[250] È pregio dell'opera riportare certo aneddoto riferito nella

_Vita di padre Gerolamo Savonarola_ scritta da fra Pacifico Burlamacchi

lucchese al capitolo che incomincia: _Come Lorenzo dei Medici ammalato

volle confessarsi da lui._ — Lorenzo trovandosi infermo a morte,

domandò il confessore; ed avendo appresso don Guido degli Angioli

e messer Mariano della Barba, suoi famigliari, disse: Non voglio

alcuno di loro; mandate per il padre priore di San Marco, perchè io

non ho ancora trovato religioso alcuno se non lui. — Andò dunque

un messo a chiamarlo da parte di Lorenzo, al quale egli rispose:

Dite a Lorenzo ch'io non sono il suo bisogno, perchè noi non saremo

d'accordo; però non è espediente ch'io venga. — Ritornato il servo

con questa ambasciata, disse di nuovo Lorenzo: Torna al padre priore

e digli che al tutto venga, perchè io voglio essere d'accordo con lui

e far tutto quello che sua riverenzia mi dirà. — Ritornato dunque il

servitore a San Marco e fatta la proposta al padre priore, egli prese

subito il cammino verso Careggio, villa di Lorenzo lontana due miglia

dalla città, dov'egli giaceva ammalato, e per compagno suo prese fra

Gregorio vecchio, al quale per la via rivelò che Lorenzo al tutto

doveva morire di quella infermità nè poteva scampare. Giunto questo

al luogo ed entrato nella camera di Lorenzo, salutatolo prima con le

debite cerimonie, dopo alquanto di ragionamento disse Lorenzo: Padre,

io mi vorrei confessare, ma tre peccati mi ritirano addietro e quasi

mi pongono in disperazione. — Al quale egli disse: E quali sono questi

tre peccati? — Rispose allora Lorenzo: I tre peccati sono questi, i

quali non so se Dio me li perdonerà: il primo è il sacco di Volterra,

che patì per le promesse ch'io feci, — dove molte fanciulle persero

la verginità, ed infiniti altri mali vi furono commessi; — il secondo

peccato è il Monte delle fanciulle delle quali molte ne sono capitate

male standosi in casa per non avere riavuta la dote loro; — il terzo

peccato è il caso dei Pazzi, dove molti innocenti furono morti. Alle

quali cose rispose il frate: Lorenzo, non vi mettete tante disperazioni

al cuore perchè Dio è misericordioso ed anco a voi farà misericordia,

se vorrete osservare tre cose ch'io vi dirò. — Allora disse Lorenzo:

E quali sono queste tre cose? — Rispose il padre: La prima è: che voi

abbiate una grande e viva fede che Dio possa e voglia perdonarvi. — Al

quale rispose Lorenzo: Questa ci è grande, e credo così, — Soggiunge

il padre: Egli è necessario ancora che ogni cosa male acquistata

sia da voi restituita, in quanto sia possibile, lasciando ai vostri

figliuoli tante sostanze che sieno decenti a cittadini privati. — Alle

quali parole stette Lorenzo alquanto sopra di sè e di poi disse: Ed

ancora questo farò. — Seguì allora il padre la terza cosa dicendo:

Ultimo è necessario che si restituisca Fiorenza in libertà e nello

stato popolare a uso di repubblica. — Alle quali parole Lorenzo voltò

le spalle nè mai gli dette altra risposta; onde il padre si partì e

lasciollo senz'altra confessione. Nè dopo molto spazio di tempo Lorenzo

spirò e passò all'altra vita.

[251] Uno di questi, Giovambattista Niccolini, fiore di cuore e

d'ingegno veracemente italiani, in ogni fortuna leale amico mio:

gli altri cessarono essermi amici; se poi abbiano continuato ad

amare la patria a me non istà giudicare: questo diranno i nostri

figliuoli cessate che sieno le passioni le quali adesso contaminano

gl'intelletti.

