Con un'ultima bracciata passò dietro al mostro nel momento i

I Robinson Italiani

[Illustrazione: Il _mias_, uscito dai rami, si lasciò

scivolare lungo il tronco come un vero ginnasta, e.... (Pag.

93).]

Emilio Salgari

I Robinson

Italiani

Avventure

illustrate da G. Gamba

Genova

A. Donath, editore

1897

_Proprietà Letteraria_

565 96. — Firenze, Tip. di Salvadore Landi,

dirett. dell'_Arte della Stampa_.

CAPITOLO I

Un dramma in mare

— Al fuoco!...

— Ohe!... Piccolo Tonno!... Sogni o sei sveglio!...

— Al fuoco!...

— Ma tu hai bevuto, furfante!...

— No! Vedo del fumo!

— Con quest'oscurità!... Il ragazzo è diventato pazzo. —

Una voce che aveva l'accento strascicante dei nostri uomini del

mezzodì, echeggiò furiosamente sulla tolda della nave:

— La gran scialuppa fugge!... San Gennaro mandi a picco quei pesci-cani

del malanno!...

— Chi a picco? — tuonò una voce a prua.

— Fuggono!... Eccoli laggiù che arrancano! Il diavolo faccia la festa a

quelle canaglie!

— Ed il fuoco è scoppiato a bordo! —

Una salva di urla e domande s'alzò fra le tenebre:

— I miserabili!...

— Hanno incendiato il brigantino!...

— Ma no!...

— Sì!... Esce del fumo dalla dispensa!

— Mille tempeste!

— Capitano! Ufficiale di quarto!

— Ohe! Tutti in coperta!

— S. Marco ci aiuti!

— Alle pompe! Alle pompe!

— E quei furfanti fuggono!... —

Un uomo semi-nudo, di statura media, ma tarchiato come un giovane toro,

col viso coperto da una folta barba, si slanciò fuori dal boccaporto

del quadro di poppa, tuonando:

— Cosa succede qui? —

L'ufficiale di quarto, che aveva lasciato allora il castello di prua,

gli si precipitò incontro, dicendo con voce rotta:

— Capitano.... i ribelli sono fuggiti!

— I due maltesi?

— Sì, capitano.

— Ma quando?

— Or ora.

— Ma per dove? Non erano incatenati?

— È vero, ma pare che abbiano spezzate le catene.

— Sangue di Mercurio!... Portatemi un fucile e date ordine d'inseguirli

od io....

— È impossibile, comandante.

— Chi lo dice? — urlò il capitano.

— Il fuoco è scoppiato a bordo. —

Il capitano, udendo quelle parole, aveva fatto due passi indietro e la

sua energica ed abbronzata fisonomia, si era alterata.

— Il fuoco a bordo! — esclamò. — E la polvere che portiamo?... Sei

quintali!... Tanto da farci saltare in aria tutti quanti, ma ben

alto!... Seguitemi, signor Balbo e tu, nostromo fa' preparare le pompe

e fa' immergere le manichelle. —

Ciò detto si slanciò sul castello di prua seguito dal secondo, e gettò

un rapido sguardo sul mare.

A cinquecento metri dalla nave, una macchia oscura che si confondeva

coi flutti color dell'inchiostro, s'allontanava rapidamente verso il

sud. Quantunque la distanza fosse già notevole, si udivano i colpi

precipitati di alcuni remi.

— Miserabili! — disse il capitano, facendo un gesto di furore. — E non

un alito di vento che gonfi le nostre vele su questo mare dannato!

— Lasciate che vadano a farsi impiccare altrove, capitano Martino, —

disse il secondo.

— E se la nave fosse perduta?... Ci hanno privati della sola scialuppa

che possedevamo. Il canotto, lo sapete, è stato portato via dalle onde

la scorsa settimana.

— Costruiremo una zattera.

— Sì.... — disse il capitano, come parlando fra se stesso. — Se

ci rimarrà il tempo!... Alle pompe!... Alle pompe o siamo tutti

perduti! —

Stava per scendere dal castello, quando una speranza gli balenò nel

cervello.

— Signor Balbo, datemi il porta-voce.

— Cosa volete fare?

— Silenzio.... affrettatevi. —

Il secondo balzò in coperta senza perdere tempo a scendere la scaletta,

entrò nella camera comune dell'equipaggio, afferrò il porta-voce del

nostromo e lo portò al capitano.

La voce robusta dell'uomo di mare echeggiò come una tromba, coprendo i

comandi precipitati del nostromo, le grida dei marinai ed il fracasso

delle pompe che già cominciavano ad assorbire l'acqua.

— A bordo!... — aveva tuonato il capitano. — A bordo o vi faccio

appiccare ai pennoni del contra-pappafico. —

Una voce lontana, che veniva dal largo e che aveva una intonazione

ironica, rispose:

— Buona fortuna a tutti!

— A bordo e vi perdono tutto!

— No!...

— V'inseguiremo e vi uccideremo canaglie! —

Nessuna voce rispose a quest'ultima minaccia: la scialuppa era

scomparsa fra le tenebre.

— Dio vi punirà, — disse il capitano con voce sorda. — Alle pompe e che

Dio protegga noi! —

Il nostromo, in quel frattempo, aveva fatto preparare la pompa di

prua e quella di poppa, aveva fatto immergere in mare le manichelle e

portare sul ponte tutti i mastelli e le secchie disponibili.

I dodici marinai che componevano l'equipaggio della nave, stavano

pronti alle sbarre, ed attendevano trepidanti gli ordini del capitano.

Del fumo denso, impregnato d'un acuto odore di catrame e di materie

grasse, sfuggiva ad intervalli dalle fessure del boccaporto maestro.

Il fuoco doveva essere scoppiato nella dispensa che era situata presso

la camera comune dell'equipaggio e doveva essersi comunicato al carico

della stiva.

Il capitano aveva dato ordine di aprire il boccaporto, per poter

constatare la gravità dell'incendio. Il mastro ed alcuni marinai

stavano levando già i passanti di ferro che servono come da catenacci.

Sotto si udivano dei cupi brontolii, dei ronzii sordi, poi delle

detonazioni come se scoppiassero dei recipienti pieni di liquidi

alcoolici, mentre il catrame delle commessure della tolda cominciava a

ribollire in causa del calore interno.

Nessuno fiatava, ma sul viso di tutti quegli uomini si leggeva già una

profonda angoscia. Quei volti abbronzati dal sole equatoriale e dai

venti del mare erano diventati pallidi e quelle fronti, ordinariamente

serene anche in mezzo alle tempeste, erano diventate cupe.

L'ultima traversa stava per venire levata, quando il boccaporto

s'alzò violentemente, rovesciandosi sulla tolda come sotto una spinta

misteriosa.

