Il mondo alato si risvegliava sotto la brusca invasione della luce. In

mezzo alle foglie degli alberi e dei cespugli ingemmati dalla rugiada

notturna, svolazzavano a gruppi i più belli uccelli, le cui penne

variopinte, a riflessi d'oro e d'argento o di rame, scintillavano

vagamente sotto i primi sprazzi luminosi dell'astro diurno, sorgente

sull'orizzonte.

I graziosi _epimachus_ arruffavano le loro penne vellutate e brillanti,

come se fossero cosparse di pagliuzze d'oro, e le loro lunghe code

sottili; i bellissimi _chimachus_, volatili grossi come un piccione,

col corpo anteriore nerissimo con striature d'oro e il posteriore

candido, e la coda formata di barbe lunghissime ed arricciate, si

spennacchiavano reciprocamente coi loro becchi sottilissimi ma assai

lunghi; i _charmasyna_, specie di pappagalli, colle piume rosse e

gialle a striature nere, cominciavano i loro cicalecci scordati ed

importuni, mentre le splendide _parozie dorate_, scintillanti di mille

colori, immobili sulle più alte cime degli alberi, si ubbriacavano di

sole, lasciando ondeggiare graziosamente le cinque barbe piantate sulle

loro teste e terminanti in una specie di fiocco, ai soffi della brezza

marina.

Miriadi d'insetti svolazzavano poi in tutte le direzioni: farfalle

sfolgoranti, di dimensioni straordinarie, s'incrociavano sopra i

fiori o attorno ai vasi vegetali dei _calamus_ rimasti ancora aperti;

farfalline rosse, gialle, azzurre ed anche battaglioni di lucertoline

volanti, chiamate dai Malesi _draco_, bizzarri animaletti lunghi venti

centimetri, colla coda compressa, colle zampine unite da una membrana

che serve come di ali e che permette a loro di spiccare delle volate di

venti e perfino di trenta metri.

I naufraghi, oltrepassata la piantagione di bambù che si estendeva su

un lungo tratto di costa, s'internarono sotto i boschi, piegando un po'

verso levante, sembrando a loro che da quel lato la montagna fosse meno

aspra e anche meno boscosa.

Si videro però ben presto costretti a rallentare la marcia, poichè

quella parte della grande boscaglia era assai fitta e impediva di

procedere direttamente.

Migliaia e migliaia d'alberi intrecciavano i loro rami frondosi o le

loro foglie piumate, impedendo ai raggi del sole di penetrare fino a

terra. La ricchissima e svariata flora malese, aveva là tutti i suoi

campioni.

Si vedevano bellissimi alberi della canfora, coi tronchi così grossi

che cinque uomini non sarebbero riusciti ad abbracciarli, e che

esalavano un acuto profumo; degli splendidi _sunda-matune_ o alberi

tristi, così chiamati perchè i fiori di tali alberi, che esalano un

profumo squisito, non si aprono che di notte; dei pergolati di pepe,

piante sarmentose che si avviticchiano attorno agli alberi, che hanno

le foglie somiglianti a quelle dei nostri fagiuoli e i cui granelli

aromatici disposti a grappolini dapprima verdi, poi rossi e quindi

bruni quando sono giunti a perfetta maturanza; grandi _upas_, chiamati

anche _bohon-upas_, snelli, alti oltre trenta metri e coperti di

larghe foglie che formavano dei superbi ombrelli; noci moscate, piante

somiglianti ai nostri allori, alte dai sei ai sette metri, già cariche

di noci mature che esalavano acuti profumi; garofani coi rami già

irti di quei mazzolini aromatici che vengono poi posti in commercio,

quando sono ben seccati, col nome di chiodi di garofano; quindi,

confusamente mescolati, stretti e avviluppati da lunghissimi _rotang_

che formavano delle vere reti, si vedevano a centinaia alberi che

producono il belzoino, ragia odorifera che scola incidendo il tronco di

quella specie di abeti; alberi della cannella, alberi cotoniferi che

producono una specie di bambagia serica, tecche colossali dal legno

incorruttibile; alberi del ferro coi cui rami si fanno delle mazze

pesantissime che non si possono scheggiare tanto sono resistenti le

fibre di quel legno, ed una infinità d'alberi gommiferi preziosissimi.

