— To'! — esclamò, più meravigliato che atterrito. — Un selvaggio che

si diverte a fare della ginnastica sotto di noi!... Quel signore è

allegro, a quanto sembra. —

Quell'essere singolare, che invece di dormire si divertiva a fare dei

capitomboli, delle orizzontali e delle verticali, con una sveltezza da

muovere ad invidia un maestro di ginnastica, pareva che si occupasse,

almeno pel momento, di sapere cos'era quella costruzione sospesa fra

cielo e terra. Balzava da un bambù all'altro, eseguiva de' volteggi

meravigliosi e pareva che manifestasse la sua soddisfazione con certi

grugniti e con certi soffi potenti, che producevano delle apprensioni

nell'animo del mozzo.

— Lave del Vesuvio! — esclamava questi. — Ma che voce ha quell'uomo?...

Si direbbe che ha in gola una canna d'organo od un contrabbasso! —

S'alzò per andare a svegliare i compagni, ma uno scrollo più violento

degli altri, lo fece stramazzare sulla piattaforma.

— Corpo d'un pappafico! — esclamò. — Crolla la capanna.

Quasi nell'istesso istante si udì il marinaio a gridare.

— In piedi! Il terremoto! —

Si slanciò sulla piccola piattaforma seguito dal signor Albani, il

quale non credendo affatto al terremoto, s'era invece armato d'una

cerbottana e di alcune frecce tinte nel succo dell'_upas_.

— Cosa succede, Piccolo Tonno? — chiese Enrico, scorgendo il mozzo. — È

il terremoto?...

— Sì, ma un terremoto a quattro gambe che fa una ginnastica

indiavolata, — rispose il mozzo.

— Cosa vuoi dire? — chiese Albani.

— Che vi è abbasso un certo uomo che si diverte a scrollare la nostra

capanna.

— Un uomo!... — esclamarono il marinaio ed il veneziano.

— Potete vederlo: è sotto di noi. —

S'appressarono entrambi all'orlo della piattaforma, ma subito

retrocessero vivamente. Il misterioso personaggio, udendo senza dubbio

quelle voci, si era arrampicato fino alla piattaforma, sporgendo

innanzi la testa. Altro che uomo!... Quella testa, se rassomigliava a

quelle umane, era ben brutta!... Era una testaccia enorme coperta di

folti peli rossicci, colla faccia larga, gli zigomi assai sporgenti,

coperta da rughe profonde e con una bocca così larga che gli andava da

un orecchio all'altro, armata d'una doppia fila di denti bianchissimi e

acuti come quelli delle tigri.

L'espressione di quel volto era così feroce, da agghiacciare il sangue.

— Tuoni di Genova! — esclamò il marinaio — che uomo è questo!...

— Indietro! — gridò Albani, con voce alterata. — Il _mias pappan_ è

peggiore delle tigri. —

Il marinaio ed il mozzo quantunque ignorassero cosa fosse un _mias

pappan_, furono lesti a girare sui talloni.

Il mostro guardò i tre naufraghi con due occhi che mandavano sinistri

bagliori, fece udire un rauco brontolìo, poi scomparve, ma impresse ai

bambù un tale urto che parve che l'intera capanna si disarticolasse.

— Fulmini! — urlò il marinaio, precipitandosi verso la scure.

— Un altro urto come questo e ci romperemo le gambe! — gridò il

mozzo. —

Il signor Albani, che pareva in preda ad una viva agitazione, aveva

cacciata rapidamente una freccia nella cerbottana e si era steso

presso l'orlo della piattaforma. Sembrava che aspettasse che il mostro

formidabile apparisse, per lanciargli la freccia mortale.

Il _mias_ però pareva che non avesse fretta di lasciare i bambù di

sostegno e lo si udiva a brontolare ed a soffiare proprio sotto la

piattaforma. Pareva che fosse occupato a fare qualche cosa, forse a

slegare i sostegni, poichè la capanna continuava a subire delle scosse

fortissime.

