si diverte a fare della ginnastica sotto di noi!... Quel signore è
allegro, a quanto sembra. —
Quell'essere singolare, che invece di dormire si divertiva a fare dei
capitomboli, delle orizzontali e delle verticali, con una sveltezza da
muovere ad invidia un maestro di ginnastica, pareva che si occupasse,
almeno pel momento, di sapere cos'era quella costruzione sospesa fra
cielo e terra. Balzava da un bambù all'altro, eseguiva de' volteggi
meravigliosi e pareva che manifestasse la sua soddisfazione con certi
grugniti e con certi soffi potenti, che producevano delle apprensioni
nell'animo del mozzo.
— Lave del Vesuvio! — esclamava questi. — Ma che voce ha quell'uomo?...
Si direbbe che ha in gola una canna d'organo od un contrabbasso! —
S'alzò per andare a svegliare i compagni, ma uno scrollo più violento
degli altri, lo fece stramazzare sulla piattaforma.
— Corpo d'un pappafico! — esclamò. — Crolla la capanna.
Quasi nell'istesso istante si udì il marinaio a gridare.
— In piedi! Il terremoto! —
Si slanciò sulla piccola piattaforma seguito dal signor Albani, il
quale non credendo affatto al terremoto, s'era invece armato d'una
cerbottana e di alcune frecce tinte nel succo dell'_upas_.
— Cosa succede, Piccolo Tonno? — chiese Enrico, scorgendo il mozzo. — È
il terremoto?...
— Sì, ma un terremoto a quattro gambe che fa una ginnastica
indiavolata, — rispose il mozzo.
— Cosa vuoi dire? — chiese Albani.
— Che vi è abbasso un certo uomo che si diverte a scrollare la nostra
capanna.
— Un uomo!... — esclamarono il marinaio ed il veneziano.
— Potete vederlo: è sotto di noi. —
S'appressarono entrambi all'orlo della piattaforma, ma subito
retrocessero vivamente. Il misterioso personaggio, udendo senza dubbio
quelle voci, si era arrampicato fino alla piattaforma, sporgendo
innanzi la testa. Altro che uomo!... Quella testa, se rassomigliava a
quelle umane, era ben brutta!... Era una testaccia enorme coperta di
folti peli rossicci, colla faccia larga, gli zigomi assai sporgenti,
coperta da rughe profonde e con una bocca così larga che gli andava da
un orecchio all'altro, armata d'una doppia fila di denti bianchissimi e
acuti come quelli delle tigri.
L'espressione di quel volto era così feroce, da agghiacciare il sangue.
— Tuoni di Genova! — esclamò il marinaio — che uomo è questo!...
— Indietro! — gridò Albani, con voce alterata. — Il _mias pappan_ è
peggiore delle tigri. —
Il marinaio ed il mozzo quantunque ignorassero cosa fosse un _mias
pappan_, furono lesti a girare sui talloni.
Il mostro guardò i tre naufraghi con due occhi che mandavano sinistri
bagliori, fece udire un rauco brontolìo, poi scomparve, ma impresse ai
bambù un tale urto che parve che l'intera capanna si disarticolasse.
— Fulmini! — urlò il marinaio, precipitandosi verso la scure.
— Un altro urto come questo e ci romperemo le gambe! — gridò il
mozzo. —
Il signor Albani, che pareva in preda ad una viva agitazione, aveva
cacciata rapidamente una freccia nella cerbottana e si era steso
presso l'orlo della piattaforma. Sembrava che aspettasse che il mostro
formidabile apparisse, per lanciargli la freccia mortale.
Il _mias_ però pareva che non avesse fretta di lasciare i bambù di
sostegno e lo si udiva a brontolare ed a soffiare proprio sotto la
piattaforma. Pareva che fosse occupato a fare qualche cosa, forse a
slegare i sostegni, poichè la capanna continuava a subire delle scosse
fortissime.