Non mancavano però gli alberi da frutta. Di tratto in tratto, in mezzo

a quel caos di vegetali, i naufraghi scoprivano dei mangostani carichi

di quelle frutta deliziose che dànno una polpa bianca, delicata, divisa

in chicchi e che messa in bocca si fonde come un gelato; o dei manghi

chiamati dai Malesi _buâ-mamplan_ ma di qualità inferiore, essendo

per lo più impregnati d'un forte odore di resina; o dei _pombo_,

grossissimi e succolenti aranci, o dei _nefelium_ che producono delle

frutta racchiudenti una polpa bianca, semi-trasparente, succosa, dolce

ma un po' acidula.

I naufraghi non si lasciavano sfuggire quelle occasioni per fare ampia

raccolta delle frutta migliori. Di ciò s'incaricava lo Sciancatello il

quale si prestava colla miglior grazia del mondo, inerpicandosi sulle

cime più alte delle piante per cogliere le più grosse e le più mature.

Verso le dieci del mattino, dopo d'aver percorso almeno sei chilometri,

distanza ragguardevole se si pensa ai lunghi giri che erano costretti

a fare per trovare dei passaggi ed ai numerosi ostacoli, si trovarono

dinanzi ad una foresta di alberi forniti di foglie gigantesche,

d'aspetto maestoso. Nello scorgerli, il signor Albani non potè frenare

un grido di contentezza.

— Una foresta di banani! — esclamò. — Ci regaleremo una scorpacciata

di frutta deliziose, amici miei, e che potranno variare la nostra

provvista di pane.

— I banani? — chiese il marinaio.

— Sì, Enrico.

— Io non li ho mangiati che come frutta.

— Ed io ti dico che possono anche surrogare il pane e che servono a

fare dei piatti squisiti. Quando sono maturi, cioè quando l'amido è

completamente scomparso tramutandosi in materia zuccherina, non servono

che come frutta, ma quando le buccie sono ancora verdi, messi ad

arrostire sotto la cenere, possono surrogare il pane essendo ricchi di

fecola.

Allora le frutta si possono anche tagliarle, seccarle al sole e

conservarle per molto tempo.

Se poi sono più giovani, si possono mangiarle in salsa, oppure quando

sono vicine alla maturità, si possono fare delle fritture squisite.

Andiamo a fare raccolta, amici. —

Quel bosco era meraviglioso, essendo formato da migliaia di piante.

Fra i vegetali erbacei, nessuno rivaleggia coi banani per ricchezza di

foglie e per maestà.

Queste piante, nei climi caldi acquistano proporzioni gigantesche, e

non di rado le foglie raggiungono un'altezza di quattro o cinque metri

ed una larghezza di uno e anche più.

Molte di quelle piante già reggevano a stento dei grappoli enormi,

carichi di frutta allungate, un po' curve, racchiudenti una polpa

tenera e profumata. Ve n'erano di varie specie, ma il signor Albani

diede il sacco a quelle chiamate _pisang-mas_, che dànno frutta più

piccole, d'un bel colore giallo d'oro e che sono le migliori.

Accesero il fuoco all'ombra d'una pianta che aveva delle foglie

mostruose e fecero una appetitosa colazione con banani maturi o con

banani verdi cucinati sotto la cenere. Le scimmie e Sciancatello non

furono dimenticati e fecero una vera scorpacciata di quelle frutta.

Mancava l'acqua, quantunque quel terreno fosse umidiccio, ma il signor

Albani non tardò a scoprire, sul margine della foresta poco prima

attraversata, dei _nepentes_.

