebbero vedere le tracce di qualche capanna, se non gli

avanzi.

— Potrebbe esistere nei dintorni.

— Cerchiamola, signore. —

Il veneziano non rispose. Teneva gli sguardi fissi su di un gruppo di

piante che cresceva in mezzo ad una di quelle radure.

— Cosa guardate, signore? — chiese il marinaio, stupito di non ricevere

risposta.

— Dimmi, Enrico, — disse Albani, con una certa emozione, — gradiresti

una tazza di caffè?...

— Terremoto di Genova!... Avreste forse trovato....

— Del caffè?... Sì, Enrico, l'ho trovato. Seguitemi, amici. Fra pochi

giorni noi assaggeremo la deliziosa bevanda. —

CAPITOLO XVII

Le tracce d'un'antica colonia

Quelle piante, che lo sguardo acuto del veneziano aveva scoperto fra

tutti quegli alberi che circondavano quelle piccole radure, erano alte

cinque o sei metri, col fusto diritto, le foglie opposte, ovali, d'una

tinta verde-cupa lucentissima e somiglianti a quelle dei lauri cerasi.

Alcune, situate troppo all'ombra, erano coperte di fiori bianchi

disposti a ciocche, esalanti un profumo che ricordava quello delicato

dei gelsomini, ma altre, più esposte al sole, avevano i rami adorni di

gruppetti di certe frutta, somiglianti alle ciliege duracine, sia per

la forma che pel colore.

Il veneziano staccò alcune di quelle frutta, le aprì facilmente e

mostrò ai compagni una specie di nocciolo, ma che pareva formato d'una

semplice pellicola.

— Ecco il caffè, diss'egli.

— Il caffè!... — esclamarono i due marinai. — Ma non somiglia ai

chicchi che noi abbrustoliamo e che poi maciniamo. —

Il signor Albani sorrise. Ruppe la pellicola e fece uscire due chicchi

semi-ovali, un po' teneri ancora, bianco-verdognoli, ma che dovevano

acquistare una consistenza cornea dopo una breve esposizione al sole.

— È vero caffè!... — esclamò il genovese, al colmo della gioia. — Ma

come queste piante si trovano su quest'isola?... Forse che crescono

anche allo stato selvaggio?...

— Nel loro paese d'origine, ossia in Arabia sì, ma qui no, Enrico.

Queste piante sono qui trasportate e coltivate.

— Ma da chi?...

— Dagli uomini che hanno dissodate e coltivate queste radure.

— Ma venuti da dove? — insistette il marinaio.

— Chissà, forse da Mindanao o da Palavan o dalle Filippine. Dopo la

comparsa degli uomini bianchi, in quasi tutte le isole della Sonda

e dell'arcipelago del Mar Cinese meridionale, si coltiva in minore o

maggior copia il granello profumato.

— Che siano stati poi divorati dalle fiere, i coltivatori?...

— Possono aver abbandonata l'isola o essere invece stati sterminati o

ridotti in schiavitù dai pirati delle Sulu.

— Sarei curioso di trovare le loro tracce, signor Emilio. Almeno sarei

certo se quest'isola è ancora abitata o deserta.

— Forse perlustrando le coste lo sapremo, Enrico. Volete che

raccogliamo il nostro caffè?... Vedo un grande numero di bacche giunte

a perfetta maturanza, e che altro non chiedono che di essere esposte al

sole per seccare.

— Ma fra due ore sarà notte.

— Nessuno ci proibisce di accamparci qui.

— È vero, signore; raccogliamo il nostro moka. —

Legarono i due orsi ad un albero e aiutati da Sciancatello si misero

a raccogliere le frutta, accumulandole entro la tela della tenda.

Il mozzo intanto tagliava dei rami e delle foglie, improvvisando un

ricovero per difendersi dall'umidità della notte.

Alle sette di sera la raccolta era terminata. A colpo d'occhio potevano

ricavare dieci o dodici chilogrammi di chicchi.

I Robinson italiani · 第 7 / 18 段