— Signore! — esclamò il marinaio, volgendosi verso Albani, il quale
cercava di puntare la cerbottana. — Se queste scosse continuano, la
nostra capanna farà un tremendo capitombolo.
— Lo so, ma non riesco a scorgere quel dannato _orang-outan_ — rispose
il veneziano.
— Si tratta d'una scimmia, adunque?
— Sì, ma delle più formidabili e che può tenere testa a dieci uomini
armati di fucile.
— Fulmini!...
— Zitto! —
In mezzo ai cespugli che crescevano presso il recinto, si era udito un
grido, una specie di grido lamentevole che aveva qualche cosa d'umano.
— Chi è che si lamenta? — chiese il marinaio, stupito.
— Pare che succeda qualche cosa fra i cespugli, — disse Albani.
— Il mostro! — esclamò Piccolo Tonno. — Eccolo là, guardatelo! —
Infatti l'_orang-outan_, con un balzo immenso si era lanciato sui bambù
esterni, e discendeva con rapidità fulminea.
Quello scimmione faceva paura. Era alto quanto un uomo di media
statura; il suo petto ampio, tozzo, muscoloso, eccessivamente grosso
era coperto d'un lungo pelame rossiccio; le sue spalle larghe, potenti,
con un'ossatura enorme, dimostravano che quell'essere doveva possedere
una vigorìa straordinaria, incalcolabile; le sue braccia lunghe un
metro e più, nodose come tronchi d'albero, irte di muscoli, terminavano
in certe manaccie armate d'unghie robuste e leggermente arcuate e le
sue gambe massiccie, enormi, finivano invece con piedi di dimensioni
esagerate, pure armati d'unghie ricurve.
Questi scimmioni che i malesi ed i dayachi chiamano _mias pappan_ o
_miass kassà_, vivono nascosti nelle più fitte foreste del Borneo e
delle isole vicine, tenendosi per lo più sugli alberi.
Dotati d'un vigore tremendo e d'una agilità meravigliosa, salgono con
rapidità fulminea sugli alberi più alti, per provvedersi di frutta,
e sono capaci di attraversare una foresta intera senza mai scendere a
terra.
Non si trovano però a disagio a terra e corrono facilmente, non
mantenendosi diritti però, poichè si servono delle mani e dei piedi.
Il loro galoppo è però uno dei più stravaganti e ridicoli muovendo
simultaneamente il braccio e la gamba destra e viceversa, sicchè pare
che corrano obliquamente.
Conscii della loro forza, affrontano coraggiosamente le più formidabili
fiere delle foreste: non temono nè gli uomini, nè i coccodrilli, nè
i serpenti, nè le tigri e quando sono assaliti sono d'una ferocia
spaventevole.
Lasciati tranquilli però, non assalgono nessuno e se incontrano
degli uomini si limitano a guardarli con curiosità, poi proseguono
tranquillamente la loro via.
Il _mias_ che era salito sui bambù della capanna, attratto senza dubbio
da una irresistibile curiosità, doveva avere dei gravi motivi per
scendere così precipitosamente e così la pensava il veneziano, poichè
invece di inviargli la freccia mortale, aveva rialzata la cerbottana,
curioso di sapere cosa stava per accadere.
Giunto a terra, il _mias pappan_ attraversò con un solo balzo il
recinto e si precipitò verso i cespugli emettendo una specie di latrato
furioso.
Ad un tratto un oggetto lungo lungo e grosso gli piombò addosso e lo
avvolse da capo a piedi.
— Un boa!... — esclamò il veneziano.
— Un serpente? — chiesero il marinaio ed il mozzo.
— Sì, amici: è un avversario degno del _mias_. —
Il veneziano non s'ingannava. I boa constrictor sono avversari capaci
di tener testa alle tigri e anche agli _orang-outan_, poichè posseggono
tale forza, da stritolare fra le loro spire perfino un bue.
