pipistrelli chiamati dai malesi _kuleng_ e dai naturalisti _pteropus
edulis_, bruttissimi, col corpo delle dimensioni d'un piccolo cane,
colle ali così larghe che unite misurano un metro e perfino un metro
e trenta centimetri. Ma già cominciavano ad alzarsi fra i rami degli
alberi bande di pappagalli colle penne splendide; delle coppie di
superbi chimancus albas, grossi come piccioni, col becco lungo e
sottile, le penne nere, vellutate, a riflessi verdi fino a mezzo corpo
e quelle posteriori più candide della neve e terminanti in due lunghe
barbe arricciate; di _epimachus speciosus_, grossi come i falchi
comuni, colle penne nere che parevano di seta, con certe sfumature
indefinibili e con delle code lunghe un buon mezzo metro, sottilissime
e con riflessi d'oro e stormi di graziosi _cicinnurus regius_, grandi
come i nostri tordi, colle piume del dorso rosso-cupe con screziature
d'argento, il collare verde-dorato, il petto bianco e con due grossi
ciuffi di piume sotto la gola, rossicci e verdastri.
Tutti questi bellissimi volatili volteggiavano senza manifestare alcun
timore, appressandosi talvolta ai naufraghi come se nulla avessero
da paventare da parte di quegli uomini, il che indicava come non ne
avessero prima mai veduti.
Oltrepassata la piantagione dei bambù, Albani guidò i compagni in mezzo
ad una fitta foresta, i cui tronchi erano così uniti, da rendere spesso
il passaggio assai difficile.
I rami e le foglie di tutte quelle piante s'intrecciavano in una
confusione indescrivibile, impedendo alla luce di giungere fino a
terra, mentre migliaia e migliaia di _rotang_ s'attortigliavano attorno
ai fusti o s'allungavano fra i cespugli o pendevano in forma di festoni
o formavano delle vere reti, contro le cui maglie la scure talvolta si
trovava impotente.
La flora indo-malese, così ricca, così svariata, pareva che si fosse
concentrata in quella foresta, che sembrava si estendesse su quasi
tutta l'isola. Si vedevano là delle piante che avrebbero potuto
fornire, ai poveri naufraghi della _Liguria_, mille cose utilissime,
ma il signor Albani pareva che pel momento non si occupasse di loro
e non si arrestava dinanzi ad alcuna, nè rispondeva alle domande dei
compagni, i quali, pur avendo poca conoscenza di quegli alberi, avevano
scoperti dei manghi e dei cocchi carichi di frutta deliziose.
Ad un tratto però, il veneziano si lasciò sfuggire un grido:
— Finalmente! —
Erano giunti sul margine d'una piccola radura in mezzo alla quale si
rizzava isolato un grande albero, alto più di trenta metri, col tronco
dritto, snello, senza nodi fino a tre quarti d'altezza e coperto da un
fogliame folto di colore verde-cupo.
Per un raggio di trenta e più metri, il terreno era spoglio d'ogni
vegetale, e anche le piante che crescevano al di là di quelle
zone apparivano malaticcie e colle foglie semi-ingiallite, come si
trovassero a disagio presso quel solitario.
— Non levatevi il berretto, — disse Albani.
— Per quale motivo, signore? — chiese il marinaio.
— Perchè le emanazioni di quest'albero non mancherebbero di procurarvi
delle emicranie acute.
— Che specie d'albero è quello?
— Uno dei più velenosi che esistano: è il _bohon-upas_.
— Viriamo di bordo, signore.
— Al contrario, Enrico. È la pianta che cercavo per fabbricare le
nostre armi.
— Volete adoperare il veleno di quell'albero?
— Sì, e ti assicuro che è potente.
— Io ho udito parlare ancora di questi _upas_ a Giava, signore, ed
anche a Sumatra.
— Ti credo.
— Volete avvelenare delle freccie col succo di quella pianta?...
— Sì, Enrico.
— Ma come faremo a estrarlo?