Queste piante sono le più bizzarre che immaginare si possa.

Appartengono alla specie degli arrampicanti e le loro foglie sono

arrotondate in forma di vasi, forniti d'una specie di coperchio che si

abbassa alla notte e si alza di giorno.

Durante la notte le piante assorbono l'umidità del suolo e la

raccolgono in quei vasi, i quali ne contengono di frequente perfino

mezzo litro. Non è però un'acqua limpida e fresca come generalmente si

crede, servendo quei recipienti di tomba a numerosissimi insetti, ma

basta per dissetare, essendo del resto buonissima.

Dopo un riposo di qualche ora, il drappelle si rimetteva in marcia

salendo i primi contrafforti della montagna, ma attraverso a foreste

sempre fitte e assai intricate.

Avevano già percorso un chilometro, quando lo Sciancatello si arrestò

bruscamente, emettendo dei sordi brontolii e dando segni d'una certa

agitazione.

— Ehi, Sciancatello, cosa succede? — chiese il marinaio. — Hai sentito

qualche tigre? —

Il _mias_ pareva che ascoltasse con profonda attenzione, come se

cercasse di raccogliere qualche rumore non ben distinto. Guardava le

cime degli alberi, poi osservava i cespugli ed il suo volto manifestava

ora stizza ed ora contentezza.

— Che sia impazzito? — chiese Piccolo Tonno.

— O che abbia una colica? — chiese invece il marinaio. — Ha divorato

troppi banani di certo.

— No, — disse Albani. — Ha sentito qualche cosa.

— Ma io non vedo nulla, nè odo nulla.

— Pretenderesti di aver l'udito acuto come quel figlio dei boschi,

Enrico? —

Ad un tratto l'_orang_ dilatò fino agli orecchi la sua immensa bocca e

gli uscì uno scoppio di risa fragoroso.

— Ehi, Sciancatello! — gridò il marinaio. — Che i banani t'abbiano

fatto l'effetto d'una solenne bevuta? Se ti sei ubbriacato, ti faremo

una doccia, figliuol mio. —

L'_orang_ non l'ascoltava più. Con un gesto imperioso aveva fatto

cenno alle due scimmie di seguirlo e si era diretto verso un albero

altissimo, coperto d'un fogliame folto assai e si era messo ad

osservarlo continuando a manifestare la sua gioia con scoppi di risa.

— Che lassù ci siano delle frutta ricercate dalle scimmie? — chiese il

marinaio.

— Io non vedo che foglie, — rispose il mozzo. — Ma.... non udite questo

ronzìo?...

— Sì, — disse il veneziano. — Oh!... Ora comprendo!... Non vedete lassù

quel nuvolo d'insetti?...

— Sì, sì! — confermarono i due marinai.

— Sono api selvatiche ed il nostro _orang_ si prepara a saccheggiare

l'alveare per mangiarsi il miele.

— Il goloso! — esclamò il marinaio. — Ma non gli permetterò di

mangiarselo tutto. Diavolo!... Voglio fare delle ciambelle io!...

— Zitto, — disse il veneziano.

— Cosa avete udito?

— Un grugnito.

— Dove?...

— Lassù, fra le foglie.

— Che lo Sciancatello trovi un competitore?

— Lo credo, Enrico, poichè mi pare quelle api siano molto spaventate.

— Forse un altro _mias_?...

— Non lo so.

— Brutto incontro, signor Albani.

— Abbiamo le freccie mortali.

— Sciancatello sale, — disse il mozzo. —

Infatti l'_orang_, dopo una breve esitazione, aveva cominciata

l'ascensione, ma procedeva con una certa diffidenza e portava con sè il

randello.

Di tratto in tratto si arrestava per ascoltare, alzava il viso come se

cercasse di discernere qualche animale che pareva si nascondesse fra il

fogliame, poi scuoteva la testa e riprendeva l'ascensione.

