Una specie di braccio assai grosso, appena visibile fra quella prima

luce che penetrava a stento dall'apertura, gli era piombato addosso,

stringendolo a mezzo corpo.

Dapprima il marinaio credette che fosse un braccio umano, ma ben presto

s'accorse d'essersi ingannato: dinanzi a lui brillavano due occhi

grandi, rotondi, fosforescenti i quali lo fissavano in tale modo che

parevano volessero affascinarlo.

Il marinaio era coraggioso, ma nel trovarsi dinanzi a quel mostro

misterioso, fra quelle semi-oscurità, colle onde che gli urlavano

intorno minacciando di rovesciarlo e con quel braccio che lo stringeva

già con grande energia, si sentì rimescolare il sangue e rizzare i

capelli.

— Signor Emilio!... — urlò con voce strozzata.

— Cosa avete? — chiese il veneziano, che nulla aveva potuto vedere,

trovandosi ancora indietro.

Il marinaio non potè rispondere. Quel braccio lo stringeva in modo da

soffocarlo e alle reni gli faceva provare un dolore così acuto, come

gli si succhiasse il sangue a forza.

Non si era però smarrito d'animo. Facendo uno sforzo disperato trasse

il coltello dalla cintola e con un rapido colpo tagliò netto quel

membro dotato di quella forza straordinaria.

Il veneziano correva allora in suo aiuto, tenendo ben stretta in

pugno la scure. Con un solo sguardo, vide subito con quale formidabile

avversario avevano da fare.

— Indietro! — urlò.

Il marinaro girò sui talloni lanciandosi verso l'apertura, ma due

altre braccia lo afferrarono cercando di sollevarlo, mentre altre tre

piombavano sul suo compagno.

— Ah!... Canaglia! — urlò Albani, furibondo.

Non badando che alla propria rabbia, si era scagliato a corpo perduto

contro quei due grandi occhi che brillavano fra l'oscurità, menando

colpi disperati, mentre il marinaio agitava pazzamente il coltello

percuotendo a destra ed a sinistra.

Ad un tratto si sentirono inondare da una scarica di liquido denso

e che tramandava un acuto odore di muschio, mentre le braccia che li

stringevano cadevano inerti.

Mezzi soffocati ed acciecati guadagnarono a tentoni l'uscita, presso la

quale si teneva il mozzo, urlando come un ossesso.

— Fulmini di Genova! — esclamò il marinaio, correndo a tuffarsi nelle

onde. — Che m'abbia acciecato?...

— Ma siete inondati d'inchiostro! — urlò il mozzo. — Ma cosa è accaduto

adunque?...

— Aspetta un po' che mi lavi!... Mondaccio birbone.... Sono profumato

come un caimano!... —

Il veneziano era pure balzato in acqua e si lavava con grande vigore,

stropicciandosi il viso, i capelli e le vesti.

— Ma cos'è accaduto, dunque? — ripeteva il mozzo, il quale lanciava

sguardi impauriti verso la caverna.

— Auff! — esclamò finalmente il marinaio, riguadagnando la sponda. —

Era inchiostro di prima qualità!...

— Ma avete combattuto contro dei calamai? — chiese il mozzo, che ormai

rideva a crepapelle.

— No, contro uno solo, ma se tu l'avessi veduto, ragazzo mio, non

avresti più una goccia di sangue in corpo. Che braccia!... E che

occhi!... Se mi stringeva un po' di più, mi faceva uscire gl'intestini

dalla bocca, te lo assicuro.

— Un polipo formidabile, adunque?...

— Enorme.

— E l'avete ucciso?

— Lo credo.

— E stava in quella grotta come nella sua casa?

— Precisamente, Piccolo Tonno.

— Ah!... San Gennaro, aiutami!...

— Cosa c'è?...

— Oh! l'orribile mostro!...

— Fulmini!... Ancora lui!... Signor Emilio! —

Albani, che aveva allora terminato di lavarsi, guadagnò prontamente la

riva, ma subito si arrestò.