Subito una fiamma enorme, una vera colonna di fuoco, irruppe dalle

profondità della stiva e s'allungò verso le vele di gabbia dell'albero

maestro, illuminando sinistramente la notte e tingendo le onde di

riflessi sanguigni.

Un immenso urlo d'orrore, d'angoscia, di spavento echeggiò sulla tolda

della disgraziata nave, perdendosi lontano lontano sul mare.

Tutti si erano gettati indietro per non venire investiti da quella

vampa mostruosa, che si contorceva colle selvagge contrazioni dei

serpenti e perfino gli uomini delle pompe, avevano abbandonate

precipitosamente le traverse.

— Ai vostri posti! — tuonò il capitano.

Il solo nostromo, un vecchio dalla barba bianca ma coi lineamenti

energici, si mosse per spingere le manichelle sull'orlo della stiva.

Il capitano impallidì.

Raccolse una scure dimenticata sull'argano e alzandola minacciosamente,

ripetè con un tono di voce da non ammettere repliche:

— Ai vostri posti, o vi faccio sentire come pesa quest'arma!... —

L'equipaggio sapeva per prova, che il comandante non era uomo da

scherzare. Dopo una breve esitazione tornò alle pompe, mentre due

o tre altri marinai, che non potevano trovare posto alle traverse,

s'impadronivano dei mastelli.

La colonna di fuoco, dopo d'aver minacciato d'incendiare la gran

gabbia, si era abbassata, rientrando a poco a poco nella stiva, ma

dal boccaporto spalancato irrompevano, ad intermittenze, pesanti

nuvoloni di fumo denso e nero che una calma assoluta manteneva quasi

sopra la tolda, e nembi di scintille le quali s'alzavano lentamente,

disperdendosi sui neri flutti dell'oceano.

Passato il primo istante di terrore, tutti si erano messi alacremente

al lavoro, sapendo che se non riuscivano a spegnere l'incendio una

morte orribile li attendeva, non essendovi ormai a bordo più nessuna

scialuppa.

Le pompe funzionavano rabbiosamente senza posa, versando torrenti

d'acqua nelle profondità ardenti della stiva, mentre gli uomini dei

mastelli s'affannavano a vuotare i loro recipienti, avanzandosi fra il

fumo e le scintille.

Il capitano ed il secondo, ritiratisi a poppa, stavano abbattendo,

a gran colpi di scure, una parte della murata di babordo. Pareva che

avessero intenzione di allestire il materiale per la costruzione d'una

zattera.

Stavano per assalire la murata del cassero, quando un nuovo

personaggio, uscito allora dal quadro, comparve sulla tolda.

Era un uomo che aveva varcato la trentina di qualche anno, di statura

bassa, un po' inferiore alla media, con petto assai sviluppato, larghe

spalle e membra muscolose senza però essere grosse.

Il suo viso largo, un po' angoloso, col mento appuntito, era pallido,

leggermente abbronzato dalla salsedine del vento marino; la sua fronte

ampia, appena segnata da una ruga precoce, indicava che quell'uomo

era inclinato alla riflessione; i suoi occhi, sormontati da due

sopracciglia folte, dall'ardita arcata, erano profondi, ma talora

scintillavano e pareva allora che volessero penetrare nel più profondo

dei cuori; le sue labbra strette, ombreggiate da un paio di baffi

rossicci, indicavano che quello sconosciuto doveva possedere una

incrollabile energia.

Vedendo quelle nubi di fumo e quelle folate di scintille che

s'innalzavano attraverso l'alberatura del veliero, e quei riflessi

sanguigni che si proiettavano sul viso dei marinai, corrugò la fronte,

ma senza manifestare alcuna impressione di terrore.

— Un incendio? — diss'egli, volgendosi verso il capitano. — Se non mi

svegliavo, mi lasciavate adunque arrostire tranquillamente nella mia

cabina?

— Siete voi, signor Emilio? — chiese il comandante sporgendosi dal

cassero.

— In persona, comandante.

— Venite ad aiutarci, se vi preme la pelle.

— La cosa è grave?

— Gravissima, signore. La stiva è piena di fuoco e....

— Che cosa?

— Corriamo il pericolo di saltare in aria, — disse il capitano a voce

bassa, per non farsi udire dai marinai.

— Dite?...

— Che vi sono sei quintali di polvere sotto il carico di cotone. —

Colui che veniva chiamato il signor Emilio, trasalì, poi balzando sulla

scaletta del cassero con un'agilità sorprendente, da farsi invidiare

dal più svelto gabbiere di bordo, raggiunse i due comandanti.

— Siamo nelle mani di Dio, adunque, — diss'egli, impugnando una scure.

— Sì, e non so se avremo il tempo per finire la zattera.

— Un tempo sono stato ufficiale di mare come voi, capitano e di tali

costruzioni me ne intendo. In acqua la boma della randa e poi picchiamo

dentro all'albero maestro. Ci potranno servire per un primo punto

d'appoggio.

— Ben detto, signor Emilio. —

La boma, staccata alla base, fu gettata in mare tenendola attaccata

ad un gherlino, poi i tre uomini assalirono vigorosamente l'albero

maestro.

Ormai non si illudevano più sulla salvezza del veliero. L'incendio,

quantunque vigorosamente combattuto dall'equipaggio, il quale non

cessava un solo istante dal manovrare le pompe, guadagnava rapidamente

e minacciava l'intera alberatura.

La grande fiamma, per un istante domata, tornava a irrompere attraverso

il boccaporto, bruciando le vele ed i cordami. Da un istante all'altro

poteva avvenire la spaventevole esplosione.

Il capitano ed il secondo, pur continuando a maneggiare con furore

le scuri, impallidivano a vista d'occhio ed anche il loro compagno

cominciava a perdere la sua ammirabile calma. Vi erano certi momenti

in cui s'arrestavano per tendere gli orecchi onde meglio raccogliere

i sordi brontolii delle fiamme divoratrici o gli scricchiolii dei

corbetti che si fendevano o il fragore dei puntali che cadevano a due a

due per volta.

— Presto!... presto!... — ripeteva il capitano.

L'albero, reciso, ad un tratto oscillò con un lungo crepitìo, poi

l'enorme tronco piombò sulla murata di babordo fracassandola e immerse

nelle onde illuminate la punta dell'alberetto, seco trascinando

pennoni, vele e cordami.

Quasi nel medesimo istante una sorda detonazione echeggiò nel ventre

infiammato del legno. Era scoppiata una parte della polvere?...

Il capitano gettò un urlo d'angoscia.

— Tutti in acqua!... La polvere! la polvere! la po.... —

Non finì. Mentre alcuni uomini, più agili degli altri, balzavano sopra

le murate, uno spaventevole scoppio rimbombò sul mare.