[252] Ahimè! adesso ne anche questo rimane più. Cercina, la casa di

Dante da Castiglione, e stata venduta all'incanto per _espropriazione

forzata_ a istanza dei creditori. Durano tuttavia in fiore le famiglie

di quelli che tradirono la patria o non la sovvennero...

O sommo Giove

Che fosti in terra per noi crocifisso,

Son gli giusti occhi tuoi rivolti altrove?

[253] L'ultima lettera che scrisse ai Dieci il Ferruccio il 1 agosto

1530 da Pescia, col poscritto in data del 2 da Calamec, si crede

che sia nella Biblioteca di lord Ashburnham, a cui l'avrebbe venduta

Guglielmo Libri.

[254] Venti anni dopo che fu dettato il libro, io lo rivedo, confitto

su questo scoglio di Corsica dalla legge dura dello esilio: nè dello

esilio m'incresce, bensì della perduta libertà della patria, e, più

ancora della libertà perduta, della mansuetudine pecorina affatto con

la quale il patrizio volgo e il plebeo sopporta questa perdita in pace.

[255] Segni, _Stor._ lib. IV.

[256]

L'altro sorrida e mistico

Per man lo piglia e dice

Fa cuor, — sei giunto al termine

Del tramite infelice.

E gli orna il crin d'un candido

Fior vago in sullo stelo:

«Martirio» in terra appellasi,

«Gloria» si appella in cielo.

(_Beatrice di Tenda_, ballata di Orombello).

[257] Dante, _Sonetto_.

[258] Nardi, _Stor._, lib. V.

[259] A Pisa gli si aggiunse il signor Camillo Appiano; sicchè in tutti

potevano sommare a 2000 fanti e 130 cavalli.

[260] Sasselli, _Vita di Francesco Ferruccio_.

[261] Dicono Lorenzo il Magnifico, ed invece allora lo chiamavano

magnifico messer Lorenzo, come magnifico Niccolò da Uzzano magnifico

Diotisalvi Neroni, e via discorrendo.

[262] Dissertazione del Riccobaldi, pag. 5.

[263] Cronache di frate Giuliano Ughi della Cavallina, minore

osservante, pag. 161.

[264] Giacchi, _Ricerche sopra Volterra_, tomo II, pag. 191. Il

Buccinelli narra che nel 1493 Giuliano Cecchi, proposto di Pescia, donò

con pubblica scrittura questa reliquia a Volterra.

[265] _Vita di F. Ferruccio_ di Filippo Sassetti: le segnate sono

parole precise di Ferruccio.

[266] Il Sassetti, che più distesamente degli altri parla delle cose

di Volterra, narra che il primo a salire il bastione fu l'alfiere del

capitano Nicolò Strozzi, detto il Contadino.

[267] Causa della lite fu questa. Otto da Montauto, mandato dai Dieci

in Mugello a reprimere le scorrerie di Ramazzotto, prendere al Trebbio

Maria Salviati ed ammazzargli il figliuolo, va, e trovato Ramazzotto

partito, non cura l'ordine circa la prigionia e morte della moglie e

del figliuolo di Giovanni delle Bande Nere: per la qual cosa i Signori

lo sostengono in Firenze. Ragionandosi su questo fatto tra Nicolò

e Francesco, quegli commendava assai Otto per non avere sofferto di

eseguire opera indegna di soldato, mentre questi lo riprendeva come

disobbediente e indisciplinato: su di che essendosi ricambiati parole

ingiuriose, il Ferruccio mise mano allo stocco e corse addosso allo

Strozzi per ferirlo; i circostanti, postisi fra mezzo, impedirono si

facesse sangue. — Sul movere alla volta di Volterra i Dieci ordinarono

al Ferruccio di cacciare via ogni rancore che avesse contro il capitano

Nicolò Strozzi per amore della Repubblica. Vuolsi avvertire che Nicolò

parlava da quel solenne galantuomo ch'egli era; ma il Montauto tradiva

come si vide poi dai premii che per la sua slealtà ebbe dal papa.