— Come fanno i selvaggi del Borneo: ora lo vedrai. —
Il veneziano aveva recato con sè un pentolino ed una canna di bambù
tagliata per metà e aguzzata ad una estremità. Afferrò la scure e fece
ai piedi dell'albero una profonda incisione, cacciandovi dentro il
cannello. Vi mise sotto il pentolino, poi si ritrasse sollecitamente
sotto il bosco, invitando i compagni a seguirlo.
— Non è prudente respirare le esalazioni di quel succo velenoso, —
disse. — Si corre il pericolo di perdere i denti e di contrarre dei
dolori difficili a guarirsi. Attendiamo qui che il recipiente si
riempia.
— Ma così potente è il veleno di quell'albero? — chiese il marinaio.
— Tanto potente, che come vedi, nessuna pianta può crescere
sotto l'ombra di quel solitario e che gli uccelli che si posano
inavvertentemente sui suoi rami, cadono fulminati. Se tu ti sdraiassi
sotto quell'ombra, non tarderebbero a coglierti dei dolori e se tu non
avessi un berretto, potresti perdere i tuoi capelli.
— E voi userete quel veleno?...
— So come si deve adoperarlo, avendo veduto parecchie volte i Kajan del
Borneo a raccoglierlo e poi manipolarlo.
— Un uomo colpito da una freccia intinta nel succo dell'_upas_,
muore?...
— Sì, in capo a dieci o quindici minuti. Sembra che il principio
venefico dell'_upas_, secondo le ultime ricerche fatte dai naturalisti,
consista in un alcaloide vegetale ed in un acido che non fu ancora
determinato.
L'uomo colpito da una freccia avvelenata prova subito un tremito
convulso, una debolezza estrema, poi un'ansietà penosa, difficoltà di
respirazione, quindi vomiti, convulsioni tetaniche e spira fra dolori
atroci.
— E non vi sono rimedi contro tale veleno?...
— È difficile la guarigione, però alcuni feriti sono sopravvissuti,
essendo stati curati con grande quantità di bibite alcooliche. Anche
l'ammoniaca si dice che abbia dato buoni risultati.
— Ma basta bagnare le freccie nel succo, perchè diventino micidiali?...
— No, bisogna prima lasciarlo condensarsi al sole, poi mescolarlo
con altri succhi. Se avessimo del tabacco sciolto in un po' d'acqua
basterebbe, ma non possedendone, troverò di meglio.
— Un'altra pianta velenosa?...
— No, del succo di _gambir_. Ho veduto già parecchie di quelle piante e
so dove trovarle.
— Il succo dell'_upas_ solo non basterebbe?...
— Sì, ma perde facilmente le sue qualità venefiche, mentre mescolato
al _gambir_ si conserva per un anno. Andiamo a vedere se il pentolino è
pieno. —
Il recipiente era già quasi colmo d'un succo lattiginoso, il quale
continuava a scendere abbondantemente dall'incisione fatta. Il
veneziano lo rimescolò con un bastoncino, poi affidò il pentolino al
mozzo, dicendogli:
— Non temere nulla; il succo appena scolato non ha alcuna
efficacia e anche se delle goccie ti lordassero le mani, nulla ti
accadrebbe. —
Si rimisero in cammino per tornare alla capanna, ma il signor Albani
continuava a guardare gli alberi, come se cercasse qualche altro
vegetale. Avevano già percorso mezzo chilometro, quando indicò ai
compagni una pianta sarmentosa coperta d'una corteccia rosso-cupa, con
piccoli rami cilindrici e foglie ovali terminanti in una punta acuta e
liscia d'ambo le parti, ma verso il picciuolo armate di spine uncinate.
— Ecco un _gambir!_ — esclamò. — Raccogliamo queste foglie. — Stava per
alzare le mani, quando si volse bruscamente.
— To'!... To'!... — esclamò. — Ecco un arbusto che raddoppierà la
potenza del veleno dell'_upas_.