Una fiamma gigantesca, livida, irruppe dal boccaporto; il ponte ed i

fianchi del veliero si squarciarono con indicibile violenza e l'intera

massa galleggiante fu sollevata sui flutti.

Per alcuni istanti una enorme nuvola ondeggiò sull'oceano, poi una

pioggia di rottami incandescenti piombò sulle onde sibilando, e

la carcassa del veliero, sventrata, invasa dalle acque irrompenti

attraverso alle squarciature, scomparve nei profondi baratri del mare

di Sulu.

CAPITOLO II

Sull'albero maestro

La _Liguria_ era salpata da Singapur il 24 agosto del 1840 diretta

ad Agagna, la città più popolosa delle isole Marianne, con un carico

di cotoni lavorati, destinati ai capi di quelle isole ed una grossa

partita d'armi e sei quintali di polvere per i presidii spagnuoli.

Quantunque fosse stata varata in un cantiere genovese nove anni prima,

era in quell'epoca ancora un bel veliero, saldo di costole, di forme

eleganti come lo sono tutti i navigli che si costruiscono dai Liguri,

con un solido sperone e portava splendidamente la sua alta alberatura

da brigantino a palo.

Il capitano Martino Falcone, uno di quei lupi di mare della riviera,

pieno d'audacia e d'energia, l'aveva acquistato coi suoi risparmi,

e da vero discendente del grande Colombo, aveva intrapreso le lunghe

navigazioni, più pericolose sì ma ben più rimunerative del grande e

piccolo cabotaggio.

Formato un equipaggio di scelti marinai, raccolti in tutti i porti

dell'Adriatico e del Tirreno, aveva intrapreso degli arditi viaggi

in India, nell'estremo oriente ed anche nel grande Oceano Pacifico,

infischiandosene delle tempeste, dei tifoni dei mari della China, e

delle pericolose scogliere della Malesia e della Polinesia.

Per nove anni aveva percorso tutti quei mari con invidiabile fortuna,

accumulando delle somme assai rotonde, affrontando vittoriosamente le

ire dei marosi e le furie dei venti e senza mai cambiare i suoi bravi

marinai dei quali mai aveva avuto a dolersi, ma nel suo penultimo

viaggio, la fortuna aveva cominciato ad abbandonarlo.

Una tempesta che lo aveva sorpreso all'entrata dello stretto di

Malacca, mentre da Rangun si recava a Singapur, aveva malmenata la sua

nave in tale modo, da costringerlo, appena giunto a destinazione, a

metterla in cantiere per delle lunghe riparazioni.

Quella disgrazia doveva essergli fatale.

Due dei suoi più valenti marinai, stanchi di quel riposo prolungato,

avevano rotto l'arruolamento e si erano imbarcati su altre navi,

sicchè, giunto il momento della partenza, aveva dovuto mettersi in

cerca d'altri per completare l'equipaggio.

La mala fortuna gli aveva fatto trovare due marinai maltesi, sbarcati

alcune settimane prima da una nave inglese. Perchè avevano lasciata

la nave che dalle acque del Mediterraneo li aveva portati sulle

coste della Malacca?... Nessuno lo sapeva ed il capitano Martino, che

preferiva avere a bordo dei marinai del Mediterraneo e possibilmente

degli italiani, non aveva cercato di scoprirne il motivo, tanto più che

la nave inglese aveva lasciato il porto tre settimane prima, in rotta

pei porti del Celeste Impero.

Pochi giorni dopo però, doveva pentirsene di quei nuovi arruolati.

Appena in alto mare, fuori di vista dalle coste della Malacca, i

maltesi avevano cominciato a dare segni d'insubordinazione.

Lavoravano il meno possibile, non compivano mai interamente i quarti

di guardia sia notturni che diurni, si ribellavano ai comandi del

nostromo, poi a quelli del secondo e finalmente a quelli del capitano.

Dovendo poggiare a Varauni per prendere una ragguardevole provvista

di olii canforati, pure destinati agli isolani delle Marianne, aveva

deciso di sbarazzarsene; ma giunto nel porto della capitale del regno

di Borneo, i due maltesi, che da qualche giorno pareva che fossero

pentiti, con mille promesse erano riusciti a farsi mantenere a bordo.

Era stato precisamente a Varauni che il capitano Falcone aveva

imbarcato, in qualità di passeggiero, quell'uomo che abbiamo udito

chiamare il signor Emilio, dietro speciali raccomandazioni del console

olandese.

Quel passeggiero non era un olandese, ma un italiano come tutto

l'equipaggio della _Liguria_. Era un veneziano da parecchi anni

stabilitosi nel Borneo, dove aveva fatto una considerevole fortuna

trafficando in canfora.

Antico ufficiale di marina, poi esploratore per conto del governo

olandese, quindi negoziante ricchissimo, si era imbarcato per fare

delle esplorazioni per suo conto nelle isole del grand'Oceano.

Uomo istruitissimo, amabile, energico quanto il capitano, aveva tenuto

buona compagnia a tutti, facendosi amare dai marinai e dagli ufficiali.

La navigazione era stata ripresa sotto i più lieti auspici, essendo il

mare tranquillissimo ed il vento favorevole.

Già la _Liguria_ aveva perduto di vista le coste del Borneo e

s'inoltrava attraverso il mare di Sulu, compreso fra il vasto gruppo

delle Filippine al nord e all'est, la lunga e sottile isola Palavan

all'ovest e le sponde settentrionali del Borneo, quando una disputa

violentissima, che doveva avere più tardi terribili conseguenze,

scoppiò a bordo, per opera dei due turbolenti maltesi.

Essendosi rifiutati di prendere parte alla manovra, mentre la _Liguria_

correva delle lunghe bordate avendo il vento contrario, un bollente

palermitano, stanco di vedere quei due fannulloni con le mani in tasca,

perduta la pazienza, aveva lasciato andar loro due sonori scapaccioni.

I due maltesi, più bollenti del siciliano, avevano estratti i coltelli,

assassinando un catanese che era accorso in aiuto del compatriotta.

Il capitano comparso sul ponte, attirato dalle grida dei rissanti,

aveva atterrato i due furfanti con un buon colpo di manovella

sapientemente applicato sui loro dorsi, poi li aveva fatti incatenare

e cacciare nella sentina, per consegnarli più tardi alle autorità

spagnuole di Guam.

Pareva che tutto fosse finito, quando una sera, mentre una calma

assoluta aveva immobilizzata la _Liguria_ in mezzo al mare di Sulu,

i due maltesi che si trovavano forse in possesso d'una lima, erano

riusciti a evadere imbarcandosi sull'unica scialuppa che era rimasta

a bordo e che secondo l'usanza delle nostre navi, era stata tenuta

ormeggiata alla poppa.

Ma questo non era tutto: i due miserabili, forse per vendicarsi del

colpo di manovella del capitano, avevano dato fuoco alla dispensa e

fors'anche al carico di cotoni.