— Signore! — esclamò il marinaio, volgendosi verso Albani, il quale

cercava di puntare la cerbottana. — Se queste scosse continuano, la

nostra capanna farà un tremendo capitombolo.

— Lo so, ma non riesco a scorgere quel dannato _orang-outan_ — rispose

il veneziano.

— Si tratta d'una scimmia, adunque?

— Sì, ma delle più formidabili e che può tenere testa a dieci uomini

armati di fucile.

— Fulmini!...

— Zitto! —

In mezzo ai cespugli che crescevano presso il recinto, si era udito un

grido, una specie di grido lamentevole che aveva qualche cosa d'umano.

— Chi è che si lamenta? — chiese il marinaio, stupito.

— Pare che succeda qualche cosa fra i cespugli, — disse Albani.

— Il mostro! — esclamò Piccolo Tonno. — Eccolo là, guardatelo! —

Infatti l'_orang-outan_, con un balzo immenso si era lanciato sui bambù

esterni, e discendeva con rapidità fulminea.

Quello scimmione faceva paura. Era alto quanto un uomo di media

statura; il suo petto ampio, tozzo, muscoloso, eccessivamente grosso

era coperto d'un lungo pelame rossiccio; le sue spalle larghe, potenti,

con un'ossatura enorme, dimostravano che quell'essere doveva possedere

una vigorìa straordinaria, incalcolabile; le sue braccia lunghe un

metro e più, nodose come tronchi d'albero, irte di muscoli, terminavano

in certe manaccie armate d'unghie robuste e leggermente arcuate e le

sue gambe massiccie, enormi, finivano invece con piedi di dimensioni

esagerate, pure armati d'unghie ricurve.

Questi scimmioni che i malesi ed i dayachi chiamano _mias pappan_ o

_miass kassà_, vivono nascosti nelle più fitte foreste del Borneo e

delle isole vicine, tenendosi per lo più sugli alberi.

Dotati d'un vigore tremendo e d'una agilità meravigliosa, salgono con

rapidità fulminea sugli alberi più alti, per provvedersi di frutta,

e sono capaci di attraversare una foresta intera senza mai scendere a

terra.

Non si trovano però a disagio a terra e corrono facilmente, non

mantenendosi diritti però, poichè si servono delle mani e dei piedi.

Il loro galoppo è però uno dei più stravaganti e ridicoli muovendo

simultaneamente il braccio e la gamba destra e viceversa, sicchè pare

che corrano obliquamente.

Conscii della loro forza, affrontano coraggiosamente le più formidabili

fiere delle foreste: non temono nè gli uomini, nè i coccodrilli, nè

i serpenti, nè le tigri e quando sono assaliti sono d'una ferocia

spaventevole.

Lasciati tranquilli però, non assalgono nessuno e se incontrano

degli uomini si limitano a guardarli con curiosità, poi proseguono

tranquillamente la loro via.

Il _mias_ che era salito sui bambù della capanna, attratto senza dubbio

da una irresistibile curiosità, doveva avere dei gravi motivi per

scendere così precipitosamente e così la pensava il veneziano, poichè

invece di inviargli la freccia mortale, aveva rialzata la cerbottana,

curioso di sapere cosa stava per accadere.

Giunto a terra, il _mias pappan_ attraversò con un solo balzo il

recinto e si precipitò verso i cespugli emettendo una specie di latrato

furioso.

Ad un tratto un oggetto lungo lungo e grosso gli piombò addosso e lo

avvolse da capo a piedi.

— Un boa!... — esclamò il veneziano.

— Un serpente? — chiesero il marinaio ed il mozzo.

— Sì, amici: è un avversario degno del _mias_. —

Il veneziano non s'ingannava. I boa constrictor sono avversari capaci

di tener testa alle tigri e anche agli _orang-outan_, poichè posseggono

tale forza, da stritolare fra le loro spire perfino un bue.