— Un'altra pianta velenosa? — chiese il marinaio.
— Sì, Enrico, e forse più terribile, poichè si dice che il succo
introdotto nella circolazione del sangue ha un effetto più rapido
producendo il tetano e quindi la morte. Tu raccogli le foglie del
_gambir_, mentre io mescolo al succo dell'_upas_ alcune goccie di
questo _cetting_ (_strichnos tientè_). —
Fece un'incisione nell'arbusto che si era attortigliato attorno ad
una palma _sontar_ e lasciò che l'umore lattiginoso si mescolasse con
quello dell'_upas_, mentre i marinai facevano un'ampia provvista di
foglie di _gambir_.
Quand'ebbero terminato lasciarono la foresta, non senza aver prima
fatta raccolta di frutta di _durion_ e di grossi aranci.
Ritornati alla capanna e rifocillatisi alla meglio con ostriche,
crostacei e frutta, il signor Albani si mise al lavoro per preparare le
armi.
Espose al sole il veleno perchè si condensasse, mise a bollire nella
pentola le foglie di _gambir_ dalle quali si estrae, dopo sessanta
ore di cottura, quella sostanza bruno-scura, di consistenza elastica,
conosciuta in commercio col nome appunto di _gambir_ e che viene
impiegato per fissare i colori, specialmente sulle stoffe di seta, ma
che i bornesi ed i malesi adoperano invece per far meglio aderire i
succhi velenosi alle loro armi ed alle loro freccie.
Ciò fatto fece accendere un grande fuoco e mise ad arroventare due
delle sbarre di ferro dei pennoni, scelte fra le più regolari e le meno
grosse.
— Ma cosa fate? — chiedeva insistentemente il marinaio, il quale
seguiva con viva curiosità quelle diverse operazioni, ma senza capire
gran cosa.
— Aspetta un po', — rispondeva il bravo veneziano.
Aveva tagliato da una pianta dei rami che avevano un diametro di tre
centimetri, una lunghezza di un metro e mezzo, rigorosamente diritti, e
li aveva spogliati accuratamente dalle foglie.
Attese che l'asta del pennone fosse ben infuocata, poi cominciò a
forare uno di quei bastoni, invitando il marinaio a imitarlo con un
altro ramo.
Rinnovando parecchie volte l'operazione, dopo due ore i due bastoni
erano interamente traforati.
— Il più è fatto, — disse il veneziano. — Ora fabbrichiamo le frecce.
— Una parola, signore, — disse il marinaio. — Ma dove sono gli
archi?... Questi bastoni traforati non si piegano.
— Niente archi. —
Il marinaio ed il mozzo lo guardarono con stupore.
— Gli archi sono difficili da maneggiare e poi occorre un legno adatto
che queste piante non possono darci. Io ho preferito costruire delle
_sumpitan_ come usano quasi tutti i popoli della Malesia.
— Cosa sono queste _sumpitan_?
— Delle cerbottane. Sono armi di grande precisione e si maneggiano con
grande facilità.
— Ma voi siete un uomo straordinario, signor Albani! — esclamò Enrico.
— E sperate colle vostre cerbottane di uccidere gli animali feroci?...
— Certo, amico mio.
— Ma gli animali colpiti dalle frecce avvelenate, si possono
mangiare?...
— No, ma adopereremo delle frecce non avvelenate. Basta: continuiamo il
nostro lavoro. —
Il signor Albani aveva raccolto delle canne sottili di giovani bambù e
le aveva tagliate, dando a ciascuna una lunghezza di venti centimetri.
Adattò all'estremità di ognuno uno spino assai acuto fornitogli dai
bambù selvaggi e all'altra una specie di tappo di midolla vegetale, in
forma di cono, del calibro della canna delle cerbottane.
Prese le sue armi ed i suoi dardi ed invitò gli amici a seguirlo.
Presso un macchione di palme una banda di kakatoe nere, splendidi
uccelli grossi come un gufo, col capo sormontato da un ciuffo di piume,
stava appollaiata fra i rami, cicalando a piena gola.