I lettori sanno il resto: la nave, due ore dopo, balzava in aria per lo

scoppio delle polveri e la fumante carcassa s'inabissava sotto le onde

tenebrose del mar di Sulu.

. . . . . . .

L'orribile rimbombo era appena cessato e la pioggia di rottami

incandescenti era terminata, quando in mezzo al gorgo enorme scavato

dal rottame nella sua immersione, si udì ad echeggiare una voce umana.

Ora risuonava acuta, limpida, ed ora strozzata come se la gola

dell'uomo che la emetteva, volta a volta venisse bruscamente invasa

dalle onde prodotte dal gorgo.

Una forma oscura s'agitava fra la spuma, spariva un istante, poi

ricompariva ed allora la si vedeva agitare le braccia con suprema

energia.

Chi era quel fortunato che ancora sopravviveva all'orrendo disastro,

mentre forse tutti gli altri avevano seguito la povera nave attraverso

i profondi abissi del mare?...

La luna che allora cominciava a sorgere a fior dell'orizzonte, facendo

scintillare getti d'argento fuso, permetteva di vedere quel superstite

della tremenda esplosione.

Era un marinaio giovane ancora, poichè non doveva avere più di

venticinque a vent'otto anni, colla pelle del viso assai abbronzata,

i lineamenti marcati, gli occhi neri e vivaci ed i capelli e la barba

pure nera. Era uno di quei tipi che s'incontrano di sovente nella

riviera di levante o di ponente della Liguria, veri tipi di marinai

pieni d'audacia e di fuoco.

Quantunque appena sfuggito al tremendo pericolo e solo, su quel mare

che era forse abitato dai feroci pesci-cani, mostri comunissimi nelle

acque della China e della Malesia, pareva tranquillo.

Nuotava con sovrumana energia, alzandosi sulle onde per gettare

all'intorno dei rapidi sguardi, e fra una battuta dei piedi e delle

mani, gridava:

— Ohe!... Da questa parte! —

Nessuno però rispondeva alla sua voce, all'infuori dei gorgoglii delle

acque ancora agitate dal gorgo scavato dalla nave. Erano adunque tutti

periti, i marinai e gli ufficiali della _Liguria_?... Maledizione sui

miserabili che avevano provocato l'incendio e l'esplosione!...

Il marinaio avanzava sempre, cercando qualche rottame della disgraziata

nave per avere almeno un punto d'appoggio, ma la luna non rischiarava

ancora sufficientemente il mare: bisognava aspettare che si alzasse di

più sull'orizzonte.

Per la ventesima volta aveva lanciata la sua chiamata, quando gli parve

di udire, in distanza, una voce umana.

S'arrestò anelante, trattenendo il respiro, rovesciandosi sul dorso per

mantenersi a galla, senza aver bisogno di muovere le braccia e le gambe

ed ascoltò con profonda ansietà.

No, non si era ingannato!... Dinanzi a lui, ad una distanza di tre o

quattrocento metri, si udivano delle voci.

— Dei compagni!... — esclamò, con viva emozione. — Dunque non tutti

sono morti fra l'esplosione? —

Con un colpo di tallone s'alzò su un'onda che stava per investirlo e

lanciò un acuto sguardo dinanzi a sè.

Sui flutti argentei illuminati dall'astro notturno, gli parve di

scorgere due forme umane ed una massa nerastra con delle antenne tese

in alto. Un grido gli irruppe dal petto:

— Ohe!... ohe!... Aiuto, camerati! —

Una voce limpida, acuta, che veniva dal largo, subito gli rispose:

— Da questa parte!

— Chi siete voi?

— Albani e Piccolo Tonno.

— Il signor Emilio ed il mozzo, — mormorò il marinaio. Poi alzando la

voce:

— Ed il capitano?

— Scomparso.

— Avete trovato un rottame?

— L'albero maestro: affrettatevi.

— Vengo! —

Il marinaio nuotava sempre e con maggior vigore, consumando le sue

ultime forze. Ormai, alla luce azzurrina della luna, distingueva

perfettamente i suoi compagni i quali si tenevano a cavalcioni

dell'albero maestro.

Già non distava che una gomena, quando credette udire dietro di sè un

tonfo ed un rauco sospiro.

Si volse rapidamente, ma altro non vide che un fiotto di spuma che

s'allargava in forma di cerchio.

— Qualche cadavere tornato a galla? — si chiese, rabbrividendo.

Un grido che veniva dalla parte del rottame, s'alzò sul mare:

— Attenzione, marinaio!...

— Cosa avete scorto? — chiese il nuotatore, con inquietudine.

— Avete un pesce-cane alle spalle.

— Gran Dio!...

— Avete un coltello?

— Il mio di manovra.

— Tenetelo pronto: vengo in vostro soccorso! —

S'udì un tonfo, poi balzò in aria uno sprazzo d'acqua scintillante. Il

signor Emilio aveva lasciato l'albero e nuotava verso il marinaio con

lena affannosa, per aiutarlo contro l'assalto dell'affamato squalo.

Il nuotatore, in preda ad una terribile ansietà, sapendo per prova

con quale formidabile nemico aveva da lottare, si era arrestato,

rannicchiando le gambe per tema di sentirsele mozzare da un istante

all'altro.

Aveva però estratto dalla cintola il coltello di manovra, una specie di

_navaja_ spagnuola acuminata, taglientissima e lunga mezzo piede, arma

pericolosa nelle mani d'un uomo risoluto.

Nessun altro rumore giungeva ai suoi orecchi, però la sua ansietà

cresceva di momento in momento, poichè lo squalo poteva giungergli

sott'acqua e tagliarlo in due con un solo colpo di mascelle.

Ad un tratto vide emergere bruscamente, a meno di dieci passi, una

testa enorme, sotto la quale s'apriva una bocca larga quanto una botte

sfondata e irta di parecchie file di denti triangolari.

— Aiuto!... — urlò il disgraziato.

— Non temete, — rispose una voce. — Siamo in due a combatterlo! —

CAPITOLO III

L'assalto del Pesce-cane

Il signor Albani, l'ex-ufficiale di marina, che doveva essere un forte

nuotatore, era improvvisamente emerso dietro allo squalo. La luna

faceva scintillare il coltello che teneva stretto fra i denti.

Con un'ultima bracciata passò dietro al mostro nel momento in cui

questo stava per inabissarsi e raggiunse il marinaio, il quale non

osava più muoversi pur tenendo in pugno l'arma.

— Non temete Enrico, — disse il signor Emilio, con voce tranquilla, —

se lo squalo ci assale, avrà il suo conto.

— Che ci arrivi sotto? — chiese il marinaio, che riprendeva animo,

sapendo d'avere un valoroso compagno.