Sono i più lunghi ed i più grossi di tutti, poichè sovente arrivano ai

nove e perfino ai dieci metri e hanno una circonferenza che eguaglia le

coscie d'un uomo. Non sono però velenosi, ma sono forse più pericolosi

degli altri, poichè quando riescono ad afferrare una preda non la

lasciano più. Si accontentano però anche di prede piccole, di topi,

di rane, di lucertole, di scimmie, ma, se riescono, non lasciano

sfuggire nè le tigri, nè i babirussa, nè i tapiri, nè i mias quantunque

soccombano di frequente nella lotta con questi ultimi.

L'_orang-outan_, sentendosi imprigionare di colpo dal boa e vedendo

sopra di sè la testa del rettile i cui occhi dardeggiavano su di lui

sguardi d'ardente cupidigia, aveva lanciato un grido rauco, furioso.

Essendogli rimasto un braccio libero, afferrò il rettile sotto la testa

e lo torse come fosse una pagliuzza, ma le spire non si sciolsero, anzi

strinsero con maggior vigore, facendo scricchiolare la potente ossatura

dell'uomo dei boschi.

Quella stretta doveva essere stata tremenda, poichè si vide lo

scimmione dilatare spaventosamente la bocca come se l'aria fosse per

mancargli, ed i suoi occhi, che mandavano sinistri bagliori, quasi

uscire dalle orbite.

La sua robusta mano afferrò la testa del rettile e la schiacciò come

fosse una nocciuola, poi coi piedi armati di quelle unghie robuste

che con un solo colpo sventrano un uomo, si mise a lacerargli la coda,

facendola a brani.

Il serpente sibilava di rabbia, perdeva sangue dalle due estremità,

ma ancora non si decideva ad abbandonare l'avversario, e pareva che

approfittasse dell'ultime convulsioni dell'agonia per raddoppiare la

stretta irresistibile.

Ad un tratto si sentì come uno scricchiolìo d'ossa infrante, e rettile

e _mias_ caddero entrambi a terra, ancora strettamente avvinti.

— Morti? — chiesero il marinaio ed il mozzo, che avevano seguito, con

viva ansietà, le fasi di quella tremenda lotta.

— Mi pare di udire ancora la respirazione del _mias_, — rispose il

veneziano. — Sarà cosa prudente lanciargli una freccia, prima di

scendere. —

Alzò la cerbottana e soffiò dentro con forza. Il dardo silenzioso partì

rapido e andò a conficcarsi nel petto dell'uomo dei boschi.

Si udì un sordo grugnito, ma poco dopo la respirazione della scimmia

gigante cessava.

— Ora possiamo discendere, — disse Albani.

— No, signore! — esclamò il mozzo.

— Perchè?... Sono morti entrambi.

— Guardate, là, presso i cespugli. —

Il veneziano ed il marinaio guardarono nella direzione indicata e

videro uscire dai cespugli una scimmia che aveva già una statura

superiore ad un metro e di complessione robusta. S'avanzava titubando

verso il gruppo formato dal _mias_ e dal boa, emettendo dei gemiti che

avevano qualche cosa d'umano.

— È il figlio dell'_orang-outan_ — disse Albani.

— Era adunque una femmina, — disse il marinaio. — Povero piccino!...

Potrà vivere solo?

— È già sviluppato, — rispose Albani.

— Lo lascieremo andare?...

— Penso che potrebbe esserci utile, Enrico.

— Quello scimmiotto!...

— Faremo di lui un valente e robusto servitore.

— Ma quando diverrà grande ci accopperà, signore.

— I dayachi ne adottano sovente e mai hanno avuto da lagnarsi. In

schiavitù pare che perdano i loro istinti feroci. Quel _mias_, col suo

vigore straordinario, ci potrà rendere dei grandi servigi.

— Allora andiamo a prenderlo.