Il veneziano introdusse una freccia nella cerbottana, accostò questa
alle labbra e dopo d'aver mirato con grande attenzione, soffiò con
forza.
Il leggiero dardo s'innalzò rapidamente e andò a colpire una delle più
grosse kakatoe. L'uccello, ferito sotto la gola, con una precisione
così straordinaria che indicava come il cacciatore fosse già assai
esperto nel maneggio di quell'arma, interruppe bruscamente i suoi
cicalecci e cadde a terra starnazzando disperatamente le ali.
Il mozzo fu lesto a raccoglierlo e scappò verso la capanna gridando:
— Vado a metterlo allo spiedo.
— Che colpo maestro!... — esclamò il marinaio, la cui sorpresa non
aveva più limiti. — Ma voi avete adoperato ancora queste canne?
— Sì, a Pontianak, — rispose il veneziano, sorridendo.
— E credete che riuscirò anch'io a colpire gli uccelli?...
— La cosa non è poi tanto difficile. Fra tre settimane, esercitandoti
tutti i giorni, potrai diventare un abile cacciatore.
— Ora che possediamo le armi, che cosa ci procurerete, signor Albani?...
— Il pane.
— Il pane!... E ne troverete?...
— Ho già veduto stamane delle piante che contengono la farina e
domani andremo a tagliarle. Poi, se non sopravvengono degli incidenti,
penseremo al resto. Andiamo a cenare, Enrico: abbiamo bisogno di un
arrosto, dopo tanti molluschi e tante frutta. —
CAPITOLO X
Il pane dei Robinson
Il giorno seguente, armati delle loro cerbottane e di numerose
freccie, raccolte in un turcasso ricavato da quei preziosissimi bambù,
lasciavano la capanna per mettersi in cerca della farina, facendosi
ormai sentire vivamente a tutti il desiderio di avere del pane o
qualche sostanza che potesse surrogarlo.
La grande foresta non era lontana, sicchè in pochi minuti si trovarono
sotto le vôlte di verzura.
Prima però di mettersi in cerca delle piante che aveva già scorte, il
previdente veneziano voleva accertarsi se esisteva qualche sorgente
d'acqua limpida, poichè le liane che fino allora li avevano dissetati
cominciavano a diventare rade ed il piccolo fossato, dal cui fondo era
stata presa la creta, erasi prontamente disseccato.
Le loro ricerche non furono però lunghe. In un angolo remoto della
foresta scopersero un bacino d'acqua sorgiva, situato sulla cima di
un rialzo di terra, ciò permetteva di farla scendere fino alla capanna
adoperando dei canali di bambù.
Contentissimi per quella scoperta si misero in cerca delle piante che
dovevano fornir loro della farina, piante che sono molto numerose e
svariate, e che crescono senza coltura alcuna in tutte le isole del
grande Arcipelago Indo-Malese.
Disgraziatamente pareva che in quell'isola mancasse la specie più
pregiata, poichè il signor Albani non riusciva a scorgere nè i
_metroscilon sagus_ nè i _metroscilon rumphii_ che sono gli alberi
_sagu_ più produttivi ed anche i più comuni.
Guardava tutti gli alberi con attenzione, si cacciava in mezzo ai
macchioni più folti, ritornava sui propri passi, ma invano. Saliva
anche sui poggi e s'arrampicava sugli alberi più alti sperando di
scorgere le foglie gigantesche di quelle preziose piante, ma nulla.
[Illustrazione: Due giorni dopo il forno funzionava a
meraviglia ed i biscotti si accumulavano.... (Pag. 68).]
— Amici miei, — diss'egli, scoraggiato. — Temo di dover mancare alla
mia promessa.
— Non trovate le vostre piante? — chiese il marinaio.
— Credevo di aver scorto dei _sagu_, ma invece mi sono ingannato.
— Ma cosa sono questi _sagu?_...