Giunto ai primi rami si rizzò, abbracciò il tronco dell'albero e

radunando le sue forze si mise a scrollarlo con furore, emettendo dei

sordi abbaiamenti ma che sembravano colpi di tosse: era il suo modo per

manifestare la sua collera.

In alto si udirono dei grugniti, poi si vide una massa nera scendere

lungo il tronco.

— Una bestia! — urlò il mozzo.

Lo Sciancatello, vedendosi a tiro quell'animale, gli appioppò una

legnata così tremenda, da strappargli un vero urlo, poi con un calcio

cercò di precipitarlo giù, ma l'altro, che stringeva forte il tronco,

teneva duro.

Lo si vide però poco dopo lasciarsi scivolare luogo l'albero con grande

rapidità, quindi piombare a terra in causa d'un'ultima e più furiosa

scossa dell'_orang_.

CAPITOLO XIV

Miele e patate dolci

Quell'animale che voleva defraudare lo Sciancatello del miele, era

grosso quanto un cane di Terrannova, ma più basso di zampe, col muso un

po' appuntito ed il pelame nero e lucidissimo.

Rassomigliava in tutto agli orsi neri, ma era però più allungato e

sembrava anche molto più agile.

Appena trovatosi a terra, non cercò di far fronte agli uomini, ma di

darsela a gambe nel bosco; il signor Albani però che sapeva con che

specie d'animale aveva da fare, con quattro colpi di randello lo fece

cadere al suolo, poi levatasi rapidamente una fune, gliela legò al

collo, dicendo:

— Adagio, mio caro; abbiamo un recinto nella nostra capanna e vi starai

benone. —

In quell'istante si udì l'_orang_ scrollare ancora furiosamente

l'albero ed emettere grida di rabbia, poi un colpo sordo che pareva una

tremenda bastonata.

Un altro animale, simile al primo, scendeva precipitosamente lungo

l'albero e venne a cadere quasi ai piedi del marinaio. Questi credette

bene d'imitare il veneziano; con due colpi di randello stordì il

disturbatore delle api, quindi lo legò solidamente, aiutato dal mozzo.

— Bravi, amici, — disse Albani. — Un maschio ed una femmina!... Faremo

razza e fra pochi mesi avremo anche noi della carne eccellente.

— Ma ci direte che bestie sono, signore, — disse il marinaio.

— Sono orsi.

— Terremoto! Orsi! — esclamò il marinaio, balzando indietro.

— Hai paura?

— Se sono orsi, ho motivo di spaventarmi.

— Sono inoffensivi, Enrico. Quelli del Borneo e di tutte le isole

Malesi, non sono feroci come gli altri. Come vedi, sono più piccoli

di tutte le altre specie e quantunque abbiano denti e artigli, non

se ne servono quasi mai e sfuggono l'uomo. Questa doppia cattura ci

sarà di molto vantaggio, poichè alleveremo degli orsacchiotti che ci

procureranno, di tratto in tratto, degli arrosti succolenti.

— Ed il miele? — chiese il mozzo. — Quel briccone di Sciancatello ce lo

divorerà tutto.

— Ah!... furfante! — urlò il marinaio. — Mangia le mie ciambelle. Ehi,

Sciancatello!... Scendi o ti romperò il mio randello sul groppone,

brutto ingordo! —

L'_orang_ pareva fosse diventato sordo. Lo si udiva a rompere i rami

e scuotere le foglie, mentre le api fuggivano a sciami, ronzando. Il

ghiottone stava senza dubbio saccheggiando l'alveare.

Il marinaio, furioso, temendo di non poter assaggiare il miele, nè di

fare le sue ciambelle, cercava di scuotere l'albero per costringere

l'_orang_ a scendere, ma invano.

Il veneziano ed il mozzo invece ridevano a crepapelle.