— Io avrò cura di lui, signore, — disse il Piccolo Tonno. — Mi

piacciono assai le scimmie. —

Si lasciarono scivolare dai bambù che servivano a loro come di scala e

s'avvicinarono al giovane _mias_, il quale continuava a girare attorno

alla estinta madre emettendo acuti gemiti.

Il marinaio l'afferrò per le braccia e cercò di trascinarlo nel

recinto, ma ricevette una spinta così poderosa, che cadde colle gambe

in aria.

— Terremoto! Che vigore! — esclamò.

— Prendiamolo colle buone, — disse Albani.

Si mise ad accarezzarlo e gli offrì delle frutta. Il piccolo _mias_,

dapprima si mostrava diffidente, ma finì coll'accettare e divorare con

ingordigia la deliziosa polpa dei _durion_.

A poco a poco, offrendogli sempre nuove frutta, fu attirato nel recinto

ed il marinaio lo legò con una robusta gomena senza ricevere altre

spinte.

— Si abituerà presto, — disse Albani. — Fra due settimane ci seguirà

come un cagnolino e fra un mese avremo un ottimo servitore ed un abile

provveditore di frutta. Lasciamolo ora tranquillo e riprendiamo il

nostro sonno. —

CAPITOLO XII

Le scimmie alla pesca dei granchi

Dieci giorni erano trascorsi dalla cattura del piccolo _mias_, ma

i Robinson, quantunque non avessero ancora abbandonata la costa per

tentare una esplorazione nell'interno o nei grandi boschi del sud,

entro i quali potevano trovare molte preziose risorse, non erano

rimasti inoperosi.

Si erano fabbricati molti oggetti indispensabili: una tavola, delle

scranne, dei recipienti, adoperando i grossi fusti dei bambù giganti,

delle comode amache, adoperando dei pezzi di vele, un condotto d'acqua

che partiva dalla sorgente scoperta in mezzo al bosco e che metteva

capo nel recinto.

Avevano inoltre dissodato un tratto di terra servendosi delle zappe

fabbricate colle aste di ferro dei pennoni, sperando di trovare in

qualche angolo dell'isola delle sementi utili, ed avevano scavate delle

trappole, ma senza successo, poichè pareva che la grossa selvaggina

avesse abbandonata quella costa.

Erano però riusciti a prendere alcuni volatili che avevano rinchiusi

in una specie di uccelliera, costruita con molta pazienza dal marinaio,

adoperando fibre di _rotang_ e giovani bambù.

Per impadronirsi di quegli uccelli, avevano dovuto procurarsi una

specie di vischio assai tenace, ricavato dalla _giunta wan_ (Erceola

elastica), pianta arrampicante appartenente alla famiglia delle

apocinee, che fornisce una specie di gomma adoperata dai malesi appunto

per prendere i volatili.

Con quel vischio erano riusciti a procurarsi parecchie coppie di

_buceros rhinoceros_, chiamati comunemente tucani o calaos-rinoceronti,

grossi e stravaganti uccelli dalle penne nere sopra, e bianche sotto,

coda lunga trenta e più centimetri e becco enorme, lungo quanto

l'intero corpo del volatile, di colore giallo-rossiccio e sormontato da

una protuberanza ossea in forma d'una grossa virgola.

Avevano pure preso degli arghi giganti, uccelli superbi, più grandi dei

pavoni, che pare portino un vero mantello di piume nere a striature

biancastre ed a macchie rosso-brune, e che hanno delle code lunghe

oltre mezzo metro, terminanti in due penne leggermente curve, ed alcune

coppie di colombe _magnifiche_, chiamate così poichè sono le più belle

e le più graziose di tutte. Sono grosse come i piccioni di Spagna, ma

hanno le penne del petto d'una tinta azzurra con riflessi ramigni e

quelle del dorso verdi-cupe con riflessi d'oro.

Questi uccelli si erano presto abituati e non fuggivano più quando

vedevano avvicinarsi il mozzo, il quale recava a loro grande numero di

semi e anche dei vermi di terra e delle briciole di pane.