— La luna illumina l'acqua e potremo vederlo: aspettate! — Si tuffò

e gettò sotto i flutti un rapido sguardo, ma non vide nulla. Risalì

a galla e tornò a guardare e scorse subito, a venti passi, un legger

remolìo che indicava l'imminente comparsa d'un corpo gigantesco.

— L'abbiamo alle spalle, — disse. — Mettete il coltello fra i denti e

affrettiamoci a battere in ritirata verso l'albero.

— Non verremo assaliti?

— Non lo credo; troverà dei numerosi cadaveri senza dare addosso ai

vivi, — rispose il signor Emilio, con un sospiro.

— Ma credete che siano tutti morti gli altri?

— Lo credo: affrettiamoci. —

Si misero a nuotare rapidamente, volgendo di frequente il capo per

vedere se il pesce-cane li seguiva, ma pareva che il mostro non

pensasse più a loro. Appariva e scompariva emettendo dei rauchi

sospiri, vibrava qualche colpo di coda sollevando delle vere ondate,

ma si teneva lontano; senza dubbio aveva trovato ben altre prede senza

correre alcun pericolo.

In pochi minuti i due nuotatori attraversarono la distanza che li

separava dall'albero su cui si teneva il loro compagno, colui che

abbiamo udito chiamare il Piccolo Tonno.

Quest'ultimo superstite, era il mozzo della _Liguria_. Era un

ragazzetto di quindici o sedici anni, agile come una scimmia, bene

sviluppato, con un viso intelligente e furbesco.

Aveva gli occhi grandi e neri, tagliati a mandorla, il profilo

regolarissimo che rammentava quello delle razze greco-albanesi,

una boccuccia da donna con due labbra vermiglie, le guancie, un po'

abbronzate, pienotte ed i capelli neri.

Era stato imbarcato tre anni prima dal defunto capitano Falcone, il

quale lo aveva raccolto morente di fame sulle spiagge d'Ischia. Non

aveva conosciuto nè il padre, nè la madre, e solo ricordavasi di aver

passata la sua gioventù in compagnia d'un vecchio pescatore, vivendo

assieme fino al giorno in cui quel poveraccio era morto.

Rimasto solo, aveva errato a capriccio sulle sponde o nelle campagne

delle isole, vivendo di granchi e di frutta che rubava alla notte,

finchè sopraggiunto l'inverno, estenuato, ridotto a pelle ed ossa, era

caduto morente sulla riva, dove era stato trovato dal capitano, che

erasi colà recato per visitare una sua vecchia parente.

Ubaldo detto il Piccolo Tonno — tale era il suo nome, poichè mai ne

aveva avuto un'altro, — aiutò i compagni a salire sul rottame, cercando

contemporaneamente che l'albero non girasse su sè stesso.

— Auff!... — esclamò il marinaro, scuotendosi di dosso l'acqua che gli

aveva inzuppato le vesti. — Ancora mezz'ora ed io correvo il pericolo

d'andare a picco come una palla di cannone.

— E di venire tagliato in due da quel mangiatore d'uomini, è vero

camerata, — disse il mozzo.

— Senza il signor Emilio, non so se a quest'ora avrei ancora attaccate

le gambe. Grazie, signore; non dimenticherò mai....

[Illustrazione: .... aveva atterrato i due furfanti con un

buon colpo di manovella sapientemente applicato.... (Pag.

11).]

— Lascia andare, Enrico, — disse Albani, interrompendolo. — Pensiamo

invece a levarci d'impiccio da questa situazione che è poco allegra.

— Non domando di meglio.

— Hai udito nessun grido.

— Nessuno, signore. Io credo che i nostri disgraziati compagni siano

tutti morti.

— Povero capitano e poveri marinai!... Maledizione sui traditori!

— Dio li punirà, signore. Anche avendo la scialuppa non andranno

lontani, poichè non devono avere con loro che pochi viveri.

— Non vi era che una bottiglia vuota nell'imbarcazione, — disse il

Piccolo Tonno, col suo accento strascicante dei meridionali. — Io lo

so, avendo pulita la scialuppa ieri mattina.

— Scorgete dei rottami? — chiese il signor Emilio.

— Non vedo che una botte galleggiare laggiù, — disse il marinaio.

— Fosse almeno piena.

— Mi pare vuota, poichè è più di mezza sopra l'acqua.

— Pure, dei rottami ve ne devono essere. I pennoni e l'albero di

trinchetto devono galleggiare e vorrei prima vederli.

— Cosa sperate, signore?

— Può esservi qualche naufrago da raccogliere.

— Non lo credo, — disse il marinaio, crollando il capo. — Avrebbe

risposto alle mie ed alle vostre chiamate.

— I rottami possono essere lontani e.... ma, non vi pare che siamo già

molto distanti dal luogo della catastrofe?

— Infatti, signore, mi sembra che noi ci allontaniamo.

— Forse qualche corrente ci trascina.

— Lo credo anch'io.

— Ciò è grave.

— Perchè?...

— Perchè ci allontana dai rottami, mentre avremmo forse potuto

raccogliere del legname bastante per costruirsi una zattera e anche

qualche cassa o qualche barile contenente dei viveri.

— Proviamo a chiamare, signore, — disse Ubaldo Piccolo Tonno. — Se

qualche nostro compagno si è salvato, cercheremo di raggiungerlo o lui

cercherà di raggiungere noi.

— Proviamo, — disse Albani.

Tre tuonanti chiamate echeggiarono:

— Ohe!... Ohe!... Ohe!... —

Tesero gli orecchi ed ascoltarono con viva attenzione, ma nessuna voce

rispose.

Ripeterono le chiamate con maggior vigore, ma invano. Solamente i

gorgoglii dell'acqua ed i soffi rauchi dello squalo, giunsero agli

orecchi dei naufraghi.

— Sono tutti periti, — disse il marinaio. — Non siamo vivi che noi,

ma perduti nell'immensità del mare e chissà a quale spaventevole sorte

destinati.

— Non disperiamo, — disse il signor Albani. — Se Dio ci ha conservati

in vita, non sarà certo per farci poi morire di fame e di sete o sotto

i denti degli squali.

— Ma come siamo sfuggiti alla catastrofe?

— Perchè ci siamo gettati in mare prima che la nave scoppiasse.

— Voi, ma io no, signore, — disse Enrico. — Io stavo per varcare la

murata di prua, quando mi sono sentito proiettare in aria in mezzo ad

un nuvolone di fumo e poi piombare in mezzo alle onde, mentre intorno

a me cadevano, sibilando, rottami d'ogni specie. Come sono tornato a

galla ancora vivo? Io non lo so.

— È stato un miracolo che i rottami non ti abbiano ucciso.