— Basta, goloso! — continuava a urlare il marinaio. — Scendi o ti mando

a raggiungere tua madre con una freccia che ti farà crepare. Scendi,

ladrone ingordo! —

Il _mias_ continuava a rimanere sordo a quella tempesta d'invettive

e di minaccie ed il marinaio s'arrabbiava maggiormente, credendolo

occupato a rimpinzarsi di miele.

— Addio, ciambelle, — diceva il mozzo, sempre ridendo. — Questa volta è

lo Sciancatello che si mangia il dolce.

— Terremoto di Genova! — tuonò il marinaio. — Gli darò tale lezione da

fargli vomitare tutto il miele!... Gli fracasserò le ossa!...

— Eccolo che scende, — disse Albani. — Pare che abbia terminato la

colazione. —

Infatti lo Sciancatello scendeva attraverso i rami e le foglie, ma

senza fretta. Pareva che fosse imbarazzato a portare qualche cosa,

perchè con una mano sosteneva un voluminoso pacco.

— Cosa rimorchia quel gaglioffo? — chiese il marinaio.

— Ci porterà la cera colla quale faremo delle buone candele, — disse il

Piccolo Tonno.

— Gliela farò mangiare dietro al miele!... Non m'importa un fico della

cera!... Scendi, canaglia, che t'accarezzerò le spalle!... —

Lo Sciancatello scendeva, ma sempre con gran precauzione e tenendo

stretto il pacco.

— Il furbo! — esclamò il mozzo. — E poi dicono che le scimmie sono meno

intelligenti degli uomini!...

— Perchè? — chiese Enrico.

— Non vedi che ha messo i favi dell'alveare nella tenda che portava a

bandoliera?...

— Ehi!... To'!... Una goccia!... Fulmini!... È miele! —

Il marinaio, che stava sotto l'albero, aveva ricevuto una grossa goccia

sul viso e si era accorto che era miele. La sua fronte si rasserenò.

— Che lo Sciancatello sia più onesto di quello che credevo? — mormorò.

Il _mias_, uscito dai rami, si lasciò scivolare lungo il tronco come

un vero ginnasta e giunto a terra aprì la tenda che trasudava miele da

tutte le parti.

Era piena di favi, ma non già spremuti del succo delizioso, bensì

ancora pieni. Il marinaio fece quattro salti attorno all'albero, poi

aprì le braccia e si strinse al petto il peloso scimmione, esclamando:

— Dammi un abbraccio, figliuol mio!... Tu sei il più onesto di tutte le

scimmie e di tutti gli _orang-outan_ della terra! —

Lo Sciancatello si meritava quell'elogio, poichè invece di aver

saccheggiato l'alveare per proprio conto, portava i favi intatti ai

suoi padroni.

Il marinaio non perdette tempo. Si rimboccò le maniche, si fece dare la

pentola e si mise a spremere la cera, facendo uscire larghi goccioloni

di miele profumato.

S'accorse ben presto che quel recipiente non bastava a contenere tutto

il succo, ma il signor Albani s'affrettò a trovare altri recipienti

formando dei coni impenetrabili colle larghe foglie d'un arecche.

Quando l'operazione fu terminata, calcolarono la loro provvista a

dodici chilogrammi, detraendo qualche chilogrammo regalato all'onesto

Sciancatello ed alle due scimmie.

— Quante ciambelle! — esclamò il marinaio. — Capperi!.. Ne mangeremo a

sazietà.

— Ma non hai pensato ad una cosa, Enrico, — disse Albani. — Come faremo

ad attraversare i boschi con questi recipienti?... La montagna è ancora

alta, amico mio.

— Fulmini!... Ma io non lascierò qui il mio miele, signore. Gli orsi o

le scimmie me lo mangerebbero.

— Lo credo, e poi non possiamo condurre con noi gli orsi.

— Lasciatemi qui e salite voi la montagna.

— Non avrai paura delle tigri?

— Ho la cerbottana e le freccie sono avvelenate.