[268] Giovanni Parelli volterrano dettò una cronaca di questi casi e le

pose il titolo _Seconda calamità volterrana_; comparve nell'_Appendice

dell'Arch. stor. ital._, volgarizzata per Marco Tabarrini. Badisi che

questo Parelli, per essere canonico, si mostra più parziale del papa e

però dei Medici che non della patria e della libertà.

[269] Giacchi, _Saggio di ricerche, ecc. sopra Volterra_, — Riccobaldi,

_Ragion. V_.

[270] Il prete che ferì nel collo Lorenzo dei Medici il vecchio era da

Volterra e si chiamava Antonio Maffei.

[271] Isaia, 40.

[272] Nè molti nè di grande costrutto trovo che fossero gli argenti e

gli arredi sacri cavati dal Ferruccio dalla cattedrale di Volterra;

eccone la nota che si conserva nel _Liber omnium rerum mobilium et

immobilium sacristiae Vulterrarum._ 1º. Nostra Donna col Figliuolo in

braccio di argento, libbre 5 con base di rame dorato. — 2.º Tabernacolo

grande di argento con piè di rame dorato con 6 smalti nel nodo: smalti

6 al piede con 6 angiolletti con tutti i loro pinnacoli con crocetta

insieme o crocifisso, di libbre 13. — 3.º Turibolo di argento con

sette guglie nel cerchio grande, e nel secondo cerchio guglie quattro

e mezzo, ad una manca la punta, libbre 7, once 2. — 4.º Un turibolo di

argento con sei guglie nel primo cerchio, che v'è una spiccata, di peso

libbre 3, once 9. — 5.º Una navicella di argento con due smalti et due

serpenti: dentro vi è un cucchiaio di argento: libbre 2, once 2, mal

peso. — 6.º Un paio di ampolle di argento con arme del Gherardi, di

libbre 1, once 4, — 7.º Una pace con Nostra Donna di argento con dodici

castoni et pietre 8 et perle quattro con arme del Gherardi, di peso

once 8. — 8.º Una cassetta di argento da olio santo, libbre 1, once

11. Et una lingua di argento con filo di oro, once 2. — 9.º Una croce

di legno coperta di argento con crocifisso di argento, libbre 2, once

10. — 10.º Una crocetta di argento con crocifisso e coralli, cinque

bottoni, once 8. — 11.º L'argento che cuopriva uno evangelistario di

legno. — 12.º L'argento di uno epistolario. — 13.º Una corona ad uso di

crocifisso con gigli ottantaquattro, con quattro madreperle per giglio

ed uno castone; et uno smalto senza pietra, libbre 1, once 6. — 14º

Una tavola di legno coperta di argento ad uso dello altare maggiore

con quadri ventuno. — 15.º Un bacinetto di argento coll'arme di Iacopo

Gherardi, di peso libbre 1, once 5. — 16.º Una croce di argento,

libbre 6, once 10. — 17.º Un calice di argento smaltato con arme

del Guelfuccio, libbre 2, once 3. — 18.º Un calice grande di argento

smaltato, libbre 3, once 10. — 19.º Un calice e patena di argento,

libbre 2, once 2. — 20.º Un calice e patena di argento, smaltato,

libbre 2. — 21.º Un calice e patena di argento all'_inghilese_

smaltato, libbre 2. — 22.º Una patena. — 23.º Un bottone di argento,

libbre 1, once 3. — 24.º Un anello con giglio, un cammeo e quattro

pietre, due rubini e due smaragdi e quattro perle, legato in oro.