Dalla caverna marina, usciva in quel momento il mostro che li aveva

poco prima assaliti, tentando di tornare in mare.

Quel calamaro gigante faceva paura. Era di dimensioni enormi, poichè

poteva pesare mille chilogrammi, biancastro ma quasi gelatinoso,

con delle braccia lunghe sei metri, fornite d'un grande numero di

ventose destinate a succhiare il sangue delle vittime, con un becco

grandissimo, di sostanza cornea, che somigliava, nella forma, a quello

dei pappagalli e con due occhi grandi, piatti, dai glauchi colori.

S'avanzava penosamente, essendogli state recise tre braccia e cercava

di approfittare delle onde che la risacca scagliava contro la caverna.

— Fuggite! — gridò il signor Emilio.

Sul fianco destro della caverna si prolungava una fila di scoglietti,

gli uni collegati agli altri da banchi di sabbie che la bassa marea

aveva lasciati scoperti, e che si univano ai piedi dell'altra sponda.

I naufraghi senza più esitare si slanciarono verso quegli scogli,

cercando di giungere presso la riva e si arrestarono dinanzi ad una

rupe gigantesca che s'inalzava per due o trecento piedi.

Il calamaro gigante, fortunatamente, pareva che non pensasse a dare a

loro una seconda battaglia, ma a raggiungere il mare. Attese che una

nuova onda giungesse presso la caverna e quando la vide ritirarsi, si

lasciò trascinare via.

Per qualche istante furono vedute le sue braccia agitarsi fra la spuma,

poi l'intera massa scomparve sotto le acque.

— Buon viaggio! — gridò il marinaio, respirando liberamente. —

Fulmini!... Come era brutto!... Non ne ho mai visto uno simile!...

— I cefalopodi sono piuttosto rari, — disse Albani.

— Si chiamano cefalopodi, quei mostri?...

— Sì, Enrico.

— Sono pericolosi?...

— Posseggono tale forza nelle loro braccia, da stritolare un uomo

robustissimo. Aggiungi poi, che le loro ventose dove si applicano

succhiano il sangue, e se tu non fosti stato vestito, le avresti

provate.

— Ma il furfante morrà, così mutilato.

— Non crederlo, amico mio. I cefalopodi hanno la vita dura e per

ucciderli bisogna colpirli al cuore o meglio nei cuori, poichè ne hanno

tre.

— Ma ha perduto tre braccia, signore.

[Illustrazione: Il signor Albani spaccò un frutto, adoperando

la scure per non ferirsi le mani.... (Pag. 37).]

— Col tempo le rifarà.

— Cosa dite?... Torneranno a crescergli le braccia?...

— Sì, fra sette anni. Ma lasciamo andare il cefalopodo e cerchiamo

di scalare questa costa. Vedo degli alberi lassù e promettono delle

frutta, se non m'inganno.

— Siamo marinai signore e spero che ci riusciremo. —

Il sole spuntava allora, illuminando il mare e l'isola. Alzando

gli occhi verso l'alta sponda, i naufraghi ormai distinguevano

perfettamente degli alberi di mole enorme, coperti di folte e grandi

foglie, in mezzo alle quali apparivano delle grosse frutta spinose, di

forma un po' allungata.

— Se non m'inganno sono _durion_, — disse il signor Emilio. — Sarà un

po' difficile far cadere quelle frutta, ma chissà che a terra ve ne

siano. —

Si misero a osservare la rupe, ma alla base era così liscia, da non

permettere la salita nemmeno ad un gatto o ad una scimmia. Quattro

metri più sopra però vi erano numerosi crepacci e delle radici e degli

sterpi, i quali potevano offrire una scalata.

— Corpo d'un tre alberi sventrato! — esclamava il marinaio, che si

rompeva inutilmente le unghie contro quella parete liscia e dura. — Che

non si possa giungere lassù?