— Ti lascieremo anche lo Sciancatello; è un buon compagno che sa

maneggiare solidamente il suo randello.

— Quando sarete di ritorno?...

— Temo che saremo costretti ad accamparci sulla cima della montagna.

Domani all'alba faremo ritorno.

— Sarete capaci di trovarmi?... Potete smarrirvi in questi boschi.

— Conosco il mezzo per dirigermi. Addio, Enrico.

— Buon viaggio, signore. Vi preparerò delle ciambelle intanto e

sentirete come saranno deliziose!... Me ne intendo, io! —

Si salutarono un'ultima volta ed il veneziano ed il mozzo si rimisero

in cammino lasciando al marinaio anche le due scimmie poichè, non

essendovi più il randello dell'_orang_, potevano approfittare per

fuggire.

Il signor Albani, pur camminando rapidamente, aveva la precauzione di

fare, di quando in quando, delle incisioni sui tronchi degli alberi,

ma sempre su quelli che si trovavano alla sua destra. In tal modo non

correva più il pericolo di non ritrovare, nel ritorno, la via percorsa.

Il terreno cominciava a salire, ma era sempre coperto da folti

cespugli, da grandi macchie d'alberi che avevano delle foglie smisurate

e interrotto di tratto in tratto da enormi massi di natura vulcanica

e da fenditure profonde che dovevano servire di letto ai torrenti,

durante la stagione piovosa.

Su quei pendii abbondavano le piante gommifere, per lo più _isonandra

gutta_ i cui tronchi, incisi, danno una materia attaccaticcia simile al

caucciù.

Il signor Albani però, che guardava attentamente tutti i vegetali,

scoprì alcuni alberi molto preziosi per loro, poichè potevano surrogare

il pane fatto col midollo delle _arenghe saccharifere_.

Erano dei _buâ kaluwi_, così chiamati dai Malesi, ma che i botanici

conoscono col nome di _artocarpus incisa_, alberi che producono delle

frutta grosse, prive di semi, contenenti una polpa giallastra che ha il

sapore di certe specie di zucche.

Più sopra ne scoprì altre appartenenti alla stessa specie, ma assai

più produttive. Erano i _buâ naglesa_ o _artocarpus integrifolia_

meglio conosciuti col nome di alberi del pane, piante grandissime che

producono le frutta più grosse di tutti i vegetali, rotonde, coperte

di scaglie puntive e così pesanti, che due uomini non sempre riescono a

portare un solo frutto.

— Se ne piomba una sul cranio, lo schiaccia come una nocciuola, — disse

il mozzo. — Non ho mai vedute frutte così grosse, signor Emilio.

— Ci faranno sudare a portarle alla capanna, Piccolo Tonno, — rispose

il veneziano.

— Contate di venire a raccoglierle?

— Certo.

— Sono adunque eccellenti?

— Hanno il sapore dei fondi del carciofo e quella polpa, cucinata sui

carboni, può supplire il pane.

— Ma non si conserverà.

— I polinesiani la conservano, pigiandola entro buche scavate nel

terreno, ma prende un sapore acidulo non però sgradevole a chi riesce

ad abituarsi.

— Ma ci vorrebbero dei facchini, per portare fino alla spiaggia tutte

quelle frutta.

— Se non avremo dei facchini, avremo degli animali ed un carretto,

spero.

— Un carretto?...

— E perchè no?...

— Ma chi lo tirerà?... Le scimmie forse?...

— Chi?... Ho notato parecchie orme di babirussa e se riesco a prenderne

due, vedrai che ti farò andare in carro, mio Piccolo Tonno.

— Ma voi volete procurarci mille comodi, signore.

— È la mia idea. Orsù, continuiamo la marcia o giungeremo tardi sulla

vetta. La montagna è ancora alta assai. —

Ripresero l'ascensione attraverso a quelle selve che diventavano sempre

più difficili e più intricate, recidendo gli smisurati _rotangs_ che

formavano talvolta delle reti impenetrabili e fugando grandi bande di

volatili e specialmente di _podargus_, bruttissimi falchi colla testa

grossa, il becco corto e largo come una bocca, la testa coperta di

pochi ciuffi di peli e le penne del corpo bigie a screziature nere.