— Lo credo, signore. Ed ora, cosa faremo? Riusciremo a salvarci o siamo

serbati ad una lenta e straziante agonia? —

Il signor Albani non rispose: cogli sguardi fissi distrattamente sulla

luna, che seguiva il suo corso in mezzo ad un cielo senza nubi, pareva

che meditasse profondamente.

Pensava al modo d'uscire da quella situazione che d'ora in ora

diventava più grave o alle ultime parole del marinaio?...

I suoi compagni, pure pensierosi, tristi, tenendosi strettamente a

cavalcioni di quell'avanzo della _Liguria_, gettavano sguardi inquieti

sulla sconfinata superficie del mare, forse colla speranza di veder

apparire, sulla linea argentea dell'orizzonte, qualche macchia oscura o

qualche punto luminoso che indicasse la presenza d'una nave salvatrice.

— Ascoltatemi, — disse ad un tratto l'ex-uomo di mare, scuotendosi.

— Sapete dove precisamente trovavasi la _Liguria_ nel momento del

disastro?... Tu, Enrico, eri di quarto, se non m'inganno.

— All'est delle isole Sulu, — rispose il marinaio.

— Sapresti dirmi la distanza?

— Lo ignoro, signore. Quando il capitano ha fatto il punto, non ero

presente.

— E nemmeno io, — disse Piccolo Tonno.

— Forse siamo a due o trecento miglia da quell'Arcipelago, — disse il

signor Albani, come parlando fra sè stesso.

— Lo credo, — rispose Enrico.

— Una distanza enorme da attraversare, per degli uomini che sono privi

d'un canotto e senza un sorso d'acqua e dei biscotti.

— Senza poi contare che l'Arcipelago di Sulu è abitato dai più

birbaccioni pirati della Malesia, — aggiunse il marinaio.

— Vediamo, — disse il signor Albani. — Dove ci porta questa corrente,

che ci allontana dal luogo del disastro.

— Aspettate, signore, — disse il mozzo. — Ho una piccola bussola in

tasca, regalatami dal capitano. —

Estrasse il prezioso oggetto, lo espose ai raggi della luna e guardò la

lancetta.

— Andiamo verso l'est, — rispose poi.

— Verso l'Arcipelago? — chiese il marinaio.

— Sì, — confermò il signor Emilio.

— Quale velocità credete che abbia questa corrente?

— Forse un miglio e mezzo all'ora.

— Supponendo che l'Arcipelago fosse lontano trecento miglia,

impiegheremmo?...

— Duecento ore, ossia otto giorni e otto ore.

— Ventre di pesce-cane!... — esclamò il marinaio. — Tanto da morire di

fame con tutto comodo!...

— Se non di fame, per lo meno di sete, — disse il signor Emilio. — Col

calore che regna su questo mare, non potremo resistere.

— E poi otto giorni senza chiudere occhio! — aggiunse Piccolo Tonno. —

Temo di non dover più mai rivedere nè Ischia, nè Napoli.

— Nè io papà Merlotti, il taverniere di via Sottoripa, mio buon amico,

— disse il marinaio. — Addio, Genova!...

— C'è tempo a morire, amici miei, — disse l'ex-uomo di mare. — È vero

che questo mare è poco battuto dalle navi, ma possiamo venire raccolti

da qualcuna, oppure venire spinti verso qualche isola dell'Arcipelago.

Ve ne sono parecchie lontane dal gruppo principale e chissà che

qualcuna non ci sia vicina.

— Per ora non ne vedo, signore.

— Navighiamo da mezz'ora, Enrico. Aspetta domani mattina o posdomani.

— Ma non abbiamo nulla da porre sotto i denti, signore.

— In due o tre giorni non si muore.

— Ma il sonno? Resisteremo noi?

— Vi sono delle funi appese all'albero ed anche dei pezzi di vela. Chi

c'impedirà di fabbricare, alla meglio, un'amaca, di appenderla ai due

pennoni o fra la crocetta e un'antenna?...

— È vero, — disse il mozzo.

— Zitto, — disse il marinaio.

— Cos'hai udito? — chiese Albani.

Un tonfo si udì dietro all'albero. I tre naufraghi si volsero di comune

accordo e videro una massa nerastra emergere a pochi passi di distanza,

fissando su di loro due occhi rotondi, colla pupilla azzurrognola e

l'iride verde-oscuro.

Una bocca enorme, semi-circolare, s'aprì emettendo un rauco brontolìo,

mostrando una corona di denti piatti, triangolari, frastagliati, che si

muovevano come se già gustassero la preda agognata.

— Ancora quel dannato pesce-cane! — esclamò il marinaio, impallidendo.

— Ma che non ci lasci proprio più?

— Attenti alle gambe, — disse Albani.

— Ed alla coda, — aggiunse il mozzo.

Lo squalo, che doveva aver seguito il rottame colla speranza

d'impadronirsi, presto o tardi delle vittime, allungò il grosso capo

appiattito verso l'albero, come se volesse conoscere più da vicino le

prede e con un poderoso colpo di coda uscì più di mezzo dall'acqua.

I tre naufraghi, con un moto istintivo, pur tenendosi sempre a

cavalcioni dell'albero, si erano gettati indietro, aggrappandosi ai

cordami del pennone di gabbia, il quale mantenevasi ritto, mentre

l'altra metà trovavasi sommersa.

— Su le gambe, — gridò Albani.

— Fulmini!...

— S. Gennaro mandi un accidente a quel mangiatore d'uomini!...

— Attenzione!... —

Lo squalo stava per ritentare l'assalto e certamente più impetuoso del

primo, poichè quei mostri, sebbene pesino cinque ed anche seicento

chilogrammi, sono dotati d'una agilità straordinaria. Con un colpo

della loro possente coda riescono a slanciarsi fuori dall'acqua

per parecchi metri, ed una volta ne fu veduto uno toccare perfino

l'estremità del pennone di trinchetto d'una nave negriera, per

impadronirsi d'un cadavere che era stato appositamente colà sospeso.

Gli occhi del mangiatore d'uomini tradivano un'ardente bramosia e

la sua bocca si era aperta smisuratamente, illuminandosi di quella

luce vivida e sinistra che simili mostri proiettano durante la notte.

S'immerse un istante come se volesse prendere maggiore slancio, poi

si scagliò uscendo tutto intero dall'acqua, ma invece di colpire i

naufraghi che si erano lasciati cadere precipitosamente, varcò l'albero

e cadde dall'altra parte, imbrogliandosi fra i bracci del pennone, le

sartie ed i paterazzi.

Quasi nel medesimo istante si udì Piccolo Tonno a urlare.

— Una scure!... Una scure!... —

CAPITOLO IV

Terra!... Terra!...