Sono i più lunghi ed i più grossi di tutti, poichè sovente arrivano ai
nove e perfino ai dieci metri e hanno una circonferenza che eguaglia le
coscie d'un uomo. Non sono però velenosi, ma sono forse più pericolosi
degli altri, poichè quando riescono ad afferrare una preda non la
lasciano più. Si accontentano però anche di prede piccole, di topi,
di rane, di lucertole, di scimmie, ma, se riescono, non lasciano
sfuggire nè le tigri, nè i babirussa, nè i tapiri, nè i mias quantunque
soccombano di frequente nella lotta con questi ultimi.
L'_orang-outan_, sentendosi imprigionare di colpo dal boa e vedendo
sopra di sè la testa del rettile i cui occhi dardeggiavano su di lui
sguardi d'ardente cupidigia, aveva lanciato un grido rauco, furioso.
Essendogli rimasto un braccio libero, afferrò il rettile sotto la testa
e lo torse come fosse una pagliuzza, ma le spire non si sciolsero, anzi
strinsero con maggior vigore, facendo scricchiolare la potente ossatura
dell'uomo dei boschi.
Quella stretta doveva essere stata tremenda, poichè si vide lo
scimmione dilatare spaventosamente la bocca come se l'aria fosse per
mancargli, ed i suoi occhi, che mandavano sinistri bagliori, quasi
uscire dalle orbite.
La sua robusta mano afferrò la testa del rettile e la schiacciò come
fosse una nocciuola, poi coi piedi armati di quelle unghie robuste
che con un solo colpo sventrano un uomo, si mise a lacerargli la coda,
facendola a brani.
Il serpente sibilava di rabbia, perdeva sangue dalle due estremità,
ma ancora non si decideva ad abbandonare l'avversario, e pareva che
approfittasse dell'ultime convulsioni dell'agonia per raddoppiare la
stretta irresistibile.
Ad un tratto si sentì come uno scricchiolìo d'ossa infrante, e rettile
e _mias_ caddero entrambi a terra, ancora strettamente avvinti.
— Morti? — chiesero il marinaio ed il mozzo, che avevano seguito, con
viva ansietà, le fasi di quella tremenda lotta.
— Mi pare di udire ancora la respirazione del _mias_, — rispose il
veneziano. — Sarà cosa prudente lanciargli una freccia, prima di
scendere. —
Alzò la cerbottana e soffiò dentro con forza. Il dardo silenzioso partì
rapido e andò a conficcarsi nel petto dell'uomo dei boschi.
Si udì un sordo grugnito, ma poco dopo la respirazione della scimmia
gigante cessava.
— Ora possiamo discendere, — disse Albani.
— No, signore! — esclamò il mozzo.
— Perchè?... Sono morti entrambi.
— Guardate, là, presso i cespugli. —
Il veneziano ed il marinaio guardarono nella direzione indicata e
videro uscire dai cespugli una scimmia che aveva già una statura
superiore ad un metro e di complessione robusta. S'avanzava titubando
verso il gruppo formato dal _mias_ e dal boa, emettendo dei gemiti che
avevano qualche cosa d'umano.
— È il figlio dell'_orang-outan_ — disse Albani.
— Era adunque una femmina, — disse il marinaio. — Povero piccino!...
Potrà vivere solo?
— È già sviluppato, — rispose Albani.
— Lo lascieremo andare?...
— Penso che potrebbe esserci utile, Enrico.
— Quello scimmiotto!...
— Faremo di lui un valente e robusto servitore.
— Ma quando diverrà grande ci accopperà, signore.
— I dayachi ne adottano sovente e mai hanno avuto da lagnarsi. In
schiavitù pare che perdano i loro istinti feroci. Quel _mias_, col suo
vigore straordinario, ci potrà rendere dei grandi servigi.
— Allora andiamo a prenderlo.