Anche qualche aquila audace, uccellacci grossi come tacchini, armate di

robusti artigli, colle larghe ali nere ed il dorso rossastro variegato

di nero, volava via emettendo acute grida.

A mezza costa s'imbatterono in numerosi drappelli di scimmie, occupati

a saccheggiare gli alberi fruttiferi. Ve n'erano di varie specie, ma

erano talmente selvatiche, che fuggivano rapidamente appena scorgevano

i due naufraghi, celandosi nei più fitti nascondigli della foresta.

Si scorgevano bande di _ducs_, scimmie colla coda lunga, la faccia

piatta, i piedi neri e le orecchie invece color carne viva; delle

_lawados_ dalla faccia priva di pelo, color rosso fino a metà, colla

testa coperta da una specie di parrucca fatta di peli grigiastri e

molto folti; delle scimmie dal naso lungo e grosso e parecchie altre

che il veneziano non poteva ben distinguere perchè fuggivano troppo

rapidamente.

Alle quattro, mentre stavano per riposarsi all'ombra d'un arecche, il

signor Albani additò al compagno una pianta poco alta, munita di larghe

foglie d'un bel verde, dicendo con voce allegra:

— Ecco una scoperta preziosa. Finalmente avremo una piantagione!...

— È una pianta di tabacco, forse? — chiese il mozzo. — Quale fortuna

per Enrico, che non sogna che pipe e sigari!...

— Non è tabacco, ma qualche cosa di meglio: scava! —

Piccolo Tonno estrasse il coltello e si mise a scavare la terra attorno

alla pianta, con infinite precauzioni. Poco dopo metteva allo scoperto

un tubero assai grosso, pesante un buon chilogrammo e che rassomigliava

ad un pomo di terra.

— Cos'è questo? — chiese egli, sorpreso.

— Un _ubis_, — rispose Albani.

— Non vi comprendo.

— Una patata dolce.

— Lave del Vesuvio!... Una patata!...

— E delle migliori, ragazzo mio.

— La metteremo a cucinare sotto la cenere.

— Niente affatto, goloso. La conserveremo, dissoderemo un pezzo di

terra e fra tre o quattro mesi faremo la nostra raccolta.

— Sperate di trovarne altre?...

— Ne sono certo, Piccolo Tonno. Avanti, e giriamo intorno gli

sguardi. —

Il mozzo si mise nella borsa il prezioso tubero e ripresero le mosse

guardando a destra ed a manca.

Tre ore dopo giungevano sulla vetta della montagna, carichi di altri

sette _ubis_ che avevano scoperto sotto la boscaglia.

CAPITOLO XV

Un terribile quarto d'ora

Appena si trovarono sulla più alta roccia di quella vetta, la quale

s'innalzava isolata in mezzo a quelle folte foreste, girarono con viva

curiosità gli sguardi all'intorno, certi di poter finalmente scorgere i

contorni della loro possessione.

Le loro previsioni erano esatte: quella terra che gli ospitava non era

un continente ma bensì un'isola, poichè dall'alto di quella montagna

potevano scorgere tutto all'intorno il mare, il quale scintillava sotto

gli ultimi raggi del sole prossimo al tramonto.

Quell'isola pareva che avesse una estensione ragguardevole, poichè

si prolungava per un grande tratto verso il sud. La sua forma

rassomigliava vagamente ad un immenso cucchiaio, allargandosi verso

il nord e restringendosi verso il sud, ma con frastagliamenti più o

meno pronunciati, con piccole baie e con alcuni isolotti microscopici

disseminati qua e là e con lunghe file di scogliere.

I Robinson italiani · 第 6 / 18 段