— Degli alberi che nel loro interno contengono una specie di farina
eccellente ed in grande quantità. Sono le piante più preziose, poichè
da una sola si può ricavare tanto pane da nutrire un uomo per un anno
intero.
— Terremoti di Genova!
— È come te la racconto, amico. Una pianta che chiede otto o dieci
giorni di lavoro per trasformare la farina che contiene in pane,
che produce trecento chilogrammi di fecola assai nutritiva, ossia
milleottocento pani, e quattro o cinque di questi bastano pel
nutrimento giornaliero d'un uomo.
Si è calcolato ciò che costerebbe il lavoro d'estrazione della fecola e
della fabbricazione del pane e si è constatato che con tredici lire si
può avere del buon biscotto per tutto l'anno.
— Ma dove crescono quelle piante prodigiose?...
— In tutta la Malesia.
— Se si potesse acclimatizzarle anche in Italia, più nessuno
soffrirebbe la fame. Con cinque alberi ogni famiglia ne avrebbe
abbastanza.
— È vero, Enrico, ma nessuno invece ha mai tentata la coltivazione di
_sagu_ nei nostri climi, mentre invece potrebbero forse svilupparsi
benissimo nella nostra Sicilia.
— Ed è eccellente il pane di _sagu?_...
— Buonissimo, anzi si comincia a diffondere anche in Europa. Ora
adoperano la farina granulata nelle minestre, ma verrà un giorno che
vedremo anche il pane in commercio.
— E noi che ci troviamo qui, nei paesi dove quegli alberi crescono, non
potremo averlo?... Mi dispiace, signor Albani. Sentivo il bisogno di
aver un po' di pane.
— Del pane ne avrete, ma sarà di qualità inferiore.
— Non importa, signore, — dissero il marinaio ed il mozzo.
— Seguitemi: ho veduto parecchie _arenghe saccarifere_ che
ci forniranno della farina e qualche cosa d'altro non meno
importante. —
Ritornò sui proprii passi, fece attraversare ai compagni parecchie
macchie d'alberi grandissimi e s'arrestò dinanzi ad un gruppo di piante
d'aspetto maestoso, che rassomigliavano alle palme, col tronco grosso
e liscio e colle foglie piumate che sostenevano dei grappoli di frutta
rotonde.
— Ecco degli alberi preziosissimi, — disse il veneziano. — Sono forse i
più utili di quanti crescono nell'Arcipelago della Sonda.
— Io non vedo che delle frutta, signore, — disse il marinaio. — E forse
con quelle che si fa il pane?...
— No, quantunque anche quelle frutta siano mangiabili, privandole però
prima accuratamente della corteccia, essendo velenosa.
Ascoltatemi e vi dirò quante cose noi possiamo ricavare da queste
piante: nel tronco contengono della fecola nutritiva che le popolazioni
povere delle isole mangiano sia sotto forma di pane, sia in minestra.
Non è così delicata come quella dei _sagu_, ma non è nemmeno cattiva ed
i nostri corpi si abitueranno facilmente.
— Buono! — esclamò il marinaio. — Faremo la zuppa.
— Ed i maccheroni, — disse il mozzo.
— Facendo delle incisioni sui tronchi, — continuò Albani, — si
ottiene un succo molto dolce, chiaro, limpido, il quale, mediante
l'evaporazione, si può trasformare in siroppo.
— Faremo le ciambelle! — esclamò Piccolo Tonno. — Come mi piacciono,
signor Emilio!
— E delle caramelle come quelle che si mangiano in Piemonte, — disse il
marinaio.
— Lasciando fermentare quel succo, che i malesi chiamano _toddi_,
otterremo un liquore inebriante, molto pregiato e che chiamano _tuwah_.
Somiglia all'_arak_.
— Mi piace molto l'_arak_, signore! — disse Enrico. — Terremoto di
Genova!... Che alberi miracolosi!