— Io avrò cura di lui, signore, — disse il Piccolo Tonno. — Mi
piacciono assai le scimmie. —
Si lasciarono scivolare dai bambù che servivano a loro come di scala e
s'avvicinarono al giovane _mias_, il quale continuava a girare attorno
alla estinta madre emettendo acuti gemiti.
Il marinaio l'afferrò per le braccia e cercò di trascinarlo nel
recinto, ma ricevette una spinta così poderosa, che cadde colle gambe
in aria.
— Terremoto! Che vigore! — esclamò.
— Prendiamolo colle buone, — disse Albani.
Si mise ad accarezzarlo e gli offrì delle frutta. Il piccolo _mias_,
dapprima si mostrava diffidente, ma finì coll'accettare e divorare con
ingordigia la deliziosa polpa dei _durion_.
A poco a poco, offrendogli sempre nuove frutta, fu attirato nel recinto
ed il marinaio lo legò con una robusta gomena senza ricevere altre
spinte.
— Si abituerà presto, — disse Albani. — Fra due settimane ci seguirà
come un cagnolino e fra un mese avremo un ottimo servitore ed un abile
provveditore di frutta. Lasciamolo ora tranquillo e riprendiamo il
nostro sonno. —
CAPITOLO XII
Le scimmie alla pesca dei granchi
Dieci giorni erano trascorsi dalla cattura del piccolo _mias_, ma
i Robinson, quantunque non avessero ancora abbandonata la costa per
tentare una esplorazione nell'interno o nei grandi boschi del sud,
entro i quali potevano trovare molte preziose risorse, non erano
rimasti inoperosi.
Si erano fabbricati molti oggetti indispensabili: una tavola, delle
scranne, dei recipienti, adoperando i grossi fusti dei bambù giganti,
delle comode amache, adoperando dei pezzi di vele, un condotto d'acqua
che partiva dalla sorgente scoperta in mezzo al bosco e che metteva
capo nel recinto.
Avevano inoltre dissodato un tratto di terra servendosi delle zappe
fabbricate colle aste di ferro dei pennoni, sperando di trovare in
qualche angolo dell'isola delle sementi utili, ed avevano scavate delle
trappole, ma senza successo, poichè pareva che la grossa selvaggina
avesse abbandonata quella costa.
Erano però riusciti a prendere alcuni volatili che avevano rinchiusi
in una specie di uccelliera, costruita con molta pazienza dal marinaio,
adoperando fibre di _rotang_ e giovani bambù.
Per impadronirsi di quegli uccelli, avevano dovuto procurarsi una
specie di vischio assai tenace, ricavato dalla _giunta wan_ (Erceola
elastica), pianta arrampicante appartenente alla famiglia delle
apocinee, che fornisce una specie di gomma adoperata dai malesi appunto
per prendere i volatili.
Con quel vischio erano riusciti a procurarsi parecchie coppie di
_buceros rhinoceros_, chiamati comunemente tucani o calaos-rinoceronti,
grossi e stravaganti uccelli dalle penne nere sopra, e bianche sotto,
coda lunga trenta e più centimetri e becco enorme, lungo quanto
l'intero corpo del volatile, di colore giallo-rossiccio e sormontato da
una protuberanza ossea in forma d'una grossa virgola.
Avevano pure preso degli arghi giganti, uccelli superbi, più grandi dei
pavoni, che pare portino un vero mantello di piume nere a striature
biancastre ed a macchie rosso-brune, e che hanno delle code lunghe
oltre mezzo metro, terminanti in due penne leggermente curve, ed alcune
coppie di colombe _magnifiche_, chiamate così poichè sono le più belle
e le più graziose di tutte. Sono grosse come i piccioni di Spagna, ma
hanno le penne del petto d'una tinta azzurra con riflessi ramigni e
quelle del dorso verdi-cupe con riflessi d'oro.
Questi uccelli si erano presto abituati e non fuggivano più quando
vedevano avvicinarsi il mozzo, il quale recava a loro grande numero di
semi e anche dei vermi di terra e delle briciole di pane.