La paura aveva fatto impazzire il mozzo od i suoi occhi avevano proprio

veduto un'arma?... Il marinaio ed il signor Albani, che erano risaliti

prestamente sull'albero, cercarono il loro compagno e lo videro

correre, mantenendosi ritto meglio d'un equilibrista giapponese, verso

l'estremità del tronco, abbassarsi rapidamente e fare sforzi disperati

come se volesse strappare un oggetto profondamente infisso nel legno.

— Ehi, Piccolo Tonno!... — gridò il marinaio. — Vuoi farti mangiare dal

pesce-cane?...

— Una scure!... Una scure!... — ripeteva il mozzo, raddoppiando gli

sforzi.

— Ma dov'è? — chiese il signor Albani.

— È qui, infissa nell'albero.

— Una scure lì?...

— Sì, signor Emilio.

— Spicciati, mio piccolo Tonno! — urlò il marinaio. — Il pesce-cane sta

per ritornare! —

Il mozzo raccolse le proprie forze e con una strappata irresistibile

staccò la scure. Si raddrizzò mandando un grido di trionfo e la porse

al signor Emilio.

Lo squalo, sbarazzatosi dalle corde che lo avevano imprigionato sotto

le pinne triangolari, ritornava verso l'albero per tentare un terzo e

forse più pericoloso assalto. Nuotò fino a dieci passi dai naufraghi,

s'inabissò un'ultima volta e rinnovando il colpo di coda balzò innanzi,

ma andò a cadere proprio sopra all'albero il quale affondò sotto

quell'enorme peso.

Il marinaio ed il mozzo caddero in acqua, ma l'ex-uomo di mare si

tenne fermo stringendo le gambe con suprema energia, poi pronto come

il lampo, alzò la scure e la lasciò cadere con forza disperata sullo

squalo che gli passava dinanzi.

Risuonò un colpo sordo ed uno sprazzo di sangue schizzò in aria.

Il mostro agitò furiosamente la possente coda spezzando di colpo il

pennone di pappafico che sporgeva dall'acqua e sparve, formando dietro

di sè un risucchio spumeggiante.

— Ucciso? — gridarono il marinaio ed il mozzo, che erano tornati

prontamente a galla.

— Non lo credo, ma suppongo che ne avrà abbastanza per ora e che non

avrà più voglia di ritornare all'attacco, — rispose Albani.

— E la scure?... Perduta forse?...

— No, Enrico; è un'arma troppo preziosa per non conservarla.

— Ma come quell'arma si trovava infissa nell'albero?

— Credo che sia quella adoperata dal nostromo. Mi ricordo che quando

l'albero cadde, si era allontanato precipitosamente per non farsi

schiacciare dal pennone di gabbia.

— Ma che non sia morto lo squalo!

— Ti dico che non oserà tornare.

— Mi premeva che fosse stato ucciso. Almeno avremmo avuto della carne

in abbondanza.

— Più coriacea d'un mulo vecchio.

— Ma in mancanza di meglio poteva servirci, signor Albani. Oh!...

— Cos'hai ancora?...

— S'alza la brezza.

— E soffia da ponente, — disse il mozzo.

— Buono! — esclamò Albani. — Ci spingerà più rapidamente verso

l'Arcipelago delle Sulu.

— Un'idea, signore!

— Parla, Enrico.

— Ecco qui il pezzo del pennone di pappafico rotto dalla coda dello

squalo.

— Ebbene, cosa vuoi concludere?...

— Che non ci mancano nè funi, nè vele. Possiamo approfittare di questa

brezza.

— È vero: affrettiamoci, amici. —

Si misero tutti tre al lavoro senza perdere tempo, sapendo per

esperienza che in quei climi caldi le brezze notturne cessano,

ordinariamente, col levar del sole.

Ritirarono il pennone spezzato che era stato trattenuto da una fune

e lo rizzarono cacciando una estremità fra le crocette le quali

servivano, in certo modo, da morsa.

Assicuratolo con dei pezzi di paterazzi e di sartie, ritirarono

dall'acqua la vela di gabbia e servendosi dell'alberetto come

d'antenna, la spiegarono meglio che poterono, cercando di mantenere più

larga che era possibile, l'estremità inferiore.

La brezza che soffiava regolarmente ed abbastanza fresca, non tardò a

gonfiarla e l'albero cominciò a filare verso l'est, lasciandosi dietro

una leggiera scia gorgogliante.

Non manteneva una linea dritta, come ben si può immaginare e derivava

di frequente per mancanza d'un timone o almeno d'un remo, ma pure

guadagnava sempre e aiutava efficacemente l'azione della corrente.

I tre naufraghi, che tenevano le scotte allargate, già si rallegravano

di quella corsa, quando videro riapparire improvvisamente lo squalo.

— Ancora lui! — esclamò il marinaio, tendendo le pugna. — Ma che non

voglia più lasciarci, quel dannato mangiatore d'uomini?... Bisognerà

sfondargli il cranio per fargli rinunciare questa caccia accanita?

— Ha fame, — disse Albani, — e quando questi mostri hanno appetito,

seguono le prede con una costanza incredibile.

— Eppure gli avete accarezzato rudemente il corpo.

— Bah! Posseggono una vitalità straordinaria e se non si toccano al

cuore o al cervello, non muoiono. Aggiungi poi, che noi siamo naufraghi

e quando quei mostri feroci scorgono un rottame od una zattera non la

lasciano più, certi di avere, presto o tardi, delle prede.

— Spera adunque che una tempesta scagli le sue onde contro di noi e ci

strappi da quest'albero.

— Senza dubbio, Enrico.

— Fortunatamente il tempo non accenna a cambiare, almeno per ora.

— E se cambierà ci troveremo allora tanto vicini alle Sulu, da non

temerlo altro.

— Ah!... Se quel pesce-cane mostrasse ancora la sua testa presso

l'albero!...

— Lascia che nuoti a suo comodo, Enrico. Ti assicuro che non

c'inquieterà! Occupiamoci invece della nostra vela e procuriamo di

tenerla ben tesa. —

La brezza notturna si manteneva costante, anzi accennava ad aumentare,

quantunque ormai mancassero poche ore allo spuntare dell'alba.

Il rottame, che manteneva la sua stabilità in causa della botte e del

pezzo del castello che servivano come di bilanciere, continuava ad

avanzare con una velocità di due o tre nodi, guadagnando via verso

levante.

La corrente da canto suo lo aiutava, facilitando la corsa.

Già altre due ore erano passate, quando il Piccolo Tonno, che si levava

di frequente in piedi per abbracciare maggior orizzonte, sperando

sempre di scorgere qualche punto luminoso, che indicasse la presenza di

una nave, segnalò alcuni volatili che filavano verso l'est.

— Che siano uccelli costieri? — chiese Enrico, con una certa emozione.

— Fa ancora troppo oscuro per poterli distinguere, — rispose Albani,

che li osservava con grande attenzione. — Dal loro volo pesante non mi

sembrano nè procellarie, nè fregate.