— Non ho ancora finito, — disse il veneziano. — Dalle foglie possiamo
ricavare il _gomuti_, una specie di crine che si può filare e che serve
per fabbricare delle funi molto resistenti, e colle foglie si possono
intrecciare delle belle stuoie. Cosa volete chiedere di più ad una
pianta?...
— Ma se tutte queste piante potessero crescere in Italia, non vi
sarebbe più miseria da noi! — esclamò il marinaio. — Ma queste terre
sono paradisi terrestri!...
— Che noi sfrutteremo, marinaio, — disse Albani. — Mano alla scure e
abbattiamo uno di questi alberi.
— E lo zucchero?... — chiese il mozzo.
— Per ora cerchiamo di procurarci il pane; un altro giorno avremo lo
zucchero o anche il _tuwak_. —
Il marinaio afferrò la scure e intaccò l'albero più grosso, vibrando
colpi formidabili. La corteccia era dura ma il genovese aveva i muscoli
solidi e dopo un quarto d'ora la pianta rovinava al suolo con grande
fracasso.
Il signor Albani mostrò ai suoi compagni una massa biancastra,
farinosa, racchiusa nella corteccia dell'albero.
— Ecco il nostro frumento per fare il pane, — disse. — A me ora la
scure: bisogna tagliare la pianta in varii pezzi per estrarre la
fecola. —
Si mise a maneggiare l'arma con grande vigore, tagliando l'albero in
pezzi lunghi un metro. Il marinaio di quando in quando lo surrogava
nell'aspro lavoro.
Quand'ebbero ottenuto sette cilindri di lunghezza quasi eguale, il
veneziano, che pareva fosse instancabile, tagliò un grosso ramo che
doveva servire come di pestello, e si mise a percuotere con grande
forza la fecola racchiusa in quei tronchi, facendola uscire.
Il mozzo, che aveva trovate varie foglie di banani selvatici di grandi
dimensioni, la raccoglieva con molta cura. Quella sostanza farinosa
però non era ancora adoperabile, poichè si trovava mescolata a fibre
vegetali che dovevano essere eliminate.
Quando il sole tramontò, possedevano già oltre cento chilogrammi di
fecola. La impacchettarono nelle foglie e ritornarono alla capanna
carichi come muli, ma contentissimi di possedere quella preziosa
provvista che prometteva del pane sostanzioso, se non delizioso, come
quello che si ottiene colla farina di frumento.
L'indomani s'affrettarono a fabbricarsi una specie di crivello con
fibre di _rotang_ e sbarazzarono la fecola dalle fibre vegetali.
Impazienti di assaggiare quel pane, fecero delle torte mescolando un
po' d'acqua marina, mancando di sale, ed a mezzodì poterono finalmente
gustare la loro farina.
Fu un successo completo. Il marinaio ed il mozzo divorarono parecchie
focaccie dichiarandole eccellenti. Quella fecola non era gustosa
come la farina, ma ricordava un po' quella della patata e possedeva
soprattutto delle qualità assai nutrienti.
Fu decisa la costruzione d'un forno, per fare dei biscotti che
potessero conservarsi. Il signor Albani non si trovò imbarazzato.
I gusci delle ostriche e di altre conchiglie, cucinati in un grande
fuoco gli fornirono della calce ottima, il lido gli fornì la sabbia,
e le rupi i sassi occorrenti. Due giorni dopo il forno funzionava a
meraviglia ed i biscotti si accumulavano rapidamente in una piccola
capanna costruita sotto quella aerea e che era stata destinata come
magazzino.
Ma se il pane abbondava, scarseggiava la carne. Di frutta e di
crostacei ne avevano divorati fin troppi ed il bisogno di avere della
selvaggina s'imponeva, come pure soffrivano la mancanza del sale, non
avendone trovato in alcuna parte.
Fortunatamente il mare era a due passi e poteva darne in grande
quantità, delle tonnellate se lo avessero voluto. Bastava scavare delle
buche, riempirle d'acqua marina e lasciare che il sole s'incaricasse
dell'evaporazione.