Un mattino però, anche il recinto cominciò a popolarsi. Il marinaio
aveva osservato che delle scimmie si recavano di frequente verso la
spiaggia, poco prima dello spuntare dell'alba, ma non era mai riuscito
ad avvicinarle, nè a sapere cosa andassero a fare in riva al mare.
Spinto dalla curiosità, decise di mettersi in agguato presso alcune
scogliere, in compagnia del mozzo. Messisi d'accordo, un mattino
s'alzarono prima ancora che gli astri cominciassero a impallidire,
lasciando che il signor Albani dormisse saporitamente nella sua amaca.
Scesero la sponda in vicinanza della piccola baia e si nascosero dietro
ad alcune scogliere, per attendere l'arrivo dei quadrumani.
— Vediamo cosa vengono a fare, — disse il marinaio al mozzo.
— Che vengano a prendere un bagno? — chiese Piccolo Tonno.
— Io non ho mai veduto una scimmia in acqua e credo anzi che la temano
come i gatti.
— Allora verranno a fare la cura dell'acqua marina. Tu sai che è un
ottimo purgante.
— Sì, burlone.
— O che abbiano qualche canotto e che si rechino a diporto sul mare?
— No, andranno a pescare, — disse il marinaio, ridendo.
— Non mi stupirei, Enrico. Hanno la manìa d'imitare ciò che fanno gli
uomini.
— Taci! Eccole!
— Di già?
— Sta per spuntare l'alba. —
Le scimmie infatti giungevano. Erano dieci o dodici, alte dai quaranta
ai cinquanta centimetri, col pelame oscuro e rassomigliavano ai
semnopitechi.
S'avanzavano in fila indiana, con una gravità ridicola, ed in silenzio.
Scesero la sponda, si schierarono sugli scogli e si misero ad esaminare
l'acqua con grande attenzione.
I due marinai, in preda alla più viva curiosità, non perdevano di vista
alcun movimento.
Ad un tratto le videro volgere il dorso al mare e immergere in acqua le
loro lunghe code pelose, facendole leggiermente ondeggiare.
— Te lo dicevo io che venivano a prendere un bagno, — mormorò Piccolo
Tonno.
— Alle loro code! — esclamò Enrico, crollando il capo. — Io credo che
abbiano un altro scopo. Oh!... Questa è strana!... Hai mai veduto delle
scimmie a pescare? —
Un quadrumane, dopo d'aver fatto una brutta smorfia come se avesse
provato un acuto dolore, aveva ritirato prontamente la coda,
imprimendole un rapido movimento innanzi ed indietro. Qualche cosa che
si era attaccato a quell'appendice balzò in aria, e cadde contro una
vicina roccia con sordo rumore.
— Corna di cervo! — esclamò il marinaio, stupito. — Pescano i
granchi!... —
Era proprio vero: quella banda di scimmie pescava i granchi di mare,
usando d'un sistema curiosissimo, ma anche doloroso.
Trovandosi quei crostacei entro i crepacci subacquei delle rocce,
i furbi quadrumani andavano a stuzzicarli colle code e quando li
sentivano a stringere, con una mossa fulminea gli strappavano dal loro
elemento e con moto rotatorio gli scagliavano contro i sassi della
riva, rompendo i loro gusci.
Ciò fatto traevano colle adunche dita la carne saporita, che divoravano
con grande avidità.
— Non ho mai veduto nulla di simile, — diceva il marinaio, sempre più
stupito.
— To'!... Se noi le imitassimo! — esclamò il mozzo.
— E quale coda immergeresti?
— Le mani.
[Illustrazione: Le scimmie alla pesca dei granchi. (Pag. 77).]