Nelle Cronache Volterrane, dettate con evidente stizza in vituperio

del Ferruccio e dei Fiorentini, leggiamo che le milizie ferrucciane su

la prima giunta a Volterra combatterono comechè stanche non mica per

virtù ma per fame, non avendo recato con esso loro tanto da potersi

sdigiunare — ancora che il Ferruccio, fatto prigioni quattordici

Spagnoli, lasciò morirli d'inedia, dopochè taluno di loro per attutire

il tormento della sete ebbe bevuto la propria orina, — di più, che il

Ferruccio assalito dal marchese Del Vasto e da Fabrizio Maramaldo perse

l'animo e si apprestava a fuggirsi co' cavalli fuori di porta a Selca,

se Morgante da Castiglione non lo incorava persuadendolo a mostrare

buon viso alla fortuna: — finalmente, che il nepote di Bartolo Tedaldi

prendendo in mano la barba della statua di santo Ottaviano lavorata

in argento esclamasse: «Questo vecchio provvederà;» per la quale cosa

si sa di certo che gli si cangrenassero le mani, e dopo tre giorni

miseramente morisse.

Così la racconta il Parelli, op. cit., p. 180; diversa il Sassetti

nella Vita del Ferruccio: Non fu santo Ottaviano (secondo lui) bensì

san Vittore; nè il nepote del Tedaldi lo percosse, ma gli levò il

frontale di argento, e quanto stesse infermo si tace. Altri altramente:

cose vecchie e non pertanto (stupendo a dirsi!) se non del pari adesso

universalmente credute, del pari almeno date ad intendere. Il principe

di Oranges bene altra preda fece agli altari; imperciocchè, passando

per l'Aquila, ne arraffò la cassa di argento dove stava riposto il

corpo di san Bernardino da Siena, convertendola in suo uso; e di lui

gli scrittori la più parte servi della fortuna tacquero perchè ei

sostenne le parti del papa; e nota che l'Aquila era città suddita

e amica dello imperatore, Volterra ribelle alla Repubblica; e il

principe faceva per sè, il Ferruccio per la patria: — nella necessità

della quale (osserva il Sassetti, _Vita di Francesco Ferruccio_),

con lo esempio di Davitte, che ai soldati diede a mangiare la vittima

mancandogli altri argomenti, non è _forse_ impio costume adoperare le

cose destinale al culto divino.» E diceva meglio se lasciava _forse_

nella penna — Degli argenti il Ferruccio coniò monete da quattro

grossi; con gli ori, mezzi ducati; ma pochi, perchè a mezzo giugno

mancanti i danari per le paghe, i Côrsi gli si abbottinarono ricusando

combattere.

[273] E fece male a non lo impiccare, dacchè si ha dal canonico

Parelli. _Seconda calamità volterrana_: «Mi ricordo che un giorno

mentre tutti erano alla muraglia, abbandonato il resto della città,

Taddeo de' Guiducci prigione del Ferruccio mi disse all'orecchio:

Aiutami con quanti più puoi raccogliere, e apriamo le porte a Fabrizio,

Onde Ferruccio sia oppresso, e noi vendicati. — Ed avendogli io

risposto: Mancano le armi. — Non è buona ragione, — riprese; e per

non dar sospetto si allontanò. Di fatto se il Ferruccio avesse avuto

sentore di questo segreto colloquio, ci avrebbe senz'altro appiccati.

Ed io copertamente tentai molti sul disegno del Guiducci, ma niuno

volle assentire.» Pag. 351. Ah! il perdono, il perdono troppo spesso

provammo rugiada caduta sopra masse di granito; tuttavolta perdoniamo

sempre...

[274] Che la faccenda stesse come si racconta, e non altrimenti, non

se ne può dubitare dopo che in questo modo la riporta Filippo Sassetti

nella _Vita del Ferruccio_; e meglio ancora il Parelli, nemico del

Ferruccio, nella _Seconda calamità volterranea_; il quale se lascia

alquanto di dubbiezza pel suo dire avviluppato di ambage, questa

viene tolta affatto dal testimonio pienissimo del capitano Goro da

Montebenichi, cui ebbe tanto in disgrazia il Ferruccio che stette a

un pelo di farlo impiccare. _Lettera del Ferruccio ai Dieci, 30 novem.