— Colla pazienza ci riusciremo, — disse il signor Emilio. — Dov'è il

rottame?

— Si è arenato presso la caverna, — rispose il mozzo.

— Va' a tagliare un paterazzo dell'albero. —

Il mozzo si recò presso la caverna e poco dopo ritornava tirando la

lunga e grossa gomena incatramata.

— Formiamo ora una scala umana, — disse il veneziano. — Tu, Enrico,

appoggiati alla rupe, io salgo sulle tue spalle e Piccolo Tonno sulle

mie, portando con lui il paterazzo.

— Sarai poi capace di salire? — chiese il marinaio al mozzo.

— Mi basta cacciare un piede ed una mano in una di quelle fessure, —

rispose Piccolo Tonno.

— Avanti allora! —

Il marinaio s'appoggiò alla rupe inarcando il robusto dorso, il signor

Emilio gli salì sulle spalle con un solo salto, poi il mozzo, che si

era legata la fune attorno ai fianchi, s'arrampicò con un'agilità da

scoiattolo, aggrappandosi ad una radice e puntando i piedi nudi entro

un crepaccio.

— Ci sei? — chiese il marinaio.

— Salgo, — rispose il ragazzo.

Il signor Emilio balzò a terra e guardò in aria. Piccolo Tonno

s'arrampicava sul fianco della rupe con rapidità sorprendente e con

sicurezza, tenendosi stretto agli sterpi o alle radici ed approfittando

delle più lievi sporgenze e delle più piccole fessure.

In pochi istanti raggiunse felicemente la vetta della grande rupe, la

quale si addossava alla spiaggia.

— Cosa vedi? — chiese il marinaio, impaziente.

— Tanti alberi e delle canne immense.

— Vi sono delle capanne? — chiese il signor Emilio.

— Non ne vedo.

— Lega la fune, poi gettala.

— Signor Albani!...

— Cosa c'è ancora?...

— Vedo delle scimmie.

— Non valgono il _giupin_[1] ma allo spiedo basteranno pei nostri

stomachi affamati, — disse il marinaio. — Giù la fune, ragazzo

mio!... —

Il mozzo legò un capo del paterazzo attorno la punta d'una roccia e

gettò l'altro, il quale cadde in acqua.

— A voi, signore, — disse Enrico.

Albani afferrò la fune e si mise a salire con una lestezza, che

dimostrava come quell'uomo fosse famigliarizzato cogli esercizi

ginnastici, e raggiunse il mozzo il quale ammirava estatico alcuni

uccelli dalle penne splendidissime, che volteggiavano attorno agli

alberi.

Quella parte dell'isola, le cui sponde erano così elevate, pareva che

fosse assai accidentata e che formasse le ultime pendici della montagna

già scorta, la quale s'alzava a meno di un miglio dal mare.

Quel terreno saliva e scendeva in forma d'ondulazioni assai accentuate,

ed era coperto da folte boscaglie, le quali poi s'arrampicavano sui

fianchi del monte.

Si vedevano alberi d'ogni specie incrociare i loro rami, tanto

crescevano uniti, gli uni altissimi e grossi assai, altri esili e

più bassi e altri ancora nodosi e contorti, tutti coperti da piante

arrampicanti che formavano dei pittoreschi festoni.

Molti uccelli di diverse specie volavano quà e là fuggendo in mezzo

agli alberi più folti, mentre sulle sponde volteggiavano bande di

rondini salangane e parecchi volatili acquatici.

Nessuna traccia d'abitanti si scorgeva su quella costa: non canotti,

non capanne, non un fuoco o del fumo che indicassero la presenza

di qualche abitante. Si vedevano invece numerose scimmie, di quelle

chiamate nasi lunghi (_Nasalis larvatus_) dalla fisonomia comica, col

naso lungo, grosso, a punta rigonfia e rossa come quella dei discepoli

di Bacco e che erano occupate a saccheggiare le frutta degli alberi.