— Per farcele rovinare?... Credi tu che quelle scimmie non provino
dolore? Guarda che brutte smorfie che fanno, quando si sentono
tenagliare la coda. Ma.... to'!... Pare che la pesca vada male! —
Due scimmie che avevano immersa la loro coda, urlavano disperatamente,
ma senza essere più capaci di ritirare la loro appendice. Invano
puntavano colle mani e coi piedi e facevano sforzi furiosi: i granchi
pareva che non volessero lasciare l'acqua e uscire dai buchi.
Le loro compagne stavano per precipitarsi in loro soccorso, quando il
marinaio balzò fuori dal nascondiglio, gridando:
— Addosso, Piccolo Tonno! —
La banda fuggi rapidamente, ma le due prigioniere, non ostante i loro
strappi, rimasero sulla spiaggia.
I due marinai furono lesti ad afferrarle e con due vigorose strappate
liberarono le code, traendo a galla due granchi grossi come un
cappello, i quali non lasciarono la preda se non dopo che furono
uccisi.
— Venite con noi, carine, — disse Enrico. — Vi condurremo a tenere
compagnia al _mias_. —
Presero per le braccia le due prigioniere e malgrado le loro proteste
ed i loro morsi, le trassero nel recinto.
— Altri servi? — chiese il veneziano, che stava scendendo dalla
capanna. — A quanto pare volete farvi servire per bene.
— No, signore, — disse il marinaio, ridendo. — Conduciamo due pescatori
che ci procureranno dei deliziosi granchi. Avete mai veduto delle
scimmie a pescare?...
— I granchi?...
— Sì.
— Ne ho vedute parecchie, specialmente a Giava.
— To'!... Ed io credevo di raccontarvi una novità strabiliante.
— È una novità molto vecchia per me, Enrico, — disse Albani. —
Sciancatello! —
Colui che si chiamava con quel nome, era il _mias_. L'aveva così
appellato Piccolo Tonno, perchè lo scimmione era un po' sciancato,
forse in causa di qualche capitombolo dalla cima di qualche altissimo
albero.
Il giovane _mias_, che ormai si era affezionato ai suoi padroni,
quantunque fosse sempre di umore triste, malinconico, come tutti quelli
della sua specie, e che ormai passeggiava liberamente pel recinto senza
mai allontanarsi, udendo la voce del veneziano abbandonò il casotto
che gli era stato costruito e andò a guardare con curiosità le nuove
venute.
Queste però vedendoselo dinanzi, dapprima manifestarono una viva
apprensione, poi sentendosi libere cercarono d'arrampicarsi su pel
recinto per salvarsi nei vicini boschi, ma Sciancatello, da bravo
guardiano, fu lesto ad afferrarle per la coda ed a tirarle giù,
annunciando la sua imminente collera con dei sordi grugniti; poi, per
far loro capire che gli dovevano obbedienza, somministrò a ciascuna un
calcio così magistrale, da farle piroettare due volte in aria.
— Bravo Sciancatello!... — gridarono i due marinai, schiattando dalle
risa.
— Con tale maestro diventeranno docili ben presto, — disse il veneziano.
— Lo credete, signore? — chiese il marinaio.
— Ne sono certo e conto molto sulla loro docilità, per intraprendere la
progettata spedizione sulla cima di quel monte.
— Per lasciarle qui in compagnia dello Sciancatello?
— Al contrario, Enrico; intendo di condurle con noi e di affidare a
loro una parte del nostro bagaglio. —
I due marinai scoppiarono in una omerica risata.
— Te lo dico sul serio, — disse Albani. — Le nostre scimmie ci
seguiranno come portatori.
— Allora insegnerò loro a fare cucina, signore, — disse il mozzo.
— Per mangiare più peli di coda che zuppa! — esclamò il marinaio. —
No, non voglio simili aiutanti. Piuttosto insegnerò loro a raccogliere
legna secca pel fuoco.
— Ed a recarsi alla fontana a prendere acqua.