La costruzione di quei bacini non si fece però attendere. Cercarono un
terreno roccioso, lo scavarono pazientemente rovinando i loro coltelli
e servendosi di recipienti di bambù, vi versarono dentro l'acqua del
mare. Quattro giorni dopo anche la questione del sale era risolta. Ne
possedevano già alcuni chilogrammi e molti altri stavano per ricavarne,
essendo la temperatura così calda da far evaporare rapidamente il
liquido salmastro dei bacini.
— Ora che possediamo le armi, il pane ed il sale, le cose più
necessarie per l'esistenza, — disse il veneziano, — ci occuperemo
a procurarci degli animali. Mi sembra che quest'isola abbondi di
selvaggina e non ci sarà difficile tendere degli agguati in mezzo alla
foresta.
— Ma come prepareremo le trappole? — chiese il marinaio.
— Scavando delle buche profonde due o tre metri e coprendole con un
leggiero traliccio di bambù.
— Ma voi non avete pensato ad una cosa, signore.
— E a quale?
— Che non possediamo nè una zappa, nè un badile.
— Diamine, è vero, Enrico.
— Se dovessimo adoperare i nostri poveri coltelli e le mani, ci
vorrebbero quindici giorni per scavare una tale buca.
— Hai ragione.
— Bisogna proprio creare tutto in quest'isola.
— Siamo, o meglio eravamo i più poveri Robinson.
— E, senza trappole, non si potrebbe uccidere egualmente gli animali?
— Sì, colle frecce, ma i capi grossi non cadrebbero di certo con delle
frecce così deboli, e poi, non bisogna distruggerli tutti, poichè
l'isola può essere piccola e potremmo correre il pericolo di trovarci,
un brutto giorno, senza carne.
— Diavolo! — esclamò il marinaio, che si grattava furiosamente la testa.
— Io vorrei radunare parecchi animali, Enrico, e lasciarli
moltiplicarsi, uccidendone solamente quando ci occorrerebbero.
— Ma senza zappa.... to'!... E perchè no?... Possiamo lavorarle.
— Che cosa?
— Le sbarre di ferro dei nostri pennoni, signore.
— È vero, Enrico.
— Ma ci manca un martello.
— Lo abbiamo: il dorso della scure può bastarci.
— Ma potremo fabbricarci i badili?...
— Li faremo di legno durissimo. Gli alberi che hanno delle fibre tenaci
non mancano.
— Ma noi siamo uomini miracolosi, signore!...
— La necessità aguzza il nostro ingegno, — disse Albani. — Oggi
riposiamo, ma domani fabbricheremo le nostre zappe e forse posdomani
possederemo degli animali vivi.
— E quando degli uccelli?...
— Quando avrò fabbricato del vischio. Colla pazienza e colla
perseveranza, avremo tutto. —
CAPITOLO XI
Mias pappan e Boa constrictor
Si erano coricati subito dopo che il sole era tramontato, contando di
alzarsi prima dell'alba per mettersi al lavoro.
Dormivano profondamente sognando già trappole piene di animali e
recinti popolati di tapiri, di babirussa, di scimmie d'ogni specie,
e di uccelli, quando un urto che fece oscillare vivamente l'intera
costruzione aerea, svegliò bruscamente il mozzo che si era addormentato
sulla piattaforma esterna per godersi il fresco della notte.
Dapprima credette di aver sognato e si limitò a gettare all'intorno uno
sguardo semi-assonnato, ma un secondo scrollo che fece gemere i bambù
della capanna, lo decise ad alzarsi per vedere di che cosa si trattava.
Si trascinò sull'orlo della piattaforma e guardò giù.
La luna, allora sorta, rischiarava tutta la costa come in pieno giorno
e permetteva di distinguere minutamente ogni cosa. Indovinate quale
fu lo stupore del piccolo mozzo nello scorgere, appeso alle traverse
che servivano di sostegno alla casa aerea, uno strano animale che
rassomigliava ad un uomo.