— Nessun abitante, signore? — chiese il marinaio, raggiungendo Albani.

— No, finora, — rispose questi.

— E da mettere sotto i denti, nulla?... Ho un appetito formidabile e vi

assicuro che darei un anno di vita per una zuppiera di quel _giupin_,

che papà Merlotti sapeva fare così delizioso.

— Ed io due per un piatto di maccheroni col pomodoro, — disse il mozzo.

— Per ora vi accontenterete delle frutte di questi _durion_, — rispose

Albani, sorridendo.

— Sono buone, almeno? — chiese il marinaio.

— Le migliori e le più nutrienti di tutte, ma....

— C'è un _ma_?...

— Non so se saprete vincere l'odore ingrato che esalano.

— Toh!... Sono le frutta più squisite e hanno un profumo che non tutti

possono affrontare!... Che specie di frutta sono adunque?

— Deliziose, ti ho detto.

— Puzzassero anche di catrame, io le manderò giù — disse il mozzo. — Ho

lo stomaco vuoto e reclama la colazione molto imperiosamente.

— Seguitemi, — disse Albani. — Ecco delle frutta ben mature che sono

già cadute. —

CAPITOLO VI

I Robinson italiani

Presso un piccolo poggio, sorgeva un gruppo d'alberi altissimi, col

tronco grosso assai e perfettamente liscio, coperti, ad un'altezza di

sessanta o settanta piedi dal suolo, da foglie assai folte.

Ai piedi di quei colossi si vedevano delle frutta grosse come

la testa d'un uomo, ma di forma oblunga, coperti da una buccia

verde-giallognola, irta di punte acutissime e lunghe parecchi

centimetri.

Alcune erano ancora chiuse, ma altre presentavano delle fessure dalle

quali sfuggiva un odore niente affatto piacevole, poichè rassomigliava

a quello esalante dai formaggi putridi e dall'aglio guasto. Attraverso

però quelle spaccature si scorgeva una polpa biancastra, che pareva

promettente.

— Che odore! — esclamò il marinaio, arricciando il naso e facendo una

brutta smorfia. — Che quest'albero produca del formaggio di Gorgonzola

un po' troppo guasto?

— O del cacio-cavallo putrido? — chiese il mozzo.

— Toh! — esclamò il veneziano. — Io vi offro delle migliori e più

delicate frutta della flora malese e voi cominciate a protestare di

già.

— Le vostre frutta saranno squisitissime, signore, ma tramandano un

profumo da far scappare perfino i cani.

— Io invece ti dico, Enrico, che i cani addenterebbero subito e

con molto piacere la polpa di queste frutta, anzi ti dirò che sono

ghiottissimi, avendo il sapore più d'una sostanza animale che vegetale.

Orsù, non fate gli schizzinosi. —

Il signor Albani spaccò un frutto, adoperando la scure, per non

ferirsi le mani con quelle punte pericolose, ed estrasse la polpa che

conteneva, facendo uscire dei grossi semi avviluppati in una pellicola.

— Inghiottisci questa polpa, — disse, offrendola al marinaio. — Se

l'odore ingrato ti dà noia, turati il naso. —

Il marinaio, quantunque avesse i suoi dubbi sulla squisitezza di

quelle frutta, ne mise un pezzo in bocca e, contro ogni previsione, la

inghiottì avidamente.

— Ma è deliziosa! — esclamò. — Migliore della crema più delicata e

più profumata delle frutta più pregiate dei nostri paesi. Mangia, mio

Piccolo Tonno, mangia!... I gelati della tua Napoli la perdono nel

confronto. —

Il mozzo, incoraggiato da quelle parole, si turò il naso e mandò giù.

— Chi direbbe che queste frutta così puzzolenti sono così buone! —

esclamò. — Ancora, signor Emilio, ancora! —

Le frutta abbondavano e, possedendo la scure, i naufraghi non si

trovavano imbarazzati ad aprirle. Abituatisi presto a quell'odore

ingrato, fecero una vera scorpacciata di quella polpa tenera e così

delicata.