— Sia pure, Piccolo Tonno. Ah, che bei servi!... Signor Albani, vi
assicuro che non speravo di poter avere anche dei servi oltre il
pane e tante cose utili da voi procurateci, quando sono sbarcato su
quest'isola.
— Ti accontenti facilmente.
— Vi pare che io possa lagnarmi?...
— No, ma io intendo procurarti di più. Quando avremo visitati i boschi,
spero di ritornare con molte cose che ancora ci mancano. Voglio che
qui regni l'abbondanza e che più nulla manchi a noi, che siamo abituati
alla vita civile.
— Ma cosa volete ricavare ancora dalle piante?...
— Molte cose ancora.
— Mi mettete in curiosità. Quando faremo questa escursione?...
— Fra un paio di giorni. Mi preme di conoscere quest'isola che
non sappiamo ancora se sia vasta o piccola, abitata o disabitata.
Quest'oggi cominceremo a fare i nostri preparativi.
— Ma nulla ci manca, signore. Abbiamo pane, possiamo portare con noi
alcuni uccelli, l'acqua è a nostra disposizione, e possediamo perfino
dei liquori. Cosa volete di più?
— Avere una tenda.
— Abbiamo ancora delle vele.
— È vero, ma ci occorrono delle bisaccie per porvi le nostre provviste.
— Le vele ce le daranno.
— Ma come cucirete la tela?
— Diavolo!... È sempre la solita istoria: manchiamo di tutto. Ma dove
troveremo noi gli aghi?... Non possiamo già fabbricarli.
— E allora bisogna cercarli.
— Ma dove?...
— Ce li procureranno i pesci colle loro spine. I popoli nordici, gli
Esquimesi, i Samoiedi, i Ciuki ecc., come t'ho già detto, cuciono
le loro vesti servendosi appunto di spine di pesci e noi faremo
altrettanto.
— Ma bisogna pescarli questi pesci e non possediamo ami.
— Fortunatamente ce li daranno le piante.
— E quali? — chiese il marinaio stupito.
— Ancora i bambù. Quelli chiamati _hauer-tgiutgiuk_ o di Blume, hanno
le spine ricurve le quali possono servire di ami.
— Andiamo a cercarle, signore, e poi andremo a pescare. Sono impaziente
di mettermi in viaggio per conoscere un po' la terra che ci ospita.
— Andiamo, Enrico; sono anch'io curioso di conoscere il dominio dei
Robinson Italiani. —
CAPITOLO XIII
Attraverso i boschi
Il 18 settembre, cioè venticinque giorni dopo il loro approdo
su quell'isola, i naufraghi si mettevano in marcia per fare una
esplorazione del loro dominio, se non totale, almeno parziale.
Non conoscendo ancora l'estensione di quella terra, avevano deciso
di guadagnare la vetta dell'alta montagna, certi di poter di là
abbracciare tutte le coste e di formarsi un'idea più o meno esatta
della possessione.
Si erano provveduti di una trentina di chilogrammi di pane rinchiusi
in solidi sacchi di tela, accuratamente cuciti essendosi già procurati
gli aghi desiderati colle spine di alcuni grossi pesci, delle armi con
frecce avvelenate e senza veleno per abbattere se non della grossa
selvaggina almeno degli uccelli, di alcuni litri di _tuwak_, forte
ed eccellente liquore ricavato dal succo fermentato dell'_arenga
saccharifera_, di sale ed anche di carne avendo torto il collo ai loro
più grossi uccelli.
Le due scimmie li seguivano portando nei loro sacchi la pentola, alcuni
tondi, le forchette, e lo Sciancatello, già robusto, portava la tenda e
una parte di pane.
Le due scimmie dapprima si erano mostrate ricalcitranti a portare
la loro parte di bagaglio, ma l'_orang-outan_, che si era armato
d'un randello, le aveva ben presto domate e marciavano sotto la sua
sorveglianza, pronto a battere sulle loro spalle un pezzo musicale da
far strappare urla di dolore.