1529._

[275] Sassetti, _Vita di F. Ferruccio_. — _Seconda calamità

volterrana._ — _Diario_ di Camillo Incontri. — _Ricordi MS._ del

capitano Goro da Montebenichi, nella Magliabechiana. — _Appendice 14_,

tomo 4 dell'_Archivio storico italiano_.

[276] Altri riporta il signor Camillo morisse di archibugiata in

una coscia, tocca nello scaramucciare con gl'inimici: non mancò chi

disse averlo fatto il Ferruccio, comechè costui avesse congiurato

di consegnare una porta della fortezza al marchese Del Vasto, e il

Segni sembra inclini a questo parere. _Storie_, lib. IV. — Non credere

niente; il Ferruccio non era uomo da cotali ripieghi scellerati, quanto

codardi; se avesse colto il signor Camillo in fallo di tradimento, lo

avrebbe fatto impiccare alla ricisa e forse ammazzato egli stesso, come

per minor colpa stette a un pelo che non togliesse la vita al conte

Gherardo della Gherardesca di Castagneto, secondo che fu raccontato di

sopra.

[277] _Ab ingentibus lacertis validissimo centurione._ Lo dice il

Giovio nelle _Storie_.

[278] Tutti i particolari di queste memorabili fazioni di guerra non

si sono potuti riportare senza distendere a soverchia lunghezza il

racconto: di questo però vada persuaso il lettore, che il Ferruccio,

il quale pure aveva veduto le battaglie tra Spagnoli e Francesi nel

regno, scrivendo ai Dieci li chiariva «da tre anni in qua non essersi

vedute maggiori battaglie in Italia.» Nel giorno 13 giugno tre furono

gli assalti: il primo con dodici compagnie, il secondo con diciotto,

il terzo con venticinque, combatterono dall'alba fino alle 23 ore di

sera, e dei nimici morironvi 400, altrettanti i feriti: ai nostri mancò

la munizione di polvere. Il Ferruccio rimase ferito nel secondo, non

già nel primo assalto: molti dicono di una sola ferita: il Varchi ne

parla in plurale: nella lettera del 6 luglio scritta dai commissari

di Volterra ai Dieci, oltre la percossa ricevuta alla batteria, si

rammenta la cascata da cavallo: e il Diario dello Incontri riporta

del pari di una mala ferita che si fece al ginocchio, per esserglisi

abbattuto sotto il cavallo mentre con gran impeto si spingeva ad

ammazzare un Volterrano che vide starsene scioperato invece di

accorrere ai bastioni: alla quale si aggiunse la febbre: — e si fe'

portare dove si combatteva per essere veduto dai soldati. Questo

secondo assalto incominciò il 21 giugno, un'ora prima del giorno;

dopo 500 cannonate che atterrarono in più parti le mura riparate con

botti, materasse e terra, alle ore 20 salirono all'assalto: tre volte

si spinsero su la breccia, e tre furono respinti così duramente che

dopo quattro ore si dettero alla fuga lasciando sul campo 800 tra morti

e feriti. Quando l'esercito imperiale si partì con tanta vergogna, i

Ferrucciani gli corsero dietro menando rumore con teglie, padelle e

corni, dicendogli villania. — Fabrizio aveva tratto seco 500 fanti e

5000 cavalli: il marchese 4000 fanti: bagaglioni e marraioli non si

contano.

[279] Ai traditori era costume di sfasciare una lista di cima in fondo

della casa che abitavano; nell'assedio ciò fu praticato contro in casa

di Baccio Valori (Varchi, _Stor._)

[280] Manni, _Vita di Lapaccio da Montelupo_.