— Ma i semi non si mangiano? — chiese il marinaio.

— Sì, — rispose Albani. — Si arrostiscono come le nostre castagne e ne

hanno anche il sapore.

— Signor Albani, facciamo una raccolta di queste frutta.

— Si guastano presto, Enrico, non ne vale quindi la pena, e poi questo

cibo è sostanzioso fino ad un certo punto. Bisognerà trovare qualche

cosa di più solido.

— Della carne? Credete che vi siano degli animali in quest'isola?

— E perchè no? Troveremo dei babirussa, dei tapiri forse, delle scimmie

e fors'anche degli animali pericolosi, delle tigri per esempio.

— Delle tigri!... Diavolo!... E noi non abbiamo che una scure e due

coltelli! Non so cosa accadrebbe di noi se uno di quegli animali ci

assalisse!... Udiamo, signore, cosa avete intenzione di fare? Mi pare

che la nostra situazione non sia molto brillante.

— Sedetevi ed ascoltatemi, amici miei, — disse Albani. — Io non so in

quale isola noi abbiamo approdato, ma credo che sia una di quelle che

formano l'Arcipelago di Sulu e che sia disabitata.

Forse m'ingannerò, ma temo che noi siamo destinati a fare la vita

dei Robinson e ad intraprendere una vera lotta per poterci trarre

d'impiccio.

Questo mare poco noto, poco frequentato dalle navi, essendo noi lontani

dalle linee che ordinariamente tengono i velieri, che dalle isole della

Sonda si recano alle Filippine, non ci offrirà tanto presto l'occasione

di venire raccolti, e chissà per quanto tempo saremo costretti a

rimanere qui.

Fortunatamente se quest'isola sembra deserta è ricca di piante, e la

flora malese può procurare, per chi sappia approfittarne, mille cose

sufficienti ai bisogni della vita.

Non scoraggiatevi quindi: si tratta di lavorare e se Dio ci protegge,

spero di potervi far passare tranquillamente, senza timori e senza

sofferenze, tutto il tempo che saremo costretti a fermarci su

quest'isola.

Siamo i più poveri di tutti i Robinson, poichè gli altri, cominciando

da Selkirk, il capo-scuola, l'eroe di Daniel de Foë, possedevano almeno

delle armi da fuoco, mille cose utilissime che traevano dalle loro

navi naufragate, ma colla fermezza e colla volontà noi nulla avremo da

invidiare agli altri.

Intanto, amici miei, pensiamo a fabbricare un ricovero che è il più

urgente di tutto. Col tempo poi fabbricheremo delle armi mortali quanto

i fucili....

— Delle armi!... — esclamarono i due marinai stupiti. — Ma dove le

troverete?...

— A suo tempo lo saprete, — rispose Albani. — Poi cercheremo il pane....

— Anche il pane!...

— Sì, amici, e vi assicuro che il forno che costruiremo avrà molto da

lavorare.

— Fulmini!

— Terremoto del Vesuvio!

— Poi verrà il resto. Avremo del vino, dell'olio, le candele, le

stoviglie, ecc. Conosco la flora malese e so quante cose indispensabili

alla vita può produrre. La natura penserà a darci tutto.

— Ma voi siete un grand'uomo, signore! — esclamò il marinaio.

— Niente affatto, — rispose Albani, sorridendo. — Ho viaggiato assai,

specialmente nella Malesia, e metterò a profitto tutto ciò che ho

imparato nelle mie escursioni. Al lavoro, amici!... Prima di questa

sera, bisogna avere un ricovero.

— Ma non abbiamo ancora bevuto, signore, — disse il marinaio, — ed io

sarei ben felice di poter ingollare un sorso d'acqua.