Un mattino però, anche il recinto cominciò a popolarsi. Il marinaio

aveva osservato che delle scimmie si recavano di frequente verso la

spiaggia, poco prima dello spuntare dell'alba, ma non era mai riuscito

ad avvicinarle, nè a sapere cosa andassero a fare in riva al mare.

Spinto dalla curiosità, decise di mettersi in agguato presso alcune

scogliere, in compagnia del mozzo. Messisi d'accordo, un mattino

s'alzarono prima ancora che gli astri cominciassero a impallidire,

lasciando che il signor Albani dormisse saporitamente nella sua amaca.

Scesero la sponda in vicinanza della piccola baia e si nascosero dietro

ad alcune scogliere, per attendere l'arrivo dei quadrumani.

— Vediamo cosa vengono a fare, — disse il marinaio al mozzo.

— Che vengano a prendere un bagno? — chiese Piccolo Tonno.

— Io non ho mai veduto una scimmia in acqua e credo anzi che la temano

come i gatti.

— Allora verranno a fare la cura dell'acqua marina. Tu sai che è un

ottimo purgante.

— Sì, burlone.

— O che abbiano qualche canotto e che si rechino a diporto sul mare?

— No, andranno a pescare, — disse il marinaio, ridendo.

— Non mi stupirei, Enrico. Hanno la manìa d'imitare ciò che fanno gli

uomini.

— Taci! Eccole!

— Di già?

— Sta per spuntare l'alba. —

Le scimmie infatti giungevano. Erano dieci o dodici, alte dai quaranta

ai cinquanta centimetri, col pelame oscuro e rassomigliavano ai

semnopitechi.

S'avanzavano in fila indiana, con una gravità ridicola, ed in silenzio.

Scesero la sponda, si schierarono sugli scogli e si misero ad esaminare

l'acqua con grande attenzione.

I due marinai, in preda alla più viva curiosità, non perdevano di vista

alcun movimento.

Ad un tratto le videro volgere il dorso al mare e immergere in acqua le

loro lunghe code pelose, facendole leggiermente ondeggiare.

— Te lo dicevo io che venivano a prendere un bagno, — mormorò Piccolo

Tonno.

— Alle loro code! — esclamò Enrico, crollando il capo. — Io credo che

abbiano un altro scopo. Oh!... Questa è strana!... Hai mai veduto delle

scimmie a pescare? —

Un quadrumane, dopo d'aver fatto una brutta smorfia come se avesse

provato un acuto dolore, aveva ritirato prontamente la coda,

imprimendole un rapido movimento innanzi ed indietro. Qualche cosa che

si era attaccato a quell'appendice balzò in aria, e cadde contro una

vicina roccia con sordo rumore.

— Corna di cervo! — esclamò il marinaio, stupito. — Pescano i

granchi!... —

Era proprio vero: quella banda di scimmie pescava i granchi di mare,

usando d'un sistema curiosissimo, ma anche doloroso.

Trovandosi quei crostacei entro i crepacci subacquei delle rocce,

i furbi quadrumani andavano a stuzzicarli colle code e quando li

sentivano a stringere, con una mossa fulminea gli strappavano dal loro

elemento e con moto rotatorio gli scagliavano contro i sassi della

riva, rompendo i loro gusci.

Ciò fatto traevano colle adunche dita la carne saporita, che divoravano

con grande avidità.

— Non ho mai veduto nulla di simile, — diceva il marinaio, sempre più

stupito.

— To'!... Se noi le imitassimo! — esclamò il mozzo.

— E quale coda immergeresti?

— Le mani.

[Illustrazione: Le scimmie alla pesca dei granchi. (Pag. 77).]