[281] «Nous revinmes a Paris, où madame de Chèvreuse ne fut pas plus

tòt arrivèe qu'on apprit l'exècution de monsieur de Chalais, qui fut

fort cruelle, parce que, ayant fait evader le bourreau, on fut obligè

de la faire faire par un soldat, qui le massacra de telle sorte qu'il

lui donna vingt-deux coups avant de l'achever. Madame de Chalais,

sa mere, monta sur l'èchafaud et l'assista courageusement jusqu'a la

mort.» (_Mémoires de M. de La Porte_, valet-de-chambre de Louis XIV.)

[282] _Le perfectionnement moral_, l. 3, sect. 2, chap. VI.

[283] Matth, c. XI, v. 16.

[284] Matth. c. XXVII, v. 51.

[285] Voyeur-Collard.

[286] Samuel., c. VIII.

[287] V. Cousin; e più dure parole gli si risparmiano per la pietà che

ebbe di provvedere in tempi anco più maligni di questi onorato sepolcro

a Santorre Santarosa spento a Sfatteria presso Navarino.

[288] _Memorie del calcio fiorentino_, tratte da diverse scritture

e dedicate alle AA. Serenissime di Ferdinando principe di Toscana e

Violante di Baviera. — Firenze, 1688.

[289] _Iliade_, lib. 23.

[290] Lib. 8.

[291] Lettere ai Dieci del 14 ottobre, 19 dicembre et 7 marzo 1529,

dove si legge: «Ne ho fatti tre capitani...; uno di questi si chiama

Pietro Orlandini... et non lo crederia ricompensare a donarli un

castello in modo si è portato.»

[292] Nell'_Apologia di Cappucci_ d'Jacopo Pitti, p. 367, si legge;

«Di questa fellonia ne ricevè il capitano Piero dai Medici 6 ducati il

mese di provvisione (e non furono troppo!) e il Giugni se ne andò per

vergogna a finire la vita in Maremma di Pisa, essendogli stato detto

da Alessandro Vitelli nel palazzo dei Medici, dove egli compariva come

benemerito: — Addio, messer Andrea; voi ci deste quell'Empoli.»

[293] Varchi, _Stor._, l. 11; MS. dell'_Ambascieria di Baldassare

Carducci in Francia_ presso Gino Capponi; Nardi, _Storia_.

[294] Luigi Alamanni, comunque accolto e onorato dal re Francesco,

tanto non potè trattenersi, che nella satira II non gliene facesse

rimprovero:

Non fu peccato il mio parer sì lieve

Non ricovrar quel dì la bella donna,

Che per voi troppo amar giogo riceve.

[295] Di Francia non possiamo essere nemici mai; però non a fine di

rimbeccare gli svergognati scrittori che le nostre rose, tristi o

stupidi, e forse ambedue, appo i Francesi bistrattano, dei quali io so

che i dabbene di cotesto popolo hanno onta e gravezza, ma sì a chiarire

quale di noi ab antiquo abbia fatto governo la Francia, e vedano

se meritiamo che un giorno ci dia mano a rilevarci, io porrò alcune

citazioni intorno alla fede di Francesco I re gentiluomo, com'egli

vantavasi.

Nel maggio del 1529 Baldassare Carducci oratore fiorentino

domandandogli: «E noi, venendo Cesare, che abbiamo adunque da fare?...»

Il re rispondeva: «Non vi abbandonerò; noi siamo una cosa stessa.»