— Ecco una pianta che ci darà dell'acqua buonissima, — rispose il

veneziano. — La natura comincia il suo ufficio di provveditrice dei

Robinson. —

Egli si era avvicinato ad una specie di liana ramosissima che

s'arrampicava attorno ad un _durion_, formando dei graziosi festoni, e

aveva impugnato il coltello che aveva preso al mozzo.

— Preparatevi ad accostare le labbra, — disse.

Con un colpo secco la troncò e dai due capi si videro tosto sgorgare

due zimpilli d'acqua limpidissima.

— Non sarà velenosa, signore? — chiese il marinaio, esitando.

— No, uomo diffidente: bevi con tuo comodo che ce n'è per tutti. —

Enrico ed il mozzo applicarono le labbra ai due pezzi della liana e

bevettero avidamente, poi lasciarono il posto al signor Albani che si

era rifiutato di accettarlo prima.

— È vera acqua, signore, — disse il marinaio. — Ma che specie di pianta

è questa, che fa l'ufficio delle fontane?

— Si chiama _aier_ dagli abitanti delle Molucche e d'Amboina, ma è

poco conosciuta dai naturalisti europei. Solamente Rumfio e il nostro

Rienzi, il valoroso esploratore di queste regioni, ne hanno fatto

cenno. È però comunissima e gl'isolani ne fanno molto uso quando

l'acqua diventa scarsa nei serbatoi e nei torrenti.

So che anche le frutta di questa liana contengono molto umore acqueo.

— Che piante strane! — esclamò Piccolo Tonno.

— Ne troveremo delle altre che ci daranno dell'acqua. Seguitemi, amici.

— Dove ci conducete?...

— A trovare i materiali per la nostra capanna. Vedo laggiù una

piantagione di bambù e quelle canne robustissime e facili a

trasportarsi, ci serviranno a meraviglia.

— Ed i rottami, non possono servirci? —

Il veneziano parve colpito da quella domanda.

— È vero, — disse. — Vi sono i cordami, le vele e anche le aste di

ferro dei pennoni che ci possono giovare per molti usi. È meglio che

riportiamo tuttociò a terra, prima che la marea respinga il rottame al

largo. Questa notte potremo accontentarci d'una tenda. —

Tornarono verso la spiaggia cercando un passaggio che permettesse a

loro di scendere verso il mare e lo trovarono a duecento passi dalla

grande rupe. Colà la sponda s'abbassava dolcemente formando una piccola

cala, entro la quale avrebbe potuto trovare un comodo rifugio un

piccolo bastimento, essendo difesa da una doppia linea di scogliere.

Denudatesi le gambe, trovandosi i banchi sabbiosi, che costeggiavano

la sponda, sommersi, in causa dell'alta marea, si diressero verso la

caverna marina, dinanzi alla quale trovarono ancora arenato il rottame.

Si misero tosto all'opera per ricavare tuttociò che poteva essere a

loro necessario. Il legname era inutile, essendovene ad esuberanza

nell'isola e preferendo adoperare i bambù i quali si prestano meglio di

tutti nelle costruzioni delle capanne; ma s'impadronirono delle funi,

dei paterazzi e delle sartie che potevano essere molto utili, quindi

levarono tutte le ferramenta dei pennoni e specialmente le sbarre che

servono d'appoggio ai gabbieri e poi le vele che erano tre, quella di

gabbia, di pappafico e di contra-pappafico.

— Serviranno a fare delle amache e dei vestiti, — disse il veneziano. —

La tela è ancora in buono stato.

— Ma ci mancano gli aghi, signore, — disse il mozzo.

— Troveremo il modo di fabbricarne.

— Di acciaio?...

— Non ho questa pretesa, ma certe ossa di pesci ci serviranno a

meraviglia.

— Lo dite sul serio? — chiese Enrico.

— Certo, incredulo marinaio. Gli abitanti nordici, gli Esquimesi per

esempio, credi che abbiano degli aghi d'acciaio?... No, si servono di

ossa di pesci e noi li imiteremo.

— Ed il filo?...