— Si tengono sempre lontani dalle coste, questi volatili?

— Ordinariamente sì, perchè s'incontrano perfino a cinque o seicento

miglia dalle isole e dai continenti.

— Allora quelli uccelli che fuggono verso levante saranno

dell'Arcipelago.

— Possono anche essere emigranti, amico mio, e diretti chi sa mai dove.

— Signore!... — esclamò in quell'istante il mozzo, con voce rotta.

— Cos'hai? — chiese Albani.

— Là!... là!... Guardate!...

— Dove?...

— Dinanzi a noi!... Alzatevi in piedi!... —

Albani ed il marinaio s'affrettarono a obbedirlo e scorsero, ad una

grande distanza, emergere dall'orizzonte una massa oscura la quale

spiccava nettamente sulle acque illuminate dalla luna.

— Un'isola!... — esclamò il marinaio, con voce soffocata.

L'ex-uomo di mare non rispose. Colla fronte aggrottata, gli sguardi

fissi fissi, guardava con profonda attenzione quella massa nerastra che

somigliava vagamente alla cima d'una montagna.

— Un'isola?... — ripetè il marinaio, con crescente ansietà.

— Sì, — rispose finalmente il veneziano. — No.... non possiamo

ingannarci.... la terra è là! —

Due grida di gioia irruppero dal petto dei due marinai:

— Evviva!... Evviva!... Grazie a Dio, noi siamo salvi!...

— Sì! — ripetè Albani, che continuava a guardare. — Terra!... Terra

laggiù!...

— Lasciate che vi abbracci, signor Albani!... — gridò il marinaio, che

pareva impazzisse per la gioia.

— Fa' pure ma bada di non cadere, — disse il veneziano, ridendo. — Il

pesce-cane ci segue sempre.

— Non lo temo più. —

Il marinaio gli gettò le braccia al collo, poi volgendosi verso il

mozzo:

— Un abbraccio anche a te, mio Piccolo Tonno! — disse.

— Bada!... Mi fai abbandonare la scotta.

— La riprenderemo poi. —

E l'espansivo marinaio strinse al petto anche il mozzo.

Il rottame continuava a filare in direzione dell'isola, spingendolo il

vento precisamente da quella parte.

Il picco pareva che di momento in momento s'alzasse sull'orizzonte.

Quale terra sorgeva laggiù?... Era un'isola appartenente all'Arcipelago

di Sulu e abitata, oppure una di quelle scogliere deserte che sono così

numerose in quel mare?... Pel momento ai naufraghi poco importava il

saperlo; a loro bastava di poter toccare quella terra per riposarsi e

per dissetarsi, essendo certi di trovare un po' d'acqua o per lo meno

delle frutta.

Albani, tenendosi ritto presso il pennone di pappafico, guardava

con crescente attenzione il picco che spiccava sempre più

nettamente sull'orizzonte, il quale ormai cominciava a rischiararsi,

approssimandosi l'alba. Pareva che cercasse d'indovinare a quale terra

apparteneva.

— Vedete nulla, signore? — chiese il marinaio, che non poteva rimanere

zitto.

— Nulla, — rispose il veneziano.

— Nemmeno un punto luminoso?

— No.

— Sembra vasta quell'isola?

— Non mi pare.

— Che sia deserta?

— Te lo dirò quando saremo sbarcati.

— Io la preferirei disabitata, signore, — disse il mozzo.

— Briccone! E come faresti a procurarti dei viveri se non possediamo un

fucile?

— Abbiamo una scure e due coltelli.

— Che Robinson miserabili!... Crosuè aveva almeno delle armi da fuoco e

la dispensa della nave.

— Ne faremo a meno.

— Vorrei vederti alla prova.

— Scorgo le sponde dell'isola, — disse in quell'istante Enrico.

Il signor Emilio ed il mozzo, aiutandosi l'un l'altro per mantenersi in

equilibrio, s'alzarono in piedi.

L'isola non distava che cinque o sei miglia ed ora la si scorgeva

perfettamente.

Pareva che non dovesse essere vasta, poichè la sua fronte non si

estendeva per parecchie miglia verso l'est e verso l'ovest ed il suo

monte s'alzava per tre o quattrocento metri, formando, presso le vetta,

due punte dentellate a mo' di sega.

Dinanzi alle spiagge si vedevano emergere delle masse oscure,

probabilmente delle scogliere corallifere e attorno ad esse si vedeva

l'acqua spumeggiare per un vasto tratto.

— La risacca sarà violenta laggiù — disse il marinaio, — ma noi

approderemo egualmente. Piccolo Tonno, lascia andare la scotta:

cammineremo di più. —

La brezza che era aumentata invece di diminuire, urtava la vela con

una certa violenza, imprimendo al rottame delle brusche scosse. La

tranquilla superficie del mare cominciava a rompersi e delle larghe

ondate si formavano, correndo da ponente a levante.

Alle 4 del mattino, quando le prime luci dell'alba cominciavano a

far impallidire gli astri, i naufraghi giungevano dinanzi alle prime

scogliere dell'isola.

La risacca si faceva sentire violentemente. Le ondate e le

contro-ondate si urtavano con grande furia, rompendosi e accavallandosi

con lunghi muggiti e coprendosi di spuma.

Il rottame, scosso da tutte le parti, trabalzava disordinatamente

minacciando di rovesciare in acqua i naufraghi. Già il pennone e la

vela erano caduti in causa di quelle spinte disordinate.

Ad un tratto toccò: si era arenato su d'un basso fondo.

— In acqua!... — gridò il signor Emilio.

Il marinaio mise il coltello nella cintola e abbandonò l'albero.

Aspettò che l'onda, spinta dalla risacca, passasse e si slanciò verso

la spiaggia arrestandosi dinanzi ad una specie di caverna entro la

quale le acque si precipitavano con lunghi muggiti.

I suoi compagni l'avevano seguito correndo.

CAPITOLO V

I mostri dell'Oceano

Quella parte dell'isola, a prima vista, non presentava passaggi per

salire la costa, la quale era alta assai e scendeva quasi a picco.

Pel momento l'unico rifugio era quella caverna, la quale doveva essere

stata scavata dall'impeto continuo delle ondate.

Nè a destra nè a sinistra, scorgevasi alcun tratto di terra tanto larga

da permettere ai naufraghi di sedersi e tanto meno di sdraiarsi.

Quantunque nella caverna entrassero le onde, il marinaio s'inoltrò,

sperando di trovare nell'interno un posticino per potersi riposare.

Aspettò un istante perchè l'ondata uscisse, poi si spinse arditamente

innanzi seguito dal signor Emilio e dal mozzo, ma d'improvviso si

ritrasse emettendo un grido di sorpresa e di terrore.

I Robinson italiani · 第 1 / 18 段