Lettere di Carlo Cappello oratore veneziano a Firenze, pag. 25. —

Nella Legazione di Baldassare Carducci in Francia ms. presso Gino

Capponi si legge: «Stringendo più volte questa maestà a ricordarsi

della devozione e fede delle signorie vostre verso di lei in questa

composizione, ha con tanta efficacia dimostro l'obbligo che gli parve

avere con quelle che non si potria dire più; affermandomi non essersi

mai per fare alcuna composizione _senza total benefizio e conservazione

di cotesta città, la quale reputa non manco che sua._ Ed ultimamente mi

ha ripetuto queste medesime ragioni di assicurazioni il gran maestro,

ricordandogli io il medesimo, dicendomi: _Ambasciatore, se voi trovate

mai che questa maestà faccia conclusione alcuna con Cesare, che voi non

siate in precipuo luogo nominati e compresi, dite che io non sia uomo

di onore, anzi ch'io sia un traditore._» Ancora, il medesimo Carducci

scrive che Francesco I «nel consiglio voltandosi a ciascheduno di noi

con le più grate ed amorevoli parole che si potesse immaginare, ne

assicurava di _voler mettere la vita e abbandonare il riscatto dei

figliuoli per la conservazione degli stati di ciascuno dei collegati._»

Poco dopo il povero uomo, che giurista era e non uso a pescare nelle

torbide acque delle corti, tutto smagato, avvisa: «Io non posso

senza infinito dispiacere di animo significare l'empia ed inumana

determinazione di questa maestà e suoi agenti in questo trattato di

pace stretto contro mille promesse e giuramenti del non concludere

cosa alcuna senza la partecipazione degli oratori, degli aderenti

e collegati, come più volte si è per me scritto e significato alle

signorie vostre e per gli altri oratori ai signori loro. E nondimeno,

senza farne alcuno di noi partecipe, questa mattina hanno pubblicato

la composizione e pace con grandi solennità ed altre dimostrazioni

di allegrezza _senza includere alcuno._.. Talchè sarà una perpetua

memoria alla città nostra e a tutta Italia quanto sia da prestar la

fede alle loro collegazioni, promesse e giuramenti.» (Lettera ai Dieci,

5 d'agosto 1529.)

Nella medesima lettera più oltre: «Confesso veramente in questo

potermisi imputare avere prestato fede a tante affermazioni di non

concludere mai senza collegati, ma parimente e più hanno peccato tutti

gli altri oratori, i quali hanno dato ai loro signori molta più certa

speranza che non ho dato io alle signorie vostre. E parmi avere ad

essere scusato ricordando alle signorie vostre l'ultima asserzione

del re, dove si trovò Bartolomeo Cavalcanti, e come anco per una sua

avranno inteso, cose che certamente avrebbero ingannato ogni uomo,

visto che espressamente e con giuramento disse non essere mai per

comporsi con Cesare altrimenti, e piuttosto voler perdere i figliuoli

che mancare ai confederati.»

E tutto questo non basta: allora, come sempre, i Francesi trascorsero

all'ira e alla minaccia contro quelli che non si volevano lasciare

tradire pei comodi loro; imperciocchè l'oratore veneziano avendo detto

al gran maestro che alla sua repubblica bastava l'animo difendersi

sola, nè per fargli piacere avrebbe lasciato le cose di Puglia, anzi

nel presagio di _decezione_ avere già mandato 50 galere ad Otranto per

tenerle ferme, quegli rispose: «Guardate che, non avendo voi un nemico,

non ne abbiate due.» Medesima lettera.

E questo accordo era già fatto, perchè il Trattato di Cambray non solo

conteneva il patto dell'abbandono delle cose di Puglia per parte dei

Francesi, ma sì anche che, intimati i Veneziani a sgombrare il regno,

caso mai non avessero obbedito, il re di Francia avrebbe sovvenuto

di 20 mila ducati il mese l'imperatore per cacciarneli a forza.

(_Documenti_, Molini, Documento 302.) Abbiamo visto che Francesco I

non rendeva i danari imprestati, onde i Fiorentini non si potessero

aiutare; — nè volle fermarsi qui, che, udendo come i Fiorentini di

Lione stessero per mandare 50 mila ducati a casa, emanò un perfido

bando proibitivo sotto asprissime pene di portare fuori del regno

argento ed oro monetato. (Lettera di Carlo Cappello pag. 202.) — Così

non restituiva i danari nè gli lasciava dare.

L'assedio di Firenze · 第 79 / 81 段