— Lo avremo dalle vele, quantunque sia certo di trovare qui degli

alberi che potrebbero procurarcelo. L'_arenga saccharifera_ produce una

sostanza cotonacea che i malesi adoperano come esca e che si potrebbe

filare.

— Ma voi, signor Emilio, siete un uomo miracoloso. Sapreste procurarvi

tutto anche in un'isola deserta.

— Sì, purchè abbia degli alberi, — rispose il veneziano, ridendo. —

Orsù, torniamo alla sponda. —

Si caricarono d'una parte degli oggetti ricavati dal rottame e

riguadagnarono il gruppo di _durion_, presso cui contavano di

accamparsi finchè non trovavano un posto migliore.

Dopo essersi un po' riposati, scesero nuovamente la sponda e

riportarono il resto.

Erano allora le quattro pomeridiane, a giudicarlo dall'altezza del

sole. Essendo troppo stanchi per cominciare nuovi lavori, colla vela

di gabbia che era molto grande e con pochi rami d'albero improvvisarono

una comoda tenda, quindi fecero un'ampia raccolta di legne secche onde

mantenere il fuoco acceso durante la notte, temendo qualche visita

pericolosa da parte degli abitanti a quattro gambe della foresta.

Fortunatamente avevano la possibilità di accendere quelle legne, avendo

il marinaio ritrovate in una delle sue tasche l'acciarino, la pietra

focaia e l'esca, che conservava in una scatola metallica assieme alla

pipa, diventata, ohimè, inutile ormai, mancando il tabacco.

Il pranzo fu molto magro quella sera, ma si accontentarono. La minuta

era semplice, ma fortunatamente abbondante: granchiolini di mare

arrostiti sui carboni, delle ostriche, delle frutta di _durion_ e una

sorsata d'acqua data da un'altra liana che avevano scoperta a breve

distanza dalla piantagione di bambù.

— A chi il primo quarto di guardia? — chiese Albani. — Non sarebbe

prudente addormentarci tutti, non sapendo quali animali si nascondono

nei boschi o quali uomini abitino quest'isola.

— Lo farò io, — disse il marinaio.

— Bada di non lasciar spegnere il fuoco.

— Non abbiate timore.

— E se scorgi qualche cosa di sospetto, chiamaci senza indugio.

— Dormite tranquilli. —

Il signor Emilio ed il mozzo scivolarono sotto la tenda, mentre il

marinaio si sdraiava presso il fuoco colla scure a portata della mano.

CAPITOLO VII

La Tigre

Pareva che quella prima notte, sulle sponde di quell'isola sconosciuta,

dovesse trascorrere tranquilla, poichè nessun rumore veniva dalla parte

dei boschi che si estendevano in direzione della montagna, la cui massa

spiccava sul fondo costellato del cielo.

Non si udivano che i monotoni gorgoglii delle onde le quali, spinte

dall'alta marea, venivano ad infrangersi dolcemente contro le scogliere

e sui bassi-fondi sabbiosi.

Il marinaio però, non del tutto rassicurato da quel silenzio, vegliava

attentamente, non ignorando che nelle isole della regione chino-malese,

numerosi e formidabili sono gli animali che abitano le selve e le

jungle.

Riattizzava ad ogni istante il fuoco, il solo riparo che poteva

difenderlo contro una aggressione, ben poco potendo contare

sull'efficacia della scure; aguzzava gli sguardi fissandoli ora verso

la piantagione di bambù ed ora verso i grandi alberi e tendeva gli

orecchi con profonda attenzione.

Vegliava da due ore, quando udì, a non molta distanza, un grido rauco

che rassomigliava ad un miagolìo ma infinitamente più potente di quello

che emettono i gatti.

Il marinaio s'alzò di scatto gettando all'intorno uno sguardo inquieto.

Quella nota gutturale, breve, l'aveva udita ancora: era il grido della

tigre.

I Robinson italiani · 第 2 / 18 段