— Per farcele rovinare?... Credi tu che quelle scimmie non provino

dolore? Guarda che brutte smorfie che fanno, quando si sentono

tenagliare la coda. Ma.... to'!... Pare che la pesca vada male! —

Due scimmie che avevano immersa la loro coda, urlavano disperatamente,

ma senza essere più capaci di ritirare la loro appendice. Invano

puntavano colle mani e coi piedi e facevano sforzi furiosi: i granchi

pareva che non volessero lasciare l'acqua e uscire dai buchi.

Le loro compagne stavano per precipitarsi in loro soccorso, quando il

marinaio balzò fuori dal nascondiglio, gridando:

— Addosso, Piccolo Tonno! —

La banda fuggi rapidamente, ma le due prigioniere, non ostante i loro

strappi, rimasero sulla spiaggia.

I due marinai furono lesti ad afferrarle e con due vigorose strappate

liberarono le code, traendo a galla due granchi grossi come un

cappello, i quali non lasciarono la preda se non dopo che furono

uccisi.

— Venite con noi, carine, — disse Enrico. — Vi condurremo a tenere

compagnia al _mias_. —

Presero per le braccia le due prigioniere e malgrado le loro proteste

ed i loro morsi, le trassero nel recinto.

— Altri servi? — chiese il veneziano, che stava scendendo dalla

capanna. — A quanto pare volete farvi servire per bene.

— No, signore, — disse il marinaio, ridendo. — Conduciamo due pescatori

che ci procureranno dei deliziosi granchi. Avete mai veduto delle

scimmie a pescare?...

— I granchi?...

— Sì.

— Ne ho vedute parecchie, specialmente a Giava.

— To'!... Ed io credevo di raccontarvi una novità strabiliante.

— È una novità molto vecchia per me, Enrico, — disse Albani. —

Sciancatello! —

Colui che si chiamava con quel nome, era il _mias_. L'aveva così

appellato Piccolo Tonno, perchè lo scimmione era un po' sciancato,

forse in causa di qualche capitombolo dalla cima di qualche altissimo

albero.

Il giovane _mias_, che ormai si era affezionato ai suoi padroni,

quantunque fosse sempre di umore triste, malinconico, come tutti quelli

della sua specie, e che ormai passeggiava liberamente pel recinto senza

mai allontanarsi, udendo la voce del veneziano abbandonò il casotto

che gli era stato costruito e andò a guardare con curiosità le nuove

venute.

Queste però vedendoselo dinanzi, dapprima manifestarono una viva

apprensione, poi sentendosi libere cercarono d'arrampicarsi su pel

recinto per salvarsi nei vicini boschi, ma Sciancatello, da bravo

guardiano, fu lesto ad afferrarle per la coda ed a tirarle giù,

annunciando la sua imminente collera con dei sordi grugniti; poi, per

far loro capire che gli dovevano obbedienza, somministrò a ciascuna un

calcio così magistrale, da farle piroettare due volte in aria.

— Bravo Sciancatello!... — gridarono i due marinai, schiattando dalle

risa.

— Con tale maestro diventeranno docili ben presto, — disse il veneziano.

— Lo credete, signore? — chiese il marinaio.

— Ne sono certo e conto molto sulla loro docilità, per intraprendere la

progettata spedizione sulla cima di quel monte.

— Per lasciarle qui in compagnia dello Sciancatello?

— Al contrario, Enrico; intendo di condurle con noi e di affidare a

loro una parte del nostro bagaglio. —

I due marinai scoppiarono in una omerica risata.

— Te lo dico sul serio, — disse Albani. — Le nostre scimmie ci

seguiranno come portatori.

— Allora insegnerò loro a fare cucina, signore, — disse il mozzo.

— Per mangiare più peli di coda che zuppa! — esclamò il marinaio. —

No, non voglio simili aiutanti. Piuttosto insegnerò loro a raccogliere

legna secca pel fuoco.

— Ed a recarsi alla fontana a prendere acqua.

— Sia pure, Piccolo Tonno. Ah, che bei servi!... Signor Albani, vi

assicuro che non speravo di poter avere anche dei servi oltre il

pane e tante cose utili da voi procurateci, quando sono sbarcato su

quest'isola.

— Ti accontenti facilmente.

— Vi pare che io possa lagnarmi?...

— No, ma io intendo procurarti di più. Quando avremo visitati i boschi,

spero di ritornare con molte cose che ancora ci mancano. Voglio che

qui regni l'abbondanza e che più nulla manchi a noi, che siamo abituati

alla vita civile.

— Ma cosa volete ricavare ancora dalle piante?...

— Molte cose ancora.

— Mi mettete in curiosità. Quando faremo questa escursione?...

— Fra un paio di giorni. Mi preme di conoscere quest'isola che

non sappiamo ancora se sia vasta o piccola, abitata o disabitata.

Quest'oggi cominceremo a fare i nostri preparativi.

— Ma nulla ci manca, signore. Abbiamo pane, possiamo portare con noi

alcuni uccelli, l'acqua è a nostra disposizione, e possediamo perfino

dei liquori. Cosa volete di più?

— Avere una tenda.

— Abbiamo ancora delle vele.

— È vero, ma ci occorrono delle bisaccie per porvi le nostre provviste.

— Le vele ce le daranno.

— Ma come cucirete la tela?

— Diavolo!... È sempre la solita istoria: manchiamo di tutto. Ma dove

troveremo noi gli aghi?... Non possiamo già fabbricarli.

— E allora bisogna cercarli.

— Ma dove?...

— Ce li procureranno i pesci colle loro spine. I popoli nordici, gli

Esquimesi, i Samoiedi, i Ciuki ecc., come t'ho già detto, cuciono

le loro vesti servendosi appunto di spine di pesci e noi faremo

altrettanto.

— Ma bisogna pescarli questi pesci e non possediamo ami.

— Fortunatamente ce li daranno le piante.

— E quali? — chiese il marinaio stupito.

— Ancora i bambù. Quelli chiamati _hauer-tgiutgiuk_ o di Blume, hanno

le spine ricurve le quali possono servire di ami.

— Andiamo a cercarle, signore, e poi andremo a pescare. Sono impaziente

di mettermi in viaggio per conoscere un po' la terra che ci ospita.

— Andiamo, Enrico; sono anch'io curioso di conoscere il dominio dei

Robinson Italiani. —

CAPITOLO XIII

Attraverso i boschi

Il 18 settembre, cioè venticinque giorni dopo il loro approdo

su quell'isola, i naufraghi si mettevano in marcia per fare una

esplorazione del loro dominio, se non totale, almeno parziale.

Non conoscendo ancora l'estensione di quella terra, avevano deciso

di guadagnare la vetta dell'alta montagna, certi di poter di là

abbracciare tutte le coste e di formarsi un'idea più o meno esatta

della possessione.

Si erano provveduti di una trentina di chilogrammi di pane rinchiusi

in solidi sacchi di tela, accuratamente cuciti essendosi già procurati

gli aghi desiderati colle spine di alcuni grossi pesci, delle armi con

frecce avvelenate e senza veleno per abbattere se non della grossa

selvaggina almeno degli uccelli, di alcuni litri di _tuwak_, forte

ed eccellente liquore ricavato dal succo fermentato dell'_arenga

saccharifera_, di sale ed anche di carne avendo torto il collo ai loro

più grossi uccelli.

Le due scimmie li seguivano portando nei loro sacchi la pentola, alcuni

tondi, le forchette, e lo Sciancatello, già robusto, portava la tenda e

una parte di pane.

Le due scimmie dapprima si erano mostrate ricalcitranti a portare

la loro parte di bagaglio, ma l'_orang-outan_, che si era armato

d'un randello, le aveva ben presto domate e marciavano sotto la sua

sorveglianza, pronto a battere sulle loro spalle un pezzo musicale da

far strappare urla di dolore.

I Robinson italiani · 第 5 / 18 段